teatro

Racconti d’Estate a Palazzo d’Arco

Eccoci! Ci siamo!

Ve l’avevamo promesso, ed ecco che torniamo con una rassegna di letture nel bellissimo cortile d’onore di Palazzo d’Arco…

 

Istante di spudorata autopromozione: avete visto che ci sono anche una ripresa dei miei Sonetti e Il Giro del Mondo in Settantadue Giorni, l’avventura di Nellie Bly?

Data la situazione e i pochi posti disponibili, si accede solo con prenotazione, tramite il sito di Palazzo d’Arco. Cliccate il pulsante giallo che dice “Prenota Ora”.

Si ricomincia… vi aspettiamo!

considerazioni sparse · teatro

Il silenzio degl’implumi

Ora, è mia ponderata opinione che gl’implumi siano un pubblico più difficile di altri.

Gl’implumi sono esigenti, poco inclini al compromesso e all’indulgenza, men che frenati da buone vecchie convenzioni come “a teatro non si disturba”, ansiosi di mostrarsi cinici, facili alla noia – e, soprattutto quando sono in branco, se c’è qualcosa che non sanno fare è annoiarsi in silenzio.

Quindi con un pubblico d’implumi non ci sono mezze misure: bisogna catturarli o niente.

Yes well, qualsiasi pubblico va catturato – ma con gl’implumi la necessità è più drastica. Bisogna catturarli presto e tutti, e non mollarli nemmeno per un istante fino al chiudersi del sipario – oppure si rischia di ritrovarsi con un pollaio cicalecciante al posto di una platea…

Ho ricordi di una volta in cui, con gli Histriones, mettemmo in scena il Somnium Hannibalis per le scuole al Monicelli di Ostiglia. Nulla di strano, in teoria: la versione teatrale del SH era nata come progetto didattico, quindi le scuole erano il pubblico naturale. In teoria. All’atto pratico lo avevamo portato in giro per due anni davanti a pubblici adulti, e quando, da dietro il sipario chiuso, cominciammo a sentire quinte elementari e prime medie cicalanti invadere il teatro, ci prese un nonnulla di sconforto collettivo. Ancor più quando, all’abbassarsi delle luci e ai discorsi di circostanza, il cicaleccio non accennò a scemare. Quando andai a prendere il mio posto alla consolle luci, confesso che lo feci con molti misgivings: attori innervositi*, pubblico disinteressato…  ammetterete che non prometteva molto bene.

Invece poi… ah! Tempo la prima scena (innegabilmente una scena ad effetto) e del cicaleccio non c’era più traccia. A quel punto gl’implumi erano presi, convinti, ansiosi di sapere… well, non come andava a finire: erano stati preparati sulla storia di Annibale, quindi lo sapevano già. Ma volevano vedere che cosa succedeva e come succedeva. Erano catturati.

E noi eravamo infinitamente sollevati.

Poi venne la serata di beneficenza natalizia, sempre al Monicelli, con Christmas Joy sciaguratamente infilato fra un cantante di tristissime carole romene e i balli latinoamericani… E c’era anche un coro d’implumi, le Voci Bianche della Corale Verdi, a riempire le prime due file della platea in attesa del loro turno. E (non del tutto incomprensibilmente) i piccoli coristi si stavano annoiando a morte, e parlottavano e ridacchiavano…

“Sarà un disastro,” mormorai a G., l’uomo delle luci, nel sedermi accanto a lui alla consolle. G. lavorava spesso con Hic Sunt Histriones, e mi aveva sentito dire la stessa cosa molte volte, e tendeva a non preoccuparsene affatto – ma persino lui lanciò uno sguardo apprensivo agl’Implumi e levò le sopracciglia. Poi l’atto unico iniziò, e non badai più alle Voci Bianche, fino a quando, mentre respiravo di nuovo dopo un passaggio illuminotecnicamente complicato, G. non mi diede una gomitata.

“Guarda,” sussurrò, accennando con il mento alle prime file di platea. Guardai – e… gl’implumi sedevano in silenzio perfetto, a bocca aperta e occhi sgranati, conquistati dalla storia di Joy, Emma e il loro albero di Natale. Oh dear… ero talmente soddisfatta e sollevata che, nel finale, per poco non feci venire un colpo al povero G. con una variazione estemporanea sulle luci.

E funziona anche con un pubblico implume ma più grande, come scoprii qualche anno dopo a Poggio Rusco, con Shakespeare in Words per le scuole superiori. Di nuovo: un teatro pieno d’implumi borbottanti e non particolarmente interessati, al di là di una mattinata senza lezioni… E penserete che forse, a quel punto, avrei potuto avere più fiducia – ma… well.

