libri, libri e libri · Natale

Libri Sotto l’Albero 2015

BookOrnamentEcco ecco. Fra Santa Lucia e Natale ho ricevuto una certa quantità di libri…

1) The Jacobite Trilogy, di D.K. Broster. Il libro è una specie di fermaporte, e la Seconda Sollevazione Giacobita qualcosa per cui ho un debole – per via di Stevenson e Alan, si capisce. La Broster potrebbe essere un’altra di quelle scoperte, come Rosemary Sutcliff l’anno scorso. Ho appena cominciato il primo dei tre romanzi – ma ha l’aria di promettere bene.

2) Le Ateniesi, di Alessandro Barbero. Avevo sentito Barbero al Festivaletteratura a settembre, e mi aveva molto incuriosita a proposito di questo, che è il suo ultimo romanzo storico. Quel che mi ha convinta è l’idea di Eschilo che va a vedere le commedie di Aristofane e brontola perché la gente vuole solo ridere…

3) The Historical Bundle, di autori vari. Qui c’è un po’ di tutto – dall’antico Egitto ai pirati, dal Giappone all’Inghilterra Regency… È stato come entrare in un negozio di giocattoli – e sembrano uno più promettente dell’altro.

4) Lost and Found. Questo tecnicamente non è un libro, ma un DVD. Una raccolta di film muti americani che si presumevano perduti e invece sono saltati fuori dagli archivi di qualche archivio cinematografico neozelandese. Tra gli altri c’è Upstream, di John Ford – che volevo vedere da secoli perché è una storia di teatranti tra America e Inghilterra.

5) Accabadora, di Michela Murgia. Posso confessare che questo mi perplime un pochino? Non mi sembra per niente il mio genere… Ma il regalo viene da una persona che da anni lotta per allargare i miei orizzonti letterari, per cui ci proverò senz’altro.

6) Gli Ospiti Paganti, di Sarah Waters. Londra, 1922. I postumi della guerra, una casa troppo grande, una convivenza inaspettata… Ho sentito un gran bene, di questo romanzo e della sua autrice.

7) Push Not the River, di James Conroyd Martin. Altro romanzo storico. Diciottesimo secolo, spartizione della Polonia, basato su un diario autentico…

Ecco. Proprio un bottino, nevvero? Niente mi piacerebbe come avere abbastanza vacanze per leggere tutto ciò… All’atto pratico, quest’anno la mia vacanza di lettura postnatalizia si promette breve e stretta, per cui… Ma mettiamola in questo modo: tutto quel che non riuscirò a leggere in questi giorni sarà di gran consolazione quando l’orrido gennaio sarà qui.

E voi, o Lettori? Che cosa avete trovato sotto l’albero, in fatto di cose che si leggono?

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Campane

Bells3Riecco la Vigilia e – perché qui non siamo nulla se non tradizionalisti – riecco la Carola delle Campane, in un’altra versione ancora.

Er… forse questa è più da ascoltare che da vedere, perché Julien Neel che quartetta a cappella con sé stesso è notevole a sentirsi, ma a vedersi… be’, non so.

Ma niente – per questa carola ho un’incoercibile debole.

Anyway:

Felice Vigilia, o Lettori.

Natale

Natale per Iscritto – Parte II

large_a-christmas-carolE poi ci sono le storie completamente natalizie. In genere si tratta di racconti e, nella maggioranza dei casi, di uno tra due schemi collaudati, mututati dalle fiabe: a) qualcuno di malvagio/duro/egoista riceve dimostrazione/prova/spavento e si converte/redime/convince/riscatta/raddolcisce giusto in tempo per Natale; oppure b) qualcuno di innocente e buono viene a trovarsi (o si trova già) nei guai ma poi tutto si risolve, in genere nel corso della notte di Natale. Qualche volta si può anche avere una combinazione di a) e b).

Suona familiare? Potete giurarci: da Canto di Natale alle innumerevoli commedie americane dicembrine, gli autori non fanno altro che combinare una tra le più vecchie e collaudate strutture narrative con questo elemento dall’irresistibile appeal, il Natale. Aggiungete vischio, porporina, l’occasionale intervento superno e il fattore L (come lucciconi), perché non è che gli autori di racconti siano al di sopra di un po’ di ricatto.

Così si può cominciare con il tenero e lievemente oleografico I doni dei Magi, di O. Henry, il cui piccolo conflitto (due giovani sposi squattrinati che non possono permettersi il regalo perfetto per l’amato bene) si risolve in una celebrazione stagionale della generosità dell’amore.gift-magi-o-henry-hardcover-cover-art

Nella più perfetta tradizione del tipo a) s’inserisce il Racconto di Natale di Dino Buzzati, il cui pregio maggiore, secondo me, risiede nell’atmosfera sospesa e misteriosa, a partire da quel meraviglioso palazzo arcivescovile, “tetro e ogivale”, “stillante salnitro dalle pareti”.

