tradizioni

Non Andare Nel Bosco D’Inverno

ganesha games, giochi di ruolo, non andare nel bosco d'inverno, clint krause, halloweenHalloween incombe.

E no – qui non ci stracceremo le vesti sull’orribile tradizione pagana, eccetera, eccetera. È un gioco, suvvia. Vale davero la pena di farci le crociate?

Varrebbe la pena, semmai, di cogliere l’occasione per raccontarsi storie di fantasmi attorno al camino. Vi siete mai raccontati storie di fantasmi attorno al camino? Io no… Per molti anni sono stata allergica alle storie di fantasmi dopo il tramonto, e poi, quando ho deciso di poter sacrificare qualche ora di sonno all’atmosfera, nei miei gruppi di amici c’è sempre stato qualcuno cui alla sola idea dei fantasmi viene il mal di stomaco…

Dati i miei precedenti, non è come se potessi lamentarmi – ma tant’è: niente fantasmi attorno al fuoco per Halloween – né, a dire il vero, in altre occasioni. ganesha games, giochi di ruolo, non andare nel bosco d'inverno, clint krause, halloween

Sarà forse anche per rimediare a questa deprvazione ectoplasmatica che ho collaborato a Non Andare nel Bosco d’Inverno, un gioco di ruolo di stampo narrativo di Clint Krause, tradotto, adattato, ampliato e pubblicato in Italia da Ganesha Games

Il mio contributo si chiama I Fuochi Indiani, ed è una delle leggende del folklore immaginario che fa da sfondo alle avventure.

Ambientato nell’America coloniale, in un villaggio circondato da boschi sinistri ed infestati, il gioco è una faccenda di atmosfere, di narrazione, di strane ombre… Le regole sono semplici e credo che non sarebbe impossibile mettere in piedi un gruppo nel giro di una serata per esplorare il bosco di Winterwood…

Non Andare nel Bosco d’Inverno sarà presentato ufficialmente al pubblico domenica a Lucca Comics. Se siete là, magari, fate un salto allo stand di Ganesha Games.

E buone storie di fantasmi, e buoni giochi vagamente sinistri attorno al fuoco.

 

Anno Verdiano

Librettitudini Verdiane: La Forza Del Destino

giuseppe verdi, la forza del destino, francesco maria piave, antonio ghislanzoniÈ il 1861 quando capita che il Teatro Imperiale di Sanpietroburgo (il futuro Marjinski) chieda a Verdi un’opera. L’incarico è prestigioso, e Verdi accetta di buon grado – ma quale opera? Il teatro propone il Ruy Blas di Hugo, subito scartato per ragioni di censura, e allora, Spagna per Spagna, Verdi propone Don Alvàro, o La Fuerza del Sino, drammone iperromantico e affollato dello spagnolo duca di Rivas. E i Russi accettano, così Verdi si rivolge al vecchio amico Piave (povero Piave!) per un adattamento.

Successone pietroburghese, entusiasmo di Zar e Zarina, ordine imperiale e reale di San Stanislao per Verdi… Vogliamo pensare che per una volta sia andata dritta al primo colpo? Niente problemi di censura, libretto visto e piaciuto?

Ma no, naturalmente: figuratevi che alla Scala, anni dopo, la Forza del Destino ci arrivò rimaneggiata da Ghislanzoni, accorciata, con un morto e mezzo in meno e un atto rifatto… Povero Piave, indeed.

Adesso la Forza, con una fama lievemente iettatoria a traino, si esegue sempre nella versione di Ghislanzoni, e dunque è questa che procedo a raccontarvi.

Atto Primo

Siamo a Siviglia alla metà del Settecento, nella stanza della bella Leonora di Vargas, marchesina di Calatrava, cui l’affettuoso babbo marchese è andato a dare la buonanotte. E i padri operistici non impareranno mai a levare il sopracciglio quando le loro sopranili figliole si torcono le mani senza causa apparente… il Marchese non fa in tempo a girare l’angolo che la servetta Curra riapre il balcone e comincia a preparare il genere di bagaglio sommario che una nobile fanciulla si porta dietro per andarsi a sposare di nascosto… Ed è così che scopriamo come il tenore Don Alvaro sia in arrivo per rapire la sua bella.

