anglomaniac · bizzarrie letterarie · Poesia

Limerick!

Edward_lear2.jpgIl limerick è una poesiola in cinque versi (dimetri o trimetri anapestici, a voler essere pignoli) con uno schema di rime AABBA. Ora, perché qualcuno vorrebbe inventare una forma poetica di cinque versi anapestici*? Ma perché qualcuno è inglese, naturalmente. O più che altro irlandese: a parte qualche esempio arcaico (il solito, onnipresente Shakespeare – ma la faccenda è dubbia, e un ecclesiastico seicentesco in vena satirica) l’origine del genere sembra doversi cercare nell’Irlanda settecentesca, dove i cosiddetti Poeti del Maigue si sfidavano a produrne di estremamente licenziosi.

Noi adesso associamo il limerick alla letteratura nonsense grazie a Edward Lear che, nella seconda metà dell’Ottocento, prese la forma e la usò per le sue incantevoli rime assurde, come questa:

There was an Old Lady of Prague,
Whose language was horribly vague,
When they said,”Are these caps?”
She answered “Perhaps!”
That oracular Lady of Prague.

Oppure questa:

There was a Young Person of Smyrna
Whose grandmother threatened to burn her*;
But she seized on the cat,
and said ‘Granny, burn that!
You incongruous old woman of Smyrna!’

E a questo punto è evidente che la prosodia non è precisamente il primo dei problemi nel comporre un limerick: giochinonsense--edward-lear-001 di parole, allitterazioni, assonanze, nomi geografici e bizzarrie di pronuncia** sono i nove decimi del sugo di questo gioco, e al diavolo i trimetri anapestici – anche se, come Lear, si era il professore di disegno della Regina Vittoria. Tra l’altro c’è un che di estremamente appropriato nell’idea che sia stato un eminente vittoriano a… come dire? Ad addomesticare il limerick purgandolo dalla sua componente licenziosa. Voglio dire: era gente che metteva i pantaloni ai pianoforti!

A quanto pare, all’epoca non si chiamavano neppure limerick, e l’origine del nome è controversa. Pare che il primo uso documentato risalga al 1880 in Canada, per questa strofetta (da cantarsi sull’aria di Will You Come Up To Limerick, il che – pare a me – fa molto per spiegare l’origine del nome…):

There was a young rustic named Mallory,
who drew but a very small salary.
When he went to the show,
His purse made him go
To a seat in the uppermost gallery.

L’importante è presentare un protagonista (spesso in termini geografici) al I verso, descriverne le Edward_Lear_More_Nonsense_87.jpgbizzarrie al II, derivarne conseguenze ancora più dissennate al III e al IV, e raggiungere una conclusione nel V, in un genere di progressione logica inattaccabile nella sua completa illogicità. Insospettabili ed eminenti britannici si sono divertiti un mondo a coniare limerick. Di sicuro non vi stupite se cito Lewis Carrol, ma come la mettiamo con Stevenson? E Joyce? Sì: il Joyce di Ulisse scriveva limerick. Per non parlare poi di Bertrand Russel, non so se mi spiego. Ma d’altra parte, quando si tratta di nonsense, gli Isolani sono pieni di sorprese…*** E in Italia? Be’, il babbo del limerick italiano (talvolta chiamato limericco) è Gianni Rodari che, nella Grammatica della Fantasia, consiglia a chi voglia cimentarsi in questo albionico sport di “Prendere due parole possibilmente molto lontane come campo semantico, ma in rima fra di loro, e lasciarle sbattere fra di loro finché dalla scintille non nasca la prima idea della poesia”. Con questo metodo, Rodari produceva rime siffatte:

Una volta un dottore di Ferrara
Voleva levare le tonsille a una zanzara.
L’insetto si rivoltò
E il naso puncicò
A quel tonsillifico dottore di Ferrara.

E ora, o Lettori, qualcuno vuole provare e cimentarsi a far limerick per diletto?
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* Se volessimo essere spiritosi diremmo che, avendo tre versi con tre piedi ciascuno e due versi con due piedi ciascuno, il limerick è una bestia con tredici gambe… Ecco, questo è il punto in cui potete ridere, se volete.

