teatro

Sugli effetti del teatro

Ieri sera, dopo avere guardato in streaming il bellissimo Dieci Piccoli Indiani della Campogalliani, ero in quel felice stato di effervescenza in cui mi mette il buon teatro. Quel felice stato per cui mi pare che potrei rivedere subito lo spettacolo in questione. Quel felice stato per cui ho pagine di appunti da prendere in proposito. Quel felice stato per cui le idee – narrative e registiche – germogliano a frotte. Quel felice stato…

“Per cui prendi il volo e poi atterri bruscamente?” ha domandato P., vedendomi svolazzare con una pila di piatti e bicchieri in mano e la testa altrove.

E ne son seguite risate, e forse vi farà piacere sapere che piatti e bicchieri sono giunti sulla tavola indenni – il che non era scontatissimo, considerando l’episodio di cui parlava P.

Dunque, dovete sapere che una sera, qualche anno fa, me ne venivo via dal Teatro Sociale di Mantova dopo avere visto i Nostri impegnati in una Dodicesima Notte celebrativa per i settant’anni della compagnia. Un altro favoloso spettacolo, un gran successo, applausi a non finire, e poi Shakespeare… insomma, me ne venivo via dal Sociale in quello stato di felice effervescenza che vi dicevo.

Con la mia piccola comitiva, raggiungemmo il garage di amici, dove avevo parcheggiato l’auto – e per tutto il tempo io cinguettai del testo, della regia, delle interpretazioni, dei costumi, di… di… you get my drift. Ora, il garage era uno di quegli arnesi sotterranei, con una rampa di cemento, ripidetta anzichenò, per scendere e salire, e a lato della rampa c’era una striscia antiscivolo con ringhiera, concepita per la salita e la discesa pedonale delle persone normali e lucide.

Ma io…

Io ero effervescente, remember? Non avevo neuroni se non per la Dodicesima Notte – e quindi immaginatemi mentre caracollo giù per il  centro liscio della rampa, tacchi alti e tutto quanto, rapsodizzando a beneficio di un perplesso pubblico di due. I costumi, clippete cloppete, le interpretazioni, clippete cloppete, la regia, clippete cloppete, il testo… E, a voler proprio vedere, tutto stava andando piuttosto bene – finché il buon senso non cercò di mettersi di traverso. Vi ho mai detto quanto io trovi che il buon senso sia sopravvalutato? Ecco, il mio scelse il momento in cui ero ormai a un paio di metri dalla fine della rampa per mandare segnali d’allarme. Che cosa diamine stavo facendo? Correndo giù per una rampa con i tacchi alti? Pericolo! Pericolo! Pericolo!

Avere il primo dubbio e cercar di frenare fu tutt’uno – e naturalmente persi il ritmo, l’equilibrio e tutto quel che c’era da perdere, presi il volo e, come dice P., atterrai bruscamente. A pie’ della rampa. Sul fianco. Ouch.

Lì per lì cercai di fingere di nulla. Mi arrampicai in piedi, raccolsi la borsetta e quel che restava della mia dignità, zoppicai fino all’auto e chiesi se qualcun altro poteva guidare, please… L’indomani al Pronto Soccorso mi individuarono una minuscola incrinatura a un ossicino del bacino di cui non ricordo nemmeno più il nome, e mi proibirono le scale per un mese. Il che, lo immaginerete, al momento raffreddò un pochino l’effervescenza felice – ma adesso è diventato uno degli aneddoti prediletti di amici e famiglia per illustrare la mia natura.

Ma che volete che vi dica? Il precedente non mi ha impedito di continuare ad effervescere felicemente sotto l’effetto del buon teatro, e va detto che di grossi incidenti non ce ne sono più stati.

Se non altro, ho imparato ad evitare come la peste le rampe di cemento liscio.

2 pensieri riguardo “Sugli effetti del teatro

  1. Mi è accaduta più o meno la stessa disavventura! Dopo un laboratorio della cui riuscita ero particolarmente soddisfatta, saltellavo scendendo le scale e sono scivolata giù da alcuni scalini marmorei… avevo la borsa a tracolla e mi ci sono seduta sopra con grazia deflagrante, atterrando proprio sulla custodia degli occhiali. Livido color prugna e occhiali da buttare… diciamo che ho imparato a frenare gli entusiasmi in prossimità delle scalinate! 😂

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