cinema

Jamaica Inn & La Nemica

Ok, altro vecchio film in bianco e nero. Altro Hitchcock pre-Hollywood.

Jamaica Inn è del 1939, con Charles Laughton e una giovane Maureen O’Hara, ed è (liberamente) tratto da un romanzo di Daphne DuMaurier – una storia in costume di naufragi e omicidi sulle tempestose coste della Cornovaglia.

Quanto liberamente, e come Hitch e Charles Laughton collaborassero son cose di cui magari parleremo prima o poi, perché la storia dell’adattamento cinematografico è divertente.

Per ora, qui ci sono i titoli di testa:

E siccome è una domenica agostana calda e afosa da non dirsi, e chiudersi in casa con il condizionatore acceso potrebbe non essere la peggiore delle idee, qui trovate tutto il film.

Buona domenica!

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E in ricordo di G. – che i film in bianco e nero li collezionava con passione – mettiamoci anche il suo prediletto La Nemica, in origine una pièce teatrale di Dario Niccodemi, da cui nel 1952 Giorgio Bianchi trasse un film. La Nemica ha un finale melodrammaticissimissimo, e G. si aspettava proprio che mi ci commuovessi, come lui faceva ad ogni ripetuta visione. Io, non so se per durezza d’animo o contrariness, anziché commuovermi… er. Avete presente Oscar Wilde, secondo il quale bisognava avere un cuore di pietra per leggere la morte della dickensiana Little Nell senza ridere? Ecco.

G., più o meno scherzosamente, non mi perdonò mai – e io arrossisco ancora in proposito.

scribblemania · teatro · Vitarelle e Rotelle

Scrivendo Teatro: Dieci Considerazioni Di Ordine Pratico

Sì, lo so: ve l’ho già detto ieri sera.

Ho fatto un PB apposta per mettervi a parte del fatto che ho finito il mio play-che-non-è-un-play.

Quindi questo post non è un annuncio, però contiene un po’ di considerazioni in fatto di scrittura, stupidità generale, piccole perfezioni, scoperte, Pinterest, le morte stagioni e la presente e il lavello di cucina.

Cominciamo?

1) Una volta di più, non c’è niente di basso, materiale e meschino nelle commissioni – anzi. Non solo le commissioni non sono il Male, ma nella maggior parte dei casi offrono magnifiche possibilità. Vi si chiede di scrivere qualcosa su cui non siete certi di avere granché da dire, o su un argomento a cui non avete mai dedicato molta ginnastica neuronale, o in un genere/campo che non v’interessa molto o non vi piace nemmeno granché*… Voi accettate per una o più buone ragioni e poi, o mentre ci strologate su o mentre state già scrivendo, vi albeggia in mente che diamine! questa è l’occasione per parlare di quel tema che avevate in mente da tempo, o per esplorare quella tale tecnica, o per introdurci quel personaggio che v’intriga ma non avete mai saputo dove piazzare… E in linea di massima, più credete di essere fuori dalle vostre corde, più scoperte fate.

2) Parallelismi, simmetrie, giochi di prospettiva, tagli inattesi, specularità, rifrazioni, strati di sottotesto e complessità strutturali e concettuali di varia natura non sempre si presentano al primo appello. Però in compenso si divertono un mondo a saltare su a danze iniziate – proprio dove servivano, proprio dove nemmeno sapevate di volerle, e perfette oltre ogni dire. E sì, lo so, è il subconscio che lavora per bene, e se dice che ci vuole Salgari è molto probabile che abbia ragione, per poco che a me Salgari piaccia. Sto imparando a lasciarli fare a lui, gli inviti.**

3) Al mare si scrive bene. Ma proprio bene. O forse era solo questione di essere via da casa per qualche giorno. Perché mi rendo conto che è perfettamente ridicolo scapicollarsi a scrivere “via” da un’enorme casa fresca, silenziosa e provvista di un’abbondanza di alberi… e però non c’è niente da fare. Qui non riesco a nessun patto a scrivere come ho scritto al mare. Be’, c’è sempre il problema di Internet, che è un pozzo di informazioni e una dannazione al tempo stesso. Ma c’è anche la vita quotidiana che fa del suo meglio per sconfinare. E magari non è che al mare non riesca a raggiungervi, ma non ci riesce altrettanto bene.

4) Quando ho cominciato a rimuginare questo progetto, una delle prime cose che ho fatto è stato di creare una bacheca su Pinterest. E sì, l’avevo già fatto in precedenza, ma questa volta ha funzionato meglio. Non so se ho lavorato meglio io o se il progetto fosse più adatto, o se abbia trovato immagini migliori – ma fatto sta che è stata utile. Quanto meno, alcune idee da decenti a buone sono zampillate mentre appuntavo immagini, suggestioni, colori e l’occasionale citazione. Il che, a ben pensarci, è un terrificante alibi per la peggior forma di procrastinazione – quella che vi dà l’impressione di fare qualcosa di non del tutto inutile – but still.

5) Sono, sappiatelo, sei tipi di idiota. Sei tipi misti assortiti. E la cosa peggiore è che non imparo mai. Domenica pomeriggio, in un momento di idiozia pura, sono riuscita a cancellare 5500 delle 8000 e qualcosa parole della seconda stesura. Lo ripeto: avevo quasi finito la seconda stesura e ne ho cancellato più di due terzi. Non sono ancora praticissimissima di Scrivener, e quindi non so nemmeno troppo bene come ho fatto – il che è allarmante in un modo tutto suo – però mi si dice che potrei lavorare per i Servizi, perché come cancello del testo io non è cosa di tutti i giorni. E naturalmente non è come se avessi fatto il backup. L’ultimo risaliva al completamento della prima stesura… Immaginatevi: gloom, doom, despair, furore tremendo, riscossa, pasti saltati, notti in bianco, improperi&imprecazioni, molte ore di duro lavoro, et multa caetera similia. Per fortuna ho una famiglia comprensiva e una buona memoria. 
Adesso come adesso salvo continuamente e faccio backup due o tre volte al giorno, ma mi conosco: quanto durerà? Sei tipi d’idiota, remember? E dei sei, almeno uno è l’idiota patologicamente recidivo.***

6) A un certo punto, dando la caccia a una citazione, ho finito col rileggere le prima sessanta o settanta pagine di Lord Jim. E, come tutte le volte, mi ha bouleversée. Cosicché all’avvilimento dovuto all’incidente del n° 5, si è aggiunta una di quelle crisi, sapete come funziona: Che Diavolo Credo Di Fare? Come Se Potessi Mai Pensare Di Raggiungere Questi Vertici Di Intensità E Finezza – O Almeno Qualcosa Di Simile! E dopo sapete come prosegue: ci si grogiola un pochino  in una crisi di Dubbi, ci si fa un’altra tazza di tè, ci si rannicchia nella poltrona adatta, a sospirare semitragicamente con la tazza di tè in mano e la musica adatta. E la musica è importante, perché quando raggiunge il suo climax, ci si morde un labbro, si appoggia la tazza, si riprende il computer e ci si rituffa nel duro lavoro.

