Non Del Tutto Serio

Romanzieri

Flock.jpgDurante una passeggiata in montagna, uno scrittore (maschio) di romanzi rosa incontra un pastore che fa pascolare il suo numeroso gregge in un solatio pascoletto alpino. Incantato dall’idillica scena e dalla grazia innocente delle pecorelle, lo scrittore si scopre un’improvvisa passione per gli ovini.

“Se indovino il numero esatto delle sue pecore, posso averne una?” chiede al pastore.

“Come no?” fa il pastore, che trova la richiesta un tantino bizzarra ma dubita molto che lo sconosciuto possa indovinare il numero esatto.

“Secondo me, le sue pecore sono 287,” dice il romanziere senza esitazione, e al pastore casca la mascella, perché le pecore sono proprio 287.

“Allora posso scegliermi la mia pecora?” chiede lo scrittore, molto soddisfatto di sé, e al pastore non resta che acconsentire.

Lo scrittore sceglie con cura il suo ovino e se lo carica in spalla, come ha visto fare al cinema, per portarselo a casa.

“Senta,” dice il pastore, “se indovino che cosa fa di mestiere, mi ridà la mia pecora?”

Lo scrittore leva un sopracciglio. Richiesta bizzarra, ma in fondo, quante probabilità ci sono che il pastore indovini?

“Come no? Provi!” dice.

E il pastore: “Scommetto che lei è un autore (maschio) di romanzi rosa.”

E’ il turno dello scrittore di restare basito.

“E lei come fa a saperlo?” trasecola.

E il pastore: “Metta giù il cane che ne parliamo, eh?”

_______________________________________________________

(Disclaimer: non ce l’ho con gli scrittori di romanzi rosa – maschi o otherwise – ma l’ho trovata nella posta elettronica e sto ancora sghignazzando senza ritegno: dovevo tradurla e mettervene a parte.)

Somnium Hannibalis

Presentazione a Guidizzolo

Guid.png

E sì: sono consapevole del fatto che lo sto comunicando all’ultimissimo minuto.

Quando abitavo in Inghilterra e per qualche motivo non avevamo un tostapane, si scaldava il pane nel forno. Io lo mettevo dentro, dopo un minuto o due lo giravo e con questo mi sentivo a posto e non ci pensavo più – col risultato che lo bruciavo tutti i giorni. Ma proprio tutti i giorni.

per cui, quando giovedì scorso ho sostituito questa comunicazione (già preparata) con il post sui titoli, non avrei dovuto semplicemente rimandare la comunicazione a venerdì, ma programmarla. Invece poi venerdì ho iniziato un programma di frenetiche ricerche sulla Divina Giuditta Pasta, soprano ottocentesco e Cantatrice di S.M.I.R.A. (e ho avuto quattordici persone a cena), poi confesso di essermene dimenticata un pochino – tra Bibi, un’energica e urgente revisione di un vecchio monologo, la necessità di conciliare la Divina Giuditta con un piano tattico per potare di un migliaio di parole una storia che ne conta seimila – e avrebbe senso così com’è…

Però io la comunicazione l’avevo già preparata, e quindi mi sentivo la coscienza a posto. E ho bruciato il pane.

teatro

In Cui La Clarina Approda Al Teatrino d’Arco

D'Arco.pngIl Teatrino d’Arco riesce ad essere una bomboniera e un’amatissima istituzione cittadina allo stesso tempo. Ottanta posti o giù di lì, un palcoscenico piccino, colonne che sostengono un soffitto a botte – ed è la casa della celebre e benemerita Accademia Teatrale Campogalliani, volontari sì, ma di caratura professionale. Gente che di giorno fa tutt’altro e la sera porta in scena con passione, finezza e abilità del teatro di qualità favolosa – dal meglio del meglio in fatto di commedie dialettali agli sperimentatori contemporanei, passando per Shakespeare, Checov e D’Annunzio.

Inutile dire che questa gente coraggiosa e brillante è richiesta e pluripremiata, in Italia e all’estero.

Non bastandosi, questa gente instancabile e determinata insegna: la Scuola di Teatro, diretta da Maria Campogalliani.pngGrazia Bettini, prende ragazzini e adulti e insegna loro arte e mestiere per davvero, sfornando talenti: qualcuno di loro si ferma alla Campogalliani, altri passano altrove e fanno onore a sé e all’Accademia.

