considerazioni sparse

Stelle Cadenti & C. – Un Post Blu e Oro

cielo-stellato.jpgEssendosi S. Lorenzo, ieri sera ci si è appostati in giardino a naso in su, a caccia di stelle cadenti. La messe è stata magra: una stella in tutto, anche se, devo dire, alquanto spettacolare. Una scia lunghissima, tanto che solo io sono riuscita a non esprimere il desiderio perché ero troppo intenta a indicare ed esclamare “Aaah!”, come se avessi cinque anni e mezzo.

Pazienza. Per il resto, comunque, siccome non succedeva granché nella volta celeste, abbiamo passato il tempo con una caccia alle stelle d’altra natura: citazioni, titoli, musica, modi di dire e via dicendo.

Naturalmente si è cominciato con le vaghe stelle dell’Orsa (che tutti sapevamo benissimo di tornare a contemplare, per uso, ogni 10 di agosto), le stelle che stanno a guardare (e ieri sera davvero non hanno fatto granché d’altro), e infine uscimmo a riveder le stelle, fino a quando gente in vena di effetti speciali se n’è uscita con Virgilio secondo Annibal Caro*: Era la notte e già di mezzo il corso cadean le stelle. C’è voluto un po’ perché, nel silenzio creato da tanta spettacolare erudizione, qualcuno avesse il coraggio di replicare col pascoliano Il vento passa e passano le stelle. Da Alessandro Magno, per una di quelle associazioni dissennate, siamo passati all’ispettore Javert, che nella versione musicale de I Miserabili canta Stars giusto prima di suicidarsi. Visto che si parlava di musical, abbiamo citato en passant Starlight ExpressA Star is Born, il che ci ha portati a modi di dire come stella del cinema, risultati stellari, prezzi alle stelle, dalle stelle alle stalle, vedere le stelle (reso nel frattempo attuale dalla volpe del deserto che si era schiacciata un dito con la sdraio), gli alberghi a x stelle, e le stellette che noi portiamo – son disciplina – son disciplina, ed era inevitabile che qualcuno prima o poi tirasse in ballo il fatto che le stelle sono tante, milioni di milioni

Poi siamo tornati relativamente seri con E quando miro in cielo arder le stelle, dico tra me pensando: a che tante facelle? Dopodiché, indovinate che ha tirato fuori la notte silenziosa, madida di rugiada e scintillante di stelle, da non so più quale romanzo di Conrad? Per cui, a titolo di ritorsione, è arrivato Saint-Exupery, con quelle cosette che brillano, quelle cosette dorate che fanno sognare i fannulloni. E’ il genere di azione proditoria che grida vendetta: la stella gialla di Emily Dickinson, che con passo leggero entra nella sera come in una sala astrale, e la Via Lattea di Kipling, che ruggisce come un guado gonfio di pioggia… E a questo punto i duellanti sono stati richiamati all’ordine in virtù della Croce del Sud di Lorca: per quanto fossimo nell’emisfero sbagliato, come ignorare un trifoglio di fosforo fragrante e diamanti di brina azzurra?**

Fortunatamente non ho vicini troppo vicini, per cui, quando ci siamo messi a cantare che al di là delle stelle, al di là delle cose più belle ci sei tuuuuu, nessuno è stato mosso a denunciarci per schiamazzi notturni. Invece abbiamo continuato indisturbati ed eterogenei, con Sul colle di Nava vicino alle stelle – le cose son belle, le cose son belle,*** E lucevan le stelle, tramontate stelle (che all’alba vincerò), Stella stellina – la notte s’avvicina, Quante stelle, quante stelle, dimmi tu la mia qual’è, Stars dei Simply Red, Twinkle, twinkle little star, It was written in the stars, e gli estremamente appropriati Catch a falling starWhen you wish upon a star. Vaghe stelle dell’Orsa, che oltre ad essere un film di Visconti è una canzone dei Matia Bazar, nessuno era in grado di cantarla.

Poi pareva tardi per ululare ulteriormente, e siamo tornati alla letteratura con il viaggio immaginario di Cyrano, che sostiene di essere appena caduto dalla luna, arrivando con gli occhi pieni di polvere di stelle – e un capello di cometa sulla giacca. Durante il viaggio è stato morso a un polpaccio dall’Orsa Maggiore (mentre l’Orsa Minore è ancora troppo piccola per mordere) e ha constatato che Sirio di notte si mette il turbante. Racconterà tutto in un libro, in cui userà per asterischi le stelle d’oro che gli sono rimaste impigliate nel mantello…

A questo punto a qualcuno sono venute in mente (per nessun motivo in particolare) Dorabella e Fiordiligi che, spesso e volentieri, si abbandonano ad esclamare Stelle! anziché Numi! o Cielo!, il che, molto naturalmente, ci ha condotti ad enumerare Guerre Stellari, Star Trek, Stargate, Star Quest, Starship Troopers, Captain Star e Starman. C’è poi stata una piccola discussione se Guida alla galassia per autostoppisti valesse o meno: abbiamo deciso di no, perché questo avrebbe comportato l’ammissibilità di Galaxy Quest, Galaxy 999 e via dicendo, da cui non sarebbe stato difficile scivolare a includere lo spazio in generale, e tutti sappiamo che razza di china sia quella. Peccato che la decisione abbia invalidato la Via Lattea di Kipling, ma pazienza: innegabilmente (e per fortuna) non stavamo guardando galassie cadenti. Però probabilmente Andromeda vale.

