Insomma, siamo seri: che altro poteva essere, oggi? Il Valzer dei Fiocchi di Neve, dallo Schiaccianoci.
Buona domenica di neve.
il Blog di Chiara Prezzavento
Insomma, siamo seri: che altro poteva essere, oggi? Il Valzer dei Fiocchi di Neve, dallo Schiaccianoci.
Buona domenica di neve.
Qualche immagine di Di Uomini E Poeti, tratta dalle riprese del debutto al Bibiena, il 14 Ottobre 2011.
Con Andrea Flora (Clito), Diego Fusari (Lucio Vario Rufo), Rossella Avanzi (Creusa), Francesco Farinato (Turno), Francesca Campogalliani (Amata), Adolfo Vaini (Virgilio), Stefano Bonisoli (Enea), Valentina Durantini (Lavinia), nonché Anna Bianchi, Matteo Bertoni, Giulia Cavicchini, Alessandra Mattioli e Annalaura Melotti (Le Ombre).
Di Uomini E Poeti – ovvero Il Testamento di Virgilio, per la splendida regia di Maria Grazia Bettini e con le musiche originali di Stefano Gueresi, torna in scena al Teatrino di Palazzo D’Arco (Mantova) dal 9 al 19 febbraio. Informazioni e prenotazioni qui.
Posterellino indebito per due piiiiiiccole comunicazioni:
1) Su Plutonia Esperiment, il blog di Alessandro Girola, è uscita oggi questa recensione de L’Itala Giuditta. Mi piace particolarmente perchè spiega come la Giudi possa piacere almeno un po’ anche agli steamers duri e puri – categoria cui non appartengo e per la quale non ho scritto. La mia idea era di mescolare gli elementi base del genere con il linguaggio dei libretti d’opera… A quanto pare, avrei potuto fare di peggio.
2) Oggi pomeriggio alle 17.00, presso l’Università della III Età (Via Mazzini, 28 – Mantova), presentazione di Di Uomini E Poeti. Presenta Mario Artioli (who happens to be both man and poet), e intervengono Francesca Campogalliani (la Regina Amata) e l’autrice, di cui al momento mi sfugge il nome…
Fine del posterellino.
Qualche mese fa – forse ve ne ricorderete – parlavamo di pubblicità, ricatto morale e famiglia, per dire che di questi tempi occorre contrabbandare i bisogni indotti, e quella vasta fascia di consumatori che sono anche genitori costituisce un pubblico dall’alto tasso di ricattabilità.
Si direbbe che, con l’anno nuovo, i pubblicitari abbiano scoperto un campo nuovo e assai più vasto: l’orgoglio nazionale. Ora, non è che il ricorso alla buona vecchia Italia sia del tutto inedito in pubblicità, ma di solito (a parte gli spot d’occasione del 150° o quelli molto sporadici delle Forze Armate) la si butta sulla genuina unicità del made in Italy, alimentare o meno – come ancora fa, salvandosi con una dose d’ironia, la campagna della Proraso. Avete presente, no? “Copiarci non è impossibile: è inutile.”
Da qualche settimana, invece, sono emersi gli spot che si prendono sul serio.
Unicredit ci presenta una protagonista dall’aria di ragazza della porta accanto che, vedendo in cima a un’asta una bandiera italiana impigliata su se stessa, si toglie scarpe e cappelluccio* e si arrampica a molti metri di altezza. Una volta su, naturalmente, libera la bandiera permettendole di garrire al vento in tutta la sua gloria, e ridiscende a raccogliere il plauso della folla. Folla, badateci, costituita da giovani coppie, manager col telefonino, studenti con gli occhiali, anziane signore, giovanotti in bicicletta… anche se, per una volta, mi pare che non ci siano bambini. “Se sentite il bisogno di azioni concrete,” proclama la Voce Fuori Campo, “partecipate all’aumento di capitale Unicredit.” Fade to primo piano della nostra eroina, che guarda avanti e in alto, con un sorriso colmo di orgogliosa fiducia.
E poi c’è la Fiat, e la Fiat tira fuori i grossi calibri. Nel suo minuto e mezzo c’è proprio tutto: dal marmo di Carrara agli astronauti, dal desiderio di riscatto alla famiglia, da Pulcinella alla catena di montaggio, dalla disoccupazione alla vecchia piazza, dalla bandiera, a Pomigliano d’Arco, allo scatto d’orgoglio – perché non siamo solo quelli della pastasciutta, che diamine! C’è anche un testo fatto di slogan: “noi possiamo scegliere quale Italia essere”, “questo momento è quello di ripartire”, “il talento, la passione, la creatività”, “la voglia di costruire una cosa ben fatta”, “le cose che costruiamo ci rendono ciò che siamo” e, per finire, “questa è l’Italia che piace.”
Entrambi gli spot hanno una musica tra l’epico e il tambureggiante, un’attenzione al “volto italiano” e una Voce Fuori Campo il cui tono non sfigurerebbe in un film americano. Avete presente quando tutto sembra perduto e il generale/presidente/re/capovillaggio/primo ministro/capo dei ribelli fa il suo messaggio alla Nazione? Ecco.
