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Traducendo

Alfonso Traina – IL Traina: se avete mai studiato Latino, sapete di chi parlo. Filologo, traduttore, virgilianista, accademico dei Lincei, accademico virgiliano…

Alla richiesta di dire due parole à l’impromptu all’apertura dell’anno accademico dell’Accademia Virgiliana, prima dice di no, perché non vuole far prosa dopo tutta questa musica e poesia… Poi però si lascia trascinare a commentare un po’ la sua traduzione delle Bucoliche di Virgilio.

E poi non è vero, perché alla fin fine il professor Traina non parla della sua traduzione, se non per dimostrare gioie e crucci del traduttore dal Latino. Il traduttore di poesia latina, in particolare. 

E comincia con un nodo apparentemente semplice nel quarto verso della I Egloga:

Nos patriam fugimus; tu, Tityre, lentus in umbra…

Lentus. Ah, quel lentus! dice Traina. Perché il fatto si è che le parole non vogliono quasi mai dire una cosa sola. E lentus vuol dire lento, pigro, tranquillod ha senso che il povero Melibeo, costretto a lasciare le sue terr, compari la propria forzata urgenza e la calma con cui Titiro invece se ne sta a zufolare allombra di un faggio. Ma basta? Tutto sommato, messa così, è un’osservazione piuttosto blanda: io corrovia e tu te ne stai qui tranquillo a goderti il fresco… Ma, dice Traina, c’è la possibilità di vederci qualcosa di più: lentus ha anche una connotazione negativa di indolenza, di indifferenza. Lento a reagire. Lento a capire. Ben poco toccato dai drammi altrui. Ed ecco che le parole di Melibeo diventano all’improvviso amare: io scappo, tanti come me scappano, e tu te ne stai a zufolare al fresco – come se nulla fosse. E come rendere il dato di fatto e l’ombra di sconsolato rimprovero in un aggettivo solo Il professor Traina ha scelto di tradurre lentus con placido. Che è come dire indisturbato, che è come dire quasi indifferente. Che è come dire che a Melibeo non dispiacerebbe un po’ di partecipazione in più, tante grazie. E già questo è affascinante, ma non è come se la vita del traduttore di poesia latina si esaurisse nella caccia alle iridescenze semantiche: dove vogliamo mettere le gioie di tradurre versi da una lingua che funziona con una metrica diversa? Una possibilità è quella di riprodurre il ritmo – ed è quello che ha fatto il professor Traina, secondo il quale non si dà poesia senza la combinazione di significato e significante: non è solo questione di concetto e contenuto, ma dell’espressione di concetto e contenuto attraverso una forma specifica e coerente. In poesia (e non solo) la forma è sostanza.

Tityre, tu patulae recubans sub tegmine fagi,

Traina è stato tentato di tradurre tegmen con cupola. Tegmen, dopo tutto, significa volta, riparo, protezione, tetto… La tentazione di vederci un altro riferimento al tetto che Melibeo non ha più è davvero forte. Peccato che ritmicamente non vada bene con il ritmo del verso. Ora chiedo perdono, ma ho fatto la schiocchezza di non annotare subito il verso tradotto e non ho la traduzione sotto mano. Sarà l’età che avanza, non sono sicurissima di quello che sto per citare, ma la versione trainiana del verso suonava più o meno così:

Titiro, tu recline sotto la grande qualcosa di un faggio…

E al posto di quel qualcosa, alas, la cupola non ci sta. Provatea leggere ad alta voce: Titiro, tu recline sotto la grande

Titiro, tu recline sotto la grande corona di un faggio…

E l’albero è tornato ad essere solo un albero, anziché l’ombra di un tetto perduto e un lampo di rimpianto. Peccato, a dire il vero: e questo post nasce principalmente dal desiderio di conservare per iscritto quell’albero/tetto che è andato perduto nella traduzione. Ma questo è stato un caso in cui il ritmo l’ha avuta vinta per l’implausibilità di un’alternativa bruttina. Non sempre va a finire così. Il mestiere del traduttore consiste nel ricercare un equilibro di forma, sostanza ed efficacia. La malinconia del traduttore sta nel fatto che non sempre è possibile – e allora si fanno scelte che qualche volta sono solo pratiche e qualche volta sono dolorose.

Sentirlo dire da Alfonso Traina è stato istruttivo, confortante e bello. __________________________________________

* Sì, magari un librettista d’opera l’avrebbe fatto. È uno dei motivi per cui non leggiamo molto Virgilio tradotto da librettisti d’opera.

musica · teatro

Les Misérables

E così venerdì sera sono andata a vedere Les Misérables che, qualora non lo sapeste è la versione cinematografica del musical, e non del romanzo.

Mi ero posta ansiose domande su traduzione e doppiaggio – e invece sbagliavo: nulla di cantato è stato tradotto, a tutto beneficio dell’insieme. Oddìo, sottotitoli per sottotitoli, ho l’impressione che avrebbero potuto omettere di tradurre e doppiare anche i (non frequentissimi) parlati – e l’insieme se ne sarebbe giovato ancor di più, ma accontentiamoci così.

