gente che scrive

L’Uzzolo Di Far (Di)Segni

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Noel Coward secondo Clemence Dane

Non solo disegni, in realtà – per dire, a Clemence Dane piaceva scolpire – ma quando John Updike dice che

L’uzzolo di far segni neri sulla carta è comune a molti scrittori,

si direbbe che non abbia tutti i torti, considerando quanti scrittori disegnassero.

Ed è vero, nell’Ottocento inglese chiunque avesse un’educazione sapeva disegnare con qualche grado di competenza, se non sempre di abilità, talento o gusto*.

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Victor Hugo

Poi però si vedono cose come i disegni di Victor Hugo, che Delacroix, nientemeno, riteneva capace di diventare uno dei grandi pittori del suo tempo, se solo ci si fosse dedicato, e in effetti… Poi non è come se non ci si dedicasse per nulla, considerando che in vita sua produsse varie migliaia di disegni – e fu anche un precursore del metodo Betty Edwards: disegnava con la mano sinistra per entrare in contatto con il suo subconscio.

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Emily B.

In casa Brontë si disegnava parecchio, fin da bambini. Come voleva il costume dell’epoca, per le ragazze era un grazioso passatempo, e l’unico cui fosse permesso di aspirare a una professione artistica era Branwell, l’unico figlio maschio. Charlotte, adolescente, avrebbe dato parecchio per poter studiare pittura, ma il Reverendo Brontë non ne volle sapere. Branwell fu messo a bottega da un pittore – e non andò bene. Tentò la sorte alla Royal Academy – e andò peggio. Aprì un suo studio di ritrattista – e non parliamone nemmeno. E intanto le sue sorelle scrivevano di nascosto… Alla fin fine, però, la più notevole con una matita in mano era Emily, cui non interessava nulla se non di scrivere le sue poesie in gran segreto, per cui…

Lewis Carrol in origine, si illustrò Alice da sé – pieno d’immaginazione, competente quanto basta, notevole a suo modo – ma non abbastanza, così che per la prima edizione  del 1865 MacMillan 220px-Alice's_Adventures_Under_Ground_-_Lewis_Carroll_-_British_Library_Add_MS_46700_f45vcommissionò 42 illustrazioni a John Tenniel, con rigorose istruzioni di ispirarsi a quelle di Carrol.

Ma in realtà, i produttori di segnetti sulla carta sono tanti, compresi i miei beneamati Conrad e Kipling, Sylvia Plath, Edgar Allan Poe, Elizabeth Barret Browning, Dylan Thomas e una quantità di altri che potete trovare a questo bellissimo link. E anche questo con gli scarabocchi non è affatto male…

Non trovo che tutto ciò sia straordinariamente sorprendente. Meraviglioso, sì, ma non soprendente. A volte un tipo solo di segni sulla carta non basta. Una forma sola non basta. Si desidera parecchio dare ai propri personaggi, alle proprie idee, alle proprie storie qualche altro tipo di presenza concreta. O quanto meno, io lo desidero tutto il tempo, ma non so fare una o con il bicchiere – e mi confesso piena di ammirata invidia per chi sa disegnare.

 

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* E qui non so trattenermi dal citare la spassosa scena di The Talisman Ring in cui i cospiratori scoprono che Sarah Thane non sa, ma proprio non sa disegnare – e le reazioni vanno dall’incredulo al semi-disgustato.

elizabethana · grillopensante · teatro

Parli Del Diavolo…

Vi ricordate le Serate in Giardino di Casa Andreasi?

Bene, mercoledì scorso Giovanni Pasetti ha aperto le danze con Shakespeare e Marlowe, gemelli diversi – da Faust ad Amleto. Tecnicamente, se vogliamo, non è stata proprio una serata in giardino: c’era un’umidità da nuotarci, e così le signore di Casa Andreasi hanno saggiamente deciso di spostarci tutti nella bellissima sala conferenze… e confesso secondi fini nel dirvelo, casomai, in occasione dei prossimi appuntamenti, foste tentati di lasciarvi scoraggiare dal tempo.

