considerazioni sparse

Battesimo dell’Aria!

2010-08-21-64903.jpgQuesto non è molto letterario, ma devo, devo, devo raccontarlo. Ieri ho avuto il mio battesimo dell’aria… no, avevo già volato in aereo, ovviamente, ma un volo in mongolfiera è un’esperienza a sé.

Tra l’altro, ho avuto la fortuna di volare con Alex Bellini, navigatore solitario, traversatore di oceani, deserti e distese ghiacciate, straordinario personaggio di avventure silenziose e profonde – presenza rassicurante e intensa al tempo stesso, mentre la mongolfiera scivola, liscia e silenziosa, non nel vento, ma con il vento, sorprendentemente stabile per essere un cestino di vimini sospeso a un grosso pallone verde.

E’ stata un’esperienza magnifica. Ci si arrampica nella cesta (Alex dice che, dai tempi dei fratelli Montgolfier in qua, il vimini seguita ad offrire la migliore combinazione di resistenza, leggerezza ed elasticità), si sale a forza di fuoco e poi ci si affida al vento, senza preoccuparsi di dove si arriverà. Ci si sente leggeri e piccoli, e c’è una poetica semplicità in questo modo di spostarsi, una grazia avventurosa e sospesa, come in una vecchia illustrazione.

Qualche foto – non proprio ideale, ma si fa quel che si può.

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La G-BZVE in fase di preparazione. Sono riuscita a tagliare fuori la cesta, Alex e l’equipaggio, ma avevo il sole contro, non vedevo un bottone ed è già un miracolo che sia riuscita a fare questo.

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Peccato che ci fosse un po’ di foschia…

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Non sono incantevoli le nostre campagne, un susseguirsi di rettangoli, come una ciclopica trapunta verde?

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Seguendo la nostra ombra… o con la nostra ombra al seguito?

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In fase di atterraggio – e no, non siamo atterrati sul mais. Anche l’atterragio è gentile: ci si appoggia con un paio di saltelli, e ci si dispiace che sia già finita. Un’ora e mezza volata, in tutti i possibili sensi dell’epressione.

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Il mio certificato – e siete pregati di notare la parte in cui si parla di coraggio e sprezzo del pericolo. Non che ci si sia mai sentiti meno che sicuri, sia chiaro…

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Firmato dal pilota, e non un pilota qualsiasi!

scrittura

Dodici Sane Idee e Mezzo

7192.jpgQuesto poster mi ha colpita perché, a differenza di molti che si trovano in giro, si concentra non tanto sui principi della scrittura, quanto sui tratti che costituiscono la mentalità dello scrittore.

Peccato per il titolo: “Le Uniche 12 Regole di Scrittura di Cui Avete Davvero Bisogno” è una pessima descrizione del contenuto. Non si tratta di regole, in primo luogo, ma di abitudini, deformazioni professionali, tratti di buon senso (o di scarso buon senso, a seconda dei punti di vista), constatazioni di fatto – il tutto molto, molto pratico. Alcuni sono talmente ovvi che viene da dubitare di doverli scrivere su un poster – e magari proprio per questo è facile che scivolino sotto il radar – altri sono divertenti, altri ancora sono confortanti rassicurazioni. Nel complesso descrivono in modo passabilmente accurato come funziona uno scrittore. Incidentalmente, sono anche tutti ottimi consigli per superare il terribile Blocco dello Scrittore…

Poco tempo fa un giornalista che m’intervistava mi ha chiesto cosa significa all’atto pratico scrivere libri, come funziona la faccenda nella vita quotidiana… se lo avessi avuto presente allora, avrei potuto fargli leggere questo poster.

1) Se scrivi ogni giorno, ogni giorno farai progressi. Ovvero: pratica, pratica, pratica; esercizio, esercizio, esercizio. Non c’è davvero altro modo di acquisire esperienza generale, padronanza dei mezzi e scioltezza nell’esecuzione.

2) Se ti ci annoi tu, figurati il lettore. Scrivere è difficile, è faticoso, può essere frustrante, ma non dovrebbe essere mai noioso. Passo, ritmo e scioltezza cancelleranno (o nasconderanno bene) difficoltà, fatica e frustrazione nel testo finito, ma la noia traspare sempre – e si comunica inevitabilmente al lettore.

3) Creati una disciplina e vedi di atternertici. Il che non significa “E guai a te se non scrivi ogni giorno dalle otto di sera alle tre del mattino”, ma cose più assennate come “assegnati un ragionevole conto-parole quotidiano o settimanale, e sforzati di raggiungerlo ogni giorno fino alla fine del libro, perché niente è facile come saltare un giorno (che vuoi mai che sia!), saltarne due, saltare una settimana, scivolare nel purgatorio della procrastinazione e da lì precipitare nell’inferno del famigerato Blocco. It hurts, believe you me.

4) La poesia non deve necessariamente essere in rima. La poesia non deve necessariamente essere in rima. Chissà se Marlowe aveva questa massima graffita sul muro della sua stanza a Cambridge, mentre creava il blank verse

5) Evita i luoghi comuni, nella vita e nella scrittura. Qualche post fa si parlava di frasi logore e del loro valore, e si concludeva che il luogo comune è graziato solo se proprio in virtù del suo logorio produce una diversa sfaccettatura di significato. Guai ad essere diversi per il gusto di essere diversi, ma vale sempre la pena di domandarsi se non ci sia un modo nuovo per dirlo.

