libri, libri e libri

Cronache Nogaresi

Ecco, poi invece ci sono le presentazioni praticamente perfette (come Mary Poppins), in cui tutto va così bene da non crederci.

A cominciare dal relatore, che non solo ha letto il libro con vorace entusiasmo, ma è pieno di buone idee, intuizioni e domande stimolanti, discute una scaletta flessibile, nota l’onnipresenza del vento nell’imagery, fa le battute al momento giusto e non batte ciglio quando bisogna rinunciare al proiettore all’ultimo momento. Confesso di non avere mai preparato tanto approfonditamente una presentazione come con l’Ing. Bocchi – nemmeno la discussione della tesi di laurea!

Poi i lettori, con un contingente di Histriones a curare il reading di quattro tra le mie pagine preferite. Detto en passant, è stato bizzarro sentire l’interprete di Re Antioco, cimentarsi con la narrazione in prima persona di Annibale.

Poi ancora il pubblico, non numerosissimo ma motivato, attento e percettivo. Benché avessimo leggermente sforato sul tempo, nessuno è fuggito e ci sono state numerose domande – una più pertinente e interessante dell’altra.

Persino il tempo – pomeriggio e crepuscolo bigi e piovosi – sembrava fatto apposta per incoraggiare una raccolta atmosfera da libri e chiacchiere… mancava soltanto il fuoco nel camino. E infine una gradevolissima e allegra cena tra autori e organizzatori, a base del locale risotto con le noci, per poi tirare tardi chiacchierando di poeti crepuscolari e diffusione dei dialetti.

Insomma, questa volta nulla – ma proprio – nulla è andato storto. Il mio bilancio personale del Festival della Letteratura di Nogara è davvero ottimo: tanto entusiasmo, un’organizzazione attenta, disponibile e simpatica, un pubblico interessato e partecipe – che si potrebbe volere di più?

E al mio finesettimana dei sogni va aggiunto che il debutto di Bibi a Gonzaga è stato una meraviglia: tanta gente – genitori e bambini – ad applaudire uno spettacolo realizzato deliziosamente, con una regia asciutta, efficace e lieve al tempo stesso, e dei bravissimi interpreti. Essì, sono molto, molto, molto soddisfatta. C’è un che di speciale nel vedere i propri personaggi prendere vita sul palcoscenico. Non credo di avere finito con il teatro, if I’m to have any say in the matter.

Spero di avere presto delle foto di entrambe le giornate.

cinema

Wings

Wings fu il primo miglior film premiato ai neo-istituiti Academy Awards nel 1927. Diretto dall’allora ventisettenne William Wellman, è una storiellona di guerra, amicizia e amore, interpretata da Clara Bow (una sorta di Marilyn Monroe del muto, tanto celebre e richesta che il suo personaggio fu ampliato rispetto alla sceneggiatura per darle più minuti e più rilevanza, compreso un audace interludio parigino), da Buddy Rogers e Richard Arlen – che nessuno ricorda più – e da un giovanissimo e sconosciuto Gary Cooper in una particina di tre minuti.

Le sequenze di combattimento aereo erano all’avanguardia. Wellman insisté per adottare un metodo mai sperimentato prima: telecamere montate sulla carlinga degli aerei ed evoluzioni pericolosissime – del tutto senza rete, per così dire. Tutti gli stuntmen erano veterani della I Guerra Mondiale, e anche i due protagonisti dovettero imparare a volare. Le scene che li riprendono in primo piano mentre volano (o, nel caso di Arlen/David, precipitano) non sono girate con un aereo finto e uno schermo sullo sfondo.

Le battaglie di terra furono minuziosamente ricostruite utilizzando centinaia e centinaia di figuranti forniti dall’esercito, la produzione costò un’ira e fu più di una volta sul punto di essere abbandonata per i costi eccessivi, per il temperamento esplosivo di Wellman, per un incidente aereo mortale, per i dissensi tra esercito e aviazione e per un’infinità di motivi.

