LeggerMangiando · romanzo storico

LeggerMangiando: La Carpa alla Birra di Frau Krause

Mr.PyleBella vita e guerre altrui di mr. Pyle, gentiluomo, è un romanzo storico di Alessandro Barbero – il primo, credo, uscito la bellezza di vent’anni fa.

La vicenda è quella dell’eponimo giovane americano, diplomatico, gaudente e diarista che, inviato dal Congresso, attraversa mezza Europa napoleonica e la osserva con gli occhi di chi viene da un altro continente.

Tra palazzi e locande, vecchi ministri e belle donne, carrozze di posta e l’occasionale cannonata, Barbero ha l’aria di essersi divertito un mondo a scrivere un massiccio baedeker fittissimo di particolari e a caratterizzare il suo inaffidabile narratore, cui i piaceri della vita e lo spirito del turista interessano almeno quanto – se non più – della sua missione diplomatica.

E tra i piaceri della vita c’è senz’altro la cucina, e in particolare la carpa alla birra che Mr. Pyle assaggia in una locanda berlinese, tanto deliziosa da spingerlo a chiederne la ricetta. E la locandiera, Frau Krause, si dichiara incapace di dettare una ricetta, ma propone all’ospite straniero di guardarla cucinare, per annotarsi la ricetta da  sé, se proprio crede.

Quel che Mr. Pyle ne ricava è questo:

La ragazza , rimboccatasi le maniche, sventrò il pesce, ne cavò le interiora che finirono immediatamente ai gatti del cortile, poi ne fece scolare il sangue in un bicchiere d’aceto. Nel frattempo la padrona aveva aperto una bottiglia di birra, di quella che a Berlino chiamano bianca, e l’aveva versata nella pentola, insieme a una buona quantità di cipolle affettate. Adagiato il pesce in quel brodo, vi aggiunse sale, pepe e spezie, e il bicchiere di aceto in cui era scolato il sangue del pesce; poi mise la pentola sul fuoco. Ben presto la birra cominciò a bollire, e allora essa aggiunse un grosso pezzo di burro, che si sciolse rapidamente.
“Ecco!” dichiarò poi, trionfante. “Adesso il signore fa cuocere il pesce finché la birra non sia consumata, ma badi che bisogna lasciare una salsa sufficientemente densa.” “Ed è tutto?” “È tutto! Anzi no, povera me: un quarto d’ora o mezz’ora prima di servire si aggiunge un bicchiere di vino bianco, è molto importante.” Carpa-alla-birra-Secondi-di-pesce-250x212

E no, non è la ricetta più precisa del creato. Non c’è una dose, non c’è un tempo, non c’è nulla – ma è una piccola scena deliziosamente realistica. In fondo è la maniera in cui, duecento e dieci anni più tardi, ci comportiamo con le ricette di casa, giusto? A occhio, a spanne, a esperienza. E poi gli amici che ci chiedono le ricette levano gli occhi al cielo…*

Confesso di non avere mai sperimentato la carpa alla birra di Frau Krause**, quindi non so se posso raccomandare la ricetta. In fact, se qualcuno di voi – più disinvolto di me ai fornelli – decidesse di fare un tentativo, sarei grata di averne notizie.

Quel che posso raccomandare, invece, è il libro, ironica cavalcata alla scoperta dell’Europa – e di un Americano – del 1806.

______________________________________________

* Right: in realtà, mia madre si comporta così, e io levo gli occhi al cielo quando cerco di farmi dare una ricetta e lei comincia a parlare di “un po’ di burro”, o di cuocere “finché non ha il colore giusto.”

** All else apart, la sola idea di far dissanguare il pesce in un bicchiere è qualcosa a cui non voglio nemmeno pensare troppo.

 

libri, libri e libri

Di Libri e di Città

Ieri sera, alla biblioteca Zamboni, Ad Alta Voce ha chiuso i battenti per la stagione.

Oh well, è una chiusura molto relativa, perché non mi stupirei affatto se finissimo con l’avere un incontro speciale tra libri e telescopi… Ma questo per ora è in grembo agli dei – e ieri sera c’è stata l’ultima serata da programma.