Hamlet-and-the-ghostOra, mercoledì la conferenza è stata gradevolissima e, tra molte altre cose, ha toccato un confronto molto interessante tra le due opere nel titolo – e di conseguenza i rispettivi autori. A partire da diavoli e fantasmi che – ne abbiamo già parlato – per gli Elisabettiani non erano necessariamente due cose diverse.  Ciò che, come ci ha fatto notare il professor Pasetti l’altra sera, consente di far confronti tra l’esperienza di Faust con Mefistofele e quella di Amleto con il Fantasma.

In realtà io trovo che di parallelismo non si possa parlare, se consideriamo che Faust il diavolo va a cercarselo con ogni pervicacia, mentre Amleto l’ectoplasma se lo ritrova tra capo e collo suo malgrado – e non è un ectoplasma qualsiasi, ma uno che sostiene di essere il suo defunto genitore… ma questo non impedisce di osservare la diversità di atteggiamento.

Di fronte al diavolo, l’uomo di Marlowe vuole discutere di teologia (e il diavolo è ben felice di accontentarlo), mentre l’uomo di Shakespeare… Be’, gli uomini di Shakepeare in realtà sono diversi, e incarnano tutti i dubbi Elisabettiani in proposito: Bernardo e Marcello hanno paura, Orazio reagisce con protestantissimo disprezzo mentre Amleto, essendo Amleto, dubita. Dubita se quello che ha di fronte sia un diavolo protestante o un fantasma cattolico. Dubita se dandogli retta ci sia da finire abbrustoliti. E continua a dubitare per un pezzo, e passa un sacco di tempo a cercare conferme di altra natura – ragioni di vendetta che non abbiano troppo a che fare con la terrificante apparizione.

Di fronte al diavolo, Faust chiede Come? Amleto chiede Che cosa?

Faust vuole sapere. Amleto, cui la conoscenza viene sbattuta in faccia, era più tranquillo quando ignorava. mephisto_erscheint_faust

Faust, che il diavolo se l’è cercato per fargli delle domande – e al diavolo le conseguenze – incarna il lato indagatore del Rinascimento. È tutti i matematici, gli esploratori, i pensatori, gli sperimentatori, gli scienziati, i filosofi…  Amleto incarna l’umano tremar di ginocchia davanti a un mondo che sussulta e cambia, la vertigine di fronte agli squarci in quel che si era sempre creduto.

Faust è un cercatore insaziabile, un Ulisse cinquecentesco, un avventuriero della mente. Amleto è, molto più semplicemente, un uomo pieno di dubbi.

Entrambi pagheranno un prezzo molto alto per avere dato retta al diavolo – e, di nuovo, lo studioso di Marlowe paga un prezzo teologico, mentre il principe di Shakespeare paga un prezzo umano.

E d’altra parte, Faust è l’opera di un giovane alquanto tranchant, con più fuoco e teoria che compassione per l’essere umano medio, mentre Amleto è l’opera di un uomo maturo e disilluso…

Due facce della stessa medaglia, a ben vedere – e in una quantità di modi, ad enesima riprova di come quel che si chiama lo Spirito dei Tempi non sia mai una cosa sola. Mai un uomo solo. Mai uno spirito solo.

 

Shakeloviana

Shakeloviana: Il Libro Segreto di Shakespeare

Il-libro-segreto-di-Shakespeare-di-John-UnderwoodSia detto fin da subito e a scanso di equivoci: in questo post ho tutta l’intenzione di barare.  Perché – e magari qualcuno di voi se ne ricorderà – su questo romanzo ho postato, lungamente e acidamente, un paio di anni fa. Per cui, prima della fine vi provvederò di un link in direzione di quel post lontano lontano – ma prima bagoliamo un pochino.

E cominciamo col dire che, se vi parlo per la seconda volta del Libro Segreto di Shakespeare (henceforward known as il LSdS), non è perché mi piaccia alla follia, dininguardi, ma perché è una bizzarria editoriale.