La povera R., che mi sono trascinata dietro, ha finto di non conoscermi quando, a film finito, ho lasciato la sala canterellando One Day More sulla musica dei titoli di coda. Poi però abbiamo incontrato A. (la bravissima Giovanna d’Arco di Bibi & il Re degli Elefanti), che ha detto di avere cantato sottovoce per tutto il film… R. si è un pochino consolata col costatare che, se non altro, c’è altra gente che soffre dei miei stessi esantemi.

E a questo punto, posso forse non mettervi a parte? Ovviamente no. E siccome non trovo il brano rilevante del film, ecco a voi One Day More, nella versione in concerto per il decimo anniversario della produzione londinese:

A titolo di curiosità, qui Jean Valjean è Colm Wilkinson, che nel film interpreta il Vescovo di Digne.

E buona domenica.

cinema · lostintranslation · Vitarelle e Rotelle

Il Guardiamarina Inesistente

c. s. forester, hornblower, meridian, mr. midshipman hornblowerOddìo, forse proprio inesistente no, perché in Mr. Midshipman Hornblower, che riesce ad essere sia il nono che il primo dei romanzi navalnapoleonici di C.S. Forester, il Guardiamarina Kennedy compare per un paio di paragrafi, in cui lo vediamo scherzare con l’altrimenti riservatissimo e tetro protagonista eponimo. Poi viene nominato tre o forse quattro volte, presente a margine di situazioni in cui Hornblower scintilla ma non può far tutto da solo – e poi più. Non ha nemmeno un nome di battesimo, e mi par di ricordare che non compaia in nessuno degli altri romanzi. 

Fine – ma d’altra parte, nessuno è molto importante negli Hornblower Novels, a parte naturalmente Hornblower…

E invece, nella miniserie* che una quindicina di anni fa Meridian Television ha tratto da Forester, il Guardiamarina Kennedy si chiama Archie, è scozzese e di buona famiglia, cita Shakespeare a ogni pie’ sospinto e sarebbe di natura gaia e avventurosa, non fosse che il malvagissimo bullo della nave lo ha vittimizzato fino a fargli venire – letteralmente – le convulsioni**. Ed è anche uno dei due soli amici del diciassettenne nuovo arrivato Hornblower. L’altro è un guardiamarina più anziano, che non fa carriera per una propensione ad alzare il gomito, e Malaggiustati di questa nave, uniamoci! è l’inespresso motto di questi tre quando fanno inefficace comunella. Prima della fine, il Perfido Guardiamarina Simpson avrà trovato il modo di togliere di torno entrambi gli amici, ma Hornblower sarà maturato a sufficienza per mettere fine alle sue malefatte.c. s. forester, hornblower, meridian, mr. midshipman hornblower

Ora, tutto ciò è assai più truculento e dimostrativo di quanto non sia nel romanzo: l’Hornblower di carta è un rimuginatore solitario fino alla misantropia, che calcola le probabilità di morire e nuota nell’ingiustificato disgusto di sé, perennemente intento a denigrarsi in monologo interiore e a considerarsi incapace, sleale e codardo proprio mentre compie ogni genere di prodigio di valore e d’intelletto. Il che costituisce la sua originalità, ed è un’ottima cosa. Ma supponendo di voler portare il giovanotto sullo schermo, e tenendo a mente che lo spettatore medio non possiede capacità telepatiche, come rendere un personaggio che vive di conflitto interiore & autocontrollo – e non parla mai con nessuno?

Eliminando dubbi e rimuginamenti per fare del giovane Horatio un altro eroe navale standard? Uh… Affibbiandogli una Voce Fuori Campo? Oh poveri noi.

L’impressione è che lo sceneggiatore Russel Lewis abbia deciso di rendere il protagonista meno taciturno, dandogli due amici con cui parlare – e da perdere. Voglio dire, la Perdita dell’Amico è un classico, in fatto di motivazioni&maturazioni, giusto? All’apparire della paroletta di quattro lettere, il nostro Hornblower è solo come si deve, risoluto come si deve, taciturno come si deve – e se è diventato misantropo, why, come biasimarlo?

c. s. forester, hornblower, meridian, mr. midshipman hornblowerHornblower di celluloide ricondotto all’Hornblower di carta? Tutto sommato pensavo di sì, fino a quando il terzo film non ha restituito a Horatio e a noi tutti il Guardiamarina Kennedy. Perché vedete, non era proprio morto – solo disperso in mare, preso prigioniero e, dopo vari tentativi di fuga, finito proprio nella stessa prigione spagnola in cui si ritrova Hornblower. Ah, le coincidenze. Ma perché disperarsi a resuscitare un personaggio che in fondo era poco più di un device narrativo? Perché, dopo una certa quantità di melodramma, promuoverlo a sidekick

A quanto pare, per una combinazione di ragioni narrative e commerciali. Da un lato, il ragazzo era piaciuto al pubblico, e la sua eliminazione aveva scatenato una di quelle rivolte (e)postali che costellano la storia della televisione a puntate***. E sì, non sarò io a negare che Jamie Bamber, l’attore che interpreta Kennedy, sia piuttosto attraente – ma a quanto pare non era solo questione di ragazzine infatuate. Perché cercando qualche notizia in proposito, si scopre che il Guardiamarina Narrativo mancava anche agli autori. Adesso che avevano reso Hornblower stoico e taciturno, non sapevano bene cosa farne, e si ripresentava il problema iniziale: c’era bisogno di qualcuno al suo fianco.

