teatro

Prima Della Tempesta

Dress-rehearsals-for-A-Mi-001Dunque, oggi è mercoledì, giusto?

Venerdì sera si va in scena con Hic Sunt Histriones…

Che poi no, chiariamo: io non vado in scena affatto. Non recito, perché non recito più (checché ne dica o tenti di manipolare G. la Regista), e il testo non è nemmeno mio.

Tuttavia mi sto occupando del disegno luci e assistendo G., per cui in questi giorni abito praticamente a teatro per la consueta orgia di proveproveprove degli ultimi giorni.

E a dire il vero sono un po’ in ansia.

Sono in ansia perché, benché siamo indietro il proverbiale carro di refe, benché abbiamo avuto una defezione dell’ultimo minuto, benché abbiamo dovuto coprirla in parte lanciando in scena senza rete un apprendista giovanissimo e d’incerto grado di cottura, benché abbiamo il busillis aggiuntivo di dover interagire con musica dal vivo – nella terrificante forma di un coro d’implumini – benché, benché, benché tutto questo e molto altro, la tensione è ancora bassa.

Voglio dire, non è ancora successo nulla.

Lo commentavamo questa sera, e tutti abbiamo ammesso di sentirci lievemente ansiosi, perché:

– Nessuna delle due protagoniste eponime – soprattutto Young G – ha ancora avuto la tradizionale crisi di tantrums.

– G. la Regista è calma e amabile come una passeggiata di anatroccoli. Strilla il minimo indispensabile quando le sequenze di movimento si annodano al di là di ogni riconoscibilità, o quando parliamo tutti insieme e cominciamo a sembrare il finale secondo di un’opera russa, o quando qualcuno s’impunta, ma nulla di più. A questa distanza dallo spettacolo, di solito, G. esplode in maniera pirotecnica alla minima provocazione – ma questa volta no.

– La donna delle luci non ha ancora bisticciato con la regista sulla dicotomia logica-istinto applicata alle arti performative e alla scenotecnica, né ha maltrattato attori più o meno incolpevoli. Persino quando le hanno affidato l’apprendista crudo da grigliare un po’ in fatto di dizione e uso del diaframma, la donna delle luci lo ha grigliato senza perdere troppo la pazienza e senza tagliarlo a striscioline.

– Non si è ancora presentata la dolorosa necessità di scegliere tra una prova generale e una prova tecnica – anche se per questo, admittedly, è presto. Il problema si presenterà venerdì, e la donna delle luci sarà sola contro tutti, e indovinate come andrà a finire?55105460

– Nessuno ha ancora preso su e sbattuto la porta, annunciando che adesso basta, abbandona questa gabbia di matti, e sì arrangino, e al diavolo il teatro – in particolare e in genera

Er.. sì, be’, se vogliamo quest’ultima cosa in realtà è successa, ma è successa la settimana scorsa, e il problema comincia a non sembrare poi del tutto irrisolvibile – e quindi si può quasi dire che non conti. Almeno non ai fini della frenesia da pre-debutto.

Ed è vero, mancano ancora tutto oggi, tutto domani* e parte di venerdì, quindi c’è ancora tempo perché le cose pittoresche accadano – ma ammetterete tutti che, as of now, la situazione è un filo allarmante.

Quindi… mah. Ci si aggira dubbiosi, solerti e confusionari, si provaprovaprova, si aggirano, assaltano e neutralizzano difficoltà dell’ultimo minuto, si spera nello spirito del Bardo, si trattiene il fiato, si ritira un pochino la testa tra le spalle come le tartarughe – e si aspetta.

Vi farò sapere…

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* Semmai ve lo chiedeste, sì: prove anche I maggio – né si vede perché no. L’arte, miei signori, non conosce riposo… -oso… -oso… -oso… [Cue: R. Strauss, Heldenleben ♫] E semmai vi chiedeste anche questo, nell’immagine in alto a sinistra non siamo noi, è solo wishful thinking.

 

considerazioni sparse

Piccolo Bollettino Onirico

Sognare di entrare in un ristorante con un gruppo di attori… un ristorante nei pressi di una cattedrale gotica, tra l’altro.

E a un certo punto, a due tavolini non distanti, vedere due attori in costume elisabettiano, che cominciano a parlarsi l’un l’altro con voce impostata. E diventa chiaro che uno interpreta Shakespeare e l’altro Marlowe.

