libri, libri e libri

La Forza dell’Incompiuto

Credo che fosse Paul Taylor, il coreografo, a dire che non esistono opere incompiute, solo lavori in corso.

Sarà, ma quando l’autore è defunto e il libro non è finito, è un pochino difficile continuare a considerarlo work in progress… Poche cose sono frustranti come un romanzo che s’interrompe senza che la storia sia terminata, con la certezza che nessuno la terminerà mai più. Oddìo, qualche volta qualcuno la termina, ma chi ha mai letto Il Silmarillion completato da Guy Gavriel Kay senza domandarsi come lo avrebbe davvero voluto Tolkien?

La stessa cosa vale per Hero and Leander di Marlowe: checché ne dicano legioni di cospirazionisti, dubito che Kit si aspettasse davvero di morire a Deptford, lasciando incompiuto il suo luminoso e stravagante* poema narrativo. George Chapman lo terminò, ma Chapman era un poeta d’altra lega e tutt’altro genere di personaggio, un uomo di mezza età oppresso dai debiti e dalle cause, disperatamente ansioso di patrocinio e con un talento disastroso nello scegliersi mecenati destinati al disastro politico o a una morte prematura… Sono seriamente tentata di pensare che, nonostante Museo e Ovidio fossero le fonti di entrambi, il risultato sarebbe stato molto diverso senza la fatale coltellata.

Molto più frustrante è Il Mistero di Edwin Drood, l’ultimo e incompiuto romanzo di Dickens, che è anche un giallo – o quanto meno il protagonista eponimo sparisce (presumibilmente assassinato) e non c’è il minimo indizio di come dovesse risolversi la vicenda. Invecchiando, Dickens aveva cominciato a progettare i suoi romanzi con più cura, annotandosi gli sviluppi effettivi o possibili con vari capitoli di anticipo, ma non nel caso di Edwin Drood, accipicchia! Vero è che John Jasper promette male assai e sembra un candidato perfetto al ruolo di assassino, ma con Dickens non si poteva mai dire per certo, e chi lo sa? La cosa buffa è che dal mezzo libro è stato tratto un musical nel quale, a un certo punto, si fa votare il pubblico in sala per scegliere il finale. Anche quello è un modo, immagino.

Conrad, per fortuna, non lasciò incompiuto nulla di particolarmente memorabile: The Sisters riprende l’eroina del (bruttino) The Arrow of Gold, e benché Stephen sia un protagonista promettente, non si ha la sensazione di essersi persi un capolavoro. Non sapere come finisce Suspense forse è un po’ peggio, ma potrebbe essere una mia impressione, perché ho un debole per le storie ambientate in epoca napoleonica. Ad ogni modo sono frustrazioni puramente narrative, perché i capolavori erano già saldamente terminati da anni.

Lo stesso si potrebbe dire di Jane Austen, ma non nego che mi sarebbe piaciuto leggere fino in fondo Sanditon e, soprattutto, The Watsons. L’edizione critica che ho letto avanzava due tipi di dubbio sul secondo: forse la zia Jane aveva l’impressione di ripercorrere terreno già coperto in Orgoglio e Pregiudizio, o forse si era stancata della genteel poverty delle sorelle Watson, la cui posizione sociale sembra abbastanza simile a quella di una Jane Fairfax in Emma… Sia come sia, è un peccato. Meno gravi sono i numerosi lavori giovanili lasciati a mezzo – esercizi di stile ed esplorazione di temi che poi torneranno nei romanzi. Semmai, mi spiace di non sapere come finisce The Three Sisters, delizioso abbozzo di romanzo epistolare. Confesso di averne iniziato, qualche anno fa, una riduzione teatrale. Magari un giorno la finirò, non fosse altro che per portare a una conclusione la vicenda di Mary, Sophy e Georgiana.

Stendhal è tutta un’altra questione. Lucien Leuwen avrebbe potuto essere un altro Le Rouge et le Noir. C’è di nuovo la provincia francese descritta in chirurgico dettaglio, c’è un protagonista più ingenuo di Julien e più ragionatore di Fabrice, c’è un’innamorata di famiglia ultra-realista – il che promette guai a venire… Dover lasciare tutto a metà è veramente un’enorme delusione.