Guido Gozzano ha tentato di non essere convenzionale nel piccolo Il dono di Natale, affidando il ruolo di strumento dell’intervento superno a un giovane ladro dal cuore d’oro (e dall’infanzia infelice). Viene da chiedersi se i due orfanelli “beneficati” non finiranno nei pasticci per tutti quei giocattoli rubati proprio nel negozio accanto, ma non stiamo a cercar peli nell’uovo, giusto? È Natale, dopo tutto… Come pure è Natale in Natale a Ceylon, una delle lettere dalla Cuna del Mondo, in cui il narratore/viaggiatore cerca di non struggersi troppo nella lussureggiante calura cingalese – finché non lo colgono a tradimento le campane della cappella cristiana all’altro capo della valle, e allora come cambierebbe tutte le meravigliose orchidee del suo giardino in prestito per un ramo d’agrifoglio e la neve di Casa, all’altro capo del mondo!

Siamo singolarmente allegri quest’oggi, vero? Ma c’è di peggio. Essendo i Russi il gaio popolo che sono, Checov scardina lo schema per offrirci il desolato Attorno a Natale (solo traduzione inglese, sorry): due anziani genitori analfabeti fanno scrivere una lettera per la figlia sposata di cui non hanno notizie da anni. Nonostante uno scrivano pubblico disonesto e un marito brutale, la figlia segregata riceve la lettera, ma non ci sarà risposta. Non c’è redenzione, non c’è lieto fine, non c’è intervento divino, non ci sono ladruncoli di buon cuore: solo una buona dose di pessimismo slavo e la crudeltà del destino.

matchgirl3Natalizia ma tutt’altro che allegra è anche la Piccola Fiammifferaia – che in teoria appartiene alla categoria b), con la povera orfanella cui capita proprio di tutto, senza che nulla si rislova per il meglio… A meno di voler considerare un lieto fine il meraviglioso albero di Natale che appare nella luce dell’ultimo fiammifero e la nonna defunta che viene a recuperare la defungenda bambina… Be’, immagino che a suo modo sia un lieto fine, con il fattore L a livelli himalayani.

Per proseguire con una nota meno cupa, parliamo di omicidi, volete? Ad Agatha Christie non dispiaceva ambientare qualche storia nel periodo natalizio, ogni tanto. Così al volo me ne vengono in mente almeno due: Il Natale di Poirot, in cui il vecchio capofamiglia avaro e dispotico non ha il tempo di ravvedersi per Natale, visto che viene assassinato. E poi c’è The adventure of the Christmas pudding, un racconto breve di cui non ricordo il titolo tradotto, in cui Poirot viene invitato in una casa di campagna per indagare su una faccenda di rubini rubati e pasticci avvelenati*. Mi ha sempre divertita il fatto che l’intrusione di un investigatore belga nel Natale altrui fosse giustificata con il desiderio dello straniero di vedere “un vero Natale inglese”.

Poi ci sono piccole bizzarrie fiabesche, come lo Schiaccianoci – nella versione tedesca di Hoffmann e in quella francese di Dumas – che secondo me funziona per due terzi. Non so che farci: trovo incantevoli l’attesa, i giocattoli nell’armadio, l’albero di Natale, la festa, il padrino Drosselmayer, i regali meravigliosi, l’incidente con lo Schiaccianoci, il Re dei Topi, la battaglia notturna… Poi si può dire che la storia finisce, perché tutto il viaggio nel regno fatato… mah. Non c’è più nessuna tensione, nessuna attesa, nessun mistero. Ma pazienza – la prima parte è deliziosa. DickensTree2

E finisco con qualcosa che, a rigor di termini, un racconto non è. Dickens scrisse altre cose natalizie oltre ad A Christmas Carol – o quanto meno le scrisse per Natale. Non tutte sono ambientate per Natale, ma A Christmas Tree lo è. Però non è un racconto. È un bozzetto, sono ricordi… Più di tutto, il ricordo dolceamaro di tutti i Natali passati, che nell’immaginazione dello scrittore prende la forma di un abete capovolto che germoglia dal soffitto della sua stanza per fargli compagnia la notte di Natale.

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* Qui il pudding si fa in casa, ogni anno. Senza veleno. Di solito è molto buono – e nessuno dei miei ospiti è mai morto mangiandone…

 

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Natale per Iscritto I

ChristmasbooksNatale – tema irresistibile su cui scrittori e sceneggiatori ci si buttano a pesce. Bisogna ammettere che è un device narrativo ottimo perché, oltre ad essere una circostanza di cui il lettore ha sicuramente esperienza, offre un’ambientazione pittoresca, possibilità di conflitto quasi infinite, ogni genere d’interpretazione… E si presta ad essere il tema unico di un racconto o di una poesia, oppure un episodio in un romanzo.