** Far rimare Smyrna con burn her è possibilissimo, a patto di far cadere la h alla maniera cockney, e pronunciare -er come -ah. Sì, lo so, eppure credetemi: in qualche modo, in Inglese tutto questo ha senso.

*** …e anche i loro cugini d’Oltreoceano. Una volta postai su un forum americano una serie di tre limericks. Mi erano costati una sera di lambiccamenti, ma mi sentivo davvero bravina. Nel giro di dieci minuti, metà del forum aveva risposto in kind, e in via del tutto estemporanea. Er…

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Le illustrazioni sono tratte da A Book Of Nonsense, di Edward Lear – tranne la copertina, che essendone la copertina, naturalmente, non ne è tratta, o almeno non nel senso… oh, avete capito benissimo che cosa intendo.

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grillopensante · guardando la storia

Il Vino Color del Mare

ruotacoloriIeri sera, dopo le prove, si scriveva in gruppo… No, non con la stessa gente delle prove. Altro gruppo, altro posto – seppure in rapida successione. E si scriveva, per l’appunto, in gruppo, e il tema contingente erano i cinque sensi. Esercizi in materia di udito, vista e compagnia cantante.

Naturalmente è venuto il momento dei colori – ma, alas, è venuto tardi, poco prima che dovessimo disperderci nella notte buia e tempestosa…

“Liste,” ho raccomandato oracolarmente a titolo di congedo. “Liste di ogni genere – e anche liste di colori. Col che non intendo giallo, verde, rosso, azzurro, violetto e arancione… Intendo colori particolari, sfumature o combinazioni che significhino qualcosa per voi, nomi belli ed evocativi*…”

Perché, a dire il vero, mi  vado convincendo viepiù che la percezione dei colori sia una faccenda complessa e stratificata – con un aspetto fisico, uno culturale e uno individuale, at the very least – e trasmetterla per iscritto è un mestiere molto più intricato che scrivere “il mare è azzurro”…Omero

Che poi, a ben vedere, il mare non è nemmeno sempre azzurro – o blu, o verde, o grigio. O non sempre lo è stato, se dobbiamo dar retta a Omero. Vi siete mai imbattuti in οίνοψ πόντος? Il mare dall’aspetto di vino, il mare che a vedersi è come il vino, il mare color del vino**… Che cosa intendessero davvero i Greci omerici con questo bizzarro accostamento, è oggetto di pensieri, dibattiti e rimuginamenti da almeno quattro secoli.

E dapprima ci fu chi scrollò le spalle dicendo che dopo tutto Omero era cieco, poor fellow: che ne sapeva lui di che colore avessero il mare e il vino? Ma noi, gente smalizata, sappiamo che il Vecchio Aedo Cieco è faccenda leggendaria, Né siamo troppo disposti a credere che la pietra macinata che all’epoca si aggiungeva al vino potesse renderlo bluastro – perché il vino, quando compare di per sé nell’Iliade e nell’Odissea, è descritto rosso o nero. Quanto all’idea che un’invasione d’alghe o delle ceneri vulcaniche potessero rendere rossiccio qualche tratto di mare, è plausibile in sé – ma si tratta di possibilità molto locali e temporalmente limitate: quella mezza dozzina di οίνοψ πόντος avrebbe davvero attraversato i millenni se avesse avuto senso soltanto per i quattro gatti che avevano visto il mare rossiccio per una stagione? E nemmeno la teoria di un daltonismo diffuso presso i Greci omerici è terribilmente convincente – però è la prima a ipotizzare che, in qualche modo, quei Greci vedessero i colori in modo diverso da noi…

Gladstone2A elaborarla per primo fu William Gladstone***, notando il limitato numero di colori nei poemi omerici e il loro curioso uso, e immaginando che la percezione cromatica fosse una faccenda evolutiva: più avanzata è la civiltà, più colori riconosce e nomina. I Greci al dì d’Omero, semplicemente, non erano ancora arrivati al blu.

Il che è interessante, ma non ancora abbastanza.