6) Gli scrittori leggono. Gli scrittori leggono un sacco. Gli scrittori leggono in continuazione. E non leggono tanto per fare, ma con l’orecchio sempre teso al linguaggio, alle strutture, alla caratterizzazione, ai pregi, ai difetti, al mestiere e all’arte altrui – così come guardano la televisione, vanno al cinema, a teatro e all’opera – e anche ai concerti.

7) Fai elenchi delle tue parole preferite, dei tuoi libri preferiti, dei tuoi posti e delle tue cose preferite. E, aggiungerei io, leggi tutte le liste che ti capitano sott’occhio – dai credits alla fine dei film all’indice analitico degli atlanti – Per eccentrico che sembri, è un ottimo esercizio. A parte la bellezza delle parole, dei titoli e dei nomi in sè (che dovrebbe comunque essere una gioia per uno scrittore) non c’è limite alle idee, agli accostamenti, alle figure di pensiero, alle immagini, agli spunti che possono balzare fuori da una lista. I neuroni di uno scrittore sono sempre in cerca di questo genere di giocattoli tra cui creare connessioni…

8) La storia non deve necessariamente avere una morale. Però deve sempre significare qualcosa, perché sennò non è una storia. Non è una storia se non è cambiato qualcosa tra l’inizio e la fine (o se qualcuno non paga il prezzo del mancato cambiamento), ma non è scritto da nessuna parte che il cambiamento debba essere in bene, o che tutti debbano vivere felici e contenti, o che il bene, la bontà e l’amore debbano trionfare.

9) Portati sempre dietro un taccuino. E una penna di scorta. E tienine anche sul comodino. Perché è inutile dire “poi me lo ricordo”, ed è micidiale quando la biro muore proprio mentre si sta annotanto una Grande Idea. Chiunque si sia alzato nel cuore della notte per annotare una folgorazione, chiunque abbia preso un appunto con la matita per gli occhi sul biglietto del tram, chiunque abbia smarrito il tovagliolino di carta con il Titolo Perfetto balenato durante una festa, spargerà qualche lacrimetta sulla saggezza di questo n° 9.

10) Fa’ una passeggiata. Balla. Leva le erbacce. Lava i piatti. E poi scrivi su quello che hai fatto. A volte, quando ci si blocca, non c’è altro rimedio che fare qualcosa d’altro, qualcosa di completamente slegato dalla scrittura. Però (cue: Tema di Tara) Noi Siamo Scrittori, e quindi dopo avere levato le erbacce prenderemo nota della consistenza della terra umida tra le dita, della soddisfazione vendicativa nell’assassinare la gramigna, del ronzio dei bombi tra i grappoli del glicine… Dopotutto, domani è un altro giorno.

11) Non accontentarti di uno stile solo. Sperimenta! Stili, generi, punti di vista, voci narrative… Per curiosità, per esperimento, per gioco, per colpevole piacere, per vacanza, per studio, per cambiare, per ribaltare i propri schemi. Ci sono sempre più buone ragioni per sperimentare che per non farlo – e non si sa mai che cosa si può trovare una volta girato l’angolo.

12) Impara a raccontare entrambi i lati della storia. Per questo la lettura consigliata è The Master of Ballantrae, di Stevenson. In realtà, raccontare più lati o nasconderne qualcuno può fare tutta la differenza del mondo, e non sempre è bene che il lettore sappia proprio tuttto – ma per sapere cosa nascondere e come farlo, bisogna essere in grado di raccontare tutto quanto.

12 e 1/2) Piantala di fissare questo post(er) e scrivi qualcosa! E qui non c’è bisogno di spiegazioni, I guess, se non il fatto che, senza parere, la dodicesima regola e mezzo ci riporta con una certa eleganza al n° 1. Carino, no?  

cinema · scrittura

Ossignor!

Leggendo i commenti alla tirata di Josh Olson, mi sono imbattuta in un altro e sesquipedale esempio di snobismo di genere:

Forse ricorderete la storia: Olson è uno sceneggiatore hollywoodiano, un aspirante collega gli chiede di leggere la sua paginetta di sinossi per una sceneggiatura, Olson – pur seccato dalla richiesta – legge la sinossi, la trova orribile e inveisce pubblicamente.

Ora, per quanto Josh Olson sia una persona sgradevole, stento a credere che qualcuno abbia potuto davvero scrivergli questo commento:

Olson descrive la storia dello sceneggiatore così: “I personaggi vagano senza scopo, compiono azioni senza motivo, scompaiono, ricompaiono, vengono arrestati per crimini non specificati e prendono decisioni dissennate ed epocali senza nessuna particolare ragione.” Tutto questo somiglia molto a Il Processo di Kafka.

Poi Olson dice: “Mezzo paragrafo è dedicato a descrivere il profumo e la consistenza di un cibo, ma l’evento centrale della crisi è sbrigativamente liquidato in una frase.” Questo somiglia a Gita al Faro di Virginia Woolf.