E coc. s. forester, hornblower, meridian, mr. midshipman hornblowersì, riecco Archie Kennedy, promosso non solo ad Amico Difettato****, ma anche a Confidente e col tempo persino a Coscienza. Il che funziona, in effetti, perché per essere un device narrativo, Kennedy è un device efficace e ben riuscito. Il problema è, semmai, che le intenzioni degli autori finiscono un po’ fuoribordo, e questo Hornblower più ciarliero e fraterno è molto diverso dallo Hornblower di carta.

Entra in scena la C.S. Forester Estate, che detiene i diritti dei romanzi, e chiede la testa di Kennedy – tanto più che con il quinto film è in arrivo il blando, stolido e canonico Tenente Bush, l’unica vaga parvenza di amicizia che Hornblower coltivi nei romanzi. E con l’arrivo di Bush, insistono alla Forester Estate, Kennedy diventa ridondante ed eminentemente eliminabile. Off with his head. Seguono veri e propri negoziati di una notevole ferocia, alla fine dei quali emerge questa soluzione: il ragazzo si elimina, ma muore in scena. E sinceramente è possibile che alla Forester Estate avessero in mente qualcosa di meno protratto e meno tragico, ma Meridian ha impiegato tutto il quinto e il sesto film per disfarsi dell’ormai Tenente Kennedy, con tanto di sacrificio eroico e morte strappalacrime.

Nuova rivolta popolare – leggenda vuole che il volume delle proteste facesse saltare il sito dell’emittente americana A&E, che trasmetteva la serie Oltretinozza – ma ormai era tardi: Kennedy era eliminato oltre ogni possibilità di risurrezione, Bush era installato, almeno in parte, al suo posto al fianco di un più taciturno e meno dimostrativo Hornblower, e la Forester Estate era tanto soddisfatta quanto si poteva esserlo nelle circostanze. Il settimo e l’ottavo film potevano ricondursi nell’ovile del canone foresteriano. Un po’ tardino, forse, e non del tutto, ma ci si era arrivati.

E perché vi ho raccontato tutto questo? Perché è istruttivo in tutta una varietà di maniere.

c. s. forester, hornblower, meridian, mr. midshipman hornblowerPer prima cosa, insisto nel dire che non tutti i libri si prestano ad essere adattati per il cinema o, in questo caso, per la televisione , perché si tratta, udite udite, di mezzi diversi. Un personaggio come Hornblower funziona solo sulla carta – e se proprio si insiste a volerlo sceneggiare, bisogna rassegnarsi all’idea che il film racconti una storia diversa, o quanto meno un personaggio diverso.

Per seconda e correlata cosa, il primo episodio della serie è un esempio da manuale della differenza. Per iscritto va benissimo che a diciassette anni Hornblower sia già cupo e taciturno e tendente alla misantropia. Sullo schermo no: lo spettatore si identifica molto meglio con lui se lo vede diventare cupo, taciturno e misantropo in conseguenza di una Terribile Esperienza – tipo perdere due amici per mano di un Malvagio e poi dare al Malvagio stesso il fatto suo. Prova Dolorosa, Vendetta/Giustizia, Disillusione… Ed è pur vero che poi le cose sono un tantino sfuggite di mano, but still.

Per terza cosa, a conti fatti la Forester Estate ha perso la partita. Immagino che sia stata presa alla sprovvista dalla risurrezione del Guardiamarina Narrativo nel terzo episodio, e a quel punto che poteva fare? Pretendere l’eliminazione del personaggio, come ha fatto – ma resta il fatto che nessuno può morire in scena in quel modo senza guadagnarsi una certa quantità di imperitura simpatia da parte del pubblico. Leggenda vuole che esista una corrente di mugugni per il fatto che il settimo e l’ottavo film sono scritti come se Kennedy non fosse mai esistito. Ma, ripeto, che si poteva fare a quel punto?

Per quarta e ultima cosa, qui si dimostra che un personaggio può essere un device narrativo senza per questo essere di cartone. Per ricoprire la funzione, gli autori di Meridian hanno preso un cognome e un’impressione, ci hanno aggiunto una manciatina di (semitragiche) circostanze altrui, poi ci hanno ricamato sopra una personalità – e alla fine del primo episodio avevano un personaggio abbastanza significativo e interessante perché a tutti spiacesse non rivederlo mai più. E così lo hanno ripreso, lo hanno sviluppato con una combinazione di melodramma e sottigliezza, gli hanno dato ombre, guai e imperfezioni, e il risultato conserva soltanto la più vaga delle parentele con il paragrafo da cui ha preso le mosse ma, nella narrazione del film, il Guardiamarina Inesistente è un personaggio a tutti gli effetti – e uno tutt’altro che cattivo. Al punto che, quando muore per davvero, tutti spargiamo una lacrimetta.

