musica

Tempo d’Estate

Se dovessi scegliere cinque minuti in tutto Gershwin, non ho il minimo dubbio: sceglierei Summertime, con quella linea melodica scura, calda e languorosa come una sera estiva… non sembra sempre di sentirci dentro il frinire dei grilli, il profumo del fieno tagliato e il cigolio di un dondolo di legno?

Sì, d’accordo, mi lascio suggestionare dalla musica più facilmente che da altre cose, ma resta il fatto che mi sono imbattuta in questa versione insolita, cantata da Peter Gabriel, e me ne sono innamorata subito:

Provate ad ascoltarla stasera al crepuscolo, oppure a buio appena fatto, con le finestre aperte e l’aria calda sul viso, e poi mi saprete dire. Buona domenica, buon agosto, buon “quel che resta dell’estate”.

 

scrittura · Somnium Hannibalis

Questionario di Proust II

L’avevo detto, del QdP – discreto strumento per la creazione di un personaggio – esistono molteplici varianti. Questa che segue è parte della versione riportata nel Character Workshop del Gotham Writers’ Project: solo le domande diverse da quelle dell’altra volta, giusto per integrare. La traduzione è mia, le risposte di Annibale del mio Somnium Hannibalis.

  • Quale consideri il tuo più grande successo? Me ne riconosco due: Canne e l’aver salvato Cartagine dalla rovina dopo Zama – entrambi sciaguratamente effimeri.

 

  • A quale, tra le cose che possiedi, attribuisci maggior valore? L’anello che porto al dito, con il suo veleno potentissimo nascosto nel castone. Non riconosco a nessuno il diritto di prendere la mia vita, se non a un nemico in battaglia o a me stesso.

 

  • Chi o che cosa ami più di tutto al mondo? Il brivido possente della battaglia, e le ombre dei miei morti mi perdonino per questo. 

 

  • Qual è il tuo viaggio preferito? Ricordo con gioia la traversata che mi portò da Cartagine a Gades quando avevo dieci anni, colma di attesa e di tutte le promesse del mondo.

  

  • Quando e dove sei stato più felice? A Canne, dopo la battaglia. A notte alta la piana era un mare di roghi a perdita d’occhio. Il vento faceva crepitare le fiamme e portava le voci dei soldati che acclamavano. Quella fu una notte felice. La stanchezza, il sangue, le voci, i fuochi, l’adorazione ebbra negli occhi dei soldati, e il mio nome gridato come quello di un dio da quarantamila uomini…

  

  • Qual è la tua più grande paura? Perdere la mia guerra. Da bambino ho giurato per il mio nome, per me stesso e per il mio destino di essere la spada e lo scudo di Cartagine, qualunque cosa me ne venisse in cambio. Non so più chi sarei, senza la mia guerra.

 

  • Qual è la tua più grande stravaganza? La crudeltà. Nella collera, nella frustrazione, nell’impazienza, a riemergere è una sete di sangue antica come gli idoli fenici che la mia gente venera sin dalla notte dei tempi.

  

  • Qual è il tuo più grande rimpianto? Avere lasciato l’Italia come ci ero arrivato, né vincitore né vinto, senza avere sconfitto Roma, senza avere portato a compimento il sogno dei Barca. Se avessi avuto più uomini, più denaro, più sostegno da Cartagine… chi può dire che cosa avrei saputo fare?

   

  • Qual è il tratto di te stesso che ti dispiace di più? Mi irrita, dopo tanti anni e tanto vivere, conservare ancora l’ingenuità di lasciarmi trascinare dai miei sogni. Ancora adesso non so parlarne con freddezza, e la mia ambizione veemente e il mio rancore spaventano gli uomini che potrebbero essermi alleati.

  

 

  • Quale consideri la virtù più sopravvalutata? L’umiltà. Nessun ha mai fatto nulla di grande per umiltà – se non quando umiltà era un altro nome che si dava all’orgoglio.

 

  • In quali occasioni menti? Ogni volta che la necessità lo impone.