Per dire, a differenza di molti titoli di Shakeloviana, non solo lo trovate in Italiano, ma se per caso vi pungesse vaghezza di leggerlo in Inglese, non ci riuscireste – per l’ottimo motivo che non c’è niente del genere. All’inizio del 2012 Gene Ayres gridava alla cospirazione accademica per giustificare il fatto di non avere trovato un singolo editore anglosassone disposto a pubblicarlo – e si direbbe che, due anni e mezzo più tardi, le cose non siano cambiate. Francamente, non so dare torto agli editori anglosassoni…

In Italia questo thrillerino lasco lasco dalla trama piena di buchi grandi come il Kent*, era arrivato via Newton Compton, pensato per seguire di poco l’uscita dell’altrettanto debole Anonymous, film con cui – nonostante la copertina furbastra – non ha in comune granché, se non il livore antistratfordiano. Ad ogni modo, Ayres si era presentato al pubblico peninsulare rilasciando una serie di interviste tra il complottista e il melodrammatico, in cui gridava alla congiura del silenzio che, a suo dire, sarebbe stata rotta soltanto dal pur fantasioso film di Emmerich.

Hm. index

Una congiura del silenzio, capite, intesa a soffocare ogni dubbio sul fatto che Shakespeare abbia scritto Shakespeare. Perché tutti sappiamo che non si trova nulla in proposito, vero? E che a nessuno è mai stata data la possibilità di pubblicare alcunché di antistratfordiano – in forma di romanzo, saggio o what not. E che chiunque ci abbia mai provato è stato ridicolizzato, emarginato e ridotto al silenzio. E qui potete abbandonarvi ai cachinni più scomposti, perché really!

Ora, vedete, l’intero LSdS è basato sull’improbabile premessa di un omicidio compiuto per zittire un accademico antistratfordiano** – cosa che di per sé lascia ben pochi ganci a cui sospendere la propria incredulità, ma che poi l’autore si spacci per vittima di una versione reale, seppur meno cruenta, della stessa cospirazione – tanto da essere stato costretto a pubblicare sotto l’elisabettianeggiante pseudonimo John Underwood*** – ecco, tutto questo mi sa di una di due cose: mania di persecuzione, o strategia di marketing deragliata prima di cominciare. E per essere sinceri, non so nemmeno troppo bene come prendere la storia del saggio di partenza, rifiutato a diritta e a mancina, e pubblicato sotto il nome di Desmond Lewis – l’accademico eterodosso che la prende nelle costole all’inizio del libro…

Insomma, ricapitoliamo: un thrillerino malcostruito, dalle premesse marziane e dallo sviluppo malcerto, con una trama a trafori – e per di più lardellato di implausibilità accademiche svarioni storici… fa davvero meraviglia che non abbia trovato un editore in territorio anglosassone?

Apparentemente ne ha trovato uno in Italia e altri sei in giro per il mondo – ma nemmeno di questo, forse, ci si deve meravigliare, considerando che per molti non-anglosassoni Kit Marlowe e la Authorship Question sono del pari sconosciuti. In Italia, in Polonia, in Russia non sono in molti a sghignazzare all’idea di un’attrice teatrale laureata in lettere che non ha mai sentito parlare di Marlowe né della Questione.

Ah well. Se adesso volete leggere questo arnese, posso solo sospirare e ammettere che non so come impedirvelo. Se invece siete più contenti con una dissezione, trovate il post rilevante qui.

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* Una contea a caso. Sì, perché in realtà… oh, aspettatevi novità e sorprese, Lettori!

** E no, non sto rovinando nessun finale. Questo lo si scopre prima di pagina dieci. Il finale lo rovino con abbondanza di particolari nel post originario – ma persino là ci sono segnali stradali per chi non volesse privarsi della sorpresa.

*** In realtà, Underwood fu un attore e s0cio dei King’s Men – apparentemente uno dei non tantissimissimi a passare con qualche successo dagli inizi come boy player alla carriera adulta. Se invece la vittima di nome Desmond Lewis sia un omaggio (!) all’omonimo giocatore di criket, proprio non lo so.

anglomaniac

Tutto Si Ferma Per Il Tè

tearInsomma, che qui a SEdS siamo cultori di una buona tazza di tè al momento giusto ( e in realtà riusciamo a immaginare davvero pochi momenti sbagliati) ormai lo dovreste sapere.