E allora, nel sogno, avvicinarsi e ascoltare, e avere l’impressione di avere già letto quel che stanno recitando – ma dove? Come? Quando? Tradotto dall’Inglese, vero? O anzi, no: è in Inglese…

Ecco sognare questo genere di cose dev’essere qualche tipo di segno, vero? Non so, un segno che si è proprio irrecuperabili?

Shakeloviana

Shakeloviana: La Propagazione Della Conoscenza

Rudyard Kipling, the famous novelist was a res...Questa è una storia di Kipling, in cui non appaiono né Shakespeare né Marlowe – ma si parla di baconianesimo, ovvero quella teoria secondo cui le opere di Shakespeare in realtà le avrebbe scritte Francis Bacon

The Propagation Of Knowledge, tecnicamente, appartiene alla serie di storie di Stalky & Co. – storie di scuola abbastanza autobiografiche e piuttosto crudeli, ma non si trova nel libro ononimo, bensì nel ben più tardo e amarissimo Debits And Credits. E a dire la verità, la teoria baconiana – relativamente nuova e molto popolare all’epoca in cui è ambientata la storia – è in parte pretesto narrativo e in parte oggetto di satira.

Stalky, Beetle e M’Turk, adolescenti ed esaminandi, la scoprono per un misto di caso e procrastinazione, e la sperimentano con il loro professore di letteratura, l’irascibile Mr. King. Stratfordiano ortodosso, Mr. King è men che divertito, e distrugge verbalmente la teoria, i suoi sostenitori e il tema in cui M’Turk ha provato a proporla. Non è la prima volta che Mr. King fa uso del suo devastante sarcasmo sui suoi allievi, ma in quest’ultima lavata di capo nostri tre vedono l’occasione per una vendetta con i fiocchi. DebitsAndCredits

Gli esami arrivano, e i ragazzi non solo si fingono baconiani davanti al commissario esterno, ma fingono di essere stati indottrinati in proposito proprio da King. L’idea è quella di far apparire il professore come un propugnatore di teorie strambe, ma si dà il caso che il commissario esterno sia un baconiano convinto, ben lieto di trovare studenti così ferrati in materia… E così la vendetta naufraga – o forse non proprio, perché King riceve un encomio dal commissario, ma lo riceve per la sua apertura nei confronti della teoria baconiana che in realtà disprezza tanto.

E alla fin fine, tanto il baconiano quanto lo stratfordiano sono beffati, in un modo o nell’altro, dai ragazzi cui di chi abbia scritto le opere di Shakespeare non importa un bottone.

As I said, è una storia più o meno shakespeariana, anche se del buon Will non si vede traccia. Incidentalmente, è stato leggendola che ho scoperto l’esistenza della Questione del Vero Autore, ma più che altro Kipling si fa gioco dei fanatici su entrambi i lati della Questione – oltre che della classe insegnante del suo tempo e degli esperti in generale – cosa che rende The Propagation of Knowledge divertente nella maniera mai men che amarognola del Kipling più tardo, e anche la cosa perfetta da citare per diluire l’atmosfera ogni volta che una discussione shakespeariana si fa troppo veemente.

 

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elizabethana · musica

Macbeth Blues ♫

Hm, d’accordo – l’ho già postato su Scribblings qualche settimana fa, ma è troppo favoloso per lasciarlo solo là….

Chi può resistere a un giovane Leonard Bernstein che coniuga Shakespeare e Billie Holiday? Chi avrebbe mai detto che il blues funzionasse per pentametri giambici?

E buona domenica.

lostintranslation · teatro · Vitarelle e Rotelle

Sul Crinale Tra Due Lingue

LocVirgdArco12Quando ho letto questo post su Karavansara, mi sono ricordata della prima, infelicissima stesura di Di Uomini E Poeti.

Sapevo che genere di storia stavo scrivendo, sapevo dove volevo andare a parare, e avevo le idee chiare sul tipo di tono che mi serviva. Solo che non funzionava, non funzionava e non funzionava a nessun patto. La storia più o meno c’era, ma i dialoghi… oh, i dialoghi. Gonfi, rigidi, un tantino arcaici- e così maledettamente seri…

Li provavo ad alta voce, e mi veniva da piangere. Li immaginavo con le voci degli attori, ed era una cosa da sbattere la testa contro il muro.