Come tutti i Mantovani, adoro Accademia e Teatrino. Ho cominciato ad andare alle matinées domenicali da bambina e non ho più smesso. Nel corso degli anni ho avuto la fortuna di venire a contatto con la compagnia, di essere invitata a una cena natalizia nel “nido” sopra il Teatrino stesso (preparata da quella specie di fata madrina teatrale che è la presidente dell’Accademia, la signora Francesca Campogalliani), di visitare il favoloso magazzino dei costumi, da cui non sarei più uscita… E’ stata la cosa più simile a una visita dietro le quinte di un teatro che mi sia mai capitata! E adesso sono lusingata e onorata di dire che scrivo per loro.

BibiPiegh3.jpgSapete già – perché, lo ammetto, ve l’ho ripetuto ad nauseam – che la fantastica Maria Grazia Bettini e i suoi allievi hanno messo in scena (con la collaborazione preziosa dell’Accademia Nazionale Virgiliana) il mio atto unico Bibi e il Re degli Elefanti. Ebbene, dovete sapere che quest’anno la Campogalliani dà corpo a una parte speciale del suo Progetto Mantova. Nell’intento di valorizzare gli autori mantovani, quest’anno i Lunedì del D’Arco (serate teatrali ad ingresso libero) sono dedicati alla rassegna Mantova Scrive il Teatro, messinscene e letture sceniche di autori mantovani che hanno scritto per il teatro.

E non so dirvi quanto sia onorata di far parte della schiera, accanto a gente del calibro di Edgarda Ferri, Fausto Bertolini, Frediano Sessi e altri autori, locali per nascita o per adozione. Stasera, in effetti, la mia storia di bambine malate ed elefanti magici approda sul palco piccino del Teatrino d’Arco: un sogno realizzato e, spero, l’inizio di una collaborazione.

Per chi volesse, ore 21, ingresso libero. E un’autrice al VII cielo.

musica

L’Uccellino della Radio

Oh che cos’ho trovato! L’Uccellino della Radio, canzone del 1940 di Nizza, Morbelli e Filippini – cantata da Silvana Fioresi. Ah, i tempi eroici della radio… non è deliziosa? Una volta o l’altra scriverò qualcosa in materia.

La stazione radio stamattina
vive in una grande agitazion
per un grave fatto s’indovina
sono tutti in apprension

Ingegneri, tecnici ed attori
stanno muti a udir l’annunciator
che fa appello ai radioscoltatori
con la voce scossa dal tremor

Della radio l’usignol
stamattina ha preso il vol
al suo libero cielo ha voluto ritornar

Nella gabbia a fili d’or
rimaneva a malincuor
tutti i passeri udendo di fuori cinguettar

Una passeretta lo chiamò
gli disse “ci-ci-ci”
all’amore non puoi dir di no
e l’uccellin fuggì

Non lo state ad aspettar
non vorrà più ritornar
nel suo volo d’amore d’azzurro verso il sol
l’uccellino della radio ha preso il vol

Forse in una scuola l’uccellino
sopra un davanzale si posò
chino sopra un compito un bambino
al suo canto si voltò

Cinguettò in un modo che i piccini
subito guardarono di fuor
oh poter cacciare i maggiolini
correre nei prati tutti in fior

Della radio l’usignol
stamattina ha preso il vol
al suo libero cielo ha voluto ritornar

Nella gabbia a fili d’or
rimaneva a malincuor
tutti i passeri udendo di fuori cinguettar

Una passeretta lo chiamò
gli disse “ci-ci-ci”
all’amore non puoi dir di no
e l’uccellin fuggì

Non lo state ad aspettar
non vorrà più ritornar
nel suo volo d’amore d’azzurro verso il sol
l’uccellino della radio ha preso il vol.

Buona domenica a tutti!

grillopensante · guardando la storia

Di Filosofi e di Condottieri

Dopo questo concerto ho cominciato a vedere genealogie ideali ovunque – successioni di varia natura che sviluppano idee o forme artistiche attraverso i secoli.

Questa volta, anziché di arte, parliamo di filosofia con risvolti politici, coprendo una fetta di storia e pensiero greci dal principio del V Secolo fin verso la fine del IV.