E poi, a un certo punto, mi ritrovai dietro le quinte a destra insieme al nostro Bruto, che alzò un indice e si accennò all’orecchio. Ascolta. E io ascoltai, E il silenzio in platea era assoluto. In scena Antonio manipolava la folla – perché Bruto è un uomo d’onore – e gl’implumi non tiravano nemmeno fiato. Di nuovo: catturati.

E poi invece ci sono le altre volte, quelle in cui non ci si riesce proprio, e gl’implumi ciacolano per quanto si faccia, e quel che succede in scena ne soffre, e non sempre si capisce che cosa sia mancato… perché, come dicevasi, gl’implumi sono un pubblico più difficile di altri. Bisogna lavorare duro anche solo per renderli disposti ad ascoltare. Però, quando ci si riesce, quel particolare silenzio è davvero una cosa bella a sentirsi.

 

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* “Loro sono tanti e noi siamo pochini…”

grillopensante · scrittura · teatro

E Intanto il Pubblico Che Fa?

JeffHatchHam_Edit_32514State a sentire che cosa dice Jeffrey Hatcher nell’introduzione al suo libro The Art and Craft of Playwriting. Traduzione mia:

Magari col vostro dramma volete rimediare a un torto, o espiare una colpa, o far ridere, o cambiare il mondo… Ok – ma ricordatevi sempre questa domanda – che R. Elliott Stout, il mio insegnante di teatro alla Denison University, aveva incorniciato e appeso sopra la sua scrivania:

E INTANTO IL PUBBLICO CHE FA?

David Mamet […] una volta disse che far passare al pubblico due ore in un teatro significa chiedere molto a una persona. Contate le ore che anche il più occasionale degli spettatori passa là al buio*,  e vedrete che prima di compiere ottantatre anni, a quello spettatore occasionale piacerebbe riaverne indietro parecchie, di quelle ore… Ecco, il nostro mestiere a teatro è far sì che il nostro ottuagenario non rimpianga un singolo momento di quelli che ha passato al buio in platea.

Pensate a tutte le volte in cui siete andati a teatro alla fine di una giornata lunga, dura e faticosa. Dio sa com’è che avete il biglietto, e mentre si fanno le otto, volete solo andarvene e tornare a casa il prima possibile. Dando un’occhiata al programma scoprite con orrore che lo spettacolo ha non uno ma due intervalli. Sarete fortunati se siete a casa per le undici o mezzanotte… Cercate con gli occhi l’uscita, ma prima che possiate fare la vostra mossa la folla si zittisce, le luci di sala si spengono e voi siete intrappolati – e sotto sotto sapete che mettersi a strillare “al fuoco!” sarebbe brutto… Ed ecco che sono passati quaranta minuti, le luci si riaccendono, la folla sciama verso il foyer – e voi non vedete l’ora di scoprire che cosa succederà nel secondo atto. Tornate alla vostra poltrona ben prima che si apra il sipario, perché non volete perdervi una parola. E all’improvviso è il secondo intervallo, e questa volta non vi alzate affatto, perché state discutendo il dramma con lo sconosciuto seduto accanto a voi. E poi le luci si spengono di nuovo, e prima che ve ne accorgiate il sipario si è richiuso definitivamente, gli attori hanno lasciato il palco e voi siete ancora impegnati ad applaudire, siete ancora lì al vostro posto e non volete andarvene, e state cercando di ricordarvi l’ultima volta che vi siete sentiti così a teatro…

Ecco, questo è il nostro mestiere di autori teatrali. È quel che facciamo: questa gente stanca, che avrebbe tutte le ragioni per tornarsene a casa, noi la obblighiamo a restarsene incollata alla sua poltrona. E a volerci restare. E a tornare la prossima volta.

Ecco. Sì, sì – . È quello che facciamo. Quello che vogliamo fare. Rendere lla gente in platea felice di essere obbligata in questo modo.

Credo di volerla incorniciare a appendere anch’io, questa domanda…

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* Be’, è ovvio che le ore in questione tendono ad essere di più in un paese anglosassone…

blog life · considerazioni sparse · teatro

E in effetti mancava…

Mi si è fatto notare di recente che a Senza Errori di Stumpa mancava una pagina dedicata alle mie attività teatrali…

“Ma no!” ho detto – e invece è proprio vero. Da non dirsi, don’t you think? Tra tutte le cose che potevano mancare, si direbbe che una pagina sulle mie cose rappresentate dovesse essere l’ultima… E invece no. Sarebbe interessante mettersi a rimuginare di cecità selettiva, punti ciechi, cose che diamo talmente per scontate che nemmeno facciamo caso se mancano.