Infelicità completa.

Anche perché non è come se, in teatro, i dialoghi fossero qualcosa su cui si può sorvolare. Eppure, lo ripeto: avevo perfettamente chiaro il tono che ci voleva – a mezza via tra Robert Bolt e George Bernard Shaw, quella specie di naturalezza amarognola, con le voci ben distinte e, qua e là un lampo di ironia…

E dunque immaginate la Clarina che fissa corrucciata lo schermo, si morde il labbro inferiore e comincia a pensare di avere commesso un errore maiuscolo nell’accettare questa commissione – finché…

Folgorazione!

“E se lo scrivessi in Inglese?”

E adesso figuratevi la Clarina che scrive indefessa e sollevata. Nel giro di un giorno e una notte, la prima stesura era finita – e funzionava molto, molto, molto meglio, e i dialoghi scorrevano, e le voci, e il tono, e tutto era come doveva essere.

Peccato che per metà fosse nella lingua sbagliata, e peccato ancor più maiuscolo che a funzionare fosse soltanto la metà scritta nella lingua sbagliata. Cominciava proprio a sembrare che la mia folgorazione non fosse stata poi delle più brillanti… Ma alla fin fine non c’era molto da fare, se non ricominciare daccapo e riscrivere anche la prima parte – in Inglese. Non tradurre, badate, ma riscrivere – col risultato di ritrovarsi con una stesura e mezza, tutta nella lingua sbagliata. E poi la traduzione, perché non incomprensibilmente committente e compagnia si aspettavano un atto unico in Italiano. E poi le stesure successive. E poi le prove, e poi il debutto, e poi la pubblicazione, e poi il resto più o meno lo sapete.

E però…

Nonostante tutto, il finale di questa storia non è, temo, terribilmente incoraggiante. Almeno da un punto di vista linguistico. Perché resta il fatto che la versione inglese continua a piacermi più di quella tradotta, e il tono che andava così bene in originale, nella traduzione ha perso smalto. I dialoghi son tornati a irrigidirsi un po’, l’ironia è evaporata un nonnulla… è come se non riuscissi a scrivere di Virgilio e di Eneide in Italiano senza ritrovarmi addosso una patina di arcaismo e seriosità.

Scrivere il play in Inglese è stato di qualche soddisfazione. Scriverlo in Inglese e poi tradurlo in Italiano è stato un esercizio un nonnulla frustrante e, in definitiva, di incompleta utilità. Certo, le cose sono migliorate attraverso i passaggi – ma non quanto avrei voluto, e comunque ho mandato in scena una traduzione.

Che devo dire? Da un lato, non è da oggi che voglio rimettere mano a Di Uomini E Poeti – e presto o tardi lo farò. Dall’altro, comincio a pensare che abitare writing-wise sul crinale tra due lingue non sia la più confortevole né la meno frustrante delle soluzioni.

 

 

 

 

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anglomaniac · elizabethana

Piccolo Bollettino Shakespeariano

William ShakespeareE sì, ieri sarebbe stato il 450° compleanno di Shakespeare… E io me ne sono bellamente dimenticata.

Il che forse è solo giusto, visto che un paio di mesi fa sarebbe stato il 450° compleanno di Marlowe, e mi sono dimenticata anche quello – benché in fondo sia in rapporti più stretti con Kit che con Will. Voglio dire, non ho scritto e non continuo a scrivere su Shakespeare come se piovesse*, giusto? E non ho sulla scrivania una scultura che rappresenta Shakespeare, giusto?

Ma non è quello il punto.

Poi però c’è stato chi mi ha ricordato la faccenda e, almeno su Scribblings, ho parzialmente riparato: qui c’è il post con cui partecipo al progetto #happybirthdayshakespeare.

Con un giorno di ritardo, but still.

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* Anche se, in realtà, qualcosa c’è… possibili sviluppi in autunno.

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musica · Shakeloviana

Shakeloviana: Musica!

galliardEssendosi oggi festa, Shakeloviana prende una piega musicale, con il gruppo Diabolus in Musica che suona una collezione di danze elisabettiane.