L’argomento era abbastanza vacanziero: Books and the City – la città in letteratura. Come c’era da aspettarsi, quel che ne è uscito è stato un viaggio a tutti gli effetti, salvo quelli strettamente pratici.

triesteAbbiamo cominciato con un caffè a Trieste. Lo sapevate che per avere un caffè a Trieste bisogna chiedere “un nero”? Per avere un macchiato bisogna invece chiedere “un cappuccino”, e per avere un cappuccino, apparentemente, bisogna andare in un’altra città. D’altronde Trieste è una città di cultori del caffè e dei caffè – e sotto questo ed altri aspetti il delizioso Trieste Sottosopra di Mauro Covacich sembra un ottima guida.

Dalla città del vento siamo tornati indietro nello spazio e nel tempo – nella  Mantova desolata e paludosa visitata da Dickens nel 1844 sotto la guida di un bizzarro cicerone locale… Ecco, diciamo che al romanziere i giganti di Giulio Romano non fecero la migliore delle impressioni – ma questo non gli impedì di registrare i suoi ricordi in Mantova e il palazzo Te, pubblicato in seguito insieme ad altre Pictures from Italy.MoldovitaConstantinople

In condizioni ancora più tristi era, se vogliamo, la Costantinopoli del quindicesimo secolo. Alla vigilia della sua caduta, la capitale dorata dei Cesari d’Oriente era ridotta a un pugno di rovine invase dalle rose selvatiche e dagli usignoli, come è raccontato da Sir Steven Runciman ne Gli ultimi giorni di Costantinopoli. E questo, a mio timido avviso, rende ancora più struggente la storia dell’ultima disperata difesa contro l’inarrestabile potenza ottomana – a riprova del fatto che una città è molto di più della somma dei suoi edifici.

Come la Parigi sotterranea dei Passages, popolata di botteghe antiquarie e di vecchi caffè – rispecchiata e trasfigurata nella sotto-Parigi favolosa che, ne La Piccola Mercante di Sogni, Maxence Fermine fa luccicare di neve tiepida e popola di querce conversevoli e raffreddate…

O come l’afosa, inquieta, brulicante Città della Notte Spaventosa che Kipling descrive con occhi da insonne, tra musica lontana, dormienti che paiono cadaveri irrequieti e nibbi sornacchianti, sotto la luce di una luna impietosa.*

PragaO, infine, come la Praga notturna, letteraria e tormentata che sembra agitarsi tra i suoi incubi e i suoi fantasmi nel lussureggiante Praga Magica. E a sentire Angelo Maria Ripellino, dalla scrittura opulenta e ipnotica, la Praghesità è qualcosa di ben triste…

E a questo punto, dopo avere girato l’Europa e l’Asia a caccia di quel quid metafisico che fa di un ammasso di case e monumenti una città, pareva bello e giusto concludere con una storia bizzarra di costruttori di città senza nemmeno un mattone. Perché in Pfitz Andrew Crumey racconta una città che non c’è – una città ideale, progettata e popolata per la perfezione, ma capacissima – la natura umana essendo quel che è – di germogliare le sue romanzesche e umanissime imperfezioni, sotto forma di storie. Proprio come una città di pietra e di mattoni, di carne e ossa e secoli, una delle tante che abbiamo esplorato ieri sera, sgranocchiando biscotti attorno a un tavolo di biblioteca.

_________________________________________________________

* La traduzione che possiedo fa parte di una raccolta chiamata Trentatre Racconti Indiani, che apparentemente non è più in commercio. L’originale potete trovarlo qui.

anglomaniac · musica

Rollicum Rorum ♫

SergeantDunque, il testo è di Thomas Hardy, e credo che fosse nella versione originale di The Trumpet-Major – quella pubblicata a puntate – sotto il titolo di The Sergeant’s Song.  E fin qui è una buffa filastrocca antibonapartista – ed è molto inglese far dello spirito su avvocati, parroci, giudici e donne e nel frattempo uno sberleffo a Napoleone…

Dopodiché Gerald Finzi ha musicato il tutto per includerlo in Earth and Air and Rain, infilandoci questo passo gaio e questo irresistibile ritornello:

E  non è difficile capire perché il nonsense abbia finito col prevalere sul Sergente – anche se, a dire il vero, l’idea di un sergente primi Ottocento che canta questa faccenda non mi dispiace affatto…

Anyway, nel caso in cui vi pungesse l’uzzolo di canticchiare*, qui c’è il testo:

When Lawyers strive to heal a breach
And Parsons practise what they preach:
Then little Boney he’ll pounce down,
And march his men on London town!
Rollicum-rorum, tol-lol-lorum,
Rollicum-rorum, tol-lol-lay!