7) Musica, dicevo. Ah, la musica adatta. Sono abbastanza abituata ad ascoltare musica mentre scrivo, ma stavolta – come per Pinterest – per qualche motivo ha funzionato meglio del consueto. Una combinazione di Debussy, Vaughan-Williams, Britten e Roylance. Tutto molto marinaro, tutto molto appropriato. Ha fatto da sfondo, da luci e da musica di scena per le prove nel Teatro Immaginario. E non credo proprio che la cosa avrà alcun seguito pratico quando il play andrà in scena per davvero, ma fa parte di quelle cose che non vanno tradotte tra la pagina e il palcoscenico. E anzi, forse vale la pena di chiarire che…

8) Il Teatro Immaginario non è un’eccentricità – e, per una volta, nemmeno una forma di procrastinazione. È una tecnica che personalmente trovo piuttosto efficace, e che consiste nel immaginare in scena quel che si scrive. Immaginarlo nel modo più concreto possibile, completo di voci, regia, luci, costumi e, se del caso, musica. Tenendo ben presente che, nella maggior parte dei casi, poi non è affatto così che succederà. E per lo più è un bene. Oh, e funziona molto bene anche con la narrativa – per la quale si può scegliere tra teatro immaginario e cinema immaginario.

9) Per andare da Oràtow (nell’Ucraina polacca) a Marsiglia nel 1878, usando una combinazione di carrozze e treni, si impiegavano cinque o sei giorni. A scoprire che per andare da Oràtow (nell’Ucraina polacca) a Marsiglia nel 1878, usando una combinazione di carrozze e treni, si impiegavano cinque o sei giorni si possono impiegare parecchie ore ma poi, internet essendo ciò che è, ci si arriva. Il guaio è quando ci si accorge, dopo averci impiegato tutte quelle ore, che la battuta che contiene l’informazione appesantisce inutilmente il dialogo. Non serve. E vi dite che avreste potuto pensarci prima di impiegarci tutte quelle ore, e che adesso lo sapete ed è un peccato non metterne a parte il pubblico… Ma in realtà al pubblico non interessa un bottone sapere quanto ci si mettesse ad andare da Oràtow a Marsiglia nel 1878. Al pubblico interessa che i dialoghi funzionino bene – o, più ancora, il pubblico si accorge benissimo di quando l’orario ferroviario interferisce con il funzionamento dei dialoghi. E allora si taglia spietatamente la battuta e si mette da parte la durata del viaggio. Magari servirà altrove. Magari nell’altra versione…

10) Quale altra versione, o Clarina? Eh… Il fatto si è che questo play non è davvero un play. Serve per una lettura drammatica e, di conseguenza, è molto parlato. Però questa storia potrebbe essere raccontata molto diversamente, con abbondanza di Cose Che Accadono In Scena. È il motivo per cui, dopo avere finito la mia prima stesura, mi sono messa di buzzo buono e, in un giorno, ho buttato giù tre scene complete di… be’, di un’altra versione. Una versione in cui le Cose Accadono In Scena. Segno che, come tende ad accadermi, con questa storia non ho ancora finito.

Però ho finito per il momento. Così ieri sera ho festeggiato con un gelato a lume di lanterna (una lanterna decorata a velieri), e poi ho riguardato il musical de Le Due Città, just because. Adesso lascio riposare per qualche giorno, poi dò un’ultima lucidatina e poi consegno alla compagnia.

Ed è allora che il gioco comincia per davvero…

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* Quest’ultimo non era assolutamente il caso, stavolta, ma è capitato.

** Essì, insalata di metafore. Non è come se stanotte avessi dormito un numero sufficiente di ore…

*** Magari una volta o l’altra vi racconterò le mie catastrofi miliari.

anglomaniac · gente che scrive

Il Mondo Immaginario Di Emily Brontë

emily brontë, cime tempestose, gondal, angriaIeri Emily Brontë avrebbe compiuto 195 anni.

Singolare personaggio, Emily Jane. A voler dare retta alle teorie di Mortella ne Il Ferro, non sembra nemmeno nata d’estate. Chissà se sia almeno nata di notte…

Terza dei quattro giovani Brontë sopravvissuti all’infanzia, Emily era selvatica, ferocemente riservata e ostinata oltre ogni dire.

A scuola rimase ben poco, seguì Charlotte a Bruxelles con scarso entusiasmo e non si adattò mai alla vita da istitutrice come le sue sorelle. Alla fin fine, voleva soltanto starsene a casa, occuparsi della grigia casa parrocchiale ed essere libera di scrivere, camminare per la brughiera ventosa e immaginare le sue storie.

In questo era maestra.

Se fu il fratello Branwell a dare inizio al gioco dei Giovanotti e alle storie di Angria, il mondo immaginario destinato a diventare la base di tutta la produzione letteraria dei Brontë*, una Emily ancor bambina proclamò la sua indipendenza creando per sé e per la piccola Anne Gondal, un altro regno di isole e colonie, con la sua dinastia reale, i suoi personaggi e i suoi intrighi.

Dalle lettere, dai ricordi e dai minuscoli libricini che i quattro bambini scrivevano, si deduce che Branwell e Charlotte guardarono dapprima con qualche sufficienza al mondo immaginario delle sorelline. Emily e Anne continuarono imperterrite, e col tempo tra i due regni si istituirono contatti diplomatici, matrimoni dinastici, l’occasionale intrigo…

Col passare degli anni, Angria declinò man mano che Charlotte e Branwell perdevano interesse. Per Gondal la faccenda andò diversamente, perché a tenerlo vivo c’era Emily, la cui produzione poetica è tutta di argomento gondaliano, e che non smise mai di immaginare – anzi, di vivere le sue storie…

Gondal, a differenza della colonia africana di Angria, era un luogo di brughiere, di nebbie e di vento, circondato da mari sempre tempestosi. Mare a parte, Emily aveva solo bisogno di uscire di casa per ritrovarsi nei paesaggi delle sue fantasie. E che lo facesse spesso e fino in età adulta è testimoniato dalla pagina di diario che racconta il viaggio a York delle due più giovani Misses Brontë. Emily non dice quasi nulla della città. Per lei la cosa importante era il make-believe che aveva occupato tutto il viaggio in treno: lei e Anne avevano giocato ad essere un gruppo di principi e principesse in fuga per raggiungere i realisti in piena guerra civile…

I Gondaliani prosperano più che mai, concludeva Emily.emily brontë, cime tempestose, gondal, angria

Nello stesso periodo, Anne lamentava la triste decadenza di Gondal – ma ciò non le aveva impedito di lasciarsi trascinare da Emily nel gioco.

Chissà se fosse anche questo pervicace attaccamento al mondo segreto della loro infanzia a guadagnare a Emily l’adorazione delle sorelle: Anne che l’avrebbe seguita ovunque, e Charlotte che in Shirley le dedicò un ritratto idealizzato, pieno di affetto e ammirazione. “Emily come sarebbe stata, se avesse potuto godere dei privilegi della nascita e del denaro.”

