Somnium Hannibalis

Cronache Villadosiane

DSC03485.jpgA Roma! [foto Giorgio Andreasi]

Indecorosamente tardi, ma la notte scorsa sono rientrata alle tre da Villadose, dopo un’intensa duegiorni romana.

Cominciamo con il convegno di sabato pomeriggio, dove si è parlato di archeologia sperimentale, rievocazione, ricerca, divulgazione didattica e romanzi storici con passione e con spunti interessanti e un affascinante punto focale: la volontà di restituire (ai reenactors, al pubblico, ai lettori, agli studenti) un senso e una vicinanza, più che una conoscenza puntuale, della vita degli antichi.

Citerò tra tutti un particolare significativo: al British Museum è esposta la ricostruzione di uno scutum romano, le cui dimensioni e curvatura sono stati ricostruiti sulla base degli umboni di bronzo ritrovati in innumerevoli scavi. Ma, si chiedeva Giorgio Franchetti, presidente dell’Associazione Culturale S.P.Q.R. di Roma, è davvero sensato e legittimo utilizzare scudi di quelle dimensioni nelle rievocazioni di battaglie? Non molto, perché la statura media è cambiata notevolmente nell’ultimo paio di millenni, e di conseguenza la proporzione tra scudo e soldato che lo porta. Di conseguenza, S.P.Q.R. sta costruendo nuovi scudi per i suoi rievocatori, più grandi per riprodurre il modo in cui il soldato romano era coperto dallo scudo in battaglia.

Morale: lo scutum del British Museum rappresenta la storiografia e l’archeologia classiche, il cui compito è restituire scientificamente dati e reperti e una conoscenza il più possibile esatta del passato. Lo scutum di S.P.Q.R. è il simbolo di quelle discipline il cui scopo è speculare le cose che non sappiamo più, sulla base ed entro i limiti di ciò che sappiamo. Non tanto i fatti, ma un’idea del modo in cui quei fatti erano percepiti dai loro contemporanei, della mentalità che quei fatti elaborava, e sulla quale essi avevano un impatto.

In un certo senso, tutto il Mercato della Centuriazione Romana di Villadose è improntato a questa visione, con i suoi giochi di gladiatori, i suoi biscotti al farro, le sue danze antiche, le sue battaglie ricostruite, le sue tabernae, i suoi mimi. Si cammina tra le bancarelle di un mercato popolato da figuranti in costume e, a tratti, quando cogli una mercantessa chinata a recuperare una pezza di stoffa da una borsa, e un paio di danzatrici ti sorpassano di corsa con i tamburelli in mano, e l’aruspice scruta il volo degli uccelli, e il vento porta una zaffata di fumo di legna e carne arrostita, si può cogliere un attimo, la sensazione di quello che è stato.

Ieri sera, Somnium Hannibalis. Naturalmente è capitato di tutto, come sembra essere irrinunciabile tradizione teatrale: la consueta combinazione di proiettori, props, lampioni pubblici, nubi da pioggia e crampi che non volevano saperne di essere al posto giusto nel momento giusto*… ma alla fine siamo andati in scena con la nostra musica nuova, le nostre lance nuove, il nostro fuoco acceso nei bracieri, e gli Histriones si sono fatti onore con la loro più bella, intensa e asciutta interpretazione fino ad ora.

Dopodiché, digiuni, esausti, ridanciani e col calo di tensione, siamo piombati – cast&crew e camp-followers – sulla Taberna del Legionario per una tardiva cena di panini e piadine con porchetta. Credo che le gentilissime e pazienti signorine al banco si ricorderanno di Hic Sunt Histriones  per anni a venire.

Spero che anche Villadose e il suo pubblico si ricorderanno di Somnium Hannibalis, perché anche noi abbiamo fatto del nostro meglio nell’ottica di quel recupero speculativo che si diceva, riportando in vita, anche se per un’ora soltanto, quello che di Annibale non sappiamo e non potremo conoscere mai più, se non attraverso la rievocazione e la letteratura: la straordinaria personalità di un uomo che ha contribuito a plasmare quel mondo** così appassionatamente ricreato e celebrato in questi giorni.