Una quindicina d’anni fa, Michel Pastoureau suggerì, in sostanza, che ai Greci di Omero mancasse la categoria concettuale del Blu: in fondo, in natura, non è che se ne trovi molto al di fuori del cielo e del mare – il che non è poco, ma entrambi potevano essere percepiti come vuoti. Hence, il blu non era un colore, ma un vuoto.

Ma la spiegazione più completa e più affascinante dei colori d’Omero l’ho trovata imbattendomi nel lavoro di Mark Bradley, che insegna Storia Antica a Nottingham, e che sostiene che la percezione cromatica di Omero non è arretrata – è del tutto diversa. Omero non ragiona, come facciamo noi da Newton in qua, in termini di colori teorici. Per “lui” i colori sono la buccia esterna delle cose. Il tavolo non è marrone, ma color legno – e, cosa ancor più affascinante, il colore del legno si porta dietro connotazioni non visive che partecipano della natura del legno stesso: consistenza e solidità, ad esempio.

Una sorta di… credete che possiamo chiamarla sinestesia concettuale? WineDarkSea

Ed ecco che il mare ha il colore del vino: entrambi sono scuri e di colore intenso, e traslucidi all’occasione; entrambi sono liquidi; entrambi sono tanto attraenti quanto pericolosi – e mortali se ci si spinge oltre limiti non chiaramente identificiabili… οίνοψ πόντος non ha poi molto a che fare con la ruota dei colori: è una faccenda di idee, attrazioni, consistenze, paure. Una faccenda sofisticata e intricata. Una di quelle cose che non sappiamo più in senso stretto – ma possiamo intuire attraverso i millenni.

Perché il passato è un paese differente, dove fanno le cose in un altro modo. E hanno, si direbbe, colori differenti.

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* Perché ammettiamolo: come resistere a nomi come cinabro, cremisi, oltremare, ocra, verderame…? Il retro di una scatola di colori è una lettura.

** Wine-dark sea, tradusse, a mio avviso molto felicemente, Henry Liddell – il babbo dell’Alice originale. Non so, ha il ritmo e il colore giusto, non vi pare?

*** Sì, quel Gladstone. Primo Ministro inglese – e grecista di tutto rispetto nel tempo libero.

 

elizabethana · Storia&storie

I Falò Dell’Armada

Vi va, per oggi, una piccola storia di come storie, leggende e luoghi comuni scendano giù pei secoli – e a volte assumano strane forme?
766px-Invincible_Armada.jpgAllora, cominciamo col dire che in Inghilterra il 1588 fu l’Armada Year, perché si temeva e aspettava l’attacco spagnolo via mare, e l’attacco arrivò. Come misura d’allarme, fu rimesso in uso l’antichissimo ed efficace sistema dei beacons, sorta di ur-fari costituiti da pile di legna cosparsa di pece, ciascuno con il suo guardiano pronto ad incendiarlo. I beacons erano sparsi per buona parte della costa occidentale dell’Inghilterra, ciascuno visibile dal precedente e dal successivo. Quando la flotta spagnola fece davvero la sua comparsa all’orizzonte, il primo guardiano che l’avvistò dalla Cornovaglia accese il suo beacon, seguito dai suoi immediati vicini non appena questi videro le sue fiamme, e poi via così, fino a che la notizia non giunse a Londra. Prayer.png

Dopodiché, nel giro di qualche mese, una combinazione di abilità marinaresca inglese, tempeste e puro caso fece polpette del grosso dell’Armada, e l’immagine delle navi spagnole disalberate che bruciavano alla deriva si confuse, nell’immaginario degli Isolani festanti, con le fiamme dei beacons d’allarme. Memorialisti e scrittori dell’epoca riportano i brindisi nelle taverne, le preghiere d’occasione (una delle quali attribuita addirittura alla Grande Elisabetta in persona), le ballate e le poesie estemporanee che celebravano la vittoria e i beacons, segno della vigilanza e dell’indomabile bellicosità inglesi.

