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Pezzettini di Teschio: parte IV

E veniamo, come promesso, all’Azzurra Pietra del Cuore.

 

La Pietra è un personaggio a pieno titolo. Splende, canta, parla per via telepatica, piange, rende il suo coustode molto felice, dà l’allarme quando ci sono i ladri in casa, insegna come effettuare complesse operazione chirurgiche, fa un ottimo caffè… Ok, il caffè me lo sono inventato io, ma tutto il resto viene pari pari dal romanzo: chi non vorrebbe un’Azzurra Pietra del Cuore? Non è meravigliosa? Be’, ecco, forse lo sarebbe come coinquilino. Come elemento di un romanzo, lo è assai di meno. Capiamoci: è un simpatico oggetto, ma spesso diventa un vero e proprio deus ex machina, specialmente nella storyline contemporanea. Proprio quel d.e.m. che era tanto di moda ai tempi di Sofocle, non so se mi spiego.

 

La Pietra non solo avverte Stella del pericolo imminente, ma le indica chi è degno di fiducia (con qualche eccezione, se vogliamo, visto che si fa sfuggire completamente il vero assassino, ma diffida per tutto il tempo di un innocente), la spinge nella direzione giusta quando Stella divaga, la conduce sempre al posto giusto per gli snodi della trama, offre folgorazioni intuitive al momento opportuno… Curerebbe persino le menomazioni di Kit, se lui lo permettesse, e anzi: alla fine lo fa, con o senza il suo consenso.

 

Insomma, per la maggior parte del tempo è la Pietra a muovere il libro in avanti, e se posso capire la fiducia implicita che Cedric Owen, uomo del Rinascimento, ripone nell’oggetto che ha guidato la sua famiglia per generazioni, con Stella è tutta un’altra questione. Quest’astrofisica del XXI Secolo, tosta e razionale, che non impiega nemmeno dieci minuti ad innamorarsi della Pietra, tanto da fidarsene più che di suo marito, mi resta un po’ di traverso.

 

Non che abbia torto: la Pietra parla con la voce dell’Autrice, e l’Autrice sa che cosa è bene per la sua protagonista. Forse anch’io, se mi capitasse per le mani uno zaffirone tanto gentile da passarmi le dritte del mio Autore in vista del Lieto Fine, gli darei retta… Oh, ma aspettate: non dovrei sapere che le dritte arrivano dall’Autore, giusto? Sapevo che c’era qualcosa che non andava…

 

E ormai siamo in dirittura d’arrivo: non ci resta che il finale.

Somnium Hannibalis

Fotografie

Ecco le prime fotografie dello spettacolo Somnium Hannibalis, in una miscellanea delle due rappresentazioni (ordine narrativo ma altrimenti sparso) ad opera di Giorgio Andreasi [GA] e Giuliano Squinzani [GS]:

DSC02882.jpg “A Roma! A Roma!” [GA]

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 “Tu non sei come gli altri, tu sei un Barca, e c’è un prezzo da pagare per questo” Achille Cominotti (Amilcare) e Simone Rossini (Annibale Bambino) [GA]

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“Devi solo dare l’ordine, e la città è tua, stanotte stessa!” Domenico Zapparoli (Ufficiale), Maurizio Vaccari (Annibale), Adriano Fioravanti (Mercante) [GA]

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“Non volevo essere come mia madre, piena di amarezza per ogni donna che mio padre si prendeva!” Elena Gallio (Himilce), Luciana Frigeri (la Nutrice), Maurizio Vaccari (Annibale) [GS]

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“Che cosa è rimasto di tutti quelli che ti seguivano?” Claudio Burchiellaro (il Re di Siria), Maurizio Vaccari (Annibale) [GA]

Qui ce ne sono altre.

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Pezzettini di Teschio: parte III – in cui si parla di casse di sapone

Scatole di sapone è un modo di dire, naturalmente. Get off the soap-box, ovvero scendi dalla scatola di sapone, significa: piantala di predicare. E’ un invito che avrei volentieri rivolto alla signora Scott, molte volte in corso di lettura.

A tutti piacciono i libri con un messaggio; a tutti piace che il messaggio arrivi attraverso le scelte di personaggi convincenti, messi alla prova in una trama avvincente e imprevedibile; a tutti piace assai di meno quando il messaggio viene ripetutamente sbattuto sulla testa del lettore attraverso il semplice meccanismo di far predicare i personaggi. Predicare, predicare, e ancora predicare.