Infine, in ordine del tutto sparso, sono arrivati Guarda le stelle, come sono belle – e lor son tanto belle che innamorar mi fan (canto degli Alpini), la Stella della Senna, l’espressione inglese starry-eyed, nel senso di ingenuamente ottimista, Estella di Grandi Speranze, Stella Maris, le stelle marine e le stelle alpine, Shooting Star (che, mi si assicura, era la sigla di coda di Goldrake Ufo Robot, ma è anche il nome della macchina di Jack Powell in Wings), the Star Chamber, Diventerai una star, Chobin il principe delle stelle, i biscotti pandistelle, l’anice stellato, le stelle di natale, per aspera ad astra… quando ho tirato in ballo Marlowe (Sei più bella della sera ammantata nello splendore di stelle a migliaia e le stelle amiche che avevano profetato qualcosa alla nascita di Tamerlano), gli ospiti hanno cominciato a defilarsi. notte-stellata.jpg

Non lo trovo del tutto giusto, perché nessuno ha minacciato di lasciare a piedi chi citava il cielo intarsiato di patène d’oro e declamava Doubt thou the stars are fire… Perché Shakespeare sì e Marlowe no? Ad ogni modo, ci siamo salutati su Earendil**** – stella della sera, Stellata di Bondeno, le fortificazioni a stella di Palmanova e la Notte Stellata di Van Gogh. A conti fatti, è stato molto divertente, ma è un mezzo miracolo che abbiamo visto anche quell’unica stella cadente, visto quanto eravamo in tutt’altre faccende affaccendati!

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* Vale a dire Annibal Caro con qualche riferimento a Virgilio…

** Ammiro la gente che, quando cita a memoria, lo fa con accuratezza. Io, lo confesso, baro. E’ per questo che Kipling e Dickinson non sono riportati in corsivo…

*** Don’t. Ask. O se proprio dovete, è una canzone di prima del diluvio che solo mia madre pareva conoscere – però le stelle c’erano e quindi valeva.

**** So che ci vorrebbe una dieresi da qualche parte, è solo che la mia tastiera non ha dieresi.

grillopensante

Calvin, Hobbes e la Scrittura

Potrebbe sembrare che qui mi tiri, come suol dirsi, la zappa sui piedi, ma sto lavorando sul mio paper per un convegno di Archeologia Sperimentale cui interverrò a settembre, e quando mi sono imbattuta in questo non ho resistito. Traduzione mia.

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Esiste davvero qualcuno a cui non piacciono Calvin & Hobbes? 

cinema

Romeo And Juliet

Finestra su un altro mondo: il trailer della versione di Romeo And Juliet del 1936, con Leslie Howard (pre-Via Col Vento) e Norma Shearer. Notate come viene presentata la storia (la famiglia di questa ragazza… la famiglia di questo ragazzo…), notate il modo in cui si incoraggia lo spettatore a identificare l’interprete con il personaggio, e notate i prezzi popolari.

Ho già detto che adoro i vecchi trailer?

E buona domenica!

blog life

Festa di Compleanno

ultra_cute_2_years_old_birthday_cake_stickers-p217560530221466607tdcj_525.jpgSenza Errori di Stumpa compie 2 anni.

Ha 392 post, occupa 22 MB di spazio su disco ed è la mia croce e delizia.

Anni fa, mentre aspettavo vicino all’ingresso degli artisti del Théàtre du Chatelet a Parigi, ho visto degli operai caricare su un camion gli strumenti della London Symphony Orchestra. Parte di me inorridiva davanti allo sbrigativo vigore con cui trattavano violoncelli e timpani, e l’altra parte prendeva appunti mentali “per un post”. Lì ho capito che il blog aveva saldamente preso possesso di qualche lobo del mio cervello – ma stiamo parlando di un’arcadia in cui postavo quando me ne saltava l’uzzolo e raccontavo graziosi episodi nonsense.

Quando ho cominciato Senza Errori di Stumpa, mi sono detta ariosamente: be’, sarà ancora così, solo che adesso scriverò di libri miei e altrui, di scrittura, di editing e di altre amenità consimili. Quanto può essere difficile?

Chiaramente non avevo idea.

Così come non avevo idea che mi sarei messa a postare quotidianamente, che avrei esteso la mia attenzione alla scrittura pubblicitaria e alla narratologia… be’, quella forse avrei potuto aspettarmela, ma di certo mi sono mossa in direzioni inattese rispetto alle intenzioni iniziali. Così adesso ogni mattina, per prima cosa, mi siedo al computer e cerco di raccontare qualcosa di diverso – possibilmente d’interessante – in fatto di libri, personaggi, trame, storia, storie e via dicendo. Io mi ci diverto un mondo: approfondisco curiosità e dubbi, ripesco vecchie letture, dò corso alle mie ossessioni storico-letterarie (ve ne siete sorbiti di Annibale, Marlowe e Lord Jim in questi due anni, eh?), rifletto sulle mie teorie e le mie pratiche, sistematizzo, prendo voli pindarici, analizzo e penso. A volte mi sembra che pensare e scrivere siano le due sole cose che so fare – pochino, lo ammetto, ma allora non c’è che dire: un blog è proprio quel che mi ci vuole.

E poi adoro il dialogo con voi, o Lettori. Adoro quando un post avvia una discussione o un confronto, un mezzo gioco o uno scambio di aneddoti e ricordi. Adoro quando un commentatore dice di avere trovato su SEdS motivo di riflessione, di essersi fatto una risata, di avere scoperto un libro da leggere o un argomento di cui interessarsi. *bows low from the waist* Grazie a tutti: a chi passa, a chi commenta, a chi torna spesso, a chi capita per caso, a chi legge fedelmente. Grazie e ad majora – sperando di ritrovarci ancora tutti qui fra un anno.