Alla fine il film fu un colossale successo e Wellman divenne una leggenda della nascente industria cinematografica. Dei protagonisti, Gary Cooper ebbe la carriera che sappiamo, Rogers sparì presto, Clara Bow non seppe adattarsi all’arrivo dei film parlati e finì alcolizzata e depressa, mentre Richard Arlen, dopo un paio di ruoli importanti, infilò un ruolo di caratterista dopo l’altro fino agli Anni Settanta.

Trailer originale:

Buona domenica a tutti!

scribblemania · teatro

Non sapevo che scrivessi per l’infanzia…

BibiPiegh3.jpgIl titolo del post è qualcosa che mi sento ripetere spesso ultimamente – in pratica, ogni volta che accenno al debutto di Bibi e il Re degli Elefanti.

Non vi eravate dimenticati di Bibi, vero? Stasera alle 6, a Gonzaga (MN), presso l’Arena Spettacoli della Fiera Millenaria. Sono in fibrillazione. Non ho mai visto le prove, ho avuto contatti sporadicissimi con la prim’attrice, solo un po’ più frequenti con la costumista (costumista di lusso: nientemeno che Francesca Campogalliani, presidente dell’Accademia teatrale omonima), ho lo stomaco pieno di farfalle e la sensazione che le 6 di stasera non arriveranno mai.

Ma non è questo il punto. Il punto è che più di una persona ha reagito levando le sopracciglia e dicendo, con variabili gradi d’incredulità: Non sapevo che scrivessi per l’infanzia…

Tendo a rispondere che non lo sapevo nemmeno io, perché è il genere di risposte che si dà, e perché Bibi è nato in modo bizzarro, a metà via tra una commissione e una scommessa, per poi catturarmi completamente mano a mano che procedevo. Tra l’altro, è una storia contemporanea, giusto? Non mi si può più accusare di non scrivere mai nulla di contemporaneo – ma non divaghiamo.

Il fatto è che qualche volta, lo confesso, scrivo per l’infanzia. Ci sono le fiabe che ho scritto per la Scuola Materna Farinelli, c’è Bibi e il Re degli Elefanti, e poi adesso ho un adorabile figlioccio, per il quale ho cominciato a scrivere storie.

E’ una strana esperienza, scrivere per i bambini. Il linguaggio, il tono, i colori – è tutto diverso. Avevo editato storie per bambini, e quindi me n’ero occupata non solo da lettrice, ma scriverne ha richiesto una serie di affascinanti esercizi: bisogna ricordarsi molto bene della bambina che si era, e scrivere per lei senza dimenticarsi che sono passati decenni tra quella bambina e i piccoli lettori odierni. Bisogna ritrovare il senso di magia che si vedeva racchiuso nelle storie – non necessariamente nelle favole, ma nel fatto che pagine bianche e parole nere contenessero ogni possibile genere di personaggi, posti e vicende. E al tempo stesso…

Maria Rosaria Berardi, un’autrice per fanciulli del tutto fuori moda, chiudeva una sua Nota dell’Autore augurandosi che il suo romanzo piacesse ai piccoli lettori. “E se vi piacerà, sarà perché avrò saputo scriverlo tenendo gli occhi fissi al lumicino che brilla laggiù, dietro i cancelli chiusi del giardino incantato della mia infanzia.”

Linguaggio sentimentale e un po’ fané, mi rendo conto, ma il concetto mi piace ancora. Ci sono dei cancelli chiusi, tra me e i miei otto anni – l’età della mia protagonista Bibi, l’età dei miei piccoli spettatori – ma da questa distanza, il mio mestiere è recuperare il senso d’incanto di allora e trasmetterne almeno la luce e il gusto a un’altra generazione di bambini.

Fra qualche ora saprò se ci sono riuscita – almeno un po’ – per questa volta.  