Qui siamo convinti che una buona tazza di tè, pur non curando nulla, giovi a tutto – dal raffreddore alla peste nera*, passando per l’unghia incarnita e le pene d’amore.

E in realtà non sappiamo troppo bene perché non abbiamo mai fatto un post sul tè… ma provvederemo. Né sappiamo troppo bene perché vi stiamo raccontando tutto questo al plurale… Oggi va così.

Ma non badate a noi, e ascoltate piuttosto Everything Stops For Tea – in ben due versioni. Prima Jack Buchanan nel lontano 1935:

E poi Professor Elemental – perché siamo sinceri: come si può resistere a qualcuno che si definisce “rapper inglese a tema vittoriano”?

Ecco. E buona domenica. E mi raccomando il tè.
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* Non Ricordo Più Chi: “Be’, magari per la peste nera serve qualcosa di un po’ più energico del tè?”   La Clarina: “Er… sì.”
NRPC: “No, perché sai, la peste nera era una cosa piuttosto seria…”
La Clarina: “Piuttosto, dicono.”
NRCPC: “No, no, sul serio: moriva un sacco di gente. Per cui, magari il tè…”

grilloleggente · Vitarelle e Rotelle

A Volte È Troppo

Tardissimo – scusate.

Eccomi qui. In corsa. *Pants a little*

Allora, post.

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Tutt’altro che male…

C’è questo libro ambientato a Parigi. Leggerlo non è stata una mia idea: è arrivato con il pacco della HNR. Mezza spanna di hardback bello fitto, di un’autrice che non ero troppo sicura fosse nelle mie corde. E invece… sorpresa. Scrittura molto piacevole, ambientazione men che consueta, ottimi personaggi, atmosfera amarognola, bei temi, trama interessante che procede per rivelazione progressiva di segreti su segreti. Tutt’altro che male.

Molto presto nella storia si capisce che c’è un’agnizione all’orizzonte. Ah well, ci sta. L’autrice l’ha preparata bene, e s’incastra alla perfezione con tutto il resto. E se noi lettori sospettiamo che, quando scoppierà, la bomba debba travolgere l’ignara protagonista in modi sgradevoli, ben presto un’altra rivelazione arriva – seconda agnizioncella minore di segno opposto – a rimettere tutto a posto.

Be', dài, ci sta...
Be’, dài, ci sta…

E noi non possiamo nemmeno storcere troppo il naso, perché, di nuovo, è congegnata piuttosto bene e ci sta – narrativamente, storicamente e psicologicamente. E quindi? Tutto bene?

Tutto benone, finché – poco, pochissimo più tardi, non ci troviamo indotti a sospettare che il personaggio che non è chi credeva di essere  sia in realtà il figlio perduto del Mezzosoprano in Disarmo…

E, per quanto mi riguarda, questo è il punto in cui questa storia va a sbattere contro un baobab – e a farsi male non è l’albero.

Ecchediamine: tre agnizioni – non solo nello stesso libro, ma all’interno dello stesso gruppo famigliare (di due), e nel giro di poche settimane? Il fatto che ne avessi ingoiate due va a pieno credito dell’abilità dell’autrice – ma tre? A meno che l’autore non sia defunto da un centinaio d’anni o non si tratti di una parodia di genere, mi rifiuto di prendere sul serio una storia con tre agnizioni…

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Ok, Ms. B. – mi hai persa per strada…

Fosse dipeso da me, avrei abbandonato la lettura. Siccome era lavoro, sono andata avanti, con il sopracciglio levato e il sorrisetto cinico,  trovandoci molto meno gusto di quanto avrei potuto…

Fino a dieci pagine dalla fine, quando la terza agnizione si sgonfia, la prima recede in secondo piano, l’equilibrio della storia si raddrizza e tutto si annoda in un finale dolceamaro e soddisfacente.