 

Oh no, ripetono ad nauseam I Buoni del TdC, non crediamo affatto che ci sarà qualche apocalisse soprannaturale nel 2012: crediamo invece che l’improvvida umanità per allora sarà riuscita a distruggere questo meraviglioso mondo che abitiamo.

 

Un momento, però: l’umanità? No, è chiaro, non tutta l’umanità, bensì l’egoistico, capitalistico, consumistico, guerrafondaio Occidente! Perché, vedete, gli sciamani Lapponi, che conducono una vita semplice e pura tra le nevi perenni sono innocenti e buoni. Loro non distruggerebbero mai il mondo, loro. Così come le altre brave persone che conducono vite altrettanto semplici e pure, che so, nelle savane, nei deserti, nelle steppe…

 

E sapete, tuttavia, chi è ancora peggio di un Occidentale? Provate a indovinare… ci siete quasi… fuochino, fuochino… Fuoco: un Occidentale maschio! Perché non so voi, ma mi rifiuto di credere che sia un caso se tutti i papabili assassini sono uomini, e tutte le donne del libro sono invece buone, sagge e capaci. L’Autrice non tenta mai nemmeno per sbaglio di insinuare il più lontano dubbio su Ursula Walker, Najakmul, Martha o Stella. Persino nel breve interludio con la Polizia dello Yorkshire, l’Ispettore (maschio) è un idiota superficiale e pieno di sé, e i neuroni in dotazione al reparto li ha tutti il Sergente (femmina). Tutte le donne del TdC sono profonde, intuitive e pure di cuore. Nella peggiore delle ipotesi, anche quando sono ossessionate da teorie bizzarre (e allora però sono meno che comparse), sono in buona fede. Il solito Davy Law ci dice che non ha mai visto una fossa comune di cui fosse responsabile una donna. Yawn. Gli uomini, invece, oh gli uomini hanno tutti le loro debolezze, I loro secondi fini, le loro zone d’ombra, il loro lato oscuro – il che, si potrebbe sostenere, fa di loro dei personaggi più complessi, ma ho tanto il sospetto che questa non fosse la preoccupazione principale dell’Autrice.

 

E chiudiamo l’argomento con un ultimo indovinello: Chi è persino peggio di un Occidentale maschio? Ma un militare maschio occidentale, ça va sans dire! Prendiamo Antony Bookless. Ci viene ripetuto in continuazione (e in un modo che vorrebbe essere sottile) che Antony Bookless è stato ufficiale dell’Esercito, che ha prestato servizio nell’Irlanda del Nord, che è stato un consulente militare per l’Iraq, e che è ancora uno storico militare. E’ vero, alla fin fine non è lui l’assassino, ma è chiaro che l’Autrice si aspetta da noi che diffidiamo di un uomo con un background militare. E una volta di più, qualora qualche lettore particolarmente denso avesse mancato di cogliere l’ovvia implicazione, il solito Davy Law, il Reietto Brutto e Incompreso, dal Cuore d’Oro e dalla Lingua Tagliente è lì per dirlo a chiare lettere: Bookless ha portato un’uniforme! Come ci si può fidare di lui?

 

Infine,  la ciliegina sulla torta: si direbbe che all’Autrice sia dispiaciuto un po’ non poter fare del Maggiore (o era Colonnello?) Bookless l’assassino. Perché sarà un caso, un candido, perfetto, assoluto caso, ma quando la malvagità, colpevolezza e avidità  del fintamente gioviale Fraser si rivelano nel dénouement, indovinate che cosa assume la sua voce? Una durezza militare!

 

Sottile, vero? Ma se vogliamo parlare di sottigliezza, la prossima volta ci occupiamo dell’Azzurra Pietra del Cuore.

 

angurie · scribblemania · teatro

E adesso…?

Pigra mattinata di tardo luglio, tutta verde e azzurra – e appena quel vaghissimo sheen sulle foglie dei tigli, quasi un’idea d’oro che preannuncia il declino dell’estate…

La Clarina siede pigramente nel suo studio, con il taccuino pigramente aperto sulle ginocchia e una matita in mano, prendendo pigramente appunti dal libro che sta pigramente scremando. Storia di Montreuil-sur-Mer, autorità cittadine a fine Cinquecento, il declino della città in seguito alla chiusura della porta nord… Robe così. La Clarina prende appunti, si diceva, e ogni tanto leva pigramente gli occhi per guardare i colombacci che vengono a bere nello stagno.

Alla Clarina piacciono tanto i colombacci – e oggi è pigra. Pigerrima.