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* Vale a dire decisamente altrove nel caso della pioggia e mai per i crampi, thank you very much.

** C’è stato un momento, durante la sfilata dei gruppi, in cui Annibale e i suoi Cartaginesi si sono ritrovati faccia a faccia con la sezione repubblicana della Legio I Italica di Villadose – Legione che Annibale distrusse insieme a molte altre, se non sbaglio. Devo registrare perfetto aplomb da entrambi i lati e nessuna scaramuccia estemporanea. In un certo senso, sarebbe stato pittoresco…

cinema · considerazioni sparse · teorie

Parlavamo di colori

Ricordo di essere andata in estasi qui per lo schema di colori del Tamerlano di Marlowe, analizzato da Una Ellis-Fermor. Idea geniale e coraggiosa, ma d’altra parte Kit… e va bene – mi fermo qui.

Tuttavia, per dare un’idea, e per mostrare che si può, ecco a voi il trailer di Khartoum, un film con uno schema di colore ristretto e coerente e, incidentalmente, non del tutto dissimile da quello di Marlowe. Qui tutto è bianco, nero, azzurro, rosso e in varie sfumature di giallo (dal colore della sabbia all’ocra scuro).

 Per la cronaca, Khartoum è una ricostruzione romanzata della caduta della città eponima nel 1885, con Charlton Heston nel ruolo del Generale Gordon (conosciuto come Gordon Pasha), e Laurence Olivier che fa il Mahdi. A me Olivier piace, ma devo confessare che qui lo trovo un tantino sopra le righe. Non sono certissima che il Mahdi fosse proprio la sua parte… 

Cito ancora la fotografia di Edward Scaife, responsabile dello schema di colori in questione – e del fatto che K è un film molto pittorico, con inquadrature ispirate a quadri dell’epoca (most famously la scena finale in cui Gordon esce da solo a parlamentare con i nemici) e illustrazioni dei corrispondenti di guerra – un po’ l’equivalente delle storiche copertine della Domenica del Corriere.

Buona Domenica!

pennivendolerie

Sulla Via per Villadose

Ecco, nel primo pomeriggio parto per Villadose. Villadose essendosi tra Rovigo e Adria, a un centinaio di km da qui, e non avendo voglia di fare 400 km in due giorni, mi fermo in loco per una notte.

Tutto è pronto – no, non è vero, tutto è in via di preparazione: microbagaglio – due giorni e una notte: in teoria dovrei avere più carta e computer che altro, ma non si sa mai… tenuta seria per il convegno, tenuta da sbarco per la giornata di prove, corse e spostamento capitelli, tenuta ragionevolmente presentabile per la sera dello spettacolo – ma a strati, perché qui si è rinfrescato alquanto. E poi cartella con appunti per l’intervento, chiave USB con presentazione powerpoint (non dovrei averne bisogno, ma better be safe than sorry), computer portatile, qualcosa da leggere, orologio – che non porto, ma fa comodo da appoggiare sul tavolo per sapermi regolare sullo scorrere del mio quarto d’ora, abbondanti farfalle nello stomaco (ugh!), blocco per gli appunti, perché quello non manca mai, le tre o quattro sciarpe che sono il mio contributo ai costumi.

Mi pare che sia tutto, il che significa che di certo mi dimenticherò qualcosa – ma, come diceva la mia saggia nonna, di quello che non c’è si fa a meno. I think.

Si vede che sono in una certa quale agitazione?

Speriamo che tutto vada bene, speriamo che i relatori prima di me non sforino troppo sul tempo (perché sono una degli ultimi), speriamo che il clima regga, speriamo che ci sia gente, speriamo di avere il tempo di dare una buona occhiata agli eventi e alle rievocazioni. Also, mi piacerebbe essere sicura che a Villadose disporrò di una connessione a Internet, ma non ne sono sicura, e quindi è possibile che le Cronache Villadosiane arrivino lunedì e non domani.