E hanno in comune anche la morale ricattatoria: il momento è difficile per tutti, e occorre rimboccarsi le maniche? Ebbene, noi ve ne offriamo la possibilità: partecipando alla nostra ricapitalizzazione o comprando la nostra automobile, farete la vostra parte per rimettere in carreggiata la nostra beneamata Italia. Sottinteso: e dunque noi non ci limitiamo ad essere una banca o a vendere ruote – noi offriamo pezzetti di riscatto patriottico, ripresa, solidità, fiducia nel futuro. Come potete dirci di no?
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* Ma non lo zaino – che pure è la prima cosa che penserei a togliermi prima di dare la scalata a un palo, forse anche prima delle scarpe… Non che abbia mai scalato pali, but still. D’altra parte, lo zaino è lì per un motivo: non vi stiamo invitando, o potenziali ricapitalizzatori, a un picnic – bensì a fare uno sforzo, ad accollarvi una responsabilità. Venite con noi, portandovi le vostre difficoltà. Le scarpe, invece… Provate a badare a quanti spot mostrano gente a piedi nudi per simboleggiare spensieratezza, semplicità, serietà d’intenti, libertà fisica o di spirito… Avete presente la gente che, nel Cinque, Sei o Settecento, si faceva ritrarre con un guanto calzato e l’altro in mano in segno di affabilità? Le cose cambiano nel corso dei secoli, ma fino a un certo punto. Le funzioni simboliche fino a un punto ancor minore.
Ricordate che si parlava di milionidicopie, annessi e connessi? Quel post ha condotto a quest’altro post over at strategie evolutive, che v’invito nuovamente a leggere, se non l’avete già fatto.
Vi si dice, tra molte altre cose, questo:
Ed il fatto che tutti abbiano letto il romanzo di un certo autore è un fenomeno culturale – a meno che non ammettiamo che l’acquisto (e non necessariamente la lettura) di quel libro, avvenga per segnalare l’appartenenza ad un gruppo, come metodo di rassicurazione sociale e segnale di appartenenza tribale.
Ebbene, sì, sì, sì. Questo è uno degli aspetti che cercavo di far notare a Mme X: è mia ferma convinzione che l’acquisto e/o la lettura di uno o più libri funzionino come segni di appartenenza tribale – in un modo o nell’altro.
Il caso più facile e ovvio è – mi si dice – nell’ambito della letteratura di genere. Tolkien, per dirne uno – culto che si divide tra ortodossi rigorosi, ecumenici shannariani, convertiti via film e ogni genere di sette e confessioni. Tuttavia il possesso de Il Libro è il segno di appartenenza almeno al più esterno dei cerchi concentrici e contigui che formano la tribù, nonché un segno di distinzione rispetto a Tutti Gli Altri.
Poi c’è il caso dei Seguaci di Un Autore – e questo può trascendere il genere sconfinando nel mainstream. Da Richard Bach a Camilleri a Baricco, ci sono quelli che leggono tutto ciò che l’autore in questione scrive, lo seguono su Twitter, su Facebook o dovunque l’autore appaia, discettano su aNobii – e possono sviluppare uno spirito semiproprietario nei confronti dell’autore stesso. Mi si racconta una storia a proposito di un’autrice che non ricordo. Costei aveva una vasta quantità di lettori di questo tipo e una lunga storia di successi editoriali. Qualcosa come una trentina di titoli – tutti scritti in terza persona. A un certo punto, sentendosi avventurosa (o forse un tantino satolla) decise di tentare la prima persona. O forse era viceversa, ma fa lo stesso. Ciò che conta è che la sua tribù reagì con orrore e sconcerto. Il romanzo non era affatto peggiore dei precedenti, né diverso in contenuto, tono e ambientazione – ma il tipo di narrazione era cambiato e la tribù si sentiva tradita. Orrore – orror! Non ricordo il finale della storia, ma dal modo in cui la mia memoria l’ha rimosso, temo che l’autrice se ne sia tornata in carreggiata con la coda tra le gambe e le orecchie basse. Comunque questa è una storia anglosassone – ovvero di un mondo in cui la segmentazione del mercato editoriale tende(va?) a raggiungere livelli che noi ingenui Continentali non possiamo nemmeno immaginare.
Ma ci sono altre e più sottili forme di struttura tribale.
C’è Il Libro Di Pochi (o L’Autore Di Pochi, o anche L’Argomento di Pochi), e allora la faccenda diventa simile a una piccola massoneria letteraria. Ci si riconosce dalla citazione buttata lì, dalla copertina sbirciata in treno, dal paragone eccentrico, dalla dichiarazione d’interesse – quando tutti gli altri sobbalzano o guardano con occhi vitrei, tutti tranne una persona, e allora ci si saluta con un sorriso d’intesa e comprensione. “Ah, anche a te piace Lord Jim…” E non cito LJ a caso, perché quest’altra persona che condivide il nostro raro interesse letterario la guardiamo con affetto quasi possessivo. È uno di noi.
E naturalmente, oltre a riconoscersi, ci si fa riconoscere. Di recente parlavo della mia ossessione marloviana e gl’interlocutori cominciano a levare gli occhi al cielo. “Oddìo, un’altra…!” Levo un sopracciglio e… “No, è che abbiamo questa amica che parla sempre di Marlowe. Bisogna che vi mettiamo in contatto.”*
Variante speculare di questa forma è “Ah, anche tu detesti…” diciamo un titolo a caso? Diciamo Le Petit Prince? In un mondo che venera il marmocchio siderale, un’avversione comune è un vincolo forte. Ci si sente una carboneria – noi che a nominarci il colore del grano ci vengono le convulsioni.
