libri, libri e libri

Tornata…

Scusate. La tracheite non è una scusa – ma l’essere rimasta chiusa fuori dal blog per tre giorni e mezzo, tutto sommato, sì…

Allora: al volo e in ritardo, ma ho un invito da estendere.

Se stasera (e domani) siete in quel di Nogara, perché non fate un salto al Mag(g)iFestival?

MagiF

Ci sarò anch’io, in compagnia del giallista Romano De Marco, a parlare del suo ultimo romanzo, Città di Polvere, uscito per Feltrinelli.

Ci saranno anche i Duende a fornire atmosfera musicale, e un brindisi di cortesia a base di birre artigianali. Non male, no?

Domani sera, invece, parlerò con Enrico Macioci, autore di Breve Storia del Talento (Mondadori), accompagnato dal chitarrista Lorenz Zadro e seguito da un brindisi di vini locali.

Ci vediamo stasera e domani sera? Ore otto e tre quarti,* al bellissimo Palazzo Maggi di Nogara.

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* Ore otto, se volete cominciare con una visita guidata agli affreschi che decorano il palazzo…

 

 

il Palcoscenico di Carta

Cronache di Carta

20150915_180456Credo proprio che lo Spirito di Kit abbia aleggiato con qualche soddisfazione, ieri pomeriggio, all’Einaudi di Corso Pradella*, per il primo appuntamento dedicato al suo Faustus.

Siamo partiti in tanti – una dozzina di lettori e quasi altrettanti ascoltatori – con gli auspici d’Oltremanica e con una piccola introduzione… Sì, perché Romeo e Giulietta lo conoscono tutti, ma il Faustus è un’altra faccenda. In Italia, per lo più, dici “Faust” e tutti pensano a Goethe, e semmai a Gounod e/o Boito… Magari anche a Thomas Mann – ma quanti a Marlowe?

Quindi credo che per qualcuno la lettura di ieri fosse una novità, e per tutti un’occasione piuttosto rara, perché non è come se il Faustus in questione in Italia si rappresentasse tutte le settimane.

Confesso che qualche timore ce l’avevo. Dopo Shakespeare, dopo Romeo e Giulietta, dopo i fanciulli innamorati e i duelli per strada, il Faustus è… tutt’altro. Invece dell’osservatore dell’umana natura, ci si trova il teorico fiammeggiante, il pensatore audace, l’erudito cui della sua erudizione piace fare sfoggio, il teologo impaziente. Dal secondo verso di MarloweFaustus è evidente che a Kit Marlowe dell’umanità interessa davvero poco – se non per il gusto di farla sobbalzare.  A lui interessano il pensiero, l’idea del potere, l’ambizione, i limiti dell’umanità…

Per cui sì – ho passato l’immediata imminenza del PdC a cullare dubbi tardivi, in ansiosa conversazione con lo Spirito di Kit… Dici che funzionerà? Dici che passerà? Dici che piacerà? Lo Spirito di Kit, va detto, in circostanze del genere è d’aiuto e non lo è.  Ha una tale suprema fiducia in quel che ha scritto, che non si sa se essere rincuorati o dubitare dell’utilità del suo giudizio…

Il mio nuovo taccuino con la locandina del Faustus al Globe. Grazie, D.
Grazie, D. 🙂

Ma salta fuori che lo Spirito aveva ragione, dopo tutto. Faust con i suoi dubbi e la sua coscienza bifronte, Mefistofele astuto e tormentato, lo spudorato Wagner, gli studiosi, gli alchimisti e i sempliciotti di questa Germania di fantasia hanno preso vita in una danza di ambizione, tentazioni, hybris, ritrosie e gesti irreparabili. Faustus si è messo in guai enormi, è chiaro che le cose possono solo peggiorare – e l’abbiamo lasciato appeso per i polpastrelli a una metaforica scogliera, in compagnia di Lucifero e Belzebù.

Funziona. Passa. Piace.

Tutti i presenti – lettori e ascoltatori – intendono tornare la settimana prossima, e nessun diavolo soprannumerario è apparso nella scena dell’incantesimo, e lo Spirito di Kit è compiaciuto.

Se lo chiedete a me, credo che ne abbia tutte le ragioni. E adesso ci prepariamo per martedì prossimo.