Non vi dico di tenere le dita incrociate per me, ma se nel corso della giornata vi avanzasse un attimo per incrociarle, ecco, sarei molto grata.

musica · teatro

I Promessi Sposi – Opera Moderna

promessi_sposi_2010.jpgIeri sera ho visto la registrazione della prima de I Promessi Sposi – Opera Moderna, andata in scena il 18 giugno scorso a San Siro. Ero curiosa e devo dire che non sono rimasta delusa: sembra che finalmente (con appena qualche decennio di ritardo) anche noi arriviamo all’idea che i grandi romanzi possono essere messi in musica – e lo facciamo in uno stile ricco e vivo, un po’ Lloyd Webber e un po’ Commedia dell’Arte.

Lo spettacolo è molto bello a vedersi, con un assaggio iniziale di teatro-nel-teatro, costumi raffinati, luci suggestive, coreografie piene di espressività ed energia e imponenti scene che ruotano per i cambi a vista, funzionali e belle al tempo stesso (chi ha visto Les Miserables riconoscerà qualche somiglianza). Coro e corpo di ballo sono ottimi ed entusiasti, e gl’interpreti variano dal competente al notevole – con qualche punta d’implausibilità: Don Abbondio echeggia un po’ troppo l’interpretazione di Sordi, Don Rodrigo grida più di quanto canti, Agnese ed Egidio appaiono fuori parte, Lucia paga un po’ l’emozione della prima, l’Innominato è il migliore in scena. La regia è serrata e ricca di belle intuizioni che sfruttano al massimo i vasti mezzi a disposizione. Tornerò sull’inizio metateatrale che presenta i personaggi in uno spaccato di prove, e poi citerò in particolare l’incubo di Don Abbondio, Verrà un giorno e la scena che mescola Addio Monti con la sera al villaggio del Capitolo VII. Qualche piccolo eccesso di zelo pedagogico (Lucia in azzurro pallido – quasi un’Alice lombarda – e l’entusiastico uso della macchina del fumo) e gli occasionali scivoloni (i pipistrelli dell’Innominato) si perdonano volentieri di fronte ai bellissimi quadri d’insieme e alla generale ottima qualità della produzione.

La musica di Pippo Flora è mossa, ariosa, accattivante, un po’ ineguale e ricca di spunti. Puccini, Britten, Bernstein, Lloyd-Webber, l’Opera Buffa e il musical italiano aleggiano in un insieme che mescola canti gregoriani e chitarre elettriche, raggiungendo punte entusiasmanti nelle scene corali e rischiando di sfarsi in banalità sentimental-melodiche in qualcuno degli a solo – in particolar modo quando si tratta di Renzo e di Gertrude. Gli echi pucciniani di Lucia diventano quasi un leit motiv, ma d’altra parte tutti i temi ricorrenti sono davvero ricorrenti, in particolare quello della folla, che ricompare spesso e con poche variazioni. E’ senz’altro un elemento di coesione della partitura, ma sfiora da molto vicino il rischio di diventare ripetitivo.small_180promessisposi.jpg

