musica

Summertime ’13

Ah, è estate* – e al principio di ogni estate qui postiamo una diversa versione di Summertime, giusto?

E allora quest’anno Norah Jones e Marian McPartland al Tanglewood Jazz Festival nel 2003:

Buona domenica e buona estate, o Lettori!

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* Sospiro di soddisfazione, non costatazione lievemente sorpresa.

scribblemania · teatro

Piccolo Bollettino Diurno

Ho appena deciso che il play che per il momento chiamiamo Inchiostro&AcquaSalata (henceforward I&AS), sarà più lungo del previsto.

C’è spazio – ed è un bene, perché continua a germogliare in una direzione inattesa e mezza… E poi, e poi.

L’idea di farne la metà di un dittico comincia a sembrarmi meno attraente. Mi sa tanto che finirà, se proprio, con l’essere due terzi di un dittico. Cinque ottavi di un dittico. 

O qualcosa del genere.

E così ho aggiornato il contaparole e adesso torno al lavoro.

 

Digitalia

Piratesche Bizzarrie

mistero shakespeare,ebook,google analytics,facebook,emuleVi racconto una faccenda che mi lascia un nonnulla perplessa. Poi magari qualcuno interpreta e mi spiega.

Allora, vi ricordate di Mistero Shakespeare, l’e-saggio di Lucius Etruscus sulla questione del Vero Autore? MS è uscito il 29 di maggio, e un paio di giorni più tardi ne abbiamo parlato qui.

Il 3 di giugno, sulla base di Google Analytics, Lucius costatava che, nonostante il suo lancio e il mio, la pagina poteva contare soltanto ventiquattro visite – e solo un sesto dei visitatori aveva scaricato l’ebook.

Numeri piccini picciò, e non particolarmente incoraggianti, vero?

Ebbene, martedì 18, all’indomani della presentazione di un nuovo romanzo shakespeariano, Lucius ha lanciato MS anche su Thriller Magazine…

Splash!

Almeno in parte: nella giornata di martedì sul sito sono piovute 80 visite, e addirittura 458 visualizzazioni e sei condivisioni della pagina FaceBook in proposito. Dopodiché solo in 24 hanno cliccato il link per la pagina da cui si scarica l’ebook, e di questi 24 solo 5 hanno scaricato per davvero…

Ok, forse dopo tutto non c’è tutto questo interesse per la saggistica shakespeariana. Nemmeno se è breve e gradevole. Nemmeno se è gratuita. O forse proprio perché è gratuita? mistero shakespeare,ebook,google analytics,facebook,emule

E si potrebbe pensare di farsene una ragione se non si confrontassero i dati dello stesso ebook su eMule. 

Attenti bene, siore e siori: pare che, prima del secondo lancio su Thriller Magazine, ovvero nello stesso lasso di tempo in cui è stato scaricato 4 (quattro!) volte per vie legittime e legali, Mistero Shakespeare sia stato piratato in ben 29 e-copie. E no, nemmeno questo è un numero epico, ma è sette volte la quantità di acquisizioni legittime.

Eppure è lo stesso ebook, parimenti gratuito… Posso confessare di non capire del tutto?

Dato il periodo, mi vien da ipotizzare maturandi disperati, gente che non legge e-riviste specializzate o blog, ma cerca last minute comfort per la tesina d’Inglese – in una versione 2.0 di Stalky, Beetle & M’Turk che si presentano all’esame con il libro di Delia Bacon. L’ipotesi ha il suo fascino, ma è sempre possibile che mi lasci trascinare da Kipling.

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E quindi davvero non so. Cerco lumi. Sbaglio nel credere che la pirateria consista nel procurarsi gratis ciò che si dovrebbe pagare per avere? E allora come si spiega quel che è accaduto al pur gratuito Mistero Shakespeare?


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Nel caso ve lo siate chiesto, questa stravagante abbondanza d’illustrazioni non del tutto rilevanti si deve più che altro al fatto che non mi piacciono alla follia le storie di pirati, e quindi magari non mi capiterà più l’occasione per queste cose di N.C. Wyeth…

 

 

Elsewhere

The Circle Review – N° 2

Post fuori ruolino per comunicarvi che è uscito il secondo numero di The Circle Review, la rivista e-letteraria curata da Lorenzo V. (@arteletteratura).