Fette di torta virtuali a tutti e, a titolo di cotillon, il racconto La Stagione delle Saette, Premio Speciale della Giuria a Stagionalia 2007: La Stagione delle Saette.pdf

grillopensante · Spigolando nella rete

Parabole Web: L’Internet Marketing Come Narrativa

Cominci con lo scaricare un e-book gratuito di blogging strategies e, prima di accorgertene, ti ritrovi la casella di posta zeppa di offerte di ogni possibile genere. Del viagra e dei rolex taroccati, misericordiosamente, si occupa l’antispam – ma l’Internet Marketing e dintorni lo lascio arrivare, e in parte lo leggo, perché sono affascinata dal fenomeno. Lo sono sotto due aspetti: in primo luogo, anche questa è scrittura, con le sue tecniche e i suoi principi narrativi – but more of that later; in secondo luogo, sembra esserci un’infinita quantità di gente che vive (o spera di vivere, francamente non ne ho idea) vendendo marketing ai marketers. L’immagine è quella di un mercato di venditori di vitamine in cui ciascuno si rinforza con le vitamine altrui per produrre e vendere le proprie vitamine.

Ma non sono fatti miei, io mi occupo di scrittura, e adesso ci arriviamo, perché la sales letter, questo ubiquo e irrinunciabile strumento con cui qualcuno cerca di vendere qualcosa a qualcun altro è diventata praticamente un genere letterario, con le sue convenzioni e le sue formule narrative. A parte la maggiore o minore capacità dell’estensore, la storia tende a seguire una di due strade.

Il sottogenere A), che potremmo chiamare Parabola Salvifica, funziona così:

1) Salve, sono XXX, un ex impiegato/una mamma single/un universitario/una persona media. [E qui stabiliamo l’illusione di un contatto personale. Spesso c’è anche una foto.]

2) Un tempo ero come te, facevo un lavoro che odiavo, sgobbavo tutto il giorno senza soddisfazioni, non avevo mai tempo per la mia famiglia e/o non guadagnavo abbastanza. [Rifletti, o Lettore, sulla tua infelice situazione]

3) Ma poi mi sono licenziato/sono stato licenziato/ho avuto un periodo difficile/ho avuto un figlio. [Ecco il cambiamento, o Lettore – e il cambiamento è cosa buona.]

4) Ero depresso/disperato/incerto/spaventato, ma poi ho scoperto il prodotto/l’idea/la tecnica/la forma d’arte/la terapia che ha cambiato la mia vita. [E che cambierà la tua, o Lettore! ]

5) La mia vita è cambiata! Pur non avendo competenze specifiche, ho creato dal nulla un’attività che mi consente di mantenere la mia famiglia e concedermi piccoli lussi (oppure ho ritrovato la pace interiore/la fiducia in me stesso/la gioia di vivere).

6) Pensa a come sarebbe bello se anche tu potessi vivere felice, concederti viaggi ai Caraibi o cene nei ristoranti eleganti, dipingere ombrelli giapponesi, passare un sacco di tempo con i tuoi bambini, guadagnare senza fatica! [E identifica i tuoi desideri con questi esempi concreti, please! ]

7) In fondo basta poco, pochissimo: il prodotto YYY cambierà la tua vita come ha cambiato la mia. [E ancora nessuna menzione di prezzo.]

8) Non vorresti una vita migliore? E in più ti garantisco che, se non sarai più felice/più ricco entro due mesi, ti rimborserò fino all’ultimo centesimo. [Perché io sono una persona seria, e ci metto la faccia, ecc…]

9) Ricapitoliamo: ti offro tutta una nuova vita, giusto? Quella dei tuoi sogni, giusto? E te la offro (insieme a numerosi omaggi collaterali) per soli 37 $… [Ti sembra ancora troppo? ]

10) Ma siccome sei tu, e per oggi soltanto, facciamo 15 $ e non se ne parli più!!

E poi c’è il sottogenere B), Segreto Rivelato:

1) Salve, sono YYY e da (numero più o meno plausibile) anni mi guadagno da vivere su Internet. [qui può esserci la storia della vita oppure no, dipende: c’è l’ex manager che quindi “sa”, e c’è l’ex ballerina classica che “non sa”, ma è la prova che non serve un’educazione specifica…].

2) Tu e io sappiamo bene che il problema principale con l’Internet Marketing è [problema del giorno: traffico, lista di sottoscrittori, conversione in vendite… va a ondate]. Il motivo per cui il 90% di chi tenta di far soldi in rete fallisce è la mancata conoscenza dei meccanismi del problema del giorno.

3) Lo so che la rete è piena di tecniche, guru, manuali, ricette miracolose… ma siamo franchi: le abbiamo provate tutte (spendendo un sacco di soldi e perdendo un sacco di tempo) e non funzionano.

4) Ma io ho scoperto/programmato/trovato/inventato La Soluzione. Dimenticati le faticose/costose/complesse tecniche della concorrenza: qui c’è il prodotto che ti permetterà di potenziare il tuo internet business [e vivere la vita che hai sempre sognato, ma questo non è sempre presente in modo esplicito.

5) La mia Soluzione fa questo, questo, questo e quest’altro, e prepara un ottimo caffè. Tutto automaticamente, tutto senza fatica: io ho impiegato X anni e Ymila dollari per arrivarci – tu puoi fare presto, approfittare della mia curva di apprendimento e non pensarci più.

6) Non vorresti che la tua attività prosperasse cieli interi al di sopra della concorrenza? E in più ti garantisco che, se non funziona entro due mesi, ti rimborserò fino all’ultimo centesimo.