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* Per i non-mantovani: sì, avevamo detto Corso Vittorio Emanuele II. Stessa cosa. Un tempo il corso portava a Porta Pradella – hence il vecchio nome che resiste. Una volta o l’altra magari parleremo dell’ostinata persistenza di odonimi e toponimi…

Festivaletteratura

Secondo Bollettino Festivaliero

Festival15E così il Festivaletteratura n° 19 ha chiuso i battenti… Credo che sia l’edizione che ho seguito con più intensità – ad eccezione della prima, quando ero una piccola Maglietta Blu. A dire il vero non credo neppure che ci si chiamasse già così… Mi pare che all’epoca di blu ci fosse solo il logo su fondo bianco – ma d’altra parte all’ufficio stampa dove ero io le magliette del Festival non le avevamo nemmeno.

Ad ogni modo, fa nulla. Torniamo al presente – o almeno al passato molto prossimo: edizione 2015 secondo la  Clarina. II parte.

6. Telling Stories. Confessione: venerdì sera, al momento di tornarmene in città per l’ennesima volta, ero stanchissima, infreddolita e con un principio di tosse… Così a sentire Kazuo Ishiguro non ci sono andata. E mi dispiace davvero tanto, perché il modo in cui la letteratura si traduce (bene o male – o non si traduce affatto) in cinema mi interessa molto. More fool I, e se qualcuno di voi è andato all’evento n° 128, apprezzerei qualche impressione. Novel-or-Short-Story-cartoon

7. Romanzo VS racconto. Confessione bis: ero un po’ pentita di avere scelto questo evento. Oh sì – argomento interessante, ma dopo la débacle della faccenda su scrittura maschile e scrittura femminile (vedi prima parte), I had misgivings. Ancora di più quando Sandro Veronesi ha dato forfait per motivi di salute, sostituito all’undicesima ora da Cristina Bartocletti… Sia chiaro che non ho nulla contro la Bartocletti – anzi – ma chiamata in sostituzione così… Ripeto: I had misgivings. E invece facevo male. Naturalmente il giocoso dibattito romanzo/racconto non c’è stato – ma, bene assecondato dalla sua relatrice nuova di zecca, Mauro Covacich ha tenuto un discorso intelligente, articolato e ben argomentato sui due lati della questione. Ha presentato il racconto come una caduta lineare, interamente trascinato da una sorta di necessità interna – che per lui di solito scaturisce da una singola immagine. Il romanzo invece è una faccenda di strati e di pezzi che emergono lentamente fino al punto in cui qualcosa-qualcosa  non li… immagino che “catalizza”, pur essendo un’orrida parola, descriva bene il processo di Covacich.Sulla distinzione tra il racconto scritto su folgorazione il romanzo scritto per paziente ricerca posso essere abbastanza d’accordo – meno sull’irrimediabilità come discrimen tra l’uno e l’altro. Secondo Covacich, il racconto è spinto da un’irrimediabilità che al romanzo manca. Personalmente trovo che l’irrimediabilità sia propria anche dei conflitti nei romanzi – ma nondimeno ho trovato il tutto molto interessante.

histnov8. Sul romanzo storico. Di nuovo al Seminario Vescovile, come Barbero&Pitzorno mercoledì pomeriggio… Sono certa che le ragioni sono logistiche, ma viene chiedersi se il Festival consideri i romanzi storici roba da seminaristi, vero? That said, evento a due velocità. Stefan Hertmans, Belga dal nome fiammingo che parla un favoloso Inglese, è chiaramente qualcuno che ha pensato molto a un genere di cui – dice – lui scrive ai margini. Di conseguenza ha un sacco di cose interessanti (e in alcuni casi originali) da dire sulle eccezioni individuali che si trovano nelle testimonianze, sugli anacronismi borderline, sulle discrepanze tra memoria individuale e memoria collettiva, sul modo in cui il romanziere storico scrive (o cerca di scrivere) la storia “da dentro”, sull’emergere narrativo dell’autore, sulla ricostruzione dell’esperienza e sull’equilibrio tra ricerca e percezioni moderne. Per contro, temo che Luigi Guarnieri suoni terribilmente vago e scontato – nonostante le buone domande di Marcello Flores. Una strana faccenda, alla fin fine. Conversazione intelligente e stimolante sul lato belga, e una serie di cauti luogi comuni su quello italiano.

