Storia&storie · teatro

The Circle Review – Fantasmi e Marinai

CircleRevIVÈ uscito il numero di Natale di The Circle Review – numero eminentemente narrativo, ma non solo. La sezione saggi e la sezione teatro sono forse meno estese, ma non per questo mancano di chicche, come il delizioso piccolo pezzo di Annarita Faggioni in fatto di aforismi, o il dialogo filosofico di Lucius Etruscus con dotta e godibilissima nota al seguito.

Io ci sono con due pezzi.

Il Fantasma di Passerino è una cosetta molto mantovana dedicata al povero Rinaldo “Passerino” Bonacolsi, Capitano di Mantova prima che i Gonzaga si facessero avanti, estromesso dall’ufficio in una versione trecentesca di coup, e subito passato a miglior vita in una maniera desolatamente stupida: quando vide che la battaglia nella non ancor piazza Sordello buttava male, cercò rifugio nel non ancor Palazzo Ducale – e cercando di entrare a cavallo, si fracassò il capo in un’architrave bassina. Sempre smontare di sella per rientrare… E comunque il fantasma di un uomo del genere è una tentazione narrativa troppo forte, non trovate?

E poi c’è uno stralcio di Acqua Salata e Inchiostro che forse, dopo averne sentito parlare in abbondanza, sarete curiosi di leggere.

Premesso che anche la rivista ha sofferto della recente migrazione a WordPress, potete scaricare il pdf qui.

E buona lettura.

musica · Natale

Torce

TorchesCominciamo con le cose natalizie – e in particolare con una carola inconsueta.

Torches, prima di chiamarsi così, era un inno natalizio tradizionale della Galizia. Nel 1951 il compositore inglese John Joubert s’imbatté in una traduzione di John Brande Trend, e la mise in musica.

Il risultato è un magnifico minuto e mezzo di musica corale spigolosa e asciutta. che ritrae perfettamente la gioiosa corsa a perdifiato nella neve e la luce danzante delle torce del titolo…

Qui la trovate nella magnifica versione del King’s College Choir – Cambridge.

E buona domenica a tutti.

Vitarelle e Rotelle

Mattone Dopo Mattone

brickbybrick1Oggi post breve – abbiate pazienza, dicembre è un mese così. Il mio mese prediletto, per carità – ma così.

Però è un post significativo, perché se non lo conoscete già, vi presento Stephen McCranie con il suo blog a fumetti Doodle Alley.

Stephen è un fumettista, e anche il tipo che riflette su come si fanno le cose, perché si fanno le cose e il il modo in cui il rapporto tra le due domande influenza la nostra arte. Fumetti, pittura, scrittura, scultura – you name it.

Non so voi, ma a me l’idea che a padroneggiare una forma d’arte si arrivi mattone dopo mattone  piace davvero tanto.Ebbene, DA è pieno di buone idee, riflessioni e spunti in proposito – con una sana ma non esclusiva enfasi su applicazione, metodo, perseveranza, rigore e duro lavoro – presentati in forma di fumetto, con una grafica semplice e accattivante… .

E volendo c’è anche il libro (operazione finanziata via Kickstarter).

cinema

Il Signore Di Ballantrae

200px-ThemasterofballantreacoverC’è stato un momento, corso durante, in cui ho creduto che, se avessi menzionato The Master anche solo un’altra volta, i miei allievi avrebbero cominciato a scagliare oggetti pesanti nella mia direzione…

Perché forse ve l’ho già detto, ma non c’è praticamente limite al debole che ho per Stevenson, e trovo che The Master dovrebbe essere testo obbligatorio per quanto riguarda i narratori inaffidabili…

Forse qualcuno di voi ricorderà che, una domenica di secoli orsono, avevo postato l’inizio dell’adattamento televisivo del 1984 – e poi però il video relativo era stato inghiottito da Youtube. Non è che la serie mi piaccia enormemente (a parte tutto il resto, James Durie è un altro di quei personaggi per cui non so immaginare un interprete giusto…), ma questo inizio, con lo sbarco in Scozia di Bonnie Prince Charlie nel 1745, e le cornamuse, e il vento, e le fiaccole e i beacons… eh.

E in più, guardate che cosa ho trovato: lo sceneggiato RAI del 1979 – ad opera dello specialista Anton Giulio Majano.