7) Ricapitoliamo: ti offro La Soluzione ai tuoi problemi, giusto? E te la offro (insieme a numerosi omaggi collaterali) per soli 37 $…

8) Ma siccome sei tu, e per oggi soltanto, facciamo 15 $ e non se ne parli più!!

Tendenzialmente La Parabola è destinata al profano, mentre il Segreto è presentato come l’unico dettaglio che manca all’iniziato in cerca di successo. Poi ci sono variazioni  più o meno ingegnose sul tema e combinazioni diverse a seconda del prodotto e del target. Non tutte hanno l’aria di essere state ideate da gente sveglissima.

 Oggi mi sono ritrovata nella casella l’ennesimo enneafarmaco del traffico web: Non avrai più bisogno di SEO, backlinks, articoli e social media – che comunque non funzionano! Avrai la mia meravigliosa, facilissima, brillante e micidialmente efficace Soluzione, la imposterai una volta e poi sarai sommerso da più traffico di quanto tu possa gestirne! E La Soluzione è tua per 37, anzi per 27, anzi no: facciamo per 15 $, insieme a questi favolosi, utilissimi libri omaggio che ti permetteranno di padroneggiare SEO, backlinks, articoli e social media!

Er… mi sa tanto che o a lui o a me è sfuggito qualcosa, vero?

grillopensante · libri, libri e libri

Facciamo Che…

Forse è il più diffuso, il più universale e il più amato tra i giochi infantili, quello che porta in mondi più lontani, quello che conosce le varianti più disparate e personali: facciamo che io ero Questo, e tu eri Quello, e il salotto era un castello… Giocare a fingere. Con o senza bambole, soldatini o animali di pezza, ricreando le avventure di una storia sentita raccontare o inventando di sana pianta, riproducendo la maternità, il lavoro, la guerra, i rapporti sociali – sempre in qualche specie di equilibrio tra prove tecniche di mondo e il what if più sfrenato.

Chi non ha mai – ma proprio mai – giocato a fingere che… alzi la mano e non si aspetti di essere creduto.

In definitiva, i rapporti tra questo gioco e la letteratura sono stretti: una storia raccontata partendo da un’ipotesi iniziale, la sospensione dell’incredulità, e tutte le possibilità aperte entro le regole del gioco. Narrativa embrionale, e il legame è ancora più evidente nell’espressione inglese make-believe che, a differenza del corrispondente italiano “fare finta” non è associata a connotazioni di menzogna e d’inganno, ma pone l’accento sulla sospensione dell’incredulità da parte del soggetto.

Quindi non è sorprendente che in letteratura si trovino esempi di make-believe, tanto narrati quanto praticati da narratori più o meno in erba- semmai c’è da stupirsi che non ce ne siano di più.

Nella letteratura per fanciulli, il MB è moneta corrente, con vari tipi di significato. Louisa Alcott ne fa un uso frequente e diversificato. In Piccole Donne, le quattro sorelle March riproducono una versione semplificata del viaggio di Christian, il protagonista del Libro del Pellegrino di Bunyan, partendo dalla cantina (Città della Distruzione) e salendo fino alla soffitta ribattezzata Paradiso. Il gioco è chiaramente educativo, e non è chiaro se sia stato ispirato dal padre ecclesiastico o semplicemente ideato dalla vulcanica Jo, ma la scena in cui viene rievocato serve a caratterizzare tanto le quattro ragazze quanto il tipo di educazione che hanno ricevuto. Sotto i Fiori di Lillà, comincia con una lunga scena di MB, la festa di compleanno della bambola in cui due sorelline ricreano i riti di un piccolo mondo sicuro e bene ordinato. L’arrivo del piccolo protagonista – un orfanello fuggito da un circo – scombinerà gioco, realtà e senso di sicurezza. Il racconto Dietro la Maschera presenta una versione più adulta e più inquietante del gioco: in una grande casa di campagna inglese, un gruppo di giovani gioca ai quadri animati con dei vecchi costumi teatrali. Apparentemente l’istitutrice scozzese si lascia coinvolgere un po’ troppo nella finzione con il bel fratello della sua allieva, qualcuno crede al gioco, qualcuno recita, qualcun altro finge – ma non tutto è come sembra.

Più spesso, tuttavia, il MB appare in vesti meno sofisticate. E’ il caso di Momo, di Michael Ende, i cui piccoli protagonisti si lanciano in un’epica avventura immaginaria, fingendo che un vecchi anfiteatro abbandonato sia una nave oceanografica. L’episodio non ha un ruolo narrativo particolare (a parte forse stabilire le posizioni di vari ragazzini all’interno del gruppo), ma la scrittura rende bene l’entusiasmante straniamento di quei prodigiosi pomeriggi che durano un lampo e un secolo insieme. 

Un esempio particolarmente significativo si trova in Puck of Pook’s Hill, di Kipling: nel crepuscolo della sera di Mezz’Estate, Una e Dan recitano una versione adattata di Shakespeare, e la recitano all’aperto, in un cerchio delle fate. Non è chiaro se stiano giocando al teatro o ad essere i personaggi, ma di certo, in un modo che accomuna significativamente gioco, letteratura e incantesimo, Puck in persona obbedisce alla convocazione e compare ai due ignari bambini.

Ho un ricordo molto vago di un libro per ragazzi degli Anni Ottanta – di cui mi sfuggono titolo e autore sicuramente italiano. La storia non era particolarmente memorabile, ma conteneva una scena interessante: entrando di nascosto nel giardino di una casa abbandonata per recuperare un pallone, due ragazzini sorprendevano due coetanee che, con gonne lunghe e bigiotterie sottratte alla mamma, giocavano “a regina e principessa”. “Ma che cosa fanno?” chiedeva uno dei due sbalordito. “Giocano a recitare,” era la risposta. “Le bambine lo fanno spesso.”* Il che sembrava voler implicare una distinzione dei ruoli: calcio per i bambini, make-believe per le bambine. Nell’ultimo capitolo, a mistero risolto, le bambine dichiaravano di avere perso interesse nel giocare “a regina e principessa”, ma non pare che la maturazione di un ragazzino implicasse parimenti il superamento del calcio.