9. Come trovare una storia meravigliosa. A dire il vero, mi aspettavo tutt’altro. Sulla base della descrizione dell’evento nel programma, mi aspettavo un’esplorazione del rapporto tra ispirazione e tecnica in una serie di autori men che scontati. Invece Chicca Gagliardo (che ha una voce deliziosa), ha presentato una galleria un po’ sconnessa di ispirazioni personali – le sue “conchiglie”, intese festival15bcome semi narrativi trovati qua e là tra letteratura, filosofia, cinema, immagini e vita d’ogni dì. Molta enfasi sulla rottura degli schemi, ma nulla o quasi sui meccanismi della trasformazione delle conchiglie in narrativa. Carino, gradevole, onirico, etereo. E – anche se forse al colpa è delle aspettative con cui ero arrivata – più che un po’ gratuito.

Ed è così che finisce il mio Festival 2015, con l’ultima passeggiata per il centro vivo ed affollato – e per ricordo una spilla completa di libricino in miniatura. È stato piacevole, divertente, a tratti irritante e a tratti stimolante. L’anno prossimo ci sarà l’edizione del ventennale… Vedremo.

 

 

 

Londra · musica

Londra 1913

LondonGPBIeri, a un certo punto, F. e io ci siamo guardate in faccia, e lei ha detto “Voglio tornare a Londra…”

E non è come se le avessi dato torto.

E sì – poi ha detto che anche Parigi non le sarebbe dispiaciuta affatto – ma la prima scelta è stata Londra. E in realtà, per tutta una serie di motivi, dovrà passare un po’ di tempo prima che riusciamo a tornarci insieme.  Epperò, nel frattempo, che cosa impedisce un po’ di viaggio musicale e, già che ci siamo, un po’ di viaggio nel tempo?

E quindi oggi, in un momento di nostalgia, ecco la Sinfonia n° 2 di Vaughan-Williams, che si chiama “A London Symphony”, anno 1913, in un bellissimo video che accosta alla musica una quantità di quadri di artisti inglesi e non – impressioni di Londra risalenti per lo più al principio del XX secolo. L’insieme coglie perfettamente quel senso di concentrata alacrità, brilliance e fuliggine al centro del mondo che a Londra si respira ancora oggi – e figurarsi nel 1913. Persino nei chiari di luna sul Tamigi del II movimento e nelle malinconie notturne c’è qualcosa di vigile… E comunque poi si va a teatro.

Ora, il video è lungo e pesante, e myBlog non mi consente di metterlo qui, ma potete trovare tutto quanto qui. È la London Philarmonic Orchestra, diretta da Sir John Norrington.*

Buona domenica.

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* Sentite, ho cercato di trattenermi, ma non ci riesco: non ha un nome incantevolmente elisabettiano? Ci si immagina più un navigatore verso la Virginia che un direttore d’orchestra contemporaneo… Right. I’ll stop here.

 

Festivaletteratura

Piccolo Bollettino Festivaliero

programmaMantova in questi giorni è in piena fibrillazione festivaliera, e sto festivaleggiando anch’io.

Un certa quantità di eventi, scelti per varie ragioni e – fin qui – con esito variabile.

Questo è un rapido bollettino su come è andata (o non è andata) in questo paio di giorni.

1. Tutto il resto è storia. Alessandro Barbero e Bianca Pitzorno a bagolare di romanzi storici. I libri di Bianca Pitzorno, lo sapete, non mi piacciono nemmeno un po’ – anzi. Barbero in compenso mi piace davvero tanto, come pure i suoi libri – e l’argomento era decisamente after my own heart, così sono andata. Sentire la signora Pitzorno scagliarsi contro la pratica dell’anacronismo psicologico è stato un momento davvero surreale… Il genere di cose che porta a farsi delle domande. Domande di questo genere: ma davvero non si renderà conto di quanto i suoi romanzi siano pieni di sesquipedali anacronismi psicologici? Mah. Barbero in compenso è sempre una delizia. Come ha commentato la diciassettenne S., “ha una luce negli occhi quando parla di storia”. Colto, gradevolissimo, brillante – e con questo entusiasmo che trascina: che si può volere di più da un divulgatore e occasionale romanziere storico? Non che sia emerso alcunché di terribilmente originale in fatto di romanzi storici, ma nel complesso un gradevole evento. Devo rimarcare una cosa, però: qualità delle “domande dal pubblico” davvero abissale.