Un finale che non avrei mai raggiunto, se non avessi dovuto recensire il libro per lavoro. Non l’avrei raggiunto perché quello che sembrava un abuso di cliché aveva fatto franare a valle la mia sospensione dell’incredulità prima di pagina centocinquanta. Per cui sì, il rovesciamento del cliché a pagina trecentoquaranta è un grazioso coniglio da tirar fuori dal cilindro – ma ne valeva davvero la pena?

Valeva la pena di farmi credere di leggere un libro ridicolmente sovraccarico per poi sorprendermi alla fine con l’equivalente narrativo di un “Ci avevi creduto, eh? Sciocchina…”

A meno che, in realtà, l’agnizione n° 1 non dovesse rimanere nascosta, e diventare palese soltanto dopo che la n° 3 era implosa? E magari l’ho notato troppo presto perché sono un’iperanalizzatrice troppo presa dai meccanismi per godersi il giocattolo?

Può darsi – e questo è il motivo per cui non vi dico di che libro si tratti – caso mai vi capitasse in mano, così com’è o quando e se verrà tradotto.

E tuttavia, non posso fare a meno di trovare una morale in tutto questo: a volte, voler essere troppo in gamba rischia di non pagare…

libri, libri e libri

Al Cuor (Del Lettor) Non Si Comanda

Certi libri siamo certi che ci piaceranno, ci pare proprio che debbano piacerci, vogliamo tanto che ci piacciano… e poi invece no.

71747-319x212-AngryGirlwithBookNon sto parlando tanto di quei titoli che ci vengono regalati o consigliati con zelo da amici e famigliari certi che debbano piacerci, quanto di quelli di cui ci convinciamo da soli.  Capita.

A volte è una questione di autore. Siccome del tale ci è piaciuto tanto l’uno o l’altro libro, o un buon numero di libri, perché mai non dovrebbe piacerci anche il prossimo? A me è capitato con Conrad. Sull’onda dell’entusiasmo per LJ, Tifone, la Linea d’Ombra, il Negro del Narcissus e compagnia cantante, quando potei mettere le mani sul resto della sua bibliografia nella biblioteca di Humanities a Cardiff, non mi parve vero. Solo che poi, nel divorare romanzi, saggi e racconti mai tradotti in Italiano, arrivai alle collaborazioni con Ford Madox Ford. Ouch. Non potevo credere che non mi piacessero. Non potevo credere che fossero… be’, non c’è altra parola: brutti. È dura scoprire che il proprio eroe letterario non è sempre all’altezza di se stesso.

In fatto di Walter Scott, sono meno certa. Voglio dire, dopo il ciclo di Waverley, Old Mortality, Redgauntlet e Rob Roy, imbattermi in The Hearth of Midlothian fu dura. Non riuscivo ad andare avanti, non m’interessava nulla di nessuno dei personaggi… posso anche confessare di non averlo finito – ma il fatto che io l’abbia trovato mortalmente noioso non significa affatto che non sia un buon libro.

Altre volte è una questione di argomento, genere o ambientazione  – in una combinazione qualsiasi. Per me è spesso il periodo storico, e mi devo confessare anche recidiva. Edward Marston scrive romanzi ambientati in una varietà di secoli, uno più attraente dell’altro. Quattro ne ho voluti leggere, in crescente irritazione, prima di arrendermi all’idea che detesto il modo in cui scrive. Ma forse sto guarendo da questo genere di stupidità: la II Guerra Punica è la II Guerra Punica, e Annibale è Annibale, ma di Ben Kane mi è bastato un volume per decidere che non toccherò nemmeno con un palo da barca il resto di una trilogia in cui la trama balzellon-balzellona di coincidenza in reazione immotivata, e gli anacronismi spuntano da tutte le parti. E anche di Patrizia Debicke non leggerò mai più nulla, dopo essermi lasciata attirare in trappola da L’Uomo dagli Occhi Glauchi – un po’ per il quadro di Tiziano, un po’ per l’epoca e un po’ per il giovane Lord Burleigh – e averlo trovato scritto da non dirsi. E abbiate pazienza se torno a Conrad, ma quando mi si è parlato di La Storia Segreta del Costaguana, di Juan Gabriel Vàsquez, incentrato sul Conrad di Nostromo, e su una serie fittizia di eventi ispiratori, ho reagito come i gabbiani di Nemo: Mio!  Silly of me, a ben pensarci. Che posso dire? Gli autori sudamericani non sono, ma proprio non sono la mia tazza di tè – quale che sia l’argomento. meh-cat