“La morte del protagonista non è nemmeno menzionata. Una frase descrive una scena in cui è presente, e la successiva descrive la gente che va al suo funerale.” Questo somiglia a molti lavori di Hemingway e Faulkner, con le loro omissioni deliberate di momenti cruciali e particolari rilevanti. 

In altre parole, Mr. Olson, una persona che avesse anche solo un briciolo di vero talento o integrità artistica non scriverebbe filmacci per Hollywood come fa lei, per poi spendere inutilmente tante parole al solo scopo di distruggere pubblicamente i sogni di qualcun altro. Lei non scriverà mai nulla che valga veramente la pena di essere letto, con la sua ossessione per il “venire al punto”.

Di fronte a discorsi del genere posso azzardare solo due spiegazioni alternative: stupidità abissale o pura e semplice malafede – a meno che non si tratti di una combinazione di entrambe. Obiettiamo prima di tutto che la sinossi di una sceneggiatura è la sinossi di una sceneggiatura, ovvero un tipo di scrittura specializzata e strettamente funzionale. Chi la scrive non dovrebbe preoccuparsi di emulare Kafka, Woolf o Hemingway, ma di presentare la sua storia in pochi paragrafi, nel modo più razionale, avvincente e comprensibile di cui è capace. “Ben scritto” in questo caso significa due cose soltanto: chiaro ed efficace. Per echi letterari ed ellissi ermetiche ci sarà tutto il tempo nella sceneggiatura, grazie tante.

Quindi, tre paragrafi su quattro del commento sono dissennati. Adesso veniamo alla parte in mala fede: la disonestà intellettuale del passaggio dai presunti meriti letterari della sinossi all’indegnità artistica e umana di Olson è di una spudoratezza rimarchevole nel suo genere. A) JO non sa riconoscere la buona scrittura quando se la trova davanti; B) ma d’altra parte, JO scrive sceneggiature cinematografiche (orrore, orror!); C) e prende a calci i cuccioli; D) e in fondo, che altro ci si può aspettare da un uomo ossessionato dalla fabula?

Noterete che l’argomento finale – destinato a sancire l’inferiorità morale e artistica di Olson – non è tanto il fatto che abbia maltrattato pubblicamente l’aspirante sceneggiatore, quanto la sua ributtante pretesa che una storia “venga al punto”. Insomma, è chiaro come il giorno: tutta questa gente che farnetica di trama, struttura, solidità e principi narrativi è crassa, venale, volgare e costituzionalmente incapace di veleggiare nelle regioni rarefatte della VERA ARTE, scritto in tutte maiuscole – empireo a cui Hollywood non dovrebbe nemmeno permettersi di aspirare!

Come dicevasi nel titolo: ossignor…

libri e fumetti · scrittura

Calvin, Hobbes e l’Ispirazione

Ancora Calvin & Hobbes. Traduzione mia.

Copia di writing-and-creativity.png

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

How very, very true. Una scadenza incombente, trovo, è uno stimolo quasi infallibile, e mi piace pensare che questo sia il motivo per cui mi riduco sempre all’ultimo momento – e non viceversa. Le muse andrebbero raffigurate con un calendario in mano!

Ma d’altra parte, leggo che siamo geneticamente programmati per funzionare meglio nelle emergenze… interessante concetto. Ne riparleremo.

pennivendolerie

No, non leggerò il tuo dannato manoscritto!

Circa un anno fa, lo sceneggiatore americano Josh Olson* (candidato all’Oscar 2005 per la migliore sceneggiatura non originale, con History of Violence) scrisse un articolo intitolato No, non leggerò il tuo dannato manoscritto, in cui raccontava di non aver potuto rifiutare di leggere la sinossi di una sceneggiatura scritta da un amico di amici (con inclusa richiesta di un parere onesto in proposito), di averlo trovato pietoso, di avere perso una notevole quantità di tempo nel tentativo di formulare con tatto una critica costruttiva – seppur non molto incoraggiante, e di avere avuto, in cambio delle sue pene, un gelido e furioso ringraziamento, male parole dietro le spalle e una rottura con gli amici comuni.

Pubblicato su un seguitissimo blog newyorkese, l’articolo sollevò un polverone, infilando più di mille commenti in pochi giorni, e scatenando un’orgia di post, contropost, interviste, reazioni, video su YouTube** e ogni possibile corollario internettiano: apparentemente tutti avevano qualcosa da dire contro Olson o in suo favore, a sostegno dei suoi tutt’altro che irragionevoli argomenti, o in biasimo alla petulante arroganza con cui li presentava.

A parte un ego grosso come un’anguria, a parte i molti e semi-isterici lai sul fatto che un’amicizia in comune non dava all’aspirante sceneggiatore il diritto di chiedere una cosa simile, a parte una notevole quantità di esagerazioni sul tempo e la sofferenza spesi nella lettura della sinossi***, a parte gli insulti all’aspirante, il punto fondamentale era che un sacco di gente tende a chiedere “pareri” di questo genere come se si trattasse di una cosa da nulla.