2. Scrittura femminile e scrittura maschile? Paolo Colagrande ed Elisabetta Bucciarelli, moderati da Afro Somenzari. A questo, confesso, sono andata perché penso che la distinzione sia, in gran parte e nel modo in cui viene usata, una fiera del luogo comune – ed ero curiosa di sentirne discutere in modo sistematico. In realtà la faccenda si è rivelata un esempio del motivo per cui il Festival a volte mi lascia alquanto perplessa. La discussione è stata condotta più o meno così: “Si dice che ci siano una scrittura maschile e una femminile; che cosa ne pensano i nostri scrittori?” E i nostri scrittori… mah. La Bucciarelli ha elencato qualche luogo comune in proposito – e poi ben presto ha cominciato a parlare del suo libro. Colagrande ha fatto qualche sforzo in più, divagando simpaticamente, confessandosi dubbioso sull’esistenza stessa del problema, e suggerendo la possibilità che le scrittrici contemporanee siano più brave/interessate/coraggiose nell’esplorare l’animo e il punto di vista maschili di quanto la controparte maschile sia nel fare l’operazione speculare. Dopo la seconda domanda, Somenzari ha abbandonato ogni pretesa che l’incontro avesse a che fare con il suo titolo. A suo credito, Colagrande ha parlato del suo libro solo dietro sollecitazione del moderatore, non si prende troppo sul serio ed è davvero simpatico – cosa che la Bucciarelli e Somenzari tentavano di essere a tutti i costi. Con risultati modesti.

3. Dialogare in scena. Magdalena Barile ha tempestato di ottime domande Michele Santeramo. Un dialogo intelligente tra autori teatrali – in fatto di rapporto tra scrittura e scena, di metodo, di stile, di lavoro con le compagnie, di mestiere e di ispirazione. In più, Santeramo ha letto (bene) una versione ridotta del suo monologo “Storia d’Amore e di Calcio” – che è forse è più un racconto che altro, ma originale, intelligente e molto ben scritto. Ottimo.

4. Le parole della distanza. Beppe Severgnini e Stefania Chiale hanno raccontato il giornalismo di viaggio da America Primo Amore di Soldati ai reportage d’oggidì. Raccontato e letto, in dialogo frizzantino e con ottimo accompagnamento musicale al pianoforte. Brioso e gradevolissimo.

5. Mille anni di scrittura occidentale. Paolo Cammarosano, medievalista e diplomatista e Matteo Motolese, storico della lingua, hanno raccontato del rapporto strettissimo tra l’evolversi tecnico e tecnologico della scrittura e quel che con la scrittura si fa. Tra Boccaccio pessimo copista di se stesso e le colorite ingiurie in volgare registrate dai notai, tra grammatica, ortografia, abbreviazioni e invenzioni, è stato un excursus colto e brillante su come s’intreccino tecnica, arte, pensiero e necessità quotidiana. Interessantissimo – e un livello di domande del pubblico che ha stupito i relatori. Cultori di paleografia e diplomatica – lettori di romanzi storici, 5-0.

Insomma, se scontiamo l’irritazione profonda per il n° 2, direi che il bilancio per ora è decisamente positivo. In più, posso dire che l’atmosfera in città è animata e piacevole, e che il gelato della Maison du Chocolat è un’esperienza da fare una volta nella vita – magari tra un evento e l’altro…

bizzarrie letterarie · libri, libri e libri

Altri Libri Inesistenti

MetaAPerfectVacuumIl che è un titolo un po’ così, perché sono passati due anni e un po’ da quando ho postato per la prima volta in proposito, con la Breve Storia dei Libri Inesistenti. Il post in questione (non del tutto sorprendentemente) parlava di pseudobiblia – e forse vi conviene andarlo a rileggere, perché poi questo avrà non tanto più senso, quanto più sugo.

Allora, il fatto è questo: due anni fa cominciavo lamentando l’incapacità di ricordare titolo e autore di un libro interamente costituito da recensioni di libri del tutto immaginari. Un catalogo di meravigliose implausibilità saggistiche e narrative (credo) – di cui avevo letto una recensione anni prima, per poi dimenticare tutto tranne l’affascinante concetto.