 

libri, libri e libri

A’ Chacun Son Métier

Qualche tempo fa me l’ero presa con Judith Cook e il suo romanzo The Slicing Edge of Death. Ricordate?

Adesso sento di dover riparare in parte a ciò che ho scritto allora. O meglio: sono ancora convinta che TSEoD sia un romanzo molto mediocre, ma sto leggendo un altro libro della Cook sullo stesso argomento, solo che questa volta si tratta di divulgazione storica, ed è tutto un altro mondo. The Roaring Boys è una specie di biografia collettiva di Shakespeare, Marlowe, Greene, Jonson, Kyd, Nashe, Dekker e compagnia. La Londra elisabettiana, i suoi protagonisti e la sua atmosfera sono ricostruiti con una vividezza, un’energia e un’efficacia favolose. Qua e là forse Cook sposa delle datazioni un po’ eccentriche, ma di sicuro la qualità della scrittura è stratosferica.

E allora? E allora, la signora Cook era un’ottima divulgatrice alla quale, nel quarto centenario della morte di Marlowe, un editore ha proposto: perché, Judy, non provi a scriverci un romanzo? Con la tua conoscenza del periodo e dei fatti, che ci vuole? E lei purtroppo ha accettato, senza considerare che ci voleva la tecnica del romanziere – che lei non possedeva. E non c’è nulla di male.

Oddìo, di male, se vogliamo, c’è questo: che se avessi letto TSEoD prima di ordinare TRB, non avrei sfiorato TRB nemmeno con l’orlo della veste, avrei archiviato Cook come una romanziera da dimenticare e non avrei mai scoperto l’eccellente divulgatrice.

Quello che voglio dire è che, per la maggior parte, gli scrittori non sono universalmente eclettici: hanno campi di preferenza, generi ideali e terreni che farebbero meglio ad evitare. Per quanto adori Kipling, temo che i romanzi lunghi non fossero la sua produzione migliore – e a maggior ragione trovo terribilmente ingiusto che sia conosciuto più per Kim e per i Libri della Jungla che per i suoi meravigliosi racconti e ancora più meravigliose poesie.

Tolstoj, al contrario, mi travolge nei romanzi e non mi convince affatto nei racconti: è come se la costrizione del formato ridotto non gli consentisse di spiegare per bene le ali. Non è del tutto sorprendente, se si considera che stiamo parlando dell’uomo che ha scritto Guerra e Pace – un mondo intero chiuso tra due copertine. Leggete un Padre Sergio, e ditemi se non ci sentite un certo qual senso di soffocamento.

Per Conrad la faccenda era diversa. Conrad ha scritto capolavori (per conto suo) e libri singolarmente brutti (spesso in collaborazione con Ford Madox Ford), ma una cosa è certa: con pochissime eccezioni, appena una storia d’amore occupava la scena Conrad cominciava ad inciampare. Se ne accorgeva anche lui, se lo diceva da solo: in una letttera descriveva l’amore come il suo uncongenial theme, un tema con cui si ritrovava. Provate a confrontare le vertiginose caratterizzazioni di Lord Jim o di Kurtz con l’improbabile melodramma di Vittoria o La Freccia d’Oro.

Marlowe, per parte sua, non aveva una gran mano nel caratterizzare i suoi personaggi femminili. Zenocrate, Olimpia, Zabina, Abigail e Bellamira, le regine francesi – sono tutte personaggi piatti, poco più che funzioni narrative senza troppa personalità. Isabella, regina d’Inghilterra nell’Edoardo II, comincia allo stesso modo e poi si trasforma (senza transizione!) in una completa arpia. Elena di Troia nel Doctor Faustus è una specie di comparsa. Niente da fare: i contrasti, i chiaroscuri violenti, la grandiosità, l’afflato poetico, la profondità, Marlowe li teneva tutti per i suoi protagonisti maschili.