“D’altra parte,” mormora tra sé, “ho avuto un fine settimana interessante. Un’intera settimana interessante, se vogliamo. Why, due settimane interessanti – fra i Sonetti, la fettina di Alice ne Il Teatro al Tempo del Virus e Nellie Bly… E diciamocelo: è andato tutto talmente bene! Adesso forse…”

“Adesso cosa, o sciagurata donna?”

La Clarina strilla e sobbalza, lasciando cadere il taccuino. Lo strillo è tale da far fuggire i colombacci dallo stagno. D’altra parte, a mezz’aria, seduto una trentina di centimetri sopra la scrivania, evanescente e colmo di disapprovazione, aleggia lo Spirito di Kit.

La Clarina – Io? Io sono la sciagurata? Ricompari dopo un secolo, ricompari così di colpo, mi fai venire un accidente – e io sono la sciagurata?

SdK – Preferiresti che ricomparissi un po’ per volta? Se vuoi sogghigno…

C – Il Gatto del Kent? Spiritoso. E comunque, perché sciagurata?

SdK – E vorrei vedere. Te ne stai lì, languida e molliccia, a perder tempo…

C – Non perdo tempo affatto. Ricerche, vedi? Le autorità cittadine di Montreuil a fine Cinquecento–

SdK – Tilly-vally! Sai già tutto quel che ti serve in proposito. Il che non è moltissimo – ma fin troppo per le due scene che vuoi ambientare a Montreuil.

C – Yes, well… Ma il traghetto ad Attin, e il luogotenente criminale, e le gilde–

SdK – Che cosa te ne fai delle gilde?

C – Be’, le gilde di Montreuil avevano questo statuto particolare che–

SdK – Che non ha assolutamente nulla a che fare con TW. Lo sai che cosa stai facendo? Procrastini.

C (con aria colpevolissima) – No!

SdK – Oh, sì. Guardati: pigra e inefficace. Mugugni Foster, occhieggi il pollame là fuori…

C – Ma no… cioè, sì – ma è che pensavo…

SdK – Che cosa? Ti senti in vacanza, per caso?

C – N-no, solo… You know, dopo Nellie, pensavo… Ecco, è quasi agosto, e…

SdK – E…?

C – Non guardarmi con quell’aria feroce. Quest’anno niente settimana di lettura – ma pensavo… Insomma, un po’ di TW, qualche film, un po’ di piccolo artigianato… avrei così voglia di farmi una lanterna…

SdK – Una lanterna.

C (con voce sempre più piccola) – Sì, sai, una di quelle che… er.

SdK – Una lanterna. Tu hai sentito quando G. ti ha commissionato il pezzo nuovo? Un atto unico da consegnarsi entro la metà di settembre? Prima se puoi? Eri lì, quando G. te lo ha detto?

C – Sì…

SdK – E non ti devi documentare a bizzeffe in proposito?

C – Sì…

SdK – E mentre eri lì non hai per caso menzionato ariosamente l’idea per un altro play? Un’idea che a G. è piaciuta un sacco?

C – Sì – ma ho anche detto che è per un nebuloso futuro…

SdK – Ah, allora quello si può lasciar perdere – ma TW? Quel TW su cui ultimamente hai rallentato così tanto che è un miracolo che tu non sia tornata indietro? Che succede se A. decide di stringere i tempi?

C (indica il libro e il taccuino con gli appunti) – Sì, ma adesso…. vedi?

SdK (snorts) – Adesso in effetti ci procrastini su. Ammetto che è un progresso… E M.? Ti ricordi che hai promesso a M. di concentrarti sul suo lavoro a partire da oggi, vero?

C – Er… sì. Ho promesso – e infatti, oggi pomeriggio ho tutte le intenzioni di…

SdK – Oggi pomeriggio. Non lo hai già fatto aspettare abbastanza, pover’uomo?

C – Sì, ma mi ci metto. Giuro che oggi pomeriggio mi ci metto. In settimana gli mando la prima stesura.

SdK – In settimana.

C – Giurin giurello!

SdK – Questa settimana. La settimana che ha per venerdì il 31 di luglio.

C – Sì. Perfetto. Trentuno di luglio… oh! Oh!

SdK – Ti eri dimenticata la scadenza del concorso della HWA?

C – Cribbio! Cribbio! Cribbissimo!! La HWA… Come faccio adesso? Mi ero dimenticata completamente! Non ho niente di pronto, non ho niente di–

SdK – Non iperventilare, vuoi? Hai un sacco di roba che puoi mandare.