E sì, una recensione di un libro di recensioni fittizie – dimenticata. Comincia a suonare decisamente meta, vero? Ma aspettate, perché migliora. Ieri, mentre cercavo tutt’altro, mi è capitata sottomano quella che potrebbe* essere la soluzione al mio busillis – e sapete qual è la cosa migliore? Che il libro in questione è di Stanislaw Lem, autore polacco che, a suo tempo, Andrea F. aveva suggerito nei commenti.

Perché non ero andata a controllare all’epoca? Perché il libro suggerito è un romanzo di fantascienza – e si sa che in fatto di fantascienza io sono una mozzarella. Ma si dà il caso che invece non si tratti affatto di Solaris, con il suo corredo di note immaginarie – bensì del saggio Vuoto Assoluto, che a questo punto dovrò assolutamente (ha! the pun!) procurarmi.MetaIbid

Ma non solo quello, perché nell’inciampare in Lem sono venuta a conoscenza di un’infinità di altre meraviglie, come Ibid.: A Life, di Mark Dunn, che racconta una storia… o meglio, no: non la racconta affatto. La suggerisce, fa intravedere, inclina a 45° e probabilmente tinge di violetto attraverso le note a margine – tutto quel che, ci viene detto, rimane della documentatissima e perduta biografia di un bizzarro personaggio.

MetaNabokovOppure Fuoco Pallido, metaromanzo di Nabokov in cui il poema in 999 versi è il pretesto per raccontare nella più obliqua delle maniere una vicenda simil-ruritaniana che è a sua volta un pretesto…

E che dire di Borges, che probabilmente è il maestro insuperato di questo gioco? No, con Borges non cominciamo nemmeno… O almeno non cominciamo oggi, qui e adesso – ma aspettavene ancora, di questa faccenda. Perché a me la metanarrativa piace proprio tanto, e non so bene perché non ne leggo di più. O, a dire il vero, perché non ne scrivo da anni.

Ne riparleremo. Oh, se ne riparleremo…

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* O forse no, dopo tutto…

libri, libri e libri · posti

Biblioteche

BibltEssendo cresciuta con la benedizione di una casa stracolma di libri, sono giunta alla tenera età di 23 anni senza essere mai entrata in una biblioteca per piacere. In biblioteca si cercavano i testi di studio che non si potevano o volevano comprare, e questo era quanto.

D’altra parte, alla pur bellissima Teresiana di Mantova, quando ero una ginnasiale timida e impressionabile, mi sentivo sempre lievemente in colpa, prim’ancora di avere fatto alcunché, tanta era la severità con cui il personale guardava gli studenti, questi vermicelli di terra, e questo non alimentava precisamente il piacere di leggere; e la biblioteca di Giurisprudenza a Pavia era funestata dalla presenza di una bibliotecaria la cui missione sembrava essere quella di piazzarsi nel punto da cui tutti la potevano sentire e ululare i fatti suoi per ore e ore ogni giorno, il che non era propizio alla concentrazione.

Il mio primo amore in fatto di biblioteche è stata la Humanities Library dell’Università del Galles, College of Cardiff. Dopo avere biblcappurato che la mia stanzetta nel pensionato poteva contenere un numero limitato di libri, ero dovuta correre ai ripari, e cercarmi una fonte di letture che potessi restituire una volta terminate. Confesso che alcuni libri li ho restituiti proprio malvolentieri, ma considerando che nel corso del mio anno Erasmus ho letto tutta Jane Austen, tutto Conrad, tutto Kipling, tutto Walter Scott (tranne The Heart of Midlothian), tutte le sorelle Bronte, tutto Forster, una buona quantità di Thackeray, Henry James, Dickens, le signore Gaskell e Radcliffe, George Eliot, Thomas Hardy, Hope e un certo numero di altri sparsi e vari, credo che i miei genitori mi siano stati grati di non avere comperato e poi spedito a casa tutto ciò. Tra l’altro, la HL era completamente informatizzata, ed era tutto così semplice, ragionevole, efficiente…