When Justices hold equal scales,
And Rogues are only found in jails;
Then little Boney he’ll pounce down,
And march his men on London town!
Rollicum-rorum, tol-lol-lorum,
Rollicum-rorum, tol-lol-lay!

When Rich Men find their wealth a curse,
And fill therewith the Poor Man’s purse;
Then little Boney he’ll pounce down,
And march his men on London town!
Rollicum-rorum, tol-lol-lorum,
Rollicum-rorum, tol-lol-lay!

When Husbands with their Wives agree,
And Maids won’t wed from modesty;
Then little Boney he’ll pounce down,
And march his men on London town!
Rollicum-rorum, tol-lol-lorum,
Rollicum-rorum, tol-lol-lay!

E buona domenica, tol-lol-lorum, tol-lol-lay…

__________________________________

* Ve lo dico perché la sto canticchiando dall’altra sera, quando ho ritrovato il mio CD di Finzi… È catchy come poche cose al mondo. Siete avvertiti.

grilloleggente · libri, libri e libri

La Fetta in Mezzo

trilNon so se sia perché qui si è messo a fare proprio caldo, o forse sono le zanzare o che altro – ma oggi devo dar voce a un peeve.

Oggi parliamo di trilogie. O tetralogie. O N-logie, se è per questo. E forse è il caso di premettere che esistono diversi tipi di di N-logie: ci sono quelle composte di libri a sé stanti legati da un protagonista o un’ambientazione; ci sono quelle in cui ciascun volume copre un arco minore all’interno di un arco generale; e ci sono quelle che in realtà sono un’unica storia divisa in parti…

Ciò detto, il post s’intitola come s’intitola perché ho appena finito il secondo volume di una trilogia da recensirsi per la HNR. Per quel che ne so è il secondo volume di una trilogia del terzo genere, e forse cominciare dal secondo volume non è il modo più saggio di accostarsi ad alcunché – ma non è questo il punto. L’inizio in medias res funziona, e l’autore ha fatto un buon lavoro nel chiarire fin da subito chi è chi e chi vuole cosa e perché, e la trama è più intricata in apparenza di quanto sia in realtà…

Quel che mi ha irritata – che mi irrita invariabilmente in situazioni del genere, è questo: si legge, si segue, pagina dopo pagina ci s’interessa a storia e personaggi, ci si lascia prendere dal ritmo e  dal movimento… Finché non ci si accorge che mancano cinquanta pagine alla fine, e non c’è umana possibilità che l’autore conduca in porto tutto quel che ha avviato… E d’accordo – è un volume da primo a penultimo, e dunque non ci si può (né deve) aspettare la Conclusione. Ma qualche genere di conclusione? E invece le pagine calano a trenta, a venti, a dieci… ed è evidente che nessun aspetto della trama mostra la benché minima intenzione di toccar terra. E infatti la fatidica paroletta di quattro lettere (o le due fatidiche parolette di tre) calano come un sipario e, nella migliore delle ipotesi, tutto rimane a pendere dal bordo di una scogliera.

Sì, questa è un'affettatrice...
Sì, questa è un’affettatrice…

E dico nella migliore delle ipotesi, perché talvolta – come nel caso in questione – non c’è nemmeno un buon vecchio cliffhanger. C’è giusto quel tanto di appoggio che basterebbe per una fine di capitolo, e la sensazione è quella che la storia sia stata tranciata in fette spesse con un’affettatrice da salumi – con più riguardo al numero commerciabile di pagine che alle aspettative del lettore o alla logica narrativa.

E sì, per carità: mi rendo conto che l’idea è quella d’indurre il lettore a comprare il prossimo volume – but you know what? Su di me un non-finale troppo blando ha buone probabilità di ottenere l’effetto contrario. Non ho necessariamente obiezioni ad essere manipolata – tutti leggiamo narrativa con l’ovvia intenzione di essere manipolati un pochino – ma mi aspetto di essere manipolata con garbo e intelligenza.

E se la mia preferenza va ai libri che, per tradurre un’efficace espressione anglosassone, stanno in piedi da soli, non sono immune al gusto di finire un libro e compiacermi del fatto che se ne possa avere ancora… Tuttavia, persino quando in realtà si tratta di un’unica  storia suddivisa in tre, quattro, n parti, la mia mente – che in fatto di storie ragiona per archi – si aspetta una parvenza di punto d’attracco, di boa, di risoluzioncella minore, o persino di scogliera alla cui cima appendere tutto.

