libri, libri e libri

E Poi Sabatini

SabatiniPortraitLunedì scorso mi sono…

(Aspettate: lo dico sottovoce e tra parentesi, per evitare che SEdS si metta in testa di mordermi. Mercoledì mi sono dimenticata…)

… il centoquarantesimo compleanno di Rafael Sabatini.

Il che significa, tra l’altro che a voler proprio vedere avrremmo per le mani anche un Anno Sabatiniano. Mais enfin, centoquaranta non sono né centocinquanta né cento,* e quindi, semmai ce ne occuperemo ancora dopo oggi, sarà in via occasionale ed aerea, così en passant, e poi faremo le cose sul serio nel Venticinque.

Intanto, però, per oggi festeggiamo – e cominciamo con il conoscere il festeggiato.

Sabatini era un autore italo-inglese, figlio di cantanti d’opera, poliglotta e prolifico. Cominciò a scrivere giovanissimo, e  poi, tra il 1921 e il 1949, scrisse fra i trenta e i quaranta romanzi  di “avventure storiche”, i cui protagonisti, tra la Francia rivoluzionaria, i Caraibi, l’Italia del Rinascimento e altri posti tanto pittoreschi quanto pericolosi, navigano, duellano, cercano vendetta, conquistano fanciulle, corrono pericoli tremendi e se la cavano sempre per il rotto della cuffia grazie a una combinazione di audacia, wit, spudoratezza e fascino. Swashbucklers per eccellenza. È probabile che abbiate sentito parlare almeno di Captain Blood e Scaramouche dai quali sono stati tratti film con un certo entusiasmo fino agli Anni Cinquanta. Ma anche l’elisabettian-navale The Sea Hawk, il secentesco Bardelys francese, o l’astuto Bellarion che se la cava nel turbolento Cinquecento italiano… rafael sabatini, captain blood, letture estive, project gutenberg

E volendo ci sono anche le Notti Storiche – Historical Nights’ Entertainment – storie variamente romanzate (e talvolta dichiaratamente apocrife) di delitti e tradimenti, dall’assassinio di David Riccio/Rizzio alle vicende di Antonio Perez, più una biografia di Cesare Borgia e una di Torquemada.

Se voleste leggere un po’ di Sabatini, dovreste armarvi di pazienza. In Italiano si trova qualcosina su Amazon – non particolarmente a buon mercato. Qualche biblioteca le tiene ancora. Potete cercare qui e poi dedicarvi alle gioie del prestito interbibliotecario – strumento che tende a funzionare con ragionevole efficienza e ad essere trascurato. In alternativa, potete provare con l’originale, e allora trovate un bel po’ di titoli nella pagina rilevante del Project Gutenberg. Se poi foste curiosi, su Internet Archive trovate un sacco di vecchie edizioni scannerizzate – alcune delle quali illustrate

nrscaramouche02Un po’ laborioso, lo ammetto. Ne vale la pena? A mio timido avviso, assolutamente sì. Sabatini è un ottimo narratore. Le sue storie sono pittoresche e avventurose, ben ambientate, provviste di personaggi ben fatti e scintillanti in fatto di dialogo.** E considerate che non era nemmeno madrelingua, strettamente parlando. Oh sì, aveva una madre inglese, ma non imparò  davvero la lingua fino ai diciassette anni. E subito decise di diventare uno scrittore in Inglese, perché, diceva, tutte le storie migliori sono scritte in Inglese.

Che volete che vi dica? Sulle storie migliori si può discutere fino al giorno del Giudizio – ma, indipendentemente da quello e per ovvi motivi, non posso fare a meno di trovare la storia di notevole incoraggiamento e ispirazione.

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* L’avreste mai detto? A volte mi faccio impressione da sola.

** È quasi un peccato che non abbia scritto più teatro di quanto abbia fatto: un singolo dramma storico su Cesare Borgia…

elizabethana · musica

La Signora dalle Maniche Verdi ♫

greensleeves-rossetti-mod1Vi stupite se vi dico che sono in un mood elisabettianeggiante anziché no?

No, non vi stupite troppo. E allora King’s Singers, con una cosa vecchia come le colline, il cui narratore si duole melodiosamente dell’indifferenza e crudeltà della sua Signora dalle Maniche Verdi…

E lo so – è una delle cose più udite, rifatte e whatnot della storia della musica, ma questa è una bella versione.