Poi ci sono le tribù che trascendono il singolo libro, autore e genere in favore del fine. Per esempio una Coscienza Civile. Con le maiuscole. Un tempo c’era un’implume che veniva da me a lezione di Italiano, Latino, Inglese, Francese e Storia. Le lezioni di Geografia erano rese superflue dal fatto che l’insegnante in questione interrogava a libro aperto. Le lezioni di Matematica erano state richieste e rifiutate a motivo della mia caprina ignoranza. Il tutto era reso doloroso dall’indole generale della fanciulla e dalla necessità di spiegarle ogni parola che avesse più di due sillabe… “Ma tu leggi?” Le chiesi una volta, in un momento di disperazione. “Oh, sì,” ribatté l’implume facendo gli occhi tondi. “Ho letto Il Razzismo Spiegato A Mia Figlia. Per la scuola.” Era l’epoca in cui, scoprii, tutti gli adolescenti leggevano Ben Jelloun, e non c’era insegnante che si sentisse a posto se non l’aveva propinato ai suoi discenti. E i discenti si sentivano esclusi se non l’avevano letto. Esclusi dalla tribù della gente per bene e non razzista, in definitiva. In questo senso e in anni più recenti, Saviano è assurto al rango di totem tribale: quanta gente è convinta di avere acquisito una coscienza civile perché ha letto Saviano? E qui si tratta di un’appartenenza feroce e onnicomprensiva. Bisogna condividere ogni parola che Saviano dice, bisogna apprezzare ogni comparsata televisiva o otherwise che Saviano fa. Se si critica Saviano, anatema**!
Ma non è detto che si tratti di coscienza. C’è anche la Cultura. Sempre con la maiuscola. Forse ho già citato la signora che, ogni volta che si parlava di libri, citava a) Verdi Colline d’Africa e b) Via col Vento. Se poi si virava sulla musica, ecco che compariva il Triplo Concerto di Beethoven. Era il suo modo di dire “sono una persona colta. Vero che sono una persona colta? Ma certo che sono una persona colta.” Quella che Davide Mana chiama rassicurazione sociale.
Claro que, a seconda della tribù di appartenenza, le letture legittimanti cambiano in quantità e qualità. A Mantova, per esempio, leggere gli autori del Festivaletteratura è socialmente indispensabile. Un’altra signora, un’altra volta, m’informò che lei leggeva tantissimo***: “Saviano, Hosseini, Mazzantini, L’Eleganza del Riccio…” E siccome me ne stavo lì con il sopracciglio levato e l’aria di chi attende, la signora si arenò, un po’ sconsolata e non del tutto certa di avere prodotto l’impressione cui mirava. Sì, lo so: sono malvagia.
Il che mi porta ad esaminare un’altra funzione tribale – il proselitismo. Avete idea di quanta gente mi abbia consigliato (con maggiore o minore insistenza) di leggere il dannatissimo riccio barberiano? E mi colpiva una costante su cui, in un modo o nell’altro, tutti i miei would-be evangelizzatori arrivavano a battere: la certezza che Il Libro avrebbe aggiunto un quid di luce e gioia alla mia vita. Alla fine – come forse qualche lettore di vecchia data ricorderà – cedetti, lessi e riversai le mie tenere impressioni in un diario di lettura*** che, a rileggerlo, mi sconsola per la sua acidità. E comunque non credete che razzoli come predico: quanta gente ho tentato di indurre a leggere Lord Jim? Sono abbastanza convinta di non possedere spirito missionario – ma ci sono alcune piccole eccezioni, come LJ, le Fosse di Katyn…
Epperò non divaghiamo, e giungiamo invece a conclusione con la più semplice, la più diffusa, la più informe e forse la più potente varietà di libro-come-rito-tribale. Quella che scatena i grandi numeri, che rassicura tanto, che parte in automatico, che non ha nulla a che vedere col libro (forse, a ben vedere, neppure con il fatto che sia un libro) e che fa felici i Ragazzi del Marketing. Il puro e semplice istinto del branco, quello per cui lo gnu va nella direzione in cui vanno tutti gli altri gnu. Se tutti gli gnu leggono Volo, allora il singolo gnu leggerà Volo. Ma quando tutti gli gnu leggevano Hosseini, Barbery, Tamaro, Baricco, Eco, il nostro gnu singolo leggeva… you guessed it. Perché c’è sicurezza nel numero e, forse ancor più, c’è pericolo senza il numero. Pericolo in senso lato (metti mai che al guado ti capiti un coccodrillo che vuole discutere di poesia persiana…), diversità, emarginazione… Tutta roba vecchia come le colline.
Per cui, la mia teoria è che sì: il libro è un arnese eminentemente tribale – nei casi più estremi totem, tatuaggio e prova iniziatica in un unico grazioso pacchetto parallelepipoidale.
Che ne dite?