Stevenson di incompiuti ne ha lasciati due: The Weir of Herminston e St. Ives – quest’ultimo terminato da un altro romanziere, e siamo sempre al dubbio di cui si diceva: la storia è finita, grazie, ma è come l’avrebbe finita Stevenson? Una di quelle cose che non sapremo mai, nel bene e nel male. Il rovello resta, ma resta anche spazio per la speculazione. Si può leggere tutto Stevenson e farsi la propria idea su come sarebbe dovuta finire la vicenda di Jacques. E già che si è lì, ci si può domandare anche perché mai in ciò che resta di The Weir, debbano esserci due differenti personaggi chiamati Christina.

Perché bisogna anche considerare questo: se un romanzo sussiste incompleto, di sicuro non è come il suo autore avrebbe voluto presentarlo ai lettori. Non solo ne manca un pezzo, ma è anche una prima stesura, materia grezza che avrebbe richiesto ancora molto lavoro e – in tutta probabilità – anche cambiamenti sostanziali. Forse non è nemmeno del tutto giusto pubblicarlo… non è difficile immaginare Stevenson che si rivolta nella tomba all’idea del suo abbozzo incompiuto, della sua prosa non rifinita, delle sue due Christine, del suo Archie ancora approssimativo esposti alla lettura per cui non erano pronti.

In considerazione di questo, e di quanto mi irriti una storia lasciata a metà, ogni volta mi ripropongo di non leggere più incompiuti. E ogni volta cedo e leggo lo stesso, pur sapendo che detesterò arrivare al punto in cui lo scrittore si è fermato per cause di forza maggiore o per noia. In parte è il desiderio di vedere lo stadio intermedio, dare un’occhiata al dietro le quinte, cogliere un ombra del metodo creativo che sta dietro i romanzi finiti; in parte è qualcosa d’altro.

Una volta, a Edimburgo, ho visto una scultura che consisteva in tre punte che sembravano doversi toccare e non arrivavano a farlo. Non ricordo l’autore e nemmeno il titolo, ma ricordo di essere rimasta a lungo a fissare le tre punte, affascinata dal movimento incompiuto, dal contatto sfiorato ma non raggiunto. Quel non-finito sembrava pieno di forza e di possibilità. La stessa forza e la stessa abbondanza di possibilità, credo, che continuo a cercare – against my better judgement – in ogni romanzo incompiuto che prendo in mano.

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* Basti per tutto il resto la descrizione del velo di Hero, ricamato a fiori talmente realistici che la fanciulla passa il suo tempo a cacciare via le api…

 

guardando la storia

L’Ultimo dei Gonzaga

CarloFerdinando.jpgIl mio amico S., appassionato di Storia e collezionista compulsivo, si è presentato qui in cerca di collaborazione per tradurre un documento settecentesco scovato su eBay: una copia della dichiarazione di fellonia di Ferdinando Carlo Gonzaga-Nevers, cui l’Imperatore Giuseppe I non era disposto a perdonare di aver lasciato entrare a Mantova le truppe franco-spagnole nel 1707. 

Potevo dire di no? Ovviamente non potevo.

Così ieri sera abbiamo cominciato. Confesso di essermi arresa prima di subito davanti al prologo in Tedesco, ma il corpo del documento è in Latino, e lì ci siamo messi d’impegno. Una prima oretta di lavoro ha prodotto un elenco abbreviato dei titoli di Giuseppe, un’affascinante, dettagliatissima lista dei destinatari per conoscenza della patente di fellonia (compresi tutti i custodi di ponti dell’Impero), ai quali il Sacro Romano Imperatore augura ogni bene, prima di lanciarsi nella sua diatriba. Per ora abbiamo tradotto una dichiarazione di buona volontà nei confronti dei sudditi leali e obbedienti, and woe betide chiunque si azzardi a tralignare – abominevole audacia! – dalla fedeltà dovuta all’Imperatore e all’Impero.