Poi, siccome è evidente che imparo con molta lentezza, sono dovuti passare altri due lustri e mezzo prima che trovassi una nuova biblioteca con cui fidanzarmi. Da qualche anno, tuttavia, sono felicemente accasata con la Biblioteca Baratta di Mantova, che è quasi una reincarnazione della HL in un edificio molto più bello: informatizzata, efficiente, tranquilla, provvista di personale disponibilissimo e capace… Ha anche l’aria condizionata e una macchinetta che vende piccole lattine di coca-cola ben fresca, dettagli da non disprezzare quando si passano molte giornate estive a fare ricerche bibliografiche.

biblbarattaOrmai ho imparato la procedura: cerco anticipatamente quello che mi serve  sul sito del Sistema Bibliotecario Nazionale, arrivo in biblioteca con il mio elenco di titoli e collocazioni, compilo le mie richieste ed è fatta. Se poi qualcosa proprio non c’è, esiste questa meraviglia, il prestito interbibliotecario. Ormai al Baratta mi conoscono. Sanno che me ne arrivo con richieste eccentriche di libri all’altro capo del continente o robe prestate per l’ultima volta nel 1934, oppure rastrello tutte le traduzioni disponibili di una data opera, oppure mi accampo lì per giornate inter prendendo in consultazione mezze dozzine di libri per volta… Ormai sono rassegnati a me, occasionalmente un pochino incuriositi, ma sempre, sempre sempre d’aiuto.

In realtà, di recente e dopo una lunga ristrutturazione, ho cominciato a riscoprire anche la Teresiana, dove le cose non sono più com’erano durante la mia impressionabile adolescenza… O forse sono io che sono cresciuta – ma ormai mi sono affezionata al Baratta – dove, tra l’altro e non del tutto trascurabilmente, è molto più facile parcheggiare.Boo

Qualche volta ci vado anche a scrivere. Non tanto spesso quanto potrei, dovrei o vorrei, forse. Perché una volta installata là, senza distrazioni e senza interruzioni, finisco sempre con lo scrivere parecchio – solo che tante volte la pigrizia e i venti km tra qui e la città finiscono per avere il sopravvento. Mi dico sempre che col tempo diventerò più brava, ma… hm. Per ora, più che altro, è una fonte di libri.

Per dire, l’altra settimana ho passato una giornata intera a lavorare con una certa tragedia ottocentesca per una cosa di cui vi saprò dire in un prossimo futuro, mentre sabato ho restituito una traduzione del Faustus e prolungato il prestito di un’altra, ne ho consultate altre due e presa in prestito una terza – e, mentre ero lì, ho ritirato Stage to Screen, un favoloso libro sull’utilizzo di tecniche teatrali nel cinema muto… E sì, lo so: li devo restituire quando li ho finiti, ma non credo di poterlo davvero considerare un difetto del Baratta.

E voi, o Lettori? Quali sono le vostre biblioteche preferite? Ci andate per studio? Per documentazione? Per lavoro? Per diletto? Per leggere? Per scrivere? Do tell…

elizabethana · il Palcoscenico di Carta · teatro

Faustus

LocandinaFaustusPiccola

Dopo la felice esperienza di maggio, il Palcoscenico di Carta torna con una nuova lettura: per tre settimane, a partire dal 15 di settembre, ci ritroveremo alla Libreria Galleria Einaudi per leggere Il Dottor Faust di Christopher Marlowe.

E potrei lanciarmi in un peana su che opera straordinaria sia il Faustus – ma lo farò più avanti. Per ora invece vorrei mettervi a parte del fatto che questa lettura è inserita in un evento internazionale. Tra settembre e ottobre ci saranno tre letture del Faust – in due lingue e due paesi: noi, The Paper Stage, West London e The Paper Stage, Canterbury.

Come dice Harry Newman, docente di letteratura rinascimentale alla Royal Holloway University e ideatore del progetto, sarà qualcosa di unico e notevole. Io essendo io, non posso fare a meno di domandarmi che cosa ne penserebbe Kit Marlowe di questa gente che, a quattrocentocinquant’anni e moneta dalla sua nascita, di qua e di là della Manica, si riunisce per leggere il suo Faustus… Considerando le aspirazioni di grandezza e immortalità che prestava costantemente ai suoi personaggi, non credo che gli dispiacerebbe.

Detto questo, se volete leggere con noi oppure ascoltare, se volete scoprire una tragedia poco nota e ancor meno rappresentata, se volete essere parte di questo abbraccio ideale e poetico con l’Isoletta, qui trovate tutto quel che vi serve sapere.