 

  • Quali parole o espressioni usi spesso? Parlo tanto spesso del pericolo romano che i consiglieri del Re di Siria hanno imparato a levare gli occhi al cielo prim’ancora che cominci.

 

  • Se potessi cambiare una sola cosa di te stesso, quale sarebbe? Non vorrei cambiare nulla. Ci sono lunghe notti insonni in cui vorrei saper trovare pace, ma non è vero. Non c’è giorno della mia vita, non c’è azione compiuta, non c’è parola detta che rinneghi o che non senta di dover pagare con un prezzo di rimorso.  

  

  • Se dopo la morte potessi rinascere in un’altra persona o una cosa, chi o cosa vorresti essere? Un uomo tra dieci secoli, per vedere che cosa ricorderà il mondo di Annibale Barca, di Cartagine e della guerra con Roma. Oppure il fuoco, per conoscere l’ebbrezza della gloria senza il rovello infinito del pensiero.

 

  • Qual è il tuo motto? Persevero.

scrittura

Joseph Pulitzer diceva…

typewriter_button.jpgJoseph Pulitzer (quello del Premio Pulitzer) diceva:

Diglielo in breve, così lo leggeranno; diglielo chiaramente, così lo capiranno; diglielo vividamente, così lo ricorderanno; e soprattutto diglielo con rigore, in modo che ne siano illuminati e guidati.

Non vale solo per il giornalismo – why, dovrebbe valere ogni volta che si prende una penna in mano.

libri, libri e libri

Di Steampunk E Altre (più o meno) Gradevoli Follie

steampunk-landscape.jpgUltimamente la mia attenzione è stata richiamata sullo Steampunk, un sottogenere letterario che mescola romanzo storico, fantascienza e fantasy. Sottogenere ibrido, pieno di suggestioni, riferimenti e citazioni, si presta a giochi narrativi deliziosi (e a trasposizioni cinematografiche notevoli, almeno dal punto di vista visivo). In genere tende a speculare universi alternativi in cui il periodo tra il Congresso di Vienna e la Prima Guerra Mondiale conosce sviluppi tecnologici immaginari – o meglio, applicazioni immaginarie della tecnologia dell’epoca (le macchine volanti sono un esempio consueto) e spesso un’atmosfera distopica.

Quello che colpisce e diverte è come lo SP sia solo uno dei numerosi sottogeneri di narrativa speculativa a sfondo tecnologico. Vediamo un po’…

Capostipite del genere è la cosiddetta narrativa Cyberpunk, nata all’inizio degli Anni Ottanta per preconizzare cupi futuri distopici, dominati da un’onnipresente e oppressiva tecnologia dell’informazione. L’infodittatura tende ad andare sottobraccio con modifiche invasiva del corpo umano, e gli eroi tendono ad essere emarginati in (vana) lotta contro l’andazzo. Pensate all’allegerrimo Philip K. Dick, per capirci, oppure a Jeanette Winterson, anche se credo che il nonno di tutti gli autori cyberpunk possa considerarsi l’Orwell di 1984.

Il Postcyberpunk è un’evoluzione che abbandona l’elemento distopico. Conserva la rivoluzione tecno-informatica, ma le assegna conseguenze positive, o quanto meno innocue e ricreative. Bruce Sterling e Neal Stephenson sono esempi del genere.

Da questo ceppo si sono dipartite due correnti principali di sottogeneri, una retrofuturistica, l’altra futuristica tout court, cui vanno aggiunti alcuni germogli in fieri.

Sul versante futuristico, il Biopunk sposta la sua attenzione dalla tecnologia dell’informazione alla biogenetica. Le traversie di un’umanità biologicamente modificata si svolgono di nuovo nel quadro di regimi totalitari (statali o corporativi, a scelta), e torniamo agli scenari distopici quando non postapocalittici. Credo che non leggerei volentieri del Biopunk, ma gente che ne capisce mi cita William Gibson come il dio del genere. Ci crediate o no, dal Biopunk si sta evolvendo un ulteriore sottogenere, il Nanopunk, parimenti distopico e incentrato – ça va sans dire – sulle nanotecnologie dopo l’abbandono o la proibizione delle biotecnologie.