Il lavoro è affascinante: un lobo del mio cervello non può fare a meno di macchinare sullo choc delle piccole autorità locali nel ricevere un documento  del genere – c’è un senso di solennità nelle formule latine, si legge tra le righe la presenza di un’autorità lontana e onnipotente, e il carattere esemplare della punizione trasuda da ogni sillaba. Questo è un grande feudatario esposto su una gogna di carta e inchiostro e forse, quando parlo di choc delle piccole autorità locali, sto sottovalutando la situazione. In realtà credo che la lettura di un documento simile dovesse far correre qualche brivido per la schiena di qualsiasi magnate dell’Impero. Elettori, principi ecclesiastici e secolari, duchi, margravi, presuli, conti e baroni, castellani e capitani, borgomastri e magistrati… tutti dovevano vedere l’ignominia dell’ultimo Gonzaga. La vasta diffusione della notizia faceva parte del castigo e, allo stesso tempo, fungeva da memento per tutti i suoi destinatari. Gonzaga.png

Registro con qualche soddisfazione che il mio Latino non è completamente arrugginito, ma sento decisamente la mancanza di qualche nozione di paleografia e diplomatica (di diplomatica, in realtà, ma mi pare che sia un esame unico, a Lettere). Credo che farò bene a procurarmi una lista di abbreviature. Qualcuno ha idea di dove ne posso trovare una in Rete?

E stasera si continua.

 

grillopensante · libri, libri e libri

Il Dilemma del Recensore

HNR_Header_Aug_21.jpgLe mie recensioni cominciano a uscire sulla Historical Novel Review – due negli ultimi due numeri.

Che posso dire? Scrivere per una rivista specializzata internazionale e quotata nell’ambiente è una gradevole sensazione di per sé, ma devo confessare che oggi, nel rileggere quanto sono stata severa in uno dei due casi, mi è venuta la tentazione di iperventilare un pochino. Sia ben chiaro: il romanzo in questione era davvero mediocre, scritto in modo molto approssimativo, pieno di personaggi mal caratterizzati ed errori fattuali grossi come stazioni ferroviarie (similitudine non casuale, visto che, tra l’altro, l’eroina viaggiava da Parigi a Roma su un treno diretto che passava per Napoli!), e tuttavia…

Tuttavia, un conto era leggere storcendo il naso, un conto era scrivere le mie 200 parole taglienti in preda allo zelo della novellina, e tutt’altro conto è stato vedere la mia disapprovazione stampata sulle pagine di una rivista vastamente diffusa tra lettori, autori, editor, ed editori di almeno tre continenti. Francamente, se avessi ricevuto una recensione come quella che ho scritto, al momento sarei molto in vena di harakiri.

E però sono certa che la recensione è puntuale e obbiettiva, e il libro la merita ampiamente. La mia responsabilità è di fronte alla rivista per cui lavoro, ovviamente, e verso i suoi lettori che si aspettano recensioni oneste, sulla base delle quali – almeno in parte – comprare o non comprare il libro in questione. Si può discutere del potere delle recensioni finché si vuole, ma devo ammettere che, quando ho comprato qualche libro nonostante una recensione modesta su HNR, magari perché i personaggi, il periodo o la trama mi attraevano, me ne sono sempre pentita. Per cui, sì: il pubblico si aspetta che chi scrive per HNR legga i libri per intero e sia in grado di valutarne oggettivamente pregi e difetti e di motivare i suoi giudizi; il pubblico tiene conto delle recensioni di HNR nei suoi acquisti.

La mia recensione negativa potrà avere qualche influenza sulle vendite del romanzo – e anche questa è una responsabilità. Una responsabilità diversa, nei confronti di questo specifico autore e del suo editore, così come nei confronti di tutti gli autori ed editori che spediscono i loro romanzi a HNR. In fondo, a loro devo una cosa soltanto: che del loro libro scriverò sempre e solo ciò che penso, nel bene e nel male, senza pregiudizi e al meglio delle mie capacità.

grillopensante

Compagni Immaginari

220px-Harvey_1950_poster.jpgSono sconcertata.