Leonora, a dire il vero, ha qualche remora, e quando arriva, l’impetuoso Alvaro ha il suo daffare a convincerla a calarsi dal verone. Perché, vedete, il guaio si è che Alvaro è, nelle parole di non so chi fra i due librettisti, un indo di regale stirpe, di anima ardentissima, indomita e sempre nobilmente generosa. Ops… non solo un coloniale, ma un indigeno delle colonie – di stirpe regale finché si vuole, ma socialmente inacettabile per i nobilissimi e spagnolissimi Vargas di Calatrava. E allora fuggir bisogna, ma Leonora è un soprano di varietà singolarmente irresoluta, ed esita, e periclita, e tentenna, e chiede di rimandare la fuga all’indomani… 

E tu contento, gli è ver, ne sei?
Sì, perché m’ami, nè opporti dei;

E come no? Contento come una Pasqua, Alvaro propone di sciogliere il fidanzamento sur le camp, il che pare decidere la bella tentennatrice – ma è tardi. La porta si spalanca e il nobile babbo rientra brandendo la spada di famiglia e ordinando ai servi di incaprettare il vile seduttore. E allora Leonora supplica con scarso effetto, e Alvaro chiede di morire in duello, e il Marchese rifiuta, e Alvaro in vena di gesti drammatici estrae la sua pistola e la getta a terra, e parte un colpo – e indovinate chi becca?

A titolo di esempio del perché quest’opera sia considerata sfortunatella, il Marchese la prende nelle costole e muore – non prima di avere maledetto la figlia disonorata e disonoratrice della famiglia. Orrore e confusione, e Alvaro si trascina via Leonora per il balcone – e via verso l’ignoto, mentre si chiude il sipario.

Atto Secondogiuseppe verdi, la forza del destino, francesco maria piave, antonio ghislanzoni

È passato un anno e mezzo, e ci siamo spostati a Hornachuelos, in quel di Cordoba, in una pittoresca osteria, dove arriva, in vesti di studente, Don Carlo** di Vargas, fratello di Leonora a caccia di sorelle degeneri e incas seduttori. Ora, giusto perchè lo sappiate, Don Carlo è un baritono e a me è simpatico. Il librettista ce lo descrive come giovane ardente di 22 anni. Animato sempre dalla sete di vendicare l’offeso onore della sua casa; che risolutamente e tenacemente affronta ogni difficoltà, sprezza ogni pericolo pur di giungere al suo scopo. How very Spanish, isn’t it? E comunque, ammetetelo: ha le sue ragioni. Comunque, con tutta l’Andalusia a disposizione, proprio qui deve arrivare Leonora – sola e vestita da uomo – e scomparire rapidamente dopo avere riconosciuto il fratello? Ma quest’opera è così, e comunque siamo subito distratti dall’apparire della zingarella Preziosilla, che canta, danza, legge la mano e si direbbe che lavori in subappalto per i sergenti reclutatori, visto lo zelo con cui invita gli uomini ad arruolarsi e andarsene a caccia di gloria in Italia…

Preziosilla prende in subita antipatia Don Carlo, che non le sembra affatto uno studente… Di certo, quando tutti vanno a guardar passare il coro di pellegrini diretti al giubileo, e Leonora esce come il cucù di un orologio, per pregare in pubblico che il cielo la salvi dal fratello vendicatore, la nostra zingarella fa due più due – e tanto più quando poi il falso studente mostra un po’ troppo interesse per il misterioso ospite che cena in camera, e sul quale nessuno sembra disposto a dirgli nulla. Carlo ha i suoi sospetti, ma anche il coro comincia ad averne su di lui, così che il giovanotto deve cavarsi d’impaccio raccontando di come abbia abbandonato momentaneamente i suoi studi di legge per assistere il suo buon amico, il cavaliere di Vargas, nella caccia al delinquente che gli ha ucciso il padre e la sorella e che adesso pare stia fuggendo nel Nuovo Mondo… Non che Preziosilla gli creda, ma gli altri sono impressionati e convinti.

Cambio di scena.