E buona domenica.

teatro

Compagni D’Ombra Al Sant’Orsola

Ricordate quando parlavamo di un titolo nuovo per Bibi? Ebbene, sabato 7 Dicembre, alle ore 20.45, Bibi & il Re degli Elefanti torna in scena al Teatro Sant’Orsola  (a Mantova, in via Bonomi, 3).

Adesso, però, s’intitola…

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L’incasso della rappresentazione viene devoluto a sostegno del progetto “Clinica del Sorriso” in Burundi, gestito dalla ONLUS “…Con Vista sul Mondo”, in collaboranzione con ANDI Mantova.

considerazioni sparse · grillopensante · Vitarelle e Rotelle

Cinque Pensieri Di Fine Corso

ja09_books_creative_writingIeri sera ho terminato una versione in sei lezioni di Gente Nei Guai a Porto Mantovano.

Mi è spiaciuto congedarmi dai miei quattordici studenti – un gruppo vivace, simpatico e motivato – ma c’è di buono che probabilmente proseguiremo a primavera con un corso avanzato. E sarà interessante, perché – ripeto –  si tratta di un ottimo gruppo.

Dopodiché, ogni corso è, per forza di cose, una faccenda a sé – ma  ho costatato una volta di più alcune costanti, di cui vi metto a parte.

I. Fino a quindici partecipanti va tutto bene. Di più e, anziché un gruppo, vi ritrovate una classe – il che può andare ragionevolmente bene finché parlate voi, ma non funziona granché per la discussione e  gli esercizi pratici. Può essere un problema, perché a volte gli organizzatori hanno tante richieste, e supplicano di accettarne ancora uno, e ancora uno, e per favore un altro… Ma vale la pena di esercitare fermezza: il corso ne guadagnerà.

II. Non c’è nulla da fare: l’impatto con la tecnica sconcerta sempre, almeno un pochino. C’è chi è curioso, c’è chi si sorprende nello scoprire l’esistenza di tecnica&teoria in un campo in cui non se li aspettava, c’è lo scettico blu, certo (in gradi variabili) che la Scrittura, in quanto Arte e Ispirazione, non possa sottostare a regole… Ad ogni modo, l’impatto è quasi sempre quello del millepiedi di Kipling. Questa volta, l’ho detto, avevo un ottimo gruppo di gente che partiva già bene e gente che ha fatto progressi drastici nel corso delle sei settimane, ma è sempre di soddisfazione veder sperimentare le tecniche, di settimana in settimana, e raccogliere un certo numero di “Ehi, funziona!”

III. La mortalità è inevitabile. A parte i malanni di stagione e gli imprevisti, qualcuno si perde sempre per strada – e su un gruppo limitato le sedie vuote si vedono molto. Le prime volte andavo in crisi – col tempo ho imparato che non è possibile accontentare tutti. Ci sarà sempre qualcuno che dopo tutto si annoia, o che decide che la tecnica non è la sua tazza di tè, o che non apprezza le vostre teorie… Di nuovo, questo gruppo sembrava intenzionato a farmi felice, e la scarsissima mortalità (al netto dell’influenza e degl’impegni di lavoro) si è manifestata solo all’ultima lezione. Però capita – e bisogna tenerne conto. Una cosa che si può fare è interrogare i superstiti attorno a metà corso – sentire impressioni, mugugni e desiderata. Non per questo si cambia la natura del corso, ma è sempre possibile correggere il tiro.

IV. I compiti a casa sono di quelle cose. Prima di tutto, evviva la posta elettronica, che semplifica indicibilmente la vita. In genere se ne preoccupa un numero limitato di partecipanti. Il resto si divide tra quelli che fanno gli esercizi ma non ve li mandano per un motivo o per l’altro, e quelli che proprio non ci provano nemmeno. Tra i diligenti, poi, ci sono inevitabilmente quelli che fraintendono l’esercizio. Per quanto crediate di esservi espressi chiaramente, rassegnatevi: succederà. Un po’ – specialmente all’inizio – perché non sono abituati a pensare alla scrittura nei termini tecnici che voi intendete. Un po’ perché qualcuno è talmente ansioso di impressionarvi con il racconto/romanzo/poema in pentametri trocaici che ha nel cassetto, che ve ne contrabbanderà  una fetta – qualche volta tout court, qualche volta fingendo che sia l’esercizio. Aggiungere “Non Speditemi Cose Che Avete Già Scritto – Svolgete L’Esercizio” può funzionare oppure no. Così come porre dei limiti, come un massimo di parole per esercizio, o un giorno entro cui spedirvi i lavori… Potete provarci – ma spesso vi ritroverete più che altro una fenomenologia dell’interpretazione elastica…

V. Alla fin fine, un sacco di buone domande, settimana dopo settimana, è quello che rende davvero felici. Non volete davvero una platea zitta e prigioniera – non siete a teatro. Quando cominciano a volerne sapere di più, a cercare approfondimenti, a chiedere titoli, a discutere sul serio, a trarre conclusioni (che non sono necessariamente le vostre), allora significa che il corso sta funzionando.