Il genere di musica che Will Shakespeare e Kit Marlowe avrebbero potuto danzare. Non posso fare a meno di pensare alle visite di Kit a Scadbury: è ragionevole pensare che Thomas Walsingham, dopo avere ereditato casa e titolo – e soprattutto dopo avere sposato l’ambiziosa Audrey Shelton, desse feste, intrattenimenti et caetera similia – il genere di occasioni in cui musica e danze non mancavano mai. E di sicuro non doveva dispiacergli di esibire agli ospiti il suo poeta, nientemeno che Christopher Marlowe, il Beniamino delle Muse in persona…

E mentre cercavo l’illustrazione qui sopra, come ha l’aria di divertirsi a succedere, è saltato fuori un altro titolo, un altro play chiamato Marlowe, di tale D. E. Lillie… Riuscirò a procurarmelo e leggerlo? Così a prima vista, la faccenda sembra un pochino complicata, ma stiamo a vedere.

Intanto, buona Pasquetta a tutti.

 

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anglomaniac · musica

Buona Pasqua!

ElizabethanEggMusica, naturalmente – e , quasi altrettanto naturalmente, l’Isoletta: Stephen Cleobury dirige il coro di King’s College a Cambridge in Christ is Risen Today. ♫

E anche l’uovo, se devo proprio confessare, è vagamente elisabettiano in intento – o almeno nell’ispirazione della decorazione…

Ah, well, ormai lo sapete. È un anno così. È un blog così. È una Clarina così…

Per la cronaca, le mie uova decorate si sono rivelate un irrecuperabile disastro, per cui mi sa tanto che la tavola avrà decorazioni un nonnulla avventurose. Per fortuna ci sono i fiori…

Ma soprattutto, auguro una lieta Pasqua a tutti voi, o Lettori.

 

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gente che scrive · libri, libri e libri · romanzo storico

L’Odissea Del Capitan Fracassa

"Le Capitaine Fracasse" by Théophile...Il Capitan Fracassa, Gautier cominciò a prometterlo ai lettori nel 1836 – quando non aveva ancora nemmeno cominciato a scriverlo.

Quel che voleva fare era scrivere una storia tra picaresca e barocca, ispirandosi a gente come Scarron e Scudery… Solo che forse non voleva poi troppo, perché quando nel 1845 firmò un contratto con un editore per una pubblicazione a puntate (e percepì un lauto anticipo), trascurò di spiegare che del romanzo non esisteva ancora una singola parola. E mentre Gautier tergiversava, l’editore Buloz cominciò a innervosirsi, e alla fin fine la faccenda approdò in tribunale nel 1851. Ci fu una conciliazione che Gautier mandò a monte – a quanto pare perché era un incoercibile procrastinatore – e sarebbe finita male se non fosse intervenuto un banchiere appassionato di letteratura, a risarcire l’anticipo e pagare le spese processuali.

Gautier era, si direbbe, di quelli che non imparano mai nulla: dal 1853 al 1856, seguitò a promettere e ripromettere le Capitaine Fracasse dalle pagine della Revue de Paris, di cui nel frattempo era diventato direttore… E in realtà il romanzo aveva cominciato anche a scriverlo, solo che – solo che…

Chissà come sarebbe andata a finire, se non fosse stato per un altro editore, Gervais Charpentier – uomo più energico e più accorto, che propose a Gautier di pubblicargli il romanzo, prima a puntate e poi in volume, pagandolo… be’, con l’equivalente editoriale del sistema a cottimo.

Magari sembra un po’ brutale, ma funzionò.  Finalmente il buon Gautier ci si mise di buzzo buono, ma i guai erano lungi dall’essere finiti. Mano a mano che si avvicinava alla fine, il nostro eroe si ritrovava di umore sempre più cupo, e fu con qualche esitazione che porse l’ultimo capitolo manoscritto alla sua lettrice sperimentale, la moglie Ernestina Grisi.

Théophile Gautier, his wife Ernestina Grisi-Ga...E Madame Grisi Gautier, che fino a quel punto il libro l’aveva adorato, rimase esterrefatta nel leggere il finale che suo marito aveva in mente: il povero Sigognac, dopo avere ucciso in duello Vallombrosa e rinunciato per sempre a Isabella, se ne tornava a casa, più rovinato e più infelice che mai, scendeva nella cripta e si lasciava morire tra le tombe degli avi. Fine.