Le cose si fanno un po’ meno truci dal lato retrofuturistico, con lo Steampunk di cui si diceva, nato a sua volta distopico, per poi virare su atmosfere più leggere – talvolta anche parodistiche. Una versione particolarmente filosofica della faccenda è la Trilogia delle Materie Oscure di Philip Pullman, anche se forse in Italia la fortuna dello Steampunk si deve principalmente al fumetto di Alan Moore, La Lega degli Uomini Straordinari, con conseguente adattamento cinematografico. E naturalmente non si può non citare il capostipite ignaro dello SP, Jules Verne.Il Clockpunk è quasi un sotto-sottogenere che applica le convenzioni dello SP a qualche epoca preindustriale, con molle e ruote dentate al posto della tecnologia a vapore. Da noi non è particolarmente diffuso, e mi domando se Alessandro Forlani, col suo BaroquePunk, non possa diventarne l’alfiere italiano. Discorso abbastanza simile per il Dieselpunk, che sposta il gioco tra le Due Guerre, e l’Atompunk con il suo repertorio di Guerra Fredda, corsa allo spazio, USA-URSS e compagnia cantante. Un fantasy storico leggermente meno tecnologico, più nostalgico e sempre incentrato su figure rimarchevoli dei primi decenni del Novecento è poi il Gaslight Romance.

E poi ci sono, come dicevo prima, sotto-sottogeneri in fieri, come l’Elfpunk, che trapianta elfi, nani e altre creature fantasy in contesti urbani contemporanei, Mythpunk, che lavora a partire da folklore e mitologia, e Splatterpunk, che sembra distinguersi dall’horror solo perché ancora più grafico e violento nelle sue descrizioni di mutilazioni e carneficine. Ugh. Pare esistere anche una cosa chiamata Nowpunk, apparentemente narrativa di ambientazione contemporanea in cui la tecnologia gioca un ruolo centrale – in pratica Cyberpunk ai giorni nostri, e forse non è un caso che a coniare il termine sia stato Bruce Sterling, prominente autore postcyberpunk.*

Poi, come sempre accade e per fortuna, il confine tra generi e sottogeneri è tutto fuorché solido. Per dire, come definire un arnese come la trilogia Anno Dracula, di Kim Newman, che combina steampunk, gaslight romance, vampiri, ucronia, modificazioni genetiche, una discreta dose di splatter e una rete di riferimenti storici tanto fitta da far girare la testa? Voglio dire, nel secondo volume c’è il Barone Rosso a capo di una squadriglia di ubervampiri volanti, for crying out loud! Classificatelo, se siete capaci.

Come dicevo: per fortuna! Una segmentazione dei generi narrativi a tenuta stagna sarebbe una camicia di forza. Finché tutto resta ragionevolmente fluido, invece, non c’è limite alle strade aperte alla fantasia e alla creatività degli scrittori.

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* E non sarebbe ancora finita, se si considera l’abitudine di coniare definizioni derivate come stonepunk, bronzepunk, sandalpunk, candlepunk, transistorpunk… Non sono davvero altrettanti generi, spesso solo la definizione – più o meno ironica – che un singolo autore dà dei propri libri.  

Oggi Tecnica

Piccola Guida Agli Insetti Nocivi: Il Punto Esclamativo

english-exclamation-mark_~u13399848.jpgGli impagabili Nizza e Morbelli dicevano che, quando avevano l’impressione di non riuscire a dare mordente a una scena, uno dei due andava al mercato a comprare tre o quattro etti di punti esclamativi, che poi spargevano a manciate sulla pagina deboluccia…

Ecco, se anche non ci fosse nient’altro, basterebbero queste cose surreali a farmi adorare N&M, ma non divaghiamo. Tutti, generalmente prima che poi, attraversiamo una fase in cui ci sembra che i punti esclamativi siano una buona idea. Il mio periodo esclamativo, molti e molti anni fa, assunse aspetti inquietanti: persino nei temi di scuola, facevo punti esclamativi a forma di goccia e li coloravo di rosa… Credo di poter cercare qualche scusante nel fatto che ero alle medie.