E lo ripeto un’ultima volta e poi chiudo: o Portesi, mi avete resa davvero felice sotto tutti gli aspetti – e con un’abbondanza di domande. Se tutto va bene, ci vediamo a primavera.

 

teatro

Cronache Biellesi – Ovvero: Aninha E Il Pulmino Di Tespi

Noi i lupi non li abbiamo avuti - e i cavalli stavano bene.
No, noi i lupi non li abbiamo avuti – e i cavalli stavano bene.

Il pulmino era in prestito.

Il tachimetro non funzionava, così come l’indicatore della benzina, e la portiera dal lato del guidatore non si apriva – ma converrete tutti con me che erano dettagli.* Certo non era nulla che potesse scoraggiare  gli Histriones – e di fatto gli Histriones partirono nel cuore della notte alle otto del mattino, il trentesimo giorno del mese di novembre dell’anno duemila e tredici, e si misero in viaggio nella vaga direzione di Biella.

Lungo la strada incontrarono ogni genere d’impiccio, inclusi non uno, ma due incidenti con conseguente coda – e intanto la neve aveva cominciato a scendere. E in tutto ciò, badate bene, i nostri girovaghi eroi restavano tuttavia ridenti e ridanciani come tante cinciallegre teatrali.

Alla fin fine, nonostante le indicazioni tendenziose della radio e dopo essersi smarriti un nonnulla tra delle montagne che spuntavano a tradimento dal suolo, senza l’ombra di un avvertimento o di una prealpe, impiegarono cinque ore e mezza a giungere in un luogo che non era affatto Biella. Il luogo era Trivero – e non esiste.

Oh, d’accordo: esiste amministrativamente ma, giungendovi, gli Histriones scoprirono che il comune di Trivero si suddivideva in realtà in una quarantina di piccole frazioni sparse tanto orizzontalmente quanto verticalmente – alcune a pie’ dei monti, altre a mezza costa, alcune sui cocuzzoli… E fu subito chiaro che tutto era similmente sparso. In una di queste frazioncine, gli Histriones furono presi in consegna da un gruppo di attori e cantori locali, che li portarono a pranzo in un’altra frazioncina. E questi cantori e attori erano persone di staordinaria cordialità e simpatia, e anche ottimi cuochi – e gli Histriones si sentirono subito a casa e, alla fine del pranzo, si sentirono anche Histriones farciti…

Dopodiché ci si arrampicò in un’altra frazioncina, su su per boschi e tornanti, su su oltre villaggi e santuari, su su tra la neve, su su per strade asfaltate, stradicciole acciottolate e sentieri bianchi, fino a un cocuzzolo innevato, dove sorgeva un delizioso agriturismo.**

Il tempo di sistemarsi un pochino e di veder scendere il crepuscolo violetto, e si fece l’ora di scendere al teatro per le prove. Mentre il grosso della compagnia si scaldava le mani attorno al fuoco, un paio di coraggiosi montarono le catene al pulmino.

Be', non proprio...
Be’, non proprio… E comunque c’era la neve.

Ora, in una digressione metateatrale, il vostro Narratore potrebbe osservare che i due coraggiosi erano Manuel Duarte e Garibaldi, e che la cosa sembrava quasi una prova di abilità per conquistare il cuore di Aninha (che intanto si scaldava le mani al fuoco)… ma poi la faccenda si risolse grazie all’aiuto di due cantori di montagna – per cui, se Aninha fosse stata tipo da farsi impressionare da duelli di montaggio catene, avremmo rischiato un finale alternativo, con l’Eroina dei Due Monti in fuga assieme al baldo Cantore di Montagna…

Ma il vostro Narratore comincia ad avere l’impressione di smarrirsi per sentieri tortuosi e non del tutto pertinenti, e dunque tornerà a raccontare di come, debitamente equipaggiati, gli Histriones risalissero sul fido pulmino e scendessero a valle per le prove – giù giù per sentieri bianchi, stradicciole acciottolate e strade asfaltate, giù giù tra la neve, giù giù oltre santuari e villaggi, giù giù giù per tornanti e boschi, fino all’altra frazioncella ancora che conteneva il Teatro Giletti.