Voi ci credete che Alvaro se ne stia fuggendo da solo nelle Americhe, lasciando indietro Leonora? Lei ci crede eccome, tanto che, al riaprirsi del sipario, la troviamo che bussa alla porta di un convento mentre fa l’inventario delle sue molte infelicità: il babbo morto, il fratello che vuole il suo sangue, il moroso che l’ha piantata in asso… dopo un breve intermezzo semicomico con il portinaio Fra Melitone, cui non par bello aprire a uno sconosciuto nel cuore della notte, arriva l’angelico Padre Guardiano, cui Leonora rivela i suoi guai e chiede rifugio. Il Padre Guardiano le propone la più sensata soluzione di un convento femminile – ma Leonora no, vuole restare dov’è, e minaccia, se verrà respinta, di andarsene per le balze, gridando aìta finché qualche animale selvatico non metterà fine alle sue sofferenze. Commosso dal suo dolore, e forse spiazzato dalla minaccia di ritrovarsi una squilibrata che balza per le balze ululando aìta, il Padre Guardiano le assegna un saio e uno speco*** in cui soggiornare romita, orante e semidigiona per purgarsi l’anima. Siccome è quasi l’alba e gli altri frati arrivano per cantare le lodi, Leonora fa in tempo a ricevere la comunione, e poi se ne va al suo speco con vista monti, mentre il coro invoca su di lei la celebre benedizione della Vergine degli Angeli – e sipario. 

Atto Terzo

Seguendo a nostra volta l’invito di Preziosilla, andiamo in guerra. Siamo in quel di Velletri, ai margini del campo spagnolo, dove scopriamo che Don Alvaro non è affatto nelle Americhe – anzi. Lo ritroviamo prode capitano dell’esercito spagnolo, sotto falso nome, occupato a passeggiare nottetempo e a maledire la sua sorte. Sangue reale, orfano, infelice, Leonora, omicidio colposo – e tutta la faccenda che conosciamo già – a parte il fatto che il nostro tenore, per qualche motivo, crede che Leonora sia morta. Né è troppo occupato a maledire la sorte per salvare un giovane ufficiale inesperto che, appena arrivato al campo, è entrato nella bisca sbagliata e per poco non ci lascia le penne. E indovinate, in questa fiera della coincidenza, di chi si tratta? Ma di Don Carlo, naturalmente.

Però ricordate che i due non si sono mai visti in faccia, e sono entrambi arruolati sotto falso nome… E la beffa è che si piacciono subito a vicenda, e prima di subito si giurano eterna&fraterna amicizia.

Cosicché, quando nella battaglia successiva Alvaro/Federico resta ferito gravemente e crede di morire, è proprio all’afflitto e sollecito Carlo/Felice che chiede di distruggere le sue carte senza leggerle. Carlo/Felice giura, ma ha qualche dubbio. È capitato che, in un momento di trasporto malguidato, prometesse all’amico l’ordine di Calatrava, e la proposta fosse accolta con orrore… Sta a vedere, sta a vedere! A questo punto, mentre Alvaro/Federico è sotto i ferri del cerusico, i sospetti di Carlo/Felice lievitano. Però lui è un prode nobiluomo spagnolo, e non può infrangere la parola data, per quanto ne sia tentato… Peccato che, nell’affidargli le consegne, il nostro Indo si sia dimenticato di includere nel patto la miniatura che si tiene in valigia. Su questa Piccoli Casuisti Crescono non ha giurato nulla, e dunque la apre e ci trova… Leonora! Tombola. Trovato il vile seduttore – solo che non muoia sotto i ferri… ma no: il chirurgo arriva con buone notizie, e il cavaliere di Vargas si rallegra. Il seduttore è vivo, e può ucciderlo lui.

Fast forward del tempo che ci vuole a guarire da una ferita. È di nuovo notte, e Alvaro, di nuovo in piedi, ha ripreso l’abitudine di passeggiare attorno al campo maledicendo la sorte. Ma stanotte la sorte maledetta la incontra nella persona di quello che ancora crede il suo amico, e che invece si rivela per Don Carlo di Vargas, e se non è troppo disturbo lo ucciderebbe volentieri. Alvaro tergiversa, perchè gli par brutto infilzare il suo ex-amico, e anche l’uomo cui ha ucciso il padre… Nonché sedotto e abbandonato la sorella, gli ricorda Carlo. E Alvaro protesta di no, che Leonora lo ricambiava, ma è morta, miserella – dopo che lui, ferito gravemente la notte della fuga, l’ha persa per strada… Ma niente affatto, lo informa Carlo, e a questo punto Alvaro sarebbe pronto a dimenticare il passato, cercare Leonora e sposarla – perché lui, dopotutto, è di sangue reale…**** Al che Carlo fa notare che poco importa che sangue abbia, resta il piccolo dettaglio dell’assassinio del Marchese, per vendicare il quale ha ogni intenzione di uccidere lui e Leonora senza distinzione di trattamento. Ed è la minaccia a Leonora a decidere Alvaro: i due sguainano le spade e si battono per un po’, ma arriva la ronda e li separa e trascina fuori scena.