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* Ci si fa riconoscere, e sospetto che si sia anche un cilicio per i non adepti, perché questi “vi mettiamo in contatto” hanno sempre un curioso tono a mezza via tra la rassegnazione e un barlume di sollievo – come se la padrona di casa stesse macinando tra sé “così la prossima volta a tavola le metto vicine, parlano tra loro e riduciamo il rischio di incidenti…”
** Ah no, dimenticavo: ci fu un caso in cui Saviano rischiò di perdere il favore della sua tribù, e fu quando partecipò alla maratona oratoria per Israele. In quella circostanza, un buon numero dei suoi seguaci lo bollò come traditore e proclamò a gran voce la necessità di togliergli la scorta. Fickle things, this tribes…
*** Va bene, lo confesso: all’inizio dei corsi lo dico sempre – per scrivere bisogna aver letto tanto e leggere ancora di più, taran taran taran. Vorrei che fosse un’ovvietà un tantino superflua, ma non è sempre così.
**** Prosegue qui. E qui. E finisce qui. Sono ancora convintissima di quel che ho scritto – solo che sono stata un nonnulla abrasiva – forse.
Prima una segnalazione di servizio: leggete il post odierno di Davide Mana sul blog strategie evolutive*. A dire il vero, fareste bene a leggerli spesso, i post di Davide, ma oggi si parlerà di fenomeni sociali e fenomeni culturali – indulgendo a un prurito scatenato da questo post. Credo che Davide tenda a postare nel corso del pomeriggio, per cui recatevici verso sera, magari. Ne riparleremo anche qui.
Detto questo, se non vi dispiace, oggi parliamo di tenori.
“Che cos’hanno i tenori, in fondo, a parte gli acuti?” chiede il booklet di questo disco, No Tenors Allowed, e procede a dimostrare che bassi e baritoni sono tutta un’altra musica.
Il disco è una gioia da ascoltare, con Thomas Hampson e Samuel Ramey in gran spolvero e una scelta di duetti quasi completamente felice (personalmente avrei potuto fare a meno di Un Giorno di Regno), e anche il booklet comporta una certa quantità di soddisfazione se si è di quelli che non riescono a simpatizzare con il Tenore, a nessun patto.
Voglio dire, so che la solidità narrativa del libretto non è precisamente una priorità, ma prendiamo il Tenore ottocentesco medio: nella maggioranza dei casi, l’infermità mentale resta l’ipotesi più benevola. Ovviamente non parlo dei cantanti, ma dei personaggi, che per psicologia, motivazioni, complessità e sfumature riescono quasi sempre ad essere il buco drammaturgico del libretto, e che tendono a suggellare il proprio destino con atti di una stupidità epica.
C’è il Trovatore, bandito, fuorilegge, ladro di fidanzate altrui, che invece di far liberare la mamma zingara dalla masnada che comanda, va a cacciarsi di persona nell’ovvia trappola, cantando “Di quella pira”; c’è Foresto, capace solo e soltanto di mugugnare perché Odabella, catturata da Attila, se ne resta prigioniera, salvo respingerla con sdegno ogni volta che lei trova il modo d’incontrarlo; c’è il Principe Calaf, che due minuti scarsi dopo avere visto Turandot da lontano, decide che ha sofferto troppo per amore, e quindi si getta nell’impresa suicida, abbandonando il vecchio babbo cieco e bisognoso, appena ritrovato in mezzo alla folla (per non parlare della fulminea prontezza con cui perdona alla principessa l’assassinio preterintenzionale di Liu). E che dire di Don Carlo, così ansioso d’informare il Re suo padre che il defunto Marchese di Posa si era accollato colpe non sue solo per salvare lui, Carlo? Peccato che, una volta svelato l’arcano, Carletto torni ad essere (comprensibilmente, se lo chiedete a me) sulla lista nera del Re, col risultato che il Marchese ha preso una fatale archibugiata nelle costole per nulla.
E in tutto questo, che fanno bassi e baritoni? Dipende: il Conte di Luna (Baritono) si barcamena tra instabilità politica, amore non corrisposto e vendette personali, finendo coll’uccidere involontariamente il fratello perduto che aveva cercato per tutta la vita; Attila (Basso) comanda un’orda, distrugge Aquileia, respinge con sdegno un’alleanza disonorevole, ed è così carismatico che nessuna donna che non fosse costretta dal libretto lo scarterebbe a beneficio di Foresto; Re Timur (Basso) sopporta con dignità i colpi della sorte e si affanna per le intemperanze del figlio dissennato; il Marchese di Posa (Baritono) esita tra i doveri dell’amicizia, il destino dell’umanità, e un vecchio re pronto a fidarsi di lui, riuscendo solo a produrre conseguenze tragiche per tutti; e Re Filippo, ah, Re Filippo deve vedersela con le Fiandre protestanti, una moglie (forse) infedele, l’Inquisizione feroce, i cortigiani sicofanti, un figlio mentecatto, la solitudine della corona, il tradimento di un giovane amico, e il fantasma di suo padre, e scusate se è poco.
Insomma, il Tenore sarà anche l’eroe eponimo, ma spesso è una figura bidimensionale che fa cose mortalmente stupide. Da un punto di vista narrativo, molti Tenori sembrano avere una funzione sola: innescare situazioni della trama in cui si esplicano i ben più complessi e convincenti conflitti che tormentano Bassi&Baritoni… E siccome si parla di librettisti diversi e fonti letterarie di provenienza diversa, temo di doverne concludere che il ruolo di “primo amoroso” sia stato lungamente abbandonato a una caratterizzazione sommaria.
Tenore: tizio provvisto di acuti, di un cervello sommariamente equipaggiato e di (almeno) un soprano determinato a sposarlo, per motivi non sempre comprensibili.