Ci sono anch’io, con il racconto Fastaf, che inizia così:

Curzio era il quarto figlio dei Bergamini. Gente importante, perché possedevano un’osteria con locanda e stallaggio nel paese, che era sì una frazioncina, ma aveva un mercato di tutto rispetto, una fiera dei cavalli e una stazione del tram.

Essere il quarto fu la gran fortuna di Curzio: per l’osteria, la locanda e lo stallaggio c’erano già due fratelli e una sorella senza grilli per la testa e quindi il padre non ebbe obiezioni a che lui, che era sveglio e aveva una bella voce, non solo continuasse le scuole, ma studiasse anche la musica con Don Anselmo, il curato diplomato in organo.

Curzio non aveva né attitudine né pazienza per il pianoforte e meno ancora per l’organo, ma solfeggiava come un angelo, cantava in chiesa a tutte le feste comandate e credeva che quella fosse tutta la felicità del mondo…

Il resto – del racconto e della rivista – potete scaricarlo gratuitamente qui.

Buona lettura.

 

grillopensante · pennivendolerie

E Vedi Di Mentirmi Per Bene

Non è come se fosse la prima volta che ne parliamo, ma in questi giorni varie cose sono capitate a farmi rimuginare di nuovo sulla questione di arte & verità – che messa così suona terribilmente pretenziosa, ma abbiate pazienza mentre rimugino.

Varie cose, vi dicevo.

emilio salgari, odissea, carlotta sabatini, strategie evolutiveUna è stata una discussione con un attore che, in occasione di una rappresentazione all’aperto, voleva assolutamente scagliare davvero la freccia di Ulisse – you know, quella che passa attraverso gli anelli di dodici asce in fila. Ora, a parte l’atroce pericolosità di scagliare frecce in direzione casuale in un luogo affollato, a parte il fatto che l’attore in questione, pur appassionato d’arcieria, dubito sia capace di centrare una dozzina di anelli, il mio punto era un altro*: non c’era affatto bisogno della freccia. Il suo mestiere d’attore non è scagliare frecce vere, bensì far vedere al pubblico una freccia che non c’è.

Come ha detto G. La Regista in un momento d’ispirata esasperazione: “Quello che voglio da voi è solo verità nella finzione!”

Perché quello che succede sul palcoscenico è, signore e signori, finzione dipinta con colori di verità. Non è vero nemmeno per un momento – se non dentro il cerchio disegnato dal buon vecchio patto narrativo: raccontatemi una storia e, per il tempo che voi impiegate a farlo meglio che potete, tutti fingeremo che sia vero.

Ma l’efficacia e la bellezza della rappresentazione non hanno nulla a che vedere con quanto c’è di vero nell’interpretazione degli attori o di autobiografico nel testo.

Ci siamo fin qui?

O quanto meno dovremmo esserci – ma è un fatto che molti, troppi lettori** sono divorati dall’ansia di quel che c’è di vero in ciò che leggono e, specularmente di identificare l’autore con quel che scrive. emilio salgari, odissea, carlotta sabatini, strategie evolutive

Guardate Salgari che, per tutta la vita, ha millantato una captaincy di marina mercantile – mai conseguita, ma molto adatta all’autore di tante avventure marinare. “Navigò per sette anni… visitò quasi interamente tutti gli oceani,” recita la sua nota biografica nel catalogo dell’editore Cogliati per il 1898 – ed è tutto falso.