E adesso veniamo al testo di Guardì, sul quale – you guessed it! – si concentrano le mie perplessità. Per prima cosa, riconosco che non era facile condensare i decenni di lavoro di Don Lisander in un ragionevole numero di versi orecchiabili e scorrevoli. Dal punto di vista drammatico non ho nulla da dire: gli episodi sono ben scelti e con qualche soluzione originale (l’incubo di Don Abbondio, per esempio), il ritmo è buono, la logica narrativa ineccepibile. Detto questo, vorrei avere un centesimo per ogni volta in cui qualcuno dice Amore, Potere, Legge, Diritti e Disperato/a/i/e: non dico la cena, ma di sicuro potrei offrirvi l’aperitivo. Per dare a Lucia una voce semplice senza grossolanità, Manzoni aveva ridotto il vocabolario della fanciulla a poche centinaia di parole; Guardì sembra avere applicato il principio a tutto il suo libretto, con particolare enfasi sulla povera gente oppressa e indifesa, la malvagità congenita del potere e tutto il consueto – e non eccessivamente manzoniano -armamentario. Quando il coro di contadine lombarde si è definito “sempre in cerca di una possibile uguaglianza” ho creduto di slogarmi i bulbi oculari… L’inizio soffre alquanto di questa coloritura politica (perfettamente anacronistica per il Seicento dei personaggi e del tutto fuori registro per Manzoni) e non trae gran giovamento dagl’insistiti riferimenti al nonno Beccaria – poi delitti&pene scompaiono, la politica si stempera un po’ e rimaniamo con il lessico striminzito, le rime ripetitive e un paio di caratterizzazioni sommarie: non mi lamenterò dei morosi eponimi (e ammetto che rendere drammaticamente interessante la povera Lucia è a bit of a feat), ma ho da ridire sull’Agnese solo vagamente imparentata con quella del romanzo e la Gertrude ritratta in un tripudio di forzature sentimentali. Infine ci sono alcune cose lievemente buffe, come l’inno a Milano alla fine del primo atto: capisco l’intento di mostrare la meraviglia del giovane provinciale di fronte alla grande città, ma a furia di ecco Milano, dove la vita ti appartiene, dove tutto è bello, mi aspettavo che saltasse fuori Gaber da un momento all’altro…

i_promessi_sposi_opera_moderna.jpgAd ogni modo, non lasciatevi ingannare dalla mia incontentabilità in fatto di testi: lo spettacolo è visivamente e musicalmente bello, a tratti emozionante, magnificamente prodotto, bene interpretato, e sprizza energia, entusiasmo e qualità. Spero che avvii una stagione nuova e non cocciantiana per il musical italiano.

A proposito, l’unica nota che mi ha davvero infastidita è proprio questa insistenza nel voler definire IPS un’opera moderna – concetto ribadito dall’onnipresente Baudo in una fulminea intervista post spettacolo: “questo è un musical, ma non in senso negativo,” ha detto il Pippo nazionale, come se il musical fosse un sottogenere deviato e leggermente disdicevole, non arte vera e propria. Non da oggi penso che il musical sia l’erede naturale dell’opera lirica ottocentesca: c’è davvero bisogno di essere schizzinosi in proposito?

 

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La Nonna di McDonald’s

Sono contenta che sia ricomparsa (sia pure solo in versione breve) la deliziosa pubblicità della McDonald’s in cui una nonna allunga una busta al nipote adolescente dicendogli: “Con questi qui, però, voglio che tu vada a cena con la tua fidanzata!”

Il nipote apre la busta e lui e noi vediamo che contiene pochi Euri… Il ragazzo guarda sconcertato la nonna, ma non ha il coraggio di aprir bocca. Cut to McDonald’s, dove il Nostro e la sua fidanzatina cenano romanticamente…

“Per fortuna che da McDonald’s puoi farti un menu a partire da cinque Euro e novanta!” dice la Voce Fuori Campo, debitamente seguita dal jingle. E noi sorridiamo, perché è tutto così probabile: l’accento della nonna (mantovano, giurerei), lo sconcerto del ragazzo, la tenuta della fidanzatina (notate il rossetto), il regalo ancora impacchettato sul tavolino…

Messaggio – notevolmente astuto: McDonald’s, o Consumatori, non è nulla di stellare, ma è parte della vita quotidiana di tutti voi, in semplicità, economia e allegria.

Ecco la versione lunga: 

Somnium Hannibalis

Somnium Hannibalis a Villadose

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Nonché…

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Non è che si legga enormemente, ma fidatevi: quello nel riquadro arancio è il mio intervento: Annibale, studio e rappresentazione di un personaggio storico. Sono un nonnulla in fibrillazione… Spero di non imbattermi in nessuno di quegli accademici che per hobby fanno i romanzieri storici a fettine molto piccole…

Maggiori informazioni sul convegno e sul XV Mercato della Centuriazione Romana di Villadose si trovano qui.