Nella maggior parte dei casi, il MB è associato all’infanzia, ma l’associazione non è sempre particolarmente lieta. Per citare due esempi che più diversi non potrebbero essere, gli eroici sogni ad occhi aperti del futuro Lord Jim (e sostengo con fermezza che, per un bambino solitario, i sogni ad occhi aperti valgono come MB) si riveleranno profezie ironicamente crudeli, e Peter Pan, un ininterrotto, particolarmente magico MB per i fratelli Darling e i Bambini Smarriti, è una storia di irrecuperabilità e di perdita dell’innocenza.**

Quando poi all’aspetto deliberatamente ludico si sostituisce l’imitazione del mondo adulto, la faccenda può assumere colori più sinistri. I Ragazzi della Via Pal di Molnàr e i personaggi de La Guerra dei Bottoni di Pergaud “giocano” alla guerra in modo molto realistico, con tanto di feriti veri e addirittura un morto, in una delle scene più lacrimevoli della storia della letteratura. De Il Signore delle Mosche di Golding non cominciamo nemmeno a parlare, volete? Nei Promessi Sposi, che per fanciulli non sono, alla piccola Gertrude non vengono mai date altro che bambole vestite da monaca, giusto perché non si faccia idee balzane. In Jane Eyre, la piccola (e a dire il vero insopportabile) Adèle viene energicamente scoraggiata dal danzare, perché la madre assente, francese, ballerina e poco seria***, è tutto fuorché un modello da imitare.

Questo MB in chiave negativa sembra una scelta bizzarra da parte di Charlotte Bronte, considerando il ruolo che il MB aveva avuto nella sua formazione personale e letteraria (e che ancora aveva nella vita delle sue sorelle). La profonda e duratura passione dei quattro ragazzi Bronte per i loro regni immaginari e le loro generazioni di personaggi si spingeva al limite dell’ossessione, e nei diari di una Emily ventisettenne si trova questo episodio :

Anne e io abbiamo fatto il nostro primo lungo viaggio da sole e insieme. Siamo partite da casa lunedì 30 giugno, abbiamo dormito a York, siamo arrivate a Keighley Martedì sera, abbiamo dormito lì e siamo tornate a casa a piedi mercoledì mattina. Il tempo era incerto, ma ci siamo divertite moltissimo – tranne per qualche ora a Bradford – e durante il viaggio abbiamo giocato ad essere Ronald Macelgin, Henry Angora, Juliet Augusteena, Rosobelle Esraldan, Ella e Julian Egramont e Catherine Navarre e Cordelia Fitzaphnold. Fingevamo di essere fuggite dal Palazzo dell’Istruzione per raggiungere i Realisti, al momento in rotta davanti ai Repubblicani vittoriosi. (traduzione mia)

Ed ecco che ritorniamo al punto di partenza: make-believe e letteratura. Tutta la produzione poetica di Emily Bronte è basata sul regno immaginario di Gondal che aveva creato insieme ad Anne, e la trama di Cime Tempestose è di derivazione altrettanto gondaliana. Il legame è meno forte nei romanzi di Anne, ma la Jane Eyre ha la sua origine in diverse eroine di Angria, bruttine e indipendenti. Se dico che quei giochi, quei sogni ad occhi aperti e quelle irrealtà condivise hanno fatto delle sorelle Bronte le autrici che sono diventate, non credo di esagerare molto. Se il make-believe è narrativa embrionale, la narrativa si può considerare make-believe adulto – e il viaggio a York di Emily e Anne ci dimostra che fra la distanza tra i due è molto ridotta.

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* Insisto nel dire che non era memorabile. Se ricordo questo passaggio così dettagliatamente è perché – no doubt – il mio subconscio sapeva fin d’allora che un giorno avrei tenuto un blog letterario…

** Se poi si accetta l’ipotesi secondo cui Peter Pan sarebbe basato sul fratello maggiore di Barrie, morto a tredici anni, e che la madre orbata si consolava dicendosi che il suo bambino morto sarebbe rimasto bambino per sempre, il tutto diventa ancora più allegro.

*** In un qualsiasi ordine di gravità.

 

 

 

pennivendolerie · Somnium Hannibalis

Recensione su Sedicimantova

Sì, lo so, oggi ho già postato.

Volevo segnalare la recensione che Riccardo Savoldo ha dedicato a Somnium Hannibalis sulle pagine elettroniche di Sedicimantova, e-magazine di cose non solo mantovane, attualità, politica, cultura e servizi. Recensione qui.

E già che ci sono, colgo l’occasione per ringraziare chi ha votato il mio video per il concorso Talysmana. Sono arrivata quinta, e quindi non figurerò nel romanzo, ma è stato un buon risultato. Grazie a tutti!

grillopensante

Ricordando Elvira Sellerio

E’ mancata ieri la signora Elvira Sellerio, fondatrice dell’omonima casa editrice siciliana.

La signora dei piccoli libri blu, delle storie inconsuete e talvolta desuete, delle scelte non convenzionali e dei saggi raffinati. La signora che si era licenziata da un ufficio pubblico per diventare editrice e aveva investito la sua liquidazione nell’impresa. La signora che ha fatto tanto per riscattare la storia tragica della Sicilia attraverso la letteratura e la cultura – riuscendo a non chiudersi in un recinto insulare.