Missione compiuta, Mr. Kennedy.

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* Scoperta recente, su segnalazione di amici che conoscono la mia ossessione per le storie navali. Tutt’altro che male: belle navi, bei costumi, ricostruzione ragionevolmente accurata, bravi attori (con l’occasionale masticatore di scenario, ma non troppo), scrittura più che decente… Almeno all’inizio. Poi a un certo punto la produzione si fa un po’ più cheap, ma ehi, le navi costano. 

** E se vi state domandando perché mai la Marina dovesse tenersi un allievo ufficiale incline ad avere rumorosissime convulsioni, che so, durante un abbordaggio notturno a sorpresa, me lo sono chiesto anch’io. E tuttavia l’episodio viene pari pari dal libro, con l’eccezione che sulla carta a soffrire di fits non è Kennedy, ma un marinaio semplice. Durante l’abbordaggio, Hornblower reagisce allo stesso modo: zittisce il malcapitato con un colpo in testa. In entrambi i casi, non finisce bene.

*** E non solo della televisione. Dickens riceveva questo genere di posta: lettori e letrici lo sommersero di biasimo e indignazione quando finalmente si decise a liberarsi della Piccola Nell.

**** Oh, sapete come funziona. L’amico devoto ma provvisto di difetti fatali, quello a cui il protagonista deve badare, perché è bene intenzionato ma incline alle idiozie, il fratello minore de facto… La metà delle volte ha anche un certo complesso del martire.

scribblemania

Piccolo Bollettino Notturno

E no, non è che 213 parole siano un gran progresso, ma:

I. Sono le prime duecentotredici parole da qualche giorno a questa parte, per cui è tutta glassa. E poi…

II. Erano duecentotredici parole piuttosto intense. Credo che trovandosi in un posto buio e freddo, e con la prospettiva di restarci più o meno indefinitamente, per il calore del fuoco si possa avere una nostalgia davvero feroce, don’t you think?

E, a parte questo, qualcosa- qualcosa è sul punto di succedere…

grillopensante

Cavalli Di Un Altro Colore

Per varie ragioni , mi ritorna in mente un lavoro che ho fatto anni fa: una serie di traduzioni dall’Italiano all’Inglese per il progetto di un codice sinestetico condiviso. L’idea era di associare a una dozzina di colori altrettanti suoni, altrettanti odori e altrettanti simboli in braille, per costruire una specie di linguaggio che rendesse i colori accessibili ai ciechi dalla nascita. 

Parte dell’interesse della faccenda consisteva nell’esplorazione della quantità e varietà di significati che lo stesso colore può assumere presso diverse culture, ma la cosa più affascinante erano i diversi modi in cui si usano i colori nel linguaggio.

E di conseguenza nella scrittura.

Ci sono associazioni logiche, per lo più legate a fenomeni naturali, che restano un po’ le stesse a tutte le latitudini. Tutti, o quasi, associamo il verde alla rinascita e il nero al buio.

Poi ci sono associazioni di significato di tipo culturale: il rosso, colore “peccaminoso” in Occidente, diventa il colore della purezza in India (e mi domando se la cosa abbia a che fare con le virtù purificatrici del fuoco…); il giallo significa coraggio in Giappone e codardia nel mondo anglosassone; il bianco è il colore delle spose e degli angeli, ma in Oriente significa lutto e morte. E il nero, il nostro colore del lutto, in Cina è associato ai bambini maschi. È chiaro che ognuno di questi significati ha ragioni culturali e antropologiche, qualcuna antica come lil fuoco purificatore, altre recenti come i celebri sorci verdi.

E poi ci sono le associazioni del tutto personali. Per Federico Garcìa Lorca il tramonto ha anche il colore dello zucchero; quando da bambina studiavo pianoforte, mi sono formata la convinzione che l’accordo DO-MI-SOL fosse giallo oro; la nonna di una mia amica diceva che i colori della primavera sono il bianco e il nero, come il petto e il dorso delle rondini…

Il che significa che ci sono infiniti modi di usare il colore e i colori per iscritto. Una sfaccettatura in più nella cangianza infinita del linguaggio. Il mare di Omero era color del vino, nel Tamerlano di Marlowe non compaiono altri colori che bianco, rosso, nero e oro; per Dick Heldar, la felicità è vedere l’azzurro nel bianco della neve al chiaro di luna, per Rimbaud la lettera E era verde come il turbante dell’emiro che la illustrava sul suo abecedario di bambino, per Skrjabin il Fa è rosso, il Si azzurro e il La bemolle violetto…

Il che è affascinante, ma significa anche che ci sono ben pochi modi di sapere quali associazioni il nostro uso dei colori susciterà nel lettore.