Capita abbastanza spesso persino a me – che pure non sono mai stata candidata all’Oscar – e non tanto nella mia qualità di scrittrice, ma come editor. “Ah, è questo che fai? Interessante, perché sai, ho scritto un racconto/romanzo/poema epico in pentametri trocaici/lemma d’enciclopedia sui mustelidi. Mi piacerebbe avere un tuo parere – con tuo comodo, sai, senza nessuna fretta…” E ci mancherebbe anche la fretta! Cribbio: mi conosci da dieci minuti, ho appena finito di spiegarti che leggo manoscritti per mestiere – che la gente mi paga per leggere manoscritti – e mi chiedi una consulenza gratuita? Perché non sto parlando di amici e parenti, ma delle conoscenze casuali o degli amici di amici di amici, cui evidentemente pare che io debba avere vissuto i miei anni in famelica attesa di dare un’occhiatina al loro capolavoro.

Olson, cui fino a questo punto si potrebbe davvero essere tentati di dare ragione, rovina tutto chiedendo enfaticamente se questa stessa gente chiederebbe un parere medico a uno specialista incontrato per caso a una festa. Lasciatemi volare molto più basso con i paragoni: chiedereste a un idraulico incontrato per caso di ripararvi gratuitamente il termosifone della cucina? In tutta probabilità no – e il fatto che un sacco di gente non consideri la scrittura (o l’editing) un vero lavoro non è una scusante: se non altro, un aspirante scrittore dovrebbe rendersene conto.

In realtà io sono molto meno introvabile e molto meno costosa di un idraulico, ma ho sviluppato una tecnica difensiva: di fronte alla proposta, faccio un gran sorriso e snocciolo le mie tariffe. Qualcuno si offende a morte, qualcuno ride e finge con grazia che stessimo scherzando entrambi, qualcuno mi dice “ci penserò”, e poi magari mi commissiona il lavoro per davvero – in ogni caso tende a funzionare.

Olson avrebbe potuto fare qualcosa del genere, invece di pubblicare un articolo livoroso dove tutti potevano vederlo (e ogni anima vagamente connessa con l’ambiente poteva riconoscere l’oggetto della sua ira****), il che toglie un po’ di mordente al fatto che non abbia tutti i torti: uscire dal blu e chiedere un parere professionale a uno sceneggiatore che ha lavorato con Cronenberg è un notevole esercizio di faccia tosta.

E tuttavia…

Siamo sinceri: avere il più labile degli agganci con uno sceneggiatore che ha lavorato con Cronenberg può essere l’occasione della vita. In un mondo trucemente competitivo come quello del cinema (o, for that matter, dell’editoria), chi è davvero disposto a lasciarla passare senza fare nemmeno un tentativo? Qui non stiamo più parlando di estorcere una valutazione gratuita a qualche piccola editor freelance***** ma di mettere il proprio lavoro sotto quelli che potenzialmente sono gli occhi giusti… Rinunciarci sarebbe un po’ meno o un po’ più che umano, giusto?

Però, come dice il giallista Mark Terry in un sensatissimo post di commento al rant di Olson, c’è modo e modo di farlo. Se mi capitasse di allacciare il contatto, non lo getterei al vento con una richiesta inopportuna. Cercherei di coltivarlo, piuttosto, di stabilire qualche tipo di rapporto con lo Scrittore – i mezzi non mancano, e tantomeno nell’Evo di Internet. E badate, forse cercherei anche di stabilirlo senza troppi secondi fini: da un lato, l’idea che uno scrittore, per pubblicato che sia, abbia influenza sulle scelte del suo editore è una specie di mito metropolitano; e d’altra parte, c’è sempre molto da imparare e da osservare, ci sono le idee, gli scambi, lo stimolo intellettuale. Se c’è almeno un po’ di tutto questo è possibile che arrivi anche il resto. Non è detto, ma è decisamente più facile così che affrontare la faccenda ex abrupto: non vorrebbe, senza nessuna particolare ragione, leggere il mio dannato manoscritto?

Vero è che il mondo non è perfetto, che gli scrittori in Italia non fanno più “bottega”, che le probabilità sono sempre minime… però le occasioni capitano. Thomas Hampson dice che le occasioni capitano a chi è preparato a coglierle – e a volte essere preparati significa saperle coltivare con pazienza anziché cercare di afferrarle. Se poi il miracolo avviene e l’occasione si materializza, bisogna essere pronti con il meglio del proprio lavoro, mantenersi lucidi in proposito e accettare con mente aperta e gratitudine (o almeno un convincente sfoggio di entrambe) il verdetto, quale che esso sia.

Inutile cercare agganci e occasioni per prime stesure o progetti allo stato gassoso, inutile offendersi se il parere non è di estatico e cieco entusiasmo: inutile, immaturo e pericoloso. Non si ottiene nulla e, se si è scelta la persona sbagliata, si rischia di finire brutalmente sputtanati su The Village Voice.

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* Da non confondersi assolutamente con l’altrove citato romanziere John Olson – tutt’altra persona.

** Non l’ho mai vista, ma mi si dice che qualcuno abbia realizzato una lettura drammatica dell’articolo. Don’t ask.

***La sinossi di una sceneggiatura non dovrebbe occupare più di una pagina – una facciata, intendo – ed è umanamente difficile impiegare più di dieci minuti per leggerla con tutta l’attenzione. Il che non giustifica di per sé il tizio che ha chiesto a Olson di leggerla, ma impedisce di prendere sul serio Olson che si lamenta per aver dovuto leggere “quella porcheria”.