Socrate.jpgCominciamo da Socrate che, tra un simposio e l’altro, elabora non solo idee, ma un metodo di pensiero, una logica dei problemi che, sotto l’apparenza svagata e conversevole, è destinata a diventare la base del modo di pensare occidentale. In realtà forse la maieutica non era così rivoluzionaria in sé, ma nessuno prima ne aveva davvero analizzato il meccanismo. E’ sempre sconcertante scoprire la ferrea disciplina che governa quelle pratiche apparentemente spontanee – e di conseguenza il modo in cui quella disciplina può essere usata. O manipolata. Non a caso, Socrate beve la cicuta fatale perché Atene lo considera un empio e un corruttore della gioventù.Platone.jpg

Segue il suo allievo Platone, che mette per iscritto e sistematizza in forma dialogica il pensiero di Socrate, e poi procede per conto suo a svilupparne i principi in varie direzioni. Platone non è un personaggio pittoresco ed allarmante come Socrate: è di buona famiglia, di molti talenti (oltre che filosofo, i biografi lo vogliono soldato, pittore, poeta, atleta e matematico, secondo un ideale molto greco), e la sua Accademia, dove s’impara discutendo, è considerata un’istituzione non solo perfettamente rispettabile, ma prestigiosa.

Aristotele.jpgTra i suoi allievi si distingue Aristotele, che sviluppa metodo e pensiero a gradi di raffinatezza estrema, e li applica ad ogni possibile campo dello scibile, dall’etica all’astronomia, dalla letteratura alla scienza della conoscenza. Anche lui fonda una scuola in cui si passeggia e si discute, e il suo prestigio è tale da farne il precettore ideale per un figlio di re.

L’ultimo rampollo di questa discendenza lo trovo proprio nel Grande Alessandro, che assorbì per un paio d’anni le teorie di Aristotele e poi traghettò il mondo greco dall’Età Classica all’Ellenismo, camminando sui cocci della vecchia città-stato verso l’idea imperiale e aprendo il mondo verso Oriente. Ad Aristotele non poteva piacere troppo la politica di Alessandro, ma la progressione verso Est della piccola e rude Macedonia, e il suo germogliare in imperi al contatto con altre civiltà più sofisticate, conservano – o almeno a me pare – un andamento logico per botte e risposte, azioni e reazioni e domande, infinite domande in cerca di risposta. Non amo alla follia Pascoli, ma il suo Alexandros, che piange davanti al “Fine, l’Oceano, il Niente”, e rimpiange i giorni in cui aveva ancora spazio per la sua Cerca, mi sembra rappresentare bene l’aspetto filosofico della faccenda – e il dramma di una mente cercatrice giunta al confine delle sue possibilità. AristoteleAlessandro.jpgWhy, persino la parabola biografica di Alessandro segue un arco narrativo degno della Poetica di Aristotele.

Insomma, nel giro di due secoli scarsi, l’onda lunga (e indiretta, se vogliamo) della maieutica di Socrate ha finito col portare alla luce un mondo nuovo – quello ellenistico. Potrei ancora notare che mentre l’Atene repubblicana comminava la cicuta a Socrate per le sue idee empie e corruttrici, Alessandro si liberava di Parmenione per la sua avversione ad abbandonare il vecchio ethos greco. Potrei ricordare il Robespierre che cita Platone per giustificare la condanna a morte di Chenier: “Anche Platone bandiva i poeti dalla sua Repubblica”. E potrei finire con Napoleone, cui pareva che Alessandro avesse fatto un gran bene a liberarsi dello stupido e immobilista Parmenione.

Discorsi da romanzieri, lo so, non da filosofi. Ma ai romanzieri piace tanto guardare il propagarsi delle onde lungo le generazioni, i secoli e i millenni.

cinema · musica

This Is Halloween

E poi ci sono i film – a non finire, dal truculento al buffo, passando per le serie: polizieschi, ospedalieri, legal-procedurali, vita di famiglia… non c’è serie che non abbia la sua puntata incentrata su Halloween.

Naturalmente i cartoni animati non fanno eccezione. Un tempo credevo che i film in stop motion non mi piacessero, poi ho scoperto Tim Burton. E sì, so che il titolo del film è natalizio, ma… andiamo!

E di certo la musica di Danny Elfman Aiuta non poco, vero?

Buona domenica e buon ponticello!

grilloleggente

Qualcuno Mi Spieghi Twilight

Confession time. Sto leggendo Twilight, di Stephenie Meyer.