Neppure quando scriviamo per lettori della nostra stessa cultura, della nostra stessa lingua, del nostro stesso condominio… Ciascuno, ma proprio ciascuno, ha la sua tavolozza.

Per questo, confesso ero un po’ più che perplessa a proposito del codice sinestetico universale: tutti, credo, annodiamo spontaneamente delle associazioni di questo genere, e per i motivi più disparati. La E di Rimbaud era bianca per motivi del tutto arbitrari e personali, e però era legittimamente bianca, così come la mia E, che è verde, e come il Mi azzurro di Skrjabin, e il mio Mi giallo oro…

Ljerka Ocic, questa fantastica organista croata che si occupa molto di didattica musicale, sostiene che le associazioni sinestetiche sono del tutto naturali e altrettanto personali: non tutti le effettuano spontaneamente, ma chi lo fa, associa in base a poche costanti culturali e molti fattori imprevedibili, come l’emiro di Rimbaud. Ma allora, mi domando: com’è possibile elaborare un codice sinestetico, senza che le sue associazioni siano legate all’esperienza di qualcuno e completamente arbitrarie per tutti gli altri?

Alla base del progetto c’era, se ben ricordo, l’idea che il nome associato al colore risultasse un’etichetta puramente arbitraria ed estranea per chi non aveva esperienza diretta dei colori – ma non posso fare a meno di pensare che l’associazione del verde al simbolo di una punta di freccia (in realtà una conifera stilizzata), o dell’azzurro al profumo dei fiori del tiglio non fosse meno estranea e meno arbitraria. Significava, alla fin fine, sostituire un linguaggio con un altro linguaggio…

Non so, e forse mi perdo qualche passaggio, perché sono la persona meno visiva del creato, e i colori li trovo quasi più facilmente nei suoni che in quel che vedo – ma here’s a question: è davvero possibile, è davvero utile, è davvero desiderabile codificare e uniformare le associazioni sinestetiche?

 

cinema

Il Prigioniero Di Zenda

E dopo venerdì, non potevamo non dare un’occhiata a qualche film, giusto?

Allora, per cominciare, la coloratissima versione 1952:

Ah, The Motion Picture That Defies Comparison… ve l’ho già detto che adoro i vecchi trailer? E bisogna che lo dica: Kerr è una Flavia perfetta, Granger… mah. Ma James Mason come Rupert non mi piace, non mi piace e non mi piace. E tuttavia, chi avrebbe potuto esserci al suo posto?

Ammetto che sarebbe stato difficile fare meglio della versione 1937, con Ronald Colman nei panni di Rudolf e il meraviglioso Rupert di Douglas Fairbanks Jr.

Badate a questa conversazione – che, se ben ricordo, è presa pari pari dal libro:

E già che ci siamo, anche il duello. Non badate ai sottotitoli olandesi e all’effetto mal di mare…

Ah… non è un peccato che non abbiano fatto anche il seguito?

Buona domenica a tutti.

gente che scrive · libri, libri e libri

L’Uomo Di Zenda

anthony hope, il prigioniero di zenda, ruritania, ruritanian romanceDomani, Mesdames et Messieurs, sarebbe il centocinquantesimo compleanno di Anthony Hope.

Centocinquantesimo, sì. Avete letto bene – ma non allarmatevi. E non allarmatevi nemmeno nello scoprire che a luglio cadrà l’ottantesimo anniversario della morte di Hope… Questo è in effetti un anno hopiano quanto è possibile esserlo, ma davvero, non è necessario che vi allarmiate: un pochino di Hope forse ve lo infliggerò, qua e là, ma nulla di paragonabile alle dosi di Dickens che vi siete sorbiti l’anno passato…

Anche perché, a parte tutto il resto, Hope non è Dickens.

Non perché non ci abbia provato, sia chiaro: gentiluomo di famiglia ecclesiastico-accademico-intellettuale, educato a Oxford e avvocato, Hope in vita sua scrisse… boh, una trentina di romanzi, un buon numero di racconti e, da solo o in compagnia, un diluvio di drammi – qualcuno originale, qualcuno adattato dai suoi lavori. E fu anche estremamente celebre su entrambi i lati della Tinozza, ai suoi tempi, e baronetto, e presidente della Society of Authors

E adesso noi lo ricordiamo soltanto per due titoli – anzi no, mi correggo: per un titolo. E mi correggo ancora: ad ovest della Manica la faccenda è diversa, ma qui lo ricordiamo (quando lo ricordiamo affatto) per il film tratto da uno dei suoi libri: Il Prigioniero di Zenda.anthony hope, il prigioniero di zenda, ruritania, ruritanian romance

Per alzata di mano: chi ha visto IPdZ, versione 1952, con Stewart Granger, Deborah Kerr e (sigh) James Mason? Andiamo: technicolor abbacinante, uniformi piene di alamari, incoronazioni, duelli, intrighi, salvataggi dell’undicesima ora, algide principesse dai capelli rossi e avventuriere brune… Non è la versione cinematografica migliore, ma di sicuro è la più celebre… davvero non l’avete visto? No? Oh.