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Piccola Fenomenologia dell’Anacronismo

Si parlava di anacronismi qualche post fa: brutte bestie che infestano gli scaffali dei romanzi storici, rosicchiano la credibilità degli autori, lasciano buchi nella sospensione dell’incredulità e provocano irritazioni pruriginose alla pazienza del lettore…

Per prima cosa devo dire che ho trovato di nuovo gente che va a teatro portandosi bottled ale in epoca elisabettiana – in un altro romanzo, e un riferimento alla stessa bevanda in un poema del 1604… Per ora considero la faccenda irrisolta e ancora un anacronismo borderline, ma indagherò ulteriormente.

Detto ciò, possiamo spingerci a notare che, da buon insetto, l’Anacronismo si presenta in molteplici varietà, più o meno nocive.

C’è l’Anacronismo Veniale, tipo far contemplare al vostro protagonista una cupola non ancora costruita ai suoi tempi (e questa è una vicenda autobiografica). A patto che la cupola non sia l’argomento centrale del romanzo, è un’inaccuratezza, più che un vero anacronismo. E’ il genere di ragione per cui è sempre meglio avere un Lettore Beta (o un editor) molto occhiuto e, se possibile, onnisciente. E’ il genere di pasticcio che ogni scrittore combina almeno una volta nella vita. Di più, se si ostina a scrivere romanzi storici.

C’è la Colpevole Disattenzione, come il monaco medievale che illustra il suo orto dei semplici usando le classificazioni botaniche di Linneo, o l’ufficiale romano che ordina la carica sollevandosi sulle staffe. Il che illustra l’interessante paradosso in base al quale ciò che non può esserci è importante almeno quanto ciò che c’è. Moneta corrente nei film in costume.

C’è il Caso Borderline. La birra in bottiglia, appunto, se non adeguatamente giustificata…

C’è il Lapsus Linguistico. Questo è più complicato: quando troviamo gente trecentesca in un ruolo di eminenza grigia, c’è qualcosa che non va. Potrebbe anche funzionare se la VN – III Persona Onnisciente -raccontasse la storia qualche secolo più tardi (e quindi potesse sapere chi era Père Joseph), ma in caso contrario, siamo in pieno anacronismo. Rule of thumb: dobbiamo sapere solo ciò che può legittimamente sapere il personaggio nel cui punto di vista ci troviamo.

C’è la Nebbia Assoluta: se ad una storia ambientata nella Svezia altomedievale basta cambiare i nomi per trasportarla nella Francia del Settecento, allora qualcosa non va. L’infestazione si manifesta con particolare violenza negli scaffali di historical romance. Si sa di gruppi di scrittura in cui ci si sfida a riscrivere un Harmony in una settimana, cambiando epoca, stato o continente.

C’è il Personaggio Anacronistico. In genere è un’eroina “anticonformista e ribelle”, etichetta molto gettonata nelle quarte di copertina. Il fatto è, tuttavia, che nella maggior parte dei casi la bambina/ragazza/donna insofferente e/o incurante delle convenzioni sociali/culturali/religiose/razziali del suo tempo non è anticonformista: è un personaggio moderno in costume. Francamente, la genia andrebbe sterminata col DDT, ma è molto, molto diffusa.

Infine, c’è il peccato mortale in fatto di narrativa storica: la Falsa Prospettiva. E’ come il personaggio anacronistico, ma elevato a potenza e sparso in dosi abbondanti per tutta la vicenda. E’ raccontare un periodo storico giudicandolo secondo la mentalità e il sistema di valori del XXI secolo. E’ condannare usi, costumi, leggi e convenzioni di un’altra epoca facendoli incarnare dal vilain  e dai suoi accoliti, mentre i Buoni agiscono e pensano in base alla più squisita (ed anacronistica) political correctness. La tendenza è criminalmente diffusa nella letteratura per l’infanzia e nelle sceneggiature televisive, ma non soltanto. Pena proposta, da vent’anni all’ergastolo.