Si è sempre respirata un’aria di ideale e mestiere ben conciliati, attorno al lavoro editoriale di Sellerio, professionalità ed etica dell’editoria e della scrittura, necessità vitale e gioia della lettura. Dicono che la signora Elvira amasse ripetere una citazione di Borges: chi non legge è un masochista, perché si priva del diritto alla felicità. Si sentirà la sua mancanza.

Piccolo ricordo personale. Anni e anni fa, mandai a Sellerio una prima versione de La Mela Rossa. Non una prima stesura – la prima versione nella migliore stesura di cui allora ero capace. Ero molto giovane e acerba del mestiere, e quella Mela era, nella più benevola delle ipotesi, ingenua assai. Allora non sapevo ancora che le case editrici si dichiarano interessate per telefono e respingono per lettera, per cui l’arrivo della lettera di rifiuto fu un’emozione… ma a differenza delle altre volte, non era una formula prestampata su carta intestata. La lettera era scritta a macchina, da parte di una persona che aveva letto il libro per davvero e non l’avrebbe pubblicato, ma mi spiegava quali erano i punti deboli e gli aspetti promettenti e mi incoraggiava a continuare. Per la piccola universitaria piena di fuoco sacro e dubbi misti assortiti, quella lettera firmata (a biro) “Elvira Sellerio” fu una felicità: d’accordo, non c’ero ancora – nemmeno da lontano – ma avevo meritato il tempo, l’attenzione e l’incoraggiamento di un’editrice in persona. Ero sulla strada.

Ho un debito di gratitudine nei confronti della signora Sellerio, che mi ha dedicato il tempo di dirmi che avevo tanto da imparare, ma valeva la pena di farlo. Il suo era un modo di fare editoria di cui si sentirà la mancanza.

grilloleggente · libri, libri e libri

Per Cause Di Forza Maggiore

Spoilers Ahead: finali rivelati e cose del genere. Lettore avvertito – con quel che segue.

Mercutio'sDeath.jpgChi è il vostro personaggio preferito in Romeo e Giulietta? Se, come la Clarina, avete un debole per Mercuzio, sappiate che siamo in buona e numerosa compagnia. Il poeta John Dryden scrisse nel 1672: “Shakespeare aveva profuso tutta la sua abilità nel creare il suo Mercuzio, e diceva che, al terzo atto, era questione di ucciderlo o esserne ucciso.” Non abbiamo idea di quanto sia plausibile o spuria l’affermazione riportata, ma stando a Dryden, Mercuzio aveva un tantino preso la mano al suo autore, che lo aveva eliminato per l’equilibrio della tragedia e il bene di Romeo. Siamo sinceri: Romeo sospira, Romeo lamenta, Romeo mormora teneri nonnulla alla ragazzina del suo cuore, e appare generalmente stupido ogni volta che il suo amico è nei paraggi. Mercuzio fa battute ciniche, capisce la politica di Verona, duella verbalmente e alla spada, discetta di linguistica e di fate. E quando le cose si mettono male, Romeo non trova di meglio che mettersi di mezzo, dando a Tebaldo il destro di ferire a morte Mercuzio. Oh certo, la morte di Mercuzio è un punto cardine, segna la promozione di R&G da commedia a tragedia, e scuote Romeo dalla sua estasi amorosa, mostrandogli come funziona il rapporto di causa ed effetto e spingendolo a uccidere Tebaldo – per cui copre una serie di valide ed oggettive funzioni narrative. E però… Bisogna considerare che Mercuzio è largamente una creazione di Shakespeare: nelle fonti è poco più che un nome, e non ha nulla a che fare con Tebaldo, che riesce benissimo a farsi spacciare da solo. Shakespeare lo prende e gli dà una personalità ben definita e attraente – forse persino più attraente di quella del coprotagonista eponimo. Perché Romeo, pur scritto con tutta la finezza, è creato come un Primo Amoroso da commedia italiana, standard fare, mentre Mercuzio, volatile, attaccabrighe, sognatore, irriverente e filatore di parole, è un perfetto poeta elisabettiano. Diciamo, addirittura, il tipo di poeta elisabettiano che Shakespeare avrebbe tanto voluto essere? Salvo poi assassinarlo al terz’atto. Ora, se Dryden ha torto o troppa fantasia, va bene lo stesso: quando Mercuzio muore, tutti siamo abbastanza affascinati da/affezionati a lui per simpatizzare con l’ira funesta e vindice di Romeo. Ma se Dryden ha ragione, allora Shakespeare si è accorto che Mercuzio stava rubando la scena a Romeo e lo ha dovuto eliminare, perché non sta bene che un comprimario sia sempre più brillante, più attraente e più affascinante del protagonista. Se dovessi pronunciarmi, però, azzarderei una combinazione delle due motivazioni: da un lato, è vero che mercuzio ruba tutte le scene in cui compare, e dall’altro, la morte dell’amico, meglio se cum sensi di colpa, è una motivazione vecchia come le colline* e sempre efficace: perché non prendere due piccioni con una fava?