Poi invece capita che il libro non abbia nulla che non va – solo che non è quel che ci si aspettava. Come Foe, di Coetzee, che mi aspettavo molto più incentrato su Defoe, e invece più che altro rimescola le carte nella storia di Robinson Crusoe. Per carità – è un molto ben scritto, e intreccia alcuni dei miei temi prediletti in fatto di arte&vita, narrativa, finzione e verità… per cui proprio non arrivo a immaginare perché diamine non mi sia piaciuto – ma resta il fatto che, per quanto l’abbia iniziato con le migliori intenzioni, non mi è piaciuto.

E suppongo che questa casistica non debba valere soltanto per la narrativa, ma devo dire che con la saggistica mi capita molto di rado. In realtà, l’unico caso eclatante che mi viene in mente è la biografia di Teodora di Paolo Cesaretti. E badate, mi avevano anche avvertita – ma non capivo come la biografia di un’imperatrice bizantina potesse non piacermi. E invece. Magniloquente, contorta, gonfia e psicanaliticheggiante – a riprova di due fatti: prima, non tutto è oro quel ch’è bizantino; e poi bisognerebbe dar retta agli amici che non sempre condividono i nostri gusti, ma di sicuro li conoscono.

Come dicevo, capita. Brucia molto più dell’analoga situazione con un libro che si è preso in mano senza particolari aspettative, e rende più difficile accantonare la lettura infelice. E allora magari si tiene duro lo stesso, per senso del dovere, o perché si spera, insistendo, che le cose cambino, o perché si vuole essere proprio certi. Oppure si esercita il terzo diritto imprescrittibile del lettore e si piant lì – ma, ripeto, con qualche bruciorino di stomaco, che diavolo…

E voi? Vi capita di non riuscire a farvi piacere qualcosa, per quanto lo vogliate? E nel caso, che fate? Tenete duro o abbandonate?

Shakeloviana

Shakeloviana: The Reckoning Of Kit And Little Boots

indexVi ho mai detto quanto mi piace il modo in cui, nel mondo anglosassone, i Classici magari portano la maiuscola, ma non sono mai relegati sotto una campana di vetro impolverato?

Ecco, questo play è un esempio di quello che intendo. La Resa dei Conti di Kit e Stivalino (e con “Stivalino” s’intende Caligola), è brillante, irriverente, originale – e molto, molto diverso da quello che la frase “un play su Marlowe” tende a farci immaginare.

Nat Cassidy prende Kit subito dopo la coltellata fatale a Deptford, e poi costruisce sulla buona e vecchia idea che prima di morire ci si veda scorrere davanti tutta la vita. Solo che a fare da guida è un Caligola un tantino squilibrato – sul quale Kit aveva accarezzato l’idea di scrivere una tragedia. E onestamente, Caligola sarebbe stato proprio il tipo di personaggio che poteva interessare a Marlowe, così che l’idea di partenza è tanto brillante quanto plausibile, e lo diventa sempre più, mano a mano che Caligola in persona mette in luce tutti i punti di contatto (veri o immaginari o inclinati a 45° e tinti di violetto) tra la sua storia e quella del suo mancato autore. A cominciare da due terribili sorelle, che per tutta la storia si esibiscono in metamorfosi da Anne e Dorothy Marlowe a Drusilla e Livilla, e ritorno. E poi c’è uno Shakespeare a malapena articolato, un bevitore di parole altrui che scrive le sue storie come se dovesse raccontarle ai suoi bambini, e diventa eloquente soltanto per iscritto.

E ci sono questioni di identità, di arte, di umanità, di potere – il tutto servito con abbondanza di dialoghi efficaci e humour nero. Si ride, si sobbalza, si riflette… È possibile che TRoKaLB* non sia , in senso stretto, il mio genere – ma questo va soltanto a dimostrare, una volta di più, che deviando occasionalmente dal proprio genere, si fanno ottime scoperte.