C – No…

SdK – Sì.

C- No…

SdK – Perché non mandi quello con le fiaccole?

C – Quello con… ma… ma…

SdK – Non è del tutto pronto – ma entro venerdì a mezzanotte preferisci una revisioncella leggera o una storia intera fuori dal blu? Certo, sarebbe una sfida – ma…

C – No, no, no… Sì, sì, sì, sì… Le fiaccole. Assolutamente le fiaccole.

SdK – In fondo non è una storia troppo orribile.

C – Grazie. Bontà tua. E non è orribile affatto. È piuttosto bella, if I say so myself. Quindi le fiaccole. E M. E almeno un po’ di documentazione su A., e un po’ di TW…

SdK – E il corso di Ros Barber. E Icaro. Volevi trovare qualcosa su Icaro, nevvero? Oh – e devi scrivere a C. sull’Isoletta, che aspetta nuove dei Sonetti di quell’altro. E parlando di questo… non volevi lavorarci ancora un po’?

C – Oh dear. Oh dear. Oh dear…

SdK – Vuoi ancora fare una lanterna?

La Clarina ha già accantonato il libro su Montreuil, e i colombacci sono dimenticati*.  Quanto alla lanterna… che cos’è una lanterna di preciso? Fogli volanti, pile di libri, frenetico battere di tasti…

SdK – Ti piacerebbe avere tre teste autonome e altrettante paia di mani?

C (gli getta un’occhiataccia da sopra la spalla) – Non spariresti adesso, vero?

Lo Spirito di Kit fa spallucce e comincia a sparire lentissimamente. Lasciandosi dietro un sogghigno che aleggia nell’aria per un po’ – inosservato. La Clarina ha altro da fare.

SIPARIO

 

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* Non è grave: sono perfettamente felici di recarsi allo stagno senza un pubblico. Anzi, non è detto che non lo preferiscano. A voi piacerebbe essere guardati mentre bevete in uno stagno?

 

Somnium Hannibalis

Stasera

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Prima di stasera ci dovrebbero stare altre due prove, una filata e una tecnica (anche perché la musica non è ancora completamente a posto); l’Uomo delle Luci deve montare un impianto di proporzioni epiche; gente di due associazioni diverse deve montare due gazebo in posizioni non ancora ben chiarite; gente del Comune deve disporre le sedie e dare un secondo colpo di disinfestazione antizanzare; bisogna sperimentare l’accensione del fuoco nei bracieri; alle 6 e alle 7 ci sono le due visite guidate al Manufatto – durante le quali non si potrà provare in senso stretto; alle 8 un’altra associazione ancora cucina il risotto alla pilota; non appena l’aere principia a scurirsi bisogna fare i puntamenti alla velocità del fulmine…
… Dopodiché si va in scena. Sarà una lunga giornata.
pennivendolerie

In Cerca Di Fortuna

E così viene il giorno in cui, dopo avere scritto, riscritto, riletto, stampato, corretto, avuto ripensamenti, agito sulla base dei ripensamenti, riscritto nuovamente, ristampato, ricorretto, agonizzato sulla lettera d’accompagnamento, stampato anche quella, chiuso tutto in una busta – viene il giorno, dicevo, in cui si manda la nostra ultima opera Là Fuori, nel vasto mondo, in cerca di fortuna.

Ogni volta è un crampo, ogni volta si vorrebbe la buca delle lettere per riprendersi indietro il prezioso dattiloscritto, ogni volta si è presi da ogni sorta di abominevole dubbio di avere trascurato qualcosa di essenziale – oppure dalla folgorazione di come si sarebbe potuto fare tutto molto, molto meglio se solo… Di solito è questione di un quarto d’ora, poi passa tutto e subentra il senso di anticipazione. Non che l’attesa sia davvero più ragionevole: si fanno conti sull’efficienza delle patrie poste, speculazioni su chi aprirà il fatidico pacchetto, rimuginamenti sui tempi di risposta e, con tutto questo, si comincia a sussultare a ogni squillo di telefono e ad ogni approssimarsi di portalettere mezz’ora dopo essere tornati dall’ufficio postale. E poi… poi si vedrà, e a volte si vedrà per molto tempo, perché certe case editrici hanno tempi biblici, altre non rispondono affatto (à la Pascali’s Island), altre ancora ti colgono a tradimento e rispondono prima di subito – in genere “no grazie”.