Qualifichiamo: lo sto leggendo più o meno per scommessa – o meglio, sto cercando di leggerlo, ma è davvero, davvero faticoso. E’ faticoso perché sono più o meno a metà e ancora non è successo nulla. Ma nulla. O meglio, è successo che (Isa)Bella Swan, diciassettenne goffa e inconsapevole del suo fascino*, si è trasferita dalla solatia Arizona in un posto piovosissimo dello Stato di Washington (credo – ma potrei sbagliarmi) e si è ritrovata in classe con un ragazzo bellissimo e misterioso. Fatale attrazione reciproca. C’è il piccolo particolare che lui è un vampiro, ma Bella, che all’inizio sembrava possedere qualcosa di vagamente simile a una personalità, è così persa dietro al giovinotto che i lunghi canini e le malsane abitudini alimentari le fanno un baffo.

Come sapete, sto combattendo una dura battaglia contro lo snobismo di genere, il mio prima di tutto. E così, quando un’amica e collega d’Oltreoceano mi ha regalato la versione elettronica di T. completa di scommessa dai circostanziati (e tecnicissimi) termini, ho cominciato con le migliori intenzioni di non avere pregiudizi.

Anche perché Randy Ingermanson ha scritto un’interessante analisi del Romanzone Più Amato Dalle Adolescenti, mettendone in luce un particolare aspetto di solidità narrativa di cui una volta o l’altra parleremo: la coerenza interna delle premesse paranormal/vampiresche.

E il primo capitolo o giù di lì, tutto sommato, mi aveva fatto dire “Be’, dopo tutto c’è di peggio.”

Sia chiaro: le motivazioni di Bella appaiono fumosette anzichenò fin dall’inizio, ma la voce narrante (seppur non proprio diciassettennissima) non era del tutto male, con una certa asciuttezza e un genere di sarcasmo self-deprecating

Ma questo accadeva, appunto, attorno al primo capitolo.

Adesso, qualche centinaio di pagine più tardi** sono un tantino idrofoba. A parte la quantità industriale di coincidenze di improbabilità e di forzature su cui poggia la trama (se vogliamo proprio chiamarla così), a parte l’infallibile e adolescentissima maniera in cui piove sempre al momento giusto, a parte la ripetitività della vita scolastica descritta in puntiglioso dettaglio***… a parte tutto ciò, in chiusura del capitolo terzo ero già repleta e satolla di sentir insistere sulla preternaturale goffaggine fisica di Bella e – ancora di più – sulla perfetta, sovrumana, abbagliante bellezza di Piccoli Vampiri Crescono.

i_libri_preferiti_da_edward_e_bella.jpgAnche perché non c’è granché d’altro: l’immediata elettricità che cresce rapidamente in reciproca attrazione, la supina adorazione di Bella, che smette di ragionare, smette di pensare, smette di fare qualsiasi cosa non sia struggersi per Edward, e questa inspiegata propensione della fanciulla a mettersi nei guai/attirare pericoli. Mi auguro vivamente che quest’ultimo particolare venga spiegato e si evolva in qualcosa di simile a una trama, ma comincio a disperare.

Ciò detto, Twilight ha uno straordinario successo – tanto da generare non solo una serie di film, ma anche qualcosa che non so come definire se non come una specie di indotto. Mi si dice che Across The Pond sia in vendita un tripudio di guide, istruzioni, libri di ricette per organizzare la perfetta festa di Halloween ispirata alla saga della Meyer, e ho visto personalmente un ebook di ricette per fare dolcetti con nomi come Bella’s First Kiss e simili. Sul nostro lato, Mondadori ha pensato bene di capitalizzare sul successo di Twilight pubblicando nuove edizioni tascabili di classici della letteratura con copertina nera e tanto di bollino rosso fuoco che recita “I Libri Preferiti di Bella e Edward”. Se siete curiosi di sapere chi hanno scomodato, ve lo dico io: Shakespeare, Emily Bronte e Jane Austen, per dire. E una breve ricerchina in rete mi ha condotta su un sito pieno di entusiastici commenti divisibili in tre filoni: a) Corro a comprarli! b) Che bella idea per avvicinare i giovani alla letteratura! c) gente più sana che leva un sopracciglio all’idea che Shakespeare abbia bisogno di essere sponsorizzato da Bella e Edward****.

Insomma, le ragazz(in)e sono in delirio – e io vorrei capire bene perché. A metà libro, mi pare che il fenomeno Meyer si spieghi molto meno di altri casi editoriali paragonabili. Qualsiasi altra cosa si possa pensare di loro e della loro scrittura, bisogna ammetterlo: Dan Brown prende temi controversi e ci costruisce attorno trame adrenaliniche, mentre J.K. Rowling ha avuto una brillante idea di partenza e, almeno per un certo numero di libri, l’ha sviluppata in modo fantasioso e avvincente.