In realtà l’entusiastico idillio durò poco, ma mentre la Regina e il Consiglio Privato lesinavano paga e cure a reduci e feriti, il mito cominciava già a crescere. Lo ritroviamo, per esempio, descritto allegoricamente in The Faerie Queene di Spenser, e lo ritroviamo nelle pagine di legioni di storici di età Tudor e Stuart e anche Hannover: la piccola e tosta Inghilterra, con pochissime navi e le barchette da pesca, resiste alla poderosa avanzata di una sterminata flotta di enormi e malintenzionatissime navi spagnole, e solo l’ardire di questi cavalieri del mare, ispirati dalla loro regina e guidati da Dio, ricaccia indietro i feroci invasori papisti…

Mica tanto vero, in realtà, perché le forze navali in campo erano pressoché pari, la vittoria inglese non cambiò drasticamente da un giorno all’altro gli equilibri dell’orbe terraqueo, e gli Spagnoli non avevano inteso di colonizzare e ricattolicizzare a forza l’Isoletta e, già che ci siamo, non erano nemmeno stati loro a battezzare la loro flotta La Invencible Armada – il nome era stato partorito dall’ansia degli Inglesi. Macaulay.png

Ma poco importava: la leggenda aveva messo radici abbastanza profonde perché nel 1832 Thomas Babington Macaulay, storico e poeta, dedicasse un poema narrativo ai vincitori dell’Armada – senza dimenticare i beacons che si accendono uno dopo l’altro e scintillano lungo la costa, chiamando alle armi gli Inglesi e lanciando un fiammeggiante monito agli Spagnoli!

ArmadaBeacons.png1888, terzo centenario, ed ecco un’incisione commemorativa di Edward Whymper, in cui si vede il messaggero a cavallo che galoppa in riva al mare con una fiaccola in pugno. Dietro di lui si raduna gente, dietro la gente i guardiani accendono un beacon, e sullo sfondo, giù lungo la costa, ecco il fuoco successivo che brilla già.

Andiamo avanti: 1936, e A. E. W. Mason pubblica il suo romanzo storico Fire Over England, il cui giovane eroe è una spia inglese alla corte di Madrid – ma tornerà in patria in tempo per comandare una delle navi incendiarie a Gravelines. L’anno successivo, 1937, dal romanzo viene tratto un film che FOEMason.jpgdoveva servire a diverse cose: celebrare non so più quale anniversario reale, fare cassetta sull’enorme successo del romanzo (e su Laurence Olivier nel ruolo di Michael/Robin) e proporre all’Inghilterra tutta un’interessante analogia tra la Spagna di Filippo II e la nascente potenza nazista. E qual’è mai l’orgogliosa isoletta che, di mestiere e da sempre, resiste ai tiranni e agli invasori? Inutile dirlo, la scena dedicata all’accensione dei beacons è lunga, elaborata ed epica.

Passano le guerre e passano i decenni, e adesso balziamo avanti, agli Anni Ottanta, quando l’Armada e i suoi fuochi ricompaiono in bizzarra forma. Avete mai giocato con un librogame? Quelle cose narrate in seconda persona singolare, in cui armati di un dado o due e di una matita, siete voi a decidere gli snodi della vicenda? Ebbene, ce n’era game.jpguna limitata quantità di ambientazione storica, e in particolare uno il cui sottotitolo è The Spanish Armada. E il titolo? Quale pensate che sia l’immagine scelta dal dipartimento marketing per risvegliare insieme l’attenzione, la memoria e il senso di romantica avventura del lettore? Ma Blazing Beacons, naturalmente: falò ardenti!

Ultima tappa: Elizabeth – The Golden Age, nel 2007, racconta di necessità la stessa storia (con una discreta quantità di licenze narrative, ma d’altra parte, chi non si è preso licenze con questa storia?), e di nuovo dedica ai beacons una lunga ed emozionante sequenza di fuochi che si accendono una dopo l’altra nel crepuscolo, per diventare la luce che indora i vetri piombati di una trifora alle spalle della regina – giusto in tempo per il punto di non ritorno: “We cannot be defeated”.