E non era soltanto questione di una personalità fiammeggiante e di un’immaginazione inesauribile. Charlotte era perduta in ammirazione del genio letterario di Emily, che considerava la migliore scrittrice della famiglia. Ed è vero che le poesie di Emily traboccano di forza e carattere, e che Cime Tempestose è un romanzo difficile da ignorare.

emily brontë, cime tempestose, gondal, angriaNon so voi, ma personalmente detesto di cuore tanto Heathcliff quanto Cathy, trovo l’ambientazione oppressiva e la trama melodrammatica e un filo morbosa. Di nuovo: non so voi, ma per trovare qualcuno con cui simpatizzare devo andare a pescare il povero Edgar Linton. Eppure – eppure. C’è una forza nella narrazione, un’efficacia vivida nei personaggi e nelle descrizioni… Tutto si può dire di questo libro, ma non che sia insipido. E badate: non fatevi ingannare dall’ambientazione che sembra inglese. O meglio, lo è – ma in realtà il vento, le brughiere, gli estremi, gli spettri, gli zingari tormentati & fascinosi, e il melodramma arrivano tutti da Gondal.

Si può dire che in tutta la sua vita Emily Jane non abbia mai messo piede fuori da Gondal.

Dopodiché, la sua forte personalità aveva un sacco di tratti men che attraenti. Come il sereno egoismo che le consentiva di vivere imperturbata nel suo mondo immaginario nel mezzo delle peggiori catastrofi famigliari. Come il suo furioso aggrapparsi all’anonimato coperto dallo pseudonimo di Ellis Bell ben dopo che la verità era stata scoperta. Come l’inflessibile rifiuto di curare – o anche solo di ammettere la malattia che la stava uccidendo, incurante del dolore delle sorelle e del padre.

Emily aveva passato tanto del suo tempo a ignorare la realtà che probabilmente l’aveva persa di vista – insieme alle persone che le erano (o avrebbero dovuto esserle) care…

Appena prima di morire, trovò l’energia di bruciare la maggior parte delle sue emily brontë, cime tempestose, gondal, angriapoesie inedite e (forse) il manoscritto del romanzo su cui (forse) stava lavorando. E così se ne andò trentenne, per rimanere autrice di un solo romanzo e una manciata di versi, la ragazza delle voci nella brughiera, una delle sorelle di Charlotte, brusca e ostinata fino all’ultimo – e fino all’ultimo immaginandosi principessa in esilio tra le brughiere spazzate dal vento.

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* Oh sì: dei Brontë. Esiste anche una produzione del povero Branwell. Magari ne parleremo…

Anno Verdiano

Librettitudini Verdiane: Il Corsaro

Il Corsaro è un’opera scritta per ripicca.

Dovete saper che nel ’45 l’editore Ricordi aveva lasciato pubblicare sul suo Corriere Musicale di Milano una recensione men che benevola della Giovanna d’Arco. Verdi, in a dreadful miff, se ne andò dalla bieca concorrenza, l’editore Lucca, e firmò un contratto per due opere da rappresentarsi a Londra e Roma nel ’47 e ’48 – con cast di prim’ordine.

giuseppe verdi, il corsaro, byron, francesco maria piaveEd ecco che, a Masnadieri archiviati (e non strabene), Lucca si rifà vivo. E Verdi gli propone con entusiasmo il byroniano The Corsair. Sia chiaro che l’entusiasmo era tutto per il drammone – storia iperromantica di vendetta, amore & morte, popolata di pirati tragici, emiri malvagi, fanciulle greche e almee pugnaci – e niente affatto per l’editore, l’esosissimo e indelicatissimo sig. Lucca. Avendo avuto tempo di pensarci su, non è improbabile che Verdi si fosse pentito di essersi legato a un soggetto del genere per far dispetto a Ricordi, ma tant’è.

E sapete a chi si rivolge per il libretto? Non a Maffei, dopo il mezzo disastro dei Masnadieri, non a Solera, indignato ed esule in Spagna, e nemmeno a Cammarano – bensì il povero e bistrattato poeta-gatto Piave… E per qualche motivo che non so, nelle lettere Verdi è raddolcito. Sì, be’, raddolcito quanto può esserlo il Terribile Giuseppe (Stai diventando matto? […] Va, va a curarti all’ospedale!), ma abbastanza da apprezzare per iscritto il libretto, che definisce “verseggiato con pù cura del solito” e fatto con amore…

E no, non doveva essere facile lavorare con Verdi… Ma d’altra parte è chiaro che con Piave ci voleva pazienza. Quel che si può dire a favore di questo libretto è che è fedele a Byron – molto più di quanto si fosse preoccupato di essere il librettista della precedente versione operistica di Pacini, per esempio… Ma per il resto…

Andiamo a incominciar, e vedrete da voi.

Atto Primo

Siamo su un’isola dell’Egeo dove, all’ombra di una torre bisantina (sic), un coro di corsari si compiace della propria ferocia, concludendo:

Su godiam! ne’ ci caglia che il sangue
Dalla destra vittrice ne grondi,
L’allegria delle tazze confondi
L’imprecar del nocchiero che muor.giuseppe verdi, george gordon byron, il corsaro, francesco maria piave

Non adorate la gente che, all’opera, gongola di quanto è malvagia? Ma questa gente senza complicazioni è capitanata, come da tradizione da un giovanotto di voce tenorile, molti tormenti e animo tempestoso: Corrado, il corsaro eponimo, approva la foga dei suoi ma, quanto a lui, ha della furia da smaltire nei confronti dell’umanità tutta.. Perché, vedete, dapprincipio tutto pareva sorridergli…

L’aura, la luce, l’etere
E l’universo intero…

Essì: aura, luce, etere, universo… Capite che cosa intendo quando dico che con Piave ci voleva pazienza? Ad ogni modo, poi si direbbe che le felici premesse di Corrado si siano un nonnulla guastate, perché adesso lo ritroviamo esule e livoroso nell’Egeo. Che gli è successo? Non si sa. Chi era prima? Mistero. Chi l’ha esiliato? Non lo sapremo mai. Ci basti sapere che Corrado intende dare addosso agli Ottomani più vicini – per lo stupito entusiasmo dei suoi.

E non so se lo sbalordimento generale per il fatto che sarà Corrado in persona a guidare il blitz sia quanto di più lusinghiero per le qualità eroiche d’un tenore – but never mind, e spostiamoci invece nella torre bisantina, dove ha le sue stanze (con vista mare) la bella Medora, soprano e amante del Nostro.

giuseppe verdi, george gordon byron, il corsaro, francesco maria piaveOra, Medora è una di quelle donne che non sanno star da sole, e se la canta accompagnandosi con l’arpa. Oh, come si sente sola! Oh, come si sente triste! Oh, come vorrebbe morire piuttosto che starsene senza Corrado! Oh, come sarebbe meglio giacere nell’avello pianta da lui, piuttosto che vivere in sua assenza…

Figurarsi quando lui arriva soltanto per dirle che è in partenza. Segue una certa quantità di suppliche. E dov’è che vai? E perché vai? E resta, e bada che se te ne vai potresti non trovarmi al mio ritorno, perché potrei morire prima…

E francamente, nessuno di noi sa biasimare Corrado che si districa e va per la sua strada.

Medora sviene, noi le attribuiamo la palma della più insulsa eroina verdiana so far, e il sipario cala.