Gli scrittori sono gente fatta così, d’altra parte. Non si butta mai via ll’occasione di far pittorescamente morire qualcuno, e se quel qualcuno poi intralcia il lieto fine o occupa più luce di quella che gli spetta, lo si può considerare storia passata. E’ il caso del povero Lord Evandale in Old Mortality, di Sir Walter Scott. Old Mortality è una storiellona seicentesca** il cui protagonista è il giovane Henry Morton, leader fittizio e riluttante di una sollevazione presbiteriana. Naturalmente, Henry è innamorato di una nobile fanciulla di famiglia molto, molto cattolica, e il suo rivale per il cuore della bionda Edith è il cavalier cattolico Lord Evandale. Solo che Lord Evandale non ha trent’anni più di Edith, non è spregevole, cinico o malvagio: è un bravo, leale, coraggioso ragazzo, un buon comandante e un ammirevole avversario, con debolezze molto umane e le migliori intenzioni. Mrs. Oliphant, romanziera e critica letteraria contemporanea di Scott, racconta che le ragazze che leggevano il romanzo tendevano a dividere le loro simpatie tra Morton ed Evandale, e non c’è da sorprendersi. Quando alla fine ritroviamo Edith findanzata a Lord Evandale, è difficile dispiacersi troppo: Scott ha fatto un buon lavoro con lui, lo ha reso quasi più simpatico di Henry. Ma naturalmente non può finire così: nell’ultimo capitolo, Henry rientra dall’esilio appena prima del matrimonio… e se pensate che sarebbe meschino da parte sua interferire nell’imminente imene, niente paura, ci pensa Sir Walter! Lord Evandale riesce a farsi sparare da un malvagio capitato apposta per l’occasione, e muore tra le braccia di Edith e Morton, non prima di averli ricongiunti. Si capisce, tutti sono molto, molto addolorati e tuttavia, come diceva la mia guida russa a Mosca, molto dispiacie, sì, ma così è la viiiiiita.

Insomma, non si può interferire con il lieto fine e, siccome Lord Evandale non era malvagio, stappargli la sposa per restituirla a Morton sarebbe RupertVSRassendyll.jpgparso brutto. Meglio sparargli, no? Un caso un po’ diverso è quello di Rupert von Hentzau, l’affascinante malvagio de Il Prigioniero di Zenda, nonché del seguito di cui è addirittura villain eponimo. Abbiamo già parlato di Rupert come di un caso di personaggio chiaramente ma felicemente sfuggito di mano all’autore. Sono certa che Hope si sia accorto del deragliamento e abbia deciso di lasciar andare il treno per la sua strada: Rupert e la Ruritania sono le due maggiori attrattive della storia, e sarebbe stato suicida potarne una. D’altro canto, stile a parte, Hope non era uno scrittore del tutto convenzionale: aveva creato un genere, e all’interno del suo genere era molto rigoroso. Dopo aver fatto predicare*** i suoi protagonisti di onore e lealtà per due volumi, non aveva la minima intenzione di ricompensare le loro deroghe alle regole. Defunto il vero Re, non sarebbe affatto inglese da parte di Rudolf Rassendyll godersi la corona e la moglie di un altro uomo, e così (mentre i suoi fidi amici mitteleuropei cercano di convincerlo a restare per il bene della Ruritania), il nostro gentiluomo britannico la prende nelle costole. Però Hope non voleva nemmeno che fossero i malvagi a trionfare, e quindi a questo punto Rupert è morto già da un capitolo o due, ucciso più o meno in duello da Rassendyll. Nonostante abbia più o meno barato in duello (peccato mortale per l’epoca) la morte di Rupert oscilla tra il semitragico e l’eroico. Smiling to the end, he never bent his proud head, eccetera eccetera. Persino il Fritz narrante, guardando il giovane cugino di Rupert che singhiozza disperato sul cadavere, si commuove alquanto, e ritiene di doverci informare che, even in death, he was the handsomest fellow in Ruritania.**** Insomma, per ragioni di simmetria e di morale, l’affascinante, bellissimo, allegramente immorale Rupert andava proprio fatto fuori, e non poteva che essere in duello. Ma che peccato, ha l’aria di dirci Hope. E non è un caso che la morte di Rassendyll sia opera postuma di Rupert, tramite leale servitore in cerca di vendetta per la morte del suo adorato padrone.

Morale, ci sono comprimari, antagonisti o malvagi che ti sfuggono di penna, germogliano a loro piacere e rubano la scena al supposto protagonista. Presto o tardi, se non vuoi che scappino via con tutta la storia, vanno eliminati. Mercuzio muore perché fa ombra a Romeo, Lord Evandale muore per permettere a Morton di sposare Edith, e Rupert muore perché muore Rassendyll – con non poco chagrin dei rispettivi autori. In un certo senso, è un’altra versione di Muore Giovane Chi E’ Caro Al Suo Creatore. Se fossi un comprimario, un antagonista o un villain, cercherei di non catturare troppo la simpatia di chi mi scrive.

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* Achille e Patroclo, anyone?

** Per i melomani, I Puritani di Bellini è ispirata a questo romanzo, passando però per il dramma francese Tètes Rondes Et Cavaliers, di Ancelot e Saintine. Il dramma non lo conosco, ma nell’opera ho sempre simpatizzato per il povero Riccardo, la cui unica colpa in definitiva è quella di essere un baritono – e il baritono, si sa, deve sempre farsi da parte per il tenore, e considerarsi fortunato se è ancora vivo al calare del sipario.

*** Predicare pittorescamente, never fear.

**** Ssssì, e non è solo Fritz. Si può dire che in due volumi non ci sia personaggio, uomo o donna, che non abbia a thing per Rupert, in qualche grado.

cinema · scrittura

C’era una volta, in una galassia lontana lontana…

StarWarsIV.jpgIeri sera ho riguardato Guerre Stellari per la zillionesima volta, e non c’è niente da fare: tutte le volte resto colpita dal modo abilissimo in cui la sceneggiatura combina e manovra elementi narrativi vecchi come le colline.