Be’, se l’aveste visto, avreste potuto divertirvi alla pittoresca improbabilità e a una certa tendenza a masticare lo scenario e poi, anni più tardi, in una libreria londinese, avreste potuto scoprire con qualche sorpresa che il film è tratto da un libro. Un libro molto divertente, pieno di scambi d’identità e intrighi di corte in un immaginario staterello mitteleuropeo… E dopo averlo letto, avreste scoperto l’esistenza di un seguito dedicato all’affascinante vilain Rupert von Hentzau – e avreste potuto leggere anche quello, sempre in una piccola edizione Penguin, dotata di abbastanza introduzione da scoprire che Sir Anthony Hope, anthony hope, il prigioniero di zenda, ruritania, ruritanian romanceoltre a scrivere eccellenti piccole avventure, aveva creato un genere. Perché c’è un nome per tutto quel che si ambienta in uno staterello immaginario in età contemporanea (ma non solo, o almeno non troppo rigorosamente) – e questo nome è, Mesdames et Messieurs, Ruritanian Romance*.

Per cui, ecco dove risiede l’immortalità di Hope – be’, quella fettina d’immortalità che gli spetta: nella geografia immaginaria che attraversa la narrativa di genere, e di cui Zenda è la capitale, dal (pre-Zenda) Grunewald di Stevenson alla Laurania di Churchill**, dalla Zembla di Nabokov al Graustark di McCutcheon, fino alla Syldavia di Tin Tin e alla Latveria dei Fumetti Marvel, passando per un diluvio di imitazioni, parodie, deviazioni digressioni cinematografiche. Avete presente, che so, Il Ruggito del Topo, in cui la squattrinata Granduchessa Gloriana, interpretata da Peter Sellers, decide di dichiarare guerra agli Stati Uniti, tanto per fare un po’ di cassa? Il Ruritarian Express fa un sacco di fermate – e qualcuna in regioni improbabili.anthony hope, il prigioniero di zenda, ruritania, ruritanian romance

Ed essendo praticamente cresciuta in Ruritania senza saperlo***, sento un debito di gratitudine nei confronti di di Sir Anthony, cui dobbiamo il più pittoresco e bel nome che categoria narrativa abbia mai avuto****. È vero, tutto l’armamentario potrebbe anche chiamarsi political fantasy, ma volete mettere?

A questo punto, semmai voleste leggere qualcosa, fate una capatina alla relativa pagina del Project Gutenberg, e ci troverete parecchio – incluso, naturalmente The Prisoner of Zenda. In Inglese, si capisce, ma che volete farci?

E poi vi segnalo questo bizzarro sito chiamato The Ruritanian Resistance, dove si trova un po’ di tutto, comprese vecchie foto di scena, illustrazioni riprodotte e informazioni su qualcuno dei numerosi adattamenti cinematografici.

anthony hope, il prigioniero di zenda, ruritania, ruritanian romanceRoger Lancelyn Green ha scritto – un nonnulla acidamente – che Hope era un dilettante di prima classe, ma un mediocre autore di professione. Mah… sarà – e tuttavia il giudizio mi sa tanto di genre-snobbishness: dubito molto che Hope abbia mai preteso di essere un Sacerdote delle Arti, ma è riuscito a vivere agiatamente della sua scrittura, ha scritto, pubblicato e messo in scena parecchio e con successo, si è lasciato dietro almeno un titolo amatissimo, lettissimo, tradottissimo, imitatissimo, parodiatissimo, sceneggiatissimo e rappresentatissimo, e ha, se non proprio creato, dato forma a un genere. Non so immaginale molte carriere più professionali di così.

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* E adesso, per favore, non levate il sopracciglio: ne abbiamo già parlato, ma “romance” non è sinonimo di “romanzo rosa”. È una questione di pittoresco romanticizzato, non di fiori d’arancio all’ultima pagina.

** Sì, Winston Churchill. No, really.

*** M., magari non te ne ricordi, ma io sì: mi ricordo del pomeriggio di trent’anni fa in cui hai cercato di ribellarti mentre giocavamo con le bambole e io dirottavo l’ennesima trama in una direzione che non sapevo essere quella della Ruritania… Tu hai tentato di ribellarti, ma io avevo un anno di più ed ero prepotente… “Se non vuoi, non occorre che i tuoi personaggi partecipino al colpo di stato,” ho concesso – e siamo andate avanti per la mia strada. A trent’anni di distanza, M., puoi perdonarmi?

**** Be’, poi naturalmente gli dobbiamo Rupert von Hentzau. Che posso dire? Non sono necessariamente vulnerabile al fascino del Cattivo Ragazzo, ma Rupert è un’altra cosa. Rupert è persino entrato a pieno titolo nel Rimembranzese – che è la lingua ufficiale di casa mia: quando qualcuno fa del suo deliberato meglio per essere indisponente, si dice che sta facendo Rupert. “Stop playing Rupert, will you?” E col tempo si è evoluto anche in un verbo: “Piantala di rupertare/rupertarmi”, o… “Stop ruperting (me)!”

scrittura · Somnium Hannibalis

Vivo E Reale (Un Post Assai Spudorato)

E oggi ci si compiace un pochino – bear with me.