A voi capita mai, o Lettori? Che qualcosa sia talmente fondamentale nella vostra vita e nel vostro modo di pensare, che finite per considerarlo assodato e ovvio – non solo per voi, ma per tutti?

A parte tutto il resto, è apparentabile al rischio che si corre quando si scrive: noi sappiamo esattamente tutto quel che di non detto c’è dietro ogni singola parola. Lo sappiamo ancor più che esattamente, lo sappiamo in quel modo per cui a volte addirittura nemmeno sappiamo consciamente di saperlo. Non ci poniamo nemmeno il problema… Senza considerare che per il lettore non è necessariamente lo stesso. Ed è uno dei motivi per cui servono gli editor: un altro paio d’occhi che non danno per scontato quel che diamo per scontato noi scrivendo.

Ma mi sto perdendo per i prati, ed è inutile che cerchi giustificazioni: quando G. mi ha detto che la pagina non c’era, aveva tutte le regioni di stupirsi. Però adesso la pagina c’è: questa. E devo dire che metterla insieme è stato un interessante esercizio retrospettivo su quante cose e cosette sono andate in scena negli anni…

Consideratela un work in progress – un po’ perché conto di non avere affatto finito di vedere cose mie in scena, e un po’ perché la pagina in questione verrà arricchita un po’ per volta.

Intanto, non si può più dire che la pagina manchi. E grazie mille, G.!

Storia&storie · teatro

La Memoria in Scena

Quest’anno in Campogalliani attorno alla Giornata della Memoria abbiamo costruito un progetto più “lungo” del consueto – qualcosa che, tra gennaio e marzo, intreccia due testi diversissimi tra loro per tono, per idea, per origine. Diversissimi – eppure…

Da un lato c’è Processo a Dio, la spietata riflessione di Stefano Massini sulla domanda che, sotto molti aspetti, è La Domanda di tutta l’umanità.

Dov’era Dio, mentre tutto ciò accadeva?

“Dio è sotto processo da cinquemila anni,” dice il Rabbino Bidermann, in uno dei tanti momenti memorabili di questo dramma terso e tagliente. Non aspettatevi di uscire da teatro con delle risposte – e d’altra parte offrirne non è il mestiere del teatro. “Il posto delle domande è sul palcoscenico,” dice Jeffrey Sweet, “Ma le risposte si devono trovare in platea.” Ed è precisamente quello che fa la storia di Elga Firsch: solleva questioni vitali e potenti, e poi ci manda fuori scossi e pensanti. Il resto del lavoro è nostro.

Se non avete ancora visto Processo a Dio, c’è ancora tempo fino al 31: restano pochissimi posti – ma vale la pena di provare.

E poi ci sono le Donne di Ravensbrück, tratto dall’operetta-pastiche che l’antropologa francese Germaine Tillion scrisse per le sue compagne di blocco durante la prigionia nel campo di Ravensbrück… Un’operetta, sì. Perché di fronte all’orrore quotidiano, alla morte incombente, alla crudeltà insensata, Germaine e le altre si tenevano vive strappando al buio un sorriso, una canzone… Ne riparleremo più avanti, quando questo singolarissimo lavoro sarà pronto per la scena – ma per ora diciamo questo: il Processo e Ravensbrück, nella loro enorme diversità, si accostano alla perfezione. Non le due facce di una medaglia – perché la cosa è molto più complessa di così. Diciamo due tra le facce dello stesso prisma, piuttosto. E lavorare all’uno e assistere all’altro è stata (sta essendo) un’esperienza piena di fermenti e di commozione – e, una volta di più, di domande.

Ma anche un motivo di… ecco, è difficile parlare di ottimismo e di speranza a proposito di questo argomento – ma resta il fatto: attraverso le sue ore più buie, lo spirito umano continua a voler capire e a voler sorridere. L’umanità, o almeno parte di essa, non smette di pensare. E quindi, direbbe Cartesio, non smette di essere.

C’è consolazione in questo, non trovate?

scrittura · teorie · tradizioni

Prima che si chiuda il sipario…

E questa volta non inizierò il post con una stupefatta constatazione su come – oh dear! – sia già la fine di dicembre, di come gennaio sia già dietro l’angolo… no, stavolta non lo farò affatto.