A partire dall’introduzione su sfondo di cielo stellato*: Capitolo 4 – Una Nuova Speranza. Ovvero, o Spettatore, bada ben che adesso ti precipito in medias res che di più non si potrebbe, non solo in azione, ma nel bel mezzo di una storia già iniziata, una storia vecchia ed epica, che non mi prenderò la briga di raccontarti fin a qui, se non per accenni e spizzichi**.

E poi… bam! Enormi astronavi che inseguono astronavi più piccole (non parteggi già istintivamente per la lepre, o Spettatore?), e molta agitazione sull’astronave-lepre, con questi soldati dall’aria superannuata e vagamente coloniale, questi corridoi pieni di fumo… Non si mette bene. Enter i droidi, che forniscono un po’ d’informazioni essenziali: a) siamo alla frutta; b) stavolta per la principessa sono guai.

Che la situazione non fosse rosea l’avevamo intuito, ma quello che dovevamo scoprire qui è che c’è di mezzo una principessa. Una volta ho partecipato a un workshop, il cui insegnante ci ha spiegato come certe parole siano concettualmente e connotativamente più attraenti di altre. “Su una scala da uno a dieci,” diceva, “principessa è probabilmente a 856.” Come dire che se Leila fosse stata una senatrice o una presidentessa non sarebbe stato assolutamente lo stesso. Tra l’altro, abbiamo visto le astronavi, abbiamo visto i droidi, non c’è il minimo dubbio che siamo in piena fantascienza: che ci fa di preciso qui una principessa***? Sii debitamente curioso, o Spettatore.

Anche perché, per il momento, di lei vediamo ben poco: giusto un paludamento bianco, e poi via, a conoscere il Malvagio. Il Malvagio ha una di quelle entrate che sembrano prese da un romanzo gotico di fine Settecento… ma che dico? L’entrata è presa dai romanzi gotici di fine Settecento, punto. Cue: ominous music. Tra vortici di fumo, un misterioso personaggio in armatura e mantello nerissimi**** avanza lungo il corridoio cosparso di cadaveri*****, e i suoi supersoldati scattano sull’attenti. Chiaramente, siamo davanti a Qualcuno. In rapida successione lo vedremo spezzare il collo con totale indifferenza al comandante che reclama status diplomatico, terrorizzare i suoi subordinati, e più o meno scavalcare il suo comando… Il tutto senza togliersi l’elmo nero, il tutto continuando a respirare male assai… Qui c’è malvagità, o Spettatore, ma c’è anche mistero: chi è costui? Da dove viene? Che cosa vuole? Ha una redenzione in vista? Un’attenuante? Una tragica storia alle spalle?

Indi vediamo un po’ meglio la principessa. Avrà pure le trecce e il lungo abito bianco, ma decisamente non è una damigella indifesa: maneggia un folgoratore con letale disinvoltura e, portata davanti al Malvagio, mente e insulta – o almeno ci prova. Quindi scopriamo che non è nuova a questo genere di numeri (ma a dire il vero lo sapevamo già: “Questa volta per la principessa non ci sono speranze,” aveva detto D3BO), lei e il Malvagio si conoscono bene, ed è amica dei ribelli. Ribelli è un’altra di quelle parole, detto per inciso. Dunque, ricapitoliamo: da una parte ci sono i ribelli comandati da una tosta e graziosa principessa in bianco, e dall’altra gli oppressori rappresentati da un crudele signore della guerra in mantello nero. Per chi parteggi, o Spettatore?

E non dimentichiamoci i droidi, per favore. Prima di essere catturata, la principessa è riuscita a contrabbandarli fuori dall’astrolepre, ma… in un esempio da manuale di “La Vostra Soluzione Ha Appena Creato Un Problema Ancora Più Grosso”, i malvagi se ne sono accorti, e scendono a loro volta sul pianetino sabbioso, dove – non avere dubbi, o Spettatore – Qualcosa sta per accadere.

Ecco qui: la scena è stabilita, completa di dosi industriali di conflitto. E per di più – colpo di genio – finora dei protagonisti abbiamo visto poco o nulla, e quasi tutto ci è stato mostrato dal punto di vista di due droidi! Simpatici droidi, chiaramente intelligenze artificiali dalla spiccata personalità******, ma pur sempre esseri artificiali creati dall’uomo.

Oh… ho l’impressione che George Lucas abbia appena fatto qualcosa alla mia sospensione dell’incredulità: ha inziato a raccontarmi una storia di genere, presentandomela come il capitolo intermedio di una storia narrata, e mostrandomela attraverso gli occhi meccanici di due macchine intelligenti. Dimenticati di avere un’incredulità da sospendere, bambina: non hai bisogno di credere a niente, questa e una storia e tutto può succedere!

Guerre Stellari dovrebbe essere testo di studio obbligatorio.

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* La prima volta che ho visto Spaceballs ho rischiato di strozzarmi con il tè: If you can read this, you need no glasses

** Ed è un’idea talmente buona che, se fosse stato per me, la seconda trilogia non avrebbe mai visto la luce, lasciando allo Spettatore l’agio di ricostrurire i precedenti a sua immaginazione e preferenza.

*** Non è che le principesse siano del tutto inaudite in fantascienza, vedi A Princess of Mars, di E.R. Burroughs, datato 1917, ma restano un nonnulla inconsuete: sii preparato, o Spettatore, perché è probabile che le cose non siano come te le aspetti.

**** E se pensate che il color coding non sia sottile, è perché non sta affatto cercando di essere sottile.

***** L’avevamo detto che per questa gente non si metteva molto bene. C1P8.jpg

****** Pur non essendo una principessa galattica, pur non contrabbandando piani di astronavi e pur non pilotando caccia stellari, voglio anch’io un C1P8.  A quanto pare, potrei.