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* Sic, sic, sicchissimo. Dietro specifica richiesta dell’autore. Sono stata amichevolmente redarguita una volta per avere usato le maiuscole e non lo faccio più…
Accomodatevi nella macchina del tempo, Mesdames et Messieurs. Torniamo al 12 novempre 1926 e ascoltiamo George Gershwin in persona che suona Maybe, tratta dal suo musical Oh, Kay!
La storia è quella di un duca inglese e sua sorella Kay – che contrabbandano liquori nell’America proibizionista… e poi naturalmente Kay si innamora dell’uomo sbagliato, e… oh, sapete come vanno queste cose nei musical.
GG scrisse la musica e suo fratello Ira le parole delle canzoni, mentre il libretto è di Guy Bolton e P.G. Wodehouse – nientemeno.
Buona domenica.
Ricordate Adotta Una Parola? Ne avevamo già parlato, ma la trovo un’iniziativa meritoria e divertente – e mi auguro che abbia anche qualche efficacia pratica.
Avevo già adottato qualche mese fa una famigliolina di parole, ma, trovandomi a passare di nuovo per il sito in questione, ho pensato di bene di adottare anche Giacobita, e ne vedete il risultato.
Ora, veniamo al mio nuovo figliolino adottivo.
Secondo il buon Treccani*:
giacobita (1) agg. e s.m. [dal lat. mediev. Iacobita] (pl.m. -i) – Che si riferisce alla Chiesa monofisita di Siria, fondata da Giacobbe (lat. Iacob) Baradeo alla metà del sec. 6°, la cui teologia e liturgia è essenzialmente i tipo greco-ortodosso. Come s.m., per lo più nel plur. giacobiti, denominazione dei seguaci della Chiesa giacobita, che sostenevano il monofisismo cosiddetto verbale o moderato, in contrapposizione al Concilio di Calcedonia da loro accusato di nestorianesimo, e che attualmente sopravvivono in gruppi isolati, soprattutto in Siria e in Turchia.
giacobita (2) s.m. e f. [dall’ingl. Jacobite, der. del lat. tardo Iacobus “Giacomo”] (pl. m. -i). – Nome con cui furono indicati, dopo la rivoluzione inglese del 1688-89, i fautori del re esiliato Giacomo II e i suoi discendenti, esteso poi a designare i fautori dei descendenti di Carlo I, della famiglia Stuart.
Allora, in primo luogo il significato (1) è un esempio di un motivo secondario per cui questa iniziativa è meritoria. La parola e io ci conosciamo da una ventina d’anni, ma nella mia anglomania non ero mai andata oltre il significato (2). Per cui adesso so che i giacobiti sono anche una varietà siriana di monofisiti, e questa microsemiepifania linguistica è cosa buona e giusta.
In secondo luogo, mi tremano le ginocchia a dubitare della competenza grammaticale del Treccani, ma non posso fare a meno di domandarmi se davvero il significato (2) esista solo in forma di sostantivo. Ma allora, quando traduco Jacobite Risings come “sollevazioni giacobite” sto solo aggettivando un sostantivo? E se l’Italiano si è disturbato ad assorbire il sostantivo, perché non l’aggettivo? Mah. Però questo paragrafo l’ho scritto timidamente e in corpo 12, perché il Treccani è il Treccani e – worst of all – sono del tutto intenzionata a usare l’aggettivo**.
In terzo luogo, mi confesso colpevole di qualcosa che forse è un altro peccato linguistico. Non so se questo ricada sotto la voce “uso improprio della parola”, ovvero qualcosa che mi sono impegnata a scongiurare adottandola, ma mi sto persuadendo a usare Giacobita come traduzione di Jacobean – con riferimento al regno di Giacomo VI e I… Probabilmente non è del tutto esatto, ma pebacco, non so proprio indurmi a tradurre Jacobean con Giacobino, e i dizionari non sono di grande aiuto. Persino lo Hazon, di solito così affidabile e ricco, offre in tutto e per tutto “relativo al regno di Giacomo VI e I.” Why, thanks! E allora, a Jacobean tragedy diventa una tragedia del periodo di Giacomo VI e I? Ma ditemi voi…
E poi lasciate che vi racconti della mia plurilustrale amicizia con il significato (2).