E questa magari è per… mah, diciamo verso sera, quando il crepuscolo comincia a stringersi. La luce cala, voi vi fate una tazza di tè, la sera arriva, tutta verde e azzurra… oppure verde e grigia, a seconda del meteo – ma va benissimo lo stesso. Guardate, mi spingo a dire che va benissimo anche se tira un po’ di vento e/o piove. Musica per tutte le stagioni. Dopo tutto è stato Shakespeare a far invocare al suo Falstaff una pioggia di patate e tuoni al ritmo di Greensleeves…

E buona domenica.

angurie · Storia&storie · tradizioni

Maypole!

-Maibaum_Ostfriesland967E magari somiglia a un albero della cuccagna, ma non lo è. In realtà è una vecchia tradizione di stampo germanico: l’albero/tronco/palo decorato sta per Yggdrasil, l’Albero del Mondo e, anziché cospargerlo di grasso e arrampicarcisi a caccia di cotechini e prosciutti, lo si decora e ci si danza intorno. Più dignitoso, se chiedete a me. Per l’albero e per tutti quanti.

Se andate in giro per Austria o Baviera dopo il I di maggio (che, guarda caso, è oggi), ne vedete uno in ogni villaggio, sotto il nome di Maibaum.

Un tempo usava esser così anche in Inghilterra, Scozia, Irlanda e Galles: al Maypole si appendevano dei nastri colorati e ci si intrecciavano (è il caso di dirlo) attorno complicate danze circolari. I nastri si intrecciavano, appunto, intorno al palo, creando dei motivi colorati. E non è affatto semplice come magari ha l’aria di essere…

E d’accordo, è una Renaissance Faire di New York, per cui è tutto più fantasy che altro – ma la danza rende l’idea. *

Ad ogni modo, nelle Isole Britanniche tutto ciò andò gaiamente avanti per diversi secoli, e poi… Poi arrivò la Riforma. I Protestanti, soprattutto i Presbiteriani, il Maypole e le danze e i giochi del I di Maggio non li potevano vedere. “Robaccia pagana!” strillavano, stracciandosi le vesti – e noi che possiamo fare se non scuotere il capino, una volta di più, sull’allergia di questa gente a tutto ciò che era allegro e festoso e giocoso…?

Oh well. C’è da dire che non era facile scoraggiare gli Inglesi (e Gallesi, e Scozzesi e Irlandesi) dalle loro feste. Dopo il 1660 e la Restaurazione, i Maypoles rigermogliarono dappertutto e, in taluni luoghi, permangono tutt’ora.

E, avendovi forniti di un lieto fine, non ho altro da fare che augurarvi un lieto I di maggio.

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* Il video dura tre minuti e mezzo – non occorre che lo guardiate tutto. Giusto per farvi un’idea.

blog life

Attenti al Blog (morde…)

La Clarina (seduta a gambe incrociate nella sua poltrona preferita, circondata da pile di libri, con il portatile sulle ginocchia e una tazzaHog di tè a portata di mano, scrivescrivescrive – e intanto borbotta tra sé) – Threadneedle Street… 1592… Whitehall Palace… William Kempe… Rose… Fortune…

Senza Errori di Stumpa – CLARINA!

La Clarina (sobbalza, si morde la lingua e per un pelo non rovescia il tè sul portatile) – Yelp!

SEdS – Sesquipedale sciagurata!

C. – Io? Io sono una sesquipedale sciagurata? Si può sapere che diamine ti viene in mente? Mi hai fatto venire una sincope, mi hai fatto venire…

SEdS – Yes, well. Non meriti altro.

C. – Che ho fatto questa volta?

SEdS – Che giorno è oggi?

C. (si mordicchia un labbro) – Mar… giov… sab… er.

SEdS – Lunedì, Clarina. È lunedì.

C. – Giusto. Lunedì.

SEdS – Il che significa che ieri era…?

C. – Domenica?

SEdS – Già.

C. – E quindi…? Oh.

SEdS – Oh?

C. – Oh…

SEdS – Non hai postato la musica domenicale, e tutto quello che hai da dire è “Oh”?! Forgetful-Batch

C. (si fa piccola piccola) – Mi sono dimenticata…

SEdS – Ma non mi dire. E la giornata mondiale del libro?

C. – Oh…

SEdS – Oh. E la poesia di Sayat-Nova che volevi pubblicare il 24?

C. – Oh!

SEdS – E piantala! Sembri Breznev con i cerchi olimpici… Dì qualcosa d’altro.

C. – Diclorotrifeniltriclor–

SEdS – Oh, piantala lì.