E una volta che furono sistemati nel teatro, gli Histriones si misero al lavoro – e la Clarina fu presa da un’ombra di sconforto.

La Clarina, vedete, aveva cercato per settimane di sapere di quali e quante luci potesse disporre – giusto per adattare il suo disegno luci alla bisogna – e a furia d’insistere aveva ricevuto questa vaga, vaghissima tra le rassicurazioni: c’è tutto. Con l’appena più confortante promessa che, all’arrivo per le prove, la compagnia avrebbe trovato in teatro il tecnico delle luci.

Di fatto, mentre il resto della compagnia tendeva fili per il bucato, cercava di non urtare le quattro chitarre lasciate in scena dal coro e si dava variamente d’attorno, la Clarina costatò che “tutto” significava un’americana con sedici quarzine tutte bianche inamovibilmente puntate in una striscia unica, più quattro coppie di tagli montati fuori sipario – a loro volta bianchi e inamovibili – e che il pur bravo e simpatico Tecnico era in realtà un attore di un’altra compagnia, prestato per la serata e pressoché ignaro dell’impianto.

 

Luci

“Possiamo muovere le quarzine?” chiese la Clarina.

“No…” disse il Tecnico.

“Abbiamo dei colori, almeno?”

“No…”

“Nemmeno sui tagli?”

“No…”

“E quelli possiamo muoverli?”

“No…”

“Possiamo accenderli uno per volta?”

“No…”

“Fanno qualcosa d’altro, oltre accendersi a coppie?”

“No…”

C’è tutto, avevano detto. Tutto.

La Clarina sentiva montare l’umor tetro, e i due disegni luci che aveva al seguito, annotati su altrettanti copioni, cominciavano a sembrare una beffa… E per di più, la compagnia era ansiosa di cominciare una prova, e il Tecnico andava scoprendo che le quarzine non si potevano gestire dalla consolle – così come il controluce che gli Histriones si erano portati da casa -, che il mixer luci non funzionava granché, che il mixer audio magari funzionava, ma non era collegato a un lettore…

Mentre la Clarina cercava d’improvvisare un disegno luci tutto bianco e spartano e aveva il tradizionale Attrito con Scintille con un attore in vena di capricci divistici, il Santo Tecnico scoprì per telefono come convincere il mixer luci a funzionare almeno in parte, e recuperò un lettore cd… O Tecnico Silvio – sappi che quella sera salvasti una povera compagnia di attori girovaghi. Quanto meno impedisti che fossero in parte assassinati dalla Donna delle Luci.

Erano passate le sette quando gli Histriones cominciarono finalmente a provare. Intanto la Clarina aveva deciso di fare a meno delle quarzine, ingestibili e troppo bianche, e di arrangiarsi con le quattro coppie di tagli – che se non altro erano di un bel bianco caldo. Era questa una prova generale o una tecnica, si domandò idly la Clarina, mentre il tango di The Aninha Theme partiva e il sipario si apriva sulla scena illuminata obliquamente dal controluce. E se era la generale, quando avrebbero fatto la tecnica? Ma se era la tecnica, quando avrebbero fatto la generale?

"Se fai solo finta di recitare, io non riesco a risponderti..."
Immaginate che si tratti dei due sullo sfondo.
“Se fai solo finta di recitare, io non riesco a risponderti…”

Qualunque cosa fosse, era nata sotto una cattiva stella. Le sequenze di movimento non funzionavano; le voci erano rauche; la Primadonna desiderava, non incomprensibilmente, risparmiare la voce per la rappresentazione – e l’attore che prima aveva fatto i capricci con la Clarina non era punto d’accordo; il mixer audio funzionava ma non troppo, con discreto pregiudizio delle musiche; il controluce non si lasciava gestire; una discreta fetta degli Histriones sembrava avere smarrito il concetto di ingresso in scena e quello di uscita; la Clarina sperimentava con i suoi tagli e la Regista se ne innervosiva; ci furono interruzioni, riprese, scambi di… er, linguaggio, atti di ribellione, strilli sul palco, sussurri tra le quinte, sguardi biechi, incidenti, inciampi, modifiche dell’ultimo istante, momenti inconsultamente shakespeariani…

In fondo al teatro, nello sgabuzzino della consolle, la Clarina tormentava la sua Vita di Shakespeare in miniatura, e invocava lo Spirito del Bardo, e si sentiva viepiù acida.