Segue un lungo quadro di colore locale, con Preziosilla, i camp-followers, le reclute, i soldati spagnoli, i soldati italiani, le vivandiere e persino Fra Melitone – perché in fatto di coincidenze, l’abbiamo detto, qui non ci facciamo mancare nulla. E poi sipario.

Atto Quarto

È passato oltre un lustro,***** e Fra Melitone è tornato in convento a Hornachuelos, dove distribuisce la minestra ai poveri, con tanta bruschezza e così scarsa carità, che i mendicanti rimpiangono quell’angelo e santo del Padre Raffaele che si occupava di loro prima.

giuseppe verdi, la forza del destino, francesco maria piave, antonio ghislanzoniMa Raffaele, c’informa Melitone, è non poco squadrellato, e troppo preso da digiuni, cilici e penitenze per occuparsi di qualcosa di così prosaico come la minestra dei poveri. Vi viene il dubbio di chi possa essere? Alla fine, i mendicanti se ne vanno più o meno soddisfatti, e si bussa alla porta. È un misterioso e arrogante cavaliere, che viene a cercare proprio Padre Raffaele. E scommetto che nessuno si sorprende nello scoprire, quando i due s’incontrano, che il frate è Alvaro e il cavaliere Carlo. Ecco che ci siamo. Alvaro/Raffaele in un primo momento rifiuta di battersi – per l’abito che porta, per la pace che cerca, per l’umiltà che ha accettato… chiede perdono, e s’inginocchia, e supplica. Ma lo sapete come sono questi nobiluomini spagnoli una volta che si sono intestarditi in una vendetta: Carlo insulta, vilipende e schiaffeggia, finché Alvaro getta alle ortiche i suoi scrupoli, e i due corrono offstage a battersi.

E dove correranno mai? Nei pressi dello speco di Leonora, ovviamente, che prega e digiuna da una decina d’anni (dipende da quanto è più di un lustro), ma ancora non è riuscita a togliersi di testa Alvaro, e vorrebbe tanto morire… Appena lei è tornata a richiudersi nel suo speco, entra in scena Alvaro, che ha ferito a morte Carlo, e cerca disperatamente un confessore per il secondo Vargas che ha fatto fuori nel giro di dieci anni. E bussa allo speco dell’eremita, e l’eremita non ne vuole sapere, e quando apre la porta… oh numi! Leonora! Alvaro! Non dirmi che abbiamo vissuto dentro e fuori dallo stesso convento per cinque anni e non lo sapevamo! Sì! Giusto cielo, siamo riuniti! Er… non proprio: sai com’è, ho appena spacciato tuo fratello… giuseppe verdi, la forza del destino, francesco maria piave, antonio ghislanzoni

Leonora, disperata, corre offstage per abbracciare un’ultima volta il fratello morente, e Alvaro si torce le mani. Magari un parente assassinato una ragazza può anche perdonarlo, ma due? E però il problema sta per farsi irrilevante. Odesi uno strillo, e Leonora rientra sorretta dal Padre Guardiano – e ferita a morte. Carlo, che non era nulla se non coerente, prima di morire ha accoltellato la sorella degenere.

Orrore, orror! Alvaro impreca, ma Leonora e il Padre Guardiano lo esortano all’umiltà e al pentimento. Lui non ne vorrebbe sapere, ma che può fare a questo punto? Dopo avere smaniato per quattro atti, Alvaro si pente e si umilia, così Leonora muore contenta promettendogli il perdono di Dio.

Morta!

costata Alvaro, al che il Padre Guardiano corregge: no,

Salita a Dio!

E sipario. Nella versione Piave, il finale era più truce: Carlo feriva la sorella e moriva in scena e Alvaro, persa del tutto la trebisonda, balzava per le balze imprecando e poi si buttava giù. I Russi non avevano mostrato compunzioni in proposito, ma parve che più a occidente il pubblico si sgomentasse, e così il finale fu sanitizzato. Che non lo fosse di più è merito di Verdi che si impuntò sulla morte di entrambi i fratelli Vargas.