Edimburgo, agosto 1994. Per la seconda volta sono stata spedita a trascorrere un mese in famiglia nella verde Scozia, ma stavolta mi è andata così così. La padrona di casa è una signora anziana e ciarliera provvista di un King Charles Cavalier grassissimo e sbavante e di un’incoercibile passione per Doctor Quinn, Medicine Woman. Sono pienamente intenzionata a passare fuori casa più tempo che sia possibile, ma da un lato piove sempre, e dall’altro non posso fare gran conto sulla scuola. La mia amata, minuscola e ottima scuola è fallita e, mi si dice, i due fratelli che la gestivano sono fuggiti sul Continente, dove pare che lavorino come cuochi. Così sono finita in una scuola più grande, più centrale e affollata di Italiani. Nel giro di due giorni mi hanno spostata dal corso base a quello intermedio a quello avanzato, e così adesso il mio vicino di banco è un professore di Lettere delle medie impervio alla distinzione tra complemento di causa efficiente e complemento di provenienza (in Italiano). Cercherei di sfruttare al massimo il Festival, ma l’ho detto che piove sempre? E un sacco di eventi pomeridiani sono all’aperto. Morale: nel giro di due giorni ho il raffreddore del secolo, detesto la scuola e voglio tornare a casa… E allora applico il metodo abituale per i momenti di spleen: entro in una libreria e comincio a razzolare. Me ne esco con una piccola copia di Kidnapped, di R.L. Stevenson (copertina rigida blu con impressioni
vagamente dorate, pagine grigioline e caratteri concertati, ne sono certa, con l’ordine degli oculisti), mi arrampico verso la città vecchia, mi infilo in una tea-room, ordino tè con gli scones e comincio a leggere…
Vabbe’, ho parlato abbondantemente altrove della mia predilezione per Alan Breck Stewart, per cui ve la farò breve. Nel giro di una settimana avevo divorato Kidnapped e il suo seguito Catriona, nonché una storia della Scozia di Nigel Tranter, avevo visitato le mostre Stevensoniane alla National Library e al Royal Museum e avevo lottato duramente nel vano tentativo di procurarmi un biglietto per l’adattamento teatrale di Kidnapped… E intanto avevo scoperto l’esistenza dei Giacobiti e dei loro ripetuti e sfortunati tentativi di ripiazzare sul trono gli Stewart giusti…
Ora, non dico che gli Stewart fossero necessariamente dei buoni sovrani e meritassero tanta irragionevole lealtà, ma se c’è qualcosa che mi scioglie sono le cause perdute e, in generale, tutta la gente che si aggrappa oltre ogni buon senso e senza speranza di successo a qualche vecchio mondo tramontato. And Jacobites fit the bill with a vengeance, con le loro malguidate sollevazioni, nel 1716 e nel 1745, annegate nel sangue, nella scarsa competenza e nelle discordie tra clan.
Una volta tornata in patria, in era pre-internet, avevo preso l’abitudine di piombare su librai e bibliotecari ignari chiedendo “qualcosa sulle sollevazioni giacobite.”
“Vuol dire giacobine…” Era la risposta standard e, inutile dirlo, non ho mai trovato nulla di più di qualche lemma stringato su qualche vecchia enciclopedia, perché i Jacobite Risings sono uno di quegli episodi di cui non importa granché a nessuno. Poi ho fatto il mio anno Erasmus a Cardiff, poi sono stata iniziata al fatto che Sir Walter Scott non ha scritto soltanto Ivanhoe***, poi ho scoperto le meraviglie di Internet, per cui adesso ho letto quanto volevo sui Giacobiti, compresi gli aspetti meno attraenti delle loro sollevazioni, dei loro metodi, dei loro sovrani oltre il mare, delle loro beghe e delle loro stupidità. So anche che l’Alan Breck Stewart storico era in realtà un pessimo soggetto senza un briciolo del fascino che Stevenson gli ha ricamato attorno.
Eppure la mia idea di giacobita resta legata all’incontro con un libro e un personaggio – un’immagine pittoresca e romantica, vagamente imparentata con la realtà, ma abbastanza vivida da farmi adottare una parola a quasi vent’anni di distanza, ed è tutta colpa di Stevenson. Ah, che cosa non riesce a fare uno scrittore, vero?
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* In realtà del Dizionario Enciclopedico Treccani ho una gran paura, e lo sfoglio sempre come se potesse attaccarmi, perché è illustrato e cosparso a tradimento di enormi fotografie e dettagliatissimi disegni di r. I r. sono le orribili creature con otto zampe che fanno le r.tele, e sono afflitta da una seria aracnofobia, per cui…
** Lettore che passa di qui e tralegge la bozza da sopra la mia spalla: “Sì, perché invece di solito sei linguisticamente timida, vero? Una glottomammoletta!” (collassa in un convulso di cachinni)
*** Se dovessi consigliare un titolo, consiglierei Waverley, ambientato nel corso della II Sollevazione.
Mail:
Ok, ho fatto il safari e sterminato la maggior parte degli aggettivi, come dice Mark Twain. Non dico che le cose non siano migliorate, però gli aggettivi che sono rimasti erano un po’ così prima e sono un po’ così adesso. Semmai hanno l’aria di farsela un po’ addosso: metti mai che ci ripensi e faccia fuori anche noi? No, scherzi a parte: mi pare che mi manchi ancora qualcosa. Quelli che ho lasciato li ho lasciati perché il sostantivo da solo non bastava proprio, ma come faccio a renderli significativi?