E questa mattina eccomi qua che, nel mio piccolo, aggiungo un tratto alla storia – un fuocherello alla fila – raccontandovi tutto questo sulla Rete, e i beacons ne hanno fatti di passaggi: da strumento di comunicazione ottica a motivo di esultanza, a leggenda, a poesia, a pagina nei libri di storia, a romanzo, a film, a gioco, ad esempio di storia della comunicazione… E ciascuna tappa ha acceso la successiva, in un certo senso – e quindi si può dire che la catena continui ininterrotta da quattro secoli e moneta. Non male, don’t you think?

teatro

Fantasmi e Spiriti

E ci siamo: venerdì 7 aprile debutta al Teatrino d’Arco il nuovo Fantasma di Canterville dell’Accademia Campogalliani*.

Il Fantasma Tormentato che si aggira per l’Antica Magione nella Campagna Inglese è un classico tra i classici, giusto? Ma che succede quando lo spettro, con le sue catene rugginose e macchie di sangue, si scontra con l’indomito (e più che un pochino stolido) positivismo americano?

Venite a scoprire che cosa ne pensa Oscar Wilde – adattato e tradotto per le scene dalla vostra affezionatissima:

CantGhost

Le date sono il 7, 8, 9, 21, 22 e 23 di aprile – un breve giro di repliche – ma Sir Simon, l’irrepressibile famiglia Otis e lo staff molto gotico di Canterville Chase torneranno quest’estate al Parco delle Bertone e poi di nuovo nella stagione 2017-2018.

Prenotazioni dal mercoledì al sabato, tra le 17 e le 18.30, al numero 0376 325363, oppure via mail all’indirizzo biglietteria@teatro-campogallian.it.

***

IMG-20170318-WA0001Oh – e per restare in tema di spiriti, questa sera c’è Inchiostro & Vino.

“I popoli del Mediterraneo cominciarono a uscire dalla barbarie con la coltivazione dell’ulivo e della vite,” diceva Tucidide – e diceva molto sul serio. Basta vedere quanto e come scrive di vino Omero. E basta pensare che Roma consumava 180 milioni di litri di vino l’anno – senza contare gli schiavi…

Ne parliamo questa sera all’Enoteca di Porto Catena.

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* Cui, tra l’altro, vanno i complimenti per il recentissimo Premio Maschera d’Oro a Vicenza…

Poesia · Vitarelle e Rotelle

Post Versicolore, in cui si parla di Poesia e di Rilevanza

SeamusQuando mi si chiede chi sono i miei poeti preferiti*, in genere rispondo: Seamus Heaney, e poi Emily Dickinson, Kipling, Gozzano.**

E naturalmente Heaney è Heaney – ma oggi lasciate che ci concentriamo sugli altri tre, volete? Per un motivo che è solo tangenzialmente poetico. Emily Dickinson, Kipling e Gozzano – e l’ordine in cui si trovano è dovuto a un paio di ragioni. In primo luogo, in questa successione, i tre nomi suonano quasi come un endecasillabo, e se con questo pensate che io spinga la ricerca del bel suono al limite dell’eccentricità, probabilmente avete ragione. In secondo luogo, questa è la versione dell’elenchino che ha meno probabilità di creare reazioni bizzarre, e ciò si deve a Kipling in seconda posizione. Mi vergogno un po’ ad ammettere che non sempre ho voglia di dibattere sui pregiudizi cristallizzati attorno a Kipling e alla sua opera, ma resta il fatto che, in un elenco di tre elementi, quello in mezzo è destinato ad attrarre meno attenzione.

English: Daguerreotype of the poet Emily Dicki...

È una legge di rilevanza, e non vale soltanto per le serie di tre: il primo elemento colpisce l’attenzione proprio perché arriva per primo, e perché il lettore/interlocutore è portato ad attribuire questa posizione a una ragione specifica. Naturalmente, la ragione non deve necessariamente essere evidente: ci sono carrettate di ragioni legittime per aprire un elenco con un elemento piuttosto che con un altro, inclusa quella pura e semplice d’incuriosire il lettore. La posizione di coda è, semmai, ancora più efficace, perché l’ultimo elemento è quello che più facilmente resterà in mente al lettore, quello che gli sarà temporalmente più vicino una volta girata la pagina o cambiato l’argomento. E’ sempre possibile contrastare questo sbilanciamento ponendo in coda un elemento più debole di quello iniziale. In un certo senso la più celebre Emily Dickinson e il quasi ignoto Guido Gozzano funzionano così – a meno che il nome poco noto non stimoli più curiosità, o che all’altro capo della comunicazione ci sia qualcuno che ama poco ED.