Il che non toglie che questi signori fossero grandi, grandissimi scrittori – ciascuno con i suoi cavalli di battaglia, ciascuno con i suoi punti deboli. Tito Livio diceva (per bocca di Maarbale) che a nessuno gli dei hanno dato troppo. Probabilmente è vero – è solo che bisogna scrivere molto e in molte direzioni, prima di scoprire che cosa gli dei hanno dato e cosa no.

scrittura · televisione

Sul Potere Terapeutico della Fiction Italiana

Ho cercato di fare finta di niente per qualche giorno ma – come avrei anche potuto aspettarmi – non funziona: non so se sia influenza propriamente detta, ma di sicuro è un raffreddore maiuscolo.

Questa settimana, tra tutte quelle possibili… groan.

Il risultato è che, sentendomi per la maggior parte del tempo la testa imbottita di cotone idrofilo, biglie di vetro e prosciutto cotto, I’m not up to much, e va a finire che guardo più televisione del consueto.

E’ così che mi sono imbattuta in un episodio di La Ladra, con Veronica Pivetti. Premetto che a me la signora Pivetti è molto simpatica, ma il minimo che si possa dire è che non deve avere un gran discernimento in fatto di copioni… Una rapida ricerca rivela soltanto che la fiction è stata “ideata” da Dido Castelli e Giovanna Gra – e non è chiaro se siano responsabili anche della scrittura materiale. Se lo sono, buona fortuna.

Spiego: la ladra eponima è Eva Marsiglia (er… sì), ristoratrice e, nella puntata che ho visto, più riparatrice di torti che grassatrice. Un bel dì al ristorante capita una fanciulla insidiata dal pur sposatissimo datore di lavoro via ignobile ricatto: se non cedi ti licenzio, e visto che il tuo candido marito è appena rimasto senza lavoro… Eva/Veronica, con un terzetto d’improbabili amiche, parte alla riscossa con un piano che contempla un soggiorno sotto falso nome nell’albergo del Malvagio, pastiglie di viagra tagliate alla cipolla (cui il malvagio è allergicissimo) e una falsa squadra medica di pronto intervento. Naturalmente, prima della fine, il Malvagio ha firmato inconsapevolmente un contratto a tempo indeterminato per l’ignara fanciulla, la cui virtù è salva insieme al posto di lavoro, e tutti vivono felici e contenti.

Tranne la sospensione dell’incredulità dello spettatore, perché persino attraverso l’intontimento da raffreddore ho notato una trama piena di buchi delle dimensioni della Lombardia. Nessuno s’insospettisce delle false dottoresse? Nessuno controlla l’identità del falso soprano bulgaro nella stanza accanto? Nessuno nota che il viagra corretto è stato comprato nella farmacia di una delle protagoniste? E il fatto più irritante è che si sarebbero potuti risolvere alcuni di questi problemi con una certa facilità: in fondo, bastava che le nostre eroine dirottassero la chiamata al vero 118 e che il malvagio non denunciasse l’avvenuto per coprire le sue malefatte… e invece no: dovevamo avere l’appagante scena finale in cui il commissario di Polizia – non si sa se semi-compiacente o semi-cretino – chiede proprio alla farmacista in questione una consulenza sul viagra tagliato alla cipolla…

Seguono goffe menzogne, che il commissario prende per buone prima di dedicarsi alle gioie del palato. “La vita è strana” “E la cipolla è indigesta”… tutti ridono, Eva/Veronica fa l’occhiolino alla telecamera, i malvagi sono puniti, la virtù trionfa sotto il naso dell’autorità. Hurrà.

Aggiungete il fatto che i personaggi sono caratterizzati con l’accetta e la caricatura è il registro preminente, aggiungete un pizzico storia d’amore con uno chef e una spruzzatina di guai del figlio adolescente, et voilà.