Confesso che l’idea degli aggettivi superstiti con le crisi di panico mi ha divertita. Mi par di vederli, tutti ammucchiati in un paragrafo che cercano di farsi coraggio… Ma non lasciamoci intenerire. Gli aggettivi non sono graziose bestiole spaventate. Gli aggettivi sono subdoli, prolifici e anche un po’ parassiti: quelli più blandi sono talmente abili nel volare sotto il radar che a volte li usiamo senza nemmeno farci caso, mentre l’abitudine a usarne molti si cronicizza e, senza accorgerne, ce ne ritroviamo intere colonie su ogni pagina, tutti occupati a succhiare significato alla nostra prosa…
Comunque, una volta effettuato un safari, che si fa con i superstiti? Ci si accerta che ciascuno di loro sia perfetto, significativo, irrinunciabile. Come si fa? In un certo numero di casi ci pensernno il subconscio, il gusto esercitato e il dizionario interiore, e l’aggettivo scintillerà al posto giusto in tutta la sua gloria di connotazioni. Otherwise bisogna strologarci su – operazione per la quale ciascuno elabora il proprio metodo. Ho messo il mittente della mail a parte del mio, che a suo tempo avevo illustrato in questo post. Il mittente ha letto, meditato e poi ha risposto:
E tu fai questa roba per ogni singolo aggettivo? Ci credo che impieghi vent’anni a scrivere un romanzo! Mi sa tanto che adesso riprendo la doppietta e vado a sterminare anche i pochi che mi sono rimasti…
Dite che questo faccia di me l’Erode degli aggettivi? No, sono quasi certa che Erode è il Mittente, e io… hm, never mind. Per la pace generale, ad ogni modo, sappiate che ho dissuaso il Mittente dai suoi truculenti propositi e l’ho invece incoraggiato lungo una strada di duro lavoro. Non voglio spingermi a dire che faccio “questa roba” per ogni singolo aggettivo, ma – indovinate un po’ – scrivere è hard work. Scrivere bene, even harder. E temo che un uso “un po’ così” degli aggettivi sia una di quelle debolezze traditrici…
Facciamo un paio di esempi specifici e uno generico.
C’è questo libro un po’ strambo, The Nine Lives Of Kit Marlowe, che è ho letto di recente rimanendone molto delusa. È irritante sotto molti aspetti, ma uno di essi è l’uso degli aggettivi. Per esempio, tutto è exotic. I due protagonisti inglesi attraversano tutta l’Europa (passando anche per un paio di posti immaginari), e dappertutto salta fuori qualcosa di exotic. Le dame francesi indossano abiti di corte exotic… del che non so immaginare il senso, visto che nel tardo Cinquecento la moda francese non era affatto sconosciuta in Inghilterra. Poi si arriva a Roma e il cibo è exotic, le maschere del carnevale sono exotic, ma anche l’accento dei Nostri è exotic… E non parliamo dell’isola immaginaria, dove non c’è nulla che non sia exotic. E una volta a Venezia, la misteriosa dama emana un profumo – l’avete indovinato! – exotic. Ebbene, Esotico è uno di quegli aggettivi che, logorati dall’uso e dagli ananas, non vogliono più dire granché. Quando poi non sappiamo rispetto a chi si applichi, siamo proprio a post. Rispetto agli Inglesi? Ai Romani? All’Europa tutta? Uno di quei casi in cui l’uso indiscriminato si accompagna al pallore dell’aggettivo con effetti deprimenti.
E passiamo per un attimo al buon Salgari. Un corsaro di qualche colore – sinceramente non ricordo – aveva nella sua biblioteca “scaffali di metallo dorato di foggia antichissima.” Ah. A parte il fatto che gli scaffali di metallo dorato, per qualche motivo, mi fanno tanto Anni Ottanta, che cosa è mai una foggia antichissima? L’intera espressione è mal congegnata*, ma l’aggettivo che vuol mai dire? Scaffali di foggia minoica? Libreria in stile assiro-babilonese? Moduli componibili mod. Ziqqurat? E vi dirò: “antica” sarebbe stato un po’ meno disastroso. Non molto, ma un po’. Ripetete con me: se un aggettivo fa danno, ci sono buone probabilità che il suo superlativo ne faccia esponenzialmente di più.
Infine, un pet peeve tutto mio: ampio. Non so se sono solo io, ma mi pare che Ampio sia diventato ubiquo quasi quanto Hello Kitty. Ampie finestre, ampi corridoi, ampie vallate, ampi balconi… provate a farci caso. Non sempre nei corsi di scrittura gli allievi fanno i compiti, ma una che li faceva una volta mi portò la descrizione di una villa antica: su cinquecento parole scarse, un’ottantina erano aggettivi, e il dannatissimo Ampio ricorreva quattordici volte. A parte tutto il resto, il sovraffollamento è abuso, l’abuso logora e il logorio rende l’aggettivo blando.
E l’aggettivo blando non fa da prisma, non cattura la luce, non la rifrange sul suo sostantivo in inattese iridescenze… D’accordo – mi fermo qui, ma dopo lungo peregrinare ecco il sugo della mia esortazione al Mittente: vale sempre la pena di cercare l’aggettivo perfetto con l’ardore di una quest medievale.
E ripensandoci, a riprova del fatto che razzolare e predicare sono due sport ben diversi, sono amaramente pentita di non avere scelto, a suo tempo, Labirintina invece di Labirintica. E so bene che in Italiano Labirintino non esiste, ma è – era – sarebbe stato esattamente quello che volevo, in suono, colore, immagine, consistenza, associazioni mentali… Traviata – no, non traviata, ma sviata dal Treccani. Che faccenda triste.
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* Non so a voi, ma a me suscita immagini del Corsaro occupato a fare shopping di mobili da Centomo (reparto mobili in stile) nel periodo dei saldi…
Poco prima di Natale mi è capitato di discutere di libri, di società e di massimi sistemi con una signora, una docente che chiameremo Mme X.
“E cosa mi dici di questo fenomeno Volo?” mi chiede a un certo punto Mme X.
Rispondo che non ne dico nulla. Devo confessare di non aver letto nulla di suo – non una riga – e di non avere intenzione di farlo.
“Sei una terribile snob,” mi si dice allora.