387px-Rudyard_KiplingTutto quello che sta in mezzo a questi due picchi è, per forza di cose, vallata. E sì, lo ripeto, mi vergogno, perché adoro Kipling, e non voglio certo lasciarlo a fondovalle… recupero qualche punto se dico che è più un tentativo di proteggere la mia predilezione che di nasconderla? Parlando seriamente, tuttavia, se il mio pantheon poetico contenesse sei nomi anziché tre, la rilevanza si applicherebbe allo stesso modo, con il primo e l’ultimo poeta in evidenza e tutto ciò che è in mezzo a rischio di oblio. E questo è il motivo per cui inserire nella scrittura lunghi elenchi è sempre a tricky matter: se proprio lo si vuole fare, è meglio essere sicuri di saper bilanciare bene l’allascamento della rilevanza con il peso inerente di ogni singolo elemento.

Guido GozzanoAd ogni modo, certi giorni (o a certa gente) capita che dia risposte diverse. Kipling, Emily Dickinson e Gozzano è come il primo tiro di una forcella d’artiglieria, quando intendo invitare la discussione. Oppure Gozzano, Emily Dickinson e Kipling conta come un crescendo, con l’effetto di far sobbalzare gli interlocutori politically correct. Gozzano in mezzo non lo lascio quasi mai, confesso: sarebbe quasi come non nominarlo affatto, anche se devo ammettere che Emily Dickinson, Gozzano e Kipling ha una sua sonorità non disprezzabile.

Se poi il mio interlocutore se ne infischia dei miei giochini di rilevanza, evita di esclamare inorridito che Kipling era un Bieco Imperialista, Colonialista e Razzista, e si mette a discutere davvero di poeti e di poesia, questa è la reazione ideale.

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* Ebbene sì, c’è ancora gente che ti chiede di punto in bianco chi sono i tuoi poeti preferiti. D’altra parte, ho scoperto stasera che ci sono ancora cinema che replicano i film “a grande richiesta”… la vita è piena di sorprese.

** Yes, well – e Marlowe, e Shakespeare… ma diciamo in contesto non teatral-elisabettiano.

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Arte Varia · Shakespeare Year

Essere O Non Essere… per Pennello e Pianoforte

Chi ha detto che l’anno shakespeariano è finito? Ricordate Alessandro Sanna, Elisabetta Garilli e i loro meravigliosi concerti disegnati?

Ebbene, adesso Alessandro ed Elisabetta debuttano con una nuova meraviglia chiamata 400Shakespeare – un’incantevole meditazione per musica, immagini e testi su Shakespeare, l’immagine e l’immaginazione… E vado particolarmente orgogliosa del fatto che ho avuto una piccola, piccolissima parte in tutto ciò.

E già che ci siamo: grazie per avermi voluta in locandina, Alessandro! È stata una bellissima sorpresa…

400ShakespeareSanna

Ne riparleremo quando uscirà (prossimissimamente) Essere o non essere Shakespeare, il nuovo libro illustrato di Alessandro, da cui provengono le illustrazioni.

Intanto, però, domenica 26, alle ore 17, vi aspettiamo al Teatro Ristori di Verona per il debutto di questo splendido progetto.

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musica · scrittura · Vitarelle e Rotelle

Cliffhanger Rusticano

scrittura creativa, passo narrativo, opera, cavalleria rusticana, libretto, placido domingoMi è capitato in questi giorni di riascoltare la Cavalleria Rusticana, nell’edizione Domingo-Obraztsova-Bruson diretta da Pretre. Ridendo e scherzando, l’edizione in questione va per i trentacinque anni, ma non è questo il punto.