Diciamolo: è uno dei bruciori di stomaco della pennivendoleria, ma si finisce con l’impratichirsi, con l’ispessirsi l’epidermide, con lo sviluppare strategie. Di mio, finora, ho accumulato un limitato numero di perle di saggezza. Non farina del mio sacco, solo consigli altrui che ho trovato efficaci e veritieri, filtrati attraverso l’esperienza personale.

1. Fare l’ultimo controllo su una copia stampata, non sullo schermo del computer. Sembra una quisquilia, ma fa tutta la differenza del mondo: in qualche modo, sullo schermo gli errori di battitura hanno una sciagurata tendenza a sfuggire. L’ideale sarebbe leggere tutto ad alta voce, aggiustare le magagne, stampare, leggere e segnare gli errori, far leggere a qualcun altro che segni gli errori, correggere al computer, ristampare e dare un’ultima lettura. Mortalmente tedioso, è vero, e non fingerò di dire che lo faccio tutte le volte, ma funziona.

2. La lettera d’accompagnamento è fondamentale: è il primo assaggio di scrittura che il destinatario vedrà, e c’è da scommettere che un assaggio di sintassi approssimativa, divagazioni innecessarie, fasla modestia o affermazioni stravaganti non lo disporrà bene verso il manoscritto. Meglio essere beneducati, essenziali e professionali, dare le informazioni rilevanti (fondamentalmente che cosa è il libro e chi è l’autore) e niente di più.

3. Informarsi per bene. Anche questo richiede tempo e pazienza, ma può fare molta differenza. Non è del tutto utile spedire indiscriminatamente. Le case editrici hanno siti web dove spesso (non sempre) si trovano istruzioni e preferenze per l’invio di manoscritti: sempre meglio seguirle dettagliatamente. In secondo luogo, non è una cattiva idea dare l’impressione di avere scelto la casa editrice a ragion veduta: un discreto riferimento a un autore particolare, a una collana specifica, a una linea editoriale tende a fare una buona impressione. Infine, con un po’ di pazienza non è impossibile individuare il nome di un editor a cui indirizzarsi: non è detto che il pacchetto finirà sulla sua scrivania, ma non si sa mai, e comunque si dimostra di avere fatto i compiti a casa.

4. Ricordarsi che, come regola, le case editrici rifiutano per lettera e si dichiarano interessate per telefono. Non è detto al cento per cento, ma in genere non è il caso di farsi venire la tachicardia alla vista di una busta intestata. Le notizie via email possono essere ambivalenti.

5. Non scoraggiarsi. La maggior parte delle volte, la risposta sarà qualcosa sul genere “abbiamo letto con interesse, ma i nostri programmi editoriali al momento non ci consentono…” eccetera. Qualche volta non ci sarà risposta affatto. Più di rado – e più felicemente – ci sarà il rifiuto motivato: no grazie, ci sono buone cose e cattive cose, questo va, questo non va, perché non ci manda qualcos’altro? La prima lettera di questo genere è un evento da festeggiare: segno inequivocabile che si è sulla buona strada!

Ecco. E adesso, siccome questo post non era teoria pura, esco per quattro passi in direzione dell’ufficio postale.

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Pezzettini di Teschio: parte II – in cui, a fini scientifici, si svela il finale

Lunga e interessante conversazione post-prove con la regista e il primattore, ieri sera: una di quelle cose in cui si parla d’arte, vita e massimi sistemi. Tra l’altro, facevamo paralleli tra il modo in cui un musicista ascolta musica e il modo in cui uno scrittore affronta roba scritta: sempre con un lobo del cervello teso a catturare struttura, elementi, costruzione, sviluppo e ammenicoli vari.

 

Il che mi porta ad applicare al TdC una considerazione che ieri sera applicavamo ai gialli televisivi, ma che vale per qualsiasi storia abbia un colpevole da smascherare.

 

Prima, però, badate bene e ritenetevi avvertiti: se non volete sapere chi è il colpevole nel Teschio di Cristallo, non leggete questo post.

 

Se non v’interessa, o se v’interessa meno dell’ingegneria delle trame, tirem innanz.

 

Allora, quando in un giallo si può indovinare l’assassino sulla base della meccanica della trama, allora qualcosa non funziona. Non sto parlando di logica, ma di puro e semplice processo d’esclusione, in base al quale certi personaggi hanno una funzione così evidente (fornire informazioni al lettore, esprimere le convinzioni dell’autore…) che non possono essere il colpevole. Ora, non voglio negare che ci sia un certo grado di costruzione nel TdC, ma è quasi tutta nella sezione elisabettiana: il lettore sa fin dal primo capitolo che qualcuno è morto nella caverna dove è nascosta la pietra, e a un certo punto scopre che si tratta di Cedric Owen. Come ciò sia possibile, visto che tutti e ciascuno non fanno che ripetere come Owen sia morto e seppellito a Cambridge, rimane l’unico, e intendo davvero l’unico, elemento di dubbio.