Un’ultima nota di colore. Ricordate il Ruy Blas rifiutato dai censori russi? Qualche anno più tardi lo musicò Filippo Marchetti, che ebbe la sfortuna di debuttare alla Scala alla fine della stagione 1869, dopo il travolgente successo dell’approdo scaligero della Forza del Destino. Del Ruy Blas nessuno si accorse troppo, e l’opera rimase in scena per due serate soltanto per essere ripresa soltanto nel 1873. Allora ebbe un successone e ventuno repliche – più dell’Aida. Se lo chiedete a me, avevano avuto ragione nel Sessantanove, ma così vanno gli alti e bassi dell’opera.

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** E con questo facciamo due Don Carli verdiani. Presto saranno tre.

*** Eccola qui, la grotta in dotazione!

**** Casomai noi o qualcuno in scena si avesse la tentazione di dimenticarsene. Non vi ricorda Alan Breck Stewart, who bears a king’s name? A parte il fatto, si capisce, che Alan è incommensurabilmente più simpatico.

***** E che mai vorrà dire “oltre un lustro”? Cinque anni sono cinque anni, sei anni sono sei anni, sette anni sono sette anni… mah.

bizzarrie letterarie · elizabethana

Esserci O Non Esserci Una Volta – In Una Galassia Lontana Lontana

ian doescher, shakespeare, guerre stellariQuesto non sarà un post lungo, ma contiene una chicca.

Ricordate quando si parlava di come nel mondo anglosassone Shakespeare si mantenga vivo anche a forza di elaborazioni, parodie, libri-game e, in generale, tutto fuorché la venerazione acritica e cieca?

Ecco, adesso Yahn mi segnala un altro esempio di questo – a mio timido avviso – invidiabilissimo rapporto con il Bardo. Si chiama William Shakespeare’s Star Wars (Verily, a new hope), ed è… be’, quel che dice l’etichetta.

Ian Doescher ha ri-raccontato la trilogia originale di Guerre Stellari in linguaggio shakespeariano. In versi. A cominciare dal prologo con la galassia lontana lontana, qui affidato al Coro – e via guerreggiando tra le galassie in pentametri giambici.

E ha trovato un editore in Quirk Books – che già in passato ha dimostrato di non aver particolare pudore nel fare il solletico ai classici…

Fantastica idea, spassosissima realizzazione – e poi vogliamo parlare della mentalità che sta dietro un’operazione del genere? La mentalità che, non mi stancherò di ripeterlo, salva i classici dal vegetare, venerati e non letti, sotto strati innumerevoli di vetro, polvere e fraintendimenti…

E sì, possiamo sperare, sospirare, e pregare le divinità preposte, ma intanto date un’occhiata al sito del libro, dove potete anche scaricare l’incipit (badate a R2-D2!) e vedere il trailer in cui la principessa Lei(l)a apostrofa l’assente jedi così: Obi Wan Kenobi, thou art my only hope!

E la Forza del Bardo sia con voi.

considerazioni sparse · scribblemania

A Mano

scrittura, moleskine, waterman, stabilo point 88“Sei veloce a battere al computer,” disse l’Osservatore casuale.

“Hm…” mugugnò la Clarina, senza staccare lo sguardo dallo schermo, né i polpastrelli dalla tastiera.

“Ma usi tante dita?” insisté l’OC, benché potesse vederlo benissimo da sé.

“Dalle sette alle nove, a seconda delle giornate,” rispose la Clarina – un po’ perché era vero, e un po’ per far sobbalzare l’OC.

Alla periferia del campo visivo della Clarina, l’OC sobbalzò debitamente, e poi digerì l’informazione per un pochino. Non chiese da che cosa dipendesse la variazione da giornata a giornata – quella è una domanda che, di solito, pone la gente di formazione scientifica.

“Io più di due dita proprio non le so usare,” disse invece, a digestione ultimata. E lo disse con quel tono vagamente superiore che in genere prelude – e anche questa volta preludeva a… “Io scrivo a mano. Non riesco a pensare con una tastiera, e non so immaginare come tu ci riesca.” 

La Clarina avrebbe potuto dire che non era nata così, che era questione di abitudine e pratica, che col suo genere di lavoro era una necessità… Ma prima che potesse decidere se valeva la pena di distrarsi…

“scommetto che non sai nemmeno più scrivere a mano,” disse l’Osservatore Casuale, con una vaga nota di trionfo nella voce. scrittura, moleskine, waterman, stabilo point 88

E fu allora che la Clarina si fermò per la prima volta, si girò a guardare l’OC e protestò appassionatamente che non era, non era e non era vero.