Il punto è che non avevo mai notato come Targioni-Tozzetti e Menisci fossero narrativamente scafati. Voglio dire, di solito dai librettisti ci si aspettano versi turgidi, vocaboli desueti, storia macellata e improbabilità multiple. TT&M no. TT&M non solo usano linguaggio asciutto, narrazione stringata e logica impeccabile, ma appendono anche il melomane (e l’ostessa) alla scogliera.

Pensate all’inizio. Dopo la serenata offstage di Turiddu, dopo che contadinelli e contadinelle hanno lietamente inneggiato alla primavera e alla Pasqua, Santuzza giunge all’osteria di Mamma Lucia con la faccia di chi non porta buone nuove. Chiede di Turiddu, che dovrebbe essere altrove e invece è stato visto in paese (lo sappiamo anche noi: poco fa se ne andava attorno cantando in vernacolo locale – e non per Santuzza) e spiega di non poter entrare in casa altrui perché è scomunicata.

Adesso sì che Mamma Lucia comincia ad allarmarsi.

E che ne sai del mio figliolo? indaga.

Santuzza si torce le mani: Quale spina ho in core!

E adesso vuoterà il sacco, giusto? Che diamine ha questa ragazza? Perché non può fare la comunione il giorno di Pasqua? Perché Mamma Lucia all’inizio era così brusca con lei? Avanti, Santuzza, dicci tutto…

E invece no. scrittura creativa, passo narrativo, opera, cavalleria rusticana, libretto, placido domingo

La musica compie una virata angolare, odonsi tinnir di campanelle e schiocchi di frusta, entra in scena Compar Alfio, sanguigno e compiaciuto di sé, accompagnato da una frotta di paesani cinguettanti. O che bel mestiere fare il carrettiere! Tanto più che a casa lo aspetta Lola, che l’ama e lo consola…

E perché mai le comari fanno “oh”? E poi Lola? La stessa lola bianca e rossa come una ciliegia della serenata di Turiddu?

Ahi…

E mentre la scena prosegue in pasquale gaiezza e poi pasquale devozione, noi sappiamo che qualcosa non va, cominciamo a sospettare la natura della spina di Santuzza, e ci sa tanto che non sarà la più lieta delle giornate per tutta questa gente. E, detto per inciso, se prima eravamo curiosi di sentire che cos’ha da dire la ragazza, adesso lo siamo di più, e con una certa ansia. E se siamo ansiosi noi, figuriamoci Mamma Lucia!

Eccoci tutti appesi a una scogliera tardo-ottocento. E, mentre aspettiamo che Santuzza e Lucia si liberino del carrettiere soddisfatto, potremmo anche meditare sull’accorgimento narrativo: abbiamo una rivelazione rilevante da fare? Magari proprio quella che mette in movimento la trama? Be’, potremmo fare di peggio che servirla in più fasi – con interruzione rilevante. Perché se c’è qualcosa che fa felice il lettore è un significativo e bel crescendo di tensione.

E noi vogliamo sempre far felice il lettore, giusto? Felice in quella maniera che lo spinge a mangiarsi le unghie, ma felice.

Elsewhere

Intervista su “Non Quel Marlowe”

LuciusEtruscusAl volo – soprattutto grazie all’ennesima influenza che mi ha ridotta a uno stracciolino incoerente. Ma prima di soccombere ho fatto in tempo a rispondere all’intervista di Lucius Etruscus, curatore di Thriller Magazine, redattore di SherlockMagazine, multiblogger, saggista, narratore, appassionato di storia e letteratura – e della Questione del Vero Autore… A suo tempo, Lucius e io ci siamo incontrati tramite il suo NonQuelMarlowe, le avventure di un investigatore bibliofilo – ed è proprio lì che trovate l’intervista.

Grazie, Lucius – è stato un piacere.

E a voi, o Lettori, non prometto granché per i prossimi giorni, perché basta una linea di febbre a imbottirmi la testa di cotone idrofilo, biglie di vetro e prosciutto cotto. Ci sentiamo – prima o poi. Abbiate pazienza.