Ma Twilight? Supponiamo pure che la bigia vita quotidiana di Bella (scuola, compiti, qualche lavoretto di casa, una spedizione in città con le compagne di classe…) sia il genere di realtà da cui milioni di adolescenti sognano di evadere. E poi? Milioni di adolescenti sognano di aspettare passivamente l’arrivo di un moroso da urlo – meglio se non del tutto raccomandabile – dal quale lasciarsi proteggere e salvare ogni volta che si ritrovano (altrettanto passivamente o per semi-attiva stupidità) nei guai?

Perché questa storia non somiglia a niente come a una gigantesca fantasia collettiva in cui una Mary Sue che si crede ordinaria viene scelta dal Principe Azzurro problematico e ne diventa del tutto succube – un inno alla passività completa.

Lo ammetto: non ho più sedici anni da molto tempo e quindi forse mi sfugge qualcosa. Ma mi piacerebbe capire.

__________________________________________________________________________

* Of course. E altrettanto naturalmente, questo fascino è notevole…

** Non so di preciso: Kindle dà una percentuale invece di un numero di pagina…

*** Biologia, trigonometria, lettere, educazione civica e ginnastica: ma non studiano altro nei licei americani?

**** Sì, lo so: manca una -d- eufonica. Mondadori’s wording, not mine.

libri, libri e libri

Promessi Sposi, Capitolo XXII

FedericoBorromeo.jpgDue distinti lettori mi avevano detto che il Capitolo XXII è una noia mortale. Io non mi ricordavo molto del Capitolo XXII, se non che vi si parla del Cardinal Borromeo, ma due lettori adulti e competenti annoiati dovevano pur voler dire qualcosa…

Ebbene, i lettori avevano ragione: per la prima volta da quando ho cominciato la (ri)lettura dei Promessi Sposi con la UTE mi sono imbattuta in questa strana bestia, un capitolo noioso.

Tra l’altro, il capitolo è insidioso perché si presenta sotto falsi colori. Comincia bene, con una rapida scena in cui l’Innominato scende a valle, riluttante e ansioso, trepidante, incerto e stupito di sé, dando ordini incoerenti tra le occhiate stupite di servi, bravi e valligiani. Bene, pensiamo noi. Ci piace, questo Innominato e siamo interessati alla sua conversione…

Meglio non abituarci troppo. Tre pagine e Don Lisander frena bruscamente e parcheggia la narrazione in corsia d’emergenza. Mentre siamo fermi con le doppie frecce lampeggianti ci promette ristoro, ombra, acqua fresca. Noi siamo perplessi: andava tutto già molto bene, grazie. Non potremmo tornare ad occuparci dell’Innominato, per favore?

No, non potremmo.

Prima “bisogna assolutamente che spendiamo quattro parole” su questo straordinario personaggio, il Cardinal Federigo Borromeo. Siamo già allarmati. Chissà perché, quelle quattro parole suonano tanto come una spudorata menzogna, un’azione preventiva o qualche altro procedimento poco rassicurante. Quattro parole… “Chi non si curasse di sentirle, e avesse però voglia di andare avanti nella storia, salti addirittura al capitolo seguente”.

Ecco, questa invece suona come coda di paglia e noi siamo ancora più allarmati.

E infatti… Il Cardinal Federigo Borromeo, sapete, era nobile, pio, buono, umile, dotto, energico, caritatevole, caritatevole, caritatevole, generoso, savio, lungimirante, caritatevole, soave, severo con chi lo meritava, sobrio, autorevole, misericordioso, fondatore dell’Ambrosiana, caritatevole, zelante, virtuoso, eloquente, amante delle arti e lettere, caritatevole, semplicissimo nei costumi, giudizioso, benevolo, instancabile, caritatevole…

Confessate: a che punto vi è diventato vitreo lo sguardo? E questa è una versione liofilizzata. L’unico lieve sollievo consiste in quella che potrebbe sembrare un’ulteriore dose di coda di paglia – e invece con  Manzoni diventa uno dei consueti gioiellini di sottile ironia. Era perfetto dunque il CFB? No, non era perfetto. Sostenne in atti, parole e opere delle “opinioni opinioni che al giorno d’oggi a ognuno parrebbero piuttosto strane che mal fondate.” Tuttavia ci glissiamo sopra, perché in questo romanzo il CFB è dalla parte degli angeli e non vogliamo complicarci la vita. E allora, perché le abbiamo citate affatto, queste opinioni strane? Per non dar l’impressione di essere acritici.