Perché non è vero affatto: non solo so ancora scrivere a mano, ma lo faccio quotidianamente – e magari lo faccio in una grafia che legioni di insegnanti, colleghi, dipendenti, clienti e corrispondenti hanno definito e definiscono “decorativa ma illeggibile”, but still.

E anzi, a dire la verità, in anni in cui ce n’era necessità, avevo anche adottato una grafia alternativa e semistampata – che a suo tempo non impedì a un dipendente di decifrare un mio “Emanuele” come “Bmannek”, e che mi ostino ad usare ancora per compilare moduli, documenti vari e bollettini… 

Ma tutto ciò era per dire che l’uso massiccio del computer non mi ha tolto la capacità di scrivere a mano. Why, un’abbondanza di appunti a mano fa ancora parte del mio metodo, e uso quantità industriali di taccuini su cui strologo per iscritto, annoto, appunto, abbozzo, faccio liste e promemoria…

E devo dire che negli anni ho sviluppato una predilezione per i taccuini Moleskine, di cui adoro la carta liscia e consistente e vagamente cream-coloured. Per carità: mi piacciono tanto i quaderni rilegati di carta fiorentina o di Fabriano, magari tagliati a mano, belli e significativi. Solo che la grana… la grana è come la mia grafia: decorativa e poco pratica. Quando scrivo a mano mi piace farlo in maniera scorrevole, senza aver l’impressione di andare in bicicletta su una sterrata… Il che fa sì che abbia poca pazienza anche per la carta riciclata, in cui tutte le punte s’impicciano, sopratutto quelle di matita a mina dura.

scrittura, moleskine, waterman, stabilo point 88Oh sì, le matite: per anni ho scritto quasi esclusivamente a matita. Anche a scuola – tutto a matita, tranne i compiti in classe. Matite HB – dal tratto netto quando sono temperate bene, né troppo dure né troppo morbide. La prima stesura di Annibale, dramma storico in un prologo, tre atti e un epilogo, più di vent’anni fa, l’ho scritta tutta a matita. E sì, c’erano anche quei portamine di plastica, ma siamo sinceri: chiamarle matite è quasi un sacrilegio. Tutt’altra cosa sono quei portamatite che consentono di usarle fino al mozzicone più ridotto. Ne ho uno bellissimo, d’argento e lacca nera. Non lo uso granché perché sbilancia la matita, ma è molto chic. L’equivalente scrittorio di un bocchino da sigaretta.

In fatto di penne è stato più faticoso. Trovo che le Pilot scorrano bene. Quelle di plastica usa e getta, intendo. Possibilmente senza bottone, perché detesto quando mi ritrovo a schiacciarlo automaticamente mentre penso. Clic e clac e clic e clac… Mi dò fastidio da sola, e però appena mi distraggo ricomincio. La Penna a Sfera della mia vita, invece, non l’ho mai trovata. Tutti ne riceviamo da qualcuna a un diluvio nel corso della nostra vita* – ma a me non è mai capitato d’inciampare in quella giusta. Colpa mia, sia chiaro: ne ho tante, bellissime, ma nessuna è mai diventata La Penna.scrittura, moleskine, waterman, stabilo point 88

Con le stilografiche è andata meglio e peggio al tempo stesso. Possiedo da anni una meravigliosa Lady Agatha della Waterman, che scrive come un sogno e ha inchiostro di colori bellissimi come il blue-black e il sepia. Alas, dopo qualche anno di uso intenso ha cominciato a perdere e, nonostante innumerevoli pellegrinaggi per la riparazione, non è più stata la stessa. In compenso c’è questa stilo di plastica fluorescente e ultratrentenne, di marca misteriosa ma innegabilmente buona, visto che da decenni continua a scrivere – e bene – qualunque cosa le capiti. Come il ponte di Kashi, è brutta come il peccato – però fa il suo mestiere.