I primi quattro, in genere, si possono ascrivere all’umana imperfezione, a una ricerca insufficiente, alla fretta o ad altri peccati di omissione; la Nebbia Assoluta comincia a far sospettare una certa misura di dolo (anche se più spesso si tratta di un risultato delle convenzioni di genere); l’Eroina Ribelle è spesso il frutto preterintenzionale di un tentativo di aggiustare i personaggi secondo i gusti del mercato – nel timore che il lettore non riesca a identificarsi con la mentalità marziana di un altro secolo… Ma la Falsa Prospettiva costituisce una categoria criminale a sé, perché è sempre deliberata ed è intellettualmente disonesta – ed è tanto più grave perché al lettore ignaro sembrerà più facile simpatizzare con il lato non storico della questione, a scapito di qualsiasi senso della storia.

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Una Buona Madre Usa L’Oreal?

Avete presente la campagna pubblicitaria de L’Oréal? Ormai da diversi anni segue uno schema fisso: c’è una testimonial bella, celebre e non necessariamente giovanissima, che decanta e dimostra le meraviglie del prodotto in questione (crema per il viso, make up, prodotto per i capelli…), muovendosi tra case hollywoodiane, aeroporti, set cinematografici e passerelle di moda, concludendo con lo slogan L’Oréal – perché voi valete.

Ebbene, da qualche giorno è comparsa una variazione di questo schema: la cinquantenne Andie McDowell (che negli spot passati appariva sempre in versione molto sexy, determinata, donna-in-carriera, nell’atto di studiare copioni o congedare giovanotti dopo una nottata di passione) è presentata in una casa dai colori chiari e dalle tende bianche, in jeans e camicetta bianca, insieme ad una ragazza dall’aspetto di ventenne. Entrambe sono allegre, belle e vicendevolmente affettuose. La scena è luminosa e felice, senza il minimo riferimento al fatto che la protagonista sia un’attrice celebre.

“Un giorno ti svegli, e i tuoi figli sono grandi,” tuba la voce narrante. “Ma tu ti senti giovane, e non vuoi che le tue rughe dicano il contrario.”

Segue la sezione dimostrativa, con freccette rosse sul viso della McDowell, e immagini pseudo-scientifiche di epidermide lasca riempita dall’interno. A me francamente l’idea fa un po’ impressione, ma si suppone che ne siamo tutte consolate assai.

Conclusione: si torna alla bella AMcD e alla sua bella figlia, sempre sorridenti e complici. Andie guarda la telecamera con occhi inteneriti e mormora: “Anche mia figlia mi vede più giovane.” La figliola abbraccia la mammina e sì, potrebbero essere due sorelle. L’Oréal – perché voi valete. The End.

Il messaggio è sottilmente stratificato. Primo e più ovvio livello: non vorreste tutte, o Consumatrici, apparire troppo giovani per avere una figlia così grande? E allora, usate la nostra crema che vi riempie le rughe da dentro! Secondo livello, più ricattatorio: non vedete, o Consumatrici, com’è felice la fanciulla di avere una madre giovane e bella? Una madre di cui andare orgogliosa? Una madre che ha tutto l’aspetto di un’amica/sorella maggiore? Morale: niente sensi di colpa, o Consumatrici! Voler apparire giovani non è segno d’immaturità, non è una fuga dalla realtà, dalle responsabilità, dal ruolo di madre, non è un voler rivaleggiare con le vostre belle figlie, anzi: siate belle e senza età, e anche la vostra prole sarà più felice!

Ricordate che, fino a qualche anno fa, lo slogan pronunciato dalla testimonial of the day era “Perché io valgo”? Dal 2007 è stato modificato in “Perché voi valete”. Apparentemente la consumatrice media non si sentiva granché coinvolta dal senso di autostima delle stelle del cinema, delle modelle e dei campioni sportivi… E adesso arriva quest’altro significativo aggiustamento che, a ben guardare, prosegue nella stessa direzione: alla consumatrice media non basta più di sentirsi apparentata – per trenta secondi di spot e il tempo di uno shampoo – alla donna bella e celebre. Allora umanizziamola, questa donna bella e celebre, e aggiungiamo un sottotesto misto di ricatto morale e legittimazione social-sentimentale – e da tutti i punti di vista, che cosa c’è di più inaffondabile ed efficace della maternità?