Col tempo ci si accorge che, se tre frasi su finiscono con un punto esclamativo, per metterne in evidenza una occorre aggiungere un secondo punto esclamativo… se tutto va bene, il giorno in cui s’infila il terzo punto esclamativo, si è tramortiti da folgorazione celeste e si rinsavisce. Oppure si esce anagraficamente dall’incauta adolescenza, oppure ci s’imbatte nella Caccia al Pleonasmo di Allan Guthrie, da cui cito il tip n° 16:

Il Pleonasmo Esclamativo: punto esclamativo – usare con cautela. Più ne usate, meno impatto avranno, e finirete con l’usarne due per ottenere l’effetto di uno solo. E’ vero che serve a dare enfasi, ma l’ideale sarebbe creare l’enfasi per mezzo di scelte lessicali e sintassi. Un testo zeppo di punti esclamativi di solito è segno d’inesperienza. *

Tutto ciò vale nella narrazione, naturalmente, ma anche nel dialogo. Nel dialogo qualche punto exclamation_mark.jpgesclamativo è legittimo, ma devono essere così pochi che, vedendone uno, il lettore drizzi immediatamente le orecchie in risposta al cambiamento di tono.

Salvati quei pochissimi pochi, però, la regola è sempre quella: armarsi di flit e sterminare senza pietà.

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* Traduzione mia.

considerazioni sparse

Oh, Brachetti…

Per anni avevo sentito descrivere gli spettacoli di Arturo Brachetti come poetici, raffinati, ironici, leggermente stralunati e un diluvio di altri attraentissimi aggettivi. Cosicché, quando mia madre mi ha annunciato di avere i biglietti per la tappa mantovana di Brachetti & Friends nell’esedra di Palazzo Te, mi sono aggregata con entusiasmo…

…E mal me n’è incolto.

Avevo vaghi e deliziosi ricordi televisivi di questo genere:

Ma qualunque cosa mi aspettassi, mi è andata decisamente male.

Che Brachetti sia bravissimo è fuori discussione: i tre o quattro atti di trasformismo che ha fatto, le ombre cinesi e i mimi erano stupefacenti, e i “giri del mondo”, in cui  riproduceva vari costumi nazionali,prima con un cappello e poi con un cappotto e una sciarpa, seppure un po’ ripetitivi avevano momenti spassosi. Peccato che fossero dispersi in un’ora e mezza di siparietti, numeri altrui e continue volgarità. Non sono particolarmente puritana, ma una sequela di battutacce e ammiccamenti sessuali non risponde alla mia idea di poesia, raffinatezza, ironia, eccetera. E quello che mi irrita di più è vedere che palesemente sa fare benissimo le cose raffinate e ironiche… però, per la maggior parte del tempo, fa – o fa fare – tutt’altro.

Oh, signor Brachetti! E’ proprio necessario fare questo? E’ per compiacere il gusto del pubblico? O forse è sempre stato così e io mi ero fatta un’idea sbagliata? Ero proprio decisa a divertirmi, ieri sera: sono venuta a Palazzo Te piena di entusiasmo e di senso di meraviglia, pronta a tornare bambina per un paio d’ore…

…e me ne sono tornata a casa, come suol dirsi, con le pive nel sacco.

cinema · grillopensante

La Vita Sessuale Delle Stelle Marine

Erwin Panofsky, che era uno storico dell’arte americano di origine tedesca, scrisse che negli Anni Venti e Trenta l’élite intellettuale tedesca considerava il cinema una sorta di piacere colpevole, nella migliore delle ipotesi:

Nessuna meraviglia quindi che le classi “alte”, quando con cautela cominciarono ad avventurarsi in questi primi cinematografi, lo facessero non in vista di un normale e magari serio divertimento, ma con l’atteggiamento fra imbarazzato e condiscendente con cui ci si può immergere, in allegra compagnia, nella pittoresca confusione di Coney Island o in una fiera di paese; ancora fino a pochi anni fa, negli ambienti socialmente elevati o fra gli intellettuali era consentito dichiarare apprezzabili solo film austeri e istruttivi tipo La vita sessuale delle stelle marine o film dai “bei paesaggi”, ma nessuno avrebbe mai confessato di divertirsi a quelli narrativi.*

 Si direbbe che certe cose non cambino poi troppo e, quando ho letto questo passaggio, la mia prima intenzione è stata quella di farci sopra un rant sullo snobismo che circonda la letteratura (e il cinema) di genere. Perché snobismo c’è, inutile negarlo, ed per di più è prodotto in gusti misti assortiti. Ci sono quelli che si stracciano le vesti al solo nominare Dan Brown, J.K. Rowlings o Stephenie Meyer, ululando alla crassa ingiustizia di un mercato che stravede per questa robaccia malscritta e ignora i capolavori – ma poi scopri che non c’è un’anima che non abbia letto almeno un volume di Harry Potter e/o Il Codice Da Vinci.

Ci sono quelli per cui una storiellona d’amore con elementi soprannaturali scritta da un autore (o meglio un autrice) africano, asiatico o sudamericano è sempre poetica, profonda ed emozionante, mentre la stessa storiellona scritta da un(‘)occidentale – specie se statunitense – è sicuramente robaccia commerciale. 

Ci sono quelli che, quando dici che non ti piacciono la Allende, Pasolini o la Barbery** cominciano a considerarti un esemplare di un’umanità inferiore.

Ci sono quelli che accampano le scuse più diverse per spiegare come mai sono così bene informati su quello che succede in Twilight o in Angeli e Demoni (dal diffusissimo “volevo capire che cos’ha di così speciale” a “qualcuno doveva pur accompagnare le bambine”, fino all’Oscar per la Migliore Stella Marina: “no, non l’ho visto: me l’ha raccontato mia madre!”)

Ci sono quelli che vanno al cinema “per il messaggio”…

Ecco, questo era più o meno quello che intendevo scrivere a proposito di Panofsky e delle sue stelle marine.

Poi ho fatto una brusca frenata e un rapido esame di coscienza. Posto che penso davvero tutto quel che ho scritto fino a qui, posso dire di non essere una snob in fatto di cinema e libri? Mi sa tanto di no. Mi compiaccio della mia apertura e maturità perché riconosco a Dan Brown di conoscere molto bene il suo mestiere, ma poi tempesto contro Nicholas Sparks e Richard Bach. Ho letto tutti i libri di Harry Potter e ho visto anche tutti i film; è vero che non tutti mi sono piaciuti, ma nessuno mi ci ha mai costretta, e la scusa dei meccanismi narrativi è diventata logora dopo i primi due o tre, vero? M’infurio per lo snobismo che circonda la letteratura (e il cinema) di genere e poi tendo a glissare sulle mie letture fantasy. Fatico ancora un po’ ad ammettere di non avere mai finito L’Idiota e di essermi annoiata a morte con Ulysses

Insomma, predico meglio di quanto razzoli: se dovessi cercare un metodo nella faccenda, direi che non ho la minima difficoltà ad ammettere avversioni anche inconsuete e omissioni deliberate e motivate. Quando si tratta di discutere le mie lacune e miei piaceri colpevoli, invece, divento improvvisamente assai timida e sviluppo una memoria selettiva.

D’altra parte, sono abbastanza convinta di essere in buona compagnia. Chi può dichiarare with a straight face di non avere stelle marine nell’armadio alzi la mano e si abbia la mia invidiosa ammirazione – oppure la mia lieve incredulità, a scelta.