Però adesso non scrivo con la stilografica. Ho sperimentato un po’ con le penne a gel (non sgradevoli quando funzionano bene, pur se leggermente erratiche) ma alla fin fine, quando non scrivo a matita, in genere uso Point 88 della Stabilo. Sono pennarellini, è vero, ma scorrono bene, lasciano un tratto netto, durano ragionevolmente a lungo e tra i tanti colori ho ritrovato qualcosa di simile al blue-black e al sepia della mia amata Lady Agatha. E anche un grigio che somiglia alla mina di una matita. E magari non è del tutto sensato scrivere con una penna perché scrive come una matita, ma tant’è.

scrittura, moleskine, waterman, stabilo point 88Dopodiché, a fini di documentazione, ho provato a scrivere con cose bizzarre come pennini di varia natura, penne d’oca temperate, stili su tavolette cerate e chiodi intinti… no, non nel sangue – tranquilli. Ma quelli sono stati esperimenti e, pur con tutto il mio penchant per i secoli passati, devo confessarmi lieta di vivere in un’epoca di matite HB, Point 88 e Moleskine. 

E voi? Scrivete a mano? Con che cosa scrivete? Su che cosa scrivete? E scrivete leggibilmente?

 

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* Cena di laurea. Siamo in cinque – la neodottoressa, suo fratello e tre invitati. Tre pacchetti. La festeggiata apre il primo… penna. Levo le sopracciglia, incrocio lo sguardo del fratello e mormoro “Anch’io…” e il terzo invitato coglie e ci guarda inorridito. Tre penne su tre, povera ragazza.

Anno Verdiano

Librettitudini Verdiane: Un Ballo In Maschera

giuseppe verdi, antonio somma, un ballo in maschera, una vendetta in domino, gustavo IIIQuesta faccenda era partita come Gustavo III, sulla base di un omonimo e francese libretto di Scribe, poi italianizzato da Antonio Somma. Solo che, capite, c’erano faccende (peraltro piuttosto storiche) di corna, stregoneria e regicidio – in ordine di gravità crescente, I believe – tutte cose che rovinavano la digestione ai censori di Napoli, per il cui San Carlo l’opera era stata scritta. E sì, diciamolo: era un libretto imprudente. Tant’è che i censori imposero un trasloco in Pomerania of all places, e Somma obbedì producendo Una vendetta in domino, e i censori, non contenti, pretesero di mutilare la vicenda tanto che Verdi s’inalberò, e la censura proibì la rappresentazione, e il San Carlo, con cui proprio Verdi non riusciva ad andare d’accordo, fece causa al compositore per violazione di contratto, e Verdi querelò per danni, e il San Carlo ritrattò, e Verdi promise un’altra opera più avanti, e se ne fuggì a Roma, per tentare la fortuna con la censura papalina. Andò marginalmente meglio: anche a Roma pareva brutto far morire un sovrano in scena – per non parlare di una strega nella civile Europa alla metà del Settecento, ma per il resto non avevano soverchie remore… Alla fin fine Verdi e Somma se la cavarono degradando il Re di Svezia a Governatore del Massachussets e spostando il tutto al cupo e superstizioso Seicento coloniale – e così adesso sapete a chi e a che cosa dovete il nonsense esotico che adesso vi racconto.

Atto Primogiuseppe verdi, antonio somma, un ballo in maschera, una vendetta in domino, gustavo III

Siamo a Boston, come si diceva, ed è la fine del secolo decimosettimo. È anche mattina, e nel palazzo del governatore deputati, uffiziali, popolani e gentiluomini attendono il lever di Riccardo, Conte di Warwick. E mentre parte del coro canta le lodi di Riccardo, gli scontenti Tom e Samuel hanno l’aria di pensare diversamente. Con buona pace delle censure di due stati, qui si medita conticidio.

Ma eccolo, l’amato e detestato Riccardo, pieno di zelo nei confronti del suo popolo e di joie de vivre. Tra un decreto e una grazia, si occupa anche degli inviti per il ballo mascherato insieme al suo paggio Oscar – ma un nome* tra le belle invitate lo colpisce: Amelia! Nel bel mezzo della folla, Riccardo si astrae un istante per pindareggiare un istante sulla donna che ama…

Tutti se ne accorgono, ma i candidi bostoniani lo credono assorto a pensare al loro bene.

Yes, well.

Forse sentendosi osservato, Riccardo congeda tutti per pensare in pace ad Amelia. Ma la pace dura poco, perché subito arriva, al modo di chi non ha bisogno di essere annunciato, Renato. Ora, vedete, Renato è un gentiluomo coloniale di seconda generazione, amico fraterno del Conte e… marito di Amelia.