**** Non so quanto sia aurea la reputazione di Olson a Hollywood, ma se avesse fatto pubblicamente a pezzi la mia sinossi, le mie capacità e il mio carattere a beneficio di tutta l’America, potrei essere portata a un filo di pessimismo a proposito delle mie chances.

*****Da questo punto in poi, potete dimenticarvi il mio lagno sulle occhiatine: passo dalla parte dei sollecitatori.

libri, libri e libri · romanzo storico

Birra in Bottiglia

dewitt500.gifA Dagger For Two, di Philip Lindsay, è il mio Libro Da Borsetta in carica. Essendo un paperback piccolino e vecchiotto* si presta a stare nelle borsette, in modo da essere a portata di mano per code, attese e ritardi imprevisti. D’altra parte, essendo un libro piacevole ma non la lettura della mia vita, non importa poi troppo se lo leggo a bocconi e spizzichi nel corso di parecchi mesi – che è quello che sta succedendo: sono certa di avere cominciato ADF2 l’autunno scorso…

Ad ogni modo, l’ultimo spizzico di lettura conteneva una scena di folla festante che, nel Rose theatre, attende rumorosamente l’inizio della rappresentazione. Siamo nel 1593, e la traduzione è mia:

… Chiacchiericcio, grida di amici che si cercavano da un capo all’altro del cortile, liti per i dadi e le carte, uno schiacciare di gusci di noce, un masticar di mele, un succhiare di arance, gli schiocchi sibilanti delle bottiglie di birra aperte, i richiami dei venditori ambulanti…

Bottiglie di birra? Bottiglie di birra che si aprono con uno schiocco sibilante nel 1593? All’improvviso l’immagine di un ragazzotto in jeans che apriva una bottiglia di Guinness con l’accendino mi ha scompigliato la scena tardo-cinquecentesca. Ugh, l’anacronismo! ho pensato, arricciando un labbro, e quando ho ripreso la lettura avevo una diversa considerazione del signor Lindsay e della sua storia.

Una volta a casa, però, colta dal dubbio, ho fatto qualche ricerchina, e ho scoperto questa storia: negli Anni Sessanta del Cinquecento, un vicario dello Hertfordshire sarebbe andato a pescare portandosi dietro della birra in una bottiglia di vetro tappata col sughero, e poi l’avrebbe dimenticata sulla riva del fiume. Tornò a riprendersela l’indomani (più per la bottiglia che per la birra, perché il vetro era costoso) e, quando volle aprirla, il tappo esplose via “con rumore di pistola, e non di bottiglia”. Il vicario aveva appena scoperto che la birra sottovetro ri-fermentava. Pittoresco, ma probabilmente non vero. Pare invece che, nella seconda metà del Cinquecento, i birrai inglesi sperimentassero con le bottiglie veneziane, ma probabilmente più per la fermentazione che per l’imbottigliamento di per sé, che non diventò pratica commerciale fino alla seconda metà del Seicento. In compenso, molta della birra che si consumava veniva prodotta in casa, e un libro di consigli domestici del 1615 si spiega alle brave massaie quali precauzioni prendere per conservare la birra nelle bottiglie.

Insomma, è tecnicamente possibile che, nel 1593, qualcuno se ne andasse a teatro con una bottiglia di birra in tasca e la aprisse con tanto di schiocco sibilante, o che le bottiglie si vendessero nel teatro stesso insieme alle arance**, alle mele, alle noci, ma di sicuro il particolare non giova alla credibilità della scena Lindsay parla addirittura di venditori di “birra fresca”, il che doveva significare che qualche locanda di Southwark (il distretto in cui sorgevano molti teatri, compreso il Rose) teneva in fresco una certa quantità di birra imbottigliata, da vendere in loco… Non so, davvero non so, ma in qualche modo mi sembra improbabile – e di sicuro fa sobbalzare il lettore.

Se Lindsay si è lasciato trascinare dall’entusiasmo, allora abbiamo un anacronismo vero e proprio; ma se invece ha pescato il particolare in qualche fonte contemporanea, abbiamo invece un animale di classificazione più difficile, un particolare legittimo ma oscuro&strambo che sembra un anacronismo e, alas, funziona come se lo fosse: una specie di nocebo storico-narrativo***.

Che fare in questi casi – se si è tanto fortunati da accorgersene? Se il particolare è davvero irrinunciabile, bisogna trovare il modo più sottile possibile per spiegare che ha tutti i diritti di trovarsi dov’è. Ma se non c’è modo di spiegare con sottigliezza è meglio rinunciare alla birra in bottiglia, perché non so che cosa sia più irritante: un anacronismo (vero o presunto) o una lezione di storia della birra incuneata a forza in una scena di romanzo.

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* Comprato a Londra, su una bancarella di libri usati, per qualcosa come 50 pence.

** C’entra fino a un certo punto, ma viene in mente Nell Gwynne, l’amante di Carlo II, che aveva cominciato la sua carriera teatrale come orange-girl, ovvero venditrice di arance in un teatro.