Siate giovani con i vostri figli, o Consumatrici – per il loro bene come per il vostro!

 

Spigolando nella rete · tecnologia

Writing Software

Si era già parlato, tempo fa, di software di scrittura. Fermo restando tutto quello che avevo detto allora, volevo aggiungere qualche articolo alla lista – editor di testo, ma non solo:

WriterPad è un editor di testo a meno di 6 MB e mezzo, uno di quelli con poche distrazioni. Buono per le prime stesure, quando non ci si deve preoccupare di formattazione e stile, e si può voler stampare senza particolari problemi. Ha uno spellchecker, ma è in Inglese, per cui forse non è il caso di contarci troppo. Il punto di forza è la possibilità di strutturare il testo, creando capitoli, sottocapitoli, sezioni o che, e spostare qualsiasi elemento nello schema della struttura, con la certezza che il programma sposterà anche il testo relativo. Il peggior difetto mi sembra essere la mancanza di una funzione di backup automatico.

Storybook è tutta un’altra faccenda: non è un editor di testo, ma uno strumento organizzativo. Consente di creare e gestire linee narrative multiple, capitoli, scene, personaggi, posti e tempi – soprattutto tempi!. Una volta introdotti i dati, è possibile organizzarli e visionarli in modi diversi, mettendo a confronto i vari piani temporali, pescando subito chi è dove in ogni dato momento di una cronologia stabilita, facendosi un’idea di quanta luce della ribalta si è data ad ogni singolo personaggio ed altre meraviglie per la gioia di chi scrive trame complicate. Il tutto viene in una quindicina di lingue, compreso l’Italiano, e fa un backup istantaneo di tutto quello che viene introdotto. E tutto sommato, pesa solo 17 MB. Difetti? La versione che si scarica gratuitamente è illimitata nel tempo e provvista di quasi tutte le funzioni, ma ha l’irritante abitudine di richiedere una donazione alla società sviluppatrice ogni volta che si crea una nuova scena – cosa che non accade facendo una donazione di almeno 10 $. Il mio consiglio è di provare, vedere come ci si trova e se si è in grado di convivere con la questua. Semmai c’è sempre tempo per investire 10 Dollari. Oh, e “ufficialmente” non è compatibile con il MAC, whatever that means.

Dark Room (Windows) e Write Room (MAC OS) sono due versioni della stessa idea: schermo nero, il minimo delle funzioni, niente distrazioni – scrivere, scrivere, scrivere! Quello che un recensore del New York Times ha definito the ultimate spartan writing utopia, ma in realtà niente di molto diverso da Q10. Sempre roba da prima stesura, ovviamente. DR è gratis, mentre WR ha una demo gratis e poi costa 25 $.

EverNote, con un elefantino per logo, è un programma di archiviazione enormemente versatile, che consente di organizzare appunti, immagini, files audio, fotografie, pagine web e più o meno qualsiasi cosa tranne una tazza di caffè, attraverso più dispositivi se occorre. Sospetto che sia utile anche sotto altri aspetti, ma le possibilità durante la fase di documentazione di un romanzo sono pressoché infinite, anche on the go. Pensate a cose come Viaggio a Cartagine di Flaubert, e immaginatene una versione hi-tech…

The Literary Machine è qualcosa che sta a mezza strada tra tutti gli altri: è un editor di testo senza fronzoli, permette di organizzare appunti e files, di fare brainstorming e di strutturare la trama spostando automaticamente il testo. Non l’ho mai usato di persona, ma gente di cui mi fido me ne dice meraviglie, e in particolare canta le lodi di uno specifico aspetto: chi non ha mai desiderato di poter vedere versioni alternative della cosa che sta scrivendo ? E’ meglio che l’Ammiraglio incontri il Sultano appena giunto alla Fortezza, o è meglio che prima ci sia il dialogo con il Vizir? TLM consente di creare le versioni alternative senza l’orgia di copia&incolla.