 

Per quanto riguarda il giallo contemporaneo, temo che sia svolto in modo un nonnulla goffo. Per cominciare, c’è il modo in cui Stella va raccontando il suo grande “segreto” a chiunque le capiti a tiro. Ben prima della crisi finale, mezza Cambridge sa della Pietra Azzurra, e anche diversa gente ad Oxford. E se parte della comunità accademica inglese rimane all’oscuro, è solo grazie alla cautela del resto della combriccola, perché Stella proprio non sembra conoscere il significato della parola “discrezione”.

 

Ad ogni modo, la loquacità di Stella provvede il lettore di una teorica serie di possibili colpevoli (con il dubbio aggiuntivo che Kit possa essere in combutta con qualcuno di loro), ma quando il colpevole alla fine è rivelato, non è una sorpresa.

 

No, è piuttosto uno di quei momenti ‘Embè?’, non so se mi spiego. Se c’è un personaggio che non mostra mai un’ombra d’interesse a possedere la Pietra, e anzi ne ha paura, quello è proprio Fraser, l’allegro, amichevole, speleologico, saggio, scozzesissimo Fraser. E’ vero, ci viene detto che in realtà Fraser fingeva soltanto di temere la Pietra, ma il punto è proprio questo: ci viene detto, e mai mostrato, neppure obliquamente, neppure per finta. Così come ci viene detto che Fraser ha cercato disperatamente la Pietra per trent’anni, ma a quanto pare nessuno lo sapeva, e la cosa salta fuori dal nulla nella terz’ultima pagina, quando Fraser sta puntando una pistola alla tempia di Kit, e spiegando tutto a tutti quanti.

 

Della spiegazione, d’altra parte, c’è un gran bisogno, perché non c’erano indizi che conducessero a Fraser. Non aspettatevi di battervi la fronte ed esclamare almeno una volta ‘ah, ecco dove conduceva in realtà questo particolare che sembrava condurre altrove! A posteriori, è così chiaro!” No. Non è chiaro nemmeno a posteriori. Non ce lo saremmo potuti aspettare, semplicemente perché non c’era nulla da aspettarsi in proposito, e questo, a parer mio, si chiama barare. Peggio ancora, si chiama barare goffamente, perché in realtà, per il processo di esclusione di cui sopra, visto che quella di Antony Bookless è troppo ovviamente una falsa pista*, e ci è stato ripetuto fino alla nausea che Stella e la Pietra si fidano di Davy Law, l’assassino poteva essere soltanto il cugino Lawrence oppure Fraser. Dei due, l’uno. E quando Lawrence non compare sulla scena del climax finale (e che ne è di lui, a proposito? Vaporizzato nell’incendio della casa di Ursula?), rimane un solo sospettato. All’autrice piacerebbe che dubitassimo fino alla fine anche di Kit, ma siamo sinceri: quand’anche foste un malvagio in pelli d’agnello, se il vostro complice tentasse (con un certo grado di efficacia) di farvi fuori a pagina dieci, sareste ancora il suo complice a pagina duecentonovanta?

 

E qualora tutto ciò non bastasse, badate bene a questo: dopo che ci è stato ripetuto in ogni possibile salsa che la Pietra è la chiave per salvare il mondo, a Fraser non importa un bottone dell’armageddon impendente, del folklore maya e lappone, e di tutto l’alone mistico della faccenda. Lui vuole la Pietra perché è “uno dei più grossi zaffiri al mondo.” Ah.

 

Mi piacerebbe sperare che la conclusione voglia essere ironica, ma temo di no. Temo tanto che l’autrice stia predicando. Sarà un caso che il vilain della storia sia proprio l’unico cui importa molto meno dei poteri mistici della Pietra che del suo valore in denaro? Cattivo, Fraser! Cattivo!

 

Ma è pur vero che una tendenza alla predicazione permea tutto il libro, come si vedrà nel prossimo post.