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* No, non me lo sono inventato. Cassidy per primo lo chiama così. O in alternativa TRoK&LB… Tra parentesi, nell’immagine lì sopra, è lui quello nei panni di Kit.

musica

Tempo D’Estate

imagesPrima domenica d’estate, o Lettori… E che cos’è che torna su SEdS ogni prima domenica d’estate?

Ma Summertime, naturalmente!  – qui tema per le improvvisazioni della pianista (e, a quanto pare, improvvisatrice sopraffina) venezuelana Gabriela Montero. Con un ringraziamento a M. – sempre quella M., a tutti gli effetti pratici San ePatrizio per SEdS.

Bello, vero? Singolare, inconsueto e sofisticato…

Buona domenica – e buona estate!

libri, libri e libri

Metti Un Pomeriggio D’Estate Un Lettore

Solstizio torna e l’estate rimena…

No, d’accordo – basta così. Ma ciò non toglie che domani sia estate. Tempo di letture estive,.

Cominciamo col riprendere la nostra buona vecchia definizione:

Non tanto il genere di libro che ci si porta in vacanza, quanto quello che, in qualche modo, costituisce una specie di vacanza di per sé. Cose gaiamente avventurose, improbabili e divertenti che paiono narrate in technicolor. Spensierate avventurone concepite, tutto sommato, come un lungo pomeriggio di make-believe.

E continuiamo riportando i link agli analoghi post dell’anno scorso e di quello prima.

Ciiò detto, vediamo un po’…

ZendaInizierei con l’avvocato Anthony Hope, del cui Prigioniero di Zenda abbiamo parlato domenica scorsa. Perché in realtà Hope ha scritto anche un certo numero di altre cose – tra l’altro un seguito, intitolato Rupert of Hentzau, dal nome del villain del primo volume, altre storie ambientate a Zenda, altre cose ruritaniane (vale a dire ambientate in altri staterelli fittizi, come la Kravonia e Aureataland), e i deliziosi Dolly Dialogues, una raccolta di bozzetti sulla vita londinese tardovittoriana – originalmente illustrati da Arthur Rackham nella prima pubblicazione in volume. Ora, direte voi, che cosa si trova? Be’, parecchio sul Project Gutenberg e, con un po’ di fortuna, qualcosa di tradotto. Per esempio, una riedizione De Agostini del Prigioniero, datata ai primi anni Novanta. Magari bisogna dedicarsi al prestito interbibliotecario, ma non dovrebbe essere terribilmente difficile. Se siete mantovani, alla Teresiana hanno edizioni anni Venti de Il Romanzo del Re e Il Romanzo della Regina… 77cc36c622a02f61cf8f7110.L._SY445_

Poi potremmo passare ad A.E.W. Mason, compagno di scuola di Hope a Dulwich College*, parlamentare, playwright di moderato successo, ufficiale nella Prima Guerra Mondiale, agente del constrospionaggio e romanziere avventuroso. Il suo titolo più celebre è senz’altro Le Quattro Piume, storiellona di coraggio, codardia, false apparenze e redenzione da cui ogni decennio qualcuno trae un film. Però ci sono anche i gialli dell’ispettore Hanaud e il mio prediletto, l’elisabettiano** Fire Over England. Per una volta, trovate una certa quantità di traduzioni in giro per biblioteche, compresi quattro gialli raccolti in un volume Mondadori datato 1985. Se volete gli originali, Gutenberg Australia o Gutenberg e basta.