E per finire, Text Block Writer è un grazioso programmino di index cards virtuali, buono per strutturare trame. Non so se l’abbiate mai fatto: si prendono quelle piccole schede di cartoncino che vanno nei mini-classificatori, su ognuna si scrive il sugo di una scena, poi ci si siede a un tavolo largo (oppure su un tappeto) e si sposta, si sperimenta, si gioca, si vede come va a finire… questo programma consente di farlo senza rischiare che coniugi, prole e genitori camminino sulla faticosamente elaborata trama del VI Volume, o se ne servano come base per mettere la conserva di pomodoro nei vasetti, o stacchino tutte le schedine perché vogliono giocare con la lavagna di sughero…

Ecco qui. Nulla di cui non si possa fare a meno, varie cose utili. Tutte demo di prova, versioni gratuite o freeware – salvo indicazioni differenti, e no: non percepisco percentuali su nulla. 🙂

grilloleggente · libri, libri e libri

Guglielmo Crollalanza, ovvero Shakespeare In Italiano

Essendomi in un periodo particolarmente elisabettiano (come forse avrete notato), mi è venuto l’uzzolo di vedere un po’ che genere di risorse scespiriane in italiano si trovino in rete.

La risposta è desolante: pochine assai.

Wiki ha, devo ammettere, una discreta pagina, con rimandi a vari altri articoli, biografia, analisi delle opere, un accenno alle questioni irrisolte  e alle teorie fantasiose, tavole cronologiche, un certo numero d’immagini e una passabile bibliografia. Non male, tutto sommato.

Il Progetto Manuzio/LiberLiber ha una rapida biografia e una quarantina di titoli tradotti, un paio dei quali anche in formato audio. Curiosamente, c’è anche I Due Nobili Cugini, di attribuzione dubbia e comunque, nella migliore delle ipotesi, scritta in collaborazione con John Fletcher (la metà superstite del disciolto duo Fletcher&Beaumont).

ShakespeareWeb contiene note biografiche, analisi delle opere e, cosa interessante, tutti i Sonetti tradotti, con testo originale a fronte. Anche qui si parla dei Cugini.

Questo, invece, è un sito bizzarro e miscellaneo, che mi colpisce principalmente per la sua concezione un po’ nonsense: trame, riassunti, citazioni e aforismi, immagini, sonetti, analisi, film un po’ di contesto storico, un rapido excursus sul teatro elisabettiano… il tutto accatastato lì, senza troppo ordine né logica. Qui c’è la relativa filmografia che, pur non essendo completissimissima, ha il grosso merito di fare riferimento a delizie collaterali come l’incantevole Vogliamo Vivere (To Be Or Not To Be) di Ernst Lubitsch.

Qui c’è la (premiata) pagina Wiki sul teatro elisabettiano.

Ecco, non sono certa di avere fatto la più esauriente delle ricerche possibili ma, a parte questo, the rest is silence – o poco meglio. Il materiale scespiriano più diffuso in rete sembra essere costituito da quella cosa deprimente – gli appunti pronti sui siti per studenti, più un certo numero di articoli isolati e qualche sporadica stramberia come questa. Ricordate quando si parlava delle teorie bislacche sull’identità di Shakespeare e la paternità delle sue opere? A quanto pare anche noi ne abbiamo la nostra fettina.

Il che mi porta a ricordare – e segnalare – due romanzi, uno italiano e l’altro tradotto, in cui si parla di Shakespeare. Il Manoscritto di Shakespeare, di Domenico Seminerio (Sellerio) specula su una delle teorie bislacche. So di avere parlato in termini non benevolissimi del modo in cui l’autore descrive la stesura di un romanzo storico ma, tolto quello specifico aspetto, la lettura è tutt’altro che spiacevole, senza contare che un po’ di metaletteratura non fa mai male. Il Viaggio di Shakespeare, di Léon Daudet, è un romanzo storico splendidamente scritto e tradotto – una gioia da leggere.

Qualcuno ha altro da segnalare?