Atto Secondo giuseppe verdi, george gordon byron, il corsaro, francesco maria piave

Ci siamo spostati in una deliziosa stanza nell’harem di Seid. Dove siamo? A Corone. Chi è Seid? Il locale Bascià (sic), chiaramente l’Ottomano più vicino – nonché l’innamoratissimo padrone della schiava cristiana Gulnara. Gulnara in realtà detesta Seid, e non ne vuole sapere dei veli trapunti di gemme che un coro di odalische cerca di infilarle addosso…

E tuttavia, non è come se avesse molta scelta, povera ragazza. Quando arriva un Eunuco Nero ad annunciare che…

Seide celebra – con gioia e festa
Una vittoria – che egli otterrà,

e che la sua presenza è richiesta, Gulnara può solo portarsi dietro le odalische:

Verrò… voi pure – con me verrete.
Al suo comando – s’ubbidirà.

E le seguiamo anche noi, sulla riva del porto, dove gli Ottomani stanno… er, festeggiando preventivamente l’arrivo di Corrado e compagnia.

Mostriamci e l’infesta
Ciurmaglia cadrà.
Tremate, o corsari!
Su voi fulminando
L’invitto suo brando
Seid graverà,

sghignazza il coro – e a noi vien da dubitare che il fidato messaggero greco del primo atto non fosse poi così fidato…

Entra Seid che, con voce di baritono, scioglie qualche strofetta in lode di Allah. L’entusiasmo del coro è interrotto dall’arrivo di uno schiavo che annuncia un dervis (sic) sfuggito ai corsari e ansioso di favellare al Bascià.

giuseppe verdi, george gordon byron, il corsaro, francesco maria piaveE il dervis è… rullo di tamburi… Corrado travestito!

Seid lo interroga con una certa asciuttezza:

Onde, o Dervis?
E dove preso, e quando?
Chi t’ha salvato?

E il finto fuggitivo dice di non sapere nulla, di non avere visto nulla, di non avere alcunché d’interessante da dire… Seid potrebbe insospettirsi, non fosse che, proprio in quella, scoppia un incendio tra le navi ottomane ancorate nel porto.

A Seid pare che il dervis gioisca un nonnulla troppo* e ordina di catturarlo e tosto ridurlo in brani, ma Corrado getta mantello e cappuccio, si rivela, suona il corno, incita i suoi prodi, e quelli arrivano brandendo le spade e ricacciano indietro gli Ottomani.

A che è servita la mascherata di Corrado? Mah… Perché i corsari dovevano aspettare il suo segnale? Boh… In Byron la scena aveva qualche senso, ma Piave ha tagliato qualche angolo. giuseppe verdi, george gordon byron, il corsaro, francesco maria piave

Oh well. Mentre la battaglia infuria, la preoccupazione prima di Corrado sembra essere quella di salvare le donne dell’harem. E mentre i corsari se ne fuggono portandosi dietro le odalische (incidentalmente, Corrado ha beccato proprio Gulnara), ecco che arriva Seid alla riscossa, con un sacco di Ottomani.

I corsari si devono arrendere, e Seid promette vendetta tremenda vendetta, e vi riporto un paio di quartine, perché sì:

Audace cotanto – mostrarti pur sai?
Vedremo, superbo, – vedrem se potrai
Nell’ora suprema – la sorte tua estrema
Con ciglio securo – mirare, incontrar.

E questo era Seid, cui Corrado risponde:

Pei vili tuoi pari -tremenda è la morte,
Ma chiusa è al terrore – quest’anima forte.
Vedrai se il tormento – mi strappa un lamento
Quel gaudio infernale – non devi gustar.

E insomma, i corsari mugugnano, il coro ottomano esulta, le odalische sono impressionate e Gulnara… ah, Gulnara si innamora sul campo del fiero, audace e cavalleresco Corrado.

Tanto è vero che, quando Seid promette a Corrado e ai suoi ogni genere di terribili e innovative torture, la ragazza guida le odalische in un piccolo coro di supplica. Non che serva a nulla, ma ci hanno provato – per la scarsa soddisfazione di Seid.

E sipario!

Atto Terzo

giuseppe verdi, george gordon byron, il corsaro, francesco maria piaveSeid, l’abbiamo detto, non è contento. Ha un paio d’occhi, e ha visto come Gulnara guarda il prigioniero… tant’è che la fa chiamare e, per metterla alla prova, le annuncia l’intenzione di suppliziare Corrado…

“Ma, o Clarina, lo sapeva già!” odesi dal loggione.

E bisogna pensare che si fosse distratta, perché nell’entrare, per prima cosa, chiede a Seid se ha vinto…

“Ma, o Clarina, c’era anche lei!” esclamasi ancora lassù in piccionaia.

E lo so. Prendetevela con Piave, volete? Con Piave che, quando Gulnara suggerisce che forse varrebbe la pena di tener vivo Corrado e chiedere un serio riscatto, fa rispondere a Seid:

Nol farei franco – per quante gemme
Del mio Sultano – chiude l’Haremme.

E ad ogni modo, Gulnara si è tradita. Seid le revoca tutti i privilegi, e lei risponde con qualche vaga minaccia della varietà non-sai-di-che-sono-capace.

Noi qualche sospetto l’abbiamo, vero? E per verificarlo ci spostiamo nella torre**/prigione dove Corrado carico di catene alteramente passeggia. Dev’essere comodo… E mentre passeggia si duole delle circostanze e del colpo che la sua morte sarà per la povera Medora e poi, per dimostrare che ha un’anima d’acciaio, si dispone a ingannare il tempo con un pisolino.

Ma in queste prigioni ottomane non si riesce nemmeno a dormire in pace senza che ti piombi tra capo e collo una donna innamorata che, dopo averti informato di non sapere troppo bene perché è venuta, né come fare per salvarti, si ricorda di avere corrotto le guardie per farti fuggire, e si ritrova in tasca (oh, ma guarda!) la chiave dei ceppi e un pugnale per uccidere Seid. giuseppe verdi, george gordon byron, il corsaro, francesco maria piave

I nostri due indugiano il tempo che serve a scambiarsi qualche confidenza sul fatto che l’uno ama Medora e l’altra odia Seid, e Corrado fa qualche difficoltà – prima perché se non ha saputo vincere gli sembra brutto sottrarsi alle conseguenze, e poi perché lui no, non è tipo da pugnali… No, nemmeno se si tratta di salvare se stesso, i suoi e Gulnara. No, nemmeno se rimanere significa condanannare a morte anche la ragazza che un atto fa ha rischiato tutto per salvare dal fuoco…

Gulnara, non incomprensibilmente, si altera un nonnulla.

GULNARA:
Di seguirmi tu dunque disdegni?

CORRADO:
Io disdegno…

GULNARA:
Terror d’un pugnale
Provi tu, masnadiero, corsale?
(Risoluta)
Un imbelle a vibrarlo t’insegni!

“Ah, che fai?” le grida dietro l’intuitivo Corrado. E Gulnara, ci dice Piave, fugge rapidamente pel cancello brandendo colla massima esaltazione il pugnale.

Odesi un tuono, e Corrado se ne resta lì a sperare di morire… dove si capisce che dopo tutto lui e Medora sono a match made in heaven.