Non bastandomi tutto ciò, mi sono imbattuta anche nel trailer di Terra Ribelle, fiction in costume costata (leggo) 12 milioni, scritta da Peter Exacoustos, Daniela Bortignoni e Stefano Piani. Regia di Cinzia TH Torrini. Ho visto solo il trailer e mi è mancato il cuore di sorbirne anche solo un minuto di più, ma mi è bastato per evincerne gli elementi seguenti: le due nobili sorelle, una convenzionale e l’altra anticonformista; i due amici d’infanzia, uno l’ombroso figlio del padrone, l’altro il solare figlio di padre ignoto (cosa scommettete che prima della fine ci scappa l’agnizione?); l’amore contrastato che sfida le convenzioni sociali; il bieco padronato oppressivo (con qualche eccezione di padronato benintenzionato ma cieco a quanto sono oppressivi i suoi agenti); le fortune di famiglia da salvare tramite matrimonio combinato; la lotta per la libertà, i diritti, l’uguaglianza eccetera; una squadra di attori che sgranano gli occhi, corrugano la fronte e serrano la mascella; tra la gente giovane e bella, i biondi sono buoni a prescindere, generosi e ribelli, i bruni prendono una cattiva piega (ma scommettete che si redimono, prendendola nelle costole o meno?); dialoghi che è un caritatevole eufemismo definire atroci; scene in cui c’è davvero gente che cavalca verso il tramonto, tanto perché a nessuno sfugga il parallelo Maremma/Far West!  

Abbiamo pensato ad una storia ambienta nella Maremma alla fine dell’800 che possa trasportare il pubblico televisivo nelle macchie che si affacciano sul mare, nei contrastati frangenti di una storia d’amore decisa dal destino, in un drammatico scontro tra il diritto di essere felici e la costrizione alla miseria, in una fuga verso una natura selvaggia, spesso nemica, quasi un luogo dell’anima, dove poter cavalcare, lottare e amare, cinguettano gli autori sul sito dedicato alla fiction… oh, feu, feu, feu!

E fin qui gli ululati: ma possibile che, nel produrre una serie, non si possa investire qualcosina di più nella qualità della scrittura? Che non si possa rispettare un po’ di più l’intelligenza dello spettatore? And so on, ranting away

Dopodiché si dà un’occhiata ai dati e si scopre che domenica sera Terra Ribelle è stato il programma più visto con il 20% di share, e che La Ladra ha sempre navigato a sua volta intorno alle stesse cifre che, a sentire l’Auditel, sono di tutto rispetto. Segno evidente che tra i cinque e i sei milioni di Italiani non hanno nulla da ridire sulla qualità di scrittura di entrambe le produzioni, e che in definitiva i produttori offrono quello che il mercato domanda.

Personalmente, a costo di rendermi colpevole di snobismo di genere, non vedo l’ora di smaltire il raffreddore e tornare lucida: la fiction italiana non ti farà guarire, ma di sicuro ti motiva a farlo.

pennivendolerie · Somnium Hannibalis

Intervista su 16Mantova

Non so come e non so perché – si vede che l’età comincia a giocare qualche scherzo – ma mi era sfuggita la pubblicazione della mia intervista su Sedicimantova. E di che mi ero divertita molto a rispondere alle domande non del tutto convenzionali di Riccardo Savoldo…

Vuol dire che riparerò adesso.

Dopo aver visto il pregevole spettacolo teatrale, cerchiamo di conoscere meglio Chiara Prezzavento, autrice del libro Somnium Hannibalis.

Iniziamo subito da una domanda brutale: come le è saltato in mente di scrivere un libro su un tizio morto diversi secoli fa? Non era più interessante un fotoromanzo sui litigi estivi di Belen e Corona?

Alle volte me lo chiedo anch’io. Di sicuro venderei di più! C’è di buono che con i tizi morti diversi secoli fa non rischi di ritrovarti in tribunale… E poi c’è il fatto che, ogni tanto, t’imbatti in qualcosa – una personalità straordinaria, una certa tragica grandezza d’intenti, una causa perduta – e sei catturata per la vita. Con Belen e Corona… come dire? Non è scattata la molla.