*** Come la mente diabolica di Annibale.

cinema · teorie

Il Crepuscolo delle Principesse

disney-princess.jpgRicordate quando si parlava dell’universale appeal di certe parole, come ad esempio Principessa? Be’, forse dopo tutto non è così universale, almeno a giudicare da ciò che accade in casa Disney.

In sostanza, dopo il limitato successo di La Principessa e il Ranocchio*, la Disney starebbe rivalutando la sua politica in fatto di quarti di nobiltà. Un’indagine di mercato avrebbe rivelato che le principesse hanno cessato di essere un richiamo per famiglie, tagliando fuori tutto un pubblico di bambini e ragazzini che non vogliono saperne di girly stuff – i miei compagni delle elementarisnowQueen.jpg dicevano roba da femmine – i loro genitori e persino le loro sorelle. Considerando quanto la Disney aveva investito sulle principesse negli anni passati (pensate alla lunga fila che parte con Biancaneve, Cenerentola e Aurora, per proseguire con le varie Ariel, Belle, Mulan e Pocahontas, e tutto il relativo merchandising) il colpo dev’essere stato duro. Una delle prime vittime è stato The Snow Queen, l’adattamento della fiaba di Andersen previsto per il 2013 e, a quanto pare, cassato. Peccato, peccato, peccato: non solo La Regina delle Nevi è una delle mie fiabe preferite, ma doveva essere una tappa della 2D Renaissance, disegnata a mano da gente del calibro stellare di Harald Siepermann. Che dire? Ci hanno provato, ma si vede che non funziona.

Rapunzel2.jpgMeno drastico – e più significativo dal nostro punto di vista, è quello che accadrà invece a Rapunzel. Il progetto non è stato cassato, forse perché era a uno stadio già troppo avanzato, o forse perché gli investimenti per un film in 3D sono tali che non ci si può permettere di buttare tutto. In ogni caso, il problema era lo stesso, ma la soluzione è più articolata:  la sceneggiatura è stata riscritta in modo da togliere un po’ di spazio alla principessa eponima**. Accanto a lei, invece di un Principe Generico, c’è un fascinoso bandito dei boschi, talmente ispirato a Errol Flynn da portarne persino il nome. Flynn Rider è un eroe cappa-e-spada, con status di coprotagonista e parecchie scene d’azione. E pare che non dobbiamo aspettarci una cosa à la Robin Hood incontra Aurora: Flynn viene descritto come a slightly bad boy, e Raperonzolo diventa un’adolescente ingenua ma tosta.

Non vado pazza per il 3D, lo confesso, ma il concetto non mi dispiace. Non so se davvero un Errol Flynn animato richiamerà al cinema legioni di ragazzini, ma di sicuro mi piace che, al problema di marketing e finanze, la Disney offra una soluzione narrativa e letteraria, uno sforzo di rinnovamento del genere in direzione dei mutati gusti del pubblico. In un certo senso il problema era già stato affrontato con Come d’Incanto, la cui porzione animata è dichiaratamente un’affettuosa parodia dei classici Disney, oltre che una risposta alle irriverenti bordate della Dreamworks. Se con Shrek la Concorrenza aveva ribaltato come altrettanti calzini tutti i canoni delle storie di principesse, la Disney risponde affermando la rassicurante (e un filo zuccherosa) certezza che una ingenua fanciulla coronata non solo può ancora trovare il suo posto in questo nostro mondo smaliziato, ma vi porta anche gioia e magia per grandi e piccini – e chi vuole intendere intenda.

E’ proprio vero? Facendo i conti in tasca a La Principessa e il Ranocchio si direbbe di no, o almeno non più.  Ne La Piccola Principessa, di Frances H. Burnett, le compagne di scuola chiamano la protagonista Princess Sara (nomen omen), e persino la malvagia direttrice approva il soprannome, perché le pare che il titolo pittoresco e romantico giovi al prestigio del collegio. Mrs. Minchin avrà anche un animo singolarmente incapace di poesia, ma in un sussulto di prescienza del mercato, vede benissimo il fascino sentimental-commerciale del titolo. E bisogna pensare che il meccanismo non fosse cambiato granché negli scafati Anni Settanta, se George Lucas fece della sua pur moderna eroina una principessa… era un tentativo di trascinare al cinema anche un pubblico femminile? Non so quale potesse essere l’impatto di un film pieno di astronavi e robot sulle ragazzine del 1977, ma dai numeri di Guerre Stellari si deduce che – quanto meno – la presenza di una principessa non disturbasse.

Come si è detto, la Disney ha costruito sulle principesse tutta una lunga e redditizia politica, e ammetto di essermi chiesta qualche volta, in qualche Disney Store, se si stesse specializzando in un pubblico femminile. Se anche era così in passato, adesso si direbbe che i Powers That Be stiano cambiando idea, o forse si è ristretto il numero di bambine che vogliono essere principesse.

Come si evolverà la faccenda, in congiunzione tra l’altro con la calata del 3D? Si può sperare che Rapunzel indichi la strada di un rinnovamento del genere? Mi piacerebbe, ma è presto per dirlo: potrebbe essere solo un tentativo di salvare il salvabile per un progetto costosissimo e non annullabile. Si può sperare che la 2D Renaissance sia solo momentaneamente accantonata? Speriamo, ma davvero non invidio i decision-makers della Disney, costretti a scelte di contenuto e stile sufficienti a stendere un rinoceronte, mentre i bambini si emancipano da incantesimi di linguaggio che funzionavano imperterriti da millenni.