In questa seconda guisa, può venire usato a fini di caratterizzazione (come si comporterà a Natale il personaggio che abbiamo già visto all’opera in altre circostanze?), per creare incidenti (dalla cena con i parenti mal sopportati all’omicidio, a dire il vero), per sottolineare un momento lieto (aggettivo non casuale: quanti libri finiscono per Natale?) oppure per offrire un contrasto drammatico (tutte quelle carole natalizie e lucette dorate, e al Nostro capita di tutto!)… Non c’è quasi limite a quello che un romanziere può fare con un 25 dicembre. Qualche esempio?LittleWomen

Riderete, ma il primo Natale che mi viene in mente è quello che apre Piccole Donne, di Lousa May Alcott. Il libro comincia proprio con le quattro sorelle March intente ai loro preparativi natalizi: papà è lontano in guerra, i soldi sono pochini, ma questo non impedisce loro di essere allegre e sagge fanciulle. Incontriamo Meg, Jo, Beth e Amy mentre organizzano una recita per i loro amici e discutono su come spendere la mancetta della vecchia zia bisbetica, e la Alcott ci presenta le sue protagoniste con il mezzo un po’ ovvio ma efficace di far scegliere a ciascuna il suo regalo: la bella Meg vuole un cappellino nuovo, Jo, l’intellettuale di famiglia, un libro; la timida Beth sogna della musica per pianoforte, mentre Amy, artista in boccio, sceglie dei colori. Poi finiranno col comprare dei regali per la mamma, invece che per sé, mostrandoci che brave e generose ragazzine siano. E il giorno di Natale… altre piccole rinunce in arrivo, ma niente paura: la generosità è il premio di se stessa, e poi ci sono anche premi più tangibili: ecco esposti personaggi principali, temi e ambientazione. Il II capitolo di Piccole Donne è qui*. Non a caso il romanzo finirà con un altro Natale, completo di nuovi amici, bei regali, riconciliazioni famigliari e, meraviglia delle meraviglie, il ritorno del padre!

OrangeUn Natale molto ma molto meno lieto è quello che vediamo alla fine del II Capitolo di Ragazzo Nero, il romanzo autobiografico di Richard Wright. Il giovanissimo protagonista, un bambino di colore nel Missisippi degli Anni Dieci del secolo scorso, riceve come regalo di Natale un’arancia, e passa la giornata cercando di farla durare il più a lungo possibile. La annusa a lungo, la succhia pian piano, poi mordicchia la buccia pezzetto per pezzetto. Richard si è già presentato: irrequieto, sensibile, sveglio, sognatore. L’arancia di Natale diventa il simbolo di un’infanzia povera e priva di prospettive, e anche dei sogni da coltivare, da assaporare prima che finiscano. Il giorno di Natale di Wright è come un fascio di luce di taglio: riesce solo a mettere ancora più in rilievo le ombre pesanti che circondano il piccolo Richard e minacciano di soffocarlo.marcovaldo_N

Poco allegro, pur se più leggero, è il Natale di Marcovaldo, di Italo Calvino, che mette alla berlina con amarezza garbata il lato consumistico delle festività, la corsa al regalo aziendale, l’assuefazione a quella che dovrebbe essere la meraviglia del Natale, la bontà liofilizzata a cura dei programmi ministeriali… leggete qui la motivazione offerta dai figli di Marcovaldo per la necessità di “fare dei regali a un bambino povero”. Si sorride, ma si sorride storto. A due righe dall’inizio, prim’ancora che gli zampognari entrino in scena, si vede già che il Natale per Calvino è un canale in più per l’ingenuo e rassegnato buonsenso del suo protagonista.

PoggioIMperialeE adesso un’autrice italiana che pochissimi conoscono. Emi Mascagni, la figlia del compositore, pubblicò un certo numero di novelle e romanzi per fanciulle, tra cui il delizioso Compagne di Collegio. Premessa: pressoché inutile cercarlo, visto che l’unica edizione (per quanto ne so), Garzanti 1941, non è più in commercio da secoli. Qualche eroica biblioteca ne ha una copia, io ne ho una copia malridotta che era stata regalata a mia nonna, e confesso di non averne mai viste altre in giro. Detto ciò, CdC racconta l’ultimo anno di Emi nell’esclusivo collegio di Poggio Imperiale, a Firenze. Stiamo parlando di prima della Prima Guerra, quando si entrava in collegio a sei anni e se ne usciva a diciassette, e ci si stava per tutto l’anno tranne le vacanze estive, compreso il Natale. Il capitolo “Dicembre” arriva quasi a metà del libro, fa la cronaca dei preparativi di questa cittadella tutta femminile: bambine, maestre e direttrici, comprese le ragazze dell’ultimo anno, quelle che si apprestano a trascorrere il loro ultimo Natale in collegio. Qui siamo nello spirito più classico: la recita di Natale, la neve, il presepio, i pacchi di dolci, i piccoli regali tra amiche, la messa cantata e, a riscattare il quadretto che altrimenti sarebbe un nonnulla oleografico, una specie di nostalgia in prospettiva. La consapevolezza amarognola della fine della fanciullezza, di qualcosa che scompare per non tornare mai più. Emi narratrice presta a Emi diciassettenne non solo gli occhi di chi guarda per l’ultima volta, ma uno sguardo adulto e pieno di nostalgia. Nella scena più dolce, è il Vecchio Natale (una sorta di spirito semi-dickensiano legato al Collegio) a passare per le camerate e a contemplare malinconicamente le ragazze che se ne andranno per non ritornare. Emi Mascagni si serve del Natale per portare in zona-lucciconi il tema di fondo del suo libro: una malinconia che si fa strada nella spensieratezza dell’adolescenza, un senso di fuga, di irreparabilità, di fine…

Emi Mascagni è una ricattatrice morale. E anche Louisa Alcott lo è. Ma lo è anche Dickens, e in fondo anche Richard Wright. Calvino non lo è, più che altro perché si fa gioco del ricatto morale natalizio invece di praticarlo ai danni del lettore. Si potrebbe dire che, nei romanzi, il Natale offra il destro per una ricca e fiorente attività ricattatoria, che funziona tanto meglio perché è basata su uno specifico presupposto: a Natale (o a proposito del Natale) siamo tutti felici di essere ricattati.