Questo rende per caso i romanzi di Salgari meno avventurosi o meno marinari? Ovviamente no, ma il grado e i viaggi fittizi, oltre ad appagare grandemente Salgari stesso, servivano al marketing editoriale, a sdoganare personaggio e libri. A tanti lettori, un Salgari terricolo sarebbe parso meno Salgari del supposto capitano di gran cabotaggio…

E per contro, leggete il guest post di Carlotta Sabatini su strategie evolutive, e le sue considerazioni amarognole su come sia facile essere etichettati in base a quello che si scrive – perché se si scrive narrativa erotica è chiaro che si è cattive ragazze, e se si scrivono romanzi storici è chiaro che si condividono i pregiudizi dei propri personaggi d’altri secoli. E quando voi provate a far notare che scrivere non consiste nell’aprirsi le coronarie e versarne il contenuto sulla pagina, di sicuro qualcuno inizierà a guardarvi con qualche grado di disapprovazione. Perché se è vero che non condividete le superstizioni medievali del vostro narratore in prima persona vissuto nel XIII secolo, allora dovete essere bugiardi. Avete mentito. Avete ingannato il lettore.  

E a questo proposito, badate anche… ok, badate a tutto il post, perché è interessante e istruttivo – ma badate in particolare all’elenco delle motivazioni per cui si scrive, soprattutto la voce n° 2:

perché proviamo piacere (fidatevi, sono un’esperta) nel mettere delle idee nella testa degli altri, e giocarci, giocare con loro, attraverso quelle idee

E a dire il vero, anche se non sappiamo di trovarci gusto, anche se non ci consideriamo consapevolmente dei manipolatori***, è quello che facciamo: usiamo mezzi tecnici al fine di produrre un effetto nel lettore. È, se ci pensate bene, l’essenza del nostro mestiere di narratori, perché potremmo limitarci a dire che il nostro protagonista va in battaglia e ne esce vivo per miracolo, ma per quello basta il sussidiario di terza elementare. Da narratori, quel che facciamo è descrivere la battaglia attraverso gli occhi del nostro protagonista – completa di colori, odori, rullar di tamburi, deflagrazioni, urla, schizzi di sangue e quant’altro. E per farlo usiamo tecniche descrittive per far immaginare la battaglia al lettore nel modo più vivido possibile.

Mezzi usati per ottenere un effetto.

Manipolazione.

emilio salgari, odissea, carlotta sabatini, strategie evolutiveNello stesso modo in cui un pittore manipola lo sguardo dell’osservatore con le linee, i colori e la prospettiva. Che diamine: l’occhio di cielo nella Camera Picta non è vero. Non c’è nessun putto arrampicato sulla balaustra, nessun cesto di verzura in bilico su un bastone… Vogliamo dire che Mantegna è un bugiardo manipolatore perché vuole che crediamo a una finestra circolare aperta sull’azzurro spazio e popolata di gente che guarda giù?

Però se uno scrittore dice questo genere di cose ad alta voce, si guadagna ulteriore disapprovazione – bugiardo e manipolatore…

Ma, chiedevo in un commento in coda al post di cui si diceva, se non si vogliono menzogne ben confezionate, se non si è disposti ad essere manipolati, se non si è pronti a farsi amabilmente condurre attorno, perché perché perché diavolo leggere narrativa, andare a teatro, andare al cinema?

Per passare il tempo, suggerisce sogghignando il padrone di casa – ed è una risposta legittima, seppure un nonnulla triste.

Ma mi vien da pensare che per passare il tempo siano ottimi anche il tennis, il piccolo punto, i francobolli e il ballo latinoamericano. O, se si è ansiosi di verità inadulterata, l’enciclopedia Treccani****…

A parte tutto il resto, non vi pare che ci sia qualcosa di sbagliato nel cercare affannosamente la verità nella narrativa che si fonda su un patto riassumibile in “E vedi di mentirmi per bene”? 

 

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* Col che non voglio dire che non fossi preoccupata della possibilità di un omicidio colposo in scena. Lo ero eccome – solo che, essendo tutte, ma proprio tutte le mie meschinissime competenze in fatto di arcieria derivate dall’uno o dall’altro romanzo, è stato subito chiaro che in materia non avevo un briciolo di standing.

** Lettori e theatre goers, ma per snellezza parleremo di lettori.

*** Personalmente ci trovo un gran gusto e mi considero una manipolatrice per mestiere – ma si sa che sono cinica…

**** Niente battute, grazie. Sono certa che anche la Treccani possa sbagliare all’occasione – ma lasciatemi la mia ingenua fiducia nel fatto che l’estensore medio e sano di mente non estenda lemmi deliberatamente menzogneri e manipolatori.