Inizierò invece osservando come, d’abitudine, qui su SEdS si facciano bilanci e consuntivi alla fine di novembre, perché con novembre d’abitudine finisce il mio Writing Year. Dicembre è per le carole, il pudding, il piccolo artigianato natalizio, gli ospiti e la generale frenesia festiva… d’abitudine.

D’abitudine – ma non quest’anno.

Quest’anno si è scritto anche a dicembre: la dodicesima storia, cose per il teatro, altre faccende piuttosto promettenti, di cui spero potremo parlare presto… non che si sia scritto tutti i giorni – anzi: il mio calendario di scrittura ha tanti buchi che sembra colonizzato dalle talpe. Però si è scritto un po’, ed è più di quanto abbia scritto in dicembre da non so quanti anni a questa parte. Mi è piaciuto scrivere in dicembre? Ni… Non ho mai obiezioni a scrivere un po’ di più, sia chiaro – ma farlo in questa maniera “quando si può” mi mette un nonnulla d’ansia. O meglio: l’ansia non me la mette affatto scrivere “quando si può”: è non scrivere quando non si può che mi getta in qualche genere di sconforto… All else apart, avevo deciso di infilare in dicembre un ulteriore piccolo adattamento – e non l’ho fatto. Non ho nemmeno iniziato, nemmeno creato il file all’uopo in Scrivener. E badate, era una decisione del tutto irragionevole: non so come potessi pensare di farcela… A un certo punto è stato irrevocabilmente chiaro che non ci sarei mai riuscita e ho accantonato l’idea – il che è stato un anno di buon senso, ma non la più piacevole delle cose. Quindi non so dire come andrà l’anno prossimo – ma di certo, se mi deciderò per un altro Writing December, le cose andranno programmate meglio.

Per il resto… non posso nemmeno fare i conti con i buoni propositi di quest’anno – perché ai primi di gennaio ero talmente influenzata che non li ho nemmeno fatti. Si direbbe che per il 19 abbia navigato a vista.

A meno che non consideriamo un buon proposito le dodici storie – e allora ci siamo, perché le ho scritte. Tutte e dodici. Qualcuna meglio, qualcuna peggio – ma ci sono.

E non solo le storie, perché ho scritto con una certa intensità, quest’anno. La mia prima sceneggiatura cinematografica feature-length, che alla fine dei giochi è troppo, troppo, troppo lunga. Dovrò sfrondarla, o cambiare prospettiva in qualche modo, o trovare la maniera di ridurla a dimensioni accettabili. Ecco un’altra cosa da fare per il ’20.  E poi tre traduzioni/adattamenti – di varie dimensioni, di vari argomenti, da varie lingue – tutti destinati ad andare in scena nell’anno nuovo. Ne parleremo di volta in volta.

E poi c’è quest’altra cosa… non posso ancora scendere in dettagli – o a dire il vero non so se posso, ma diciamo che ancora non voglio… anche di questo parleremo ma, per farla breve, ho cominciato a mandare Là Fuori il mio romanzo, e ci sono stati sviluppi di natura inaspettata, e la cosa ha condotto a scrivere parecchio, e chi può dire che cosa abbia in serbo il fato capriccioso? Ecco – so che non è spettacolarmente chiaro – ma per ora mi fermo qui.

E non è come se potessi lamentarmi nemmeno del lato teatrale delle cose: una serie di commissioni andate a buon fine, la mia prima piccola regia autonoma in Campogalliani con Caramelle per la Piccina, il felice e richiestissimo ritorno sulle scene di Canto di Natale…

Un buon anno, nel complesso.

Se proprio volessi lamentarmi di qualcosa, potrei mormorare che sono uscita poco dalla mia zona di sicurezza. A meno di voler considerare escursioni i diversi racconti di ambientazione contemporanea nella mia dozzina di storie… so che non sembra – ma per me scrivere robe contemporanee è davvero poco confortevole. Nondimeno l’ho fatto, e più di una volta – e quindi, tecnicamente… ma non mi pare che basti. Bisogna far di meglio, non vi pare?

Otherwise, un buon anno, nel complesso. E voi, o Lettori? Soddisfatti del vostro Diciannove?

Adesso c’è questo Venti pronto da spacchettare… Anno nuovo, decade nuova. Ah well. Rimbocchiamoci le maniche e diamoci da fare!

 

grillopensante · libri, libri e libri · Natale · teatro

La Cinica (selettivamente) Redenta: una storia di Natale

C’era una volta una Clarina cui piaceva considerarsi cinica in fatto di Dickens.