Unitevi a noi – ne varrà la pena.

considerazioni sparse · gente che scrive · libri, libri e libri

Minori

Allora, parlavamo di Cavalieri di Malta – in particolare di quelli postumi di Sir Walter Scott, ricordate? Ebbene, in coda a quel post, Antonio ha scritto questo:

Non si potrebbero considerare queste opere come quello che sono, esperimenti, abbozzi, sogni non compiuti o compiuti di un autore invece di paragonarli alle opere maggiori? […] Io considero questo genere di opere, “le opere minori”, imprescindibili per raggiungere le opere maggiori ma su di esse sospendo la mia capacità di giudizio.

Picasso2La faccenda è interessante sotto più di un aspetto – principalmente perché le cosiddette opere minori non sono tutte uguali. Ci sono le opere minori che sono per l’appunto ‘prentice work, quelle che conducono verso i capolavori, quelli che l’autore pubblica pieno di entusiasmo – salvo a volte pentirsene anni più tardi. E mi viene in mente Balzac con cose come Les Chouans, che poi avrebbe tanto preferito non dover mettere nella Comédie… Oppure The Golden Cup, opera di uno Steinbeck ventisettenne, radicalmente diversa in concetto e tono da quel che verrà dopo, ma già piena dei semi dello stile maturo, seppure a uno stato nonnulla brado.  E tutto ciò è bello e anche istruttivo, perchè scrivere è un’arte che s’impara e si coltiva, andando per esperimenti. È un po’ come vedere le opere giovanili di Picasso, prima che sviluppasse idee e stile tutti suoi: sono opere tradizionali fino all’oleografia, e mostrano l’artista che diventa padrone dei suoi mezzi, che impara a perfezione le regole prima di infrangerle – e di crearne di proprie.BarnabyRudge

Cose di questo genere sono una lettura interessante, a mio timido avviso, perché consentono di vedere lo scrittore in fieri, il formarsi della voce e dello stile, l’acquisizione progressiva della tecnica, gli esperimenti e i tentativi. Provate a pensare ai due romanzi storici di Dickens: da un lato Barnaby Rudge, seminato di cose belle, ma informe e sbilanciato, cresciuto come un fungo su se stesso; e dall’altro – e ben più tardi – Le Due Città, costruito e pianificato in anticipo, tanto più coerente e serrato. Le folle feroci di Barnaby, i temi e l’uso simbolico di un elemento nell’imagery precorrono e promettono quelle di ATOTC – solo che nel frattempo Dickens aveva imparato a tendere assai meglio i suoi archi. E leggere Barnaby fa apprezzare molto meglio certi aspetti di ATOTC.

CharlotteE fin qui ci siamo – ma trovo che la questione sia un po’ diversa quando si tratta di juvenilia ripescati da quaderni e diari mai intesi per la pubblicazione. Come il tema in Francese di Charlotte Brontë – che, considerando date e circostanze, potrebbe nascondere sotto l’apparenza di una storiella morale un bel po’ di amarezza dei confronti del fratello sciagurato. Di certo, tuttavia, non era stato scritto per essere visto da altri che dal professor Heger. Peggio ancora va con i racconti e le poesie faticosamente trascritti dai libricini di Angria e Gondal, cose scritte per gioco dai Brontë ragazzini… È vero che anche in questo si vede il formarsi degli scrittori in erba – ma resta il fatto che si trattava di un gioco del tutto privato tra sorelle e fratello… Non è come se non avessi letto la mia parte di juvenilia, ma ho sempre l’impressione di sbirciare. Arrow

Dopodiché c’è il caso del libro brutto – perché a molti scrittori capita di non essere sempre allo stesso livello. Tutti sapete della mia parzialità nei confronti di Conrad, giusto? Ebbene, non ho la minima difficoltà nell’ammettere che Conrad ha scritto anche un certo numero di libri che non si possono descrivere se non come brutti. Parlo delle collaborazioni con Ford Madox Ford – dalla prima all’ultima – e poi di cose come the Golden Arrow, the Rescue et similia. E questi libri brutti non appartengono a una fase particolare della carriera dell’autore: hanno l’aria di capitare ogni tanto. Scrittore disuguale – e per carità, capita. All’uomo che ha scritto Lord Jim sono disposta a perdonare molte cose e a dire che di alcuni titoli non parliamo.