Anno Verdiano · Storia&storie

Librettitudini Verdiane: I Due Foscari

giuseppe verdi, anno verdiano, francesco maria piave, i due foscari, byronEra un po’ di tempo che Verdi aveva in mente di tentare Byron, e in particolare The Two Foscari, una di quelle cupe storiellone veneziane, ispirata alle vicende del doge Francesco Foscari e del suo sfortunato figlio.

Solo che a Venezia la censura non aveva voluto saperne – e non del tutto incomprensibilmente, perché non è che Byron faccia fare una gran figura alla Serenissima, implacabile fino alla crudeltà, a tutto beneficio delle vendette private…

Insomma, per la Fenice non se ne parlava, ma Roma era tutt’altra faccenda e, forte del suo nuovo contratto con il teatro Argentina, Verdi mise il buon Piave a verseggiare prim’ancora che le autorità avessero approvato la selva. La selva, per capirci, era una specie di sinossi dettagliata del libretto, su cui la censura esercitava un controllo preventivo.

La selva dei Foscari passò lo scrutinio in trionfo, e Verdi e Piave ci si misero di buzzo buono. E non dovete pensare che, dato il successo dell’Ernani, Verdi si fosse messo quieto nei confronti di Piave – anzi. Presa confidenza e passato al tu, il compositore è ancor più draconiano nelle sue richieste. È chiaro che Piave doveva essere un buon verseggiatore senza troppa idea di come funzionasse il teatro dell’opera, perché le lettere che abbiamo in fatto di Foscari sono un susseguirsi ininterrotto di istruzioni e desiderata di notevole perentorietà. 

Fai questo e fai quello, caro il mio poeta-gatto, e non fare quell’altro – per carità! E quell’altro ancora è bellissima poesia, ma in teatro non si fa così… giuseppe verdi, anno verdiano, francesco maria piave, i due foscari, byron

Piave, brav’uomo, pare essere stato assai cedevole in questo principio di carriera. Non ho mai letto le sue lettere in risposta, ma vien da sospettare che a cose fatte, nel vedere il suo nome stampato sul libretto, dovesse abbandonarsi a qualche risatella amara…

Ad ogni modo, Verdi era molto soddisfatto. Il libretto gli piaceva molto – e ciò benché, tutto sommato, nei Due Foscari in scena succeda ben poco.

Per dire, al principio dell’Atto Primo, incontriamo il coro d’ordinanza nel ruolo del Consiglio dei Dieci che, a notte alta, in gran silenzio e mistero, si riunisce a Palazzo Ducale per deliberare su che si debba fare di Jacopo Foscari, il figlio del Doge, richiamato a bella posta dall’esilio cretese.

Che cosa Jacopo abbia combinato, al momento non è chiaro, ma di certo è ben felice di respirare di nuovo l’aria della sua amatissima Venezia. Un po’ meno di simpatia il giovanotto riserva per i Dieci: quando il comprensivo fante di scorta lo incoraggia ad aspettarsi pietà e misericordia, Jacopo inveisce contro la sete di sangue dei suoi nemici annidati in consiglio.  Apparentemente, non è comodissimo essere un Foscari nella Venezia del 1457 – e che l’innocenza serva a qualcosa è più materia di speranza che altro… Notate che questa tirade l’aveva voluta Verdi, cui pareva che lo Jacopo di Piave fosse deboluccio. Diamogli più carattere, insiste il compositore più e più volte. Diamogli più fuoco! Ed ha tutt’altro che torto – ma vedremo in futuro che per i suoi tenori non avrà sempre tutto questo riguardo.

Ma lasciamo passare qualche ora e spostiamoci a Palazzo Foscari, dove Lucrezia Contarini, la bella sposa di Jacopo, apprende con notevole furia che i Dieci hanno condannato Jacopo all’esilio a vita. Perché, nel modo che è tipico di quest’opera, tutto si è deciso fuori scena. Ma Lucrezia non è un soprano-mammoletta. Tuona contro la falsa misericordia dei patrizi, invoca la vendetta divina sulle loro teste – e non dà gran retta al coro che l’esorta alla pia rassegnazione.