Oh, e il CFB scrisse, scrisse molto, scrisse un centinaio d’opere. Nessuna di esse è di quelle che si ricordano? No, nessuna. E come mai? Oh, “per ragioni molte e prolisse” che non ci metteremo nemmeno ad affrontare.

Noi siamo lasciati a sospettare che le cento opere del CFB siano di una noia mortale, ma intanto “sarà meglio che riprendiamo il filo della storia, e che, in vece di cicalar più a lungo intorno a quest’uomo, andiamo a vederlo in azione…”

Tiriamo un sospiro di triplice sollievo, o Lettori: il capitolo è finito; possiamo ragionevolmente aspettarci che, una volta che l’Innominato sarà rientrato in scena, anche questo caritatevolissimo e virtuosissimo CFB ci sarà meno antipatico; e enfin, nemmeno Manzoni è perfetto per tutto il tempo.

pennivendolerie

Secondo Posto a Storie Mantovane 2010

leggendemantovane.jpgIeri pomeriggio, presso la Biblioteca Baratta prima, e la libreria Il Pensatoio poi, premiazione del concorso Storie Mantovane 2010.

E’ un piccolo concorso bizzarro e interessante: ci sono tre liste di luoghi, personaggi, cibi, eventi atmosferici e animali molto mantovani, e il gioco consiste nel creare una leggenda mantovana utilizzando almeno un elemento di ciascuna lista, il tutto in meno di 1000 parole.passerino.jpg

Ho partecipato perché mi piaceva l’idea quasi ossimorica di creare una leggenda, e perché vale sempre la pena di vedere cosa si riesce a fare con (o attorno a) dei limiti precisi. Mille parole, francamente, è una misura che mi sta un pochino stretta – ma a maggior ragione ho voluto provare.

Ebbene, sono felice di annunciare che la mia leggenda, Il Fantasma di Passerino, ha ottenuto il 2° premio. Per la cronaca, Passerino Bonacolsi era il Capitano di Mantova, quello che i Gonzaga tolsero di mezzo con una certa energia per prendersi la città, e poi…

Per chi fosse curioso, la mia leggenda è qui.

guardando la storia · teatro

La Regina e il suo Giullare

Velazquez_The_Dwarf_Don_Juan_Calabazas_called_Calabacillas_ca_1639.jpgDon Juan Martìn de Calabazas, con questo nome altisonante, era un giullare, buffone di corte di Re Filippo IV dopo avere servito una serie di Grandi di Spagna e Infanti reali. Conosciuto come Calabacillas o Bizco, fu tanto celebre al suo tempo da meritarsi due ritratti, uno dei quali dipinto da Velazquez, niente meno.

Fausto Bertolini, giocando con date e luoghi, porta Calabacillas alla corte di Elisabetta I d’Inghilterra. Regina e giullare dialogano fittamente, in bilico continuo tra ironia trasognata, incursioni metateatrali e scatti d’ira, e – tra una disquisizione sul metodo per catturare un orbe riluttante e un passo di dana – offrono un’affilata analisi di arte, potere, e del rapporto tra i due.

“Non ci sono eroi innocenti in politica – o nella storia,” sussurra Calabacillas al pubblico: soltanto un “nesso di colpe” che i detentori del potere cercano di districare oppure ispessiscono con le loro azioni. E gli artisti? Gli artisti camminano sul filo sottile tra un ruolo di coscienza e la necessità di mantenere la testa là dove si trova…

Ieri sera, al Teatrino d’Arco, i bravissimi Francesca Caprari e Claudio Soldà hanno recitato un estratto de La Regina e il suo Giullare. La regia era di Mario Zolin, che gioca con ironia ed eleganza sul carattere metastorico della pièce. reginaegiullare.jpg

A questo proposito, è stato interessante sentire l’autore definire la sua passione per il teatro-nel-teatro come un aspetto sintomatico della Sindrome del Demiurgo (aka il complesso della subcreazione). La tendenza a sfondare la quarta parete sarebbe, secondo Bertolini, una conseguenza del desiderio di manipolare la realtà: non contento di creare la realtà teatrale, l’autore desidera intervenire anche su quella più vasta che esula dal palcoscenico. Su quella fetta di realtà, mi verrebbe da dire, che connette palco e platea – di fatto la sospensione dell’incredulità.

Interessante teoria e interessante pièce – che spero di vedere presto per intero.