Intendevo scrivere un post sui compagni immaginari, credendo di trovarne all’infinito nella letteratura per fanciulli, e in effetti è così, ma sembra che siano per lo più nella letteratura per fanciulli – e per fanciulli grandi – angloamericana. Non solo, scopro anche che in Italia l’idea del compagno immaginario tende ad essere considerata lievemente malsana.

Ossignor.

Quindi scopro anche che per anni ho avuto abitudini lievemente malsane e non lo sapevo…

Se non bastasse, scopro in rete un esercito di madri preoccupate per l’equilibrio dei loro pargoli e di gente che guarda con disapprovazione alla disinvoltura con cui gli Anglosassoni trattano l’argomento. Potrei citare autori come Neil Gaiman (il cui taglio è, come ci si potrebbe aspettare, un nonnulla inquietante, ma facciamo finta di nulla), come Cecelia Ahern, come Jodi Picoult, come Patricia Polacco (il cui adorabile e geniale Emma Kate rivolta l’intero concetto come un guanto), come Maurice Sendak (peccato per il film!), come A.A. Milne e, naturalmente, Bill Watterson.

Perché, ebbene sì, Winnie The Pooh e Hobbes sono compagni immaginari – o come altro chiamare degli animali di pezza resi vivi dalla fantasia dei loro padroncini? Un altro caso di questo genere è Emily, la bambola di Sara Crewe ne La Piccola Principessa. Adesso mi comprometto dichiarando che LPP è, a mio avviso, una piccola gemma sottovalutata, ben diversa da altre storie strappalacrime per fanciulli, da cui si differenzia celebrando il potere dell’immaginazione. Pensandoci bene, la faccenda merita un addendum tutto suo a questo post, ma per il momento non divaghiamo e limitiamoci a ricordare come Emily non sia “la bambina” di Sara, bensì un’amica e confidente con cui condividere la nostalgia per l’India e il padre lontano: un’amica immaginaria a tutti gli effetti.

Non tutti i compagni immaginari sono giocattoli in partenza, e a questo proposito mi viene in mente un raro esempio italiano: naturalmente adesso non la trovo più, ma mi pare proprio di ricordare una filastrocca intitolata Il Buio è un Cavaliere*, in cui un bambino affronta la paura del buio trasformando la temuta oscurità in un amico immaginario.

Questo sembra esemplificare bene le teorie sostenute da alcuni studi recenti, secondo cui una percentuale altissima di bambini si crea almeno un compagno immaginario, traendone conforto, complicità e divertimento, superando paure e difficoltà, elaborando eventuali traumi, esercitandosi ai rapporti sociali, al dibattito e alla riflessione. Non mi sembrano cattivi risultati.

Cinema e televisione hanno proposto una serie infinita di compagni immaginari, e credo che citerò un paio di casi soltanto: l’eponimo coniglione Harvey e le tenere bestiole di Miss Potter. Ho scelto tutti questi conigli per due motivi precisi. Il primo è che Wikipedia ha un’intera pagina dedicata alla discutere la natura di Harvey: secondo una scuola di pensiero, non sarebbe un compagno immaginario propriamente detto, perché nel film si afferma esplicitamente che è reale. Lo stesso sembrerebbe dover valere per Hobbes, le cui azioni sembrano avere talvolta risultati reali, come le palle di neve tirate a Calvin. Non sono del tutto certa di essere d’accordo: molti compagni immaginari fittizi** assumono vari gradi di realtà all’interno delle loro storie, ma questo ha che fare con la natura della finzione narrativa e la sospensione dell’incredulità, più che con la natura immaginaria dei compagni stessi.

In secondo luogo, sia Harvey che Miss Potter descrivono compagni immaginari di persone adulte. Naturalmente, Elwood è considerato matto (hence il suo trionfo sugli increduli quando Harvey risulta essere reale) e Beatrix irreparabilmente eccentrica, ma per entrambi i compagni immaginari sono presenze positive. Per BP sono addirittura una sorta di personificazione dell’immaginazione creativa: vere e proprie muse con tanto di coda lanosa. E se pensate che questa sia un’iperbole narrativa, lasciatemi terminare con la storia di Paul Taylor.