Com’è nata la sua passione per la storia?

Passando l’infanzia a chiedere che mi raccontassero storie…

Il resto dell’intervista è qui.

anglomaniac · tradizioni

Dello Haggis – Piccolo Test per Menti Scientifiche

haggis.jpgMi si chiedono lumi sullo haggis menzionato qui. Hic sunt lumina.

Devo cominciare ammettendo di avere affrontato l’argomento nel modo sbagliato, perché lo haggis, prima di essere un piatto di dubbia digeribilità, è una bestiola. Una bestiola che si trova solo in Scozia. Una bestiola a quattro zampe, di cui due più corte e due più lunghe.

Però non come una lepre: anziché avere le zampe posteriori più lunghe di quelle anteriori, lo haggis ha le zampe destre più lunghe di quelle sinistre. O viceversa. Forse. Sinceramente non ho mai capito se ci siano haggis di due tipi – haggis destri e haggis sinistri – o se dipenda dal sesso, dal caso o da che altro. Ad ogni modo: questa singolare conformazione anatomica serve allo haggis per correre lungo i crinali delle colline. Tutti sapete che la Scozia è piena di colline e montagne, soprattutto le Highlands, e in effetti lo haggis non scende mai a valle. Un po’ per zampe e un po’ per timidezza, non fa altro che correre lungo i crinali.

Lo haggis è anche un eccellente strumento d’indagine socio-statistica (oppure un eccellente strumento di conversazione, fate un po’ voi).

Provate a raccontare questa storia a un gruppo di sconosciuti, per esempio in uno scompartimento ferroviario o durante una coda alla posta. A un certo punto, qualcuno vi porrà questa domanda: ma se ha le zampe destre più corte di quelle sinistre, come fa a tornare indietro?

Dico con assoluta certezza che qualcuno ve lo chiederà, per l’empirica ragione che non mi è mai capitato di raccontare dello haggis senza che la domanda saltasse fuori, e potete star certi che chi la pone ha una formazione scientifica. Badate bene: non importa se il pubblico ci crede o no. Potete raccontarla come una leggenda, oppure potete suonare serissimi e aspettare che qualcuno si metta a ridere e contesti la vostra zoologia scozzese, ma è del tutto secondario: prima o poi, mentre voi vi diffondete sulle abitudini notturne dello haggis, sulla sua natura riservata, sulla sua velocità che può raggiungere le 5 miglia orarie*, sulla sua prolificità, sui metodi per cacciarlo e sulle ricette per cucinarlo, qualcuno – un ingegnere, un chimico, un biologo, un tecnico di laboratorio… – vorrà sapere come se la cava la creatura nelle conversioni a U.

Gente di diversa formazione vorrà sapere come nasce una storia simile, si delizierà nello scoprire che Robert Burns ha scritto un’ode allo haggis, chiederà quanto è grande – ma qualcuno s’impunterà sul cambio di direzione, e fidatevi: sarà qualcuno di tecnico-scientifico.

Allora, voi potete rispondere che lo haggis non torna indietro: nel corso della sua vita migra sempre nella stessa direzione, seguendo i crinali. Oppure potete rispondere che deve soltanto scollinare e tornare da dove è venuto lungo l’altro versante. Oppure ancora, potete rispondere che il metodo tradizionale di caccia allo haggis consiste proprio nel nascondersi nell’erica, lasciarlo avvicinare, gridargli “boo!” con la giusta intonazione e afferrarlo quando inciampa nelle sue stesse zampe mentre cerca di girarsi.

Il metodo alternativo (e vieppiù diffuso) prevede un’esca di whisky e un bastone. Una volta brillo, lo haggis rotola a valle, beatamente inconsapevole e pronto per la bastonata fatale. “Ciò può suonare doloroso,” dice questo favoloso articolista, “ma a questo punto lo haggis non sente nulla.”