In fatto di Canto di Natale in particolare… Oh, sia ben chiaro: CdN le piaceva proprio tanto, e lo rileggeva a ogni Vigilia, e non passava Natale senza guardarne qualche adattamento o rivisitazione, qualsiasi cosa passasse la televisione – e tutti sappiamo come va. Quindi sì, per la Clarina di cui parliamo, come per milioni di altre persone su questo pianeta, non era interamente Natale senza la tradizionale dose di Scrooge, Cratchit, Marley, Spiriti vari e compagnia cantante.

Nondimeno, questa cinica creatura, si compiaceva di essere emotivamente irricattabile. Sì, certo, gran bella storia – ma… resta sempre il fatto, si diceva la Clarina, che a smuovere davvero Scrooge è il terrore di quella tomba abbandonata, nera di fuliggine e licheni, senza nemmeno il resto di un fiore – la tomba che porta il suo nome. È tutta questione della terribile e solitaria morte mostrata dallo Spirito dei Natali a Venire, giusto? La generosità di Scrooge nasce prima di tutto dalla paura, si diceva (e diceva all’eventuale interlocutore) la Clarina – e quindi forse la storia non è poi così edificante: lasciamoci pur ricattare narrativamente a dicembre, ma non perdiamo di vista la fuligginosa natura delle cose e dell’umanità…

Ecco, queste erano le cose che la Clarina si diceva, e come ne era soddisfatta!

Poi… poi venne G., con l’idea di ridurre CdN per la scena. La pur cinica Clarina ne fu ben felice – perché negli anni aveva guardato e riguardato tutti quegli adattamenti, e più di una volta aveva rimuginato su che cosa avrebbe fatto al posto dello sceneggiatore di turno, ed ecco l’occasione. “Il mio Canto di Natale,” si disse la Clarina – e si mise a rimuginare, a tradurre e ad adattare.

Ed è inutile che vi dica che tradurre un testo crea un rapporto singolarissimo tra traduttore e storia, tra traduttore e parole. Non è più solo questione di leggere e rileggere: ci si convive, lo si assorbe, lo si filtra, lo si fa proprio nello sforzo di fare da tramite tra l’autore e il lettore – o, in questo caso, il pubblico. Un’altra lingua, un altro secolo, un colore e una consistenza speciali da rendere in un codice diverso… E per di più qui c’era la questione dell’adattamento teatrale, delle esigenze di una compagnia, di un palcoscenico, di una produzione… Tutta una serie di condizioni molto specifiche.

Insomma, la Clarina ci si mise di buzzo buono, produsse, consegnò, e se ne venne via con un diverso apprezzamento per la storia che pure aveva letto e riletto infinite volte fin dall’infanzia.

“Mi sono commossa,” scrisse G. dopo aver letto l’adattamento – e la Clarina se ne ritrovò inaspettatamente felice, e non diede nemmeno troppo ascolto al suo lato cinico che sussurrava “Ricatto emotivo, manipolazione deliberata delle sacche lacrimali…”

Dopodiché vennero le prove – e venne un Attore malconvinto che dapprincipio aveva l’impressione di trovare “pochino” nel personaggio di Scrooge. Era bidimensionale, diceva. Prima era cattivo e poi diventava buono – così! Suonava proprio come una versione teatral/interpretativa delle ciniche cautele di quando la Clarina era tanto cauta e cinica, nevvero? E, con sua lieve sorpresa, la Clarina si ritrovò a difendere strenuamente il personaggio e la storia. Lo spessore, ella disse, era tutto nel progressivo indurimento di Scrooge, da bambino solitario ad allegro apprendista, a rapace uomo d’affari – di rimpianto in rimorso… e lo speculare, progressivo ammorbidimento nel progredire della storia: allo Scrooge della prima Strofa, quello che non aveva rivisitato i suoi vecchi Natali né visto quelli altrui, non sarebbe importato poi nemmeno troppo di morire solo e illacrimato, giusto?

L’Attore guardò la presunta cinica con qualche stupore e non disse nulla al momento – ma poi rimuginò, maturò idee, lavorò di fino… quando arrivò la prova generale aveva ormai costruito un personaggio così complesso, così sfumato, così ricco, che la Clarina non finiva più di incantarsi. Era forse possibile che tutti avessero sottovalutato un po’ Dickens e la sua storia?