C. – Me l’hai detto tu, di dire qualcosa d’altro.

SEdS – Mai, o Clarina – mai, mai, mai fingere di prendere alla lettera un blog imbufalito! Dì qualcosa di appropriato.

C. – Che vuoi che ti dica? Mi cospargo di cenere il capo: mi sono dimenticata.

SEdS – Tu. Ti dimentichi. Tutto.

C. – Ssssì… mi si dice che sono indetermonata e vagonella. È che…

SEdS – È che scriviscriviscrivi.

C. Sì…

SEdS – È che quando non scrivi, pensi a quel che dovresti scrivere.

C. – Sì…

SEdS – È che anche quando non ci pensi del tutto, sei almeno in parte nel secolo sbagliato!

C. – Sì – ma vedi, ieri ho passato le settantamila parole, e…

SEdS (caccia uno strillo disbloghesco) – !!

C. (sobbalza di nuovo) – Ennonfarecosì, santi numi del deserto! Sincope, ricordi? E non dirmi che me lo merito.

SEdS – Sì, sì, sì, te lo meriti ! Meriti questo ed altro. Tu vagonelli per i secoli sbagliati, trascuri gli amici, ti riduci in ritardo con tutto il resto, e io soffro.  Soffro e ne soffro. Non mi dedichi più il tempo, l’affetto e la cura di un tempo. La mia autostima precipita, se fossimo al mare, il mio umore dovrebbero cercarlo con il batiscafo…

C. (apre la bocca per avanzare dubbi) – …

SEdS – E non azzardarti a dire che esagero, sai? Non azzardartici, perchè non è vero e perché i blog mordono.

C. – E allora mi taccio contrita. Faccio buoni propositi. Cose del genere. Non dimenticherò più di postare la musica domenicale.

SEdS – Se ci penso… La musica domenicale – dimenticata.

C. – Sì, ma ti ho promesso che non succederà mai più.

SEdS (allontanandosi di qua e di là – proprio come la Cantatrice Calva) – Sè! Le conosco, le tue promesse… Sciagurata sesquipedale. Trascuratrice di blog. Elisabettianomane…

C. – No, ma senti! No, sul serio… Guardami: vado a postare subito per mercoledì. Ed è solo lunedì mattina… – (Prende atto dell’allontanamento, sospira, leva un sopracciglio, scrolla la spalla opposta, scuote la testa.) – Well then… (Occhieggia il portatile, si mordicchia un labbro, si guarda attorno – prima da sopra una spalla e poi dall’altra parte…) – Altre cinquecento parole, poi vado a postare, eh? (Si rimette a scriverescriverescrivere). Threadneedle street…

SIPARIO

 

 

 

 

 

teatro

E Adesso Si Legge!

PdC1  L’ho annunciato altre volte, lo so – ma questa volta si parte per davvero.

Germogliato dal progetto The Paper Stage, dell’Università del Kent, e realizzato in collaborazione con l’Accademia Teatrale Campogalliani, Il Palcoscenico di Carta , ha trovato casa e comincia la sua avventura.

Il luogo è la bellissima Libreria Galleria Einaudi, al n° 19 di Corso Vittorio Emanuele II – meglio noto ai Mantovani come Corso Pradella – e le prime tre date sono quelle del 7, 14 e 21 di maggio, dalle 18 alle 19.

Con il tempo esploreremo titoli meno noti, testi che hanno poche speranze di arrivare su un palcoscenico di legno e mattoni – ma si sa che ogni viaggio di scoperta parte da un porto conosciuto. Il nostro porto d’imbarco si chiama Romeo e Giulietta, forse la più nota opera shakespeariana, la più celebre, più citata, più rielaborata storia d’amore di tutta la letteratura.

E sì, lo so: la conoscete già – ma questa volta è diverso.R&J

Questa volta potete esplorarla… da dentro. Potete unirvi a noi nella lettura, entrare nella Verona immaginaria e pericolosa di Shakespeare, schierarvi con i Montecchi o i Capuleti, mescolarvi tra le voci di questa storia, immergervi nell’incanto del teatro. Oppure potete venire ad ascoltare per riscoprire la bellezza della lingua di Shakespeare, per vedere come diamine funziona questo Palcoscenico di Carta – o entrambe le cose…

Nell’uno e nell’altro caso, siete più che i benvenuti.

Come si partecipa?

Se volte ascoltare, non dovete fare altro che unirvi a noi. Se volete leggere, invece, visitate il sito del PdC, compilate il form che troverete arrivando, e fateci sapere che siete interessati. Vi assegneremo una parte e vi manderemo il testo. Non sono necessarie prove, e non si richiede nessuna esperienza precedente.