È solo che mi arriva per posta il Quaderno della trentatreesima edizione del Premio Leonforte. Ricordate il Premio Città di Leonforte? Quello in cui Somnium Hannibalis* strappò una segnalazione di merito nella categoria della narrativa edita? Quello alla cui premiazione non potei partecipare grazie all’ennesima influenza?

Ecco, dicevo, mi arriva per posta il Quaderno, e dentro ci sono un paio di pagine dedicate a SH, la mia nota biografica, un brano del romanzo (Annibale cinico – ma meno di quanto vorrebbe – a proposito del suo ritorno a Cartagine) e la motivazione della giuria.

Un paragrafo sul perché SH è piaciuto loro abbastanza da affibbiargli quello che, a tutti gli effetti della meccanica del premio, è poi un secondo posto. E siccome non è un paragrafo del tutto insoddisfacente, siccome è sempre interessante vedere che cosa un lettore trovi in un libro, siccome lo scrittore medio, se ha l’occasione di fare un po’ di ruota, la fa, ecco qui la motivazione della Giuria:

Attraverso la ricostruzione di un dialogo denso e serrato tra Antioco III, re di Siria ed Annibale Barca – frutto di un felice connubio tra accurata documentazione storica e vivace estro creativo – l’Autrice ci consegna la fisionomia umana ed esistenziale del grande comandante cartaginese. Con finezza psicologica ed una scrittura esperta, agile ed avvincente, restituisce corpo e voce, vita e sangue, cuore e sentimenti, ricreando un ritratto “vivo e reale” di Annibale, nella sua duplice antinomica dimensione di “capo”, eroico e tenace, e di “uomo”, vulnerabile e lacerato dai dubbi e dalle sofferenze. Di un “capo” e di un “uomo” che seppe interpretare e fronteggiare, fino in fondo, con responsabilità e profondo senso del dovere, il compito – la missione – cui, per destino, fin da giovane, si sentì necessariamente chiamato.

Ecco. E naturalmente mi piace molto quel che dicono della mia scrittura, della documentazione, del mio estro creativo… ma quel che mi piace di più, è che i due terzi della motivazione siano dedicati ad Annibale – perché è di lui che si tratta. Era lui che volevo portare in luce, lui che doveva emergere dalla narrazione, il più vivo possibile. “Vivo e reale,” hanno pensato in Sicilia.

E allora mi sovvengono le morte stagioni e la presente, e un certo numero di lettori che mi hanno detto di avere cambiato idea su Annibale dopo avere letto SH, e l’insegnante di Liceo che lo fa leggere ai suoi studenti come corollario di Tito Livio, e l’attore per il quale adesso Annibale è il mio Annibale. E ogni volta che mi capita di rileggerne una pagina mi dico che, dovessi riscriverlo, ci sono tante, ma proprio tante cose che adesso farei diversamente – e però si direbbe che almeno una non mi sia riuscita poi troppo male, e che il mio Annibale sia… vivo.

Come dicevo, non del tutto insoddisfacente.

 

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* E più ci penso, più giungo alla conclusione che se sarà mai ripubblicato – quando sarà ripubblicato – bisognerà riconsiderare per bene il titolo…

grilloleggente · libri, libri e libri

Lord Jim Propinato Ai Fanciulli

lord jim,fabbri,narrativa per ragazzi,joseph conradQuando ho scoperto che c’era questa edizione italiana di Lord Jim in una collana per ragazzi – età consigliata dai dieci anni in su, non ho avuto pace finché non ci ho messo sopra le mani.

Ma come, dieci anni? mi domandavo incredula. Dieci? E me lo domandavo perché, leggendolo per la prima volta alla più matura età di sedici, l’avevo trovato duro. Me ne sono anche innamorata, ed è stata una lettura fondamentale, ma benedetto cielo quanto ci sono stata male. E questi, mi chiedevo, lo propongono agl’implumi decenni?

Sarà abbreviato, mi dicevo, mentre esaminavo gli scaffali della sala-fanciulli alla biblioteca Baratta. Sarà abbreviato, tagliuzzato, sfrondato, sanitizzato… E rabbrividivo un po’, e ci ho anche messo il mio tempo, perché cercavo un libretto alto un dito, due dita – che poteva essere, per farlo leggere ai decenni?

E invece poi l’occhio mi è caduto su un tomo spesso tre dita. Possibile?

Joseph Conrad. Lord Jim. Fabbri – I Delfini. Classici. Da dieci anni.

Sarà stampato in grande, mi son detta, estraendo il libro dallo scaffale. E avrà un sacco di apparato, di note, di…

E invece è stampato a caratteri del tutto normali, e di apparato non c’è nemmeno l’ombra. Non una nota, non un’introduzione, non una prefazione. Ci sono, è vero, la celebre Nota dell’Autore all’edizione 1917 e, in fondo, quattro paginette di postfazione in corsivo, di Antonio Faeti, ma… possibile?