Paul Taylor fu un grande coreografo americano, un innovatore e un eclettico. Aveva un compagno immaginario, un singolare personaggio provvisto di un dottorato e varie onorificenze, cui attribuiva pubblicamente il merito di parte del suo lavoro. E no, Taylor non era scisso e non mancava di alcun venerdì: il suo amico immaginario era una proiezione di parte della sua creatività (forse quella consapevole, se bisogna giudicare dai titoli accademici, ma non è detto…), una versione adulta di quelle sagome colorate o quegli animali di pezza in cui il bambino trova confronto, gioco e stimolo intellettuale. E scusate se è poco!

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* C’è una raccolta di fiabe di Marina Valcarenghi con questo titolo, ma non so se la filastrocca ne faccia parte. Se avessi dovuto azzardare un autore, avrei detto Rodari. Però stiamo parlando di ricordi vecchi di trent’anni, e potrei sbagliarmi di grosso.

** Nel senso di “compagni immaginari di personaggi fittizi”, as opposed to “compagni immaginari di persone reali. Come definiremo allora i compagni immaginari dei ritratti fittizi di persone reali? E fa differenza se la persona reale in questione aveva davvero un compagno immaginario? Sento che mi sto avviando per una strada molto tortuosa…

musica

Il Concerto di Aranjuez

Rieccomi a casa, ma ho già nostalgia di Madrid, e allora ho pensato…

Paco de Lucia e la Orquesta de Cadoques interpretano il Concierto de Aranjuez, di Joaquìn Rodrigo, creato Marchese dei Giardini di Aranjuez per questa musica. Rodrigo era cieco dall’età di tre anni, ciò che non gli ha impedito di comporre musica, insegnare e avere un’intensa vita artistica. Chiudo annotando che era nato a Sagunto, la città di confine che finì con l’essere il casus belli della II Guerra Punica.

L’ho detto  che ho nostalgia di Madrid?

Buona domenica a tutti!

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Cartoline da Madrid IV

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Quattro Madrid diverse, e sono solo quelle che ho attraversato oggi – e forse nemmeno tutte:

– da Plaza de la Puerta del Sol alla Plaza de Cibeles per la Calle de Alcalà, con un’occhiata alla Gran Via: ministeri, grandi alberghi, ambasciate, il Congreso de Diputatos, banche e, soprattutto, enormi, imponenti palazzi sovrastati da angeli, leoni, quadrighe, cavalli alati ed altri simboli di grandezza. Un unico monumento alla Madrid imperiale (costruito in buona parte mentre l’Impero andava in rovina).

– il quartiere di Lavapiès: qui i palazzi sono orridi o decaduti, le botteghe di parrucchiera e i negozi di riparazioni si mescolano agli empori cinesi e ai kebab, zaffate di spezie cotte aleggiano nei portoni e la popolazione è multicolore. Vivo alla sua maniera, disordinato e pittoresco, e squallido e variopinto, e allegro e sudicio. A metá strada tra la globalizzazione e la Spagna picaresca.

– la chiesa di San Gines, sulla Calle de Arenal. Chiesa del Siglo de Oro, barocco molto bianco per la navata e cappelle laterali che sono un tripudio di marmi colorati, oro e luce, in un contrasto vivo e drammatico. Niente a che vedere con il neogotico (bruttino) della Cattedrale dell’Almudena, che però riprende lo stesso schema di bianco e accenti dai colori vivaci. Nell’una come nell’altra, gente in preghiera e infinite cassette per le elemosine.

– la gente a cena nei tapas bar del quartiere La Latina. Tra taberne madrilene, basche o galleghe, bar di cromo e vetro, catene e rosticcerie con ventana sulla strada, dalle nove in poi si muovono turisti e indigeni di varia etá. Tutti mangiano croquetas e tortillas, tutti bevono birra, vino e l’occasionale sangrìa, tutti fumano, tutti parlano a voce altissima fino a tardi – molto tardi.