Questo è un gioco, un’avventura, una scoperta.

Unitevi a noi. Vi aspettiamo.

angurie

Sul Dar Nomi Alle Cose

NamingTanto tempo fa, nella mia vita precedente, ricevevo quasi quotidianamente i fax pubblicitari di una ditta di coperture mobili. Siccome producevano coperture, era parso loro bello chiamarsi Kopron. Perché paresse loro bello inondare di fax pubblicitari la gente incolpevole, proprio non lo so.

E parlo di fax quotidiani. Dapprima sperai che, se non avessi risposto, prima o poi avrebbero smesso – ma loro continuavano. In fondo al messaggio, scoprii dopo qualche tempo, s’indicava la possibilità di rispedire il fax al mittente barrando l’apposita casella per richiedere l’interruzione dei messaggi. Provai, e non servì anulla. Allora spedii al mittente, sempre via fax, un messaggio più articolato, in cui spiegavo di non essere interessata alle loro coperture mobili, grazie. Come non fatto. E fu in un momento di esasperazione che rispedii al mittente l’ennesimo fax con questa annotazione bene in vista: Siete consapevoli del fatto che il vostro nome, in Greco antico, significa “sterco”?

Di fax non ne arrivarono più .

Ora, marketing d’assalto a parte, il fatto è che il nome in questione poteva suonare come un’elegante variazione su “copertura”, ma non stavo scherzando sul significato in Greco antico. Forse alle volte varrebbe la pena di spendere qualche pensiero sul nome dal suono esotico che pare tanto bello per un’attività…

Come – e questo è un aneddoto che racconta spesso Severgnini – quel negozio genovese di cravatte che il titolare decise di chiamare Top One. Peccato che l’autore dell’insegna dipinta a mano non avesse considerato per bene gli spazi… “Tu dove le compri le cravatte?” si chiedevano l’un l’altro i Genovesi. E capitava che la risposta fosse “Dal Topone!”

Anche dalle mie parte c’è (o almeno c’era fino a qualche anno fa) uno di quei centri di abbronzatura, nomato Sun Saloon – il che magari al momento sarà parso una buona idea, ma considerate che la pronuncia della faccenda è sciaguratamente simile a “sansalùn” parola con cui il dialetto locale indica lo zanzarone – orrida bestia sin troppo comune in queste plaghe umide.*

Su quell’altro negozio di abbigliamento maschile chiamato MacBeth non mi pronuncio. Superstizioni teatrali a parte, è proprio una buona idea chiamare il proprio negozio come un usurpatore pluriomicida finito malissimo? Thinking

Epperò queste sono piccole realtà, negozi, ditte mediopiccole… Può capitare che qualcosa sfugga. Quando invece sono squadre di marketers e fior di creativi a partorire faccende sfortunate come inMondadori (provate a pronunciarlo come una parola sola a un minimo di velocità…) o brutturette come VeryBello, viene proprio da domandarselo: come, come, come è potuta sembrare loro una buona idea?

E quindi forse, prima di dar nomi alle cose, vale la pena di accertarsi che non vogliano dir nulla di impresentabile in altre lingue**, scriverli in tutte le maniere possibili e guardarli per bene, ripeterli ad alta voce non una ma molte volte, farseli ripetere ad alta voce da qualcun altro, dormirci su una notte o due, e conservare un sense of humour.

Come la gente che le sue gru da noleggio le ha meravigliosamente chiamate Issa… Semplice, efficace – e anche spiritoso. C’è speranza per l’arte di dar nomi.

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* E non da oggi: tra le lettere che l’architetto secentesco Gabriele Bertazzolo scrisse mentre lavorava alla sua notevole opera idraulica proprio qui nel mio villaggio, si trova più di una fulminazione all’indirizzo dei numerosissimi e fastidiosissimi sansaloni… Ci sono cose che non cambiano attraverso i secoli.

** Viene in mente la storia della Commissione degli Stati Utenti del Canale di Suez, che l’Assemblea Generale dell’ONU impiegò una giornata di lavori a battezzare, perché pareva non trovarsi un acronimo che non significasse qualcosa di sconveniente in qualche lingua…

 

 

romanzo storico · Storia&storie

Storia e Storie

387px-Rudyard_Kipling

Se la storia s’insegnasse sotto forma di storie, nessuno la dimenticherebbe mai.