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* Vero è che LPeiR è grazioso ma non particolarmente ben scritto. In un tentativo di conciliare una storia tradizionale e personaggi moderni, bestiole parlanti e politically correct, gli sceneggiatori hanno finito col cucinare qualcosa che non è carne né pesce: la protagonista è una cenerentola in carriera ossessionata dall’idea di aprire un ristorante, la caratterizzazione del principe risulta più efficace per il ranocchio che per l’essere umano… alla fine Tiana diventa principessa di nome e businesswoman di fatto – con marito a carico – in una conclusione che prende tiepidamente distanza dalla vecchia maniera senza avere il coraggio di discostarsene davvero. Non abbastanza per i maschietti e le ragazze smaliziate, troppo per le bambine che giocano a principessa.Prince.jpgTangled (che di fatto è un aggettivo, ma immagino si possa rendere come Groviglio). Poi è stato riportato all’originale. Se ho capito bene, in Italia arriverà con il titolo originale – vorremo mai chiamarla Raperonzolo, ‘sta ragazza, vero? E allora chiamiamola pure Rapànzel: volete mettere? E, per la cronaca, credo che questo in figura fosse l’originario Principe Generico, prima che venisse errolflynnizzato.

scrittura · teorie

Scrittura ed Efficacia Secondo Orwell

george-orwell-writing.jpgNel 1946 George Orwell scrisse un saggio intitolato Politics and the English Language, in cui lamentava una serie di difetti che affliggevano il giornalismo di entrambi i lati dell’Oceano, a scapito di chiarezza, efficacia e comprensibilità della scrittura. Come s’intuisce dal titolo, ciò che Orwell deplorava non era tanto un’epidemia transatlantica d’incuria, quanto un uso deliberato di certi vezzi a fini ideologici, demagogici o manipolatori.

Si potrebbe discutere molto sulla validità della lettura di Orwell applicata a cinquant’anni abbondanti di distanza – non solo al giornalismo ma anche alla narrativa. Per ora, limitiamoci a dare un’occhiata ai sei punti principali del saggio, il rimedio che Orwell prescriveva per combattere la genericità dilagante della scrittura.

1) Mai usare una metafora, una similitudine o un’altra figura retorica che si è abituati a vedere stampata. Sembra facile, sembra ovvio, ma non lo è. Ci sono figure retoriche che sono diventate luoghi comuni. La resa dei conti, il canto del cigno, il tallone d’Achille, l’ultima spiaggia, l’arena politicae compagnia cantante sono talmente logorati dall’uso che non suscitano più nessuna risposta nel lettore. Il problema è che sono così comode e automatiche che le si usa senza quasi accorgersene. Quando cessa di stimolare il pensiero (o almeno l’attenzione) associando concetti in modo inedito, la figura retorica decade al rango di blando riempitivo. La scelta è tra cassarla del tutto e sostituirla con un’immagine nuova, che colpisca e stimoli il lettore.*

2) Mai usare una perifrasi al posto di un verbo o sostantivo. Fare uso di invece di usare, utilizzare, consumare; andare incontro a invece di affrontare, incontrare, attendersi; i militi dell’Arma invece de i Carabinieri. Questa la prenderei con il proverbiale granello di sale, perché ci sono circostanze in cui una perifrasi può esprimere un’infinità di sfumature (dall’atterrita cautela al sarcasmo più pungente, passando per molti stadi intermedi) ma si può qualificare con un riferimento al n° 1 e al n° 3: mai usare una perifrasi logora, e mai usare una perifrasi che non aggiunge significato – a sfumature o a palate, a scelta.

3) Mai usare una parola difficile al posto di una semplice. Una parola lunga al posto di una breve, sarebbe una traduzione più letterale, perché in Inglese le parole lunghe tendono ad essere di origine latina – e perciò di uso erudito, quando non pretenziose. In italiano non è sempre così (ialino ha cinque lettere in meno di trasparente), ma il concetto non cambia. Un uso eccessivo di parole distrae, irrita e confonde il lettore – e il lettore distratto, furibondo o confuso non è un lettore felice: nella peggiore delle ipotesi, potrebbe anche sentirsi manipolato. Ricordate Calvin e Hobbes? Poi possono esserci buone ragioni letterarie per usare parole difficili: l’importante è sapere quel che si fa. Ne riparleremo al punto 5, 

4) Se è possibile eliminare una parola, eliminarla. Sempre. Secondo Ezra Pound la grande letteratura non è altro che linguaggio caricato di tanto significato quanto ne può portare. Di conseguenza, ogni parola che non aggiunge significato alla frase in cui si trova non fa altro che diluirne l’efficacia. Uno degli esercizi più illuminanti che si possano fare è prendere qualcosa che si è scritto (articolo, racconto, post – meglio cominciare con qualcosa di breve) e riscriverlo in due terzi o metà delle parole. La quantità di parole inutili che si scopre di poter potare è sempre uno shock. La maggiore efficacia della versione breve tende ad essere una sorpresa. Provare per credere.