Inoltre, aggiungo io, a questo punto voi avrete un gruppo di soggiogati ascoltatori (tra i quali avrete già individuato le menti scientifiche, o almeno le più curiose tra di esse), e un affascinante argomento di conversazione, capace di durare indefinitamente fino alla destinazione del treno o all’esaurimento della coda. Senza contare il fatto che difficilmente verrete dimenticati.

Provate e fatemi sapere.

______________________________________________________________________

* Naturalmente stiamo parlando di miglia scozzesi, e quindi tutto è relativo. Non perché il miglio scozzese equivalga tecnicamente a una distanza diversa dal miglio inglese, ma perché quando chiedete a uno Scozzese quanto manca per XYZ, e vi sentite rispondere “sei miglia”, potete tranquillamente calcolarne almeno otto. Specialmente se siete nelle Highlands.

grillopensante · libri, libri e libri

Vittorino Andreoli: il Pellegrino e il Lettore

pellegrino.jpgForse dovrei seguire qualche trasmissione o rubrica televisiva che parli di libri, ma confesso di non averlo mai fatto con qualche gradi di sistematicità. Per cui, quando la settimana scorsa mi è capitato d’intravedere parte de L’Appuntamento, la faccenda è stata casuale, tardiva e anche un pochino distratta – per la cronaca, stavo aiutando a sgranare melagrane per la gelatina.

Quindi non ho afferrato chi fossero gli ospiti che, sotto la direzione di Marzullo, parlavano di Un Pellegrino, romanzo (o forse no) di Vittorino Andreoli. Mi sono veramente distratta dalle melagrane solo quando, dopo un certo numero di interventi molto elogiativi, alcuni ospiti hanno cominciato a sollevare obiezioni formali al romanzo (o forse no), e le risposte di Andreoli si sono fatte vieppiù stizzite. Non ho avuto la prontezza di prendere appunti, e quindi riporto a memoria il sugo delle obiezioni e delle risposte – non le parole precise.

OBIEZIONE 1: BUR vende questo libro come narrativa, ma di fatto si tratta di saggistica.

ANDREOLI: Cosa vuole che importi a me, alla mia età, della distinzione tra saggistica e narrativa? Io scrivo una storia, poi l’editore fa quello che vuole! 

OBIEZIONE 2: Sa com’è, sulla copertina c’è scritto “romanzo”, ma questo non è un romanzo. Ci sono questi 6 dialoghi tra il Pellegrino e i personaggi incontrati lungo la strada – dialoghi interessantissimi, ricchi di spunti di riflessione, ma del tutto privi di struttura narrativa.

ANDREOLI: A me non importa la struttura narrativa. Ho raccontato una storia come volevo raccontarla e, come può vedere, ho trovato editori abbastanza coraggiosi da pubblicare una fusione di romanzo e saggio.

OBIEZIONE 3: Resta il fatto che la fusione non appare riuscita. La componente romanzo è deboluccia anzichenò, con la sua trama inesistente e i suoi personaggi del tutto privi di caratterizzazione. Ad eccezione del Pellegrino, abbiamo soltanto figure bidimensionali, tratteggiate tra il caricaturale e il goliardico…

ANDREOLI (acidissimo): Sono preoccupato per lei, se legge il mio romanzo in questo modo superficiale e quasi pervertito. Io ho scritto una storia con forti contenuti morali ed etici, e ho trovato interesse editoriale indipendentemente da quei critici che mi consigliavano di metterci un omicidio a pagina 35, perché è quello che ci si aspetta da Andreoli. A me non importa niente di quello che ci si aspetta, e non m’importa niente dei critici!