Questo lo diceva Kipling, e voi sapete che a Kipling io tendo a dare retta. L’idea mi piace molto, e vorrei che fosse così – in un certo senso lo è. Ma fino a che punto?

Vediamo un po’.

Secoli fa – troppi secoli fa perché vada a disseppellire il numero in questione – sulla Historical Novel Review comparve un articolo in cui Susan Higginsbotham (credo) strologava sulla questione posta da un lettore: com’è, chiedeva costui, che nessun numero di romanzi storici e film storici è sufficiente a farmi entrare in testa i fatti? Prendiamo Eleonora d’Aquitania, proseguiva il lettore, una signora e un periodo per cui non ho speciale interesse, ma con cui ho avuto a che fare in diverse occasioni: ho studiato i miei libri di scuola come chiunque altro, ho letto qualche romanzo, ho visto qualche film… non dovrei avere le idee più chiare sulla sua storia?

La risposta era “Non necessariamente”, e per un buon motivo. Sto citando a memoria, ma l’idea generale era che vedere Eleonora alle prese con il suo pessimo marito in The Lion In Winter e con le frenesie crociate/matrimonial/amorose del suo primogenito in The Lute Player non offre molto aiuto nel memorizzare le date della sua vita. Quello che troviamo nel film e nel romanzo non è la storia di Eleonora, ma l’interpretazione della figura di Eleonora di James Goldman e Nora Lofts. Ed è un’interpretazione colorata dalle intenzioni e necessità narrative degli autori, da treni merci di particolari fittizi (la corte natalizia a Chinon e il dilemma parentale di Enrico, Blondel e Anna Apieta…), dall’esigenza di rendere questa gente del tardo dodicesimo secolo comprensibile per il lettore/spettatore odierno.historical novel review, nora lofts, james goldman, frances h. burnett, ian mortimer, gisbert haefs, romanzi storici

Essendo Goldman e Lofts ottimi scrittori, entrambe le Eleonore* in questione sono balzachianamente verosimili, ma nessuna delle due è vera. E in questo non c’è proprio nulla di bizzarro o scandaloso. In un mondo ideale, il mestiere del romanziere storico sarebbe quello di raccontare ciò che non sappiamo più sulla base ed entro i limiti di quel che sappiamo, però in realtà il confine tra ciò che sappiamo e ciò che non sappiamo può essere molto labile.

Ci sono scuole di pensiero sul grado di rigore documentario e fedeltà alle fonti cui un romanziere dovrebbe sentirsi vincolato, ma nella maggior parte dei casi non è difficile trovare nel tessuto delle fonti qualche smagliatura grande abbastanza da farci passare una parata di elefanti.

Detto ciò, qual è l’impatto delle parate di elefanti sul lettore medio?

historical novel review, nora lofts, james goldman, frances h. burnett, ian mortimer, gisbert haefs, romanzi storiciAvete letto La Piccola Principessa, di Frances H. Burnett? Forse sì e forse no: ai miei tempi era un altro di quei classici per fanciulli – e uno particolarmente grazioso, a mio avviso. Ad ogni modo, c’è questa scena in cui la giovanissima protagonista Sara racconta la storia della Rivoluzione Francese a una compagna di collegio negata per gli studi, e lo fa con flair narrativo, insistendo sulla figura di Mme de Lamballe, confidente e favorita di Maria Antonietta, linciata in strada per non aver voluto giurare fedeltà alla Repubblica. “E misero la sua testa mozzata su una picca e la folla se la passava di mano in mano…” racconta Sara. “Era giovane e bella, e tutte le volte che penso alla Rivoluzione immagino quella testa dai lunghi capelli biondi che ondeggia sopra la folla inferocita.” E, ci dice la signora Burnett, persino l’ottusa Ermengarde non dimenticherà più Mme de Lamballe.historical novel review, nora lofts, james goldman, frances h. burnett, ian mortimer, gisbert haefs, romanzi storici

E tutto ciò è bello e anche istruttivo, perché se da un lato Sara ha regalato a Ermengarde un’impressione più vivida della storia, dall’altro ha falsificato un pochino i fatti: nel 1792 la princesse de Lamballe aveva quarantatré anni – un’età che non molte bambine di dodici anni considerano giovanile… Resta da domandarsi chi sia stato a ringiovanire la principessa per amor di dramma**: Sara stessa, Ms. Burnett o l’autore del libro che si suppone Sara abbia letto? Ma non è del tutto rilevante, e comunque l’episodio rimane significativo.