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* La traduzione è così così, e nemmeno accuratissima. Il peggio però è l’irritante midi di sottofondo: da leggersi con l’audio basso o, meglio ancora, spento. (Vale anche per Calvino).

 

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Revisioni in Corsa

dumas-william-henry-powellAdoro quelle storie dietro-le-quinte in cui gli autori modificano i loro drammi dopo il primo contatto con il pubblico – per lo più in risposta alla reazione del pubblico stesso, ma qualche volta… be’, perché hanno cambiato idea. Le adoro almeno al pari – e in almeno un caso persino di più – delle opere di cui parlano.

Per esempio, c’è questa storia di Alexandre Dumas Père che, dopo la prima del suo dramma storico Christine, fece le ore piccole insieme ai suoi amici Victor Hugo e Alfred the Vigny, per riscrivere qualche centinaio di versi che erano parsi un po’ legnosi. Viene da chiedersi quanto sia piaciuto agli attori dover mandare a memoria “qualche centinaio di versi”  tra il debutto e la prima replica – ma l’idea di questi giovani scrittori che collaborano febbrilmente per tutta una nottata primaverile è meravigliosa. Dalle due alle sei del mattino, dice l’aneddoto. Che nottata per il Romanticismo francese! FeliceCavallotti

Poi c’è Cavallotti – di cui abbiamo parlato a proposito di Agnese e Nulla Più. Cavallotti vendette la sua agnese ad Alamanno Morelli, celebre capocomico, che la fece debuttare a Roma. E il pubblico apprezzò moltissimo fino al quarto atto – e poi diventò freddino… E questo continuava a succedere rappresentazione dopo rappresentazione… Nondimeno, Morelli portò l’Agnese a Firenze, e poi a Torino, e la Freddezza da Quart’Atto continuò a prodursi, e ci vollero mesi prima che a qualcuno venisse in mente di consultarsi con l’autore. Cavallotti seguì a una rappresentazione, osservò il bizzarro fenomeno e fece una cosa molto sensata: chiese lumi a qualche membro del pubblico. E soprattutto le signore espressero la loro disapprovazione nei confronti di una scena che pareva loro “troppo violenta.” Avendo letto la tragedia nella versione originale, posso dire che a noi cinici del XXI Secolo sembra tutto molto blando – ma è chiaro che nel 1873 l’effetto era diverso. Cavallotti, uomo saggio, potò la scena -e l’Agnese continuò in scena con gran successo.

schillerIl caso del Don Karlos è un pochino diverso, visto che Schiller cambiò idea ben prima che il dramma arrivasse in scena – ma dopo che il primo paio d’atti era stato pubblicato (con gran successo e non poco scandalo) sul Deutsche Merkur. Solo allora A Schiller venne in mente di leggersi un po’ di storia spagnola* – e scoprì che non solo aveva fatto un gran pasticcio storico, ma anche che Re Filippo era un personaggio molto più complesso e interessante del Carletto eponimo. Peccato che quel che era già stato pubblicato non si potesse più cambiare… E così Schiller fece un’inversione di marcia là dove era arrivato e, quando si legge il Don Karlos per intero, si vede perfettamente il punto in cui l’autore cambiò idea, levò la scena al povero Karlos e concentrò il dramma sul Re e su Rodrigo di Posa, l’amico fittizio di Karlos. Marlowe

E che dire dell’unica pagina manoscritta del Massacro a Parigi arrivata fino a noi – forse** autografa di Marlowe – che contiene una versione del monologo di Guisa più lunga di quella che si vede nell’unica (e dubbia) pubblicazione in octavo sopravvissuta? In qualche modo fatico a immaginare Marlowe che cassa anche uno solo dei suoi preziosi versi – e comunque morì appena pochi mesi dopo il debutto del Massacro ad opera della Compagnia dell’Ammiraglio… Forse la versione pubblicata è un’edizione pirata dettata da qualche attore con poca memoria e ancor meno scrupoli? Oppure è una versione abbreviata, fatta per essere portata in provincia? E se sì, chi la adattò? Magari Shakespeare e Munday, come suggeriscono alcuni studi recenti? Sia come sia, le differenze tra la pagina manoscritta e il decisamente inferiore testo a stampa aprono un’affascinante finestra su pratiche e abitudini del teatro elisabettiano.

E vedete perché adoro queste storie? Ciascuna ci lascia intravedere il processo creativo e la personalità di un autore, la vita dietro le quinte in un altro secolo… È sempre dove le cuciture non sono perfette, dove si apre qualche crepa e si possono sbirciare le ruote del meccanismo, che si annidano le storie, in attesa di essere scritte.