Persino se siete gente più saggia di me e cominciate sempre tutto dall’inizio, persino se non scrivete per una rivista che incoraggia recensori diversi ad occuparsi della stessa serie, ditemi un po’: non vi piace avere l’impressione che il sipario si chiuda per una ragione? Una ragione narrativa oltre che editoriale e commerciale?

 

lostintranslation · Poesia

Febbre di Mare

3923894215_20aa1d139f_oSiccome sono al mare, e siccome pur avendovi parlato di John Masefield non credo di avervi mai messi a parte di Sea Fever, lo faccio adesso:

In Inglese…

I MUST go down to the seas again, to the lonely sea and the sky,
And all I ask is a tall ship and a star to steer her by,
And the wheel’s kick and the wind’s song and the white sail’s shaking,
And a gray mist on the sea’s face, and a gray dawn breaking.

I must down go to the seas again, for the call of the running tide
Is a wild call and a clear call that may not be denied;
And all I ask is a windy day with the white clouds flying,
And the flung spray and the blown spume, and the sea-gulls crying.

I must go down to the seas again, to the vagrant gypsy life,
To the gull’s way and the whale’s way, where the wind’s like a whetted knife;
And all I ask is a merry yarn from a laughing fellow-rover,
And quiet sleep and a sweet dream when the long trick’s over.

E traduzione funzionale:

Devo tornare al mare. Il mare solitario e il cielo,
E non chiedo altro che una nave a vela, e una stella per orientarmi,
E lo scatto del timone, e il vento che canta, e il tremito della vela,
E la grigia foschia sul volto del mare, e lo spuntar dell’alba grigia.

Devo tornare al mare, perché la marea mai ferma chiama
Ed è un richiamo alto e selvaggio a cui non si resiste.
E non chiedo altro che un giorno di vento, e nuvole in volo,
E l’aria fitta di gocce e spuma, e il richiamo dei gabbiani.

Devo tornare al mare, alla vita errante da gitano,
La via del gabbiano, la via della balena, dove il vento è un coltello affilato.
E non chiedo che una storia raccontanta da un altro allegro vagabondo,
E un sonno quieto  e buoni sogni quando sarà tutto finito.

In realtà avevo già tradotto – e decisamente meglio – questa poesia ai tempi di Acqua Salata e Inchiostro, ma naturalmente adesso non ho il testo al seguito, per cui per ora accontentatevi di questo. Appena torno a casa modifico.

E avrei potuto fare questo post a casa, vero? Sì, avrei potuto, ma mi è preso l’uzzolo di farlo qui, dove girandomi appena posso vederlo davvero, il mare .

Occorre considerare che Masefield, da giovanissimo allievo sottufficiale nella Merchant Navy, fece un viaggio transatlantico e mezzo e poi disertò perché soffriva di nausee così terribili e paralizzanti che non era certo di sopravvivere a un’altra traversata arrampicato a riva. Lì terminò la sua carriera navale, e quando scrisse Sea Fever non vedeva una nave da almeno quindici anni – né l’avrebbe vista più. E allora ecco questa poesia diventa una specie di inno per tutti coloro che il mare lo amano più in teoria che in pratica.

Quelli che leggono storie di mare una dopo l’altra, e poi stanno male sul materassino. Quelli che, alla fin fine, il mare sono fatti per desiderarlo standosene a riva.

romanzo storico · scribblemania

V for Victory

the-end-The-EndE così ce l’ho fatta, dopo tutto.

La notte scorsa, intorno alle tre, ho finito la mia prima stesura – and glory be.

Centoquattordicimilaquattrocentonovantacinque parole.

Insomma, è possibile che abbia barato un pochino – appena un pochino, nel senso che il penultimo capitolo è un nonnulla frettoloso, e l’ultimo per ora è una collezione di scene e domande tenute insieme con il refe.

E il finale… be’, il finale magari non ha ancora quella che si chiama una forma precisa.

E ho un taccuino pieno di cose da aggiungere.

E mentre scrivevoscrivevoscrivevo in questi giorni un diluvio di possibilità, The_End_Bookdeviazioni, piccole folgorazioni e sviluppi inattesi si è accampato sui gradini e non accenna a disperdersi…

Ma vi dirò una cosa – anzi, ve ne dirò due.