Madrid non è una bella città: è imponente, è vivace, è affollata, è varia. Ne riparleremo. Adesso vado di corsa all’aeroporto – vacanza finita, ci risentiamo da casa.

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Cartoline da Madrid III

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Giornata d’arte, ieri – passata tra il Museo Thyssen-Bornemisza e il Prado, in un caleidoscopio di più meraviglie di quante ne possa ricordare al volo. Tanto Goya, naturalmente, dai coloratissimi cartoni per gli arazzi destinati al Principe delle Asturie all’inquietante periodo della pintura negra, passando per l’epica tragicità del Dos de Mayo e per i bellissimi (e tutt’altro) che lusinghieri ritratti. Credo che ricorderò quello bellissimo e toccante di Maria Teresa, contessa di Chinchon, timida principessa reale offerta in moglie al potentissimo ministro Godoy. Oh, e al Prado è abbastanza inutile chiedere lumi ai pur gentili custodi di sala: interpellato su una direzione, uno di loro ha detto alla mia amica di andare “siempre derecho, and then left,” e intanto gesticolava verso destra. Vi farà piacere sapere che nonostante questo abbiamo trovato i Raffaello e i Tintoretto che cercavamo.

Al Thyssen c’è una collezione estremamente varia, ma la meraviglia sono i Fiamminghi: Rubens, Van Dyck e Rembrandt, e non solo, con un diluvio di meravigliosi ritratti. A proposito di ritratti, c’è un fantastico Gainsborough… ho chiesto se me lo lasciavano portare a casa, ma mi hanno detto di no. Ci sono anche un paio di Caravaggio, diversi Sargent, il celebre Carpaccio con il Giovane Cavaliere e, se devo essere sincera, adesso comincio a fare confusione tra Prado e Thyssen, Thyssen e Prado… Troppe cose belle in un giorno solo, anche se tra l’uno e l’altro ci siamo concesse una pausa al Parque del Buen Retiro, con il suo stagno rettangolare, quello che forse è l’unico monumento a Lucifero in tutto il mondo e la Rosaleda, un roseto che vale la pena di essere visto persino in settembre – che cosa sarà a maggio?

Madrid è una città verde, piena di giardini e con tanti viali alberati, e dè una città dove, in apparenza, tutti mangiano fuori in continuazione. Seguendo i locali si può finire a colazione nella pasticceria che fu di Pio Barroja, e a cena nel seminterrato di una deliziosa, rumorosa e allegra taberna di Latina, dove tengono le olive in piccole giare di coccio.

Ecco. Oggi giornata di esplorazione cittadina. Strano ordine in cui fare le cose, lo ammetto. Che dire? E’andata così.

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Cartoline da Madrid II

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Questo comincia a sembrare un viaggio di ritardi e di attese. Non si sa come e perchê, ma un’attesa alla stazione di Atocha non e’ nulla di particolarmente ricreativo. A dire il vero, nemmeno il viaggio lo e’, nelle temperature siberiane delle ferrovie iberiche… Oltre i finestrini sfilano sessanta km di colline brulle, erba bruciata, alberi dall’aria polverosa. La ferrovia è scavata tra roccia rossiccia e muretti a secco, il cielo è azzurrissimo, con qualche pennellata di nuvole sfilacciate dal vento. Non è bello in senso stretto, ma è molto la Spagna come la si immagina: non è difficile immaginare il convoglio reale di Filippo II in viaggio,  lento e nero, attraverso questo paesaggio – oppure una colonna di soldati napoleonici in marcia.