Ma le opere del declino? Di The Siege of Malta si è detto: opera ultima di uno Scott malato e angosciato, abbandonata senza mai tentare di pubblicarla mentre l’autore era ancora in vita. Oppure Weir of Hermiston, che Stevenson scrisse quando era già in pessima salute – ed era intenzionato a farne il suo capolavoro, ma quel che resta non è terribilmente incoraggiante. D’altra parte, è incompiuto, e di conseguenza non è certo come l’autore avrebbe voluto presentarlo al pubblico. Come Edwin Drood, ultima fatica di Dickens… E allora è giusto esporre l’autore colto in un momento in cui non era ancora pronto?  E forse addirittura – come nel caso di Scott – era consapevole di non poterlo più essere?

eneideUn caso estremo è quello dell’Eneide, che Virgilio, morendo, chiese di distruggere perché troppo incompiuta, e poi Augusto la volle vedere pubblicata ugualmente, così com’era. Come Virgilio non avrebbe voluto… Emily Brontë, sentendo la fine vicina, bruciò tutti i suoi manoscritti – cosa che addolorò molto Charlotte, ma forse fu una mossa saggia. Non c’è nessuna certezza che gli amici rispettino i desideri di uno scrittore defunto – figurarsi i posteri! Dubito che Emily conoscesse la storia dell’Eneide, ma di certo conosceva sua sorella, e la sua incapacità di comprendere cose come un desiderio di riservatezza.

Insomma, le opere minori non sono tutte uguali. Ci sono opere di formazione e opere di declino, opere strappate all’oblio, opere pubblicate per accanimento letterario e opere frutto di un cattivo periodo o di un’idea malconsiderata… Oggetti che, per un motivo o per l’altro, orbitano nella penombra, a qualche distanza del centro luminoso dell’artistry di un autore. Confesso di avere spesso un debole per queste anatre zoppe. Mi dico che è solo perché quel che succede dietro le quinte mi interessa quasi più della storia stessa – ma, soprattutto con le opere tarde, incompiute o rifiutate dall’autore, o altrimenti non intese per la pubblicazione, non riesco mai a leggere senza qualche remora – senza l’impressione di fare qualcosa di indiscreto.

 

 

 

angurie · Storia&storie

C’era un Elefante di Cremona…

ElephantFrederick

Ne avevamo parlato in occasione della Giornata Mondiale degli Elefanti: ricordate l’elefante di Federico II? Quello ricevuto in dono dal Sultano d’Egitto Malik al-Kamil? Quello che Federico usava per le sue parate trionfali – e che pareva non avere altro nome che “l’elefante di Cremona”? Al-Kamil_Muhammad_al-Malik_and_Frederick_II_Holy_Roman_Emperor

Ebbene, ho fatto una scoperta. Mi sarebbe piaciuto molto che l’elefante si chiamasse Provenzale – come era stato suggerito – ma in realtà Federico optò per un nome che era esotico e anche un filo bizzarro: Malik.

E sì, certo: in arabo Malik significa “Re”, e quindi è adatto a un animale così imponente e significativo – ma era anche l’attributo del donatore, and hence la bizzarria… Chissà che cosa ne pensò il Sultano, quando si vide appioppare una semiomonimia con l’elefante…

Ma in realtà inclino a credere che nessuno dovesse offendersi di alcunché: al-Kamil, sovrano ayyubide di sangue curdo e nipote del (feroce?) Saladino, era un uomo notevolissimo e un buon amico dell’Imperatore, con cui condivideva una mente aperta, un’insaziabile curiosità intellettuale, molti interessi e, sotto certi aspetti, una visione del mondo. E l’elefante era un simbolo di saggezza e maestà: non credo che l’omaggio potesse dispiacergli, tutto sommato… E di Malik, donato da un sovrano all’altro a cavallo dell’incontro tra due grandi menti che simboleggiavano due mondi, abbiamo persino un’immagine. La vedete qui sopra, ed è tratta dalla Cronica Majora di Matteo Paris.

Alla fin fine, per essere un elefante del XIII Secolo, Malik lo conosciamo piuttosto bene, vero?