 

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* Per indicare una falsa pista, un depistamento deliberato, l’Inglese ha questa bellissima espressione, a red herring, ovvero un’aringa rossa. A quanto pare, la locuzione origina nell’uso di trascinare un’aringa sul terreno per confondere l’olfatto dei segugi durante la caccia alla volpe. Certe volte, solo gl’Inglesi, vero?

libri, libri e libri

Festa della Repubblica

Festa della Repubblica, oggi. Mi piace celebrarla ricordando una persona che la Repubblica l’ha servita con le stellette, in una posizione spesso scomoda e qualche volta ostracizzata in anni difficili, e che ha trovato il tempo di scrivere (anche se non di finire) un libro fuori dal comune.

Don Sergio Lasagna era un cappellano militare, personaggio pugnace, coltissimo, appassionato alla sua vocazione di sacerdote in uniforme, dallo sguardo acuto e dalla battuta pronta. Oltre alla sua posizione di cappellano, all’insegnamento, alla guida di un’emittente radiofonica cattolica, a letture vastissime e a una conoscenza enciclopedica del Greco e del Latino, Don Sergio si dedicava alla scrittura.

La Rivincita è il libro fuori del comune di cui dicevo: un romanzo filosofico, uno straordinario viaggio in un Paradiso contemporaneo che mescola ispirazione dantesca, spirito pungente, meravigliosa ricchezza inventiva, molta umanità e uno sguardo disincantato e intenerito insieme. Aggiungete uno stile personalissimo, vivido e raffinato, e un andamento un po’ magmatico – frutto forse di una mancata ultima revisione, ma affascinante di per sé. La Rivincita viene pubblicato privatamente e in tiratura ridotta a ventisette anni dalla morte dell’autore, ma per forza e per originalità – oltre che come testimonianza di una personalità notevole – meriterebbe una diversa attenzione editoriale. Chissà, magari in qualche futuro…

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Pezzettini di Teschio: parte I

Cominciamo col dire che Il Teschio di Cristallo è un romanzo “multiperiod“, cioè combina due storie ambientate in periodi storici diversi, una delle quali è la chiave dell’altra. Nello specifico, la parte elisabettiana riguarda un medico (fittizio), custode di un misterioso artefatto di cristallo blu dotato di volontà (più o meno) propria. La Pietra del Cuore è un’eredità di famiglia, e Cedric Owen non sa troppo bene che cosa farne. Nel corso della sua metà della storia viaggerà fin nel Nuovo Mondo per scoprire di essere invischiato in una serie di profezie Maya riguardo alla fine del mondo nel 2012; farà abbastanza fortuna da rendere ricco il suo College (fittizio) di Cambridge; e infine metterà la pietra Là Dove Deve Essere, per il bene dell’umanità tutta (e dell’altra metà del libro). Nel 2007 a Cambridge, l’astrofisica e speleologa Stella Cody ha appena sposato Kit O’Connor (a sua volta dottore in qualcosa che non capiamo fino in fondo, ma probabilmente qualcosa d’informatico applicato alla crittografia/steganografia). Kit, vedete, è l’astro montante del College (fittizio) di Cedric Owen, e il suo sogno accademico è ritrovare la Pietra del Cuore. Perché si suppone che la Pietra sia un segreto segretissimo, eppurtuttavia, tutti lo sanno, e ancora più gente lo saprà prima della fine. E siccome Kit e Stella non sono i soli a volerla, prima della fine ci saranno anche morti e feriti. Quindi, per riassumere: stiamo parlando di un giallo intrecciato con un romanzo storico, entrambi conditi con una generosa spruzzata di fantasy.

Ciò detto, passiamo a chiarire che il TdC ha i suoi pregi. Personaggi, per dirne uno, cominciando da Cedric Owen, intelligente, intenso, di mente aperta, goffo e autoironico. E il suo grande amico Aguilar, nonostante sembri uscito da un film di Erroll Flynn. In età moderna, direi che le mie simpatie vanno a Kit, combattuto tra la sua passione per la Pietra e ogni genere di insicurezze improvvise dopo il ritrovamento della Pietra e il primo incidente… oh be’, immagino che svegliarsi invalidi dopo un volo di cinquanta metri, e scoprire che la propria moglie ha improvvisamente sviluppato una specie di unione mistica con quello che si credeva il proprio tesoro ritrovato non faccia bene all’autostima. Già, la moglie. Stella non è del tutto mal caratterizzata, e per esempio mantiene fino alla fine un certo scetticismo a proposito della profezia Maya, in un modo che contrasta bene con la pronta accettazione della storia da parte di Cedric Owen. Anche la frustrazione di Stella verso le reazioni tra il geloso e il depressivo di Kit è trattata in modo convincente; il modo in cui s’impadronisce allegramente del sogno di suo marito lo è un po’ meno. Stella non fa altro che ripetere che ‘deve’ fare questo o quello, e che ‘è la Pietra a decidere’ per lei… Non fa gran meraviglia che Kit, costretto su una sedia a rotelle, diventi un nonnulla insicuro. Ma su questo torneremo.