E finalmente venne il debutto, e vennero le platee piene, le liste d’attesa, le repliche aggiunte, gli applausi, gli occhi lustri e i sorrisi felici del pubblico… e ce n’era ben ragione, perché regista e attori tutti, e scenografi e costumisti e illuminotecnici – tutti avevano fatto meraviglie e magie. Tutto questo la Clarina lo vedeva succedere per lo più da dietro le quinte a sinistra, dove si occupava dei cambi veloci. Però tra un cambio e l’altro qualche volta si sporgeva nell’angolo del suggeritore a guardare di sguincio una scena o l’altra – e le pareva tutto molto bello.

Poi una sera, mentre sbirciava appollaiata su un angolo di sedia, con la colonna vertebrale ritorta e il collo tirato, si ritrovò un piccolo, piccolo nodino in gola. Era la scena in cui lo Spirito dei Natali Passati mostra a Scrooge i suoi tristissimi Natali di collegiale, e lui ricorda la consolazione dei compagni immaginari… e l’Attore che era stato dubbioso ora era così triste, così pieno di rimpianto e desiderio per quell’ombra di felicità immaginata e lontana…!

“Ma… che cos’hai lì, che ti brilla sulla guancia?” chiese lo Spirito – e avrebbe potuto chiederlo, in tutta pertinenza, alla Clarina rannicchiata nell’ombra dietro le quinte.

Perché la Clarina, vedete… la Clarina non era davvero più cinica in fatto di Canto di Natale. In altre cose senz’altro – ma non in quella. Non più. E quando, un anno più tardi, venne la ripresa, si scoprì che in platea non c’erano solo volti nuovi, ma molta gente che aveva già visto Canto di Natale e desiderava rivederlo. Perché rasserena, dicevano. Perché riscalda e commuove. Perché è edificante ed è bello… “È uno spettacolo che ha qualcosa di speciale,” disse un’Attrice – e aveva ragione.

E la Clarina, definitivamente conquistata, non più cinica e molto felice, fece un’ideale riverenza allo Spirito di Dickens – non senza desiderare di poter scrivere, un giorno, una cosa capace di illuminare occhi non ancor nati.

 

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Prometeo Ritrovato (e Letto)

Semmai ve lo chiedeste, il Roche è arrivato mercoledì scorso, per posta*, con un ISBN diverso da quello del Paulin… D’altronde credo che non si tratti della stessa edizione che ho cercato di procurarmi sull’Isoletta. Questa qui è stata pubblicata nel 1998 dai meravigliosamente nomati Bolchazy-Carducci Publishers, nell’ancor più meravigliosamente nomata Wauconda, Illinois – con le illustrazioni di Thom Kapheim e, a parte quelle e nonostante l’assenza di indicazioni in proposito, l’aria generale della riproduzione di un’edizione più vecchia.

Then again, a ben guardare, carattere e impaginazione hanno un’aria decisamente troppo agée per il 1962, quando uscì questa traduzione – per cui bisogna immaginare che da Bolchazy-Carducci (dove hanno per logo una civetta) siano amanti di un book-design ai limiti dell’antiquario – illustrazioni a parte.

Il Paulin, detto per inciso, è tutt’altra faccenda: Faber & Faber, 1990, liscio e moderno in ogni aspetto… Il che, a voler vedere, rispecchia bene i rispettivi contenuti: Paulin non ha tradotto quanto reinterpretato, tenendo storia e personaggi, ma spostando l’ottica e la rilevanza (e di conseguenza il linguaggio) in un mondo che con le preoccupazioni di Eschilo non ha molto a che fare… o forse sì, in quella maniera in cui certe cose non cambiano attraverso i millenni… diciamo che Paulin si serve del Prometeo di Eschilo per esplorare faccende di tutt’altro tempo. Non del tutto la mia tazza di tè, forse – ma estremamente interessante.

Soprattutto leggendolo a fronte del Roche, che è cavallo d’altro colore. Roche (nato negli anni Venti e cavaliere di San Lazzaro) traduce in una maniera fluida, musicale, intensa – e francamente bellissima. Also, è il genere di traduzione che si preoccupa di gettare ponti attraverso i millenni tra l’Atene dell’Età d’Oro e un pubblico moderno, non in fatto di contenuto, ma di linguaggio: è di un mondo antico che parliamo, o Lettore/spettatore – ma non alieno. Immagino che su un palcoscenico debba essere una meraviglia… e immagino anche che adesso mi metterò a caccia per scoprire dove, come e quando sia stata messa in scena. Tra l’altro, nelle appendici, Roche aggiunge “Qualche Nota sulla Produzione”, che non ho ancora raggiunto se non di sfuggita, ma sembra un buon posto da cui cominciare.