Hm. Non definirei la decisione di BUR un atto di coraggio, ma piuttosto un’operazione di marketing tesa a sdoganare un saggio atipico prodotto da un nome di richiamo. La IV di copertina non fa molto per chiarire, parlando di “Andreoli… narratore” e di “romanzo”, limitandosi a parlare di ricerca e di dialogo socratico soltanto nell’ultima frase. Niente di male, per carità – ma forse Andreoli non dovrebbe risentirsi se il lettore che cercava un romanzo si accorge che di romanzo non si tratta. Quello che m’indispone di più, tuttavia, sono tutte le cose di cui ad Andreoli non importa nulla: non solo i canoni della forma d’arte che pratica (troppo sporadicamente per potersene considerare un maestro), ma anche l’opinione dei critici, la politica degli editori, le aspettative e le reazioni dei lettori.

Parlando di politiche editoriali, bisogna dire che Andreoli potrebbe essere del tutto innocente della decisione di etichettare il Pellegrino come romanzo, e quindi stesse difendendo come poteva un forte non suo. Mi viene da domandarmi se fossero forti altrui anche le caratterizzazioni boccaccesche, magari inserite dietro insistenza di un editor per aggiungere “un po’ di pepe”? It happens, ma allora come la mettiamo con l’orgoglioso rifiuto dell’omicidio a pag. 35? Ma forse sono malvagia e invece è tutta farina del sacco dell’autore. E allora ancora più malvagio di me è Andreoli che, invece di difendere una scelta narrativa deliberata, dà del pervertito all’interlocutore che la discute.

Ma alla fin fine, il fastidio e il fare di sufficienza con cui Andreoli ha liquidato le obiezioni di natura tecnica mi hanno riportato molto in mente le stelle marine. Un Pellegrino è, ci vien fatto capire, quel genere di romanzo che si legge per il messaggio e nient’altro. Non c’è nulla di frivolo tra quelle copertine, nulla di così grossolanamente commerciale come una trama o dei personaggi, e fie upon us per esserceli aspettati.

Non sono sicura che mi sia venuta una voglia folle di leggere questo libro.

editing

Ma che cosa fa di preciso un editor?

“Devo farti una di quelle domande…” mi annuncia D. con aria misteriosa, e io mi allarmo un pochino.

“Ma che cosa fa di preciso un editor?” è la domanda, e nell’intonazione del “di preciso” c’è quella specie di cauto scetticismo che conosco bene, perché lo vedo negli occhi della maggior parte della gente che mi chiede cosa faccio nella vita – specialmente dopo avere specificato che no, non sono una correttrice di bozze…

Tento con la mia strategia abituale, e rispondo con quella bella citazione di Arthur Polotnik (editor a sua volta, si capisce): Voi scrivete per comunicare alle menti e ai cuori altrui ciò che brucia dentro di voi, e noi editiamo per disperdere il fumo e permettere al fuoco di brillare. Qualche volta funziona. Intendo la citazione, non l’editing.

D. però ha una mente inquisitiva, o forse mi ha già posto la Domanda ed è stufo della Risposta standard…

“Bello. Molto. Ma in pratica?”

E mentre il resto della tavolata sghignazzava senza ritegno, mi è venuto in mente che non ha tutti i torti nemmeno lui: il mestiere dell’editor non è particolarmente ovvio e non è nemmeno facilissimo da spiegare nelle sue varietà e sfumature – però può essere d’interesse per chi scrive, vuole scrivere, ha scritto e medita di mandare il parto del suo ingegno Là Fuori in cerca di fortuna.

Così è nato Editing Safari: Visita Guidata a un Romanzo allo Stato Brado, che ha il pregio di riunire un’esauriente risposta alla Domanda con una specie di crash course in scrittura creativa. In pratica, una panoramica su alcuni principi narrativi e stilistici fondamentali, raccontanti attraverso l’ottica dell’editor, questa strana bestia che lavora sul colore, sulla grana, sulle venature, sulla consistenza, sui nodi, sulle magagne e sui buchi della scrittura.