Con i personaggi minori, ahimè, veniamo alle dolenti note. Antony Bookless, Master del Bede’s College e mentore di Kit, presenta qualche ombra di complessità, completamente sacrificata alla necessità d’indirizzare tutti i sospetti su di lui, sospetti così ovvi, tra l’altro, da poter essere soltanto un tentativo di depistaggio. Gli altri personaggi sono malinconicamente tutti bidimensionali e/o nient’altro che plot-devices. Prima tra tutti Ursula Walker, la tosta-ma-raffinata antropolga che non solo è la maggiore esperta sulle profezie Maya ma, guarda caso, ha il segreto di Cedric Owen nascosto nella casa dei suoi avi; poi c’è Najakmul, sciamana (o si dice sciamanessa? Insomma, uno sciamano femmina) Maya, che tutto sa e tutto comprende; e che dire di Martha Huntley, la bella vedova intrepida che entra in scena a dieci pagine dalla fine senz’altro scopo che far innamorare il Capitano Aguilar, perché DEVE esserci una discendenza? poi ci sono Padre Calderon, il cugino Lawrence, Edward Wainwright, Nostradamus, e il sergente Jones, che entrano ed escono di scena per dispensare l’informazione giusta al momento giusto; e Davy Law, che (viene chiarito in modo singolarmente poco sottile) deve piacerci, Perché L’Autrice Ha Detto Così; e Fraser, lo Scozzese pittoresco per cui non si può non avere simpatia… Tutta gente che se ne va in giro utile ed inespressiva come i segnaposti del Cluedo, e tu, Lettore, li conti sulle dita: da una parte quelli puramente funzionali ad una svolta della trama, dall’altra quelli che sono lì soltanto come candidati al ruolo di Vilain. Chi fa cosa?

E questo ci porta ad un altro enorme difetto di questo libro… da vedersi nel prossimo post!

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Pezzettini di Teschio: le truci intenzioni

Non è che non legga mai fantasy, ma davvero non mi sono scomposta per la quantità di storiellone fantastico-avventurose fiorite attorno alla supposta fine del mondo nel 2012. Conto seriamente che i Maya si sbagliassero e prendo atto delle potenzialità che una profezia del genere offre al cinema e al mercato editoriale. Unico tra i numerosi titoli, Il Teschio di Cristallo di Manda Scott aveva suscitato in me qualche curiosità per un solo motivo: una parte della storia è ambientata in epoca elisabettiana. Può non sembrare granché, ma per me è abbastanza da giustificare almeno un tentativo. Tra l’altro, l’autrice si era creata un certo nome con una serie di romanzi incentrati su Boadicea, regina degli Iceni, tutt’altro che male. Metti mai…

Adesso, avendolo letto qualche tempo fa, posso dire con cognizione di causa che Il Teschio di Cristallo è un libro bizzarro. Premetto che si fa leggere, perché la signora Scott sa come creare ritmo e tensione, e le sue descrizioni sono spesso una meraviglia. La qualità della scrittura è davvero buona, abbastanza da trasparire inequivocabilmente anche in traduzione… E allora? si chiedeva un lembo del mio cervello mentre leggevo. Che cosa c’è che non va? E’ ben scritto; è mezzo giallo e mezzo romanzo storico; la parte storica è ragionevolmente accurata; la parte contemporanea è ambientata a Cambridge… perché diavolo mi lascia insoddisfatta?

Ebbene, mi lasciava insoddisfatta perché è un libro insoddisfacente. Sotto la vernice della buona scrittura, c’è tutta una varia ed affascinante collezione di difetti. Difetti gravi, difetti strutturali, difetti di caratterizzazione, difetti d’intento. Difetti che si sarebbero potuti eliminare, facendo de Il Teschio di Cristallo un buon libro ben scritto, anzi che un libro mediocre nonostante il modo in cui è scritto.

Ci ho rimuginato su, ed essendo la collezione di difetti in questione molto, molto istruttiva, ho intenzione di dissezionare molto dettagliatamente questo libro nel giro di quattro o cinque post. 

Sarà un’operazione un tantino sanguinolenta, e il finale sarà rivelato senza misericordia, ma è come Galvani: spellando la rana (povera rana!) si fanno interessanti scoperte sull’elettricità.