Prima cosa: tutto questo è per luglio. Per adesso ho finito, e le buone intenzioni sono di lasciare Ned a riposo per un mese e, se tutto va bene, riprenderlo in mano a luglio con occhi relativamente nuovi per la revisione. Dico “se tutto va bene” perché mi conosco, e ho un passato infelice in fatto di buone intenzioni… Ma d’altra parte ho un sacco di libri da leggere e varie altre cose da scrivere, e devo farmi perdonare gli ultimi cinque mesi da amici e famiglia, e non cominciamo nemmeno a parlare del lavoro. Sarà un giugno intenso anzichenò, anche senza Ned.

TheEndSeconda cosa: questo ultimo sprint di scrittura mi mancherà. Fra ieri e sabato ho scritto ottomila parole e spiccioli, che per me sono una quantità notevole. Le ho scritte con più impeto che cura, e non ho dubbi che la revisione sarà interessante nella più blanda delle ipotesi. Ma il continuo germogliare di idee su idee e possibilità su possibilità, e il senso di movimento, e lo scorrere di tutto quanto verso il sipario è stato… heady.  A scrivere sempre a questo ritmo, si butterebbero giù prime stesure in un mese… Abbozzi di prime stesure, quanto meno. E sì, sarebbe bello, e me lo dico tutte le volte, ma poi… Mah.

Ma non importa poi troppo. Non adesso, almeno. Non fino al prossimo romanzo.

Adesso viene un mese di normalità o giù di lì. E nordic walking. E giri in città. E cene con gli amici. E cose così. E magari qualche ora di sonno in più.  E ho tanto idea che sarà luglio prima che me ne accorga.

E poi la revisione…

Ma intanto ho finito – e quanto mi piacciono i sipari che si chiudono!

 

angurie · scribblemania

Causa ed Effetto

Sorry, sto scrivendoscrivendoscrivendo – e comincio ad avere l’impressione di farcela davvero, a finire entro domenica sera – e sto anche editandoeditandoeditando…

E a dire il vero non vedo perché non dovreste scriverescriverescrivere anche voi. O almeno scrivere un po’.

E allora, prendendo a prestito abitudini altrui e inclinandole a 45°, facciamo un gioco: due immagini (di N.C. Wyeth) da cui ricavare una storia, volete?

In un ordine qualsiasi:

wyeth_murdersquireford

E…

wyeth_renegademonk

Et voilà. Che è successo tra l’una e l’altra – in un ordine qualsiasi? Una storia completa, una trama, un limerick… Quel che volete.

Torno a scriverescriverescrivere.

Ci sentiamo presto.

Buona scrittura

LeggerMangiando

LeggerMangiando: il Prosciutto agli Scalogni di Casa Buddenbrook

188509I Buddenbrook, in realtà, è una miniera di ricette. Si riceve spesso, si mangia molto, e molti piatti vengono descritti in decorativo dettaglio, perché i pranzi dei Buddenbrook non sono soltanto fonte di calorie, ma un indice di stato sociale.

Il piatto più celebre e citato, forse, è il prosciutto al forno con gli scalogni del Capitolo Quinto, piatto forte del pranzo che consacra l’ascesa dei Buddenbrook appena insediati nella loro nuova dimora.

Sentiamo che dice Herr Mann:

“Di nuovo furono cambiati i piatti. E comparve un enorme prosciutto, rosso mattone, affumicato e cotto con una salsa di scalogno bruna e acidula e una tale quantità di verdure che ogni piatto sarebbe bastato a saziarli tutti. Lebrecht Kröger si assunse l’incarico di scalcare. Alzando leggermente i gomiti, gli indici distesi sul dorso del coltello e della forchetta, tagliò i pezzi sugosi con molta circospezione.”

Ora, mio padre, che adorava Mann e in particolare i Buddenbrook, insisté per anni perché mia madre gli cucinasse il prosciutto in questione – e mia madre si documentò, imbattendosi in un certo numero di ricette. Tutte cominciavano così:

Prosciutto agli Scalogni – per quindici persone.

Prendete un buon prosciutto disossato del peso di quattro chili, una bottiglia di porto e un chilo di scalogni…

20140108-091600
No, questo è l’irragionevole prosciutto. Lo stinco somiglierà di più… non so, a uno stinco.