Un istante più tardi, la nostra tostissima fanciulla ritorna con il pugnale insanguinato – e Corrado l’accoglie al grido di

Tu?… Gulnara, omicida!…

Lei gli fa notare che l’ha fatto per lui, lui finalmente si decide ed entrambi scappano.

giuseppe verdi, george gordon byron, il corsaro, francesco maria piaveMa precediamoli all’isola sull’Egeo, dove Medora se ne sta a piagnucolare sul molo, dicendo al coro che sa che Corrado è morto, e che è contentissima di seguirlo nella tomba… Ma che appare là lontan sul mare? Una nave! E che nave sarà? È una nave amica! E chi mai ci sarà a bordo? È Corrado!

Il coro esulta, e noi ci aspettiamo che esulti anche Medora, giusto? E allora perché invece la fanciulla assume quest’aria inorridita?

Perché, e ce lo lascia capire mentre corsari, ancelle, Corrado gioiscono per quella che sembra una felice conclusione, lei è genre savvy, e lo sa che all’opera non va mai a finire bene. Così, sulla fiducia che Corrado fosse morto, si è avvelenata. E già, non voleva altro fin dall’atto primo…

Adesso però le sorge il dubbio di essere stata un tantino precipitosa – anche perché chi è questa bellezza in vesti trasparenti che accompagna il suo amante e si torce le mani piena di rimorso?

Conscio dell’urgenza del momento, Corrado le riassume il secondo e terzo atto alla velocità del lampo:

Per me infelice – vedi costei;
Rischiò suoi giorni – pe’ giorni miei.
Fu di Seide – la favorita;
Ardea l’haremme, – salvai sua vita.
Grata e pietosa – le mie ritorte
Infranse, e tolsemi – da orrenda morte;
Fuggimmo insieme. –

Oh! esclama il coro… giuseppe verdi, george gordon byron, il corsaro, francesco maria piave

Ma Gulnara non vuole essere ringraziata: l’ha fatto per amore e, se adesso Medora muore, stia pur certa che lei e Corrado la ricorderanno sempre. Insieme.

Yes, well. Ma la nostra ex almea ha fatto i conti senza l’oste – o almeno senza il corsaro che, non appena Medora muore, si butta in mare con tutta l’intenzione di seguirla nella tomba.

Che fai? Corrado!… Ah corrasi
Quel misero a salvar!

strepitano i corsari, ed escono di scena – come pure escono di scena le ancelle, portandosi via la defunta, e lasciando Gulnara a svenire tranquillamente in privato.

Sì, ecco, appunto.

E comunque, una volta visto il libretto – pur verseggiato con amore – a Verdi l’entusiasmo era scemato alquanto. Tanto che compose un po’ così e poi, a opera pronta, non si fece nemmeno vedere alla prima triestina, in barba agli obblighi contrattuali.

E un po’ per l’assenza del compositore, un po’ per i modesti meriti di libretto & musica, il povero cast di prim’ordine (tra gli altri Gaetano Fraschini e la Barbieri-Nini) dovette accontentarsi di un tiepido successo.

E se avete l’impressione che quello di comporre un po’ come veniva stesse diventando un vizio di Verdi, non so davvero darvi torto…

 

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* “Non riesce a trattenere la gioia,” c’informa Piave. Questo sì che si chiama andare sotto copertura…

** Visto? Quando manca la caverna c’è la torre.

 

musica · Poesia

La Febbre Del Mare

Kris Delmhorst canta una bellissima e inconsueta versione di Sea Fever, di John Masefield.

E questo è il testo:

I must go down to the seas again, to the lonely sea and the sky,
And all I ask is a tall ship and a star to steer her by;
And the wheel’s kick and the wind’s song and the white sail’s shaking,
And a grey mist on the sea’s face, and a grey dawn breaking,
 
I must go down to the seas again, for the call of the running tide
Is a wild call and a clear call that may not be denied;
And all I ask is a windy day with the white clouds flying,
And the flung spray and the blown spume, and the sea-gulls crying.
 
I must go down to the seas again, to the vagrant gypsy life,
To the gull’s way and the whale’s way where the wind’s like a whetted knife;
And all I ask is a merry yarn from a laughing fellow-rover,
And quiet sleep and a sweet dream when the long trick’s over.

E buona domenica a tutti.

cinema · Spigolando nella rete

Al Cinema In Silenzio

film muti, link, giornate del cinema mutoChe poi magari a forza di sentirmi rapsodizzare di film muti, film muti e film muti vi punge qualche curiosità?

Capita – e dico che capita perché nel giro di dieci giorni ho ricevuto due distinte richieste in proposito. Via mail. Sempre via mail…

E allora ho pensato di mettere insieme qualche link.

Prima di tutto, il mio prediletto: Movies Silently è una miniera di informazioni su film, attori e registi, con un sacco di recensioni, immagini, articoli e biografie, una sezione dedicata ai film perduti, cose vagamente bizzarre come i temi mensili, le sfide e i .gif animati, una buona bibliografia, e un sano sense of humour. Probabilmente la mia predilezione va alle recensioni comparate muto/parlato, ma c’è abbondanza di ottimo e piacevolissimo materiale. Se dovete limitarvi a un sito solo in materia, questo è il posto giusto. cinema muto, link, giornate del cinema muto

Un altro ottimo sito è Silent Era, con l’ambizioso progetto di compilare una lista ragionata di tutti i film muti, biografie, articoli, notizie su festival, ritrovamenti, digitalizzazioni e restauri, molte immagini, una buona pagina sui film perduti e una sezione dedicata ai cinema attivi durante l’epoca del muto. È prevista, per qualche futuro, anche una sottosezione sui cinema italiani.

The Silent Movie Blog è, per quanto ne so, fermo dal 2011, ma rimane un ottimo posto per recensioni, immagini, collezioni di locandine, lettere, riviste cinematografiche d’epoca, varie ed eventuali.

cinema muto, link, giornate del cinema mutoE parlando di immagini, potreste far di peggio che dare un’occhiata a The Silent Film Still Archive, una vasta collezione di immagini tratte da un buon numero di film, e in più articoli, programmi, fotografie pubblicitarie, spartiti di colonne sonore… A mio avviso, tuttavia, la gemma di questo sito è alla voce links, dove trovate un’ottima sitografia che include siti dedicati a singoli film, attori e registi, festival, istituzioni e chi più ne ha più ne metta.

Altri posti interessanti sono Silent Beauties, raccolta di immagini tratte da titoli spesso inconsueti, Silent Movie Crazy, che tra l’altro vanta una collezione di pubblicità d’epoca e riviste di cinema, la sezione dedicata di Play It Again, Sam, un sito francese di recensioni, e Silent-Movies.com, sito abbastanza miscellaneo dove, alla voce Multiplex, potete scaricare alcuni classici. cinema muto, link, giornate del cinema muto

Perché, a parte tutto, è di film che stiamo parlando, e che diamine, i film si guardano!

E allora potete fare un giro su Internet Archive, e anche su YouTube – dove non è affatto infrequente trovare film interi (ad esempio tutti i film muti di Hitchcock!), qualche trailer, colonne sonore e via dicendo.

E per finire, siti italiani: i muti restaurati del Museo Nazionale del Cinema e Film Muti, il magnifico archivio filmografico delle Giornate del Cinema Muto.

E con questo credo che possiamo fermarci.

Non è che sia tutto – e magari in futuro ne riparleremo, ma intanto, o curiosi, avete di che cominciare.