historical novel review, nora lofts, james goldman, frances h. burnett, ian mortimer, gisbert haefs, romanzi storiciMi è tornato in mente di recente, quando M. mi ha fatto notare che l’Annibale eponimo di Gisbert Haefs è sempre depresso dopo le battaglie. “Quindi, quando il tuo Annibale dice al Re di Siria di essere stato felice dopo la battaglia di Canne, non era vero…” E per qualche motivo fatico a convincere M. che, per quanto ne sappiamo, la mia interpretazione e quella di Haefs si equivalgono. Non è la prima volta che M. e io abbiamo conversazioni del genere, su qualche chiaroscuro psicologico dell’uno o dell’altro personaggio, sui Romani descritti dal punto di vista cartaginese, sulle figure minori fittizie… e non c’è nulla di strano, perché M., come chiunque non abbia passato anni a leggere le fonti, non ha modo di sapere dove finiscono i fatti provati e dove inizia la danza speculativa del romanziere.***

Per cui è saggio concludere che la Storia non s’impara dai romanzi? Mostly not. Non i fatti. Non le date. Né si vede troppo perché dovrebbe essere altrimenti: se volete studiare la Storia, ci sono vagoni di libri scritti per la bisogna. Libri che non sono romanzi.

E però questo non significa affatto che Kipling abbia torto, sapete? Perché dopo che avete studiato, c’è qualcosa d’altro che potete cercare.

Nel suo The Time Traveller’s Guide to Elizabethan England, Ian Mortimer fa notare che una delle difficoltà principali nell’interpretare la mentalità dei secoli passati è che noi diamo per scontati conclusioni e sviluppi di eventi che, all’epoca, erano ancora in fieri, fluidi, spesso incomprensibili, spesso terrificanti. Quando pensiamo all’Armada di Filippo II ridotta a una collezione di relitti fumanti nella Manica, fatichiamo a immaginare il genuino terrore degl’Inglesi che per mesi avevano temuto l’invasione spagnola, o a capire la paranoia anticattolica, la caccia ai missionari gesuiti, il senso d’isolamento dell’Isoletta governata da un monarca femmina e di (forse) dubbia legittimità… 

Vero, vero, vero. Armada

Ed ecco dove entrano in scena i romanzi. Perché il romanzo, attraverso gli occhi, le paure, le impressioni e le reazioni dei personaggi, è in grado di restituire al lettore il sobbalzo collettivo dell’Inghilterra all’accendersi dei beacons lungo la costa, la furia collettiva dei Francesi che tirano pietre alla principessa di Lamballe, la frustrazione di Eleonora costretta dissimulare il suo acume tanto superiore a quello di tutti gli uomini che la circondano, l’impazienza di Annibale mentre i suoi alleati italici nicchiano…

E con questo non voglio minimamente condonare errori e (dininguardi!) anacronismi, ma sono disposta ad ammettere che, alla fin fine, l’età della principessa di Lamballe può anche essere un particolare secondario, se siamo capaci di mostrare la Storia in movimento, con la sua complessità, la sua imprevedibilità e iridescenza. Se riusciamo a dare, anche solo per qualche pagina, l’impressione di qualcosa che sta succedendo. Se arriviamo a trasmettere un senso di realtà e vividezza da accompagnare alle date e ai fatti. E allora, per un po’, siamo tutti Sara Crewe – e, guarda un po’, dopo tutto Kipling aveva ragione.

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* E quella di Goldman ha il vantaggio aggiuntivo di essere interpretata da Katherine Hepburn – need I say more?

** E questo mi fa venire in mente l’irresistibile The Talisman Ring, di Georgette Heyer, in cui la giovane émigrée Eustacie passa un sacco di tempo a a romanticizzare il suo scampato pericolo, commuovendosi all’ipotetica immagine di se stessa sulla via della ghigliottina: una giovane fanciulla vestita di bianco, sola nell’orribile carretta… “A parte il fatto che le carrette di solito sono affollate, credo che mi dispiacerebbe altrettanto per qualunque condannato, quali che fossero il suo sesso, la sua età e il colore del suo abbigliamento,” replica il suo unromantic cugino (e riluttante fidanzato) inglese. Mi diverte l’idea che Sara sia della stessa scuola di Eustacie…

*** Yes well, potrei considerare l’ipotesi di offendermi un nonnulla perché M. sembra disposto a dare retta a qualsiasi altro romanziere prima che a me, ma fingiamo di nulla…

 

musica

CTAPA!