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* E a costui Goethe procurò una cattedra di Storia all’Università di Jena…

** Saremmo tutti più felici in proposito se la pagina l’avesse trovata qualcuno che non fosse John Payne Collier – notevole studioso ma, alas, anche falsario compulsivo.

 

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Bric-à-Brac – sette storie d’altri tempi

Bric-à-BracSMALLEREd eccoci qui – l’avevamo detto.

Bric-à-Brac è disponibile su Amazon.

Tutto sommato, in questo libro c’è proprio quel che dice l’etichetta: sette storie. E (anche questo lo dice il titolo) storie d’altri tempi, per lo più – con un’eccezione infilata nel mezzo.  Ma a dire la verità anche nell’eccezione si parla di storia, seppur brevemente, perché è così che funziona qui. Si raccontano cose dei secoli passati – cose che potrebbero essere successe oppure no. Per parafrasare la vecchia versione cinematografice di The Prince and the Pauper:

Questa non è storia – solo racconti di tempi lontani. Forse è andata così, forse no, ma sarebbe potuta andare così.

E in fatto di tempi lontani troverete Ottocento e antichità classica,  troverete tartarughe, medici e fantasmi, troverete storie tristi e storie buffe… Dalla Magna Grecia all’Inghilterra vittoriana, dalla Mantova medievale alla Vienna degli Asburgo – sette storie sul serio o per gioco, alla ricerca di quel che non sappiamo più.

Sette storie, dicevo:

I ricordi della canzone
La stagione delle saette
Veglia
Le morte stagioni e la presente
Fàstaf
Il fantasma di Passerino
La ricompensa

Andate qui per scaricare o leggere online un’anteprima, intanto – e poi… Potrebbe essere una Santa Lucia tardiva, o una lettura natalizia, o un regalino per l’appassionato di storia tra i vostri amici…

E se, dopo avere letto, aveste voglia di lasciare una recensione, vi sarei molto grata.

 

 

tradizioni

San(k)ta Lucia

SanktaLucia1E in Svezia funziona così: la figlia maggiore della casa, in tunica bianca e cintura rossa, con una corona di candele, sveglia la famiglia quando fa ancora buio – cantando di luci nella notte e distribuendo biscotti allo zafferano. E questo accade in ogni casa – ma non basta. Nel 1927 Stoccolma si elesse una “Lucia” pubblica che, in bianco, rosse e candele e accompagnata da un coro femminile, diede origine alle processioni in giro per tutta la Svezia. Ogni città, ogni scuola, ogni regione ha la sua “Lucia” elettiva, e la “Lucia” nazionale viene eletta tra le “Lucie” regionali… Quali siano i criteri davvero non so immaginare. Specchiata virtù? Luminosa bionditudine? Voce angelica?

Ad ogni modo, le “Lucie” locali girano per case di riposo, parrocchie e scuole, cantando e distribuendo dolci…

E sentite che cosa cantano:

E felice Santa Lucia a tutti!

(E mi raccomando – domani ricordatevi di Bric-à-Brac…)

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Bric-à-Brac – ci siamo quasi…

E così ci siamo. Lunedì Bric-à-Brac – sette storie d’altri tempi, il mio ebook di racconti, sarà disponibile su Amazon.

Intanto, giusto per incuriosirvi, ecco la copertina…

Bric-à-BracSMALLER

E, per incuriosirvi ancora di più, un assaggio del racconto Veglia :

“Dio vi benedica, signore, perché io non potrò mai ringraziarvi abbastanza…”

Thomas Addison annuì, brusco e corrucciato, senza saper come districarsi dalle grosse mani arrossate che gli afferravano la manica.

“Su, Molly, ora basta,” Alan Taft trattenne la donna per le spalle insciallate. “Il Dottore sa che gli siete grata, e farà tutto il possibile per Tim.”

Addison si sciolse dalla stretta e, con un ultimo aggrottar di sopracciglia a quello che era stato il suo migliore allievo, si affrettò via, lungo i corridoi di Guy’s Hospital, nella luce grigia del crepuscolo invernale che pioveva dai finestroni.

Tutto il possibile, mormorava tra sé, mentre saliva verso lo studio, tanto aggrondato che le infermiere si scostavano ancor più leste del solito al suo passaggio. Tutto il possibile.

***

Come c’era da aspettarsi, si bussò alla porta mentre ancora Addison armeggiava con il lume sulla scrivania.

“Avanti,” ordinò il dottore, e non fu sorpreso di vedere Taft sulla soglia.

“Avete visto giusto, credo,” brontolò, accennando al giovane di entrare. “Anemia, debilitazione generale, e quella pigmentazione scura della pelle. È proprio la mia malattia. Ho sempre pensato che aveste un buon occhio clinico, Taft.” Troppo buono per sprecarlo in qualche ambulatorio dei poveri negli slums… Addison ingoiò la tirata. Non che si fosse rassegnato, ma dopo due anni era chiaro che nessuno sfoggio di malumore avrebbe riportato il giovane idiota a Guy’s.

Taft scosse il capo e distolse lo sguardo.