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angurie · Ossessioni

Telefoni Al Crepuscolo

Vi devo mettere a parte.

Ero in treno, e nel posto dietro di me era seduto questo ragazzo, provvisto di cellulare. A un certo punto si è messo a telefonare – e non è che abbia origliato, ma il soggetto parlava a un volume difficile da ignorare.

A posteriori, mi viene da pensare che il volume fosse deliberato, ma non anticipiamo.

E la prima telefonata era per qualcuno di nome Federica. Il telefonatore informava Federica di essere appena partito, lasciando Edward da solo nella casa al mare. Oh sì, grazie, si erano divertiti molto. No, niente di… Tutto tranquillo. Tutto nei limiti di… Sì, ok, niente di pericoloso. Però il punto era che Edward non poteva più comunicare, perché il suo cellulare era guasto. No, non il caricabatterie – o almeno il telefonatore non credeva che fosse il caricabatterie. Un guasto un po’ strano, a dire la verità. Ad ogni modo, una volta partito il telefonatore, Edward era là da solo e senza modo di comunicare, per cui Federica non doveva stupirsi se non avesse ricevuto sue notizie per qualche giorno.

Fine della prima telefonata.

Seconda telefonata: “Ciao, Bella!” E al fatto che gli ululati comunicativi del telefonatore non mi lasciassero leggere, si è aggiunta la lieve irritazione nei confronti della gente che chiama tutte le ragazze “Bella”. Anche a “Bella” è stata ammannita una versione abbreviata della faccenda del telefono di Edward, con annessa richiesta da parte di Edward: poteva per favore Bella incontrarlo sotto casa sua alle tre e mezza? “Ah, Bella, Bella – che cosa vuoi che ti dica?”

E se a questo punto pensate che sono lenta di reazioni, siete giustificati in pieno, perché è stata solo l’improbabilità estrema di questo “Bella, Bella” a farmi levare un sopracciglio.

“Bella”?

Edward?

“Bella” & Edward?

Bella & Edward?

Bella & Edward?

Ma…?

twilight, bella, edward, stephenie meyer, make believe, anne brontë, emily brontëE allora sì che mi sono messa ad ascoltare sul serio – ma, alas, il telefonatore ha salutato Bella e ha riattaccato.

Natch.

Sono rimasta in ascolto per un po’, sperando che ricominciasse, che chiamasse magari Hermione per chiederle se aveva il numero di Harry, ma sono rimasta amaramente delusa.

E tuttavia sono affascinata oltre ogni dire.

Non ho idea di che età avesse il personaggio. Non ho avuto il coraggio di sbirciare e a giudicare dalla voce poteva essere in qualsiasi punto fra, diciamo, i diciassette e i venticinque. E scartando la possibilità di una coincidenza, e a meno di soprannomi dissennati, mi è capitato un compagno di viaggio in preda all’irresistibile necessità di sentirsi dentro un libro.*

O, a ben pensarci, un film. 

Va bene: l’irresistibile necessità di sentirsi dentro una storia.

E non solo di immaginarcisi dentro privatamente, ma di rendere il tutto un po’ più vero con un minimo di esposizione.

Make-believe (più o meno) adulto.

Anne ed Emily Brontë che per tutto il viaggio in treno da York a Keighley giocano ad essere i loro personaggi gondaliani – a parte il non trascurabile dettaglio che invece questo ragazzo giocava con personaggi altrui.

O forse non del tutto, perché non so chi si supponeva che fosse lui in tutto questo…

O che cosa credesse che l’ascoltatore casuale avrebbe pensato.

O se avesse valutato il rischio di fare cose del genere su un treno su cui tutti (compresa la sottoscritta) sembravano incontrare per caso amici, parenti, conoscenti e vicini di casa…

O se lo preoccupasse affatto la prospettiva di essere scoperto…

Perché in realtà, la faccenda era organizzata persino con qualche accortezza tecnica: la prima telefonata a Federica, per stabilire la situazione e chiarire che no, lui non era di quelli che chiamano tutte le ragazze “Bella”…

Lo ripeto: sono affascinata.

Mi fa venire in mente la descrizione dello zaffiro** di famiglia in Beau Geste: guardarlo non bastava, dice il narratore. Faceva venire voglia di farci qualcosa d’altro, afferrarlo, stringerlo in mano, assaggiarlo… 

Immaginarcisi dentro. Ricamarci sopra. Fingere di telefonare.

Col che non voglio dire che Twilight sia una pietra preziosa***. Ma non mi dispiace pensare che sia la natura delle storie: a volte guardarle non basta…

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* No, in realtà c’è anche la possibilità che il telefonatore appartenesse a quel genere di persone cui piace far sobbalzare il prossimo. E devo ammettere che un sobbalzino l’ho fatto…

** O diamante azzurro che fosse – non mi ricordo.

*** A meno che non consideriate la natura dello zaffiro in questione… Oh, d’accordo: questa è per chi ha letto Beau Geste – ed è anche lievemente cattiva. 

 

 

 

Anno Verdiano

Librettitudini Verdiane: I Masnadieri

Essere invitati a comporre per i teatri londinesi non capitava tutti i giorni. Per dire,giuseppe verdi,friedrich schiller,andrea maffei,jenny lind al pur osannato Rossini non capitò mai… Per cui noi ci immaginiamo che, nel vedersi offrire un contratto per dieci opere allo Her Majesty’s Theatre, un giovane compositore di celebrità crescente dovesse accettare con grato entusiasmo, giusto?

Ma Verdi no. Verdi fece sapere che tre opere erano più che sufficienti – e ciascuna a una cifra cinque volte superiore al prezzo di mercato, e potevano aggiungerci una residenza in campagna e una carrozza per tutto il suo soggiorno, per favore?

E bisogna dire che ce lo volessero proprio, a Londra, perché fu in buona parte accontentato. Con tutto questo, Verdi sull’Isoletta ci andò svogliato e svagato, armato di un libretto così così e con un’inedita propensione al laissez-faire artistico per quel che riguardava la compagnia.

Poco promettente, eh?

giuseppe verdi, friedrich schiller, andrea maffei, jenny lindE le cose cominciarono male fin dal libretto, che Andrea Maffei trasse dallo Schilleriano Die Räuber. Con Maffei Verdi non ebbe la voglia o il coraggio di far la voce grossa come con Piave – povero Piave! – e il risultato si fu che, lasciato a se stesso, il librettista addomesticò la tumultuosa e moralmente grigia tragedia tedesca in una storiellona blanda nonostante le tinte forti. 

Maffei era un verseggiatore raffinato, ma un gran senso del teatro non lo aveva…

Figuratevi che l’Atto Primo inizia con Carlo Moor (tenore) che legge Plutarco e dichiara il suo disprezzo per l’era imbelle in cui si ritrova a vivere, mentre un coro di giovani traviati gozzoviglia offstage. E quando riceve la lettera con cui credeva di vedersi perdonato dal vecchio babbo e invece si ritrova bandito, il nostro comincia a smaniare di vendetta e a cercare la sua spada…

Noi l’abbiam. Ti calma e senti.giuseppe verdi, friedrich schiller, andrea maffei, jenny lind
Comporremo una masnada. . .

Suggerisce il coro di giovani traviati. E Carlo sobbalza e inorridisce:

Ladri noi? chi v’ha piovuto,
spirti iniqui, un tal pensiero?