Ora, Ernestina era la sorella di quell’altra Grisi, e sapeva come coniugare arte drammatica e ricatto morale: furon pianti e furono bronci a non finire perché, diceva, un libro come quello non poteva finire in maniera tanto tragica e cupa… Fa venire in mente Stevenson che, a proposito del suo (incompiuto) Weir of Hermiston, avrebbe scritto, di lì a un quarto di secolo, che un libro, per andare a finir male, deve cominciare a finir male fin dalla prima pagina.

Ecco, Ernestina era in inconsapevole accordo con Stevenson, in questo, e riteneva che LCF non fosse il libro giusto per un finale del genere. Un altro che la pensava così era Charpentier, certo che il pubblico non avrebbe gradito una repentina virata in tragedia e dotato di oratoria persuasiva – o forse di molta capacità d’insistere.

Andò a finire che Gautier cedette alle pressioni congiunte, ai pianti di Ernestina e alla market-savviness di Charpentier, e modificò il finale nel modo che sappiamo, senza duelli fatali e senza suicidi, e il giorno di Natale del 1861 i lettori della Revue Nationale et étrangère si ebbero come regalo la prima puntata di Le Capitaine Fracasse – che cominciava a finir bene fin dalla prima pagina.

Il finale roseo uscì sulla rivista nell’estate del Sessantatre, seguito di poco dalla prima edizione in volume. Il successo fu enorme, con quattro ristampe soltanto nel 1864, e nel 1866 Charpentier investì felicemente in un’edizione di lusso illustrata da Gustave Doré, nientemeno.

Poi ci furono gli adattamenti teatrali, i film…

E viene da chiederselo: se Gautier avesse tenuto duro, se Ernestina avesse pianto di meno, se Charpentier avesse ceduto al suo autore e gli avesse lasciato scrivere il suo finale “logico e triste e vero”, davvero il pubblico sarebbe rimasto deluso e disgustato? Se il finale fosse stato diverso, come sarebbe andata a finire la storia di questa storia?

 

 

 

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elizabethana · teatro

In Finale A Pisa

Domani.

Domani i piccoli mercanti, i connestabili, le balie, gli apprendisti, gli stallieri, le verduraie del mercato decidono il destino di Tamerlano. La gente che paga un penny, la gente mal lavata che viene a teatro con le salsicce nel cartoccio. Non è una beffa?

Non è questo che sognavo a Cambridge, mentre scrivevo – anche se il diavolo sa che cosa sognassi. Credevo a una gloria eterea, allora: vaga, fiammeggiante, ma da lontano, come stelle viste in sogno. Ero felice quando forgiavo i miei versi nuovi, versi sciolti, potenti come un galoppo, differenti da tutto quel che era stato scritto prima. Eppure, se avessi voluto solo quella gloria distante, non avrei scritto una tragedia. Un poema sì, per il mio Scita sanguinario, ma una tragedia? Gioco, capriccio, caso – non so neppure più chi mi abbia detto che niente cambia le parole in oro come il teatro, e il denaro mi è sempre piaciuto. Brutta faccenda essere povero e istruito, con un calzolaio indebitato per padre e gusti da gentiluomo. Qualunque estro del destino abbia fatto di me un poeta, sono stati i colletti alla moda e il vino del Reno a condurmi alle tragedie…

TomorrowÈ una notte di maggio del 1587, a Londra. Domani, nel cortile di una locanda dietro la Cattedrale di San Paolo, gli attori della Compagnia dell’Ammiraglio debutteranno con Tamerlano, la tragedia diversa da tutte le altre, destinata a cambiare per sempre la storia del teatro inglese.

Kit Marlowe, poeta, scavezzacollo e spia, ha solo ventire anni, è nei guai con le autorità universitarie a Cambridge (e forse anche con la Corona) e tutti continuano a dirgli che il capriccio del pubblico è imprevedibile. Kit sa che il suo Tamerlano è poesia senza precedenti – ma basterà a dargli la gloria che sogna e la sicurezza di cui avrebbe bisogno? Perché nella Londra elisabettiana un debutto teatrale può essere questione di vita o di morte…

Credo è un monologo che dà voce al più grande drammaturgo elisabettiano insieme a Shakespeare, alle sue visioni, alle sue paure, alla sua sete di arte, conoscenza e bellezza.

Ed è nella cinquina finalista (sezione Teatro) del Premio Colombre, indetto dall’Associazione e compagnia teatrale Quieta Movere di Pisa.

Il finale di questa storia si scoprirà a Pisa il 24 maggio.

Augurateci fortuna – a Kit e a me.