Nel frattempo, alla fattoria… er, no: nel frattempo, a Palazzo Ducale, i Dieci e la Giunta sciamano fuori dall’aula, commentando quel che sappiamo già. Di Jacopo bisogna fare un caso esemplare… ma che diamine ha fatto lo sciagurato ragazzo? Ebbene, ha tenuto corrispondenza con l’arcinemico: lo Sforza di Milano. Vero è che lui nega, ma che vogliamo farci?

giuseppe verdi, anno verdiano, francesco maria piave, i due foscari, byronPersino il Doge, nelle sue stanze private, ammette a se stesso di non poterci fare nulla: tutto sembra condannare Jacopo, e il tribunale ha deciso. Come padre lamenta il tutto, ma come Doge deve sostenere con imparzialità la giustizia.

Di tutt’altra opinione è Lucrezia, che irrompe al grido di:

L’amato sposo rendimi,
Barbaro genitor!

Al che il povero Doge risponde quel che ha già cantato a noi: un conto è quel che pensa il padre, e un conto quel che deve fare il Doge. Il vecchio Francesco vorrebbe tanto credere all’innocenza di Jacopo, ma che può fare di fronte alle lettere che lo incriminano? Perdonare, incalza Lucrezia – e tanto più che si è trattato solo di un’imprudenza commessa al fine di rivedere Venezia…

Il Doge rifiuta ancora, ma piange – ciò che induce la nuora alla speranza. Vuoi vedere che ce la caviamo? E su questa palliduccia alba, il sipario cala.

L’Atto Secondo ci porta alle prigioni, dove il povero Jacopo non si sente affatto bene. Torturato e febbricitante, delira per un po’, crede di vedersi davanti il fantasma minaccioso del defunto Carmagnola in cerca di vendetta, e sviene.

E qui apro una parentesi per un aneddoto: quest’opera l’ho vista una volta soltanto, all’Arcimboldi, un certo numero di anni fa. Il vecchio Foscari era Leo Nucci, il direttore d’orchestra era Muti. Chi fossero gli altri, francamente, l’ho dimenticato. Quel che non dimenticherò facilmente è che il tenore che interpretava Jacopo era troppo sferico per poter cantare altro che in piedi – o forse necessitava di un argano per essere rialzato da terra una volta che ci si fosse steso. Fatto sta che, al momento giusto, una comparsa entrò recando una sedia, in modo che Jacopo potesse “svenirci” sopra. A svenimento concluso, la comparsa ritornò, recuperò la sedia e la portò via. Eh…

Ma torniamo a noi giusto in tempo per vedere Lucrezia che entra nella cella e vede il marito svenuto. Il primo e non del tutto incomprensibile pensiero è che sia morto – ma siamo solo al principio dell’atto secondo, e Jacopo rinviene. Vero è che scambia la moglie per il defunto Carmagnola – ma sono dettagli. Quando è lucido a sufficienza scopre di doversene tornare in esilio e, mentre cerca di trovare qualche consolazione nella promessa di Lucrezia di seguirlo a Creta con i figlioletti, odonsi in lontananza delle voci festanti. giuseppe verdi, anno verdiano, francesco maria piave, i due foscari, byron

È il gondoliero
Che pel liquido sentiero
Provar debbe il suo valor,

spiega Lucrezia.

Jacopo sforna qualche maledizione – ma attenti, chi arriva avvolto in ampio e nero mantello? È il vecchio Francesco, venuto a consolare ed abbracciare un’ultima volta il figlio innocente. Ecco, Jacopo forse si sentirebbe più consolato se il padre non fosse così ansioso di andarsene – perché c’è un limite alla debolezza che il Doge può mostrare…

Ma a tagliar corto il congedo arriva Loredano, membro del Consiglio dei Dieci e nemico giurato dei Foscari, con la notizia che la galea per Creta è ferma in attesa sul primo binario, che Lucrezia ha il più assoluto divieto di seguire il marito, e vogliamo darci una mossa, per favore?