BorisOvvero Gloria! in Russo, perché oggi sono in vena di incoronazioni.

Avete obiezioni a un po’ di opera russa? Il Boris Godunov di Mussorgskij, nello specifico, con la sua musica sontuosa e una ferocissima storia di potere, ambizione, usurpazione vera e tentata, scelte difficili e terribili conseguenze. Contiene anche la faccenda del Falso Dimitri, di cui prima o poi parleremo, perché è favolosa.

Per oggi limitiamoci alla scena dell’incoronazione  – che è sempre grandiosa, e lo è particolarmente in questa produzione russa con la regia di Tarkovskij. Ebbene sì: Tarkovskij ha firmato anche regie d’opera – e che regie. Boris eponimo è Robert Lloyd.

Stirring, isn’t it? E buona domenica.

scribblemania

Writing Day: Considerazioni

writerE insomma, seppur con un paio di giorni di ritardo sulle intenzioni iniziali, ci sono riuscita. Ieri ho scritto per un giorno intero, da mane a sera.

Well, no – in realtà non è stato proprio così, perché la mattinata ha presentato qualche… er, complicazione. Che bisogna dire? La Dura Realtà è irriducibile – ma per fortuna poi ci sono gli amici che, con colpi di genio e perseveranza sovrumana, risolvono i guai. Per cui, consideriamolo un successo, un minuto trionfo della volontà umana* sulla Dura Realtà, e andiamo avanti.

Considerazione I. Il risultato evidente si è che, nel corso della giornata, ho raddoppiato il wordcount abituale. Non un ritmo forsennato – sono certa che riuscirei a fare di più, e magari sarà così nei prossimi WD, ma anche solo in termini nient’altro che numerici, il risultato è stato quanto mai soddisfacente.

Considerazione II. Quasi completamente offline per la giornata e con l’obiettivo di scriverescriverescrivere e nient’altro, ho procrastinato molto meno. Quasi per nulla, in realtà – il che ha contribuito non poco alla riuscita dell’esperimento. Poi si vede che questa nuova saggezza non era qui per restare, perché mentre scrivo questo post mi distraggo con ridicola facilità e procrastino terribilmente. È stata un breve visita…

Considerazione III. Benché non abbia nulla contro lo scrivere a bocconi e spizzichi – e indeed lo trovi una capacità necessaria per la sopravvivenza – devo ammettere che fare altrimenti funziona meglio in termini di ritmo. Non è come se prima non l’avessi saputo, ma ieri l’ho costatato di nuovo: non solo il ritmo cresce scrivendo continuativamente, ma si prende un abbrivo e poi non lo si perde. Tutti abbiamo fatto esperienza di qualcosa che per ora, mentre penso a una definizione migliore, chiameremo inerzia scrittoria: si scrive, si smette di scrivere – e, nel momento in cui si chiude il file e si spengono il computer e la luce, la perfetta battuta di dialogo, la perfetta mossa della scena d’azione o il perfetto particolare descrittivo si presentano all’appello, e bussano e strillano per essere annotati.** Ecco, maggiore è l’abbrivo, maggiore è questa inerzia. Vi fermate per farvi una tazza di te, e scene intere si sviluppano tra le vostre orecchie. Rispondete alla porta, e il dialogo va avanti. Vi disponete a dormire, e la trama ha un’improvvisa crescita fungina… È come se all’immaginazione piacesse di più lavorare in modo continuativo. E questo funziona a livello strategico, oltre che tattico – e ne segue che…

Considerazione IV. In realtà un giorno non è granché. Non sto a dirvi che, se un singolo giorno funziona così, figurarsi una settimana o un mese, o… Lo sapevamo già, grazie. Sapevamo già che, a poter mantenere questi ritmi, si potrebbe mettere insieme una prima stesura in un mese, un mese e mezzo… Eh. Sarebbe mai possibile persuadere la Dura Realtà a farsi un pochino da parte per un mese alla volta? E se mai lo fosse, sarei capace di sostenere questo ritmo per un mese alla volta? Mi piace pensare di sì, una volta acquisiti il ritmo e l’abbrivo che si diceva*** – ma poi mi vedo stamattina e… hm.

Considerazione V e ultima. All else apart, al momento per i mesi di scrittura non c’è tempo e, a voler vedere, nemmeno per le settimane. Forse una settimana nel corso dell’estate cercherò di metterla assieme,**** ma non è questo il punto. Il punto è che, mentre aspetto questa occorrenza equinoziale che potrebbe benissimo non arrivare, posso avere un WD alla settimana. È qualcosa, e ho tutta l’intenzione di averlo.