“Dottore, se ho detto alla madre che…”

“Non m’importano le bugie pietose che dite a quella donna,” lo interruppe Addison. La fiammella del lume crepitò, accendendo scintille dorate nella collezione di vetrini, becchi e provette allineati sui tavoli. “Quel che conta è che voi sappiate che tutto il possibile è meno di nulla. C’è di buono che mi avete portato il mio primo caso infantile da studiare. Peccato solo che arriviate troppo tardi per la pubblicazione… mi sarebbe piaciuto citarvi, ma sarà per la prossima volta. C’è ancora tanto da cercare, da scoprire.”

Taft si strinse nelle spalle, e diede un pallido sorriso.

“Non sperate mai, Dottore, che da qualche parte, nell’ignoto che esplorate, ci sia qualcosa che serva a salvare i vostri pazienti – qualcosa, al di là delle ipotesi e delle speculazioni?”

Addison gettò al giovane uno sguardo sorpreso. “Sapete, mio padre mi voleva avvocato, ma ho scelto la medicina perché mi pareva che vi fosse più verità da trovarvi che nelle aule di tribunale. Questo m’interessa: la verità. E verità e speranza non si accordano mai troppo bene.”

“Eppure,” sospirò Taft, mentre stringeva la mano del suo vecchio professore per congedarsi, “io credo che debba esserci qualcosa persino al di là della verità che ancora non conosciamo. Varrebbe davvero la pena di cercare, se non fosse così?”

Thomas Addison rimase a guardare il giovane che se ne andava, tirandosi pensosamente i favoriti color ferro.

Addison, straordinario medico e diagnosta, scoprì una decina di malattine – alcune delle quali portano ancora il suo nome e capì per primo come diamine funzionasse davvero l’appendicite. Era anche un ammiratissimo docente al Guy’s Hospital di Londra, ma brusco e più che un tantino misantropo, molto più interessato alla ricerca che ai pazienti… una specie di Dottor House ante litteram. Che cosa farà mai con il suo primo caso infantile?

Veglia si trova in Bric-à-Brac – sette storie d’altri tempi.

Su Amazon.

Lunedì.

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Il Ritorno della Pulzella

Questo post avrei dovuto farlo lunedì – prima della Prima della Giovanna d’Arco alla Scala – e poi mi sono dimenticata.

È l’età che avanza, credo… Ci vuol pazienza.

Ma in fondo, nulla impedisce di farlo oggi, giusto? E allora vi ripropongo un episodio delle Librettitudini Verdiane pubblicate a suo tempo, in onore del successone della Giovanna scaligera.

E cominciamo col dire che quando nel 1844 il librettista Temistocle Solera scelse la schilleriana Jungfrau von Orléans. Verdi non fu precisamente travolto dalla letizia. Tra l’altro, c’erano già un paio di opere tratte dal dramma tedesco, e anche un balletto del solito Viganò, ma tutto sommato non voleva dire granché – anche perché Solera non aveva intenzione di essere terribilmente fedele a Schiller.giuseppe verdi, giovanna d'arco, temistocle solera, friedrich schiller, teatro alla scala

Per dire, al grido di semplifichiamo, semplifichiamo, il librettista sfrondò due dei personaggi principali: il cavaliere inglese Lionel, di cui la Giovanna schilleriana s’innamora fatalmente, e la bella Agnes Sorel, amante del Delfino e poi re. Il che, lo capite bene, lasciava ben poche alternative per l’obbigatoria storia d’amore tenore/soprano…

Ebbene sì: Giovanna e il Re, che qui è già incoronato.

E sì, lo so – ma non era come se Schiller per primo fosse rigorosissimo in fatto di storia, giusto? E poi, francamente, chi è che va all’opera per il rigore storico? Per cui non formalizziamoci e vediamo un po’…

Il Prologo (ebbene sì, abbiamo un prologo) comincia a Dom-Remy*, con ufficiali e borghigiani che si lagnano dell’andamento della guerra. Quegli accidenti d’Inglesi vincono e vincono e vincono, e persino Orléans è sul punto di cadere. Entra il re Carlo VII e, dopo che il popolo s’è brevemente commosso sulla sua combinazione di bellezza, giovinezza e sfortunaccia nera, annuncia un’abdicazione sacrificale. Se l’è sognato, dice. Ma in realtà quel che si è sognato è un’immagine della Madonna in un bosco…

Oh, Sire – ma è qui nei dintorni! esclama utilmente il coro. È un postaccio infestato da streghe e diavoli, ma c’è. E sarà anche un postaccio, ma è là che Carlo, con uno di quei salti logici che solo all’opera, decide di dover andare a rimettere la sua corona nelle mani di Dio. Oh, e degli Inglesi, of course.

E noi lo precediamo nel postaccio boschivo e tempestoso dove, in effetti, c’è una cappellina. E ci sono anche – ciascuno per conto proprio – il canuto pastore Giacomo e sua figlia, la contadinella Giovanna. Questi due sono uno più pio dell’altro. Lei non trova altro luogo sacro per venire a pregare che il Cielo le conceda di salvare in qualche modo la Francia, e lui l’ha seguita per vedere se, come teme, la figliuola è una strega, un’indemoniata o qualche altra cosa poco raccomandabile.