5) Mai usare un verbo passivo al posto della voce attiva. Posto che in certe circostanze il passivo è cosa – se non proprio buona e giusta – necessaria, non si può negare che L’uomo è stato morso dal cane è più fiacco de Il cane ha morso l’uomo. Provate a leggerle entrambe ad alta voce per sentire quanto è più compatta e fluida la seconda versione.

6) Mai usare un’espressione straniera, un termine scientifico o una parola gergale al posto dell’equivalente in Italiano corrente. Qui farò bene a dichiararmi colpevole ancor prima di cominciare, visto il mio indiscriminato e selvaggio uso di espressioni inglesi. In questo post ho tentato di trattenermi, ma avrete notato che ci sono appena cascata di nuovo: che cos’è che sto scrivendo? un post. Ho appena perso dieci punti… Si capisce, Orwell scriveva in epoca pre-Internet – e scriveva in Inglese**: potrei davvero scrivere che ogni mattina mi siedo all’elaboratore e scrivo una pagina del mio diario elettronico da pubblicare nella Rete, dopodiché controllo se ho ricevuto qualche lettera elettronica, apro Finestre e mi dedico al mio lavoro di curatrice editoriale? Potrei, ma siamo sinceri: nessun lettore si farebbe un’opinione elevatissima della mia salute mentale. Fondamentalmente, il punto è avere ben presente il tipo di lettore per cui si scrive e mantenersi comprensibili.

Ecco fatto. Nel 1946 Orwell combatteva una crociata che aveva per stendardi semplicità stilistica e trasparenza intellettuale, e la sua ricetta si restringe a tre parole (di cui un aggettivo): buon senso, efficacia. Queste regole, come tutte le regole di scrittura, sono una guida di massima. Non delle forche caudine inesorabili, ma un piccolo radar ausiliario da tenere sempre in funzione – formulato in pochi punti chiari e semplici da memorizzare. Ho davvero bisogno di questa figura retorica, di questa parola, di questa forma verbale? Se la risposta è sì, bene, grazie e avanti tutta; se è no, sarà valsa la pena di essersi posti la domanda.

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* Il che mi fa ricordare un analogo consiglio di Margie Lawson: give them fresh fundamentals, ovvero descrivete le reazioni basilari con immagini nuove.

** Agli Anglofoni piace negare che l’Inglese sia una lingua voracemente acquisitiva. Qualcuno, come James Nicol, lo ammette: Inglese – una lingua che si apposta nei vicoli bui per assalire le altre lingue e

musica · Somnium Hannibalis · teatro

Musiche di Scena

Forse l’ho già detto, forse no – Somnium Hannibalis torna in scena a partire da settembre, e cominciamo con il XV Mercato della Centuriazione Romana di Villadose (RO), grossa e importante duegiorni di rievocazioni storiche, archeologia sperimentale, convegni e manifestazioni.

Anyway: siamo di prove di nuovo, con la complicazione aggiuntiva di un cambio radicale di musiche di scena.

Ora, se un dubbio potevo avere sullo spettacolo, erano proprio le musiche – molto belle, ma forse non del tutto adatte. Chiariamo: considero le “vecchie” musiche molto d’atmosfera e nella mia playlist da scrittura, ma avevano troppa orchestra per l’idea che avevo del mio spettacolo. L’idea, per capirci, era fin dapprincipio quella di una manciata di accenti di percussioni sparsi qua e là per dare rilievo ai punti salienti – e poco di più. Avrei voluto un silenzio desertico rotto da qualcosa a mezza via tra tuoni, tamburi di guerra e pulsazioni cardiache. Avrei voluto che tanto queste percussioni quanto l’eventuale musica fossero confinati ai flashback, per segnare la differenza tra lo spazio della memoria e il tempo presente. Avrei voluto suoni più asciutti, più minimali, più antichi.

Adesso probabilmente verrò accontentata: le nuove musiche di scena accostano gli accenti di percussioni dei miei sogni a non-melodie suonate su strumenti a fiato, con l’occasionale colpo di sistro o rintocco di campana. Aspro. Emozionante. Meraviglioso.

Ed è straordinario come, per il fatto di avere cambiato la musica, lo spettacolo stia assumendo un aspetto diverso. Non una forma diversa – non davvero – ma un’altra consistenza. Non che prima non fosse bello, ma adesso ha un’aria più stilizzata e più realistica insieme. La stessa scena, con un ritmo di sistri e di tamburi al posto di un orchestral sweep, perde un po’ in teatralità, ma diventa… non trovo altra parola: diventa scolpita.

In qualche modo, queste musiche nuove restituiscono allo spettacolo un certo vento secco, un certo sapore di pietre calcinate, sale e polvere, una certa luce solare impietosa, certe ombre corte che sono nel mio romanzo e credevo di avere perso con la riduzione. Invece è tutto ancora lì, ed è stato un piccolo sussulto ritrovare vento, luce e polvere nella prova di stasera. Per esempio:
 http://senzaerroridistumpa.myblog.it/media/01/00/700222508.wma

Evidentemente non ho ancora finito con questo spettacolo e le sue sorprese.