TeyPerò mi viene in mente che non ho mai incluso in queste liste Josephine Tey/Gordon Daviot – e invece ne vale la pena. Ci sono i gialli dell’Ispettore Grant, ma ci sono anche altre cose, come l’incantevole The Privateer, romanzo storico con Henry Morgan come protagonista (che a mio timido avviso è perfetto da leggersi accanto al Captain Blood di Sabatini), il più amaro Kif, il play Richard of Bordeaux, che catapultò al successo un giovane John Gielgud… I gialli li trovate persino in libreria, ripubblicati l’anno scorso da Mondadori. Per tutto il resto, c’è Gutenberg Australia. beau-geste-book

E infine, Percival Christopher Wren, che con questo nome da romanzo, è un personaggio che di per sé meriterebbe una storia. Insegnante e (forse) ufficiale in India, (forse) legionario straniero, ripetutamente e misteriosamente sposato – e sempre straordinariamente riservato su tutto quanto. Se ne avete mai sentito parlare, odds are che sia per via di Beau Geste, avventurona anglo-desertica, con tre orfani di buona famiglia che si arruolano nella Legione in seguito a un furto di gioielli… ah, tutto molto intricato e avventuroso, e magari avreste anche visto il vecchio film con Gary Cooper. Ad ogni modo, questa volta niente Gutenberg. For once and for a wonder, c’è una traduzione Mursia del 2012, che rischia persino di essere ancora in catalogo. Se volete l’originale, lo si trova (insieme ai suoi seguiti) in giro per biblioteche, oppure su Amazon, in genere per una manciatina di centesimi.

E per quest’anno, ecco qui. Regnolini balcanici, Inghilterre passate o inesistenti, mari, deserti… Vi sembra una collezione abbastanza avventurosa per i pomeriggi estivi? E mi raccomando: non dimenticatevi i ghiaccioli.

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* Sì, quello fondato da Ned Alleyn.

** Lo so, lo so… Anche qui c’è un film, con Laurence Olivier e Vivien Leigh.

 

elizabethana

Shakespeare & Marlowe A Casa Andreasi

CasaAndreasiE cominciamo con il dire che Casa Andreasi è una magnifica dimora quattrocentesca nel bel mezzo di Mantova, con un incantevole giardino rinascimentale – nonché sede dell’attivissima Associazione per i Monumenti Domenicani, una delle realtà culturali più vivaci e interessanti di Mantova.

Ogni estate, l’Associazione organizza le Serate in Giardino, una serie di conferenze nel giardino rinascimentale di cui vi dicevo. Lo vedete in fotografia: bel posto, vero? Immaginatevelo di sera e d’estate, fiorito, illuminato…

Ebbene, quest’anno le Serate sono dedicate a Shakespeare&Marlowe – e tra i relatori ci sono anch’io.

Ma andiamo con ordine.

Si comincia il 25 giugno, mercoledì prossimo, con Giovanni Pasetti che parla di “Shakespeare e Marlowe, Gemelli Diversi – da Faust ad Amleto.”

Il 23 di luglio sarà il mio turno, con “Kit Marlowe: Vita, Morte e Misteri.” E poi di nuovo il 20 di agosto, con “Ai Posteri l’Ardua Sentenza – la fama postuma di Shakespeare e Marlowe.”

Chiuderà il ciclo, il 24 settembre, Rita Severi con “Mantova in Shakespeare: un itinerario.”

Vario e promettente, non vi pare? Tra tutti e tre, cercheremo di esplorare vita, opere, nachleben e questioni irrisolte dei due festeggiati – e lo faremo in un posto davvero perfetto per atmosfera. Personalmente, non vedo l’ora.

Vi ricorderò le mie date più avanti, perché sono spudorata e tutto quanto, ma se siete a Mantova e dintorni e l’argomento v’inuriosisce, credo proprio che valga la pena di seguire tutto il ciclo, a partire da mercoledì prossimo.

Intanto, qui* potete scaricare il programma dell’attività estiva dell’AMD.

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* O almeno spero. Se il link dovesse condurvi di nuovo alla homepage, fate caso ai rettangolini color grano maturo impilati sulla sinistra. Ce n’è uno che recita “Calendario Attività.” Cliccatelo, e vi ritroverete sulla pagina giusta, con un altro rettangolino che vi permette di scaricare il PDF del programma.**

** Nota alla nota: sì, lo so: ci sareste arrivati anche da soli. Però mi si è fatto notare che tendo a dare istruzioni un nonnulla criptiche, così questa volta ho cercato di essere chiara, esplicita ed esauriente. Ecco.