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* E. Panofsky, Lo Stile E La Tecnica Del Cinema, (1936). Si trova tradotto in Italiano in Tre Saggi Sullo Stile, edito da Electa.

** Tre scelti a caso e in ordine sparso.

Ah, e no: non so se La Vita Sessuale Delle Stelle Marine esista davvero o se Panofsky l’abbia inventato di plinco. Una rapida ricerca in rete non ha rivelato nulla.

Senza categoria

Una Richiesta Un Tantino Inusuale

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Ho una piccola richiesta da farvi: sto partecipando a questo concorso, il cui premio deliziosamente bizzarro consiste nell’essere “scritti” come personaggio in un romanzo. Proprio in senso letterale: c’è questo romanzo in fieri e, se dovessi vincere il concorso, l’autrice introdurrebbe a questo punto un personaggio modellato su di me. Inutile che dica fino a che punto questo sia il mio genere di cose, vero? Adorerei essere scritta in un romanzo… Adesso salta fuori che sono entrata nella lista dei dieci finalisti. Quindi, richiesta: vi dispiacerebbe fare un salto qui, dare un’occhiata al video che si trova aprendo il link Ivye e, se vi convince, votarlo? Grazie mille.

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commercials

Con Una Buona Storia Non Si Sbaglia Mai

Ultimamente ho visto vari spot concepiti in modo molto simile e rispondenti, tutto sommato, a uno schema vecchio come le colline:

Uno è quello di Mercedes*:

 

Poi c’è quello di Enel:

 

Per non parlare di questo (pochissimo visto) spot Fiat:

 

E Barilla**:

Visto come sono simili tra loro? Visto come great minds think alikeE ce n’è almeno un altro che non riesco a reperire, anche perché confesso di non ricordarmi che cosa pubblicizzasse: un veicolo commerciale? Un servizio di corriere? Avrei detto che fosse Ford, ma non lo trovo più. Ad ogni modo, c’era un autista di furgone Primi Novecento che, dopo avere guidato metaforicamente attraverso tutto il secolo, si ritrovava a parcheggiare accanto a un furgone della stessa marca, ma modernissimo e ipertecnologico, e il messaggio era sempre lo stesso: Noi abbiamo una lunga storia, abbiamo sviluppato nel tempo una prima intuizione geniale, abbiamo costruito guardando avanti e senza dimenticare le nostre origini… ne segue che il nostro prodotto/servizio è solido, affidabile e provvisto del giusto mix di tradizione e audacia, solidità e innovazione, perseveranza e passione.

Il concetto non è particolarmente originale, e lo si è già visto applicato a vari tipi di prodotti, ma continua a “tirare” perché noi consumatori amiamo le storie: ci piace vedere la produzione industriale romanticizzata in una saga famigliare o addirittura un’epopea; ci piace pensare che l’auto che guidiamo sia il capitolo corrente di un romanzo storico; ci sentiamo rassicurati dal senso di continuità, e tanto più in tempi ondivaghi.

Ma se invece vogliamo fingere che non ci piaccia, allora c’è sempre la campagna solo apparentemente controcorrente di Citroen, che si dichiara “antiretrò”, ma – badate bene! – affida il messaggio a clip in bianco e nero di Marylin Monroe, Marcello Mastroianni e John Lennon! Perché la si può girare come si vuole, ma la morale non cambia: fare parte – per continuità o per distacco – di una storia è di grande aiuto, quando si vuole proiettare un’immagine di forte identità.

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* Sono abbastanza vecchia da ricordare i tempi in cui Mercedes non si faceva pubblicità, appunto perché era Mercedes. Ricordo anche il lieve shock del primo spot che, tra l’altro, con quell’auto scura sotto la pioggia, era un nonnulla angosciante. In casa mia si era commentato che, quanto ad appeal, forse dovevano farci un po’ la mano.

** Solo io trovo irritante la voce fuori campo dell’attuale campagna Barilla? “Ma dove l’hanno pescata, questa?” mi chiedevo tutte le volte, salvo poi scoprire che è Mina… mah!