Ma intanto si erano fatte le otto e mezza passate, e il coro che doveva aprire la serata cominciava ad arrivare, e gli Histriones dovettero cedere il palco prima di avere finito la prova, e si avviarono nei camerini per cambiarsi.

Alle nove e qualcosa la Clarina salì sul palco a scambiare i convenevoli di rito con l’assessore che introduceva la serata, ringraziò la compagnia ospite e Trivero tutta che devolvevano il ricavato della serata alle associazioni culturali del Mantovano terremotato, introdusse brevemente Aninha e poi scese in platea ad ascoltare il coro.

Ora, vedete, sul fatto del coro gli ospiti erano stati abbastanza misteriosi. Per settimane gli Histriones avevano domandato più o meno obliquamente che cosa cantasse il coro prima di Aninha – e il fatto di non riuscire ad avere risposta li aveva un nonnulla allarmati. Per di più, trovando quattro chitarre sul palcoscenico, i nostri eroi erano giunti alla conclusione di non doversi aspettare cori risorgimentali – ma il vostro Narratore confesserà che, pur credendosi preparata a qualunque sorpresa, la Clarina sobbalzò un nonnulla quando il Coro Parrocchiale di un’altra frazioncina ancora avviò il suo programma di musica leggera: Battisti, Celentano, gli 883 e via cantando, arrangiati… be’, non c’è altra definizione: arrangiati per coro parrocchiale. Gautier

E così fu che Aninha andò in scena dopo Celentano – qualcosa che nessuno degli Histriones si era mai aspettato.

Ma insomma, andò in scena.

Buio in sala, Aninha Theme, sipario, la più lieve ombra di tagli bianchi sui tangheiros… “Si parte,” sussurrò la Clarina al Tecnico, nella penombra dello sgabuzzino della consolle.

E Aninha fu. E qualcosa di misterioso e bianco rotolò in scena sul fondo. E una delle coppie di tagli prese a lampeggiare prima di subito, e la Clarina dovette sopprimerla e rinunciare al suo disegno luci e improvvisarne un altro con tre coppie di tagli. E si smarrì una zucca. E Garibaldi s’impappinò un pochino all’inizio. E più di un Histrio tagliò extempore una battuta o due. E il mixer audio fece un solo capriccio – ma per farlo scelse il momento di maggior pathos…

Eppure le magagnette si notarono appena – e si notarono appena perché sul palco la Primadonna faceva scintille, trascinando tutti gli Histriones nella migliore Aninha di sempre. E lo spettacolo rotolò liscio ed efficace fino all’ultima scena. Aninha Theme, buio in scena. Applausi.

“È andata…” sussurrò un tantino incredula la Clarina, nella penombra dello sgabuzzino. Ed era andata, ed era andata singolarmente bene, e tutti erano molto felici – pubblico, e ospiti, e Histriones, e Regista, e la Clarina.

E così fu che gli Histriones raccolsero armi e bagagli, si attrezzarono per il freddo, rimontarono sul fido pulmino, risalirono su su – ma… e badate al finale perfetto: giunti alla fine dell’asfalto, parcheggiarono il pulmino e, mentre novembre trascorreva in dicembre, si arrampicarono a piedi, tra i boschi innevati,*** sotto un cielo scintillante di stelle che occhieggiavano tra i rami nudi, facendosi luce con qualche torcia, su su fino alla locanda – dove trovarono il fuoco acceso e la cena pronta. E allora mangiarono, e brindarono, e risero fino a tarda ora insieme ai loro ospiti.

E tutti, come si diceva, furono molto felici.

E qui, o miei Lettori, il vostro Narratore si congeda da voi e chiude il sipario su… Le Cronache Biellesi – ovvero Il Pulmino di Tespi.

 

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* E tuttavia vi prego di notare che qui, a tutti gli effetti, abbiamo il carro. Magari mancano i cavalli da tiro, ma il carro c’è.

** E qui, signori, abbiamo l’accogliente locanda. E forse potrete pensare che abbiamo avuto anche la sgambata nei boschi – ma siete in errore.