E a questo punto mia madre invariabilmente si arrendeva. Un prosciutto disossato da tre o quattro chili? Quindici persone?  E in via sperimentale? Come invitare quindici persone per un esperimento culinario? E altrimenti, che fare con cinque chili di prosciutto e scalogni senza avere invitato dodici persone? E il guaio si è che i prosciutti sono quel che sono, e non è facile trovarne di dimensioni ragionevoli. Col tempo, tuttavia, la genitrice giunse a un compromesso – che vi passo così come l’ho trovato nel quaderno delle ricette:

Stinco di Maiale agli Scalogni

Ingredienti per quattro persone:

– 2 stinchi di maiale per un peso di circa un chilo*
– Buon vino rosso fermo
– 200 grammi di scalogni piccoli
– 1 cucchiaio di burro
– 1 cucchiaio di zucchero
– 1 cucchiaio di aceto balsamico
– olio e sale q.b.**

Mettete gli stinchi in una teglia da forno con un po’ d’olio, copriteli e cuoceteli in forno per un paio d’ore, girandoli spesso e bagnandoli di tanto in tanto con il vino rosso.

Intanto sbucciate gli scalogni e tagliateli a metà. A metà cottura aggiungeteli agli stinchi insieme al burro, allo zucchero e all’aceto. Salate e completate la cottura senza coprire – ma non stancatevi di girare gli stinchi di quando in quando. .

Se tutto è andato bene, gli stinchi dovrebbero essere lucidi e sugosi, e il fondo di cottura dovrebbe avere acquisito un bel colore  scuro e un delicato gusto agrodolce. Si sposa molto bene con le patate al forno.

Meno terrificante, non vi pare? E se dico che è ragionevole a farsi, non è la mia parola che dovrete prendere per buona ma quella di mia madre, che è una cuoca incomparabilmente migliore.

Confesso che personalmente non ho la minima intenzione di provarci – davvero: non saprei nemmeno da dove cominciare. Se siete più audaci di me (e non ci vuol molto), fatemi sapere come sarà andata, volete?

___________________________________________

* Non lasciatevi allarmare dalle proporzioni: il prosciutto era disossato, gli stinchi no.

** Una di quelle cose… Come diamine faccio a sapere quanto ne basta, eh? Eh?

 

scribblemania

È un Sipario Quello che Vedo Davanti a Me?

there-clipart-clip-art-almostE il romanzo, o Clarina?

Ultimamente ho trascurato i piccoli bollettini, ma non mi sono fermata. Anzi, forse avrete notato – e se non lo avete notato ve lo dico adesso – che ho passato le previste novantamila parole.

Il che non è una grossa sorpresa. Le prime stesure sono prime stesure, e i romanzi in particolare hanno questa maniera di germogliare in maniera incontrollata. È tutto un germogliare di scene impreviste, personaggi che si prendono delle libertà, medici della peste in libera uscita… Ma davvero: è normale.  O abbastanza normale perché non mi agiti. Il momento di potare  verrà con la revisione.

E allora probabilmente sì che mi agiterò – ma quello è un altro discorso. Ne parleremo più avanti, quando avrò finito la prima stesura. Per ora – siccome mi si dice che sia saggio agitarsi per una cosa alla volta – mi agito per questo:

Questa settimana intendo, voglio, devo, m’impongo di finire la dannata prima stesura.

Perché sì, per un sacco di ragioni, perché è la scadenza che mi ero data originariamente, perché all’orizzonte potrebbe – potrebbeLeaping_Frog_by_lady_flissesserci una scadenza meno artificiale, seppure più teorica, perché voglio finire. E quindi chiamiamolo un ultimo balzo, volete?

Il che comporterà una settimana un nonnulla intensa.  Mi mancano ancora un sacco di scene – e su alcune ho le idee più chiare che su altre – e non sono sicura che non germogli qualcosa d’altro di collaterale nel frattempo, per cui non so di preciso quante altre parole mi possa aspettare prima del sipario. E no, niente sipario, in realtà – all’epoca non usava – ma a questo proposito c’è anche la questioncella del finale… Il finale c’è, ma è ancora un nonnulla irrisolto.

E nel frattempo, non è come se il lavoro fosse magicamente svanito…

E quindi?

E quindi il piano per la settimana è questo: scrittura matta e disperatissima e lavorolavorolavoro, poco sonno, niente distrazioni.

Vi terrò aggiornati.