Perché il punto è che questo Prometeo Incatenato è uno dei miei (non sempre ragionevolissimi) sogni registici – e la traduzione di Roche è il genere di testo su cui mi piacerebbe lavorare, il giorno in cui… Il Paulin è tutt’altro: un testo che non mi sognerei mai di usare, per non parlare di una certa frenesia di attualizzazione (la divagazione femminista a proposito di Io?)… però è interessante come esplorazione della rilevanza contemporanea di Prometeo – e verrà buono a sua volta e a suo modo il giorno in cui…

E quindi, ecco. La storia è giunta a termine per ora. I libri sono qui, i misteri sono risolti, le idee sono annotate. Ulteriori sviluppi? Ne riparliamo tra qualche anno.

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* In busta aperta, presumo ispezionata e richiusa con il nastro adesivo… Yes well – gente sospetta, questi lettori di Eschilo transatlantici…

Natale · teatro

Di Genesi E Di Auto-Adattamenti

ChJoyChristmas Joy, che è andato in scena giovedì scorso – e del quale per ora non ho nemmeno una foto –  l’avevo scritto già nel 2011 e poi, per una serie di circostanze, era stato accantonato fino al debutto del 2014. Nel riprenderlo in mano per Storie Sotto l’Albero mi sono ricordata che scriverlo era stata un’esperienza interessante.

Hic Sunt Histriones mi aveva richiesto una piccola cosa natalizia in termini molto stretti – per una serata benefica, tanto per cambiare. Prima avevo detto di no*, poi lottato per qualche giorno con i sensi di colpa, poi deciso che potevo fare almeno un tentativo. Avevo trovato trovato e scartato un paio di pur promettenti idee** e infine mia madre se n’era uscita con questo: “Perché non adatti qualche racconto natalizio? Ne hai scritti – puoi fingere di no, ma so che ne hai scritti, because I’m your mother, and I know.”

Naturalmente aveva ragione. Non trovate irritante la maniera in cui le madri tendono ad avere ragione? Per cui pescai dalle più buie profondità del mio disco rigido un racconto scritto – pensate un po’ – sotto Natale 2000, e mi applicai al compito di farne un atto unico miniature della durata di una ventina di minuti – scarsi.

E per prima cosa constatai (con una certa soddisfazione, lo ammetto) che diciotto anni fa scrivevo già storie provviste della canonica dotazione di 1 Inizio, 1 Mezzo e 1 Fine. So far so good.

E c’erano anche personaggi che volevano qualcosa e non potevano averlo, e un’ambientazione passabilmente insolita, e un lieto fine che, pur non inaspettato, era in carattere con la natura natalizia della storia***… Tutto bene, allora?

No. Tutt’altro. CJ2b

Tutt’altro, per una duplice serie di motivi. Serie numero uno – di ordine pratico: avevo richieste molto specifiche riguardo a che genere di personaggi mettere in scena – e le richieste non corrispondevano affatto alla popolazione originaria del racconto.

Serie numero due – di ordine narrativo: considerando le variazioni di personaggi, mi resi conto che c’era spazio per una buona dose di conflitto in più. Di fronte ai personaggi che volevano qualcosa senza poterlo avere, infatti, c’erano i supposti protagonisti, che di per sé volevano solo aiutare i primi… ma se avessero avuto qualcosa da ottenere a loro volta?

E così, per una combinazione di necessità della compagnia e necessità narrative, ai tre cugini adulti del racconto si sostituirono un padre inacidito dalla recente vedovanza e le sue due figlie alle prese col primo Natale senza mamma. A parte tutto il resto, l’appeal universale degli orfani è cosa nota, giusto?

Quindi, all’improvviso mi ritrovavo persino con due archi narrativi, anche se uno era un archetto molto dipendente dalla risoluzione dell’altro – e tuttavia complessità aplenty, per una ventina di minuti.  E proprio sulla ventina di minuti emerse un’ulteriore magagna. Nel racconto i personaggi col problema originario (chiamiamoli Gruppo B) erano degli estranei, e le loro motivazioni, circostanze e precedenti andavano spiegati in una situazione che Jeffrey Sweet definirebbe di Low Context. Vale a dire, semplificando, che i personaggi del Gruppo A non potevano saperne nulla, a meno di esplicite e dettagliate informazioni. Di nuovo, il Low Context non è un male di per sé, ma richiede molto più spazio e lascia poco margine per il sottotesto – al contrario di tutto ciò che si può implicare fra personaggi che si muovono su terreno comune, ovvero in situazione di High Context.