E poi S. Lorenzo del Escorial. Non ho citato Filippo a caso, prima. Il posto è simbolico dell’animo del suo costruttore: una mole austera e solitaria di granito grigio che racchiude collezioni d’arte e di progetti architettonici, la magnificenza gelida del Panteòn – tutta nera, oro e porpora – una sterminata biblioteca, giardini pieni di luce, file di tombe di Infantes, una basilica dove tutto è sacrificato alla maestosità dell’insieme e sale progettate per poter ammirare il tramonto dalle finestre, tra le quali sono appesi i quadri che celebrano la “pacificazione” delle Fiandre. L’uomo è lì, nelle contraddizioni del posto che ha creato.

Poi ci si ritrova faccia a faccia con i ritratti: Filippo, Carlo V, Don Juan de Austria, Doña Maria di Neuburg (l’eroina del Ruy Blas) e il suo orrido marito, Carlo II…

Adesso mi fermo e parto in direzione Prado.

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Cartoline da Madrid I

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Lo sciopero dei controllori di volo francesi e le conseguenti due ore di ritardo mi hanno derubata di parte del mio primo pomeriggio spagnolo. Tuttavia, ne è rimasto abbastanza per vedere che Madrid e’ vivace, animata e molto ventosa – e che trovare un caffe’ decente non è’ facile.

Nuestra Señora del Consejo e` una bellissima chiesa barocca e imponente, del barocco austero e luminoso dei Gesuiti. Un tempo e’ stata cattedrale della cittá, poi sostituita dall’Almudena. Vi si celebrano devozioni dai nomi meravigliosi come el Gran Poder, Nuestra Señora de la Fuensanta e el Santisimo Cristo de la Buena Muerte. Sulla cassetta delle elemosine sta scritto La parte de Dios y de mi hermanos. Nella Capilla de San Isidro, deliziose anziane signore – membri della Real y Muy Primitiva Congregacion e orgogliosamente Gatas, vale a dire madrilene veraci – raccontano la storia del Santo con colorita passione. In qualche modo sembra strano che una capitale abbia per patrono un santo contadino, vero?

E poi in giro nel vento,  con i mangiafuoco in Plaza de la Puerta del Sol e i suonatori di chitarra agli angoli delle strade.

E adesso via, con destinazione El Escorial.

 

considerazioni sparse

Cinque Giorni a Madrid

E così parto.

Dopo un’estate passata tra il computer e la sala prove, mi prendo una vacanz(in)a e, mentre leggete questo, sono in viaggio per Madrid. Cinque giorni compresi i viaggi, il che vale a dire davvero poco tempo e solo bagaglio a mano, ma non vedo l’ora.

I programmi, al momento comprendono una giornata intera al Prado e una all’Escurial, sulle tracce di Filippo II che, dite quel che volete, a me piace tanto. Mi piace in Schiller, mi piace in Verdi – mi piace un po’ meno in Foscolo, Otway e Saint-Real, per dire il vero – e mi piace storicamente. L’altra sera passeggiavo tra le legioni romane sconfitte da Annibale, domani o dopo visiterò l’Avello dell’Escurial* e, siccome anche il Palacio Real è in programma, le sale in cui si aggiravano Filippo, Elisabetta di Valois, Ana Mendoza e tutti gli altri (tranne il Marchese, si capisce).

“Riposati,” mi si è detto stamattina, sentendo che partivo. Non credo che sarà la vacanza più riposante del mondo, perché ci sono troppe cose che voglio vedere, troppa storia, troppe storie, troppi palazzi, troppi musei, troppi giardini e troppo poco tempo – e tra un Velazquez e una tomba reale, vorrei avere anche il tempo per quelle cene tardive a tapas e sangrìa, per fare un po’ di esercizio di Spagnolo e per badare all’atmosfera della città.

Pretty tall order, ma vi terrò informati. Connessioni permettendo, da domani e per alcuni giorni, cominciano le Cartoline da Madrid.

Hasta luego!

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* Potrei trattenermi, dovrei trattenermi – ma non lo faccio. “Dormirò sol sotto la volta nera, là nell’avello dell’Escurial”, cantava Ruggero Raimondi nei panni di Filippo… e Jane (inglesissima di Bath e studentessa di Law and Italian), si tolse la cuffia e mi guardò dubbiosa. “Lah neyl lavello? He wants to sleep in the sink?