*** Ecco, adesso abbiamo avuto la sgambata nei boschi. E magari “qualche torcia” significa due cellulari – ma vi prego, non roviniamo la perfezione del momento sottilizzando…

musica · Storia&storie

Rupert

Come promesso, ci proviamo – non si sa mai che a Myblog sia spuntata una coscienza nel corso della notte…

Rupert – ma non Rupert von Hentzau. Il Principe Rupert, piuttosto, il nipote di Carlo I d’Inghilterra, Cavalier per eccellenza. Magari una volta o l’altra parleremo di lui, ma intanto ho scoperto che i King Crimson hanno scritto in proposito questa cosa qui:

Per varie ragioni, è tutto vagamente improbabile, ma date un’occhiata. E se il video è sparito come l’altra volta, qui c’è il link.

E intanto immaginatemi che cerco di mettere in pratica un disegno luci del tutto gassoso da qualche parte in quel di Biella, tra la neve e il gelo…

Ci sentiamo lunedì – e buona domenica!

considerazioni sparse

Guanti Spaiati, Pezzetti Di Spago E Biglie

Avete presente il cassetto che tutti abbiamo, in cui finiscono le cose bizzarre, smarrite, quasi finite o spaiate? L’Inglese ha questa bella ed efficace espressione – odds and ends, di cui al momento non mi viene in mente un corrispondente in Italiano. Ma insomma, questo post è fatto più o meno come quei cassetti lì.

1) Volevo cominciare con il mio ennesimo caso di Serendipità Storica – uno stampatore elisabettiano che, dopotutto, ha proprio il nome che gli avevo appiccicato provvisoriamente in prima stesura – ma poi ho letto questo post su strategie evolutive, e mi sono resa conto che il mio stampatore non può competere. In fondo Jones e il suo Tamerlano anni Novanta potrebbero essere un caso di memoria sepolta, magari l’avevo letto da qualche parte e non me ne ricordavo più consapevolmente – ma il ritorno della Buran… ah, questo è assolutamente fantastico.Teatroviaggiantesubito_fi--400x300

2) Domattina, salute permettendo, dovrei partire con Hic Sunt Histriones per una cosa molto à la Capitan Fracassa – o, se preferite, Scaramouche. Andiamo in quel di Biella con il mio atto unico Aninha. Non sto ancora benissimo, e l’idea del viaggio, del freddo e della neve mi scombussola un po’. E sì, il carro coperto e le sgambate notturne e i bivacchi nei boschi sono soltanto nella mia immaginazione guastata da troppi romanzi storici – but still. E l’immagine qui di fianco è merito della mia amica Milla, che ha scovato da qualche parte questo meraviglioso autobus convertito in teatro… l’Autobus di Tespi! Naturalmente non abbiamo nulla del genere – ma sarebbe fantastico.

3) Se davvero riesco a partire, domenica non sarò qui a postare il consueto posterellino musica-domenicale. Oh, proverò a programmare tutto quanto, con video e link, visto il modo in cui le cose funzionano – o più che altro non funzionano – ultimamente, ma non è affatto detto che serva ad alcunché. Per cui, se passando di qui domenica non trovate nulla, potete immaginarmi a bordo di un carro coperto nei boschi biellesi, a rabbrividire con le altre attrici in mezzo ai sacchi dei costumi, mentre gli uomini cercano di convincere i cavalli da tiro… ah no. Ho detto niente carro coperto, vero? Be’, potete immaginare qualcosa del genere – a vostro piacimento.

4) Ho ricevuto da recensire il terzo volume della trilogia di James Aitcheson sulla conquista normanna dell’Inghilterra. Ne avevamo parlato qui, ricordate? La cosa curiosa è che sulla sovraccoperta, tra gli stralci di recensione riportati a fini di marketing, c’è un pezzetto della mia recensione del secondo volume. A nome HNR, naturalmente – ma adesso posso dire che qualcosa di mio è apparso in un volume pubblicato da Random House.

5) La settimana scorsa, la lezione di Potsdam si concentrava su giochi e storytelling. Giochi al computer, you know. Per compito dovevamo discutere gli aspetti narrativi del gioco che ci ha colpiti di più da questo punto di vista. Dovevamo – o avremmo dovuto. Mi sono resa conto di aver giocato ben poco al computer in vita mia, e mai a nulla di più narrativamente complesso di Chocolatier – di cui mi sono annoiata presto, perché non c’era dentro una storia. Che devo dire? Sono proprio cresciuta su un platano, e tutt’ora ci vivo, e per di più ho una provata incapacità di muovermi con il topo, con le frecce direzionali o con un joystick. Morale: non ho fatto i compiti. O almeno, non sul serio.

6) Mi fermo qui. Buon finesettimana – e vi racconterò come sarà andata a Biella.