Quando Giovanna si addormenta arriva Carlo e, senza accorgersi di padre nascosto e figlia ronfante, si mette in preghiera. E arriva anche un coro demoniaco che, a tempo di valzerino, tenta la Giovanna con una collezione di immortali versi che in parte vi riporto:

Quando agli anta
L’ora canta
Pur ti vanta
Di virtù
Tu sei bella,
Tu sei bella!
Pazzerella
Che fai tu?

giuseppe verdi, giovanna d'arco, temistocle solera, friedrich schiller, teatro alla scalaE a questo punto è molto, molto chiaro che Solera non era in vena… Per fortuna a interrompere gli spiriti malvagi** intervengono gli spiriti celesti** che svegliano la ragazza con la notizia che i non meglio precisati “celesti” hanno deciso di darle retta – a patto, badate bene, che s’impegni a tenere il cuore ben chiuso a ogni affetto terreno…

E Giovanna si sveglia, afferra elmo e spada che Carlo aveva deposto per pregare e, da contadinella, eccola trasformata in eroina!

Carlo è folgorato – e non solo dall’impeto guerriero di Giovanna. I due se ne escono mano nella mano per andare a dare agl’Inglesi quel che spetta loro… E Giacomo? Vi eravate dimenticati di Giacomo, vero? E invece il padre sospettoso era nascosto in un angolo e ha visto e sentito tutto. O almeno, non deve aver sentito granché dell’estasi mistico-patriottica della figlia, ma in compenso ha visto abbastanza da decidere che Giovanna ha venduto l’anima al diavolo per amore del re… orrore, orror!

Sipario – e Atto Primo

Siamo nei dintorni di Rems*, e gl’Inglesi sono ammaccati e abbacchiati. Hanno perso Orleàno* e, in generale, le hanno prese di santa ragione da quando i Francesi sono comandati dalla diavolessa.

Ed ecco Giacomo. Il suo crine è scomposto, i suoi atti dimostrano il disordine della mente. Voi che fareste se un nemico scarmigliato e squadrellato si presentasse al vostro campo promettendovi la consegna della diavolessa da cucinare come preferite – a patto di lasciarlo combattere con voi? Dubitereste, giusto? Ma qui siamo all’opera e agli Inglesi non par vero.

Le tue ciglia gemon pianto,

osservano gli Isolani, al che Giacomo ammette che la diavolessa è un tantino sua figlia. Però poi sforna questa ineffabile variazione sul tema carne debole e spirito pronto:

Languido è il fral, ma l’anima
Maggiore è d’ogni duol!

Comprensibilmente folgorati, gli Inglesi decidono di tenerselo. giuseppe verdi, giovanna d'arco, temistocle solera, friedrich schiller, teatro alla scala

Nel frattempo a Rems* Giovanna non ne può più di guerra e dell’adorazione generale e cieca. Ha vinto, giusto? E allora può tornarsene a casa dal babbo e dalle sue pecorelle. Chi non vuol sentirne parlare è Carlo, che la farebbe tanto volentieri sua regina… Giovanna, sia detto a suo credito, resiste per trentuno versi. Ma che vogliamo fare? è un soprano e si sa come va a finire; al trentaduesimo verso cede e subito gli spiriti eterei si manifestano per ricordarle che aveva giurato: niente affetti terreni!

Ops…

E a questo punto non ci mancava altro che il popolo festante: vorrebbero, vorrebbero, vorrebbero, per favore, Carlo e la Pulzella, recarsi al tempio** per l’incoronazione***? Giovanna a dire il vero vorrebbe tanto essere morta in battaglia, ma Carlo che non ha sentito gli spiriti celesti e non capisce il motivo di tanto scombussolamento, la ricopre di futili rassicurazioni e profferte d’amore, e se la trascina via.

E non vi fate un’idea di come gongolano gli spiriti malvagi e stornellatori!

Atto Secondo

Davanti al tempio tutto è letizia ed esultanza – con l’eccezione di Giacomo, che chiaramente cammina avanti e indietro tra il campo inglese e quello francese senza l’ombra di un impiccio. Ma d’altra parte, chi si azzarderebbe a fermare un uomo che viene per detergere tutte le sue fibre di padre e diventare fulmine del Signor crucciato?

giuseppe verdi, giovanna d'arco, temistocle solera, friedrich schiller, teatro alla scalaCosicché, quando Giovanna esce dal tempio, cercando invano di sfuggire al re e al popolo che vogliono farla santa subito, il vecchio è pronto per far scoppiare la sua bomba: altro che santa, la mia sciagurata figlia è una strega venduta al diavolo per un non meglio precisato amore terreno****…

Orrore, orror!

Carlo protesta, con singolare logica ed efficacia, che Giovanna è troppo bella per essere una strega. Il popolo chiede prontamente la testa di quella che, una pagina addietro, era la sua adorata eroina. E Giacomo è molto scosso, ma tiene duro perché, scopriamo, un bel rogo è l’unica cosa che può ancora salvare l’anima della sacrilega ragazza.