Eppure, così a prima vista, la traduzione di Alessandro Gallone sembrava proprio integrale. Possibile?

Sconcertata anzichenò, me ne sono tornata in zona adulti con il mio ritrovamento, e mi sono messa a leggere. La Nota dell’Autore la conosco pressoché a memoria – e francamente, con la sardonica risposta alle accuse d’implausibilità e la discussione su che cosa sia o non sia morboso, non mi pare nulla che possa attrarre un bambino di dieci anni. Così ho cominciato dalla postfazione di Faeti, l’unica parte di questo volume che potesse davvero essere diretta a un pubblico decenne.

E Faeti apre le danze spiegandoci come, a chi consideri l’avventura semplicistica o diseducativa, si possa rispondere citando il nome di Joseph Conrad, nei cui romanzi “esistenze tormentate e contraddittorie si trascinano entro scenari che sono attraversati da brividi e lambiti da delizie.” Hm. Poi prosegue con le “fangose stradine dell’abiezione”, i “porti ove si compiono nequizie” e ci promette un “tortuoso, affascinante percorso” in un racconto che “si frammenta, si colloca nell’oralità appassionata di Marlow, si nutre di tracce, si specifica secondo linee molto intricate.” Dite la verità: se aveste dieci anni, non vedreste l’ora, vero? Per fortuna è una postfazione…

E a dire il vero, qualche obiezione alla postfazione ce l’ho anche da adulta, per la patina di politically correct e per una certa confusa altisonanza*, ma in tutta probabilità si tratta di peeves personali. Forse la postfazione non avrebbe poi troppo di male, se non fosse affissa, come unico scampolo di apparato, a un’edizione per ragazzini…

Ma il fatto è che ho serie obiezioni a tutta l’operazione, compresa la traduzione di Alessandro Gallone. Confesso di non averne letto granché, ma aprire a pagina 568 in cerca del finale, e scoprire che Doramin spara e colpisce “in pieno petto il figlio dell’amico morto”, non me ne ha fatto concepire un’opinione straordinariamente elevata. Magari questa non è colpa di Gallone, magari è un altro dei (non infrequentissimi) errori di stumpa, ma resta il fatto che Jim è l’amico del figlio morto di Doramin – not the other way round.

D’altronde, non credo che molti dieci- undici- o dodicenni arriveranno a pagina 568, quelli che ci arriveranno saranno troppo confusi e annoiati per preoccuparsi davvero di chi sia figlio o amico di chi. Confusi e annoiati, perché Marlow narra nella meno lineare delle maniere, divaga, considera, specula e rimugina e rimescola le carte in continuazione. Perché il linguaggio è una rete di complessità stratificate. Perché l’amarezza disperata della storia Perché l’avventura vera e propria, quella di Patusan, arriva dopo trecento pagine di tormenti, inchieste, divagazioni sulla natura umana, nottate di attesa, ripensamenti e dubbi. Perché, sperabilmente, pochi bambini sanno identificarsi con questo rimorso angoscioso e questa ossessione di riscatto – per non parlare dell’amarissimo finale. 

E allora, che avrebbe dovuto fare Fabbri? Abbreviare, tagliuzzare, sfrondare, sanitizzare? Perish the thought. Quanta gente conoscete che, venti, trenta, quarant’anni dopo avere letto un adattamento siffatto, è ancora convinta di avere letto il libro in questione? Quante volte avete concepito un’avversione per un autore sulla base di un adattamento siffatto?

Perché, credo, ci si deve arrendere all’idea che ci sono libri del tutto inadatti ai bambini – anche se sono classici, anche se ci sono le navi e la jungla e i pirati. Volendo far leggere Lord Jim a un implume preadolescente, le possibilità sono due soltanto: propinargli una versione annacquata e predigerita, spogliata dell’angoscia e della vertiginosa complessità narrativa, oppure accollargli un’infelicità di noia e incomprensione. Nel primo caso si perderà tutta la bellezza del romanzo (o, quanto meno, la possibilità di trovarci della bellezza), e nel secondo è estremamente probabile che concepisca un’avversione per il libro e per il suo autore. Nella peggiore delle ipotesi, con l’aiuto della prefazione, potrebbe persino giungere alla conclusione che, quando è ricca, complessa e profonda, l’avventura sia pallosissima. E non so a voi, ma a me pare che nulla di tutto ciò prometta bene per il futuro di lettore del fanciullo.

E allora, che avrebbe dovuto fare Fabbri con LJ? If you ask me, assolutamente nulla. Avrebbe dovuto lasciare che i bambini crescessero con Salgari, e conservare Conrad per gli adulti – o almeno per gli adolescenti – equipaggiati per apprezzare una storia così intensa, desolata e complessa.

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* Non conoscessi bene la trama, dalla postfazione mi farei l’idea che qualcuno chiami Jim con la versione inglese ed eponima del suo aristocratico sobriquet prima di Patusan – mentre la faccenda è significativamente diversa.