Ragion per cui i visitatori del Gruppo B furono promossi da estranei a conoscenti, e il problema trasferito da un paesetto mai sentito nominare prima al paesetto in cui vivevano entrambi i gruppi, liberandomi dalla necessità di condensare al massimo un sacco di informazioni mantenendole comprensibili. Il fatto poi che tra tutto ciò che si poteva implicare tra compaesani ci fossero accenni alla morte della madre e alla situazione conseguente, era tutta glassa sulla torta.

CJ3bInfine, per questioni di ritmo, contrassi tutta la vicenda nel giro di tre giorni – anziché in un paio di settimane – e cambiai la maggior parte dei nomi inglesi in altri meno impronunciabili.***

Alla fine l’atto unico (miniature) era solo vagamente imparentato con il racconto da cui ero partita, ma era molto più teatrale. Per quanto il racconto non fosse male in partenza, la storia si era fatta più solida dal punto di vista narrativo, il ritmo era tutt’altra cosa, i personaggi avevano motivazioni più impellenti… Sono certa che, se adesso facessi il percorso inverso e adattassi l’atto unico in racconto, ne uscirebbe qualcosa che funziona molto meglio dell’originale. Anzi: pensandoci bene, non è detto che non lo faccia.

Morale 1: nel corso degli anni s’impara – e per fortuna. Morale 2: il Test del Palcoscenico può davvero fare miracoli per una storia: se dovessi portarla in teatro, funzionerebbe? E se no, perché? Morale 3: non ho mai più guardato allo stesso modo gli adattamenti cinematografici dei libri e le libertà che gli sceneggiatori si prendono.

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* “Non ho tempo, davvero, non ho tempo… già così vado a dormire alle quattro del mattino. Non ci sto dietro. Mi dispiace, davvero, ma questa volta è no. Dovete dirmelo prima, non è come mettere gli ingredienti nel forno e tirar fuori la torta…” Sono sicura che avete un’idea.

** Promettenti ma tristi. Che posso farci? Il Natale m’ispira storie dallo strappacuore al semitragico. Che in linea generale potrebbe anche non andare del tutto male, se non fosse destinato a un pubblico di famigliole a metà dicembre…

*** E sì: è ambientato in Inghilterra. Dite la verità, da me non ve lo sareste mai aspettato, vero?

 

teatro

Gloriosamente Melodrammatici

RignoldHenryVAvere una riconosciuta ossessione per Marlowe, Shakespeare e tutto ciò che è elisabettian/teatrale significa, tra molte altre cose, che amici, parenti e conoscenze superficiali, quando inciampano in qualcosa di pertinente, lo fanno rotolare verso di me…

Come questo vecchio post su Atlas Obscura, con una collezioncella di quelli che l’articolista definisce “gloriosamente melodrammatici ritratti di attori shakespeariani ottocenteschi”, provenienti dalle favolose collezioni digitali LUNA della Folger Library*. Come questo qui a destra, che mostra George Rignold en Enrico V.

Erano ritratti pubblicitari, da mandare alla stampa e da distribuire autografati – e sì, sono alquanto melodrammatici – un po’ perché riflettono le convenzioni teatrali di un’altra epoca, e un po’ perché si suppone che rappresentino e concentrino in una singola immagine l’idea riconoscibile di un personaggio, o addirittura di un’intera opera. Quello che vediamo non è una scena specifica o un singolo momento, ma una specie di condensato di un’interpretazione: personalità e personaggio fusi e cristallizati come un moscerino nell’ambra.

Guardate per esempio Ellen Terry – che non ci lascia nessun dubbio su quale pericolosa signora scozzese stia interpretando, o l’Amleto armato e dubitante (To kill or not to kill…), o lo Iago infido, o la Giulietta sospirosa… Non so voi, ma io sono affascinata da questi cimeli di un’epoca in qui il realismo era l’ultima preoccupazione di attori e registi – e men che meno quando si trattava di Shakespeare, che si circondava sempre di un’aura particolarmente aulica. Ed è anche interessante osservare quali elementi, quali atteggiamenti ed espressioni l’attore e lo scenografo sceglievano per rendere immediatamente riconoscibile il loro soggetto.

Glorioso melodramma e marketing – back in the day.

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* Un altro di quei meravigliosi e-posti in cui si sa quando si entra e non quando si esce… Una grotta del tesoro, davvero. Fateci un salto.