Jacopo e Lucrezia tirano accidenti a Loredano e il Doge li ammonisce severamente: la giustizia di Venezia va rispettata e non ci piove. Loredano gongola – fade to: la sala del Consiglio dei Dieci.

Anche qui c’è un gran parlare della giustizia di Venezia, e una certa impazienza per la partenza di Jacopo che, apprendiamo qui, ha anche ucciso un uomo. Jacopo, portato al cospetto del Doge, si dichiara innocente una volta di più e supplica misericordia…

Segue uno di quei meravigliosi passaggi in ottonari a rima baciata – che vi riporto:

CORO:
Non s’inganna qui la legge,
qui giustizia tutto regge.

DOGE:
Il Consiglio ha giudicato;
parti, o figlio, rassegnato.
(S’alza, tutti lo imitano)

JACOPO:
Mai più dunque ti vedrò?

DOGE:
Forse in cielo, in terra no.

JACOPO:
Ah, che di’? Morir mi sento.

LOREDANO: (ai custodi che gli si pongono al fianco, e si avviano)
Da qui parta sul momento.

giuseppe verdi, anno verdiano, francesco maria piave, i due foscari, byronA interrompere la tempesta di ottonari arriva Lucrezia – irrompitrice di professione – con i due pargoletti al seguito. Suppliche, lacrime, abbracci e, a dirla tutta, persino qualche senatore della Giunta si commuove. Ma non i Dieci e di certo non Loredano. Jacopo viene trascinato via mentre ancora supplica il padre di badare ai figli* – orfanelli a tutti gli effetti pratici – ed è il turno di Lucrezia per svenire.

Sipario.

giuseppe verdi, anno verdiano, francesco maria piave, i due foscari, byronE l’Atto Terzo si apre nell’antica piazzetta di San Marco, in vista di un subisso di gondole che vanno e vengono per il canale, mentre il sole volge all’occaso. Per la cronaca, il sole che volge all’occaso era uno dei tanti e tanti cambiamenti che Verdi aveva chiesto al povero Piave, perché il tramonto del sole è così bello…

E suppongo che avesse in mente le luci, perché al tramonto non accenna nemmeno per sbaglio il coro, gaio, ridanciano e barcarolante fino al momento in cui arriva la giustizia del leon, nella forma del corteo armato che scorta il povero Jacopo alla galea. E allora il coro si zittisce e ritira in buon ordine…

Questo volgo ardir non ha,

commenta sprezzante Loredano. E, considerando come fa esercitare la giustizia, forse non dovrebbe stupirsene… Segue ancora un po’ di mesto congedo fra Lucrezia e il povero Jacopo, che comincia ad accarezzare pensieri luttuosi. Ma Loredano è proprio malvagio oltre ogni dire: nell’ansia del suo odio per i Foscari, sente persino l’esigenza di far tagliare corto l’addio tra i due poveri innamorati che non si vedranno mai più…

Eh. Diciamo che non tutti gli antagonisti verdiani con voce di basso sono pieni di sfumature e di tormenti.

Anyway, Jacopo parte e noi ci trasferiamo nella stanze del Doge, a vederlo tormentarsi. Perché il povero Francesco, dovete sapere, ha già perso quattro figli giovani, e al quinto, superstite e amatissimo, abbiamo visto quel che capita. Il povero padre è intento a maledire il suo dogado quando un senatore non ostile entra con la prova dell’innocenza di Jacopo – quantomeno in fatto di omicidio**. Il tradimento a quanto pare diventa all’improvviso secondario, perché Francesco esulta: il cielo pietoso ha voluto rendergli un figlio! 

O forse no, dopo tutto: Lucrezia arriva a puntino per annunciare che, appena salito sulla galea, Jacopo è morto – presumibilmente di crepacuore.

Basta? No, non basta: Francesco Foscari non la prende troppo bene, ma non ha nemmeno il tempo di abbandonarsi al suo dolore, perché i Dieci vogliono parlargli.

E sapete che cosa vogliono i Dieci, guidati dall’esecrabile Loredano? Nientemeno che l’abdicazione, perché hanno il dubbio che il povero Foscari, rammollito colpito dall’età e dalla morte del figlio, non sia più all’altezza meriti pace e riposo.