E adesso sarà meglio che torni al lavoro, anziché restarmene qui a dirmi quanto sono stata bravina a non procrastinare ieri, giusto?

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* Grazie, F.!

** Ed è cosa saggia dare loro retta.

*** So, per averlo fatto, di saperlo sostenere con soddisfazione e produttività per dieci giorni – ma è stato altrove, e internet… no, ok, non era affatto morta. Solo meno a portata di mano.

**** I know, lo dico tutti gli anni – e poi.

Kipling Year · libri, libri e libri

Storie, Miti e Leggende Ad Alta Voce

tellingIeri doveva essere il mio Writing Day, giusto?

Hm.

Il WD è entrato in collisione frontale con la Dura Realtà prim’ancor di cominciare, e… be’, mettiamola così: la Dura Realtà non si è fatta nemmeno un graffio.

Per fortuna che ieri sera c’è stato Ad Alta Voce, il non-gruppo di lettura. Per una volta eravamo in trasferta in un delizioso B&B locale, l’Ostello dei Concari, stretto fra un fiume e quello che un fiume non è più – e il tema era quello del titolo: Storie, Miti e Leggende.

Il tema era vasto – in fondo il mito è stato per millenni il modo in cui l’umanità ha cercato di spiegarsi il mondo e se stessa – e abbiamo spaziato. Come sempre, d’altra parte.

Dalle bizzarre creature immaginarie della Bassa, raccolte a suo tempo nell’ormai introvabile Bestiario Podiense, alla luminosa e danzante cosmogonia secondo Eduardo Galeano, passando per l’Eneide rivista da Salvatore Fiume, i cupi miti del Nord, la tradizione meteomantica delle “calendre e scalendre” e le storie d’Irlanda secondo James Stephens…

Una posizione d’onore è toccata al mito di Prometeo, il Sottrattore/Donatore del Fuoco, che abbiamo visto attraverso gli occhi e l’immaginazione di Esiodo, Eschilo e Byron.*prometheus-21

E poi c’è stato… Vi ricordate dell’Angolo Elisabettiano? La mensile lettura shakespearian-marloviana, stabilita con piena fiducia nel fatto che ci fosse ben poco che, fra tutti e due, Shakespeare e Marlowe non avessero trattato in qualche modo? Ebbene quest’anno, essendosi l’anno che è, AAV si è provvisto di un Angolo di Kipling, fondato esattamente sullo stesso principio… Perché sì, ve l’ho detto e ripetuto ad nauseam: Kipling è uno scrittore vario. Ho piena fiducia nel fatto che, qualunque tema possiamo escogitare da qui a dicembre, troverò qualcosa da leggere.

E poi c’è stata la novità più bella: un piccolo lettore, un giovanissimo appassionato di mitologia che, annusando l’atmosfera, si è unito a noi – e non si è limitato ad ascoltare. T. ci ha letto – benissimo e in tutta disinvoltura – due storie di draghi, folletti e arche alternative ambientate in un Veneto magico. Quando il suo papà è arrivato per portarlo a casa ad orari scolastici, T. ha anche chiesto se può venire ancora – il che c’induce a considerare l’esperimento un successo, e una prova di vitalità da parte di AAV. Magari è presto per dirlo, ma forse… forse comincia a sembrare che abbiamo un futuro in vista…

Ma a parte questo, io continuo ad andare matta per la formula. Mi piace il fatto che ci sia un tema centrale, e mi piace la varietà di modi in cui i diversi lettori lo interpretano. Mi piace come questo finisca invariabilmente per illuminare il tema in modi inattesi. Mi piacciono le domande, le discussioni, le curiosità che nascono. Mi piace lo scambio di titoli e di impressiostorytelling-copyni. Non è soltanto lettura ad alta voce: è una fonte di scoperte, scambi, conversazione. È interessante.  È stimolante. È bello.

Se posso avere un piccolo cruccio in proposito, è che non ci sia un po’ più di partecipazione.

Ormai c’è un solido gruppo di irriducibili – lettori e ascoltatori – con qualche partecipazione più sporadica. Sarebbe bello che, qualche volta, qualche curioso provasse a unirsi a noi. Per ascoltare o per leggere – non ha importanza. Giusto per vedere com’è.

 

 

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* Prometeo è uno di quei personaggi. Voglio dire, nel corso dell’umano pensiero, è stato… di tutto. Prima o poi ne parleremo.