Mi confesso serenamente colpevole, spiego che tendo a non leggere nulla che sia circondato da tanto hype, e inizio con la mia teoria del Lettore Casuale…
“Ma qui non si tratta di hype! Stiamo parlando di milionidicopie, di traduzioni in altre lingue: questo è un fenomeno sociale! Io mi sento tenuta a leggere Volo per studiare il fenomeno sociale, e se sostieni di essere interessata alla società e alla letteratura, se chiami te stessa una scrittrice, devi fare altrettanto.”
Rispondo che, se così fosse, dovrei passare la vita a leggere libri di cui non m’interessa un bottone, vista la frequenza con cui le case editrici sfornano questo genere di fenomeni sociali…
Apriti cielo e spalancati terra! Mme X mi accusa di essere una qualunquista e di ricorrere alla facile polemica. Ma in realtà, mi rivela, non puoi incantare milioni di lettori con il marketing. Una volta, forse – ma un ripetuto successo su questa scala è sintomo certo di un Fenomeno Sociale*.
Cito una manciatina di casi di gente che, una volta imbroccato il genere giusto, ha costruito notevoli carriere sulla base di una successione di libri mediocri e privi di particolare significato sociale…
“Non sto parlando di notevoli carriere. Sto parlando di milionidicopie: un Fenomeno Sociale.”
“Sì, ma resto dell’idea che anche i milionidicopie si costruiscono, si pilotano e si vendono: guardi la Tamaro, guardi Dan Brown, guardi Il Nome della Rosa, guardi Twilight…”
Mme X comincia mandar fuoco dalle narici: come oso paragonare Volo ed Eco, uno dei più grandi intellettuali [segue lungo panegirico]? E, incidentalmente, che cosa è Twilight?
“Non sto paragonando affatto. Sto accostando a dimostrazione del fatto che i milionidicopie non hanno nulla ha che vedere col valore letterario, né con la capacità di presa popolare, né con il livello intellettuale del libro. E nemmeno col fatto che il libro risponda o meno a qualche profondo bisogno della società. E davvero non ha mai sentito nominare Twilight? Milionidicopie. Un Fenomeno Sociale.”
Spiego per sommi capi di che si tratta, e Mme X arriccia il labbro in aperto disgusto. Twilight, vedete, è roba americana. “Una società che non conosco e su cui non mi permetterei mai di esprimere giudizi.”
Faccio notare che una buona fetta dei milionidicopie in questione sono stati acquistati in Europa e in Italia, al che Mme X torna a virare in direzione Volo, col già utilizzato argomento secondo cui è da qualunquisti dire che è tutta questione di marketing…
Dopodiché smetto di riportare la disputa passaggio per passaggio, ma vi elenco qui alcuni dei dubbi che ho esposto a Mme X – senza riceverne risposta.
– Quanta gente legge (oppure compra, sfoglia, accantona e si convince di avere letto) un libro perché “lo leggono tutti”? L’istinto del branco è potente…**
– Quanta gente regala il libro del momento perché è il libro del momento?
– Quanti libri del momento diventano il libro del momento perché c’è chi ripete con sufficiente convinzione ed entusiasmo che si tratta del libro del momento?
– Quanto conta il “personaggio” dietro il libro? A parte tutto il resto, Volo era già un notissimo personaggio televisivo quando ha cominciato a pubblicare. Vogliamo far finta che non conti? Da questo punto di vista, credo che il fenomeno Volo abbia anche un’altra sfaccettatura più sottile: con la sua infanzia di provincia e i suoi studi sporadici, Volo fa tanto “uno di noi” che ce l’ha fatta. Uno con cui identificarsi. Ricordate La Fenomenologia Di Mike Bongiorno, tanto per citare di nuovo Eco?
Insomma, non sto dicendo che i libri di Volo siano necessariamente brutti (anche perché, ripeto, non li ho letti). Quello che sostengo è che i milionidicopie non bastano a fare di un libro un Fenomeno Sociale, perché consistenti quantità di quelle copie possono essere frutto di fattori e operazioni che non hanno nulla a vedere con quel che sta fra una copertina e l’altra. I milionidicopie di gente autopubblicata come Hocking e Locke sembrano indicare che le cose possono andare diversamente – ma fino a un certo punto. Meccanismi come l’istinto di branco continuano a funzionare, e sono senz’altro Fenomeni Sociali, ma indipendentemente dal libro per cui lavorano, non credete?
Per cui: no, Mme X. Non mi metterò a leggere bestseller per il fatto che sono bestseller. Ho già usato la scusa “m’interessa capire che cosa ci trova tutta la gente che lo legge” per leggere bestseller che in realtà volevo leggere pur vergognandomene un po’, perché – come ognun sa – sono genre-snob. Mi secca un pochino essere genre-snob e sto cercando di curarmene. Ma non ho intenzione di usare i milionidicopie come criterio per la scelta, anche solo occasionale, delle mie letture. E se questo è un altro genere di snobismo, Mme X, credo proprio che me lo terrò – insieme alla mia dose di cinismo nei confronti del marketing editoriale.
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* Sì, il Fenomeno Sociale ha acquisito maiuscole. Credetemi, a questo punto della conversazione le aveva acquisite per Mme X, e non c’era da sbagliarsi in proposito.
** Fate questo esperimento: la prossima volta che vi trovate in una stanza affollata, provate a dire a voce ben alta che non avete mai letto Saviano. Ci vuole forza d’animo per resistere al genere di disapprovazione che vi pioverà addosso…