Foscari, che in precedenza per ben due volte aveva chiesto invano di abdicare, ed era stato costretto a giurare di morir Doge, rifiuta fieramente dapprima, poi accondiscende in feroce amarezza.

Ma mentre si spoglia dei simboli del potere, odonsi le campane di San Marco.

Ops. Si direbbe proprio che Venezia si sia data un nuovo Doge – senza nemmeno aspettare l’abdicazione del precedente…

È davvero troppo. Senza più figli, senza trono, umiliato e vilipeso, tra la commozione di tutti – tranne uno – Francesco Foscari si abbatte per terra morto.

Pagato ora sono,

esulta l’implacabile Loredano, in mezzo all’inorridito sconcerto generale.

Sipario.

E insomma ecco qui. Verdi era riuscito ad avere il soggetto che voleva, il libretto che voleva, aveva passato il setaccio della censura ed era soddisfatto della musica che aveva composto. Gli piacevano proprio, questi Due Foscari…

E a questo punto sarebbe bello dire che all’Argentina fu un successo, ma… no. I cantanti stonarono, le aspettative del pubblico erano astronomiche, in teatro non si lavorò così bene come si sarebbe potuto.

Se i Foscari non sono del tutto caduti poco è mancato.

Scriveva Verdi all’indomani della prima.

Il fatto si è che l’opera ha fatto mezzo fiasco.

Del che si dispiaceva molto. Poi le cose andarono meglio, e i Foscari, pur non raggiungendo mai la popolarità di un Ernani o di un Nabucco, restarono ragionevolmente apprezzati e rappresentati per tutto l’Ottocento. Poi sparirono un po’ dalle scene, con l’occasionale ripresa e qualche incisione – ad onta della molta predilezione di Verdi, e di tutta la sua puntigliosa preoccupazione per il libretto.

 

 

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* Per la cronaca, è qui che si parla della celebre illagrimata polvere destinata di li a poco a scendere all’avello.

** In realtà, lo Jacopo storico uccise davvero quell’Ermolao Donà – apparentemente in una rissa di strada. Una di quelle cose che va’ a sapere. In compenso aveva davvero corrisposto con il Visconti e, non bastandogli, col Gran Turco. Se poi fosse davvero un traditore o solo uno scervellato, è difficile a dirsi. Di sicuro, qualunque cosa avesse fatto, la pagò cara, con la tortura e la morte in carcere a Creta. Il Francesco storico, meno intransigente di quello letterario, tentò di proteggere il figlio e lo fece anche fuggire una volta, ma non bastò – e mal gliene incolse. Dopo un anno di braccio di ferro con i Dieci, che tra l’altro gli rimprovaravano la debolezza nei confronti del figlio, fu davvero esautorato, e morì pochi giorni dopo.

 

 

 

cinema

Hitchcock, Molto Tempo Fa

alfred hitchcock,cinema muto,ivor novelloE oggi parliamo di quando Hitchcock, ben prima di migrare Oltretinozza, faceva i film muti in Inghilterra.

Come The Lodger, del 1927 – più un thriller che un giallo, con un sacco di tensione, un interessante uso dei colori per creare atmosfera e delle soluzioni registiche già molto smaliziate. Ma d’altra parte, questo è considerato il miglior film muto del non ancora Sir Alfred.

Per la cronaca, sì: il film è tratto da un romanzo del 1913, con il quale però  la sceneggiatura conserva la più lontana delle parentele. Hitchcock avrebbe voluto un finale più… aperto*, ma la produzione non ne volle sapere, nel timore che il pubblico dell’Isoletta e il botteghino riportassero traumi irreparabili vedendo Ivor Novello al centro di un finale troppo aperto…

Era la prima volta che Hitchcock si ritrovava a dirigere un attore davvero celebre: scatto di carriera – no doubt – ma anche un sacco di costrizioni in più. Ma niente paura: l’atmosfera resta cupa, e la minaccia e il dubbio funzionano alla perfezione fino all’ultimo.