E Giovanna? Giovanna sacrilega ci si sente, visto che ha contravvenuto alle istruzioni celesti innamorandosi del re – per cui non solo non si difende, ma è prontissima a seguire il padre verso il rogo degli Inglesi. Perché non possano bruciarla i Francesi, vista la veemenza del loro pio disgusto, non è ben chiaro, ma… Oh, wait! Non funzionerebbe altrettanto bene il…

Terzo Atto.

Atto Terzo che comincia in una prigione inglese, dove Giovanna ascolta da lontano i rumori dell’ennesima battaglia, si mangia le unghie perché i Francesi stanno perdendo, si strugge per Carlo in pericolo, prega e protesta la sua innocenza davanti al cielo… giuseppe verdi, giovanna d'arco, temistocle solera, friedrich schiller, teatro alla scala

E di nuovo, celato nell’ombra a una quinta di distanza, c’è Giacomo, questo origliatore di professione, che dopo avere pensato di lei tutto il male possibile per due atti, all’improvviso le crede. Ed è vero, tecnicamente è ancora sacrilega – in pensieri e parole, se non in opere – ma, in un altro di quegli aloni lasciati dalle rimozioni della censura, in fondo a Giacomo importa che Giovanna sia a) ancora vergine; b) sempre pia. E allora la libera, le dà la sua spada e la fa scappare. Da una bifora/un verone/ una ringhiera/ la cima della torre il padre pentito&angosciato osserva le sorti della battaglia mutare dopo l’ingresso in campo della Pulzella. Peccato che si perda il finale a causa di un turbine di polvere, ma male non dev’essere andata: quando Carlo arriva è trionfante e in vena di perdono.

I due uomini si stanno felicitando a vicenda, ma si felicitano troppo presto. Il coro sciama in scena portando la defunta Giovanna – già nella bara. Carlo si dispera insieme al coro (già dimentico del finale dell’Atto Secondo), ma all’improvviso…

Gran Dio! Silenzio… Represso gemito mandò l’estinta,

esclama Giacomo, senza notare che allora forse del tutto estinta non è.

E dite la verità: non vi sembrava strano che Giovanna non morisse in scena? Oddìo, magari vi sembra anche strano che sia morta in battaglia e non sul rogo – ma per quello potete biasimare più Schiller che Solera. Anche perché il rogo ci avrebbe privati dell’ultima scena in cui Giovanna ha tutto il tempo di delirare, perdonare, andare in estasi e vedersi assunta al cielo, tra le lacrime, le suppliche e la meraviglia di Carlo, Giacomo e coro tutto.

E se a chiudere ci aspettavamo gli spiriti celesti, aspettavamo male. Ecco a noi, invece, gli spiriti malvagi:

Torna, torna, esulante sorella,
Sovra i vanni dell’angelo al ciel!
È il signore, il signor che ti appella,
E ti cinge inconsuntile vel.
Più che il fuoco che n’arde e ne scuoia,
Più che il buio di notte crudel,
N’è tormento d’un’alma la gioia,
N’è supplizio il trionfo del ciel!

E non so se mi piaccia di più il velo inconsuntile o i diavoli che hanno paura del buio, mentre una siderea luce spandesi improvvisa pe’l cielo e tutti si prostrano davanti al glorioso cadavere.

Sipario.

giuseppe verdi, giovanna d'arco, temistocle solera, friedrich schiller, teatro alla scalaE no, il buon Solera non era in stato di grazia, e poi aggiungeteci i molteplici rimaneggiamenti della censura vicereale, e… well.

Ad ogni modo, Verdi musicò tutto in quattro mesi, litigò come un dannato con direttore, orchestra e cantanti e poi, alla fin fine, si ebbe una prima abbastanza mediocre, con un successo limitato e della cattiva stampa. Lui disse che i giornalisti milanesi lo danneggiavano di proposito e alla fine, irritato e deluso, prese una decisione drastica: non avrebbe più scritto per la Scala.

Era destinato a cambiare idea – ma ci sarebbero voluti decenni. E credo che, se avesse potuto constatare l’ottima rappresentazione di lunedì (nonostante Re Carlo vestito da cioccolatino…), la bravissima Netrebko e gli interminabili applausi, persino il terribile Giuseppe si sarebbe riconciliato con la Giovanna alla Scala.

 

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* Sic, sic, sic. È la toponomastica francese secondo Solera.

** E questi in origine erano, l’avete indovinato, diavoli e angeli. E il tempio era la chiesa. Poi capitò la censura… Noi forse fatichiamo un po’ a capire che materia scabrosa fossero, all’epoca, le vicende della Pulzella.

*** Era già re, dite? Be’, lo era nel prologo. Poi aveva abdicato – o quanto meno espresso l’intenzione di farlo. E comunque, che volete che sia? Le incoronazioni fanno tanta scena. 

**** E non è che Giacomo sia diventato all”improvviso troppo prudente per accusare il re di avergli sedotto la figlia. È che nel libretto originale – come in Schiller – Giacomo si agitava molto sulla questione della supposta verginità perduta di Giovanna. Poi la censura intervenne, e rimase soltanto il sacrilegio, con tanti cari saluti alla logica generale della storia.