Gli spirti iniqui non si scompongono, e anzi, hanno un’idea ancora migliore:

E tu capo condottiero.

E questo piccolo ottonario costituisce la scena di persuasione più breve della storia del teatro, perché la successiva replica di Carlo è:

Per la morte, io non rifiuto!

E così eccolo masnadiere e capo di masnadieri eponimi. Truci giuramenti vengono scambiati, buoni propositi à la Cecco Angiolieri – ma un pochino più concreti – vengono fatti, e noi, sulle ali del primo cambio di scena del primo atto, ci spostiamo in Franconia, nella magione avita dei Moor, a fare la conoscenza di Francesco.

giuseppe verdi,friedrich schiller,andrea maffei,jenny lindFrancesco è il fratello minore di Carlo, è un baritono e, cosa abbastanza inconsueta per Verdi, è cattivo cattivo cattivo. Irredimibilmente, stupidamente, piattamente cattivo. In Schiller non era così, ma Maffei ha fatto di lui un esecrabile giovanotto che, risentito della sua condizione di secondogenito, ha pensato bene di farla pagare al padre e al fratello. Ha intercettato la lettera con cui Carlo chiedeva perdono; ha scritto di persona quella con cui il padre bandiva Carlo; e adesso, visto che il padre non ha il garbo di morire e togliersi di torno, ha avuto un’idea su come affrettare il corso delle cose.

Per un po’ farnetica di piangolose lettere, fiacche animucce e vecchiardi, e poi predispone il finto messaggero che deve portare la notizia fasulla della morte di Carlo in battaglia. Con un minimo di fortuna, al vecchio babbo verrà il coccolone risolutivo.

E va bene, ma voi chi scegliereste per la parte del messaggero? Di certo non il camerlengo di casa, fidato servitore che si presume il vecchio conte conosca abbastanza bene, giusto? Ma Francesco no. Francesco sceglie proprio il camerlengo… ve l’avevo detto che, per essere un baritono, non è un fulmine di guerra, vero? 

Intanto, noi ci spostiamo un’altra volta* nella camera da letto del vecchio conte Massimiliano (basso), che sonnecchia vegliato dalla bella nipote orfana Amalia (soprano). Amalia non è del tutto contenta che lo zio abbia bandito il Carlo di cui era tanto innamorata – e non si fa per dire, ma i baci suoi stillavano gioir di paradiso… – ma è troppo affezionata al vecchio signore per fargliene una colpa. Tanto più che il vecchio signore in questione è già pieno di dubbi e rimorsi per conto suo.

Figuriamoci quando arriva Francesco col finto giuseppe verdi,friedrich schiller,andrea maffei,jenny lindestraneo…

E, miracolo della scarsa illuminazione al Secolo XVIII, né il conte né Amalia riconoscono il Camerlengo. Lo ascoltano con crescente orrore mentre snocciola la storia che Francesco gli ha insegnato, prendono per buona la spada insanguinata che salta fuori molto opportunamente, e ingollano persino il messaggio scritto col sangue sulla spada stessa. E in effetti, quale moribondo sul campo di battaglia non trova l’agio di vergare col proprio sangue un distico in rima baciatasu una lama?

“Dal giuro, Amalia, ci scioglie la morte.
Sii tu, Francesco, d’Amalia consorte.”

Orrore orror! Amalia strilla, il vecchio conte sviene così bene che sembra morto, Arminio è colto da rimorso, Francesco giubila, il sipario cala.

Atto Secondo

Sepolcri gotici. Due. Uno è quello del vecchio conte. L’altro non si sa. Amalia prega e piange mentre fuori scena Francesco, nonostante il lutto, gozzoviglia con un altro coro debosciato e un filo blasfemo. Dev’essere un talento di famiglia, quello di scegliersi cori discutibili… Ad ogni modo, ricordate la crisi di coscienza di Arminio?** Ebbene, adesso ne vediamo le conseguenze: il camerlengo entra di soppiatto e confessa ad Amalia che sono tutti vivi – Carlo e anche il vecchio Massimiliano.

giuseppe verdi,friedrich schiller,andrea maffei,jenny lindDove poi siano è tutta un’altra faccenda, ma Amalia è già in tutt’altra disposizione d’animo all’arrivo di Francesco, che le dichiara il suo amore con la delicatezza che gli è propria. E quando Amalia lo rifiuta, lui la minaccia di rabbassar la sua cervice rinchiudendola. Amalia commette l’errore tattico di dichiararsi ben felice di qualunque prigionia le risparmi la compagnia del perfido cugino, al che il perfido cugino esplode:

oh no, proterva!
Qui starai! mia druda e serva.

Amalia, soprano da battaglia, gli sottrae la spada, lo minaccia, ma Francesco la blocca e giura prigionia, catene, tormenti e vendetta anche contro di lei – e così adesso ce l’ha a morte con tutta la distribuzione.

Ma noi spostiamoci in quel di Praga, signore e signori, a scoprire che Carlo Moor il Masnadiere è diventato un terrore generale, capace di mettere a ferro e a fuoco Praga intera per salvare dalla forca un luogotenente catturato…

Non che ne sia contento, sia ben chiaro. Adorato dai suoi uomini, odiato dai nemici, temuto dai civili, Carlo è è amareggiato, pieno di disgusto di sé (seppur con una tendenza a biasimare i suoi accoliti) e di nostalgia di casa – ma soprattutto di Amalia, che non potrà più nemmeno pensar di guardare in faccia, dopo tutti gli spaventi che ha commesso…

Ma chi viene? Nemici! Mille soldati! Carlo si raccoglie attorno i suoi, li incita al combattimento – e l’atto finisce bruscamente prima della battaglia. Oh well.

Atto Terzo

Amalia fuggitiva cammina sola e smarrita… in un luogo deserto che mette alla foresta presso al castello. Ebbene sì, si è persa dietro casa. – ma che vogliamo farci? È un soprano… e poi, se non si fosse persa, come farebbe a terrorizzarsi delle voci nel bosco?

Le rube, gli stupri, gl’incendi, le morti,
per noi son balocchi, son meri diporti,

c’informano le voci, e Amalia è comprensibilmente scossa. Tanto che, quando Carlo compare tra gli alberi, impiega una vita a riconoscerlo.

Ei non m’è novo,

mormora a un tratto la perspicace fanciulla, ma bisogna che lui si presenti per nome. Dopodiché, estasi e delirio – con la riserva, da parte di lui, che Amalia non deve sapere il ver. Cosicché Carlo elude tutte le domande, seppure in termini di cui chiunque non fosse un’eroina d’opera s’inquieterebbe un nonnulla…

AMALIA:
Mendaci novelle ti dissero ucciso.

CARLO:
Beato se chiuso m’avesse l’avel!

AMALIA:
Tu pure, o mio Carlo, provasti gli affanni?

CARLO:
Li possa il tuo core per sempre ignorar!