All’epoca il Solitario Misterioso E Malinconico Con Un Segreto era la specialità di Ivor Novello – personaggio eclettico: compositore, musicista, produttore, playwright, attore di teatro e cinema…

E se vi pungesse vaghezza di vedere un film muto per intero, potreste far di peggio che provare con The Lodger. Lo trovate (insieme a vari altri titoli passati nel pubblico dominio) qui.

Buona domenica.

Elsewhere · gente che scrive

Bisanzio Secondo Forlani

Post fuori ruolino per mettervi a parte del fatto che Alessandro Forlani, buon amico e favoloso narratore, mi dedica un racconto.

“Battaglia,” mi aveva detto a suo tempo. “Scegli tu il periodo.”

E da quella sciagurata che sono, tra varie possibilità, avevo infilato “Bisanzio – secolo a piacere”.

E così è stato, e naturalmente i Bizantini di Alessandro sono diversi da tutto il resto, perché… ma no, non vi dico nulla – se non che sono assolutamente deliziata, e che il “mio” bellissimo racconto, intitolato Non Due Volte Nello Stesso Fiume, lo trovate qui.

Buona lettura.

cinema · Vitarelle e Rotelle

Il Dialogo – Quando È Frizzantino

scrittura creativa,dialoghi, paris when it sizzles, william holden, audrey hepburnAvete mai visto Paris When It Sizzles? È un film anni Sessanta, assolutamente delizioso. Un po’ metacinema, un po’ parodia, un po’ commedia sofisticata. Mi pare che in Italia sia tradotto come Insieme A Parigi (meh…), e ogni tanto lo ridanno – in genere d’estate, alle due del pomeriggio o dopo mezzanotte, you know

E c’è persino una comparsata di Noël Coward. Quel Noël Coward. No, davvero.

Se vi capita e non l’avete mai visto, vale la pena. Questa però non è una recensione. È una faccenda di vitarelle e rotelle. Dialoghi, per la precisione.

Perché dovete sapere che, proprio all’inizio di PWIS, Audrey Hepburn irrompe nella suite di William Holden, armata del suo fascino e di una gabbia contentente canarino a nome Richelieu, per assumere le sue funzioni di dattilografa. Lui, sceneggiatore talentuoso, pigro, alcolizzato e non poco eccentrico, l’accoglie con una serie di istruzioni e raccomandazioni strambe.

“E soprattutto, non risponda mai a una domanda con un’altra domanda. Ha capito bene?”

“Perché?” cinguetta Audrey. “L’ho fatto?”

Inutile dire che lo sceneggiatore diventa sarcastico e i due cominciano a battibeccare adorabilmente, mettendo subito in vetrina il tipo di dialogo brillante, sofisticato e appena nonsense che costituisce un terzo del fascino di questo film.

Ecco, questa è un’abitudine leggermente irritante nella vita reale, ma una meravigliosa tecnica nello scrivere dialoghi. E lo è perché: a) crea conflitto*; b) consente di usare badilate di sottotesto, perché ovviamente tutte le domande successive alla prima sottintendono la mancata risposta e le ragioni della mancata risposta; c) permette di caratterizzare efficacemente varie tipologie di personaggio. Possono esserci varie ragioni per rispondere a una domanda con un’altra domanda: ingenuità, curiosità iperattiva, sovrana indifferenza alle esigenze altrui, tortuosità più o meno machiavellica, sfida, menzogna, evasività, provocazione scherzosa… you name it. E diversi modi per farlo; d) consente di produrre scambi (e battibecchi) incisivi, efficaci e pieni di ritmo.

Per dire, in teatro… ecco.

Poi naturalmente, come tante cose, è da usarsi come il curry – ovvero con cautela. Ma considerando che il dialogo dovrebbe sempre caratterizzare il personaggio o far avanzare l’azione/conflitto (e possibilmente entrambe le cose insieme), direi che questo fits the bill.

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* Fate un piccolo esperimento: al lavoro o in famiglia, scegliete qualcuno di moderatamente nervoso e provate a rispondere con una domanda a ogni domanda che vi viene rivolta. Fatelo due o tre volte, non una sola, e poi sappiatemi dire se genera conflitto oppure no…