AMALIA:
Anch’io, derelitta, ti piansi lung’anni…

E tutti noi dubitiamo che Amalia Moor sarà mai candidata al Nobel per la fisica, vero? E infatti il suo mestiere non è quello di scovar neutrini, ma solo di riassumere a Carlo in pochi versi l’atto primo e l’atto secondo, cosicché lui, pur tormentato dalla candida fiducia di lei, possa giurar vendetta contro il malvagio fratello.giuseppe verdi,friedrich schiller,andrea maffei,jenny lind

E poi ci spostiamo nel cuore della foresta, dove ci sono le rovine di una torre. Stavolta niente grotta e niente caverna, ma abbiamo le ruine di antica ròcca – che sono teatralmente equivalenti. Tra le ruine il coro si compiace del proprio ruvido cuore di sasso per un po’, poi arriva Carlo e si mette di sentinella. I Masnadieri dormono, e Carlo una volta di più maledice se stesso e i suoi uomini – cosa che personalmente comincio a trovare più che un po’ irritante. Non gliel’ha ordinato il medico di mettersi alla loro testa, giusto? Ci ha messo un ottonario a superare i suoi scrupoli un paio d’atti orsono, e poi ha condotto questa pur discutibile gente di atrocità in atrocità… Per cui che adesso li chiami “malvagi” implicando che lui è diverso, è davvero piuttosto gratuito. E forse il dubbio viene anche a lui: piuttosto che affrontare un futuro disonorevole e senza Amalia, è pronto a farsi saltare le cervella… Ma poi ci ripensa, perché sarebbe troppo facile.

E chi ti entra, molto opportunamente, a questo punto? Arminio il camerlengo, che viene a portare vettovaglie a qualcuno di affamato e invisibile, rinchiuso sotterra nelle rovine. Col dubbio che ai suoi possa essere sfuggito qualcosa, Carlo ferma Arminio, lo interroga senza farsi riconoscere, poi Arminio fugge e Carlo trova nella segreta un vecchio attenuato come uno scheletro.

Dapprima lo scambia per un fantasma, poi riconosce suo padre, il quale racconta di come Francesco, delusissimo nel costatare che il vecchio genitore era meno morto di quanto sembrasse, lo avesse fatto gettare là sotto per completare l’opera. Poi sviene un’altra volta – e non fa granché d’altro questo anziano signore, vero? Espone e sviene, espone e sviene… 

Carlo, indignato e sconvolto, convoca i suoi Masnadieri e li nomina sul campo angeli ministri dell’ira divina. In altre parole, li spedisce ad assaltare il castello e catturargli il fratello – vivo. E chi l’avrebbe mai detto? Ai Masnadieri il ruolo piace proprio tanto. Sipario.

Atto Quartogiuseppe verdi,friedrich schiller,andrea maffei,jenny lind

Intanto, al castello, Francesco ha gli incubi – questo esantema comune tra i tiranni e/o assassini all’opera, ed è tanto sconvolto che ha mandato a chiamare il pastore. Intanto racconta ad Arminio di essersi sognato un giudizio universale privato, con tanto d’implacabile giuria di vittime… Arminio, ci dice Maffei, si allontana con atti di raccapriccio.

Ma si sa che un incubo condiviso è un incubo dimezzato: quando arriva il Pastore Moser, Francesco si è ripreso abbastanza da fingersi tracotante – almeno finché Moser gli dice che i peggiori peccati sono il parricidio e il fratricidio…

Ops.

Ma non c’è tempo per discutere il punto dottrinale: Arminio arriva annunciando l’assalto. Francesco perde la testa, vuole che si preghi per lui, vuole l’assoluzione (che Moser gli nega), vuole il perdono, vuole pregare pro se, non vuole affatto… Alla fine s’impicca – e non è nulla che conduca al perdono divino, giusto?

E intanto nella foresta il vecchio conte si dispera proprio per Francesco – cosa che fa dubitare a Carlo di essere stato un nonnulla precipitoso. Non potendoci più fare granché, tuttavia, si limita a liberare il padre e a chiedergli la sua benedizione senza farsi riconoscere. La gente non è sveglissimissima in questa storia: il vecchio Massimiliano, lungi dal fare due più due, si sente molto in colpa per tutto quello che è capitato ai figli, tra i figli e con i figli, ed è fin troppo contento di sentirsi dire dal presunto sconosciuto che Carlo di certo lo perdonerebbe…

Ma ecco arrivare i Masnadieri: alcuni confessano a testa bassa di non essere riusciti a catturare Francesco, altri trascinano Amalia catturata.

Segue confusione, perché ormai non c’è più modo di tenere nascosto che Carlo è il capo di questa gentaglia… E una volta di più, Carlo se la prende con i Masnadieri, improvvisamente declassati da angeli vindici a demonii:

Ma voi che nel fondo
dal ciel mi traeste,
ministri esecrati dell’ira celeste . . .

Come se fosse colpa loro! E a dire il vero non serve nemmeno più di tanto, perché Amalia, ditzier than ever, è dispostissima a fingere che dettagli come incendi, stragi, stupri e ruberie non siano mai accaduti.

giuseppe verdi,friedrich schiller,andrea maffei,jenny lindChi non è disposto a passarci sopra, è il coro che, in seguito ai truci giuramenti dell’Atto Primo, ha servito Carlo lealmente, con sprezzo del pericolo, e spesso in rima baciata – e adesso non vuol saperne di lasciarlo andare. Carlo li insulta ancora un po’, ma riconosce che non hanno tutti i torti. Niente da fare, Amalia cara.

E allora va’, singulta Amalia, ma prima uccidimi. E bisognerebbe stare attenti a quel che si chiede, perché Carlo la prende sul serio e, con un’altra bordata di insulti per i suoi uomini, la pugnala tra lo sconcerto generale. Al conte Massimiliano viene il coccolone definitivo, Carlo si avvia a consegnarsi***, Amalia muore, i Masnadieri costatano il decesso e il sipario cala. giuseppe verdi,friedrich schiller,andrea maffei,jenny lind

Quindi l’abbiamo visto: il libretto non era granché, e anche la musica non era granché. Per di più, la compagnia era perfetta solo sulla carta. Per Amalia, Verdi aveva voluto Jenny Lind, l’etereo e trillante Usignolo di Svezia – né si capisce perché, visto che non l’apprezzava nemmeno tantissimo. Per Carlo doveva esserci il magnifico Fraschini, e invece ci fu Gardoni, che non aveva altro merito se non di essere un bell’uomo… Verdi lasciò che la Lind (un’egocentrica retrograda musicale se mai ce ne fu una) facesse quel che le pareva, e di Gardoni si disinteressò bellamente. Dopo due sole prove d’orchestra, i Masnadieri andarono in scena diretti dal compositore in persona, e incontrarono quello che possiamo chiamare un successo di stima.

È molto probabile che non meritassero nulla di più e, dopo che Verdi se ne fu ripartito, sparirono dai cartelloni con la vellutata rapidità delle cose fatte senza convinzione.

 

 

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* Tre cambi di scena nel primo atto soltanto! La gioia di questa produzione ai tempi delle scene dipinte e letterali doveva essere al di là di ogni descrizione…

** Certo che ve ne ricordate: è stato appena prima dell’intervallo!

*** E so che cosa state pensando: lo lasciano andare, dopo tutto? E allora che bisogno c’era di far fuori Amalia? E che volete che vi dica? Questa non è mica la Fanciulla del West, non si può cavalcare via, liberi e felici e vivi, verso il tramonto…