Ops.

A peggiorare le cose…

D’accordo, fermiamoci un attimo e mettiamo le cose in chiaro. Ormai il mio debole per i baritoni è cosa risaputa – e Renato non è solo un baritono, ma uno dei miei baritoni verdiani preferiti. E per di più non posso fare a meno di parteggiare fiercely per il personaggio oggetto del genere di slealtà che tocca al povero Renato. Per cui siete avvisati: qualunque cosa Renato finisca per fare, sarò spudoratamente dalla sua.

E torniamo a noi. A peggiorare le cose, dicevo, Renato si preoccupa delle paturnie del suo amico e signore – ed è convinto di conoscerne la ragione. Capirete che Riccardo sobbalza un nonnulla, ma Renato è candido: sa di una congiura ai danni di Riccardo, sa chi siano i congiurati, sa come troncare sul nascere– Reso imprudente dal sollievo, Riccardo lo zittisce quasi bruscamente: non gli cale, non ne vuole sapere nulla e non si abbasserà a fare il tiranno. Che provino a ucciderlo, se ci riescono.

E sì: qualora ve lo stiate chiedendo, Riccardo è un tenore.

Renato è preoccupato – non a torto. E lo è ancora di più quando, all’arrivo di un giudice che chiede una condanna per una strega, Riccardo decide di fare un salto a vedere di persona – in incognito e senza scorta. Oh, d’accordo, con mezza corte (parimenti in incognito) al seguito, ma non sembra anche a voi la situazione ideale per un attentato?

Inutilmente Renato predica la prudenza: Riccardo è troppo preso dal suo nuovo gioco, Tom&Samuel gongolano, e tutti si danno appuntamento all’antro di Ulrica** – anche Renato, intenzionato a badare a Riccardo se Riccardo non vuole o non sa badare a se stesso.

giuseppe verdi, antonio somma, un ballo in maschera, una vendetta in domino, gustavo IIIAndiamoci anche noi, all’antro di Ulrica, che legge il futuro in pretesa combutta con il diavolo e ha un gran seguito popolare. Riccardo, in abiti da pescatore, arriva in tempo per sentirla predire ricchezza e fortuna a un baldo marinaio – e, un po’ perché l’uomo gli ispira simpatia e un po’ perché è divertito dal senso del teatro della maga, provvede istantaneamente una borsa e un brevetto da ufficiale. Figurarsi il marinaio quando si ritrova tutto quanto in tasca, e figurarsi la folla nel veder avverare la predizione. Ma mentre tutti si rallegrano, arriva in gran segreto un uomo – che Riccardo riconosce come un servitore di Amelia. Quando la maga congeda tutti con qualche bruschezza, Riccardo si nasconde, e così assiste insieme a noi all’arrivo di Amelia. Amelia, la moglie di Renato, è arrivata a chiedere alla maga un filtro per dimenticare un amore colpevole… Ulrica dà istruzioni un tantino sinistre, e Riccardo si bea di essere riamato.

Sciagurato, don’t you think?

Ma ecco che torna il coro – per metà composto adesso di cortigiani travestiti, compresi Samuel e Tom. Amelia si dilegua, e Ulrica riprende le consultazioni. Prossimo…

E prossimo si fa avanti Riccardo per farsi leggere la mano. Ulrica riconosce in lui un grand’uomo abituato al mestiere delle armi e… destinato ad essere assassinato.

Tom e Samuel cominciano a sudare freddo.

Ad essere assassinato per mano di un amico.

Tom e Samuel per poco non si strozzano.

Riccardo ci ride su.

Ulrica ammonisce che c’è poco da ridere: destinato ad essere assassinato dal primo che gli stringerà la mano.

Nell’idea di smentire il vaticinio, Riccardo cerca qualcuno che gli stringa la mano – ma nessuno sembra disposto a farlo… finché entra Renato, che non ha sentito nulla e non ha obiezioni a stringere la mano al suo amico.

Ops…

L’amico, badate bene, che si appresta a tradire. Ma a Riccardo pare di avere sbugiardato Ulrica – cui, ad ogni modo, concede la grazia. E lei ringrazia ma torna ad ammonire: tra i suoi c’è un traditore… E vero è che la sua credibilità è un tantino franata a valle, ma Riccardo si guarda bene dal crederle, e anzi, all’arrivo del marinaio alla testa del popolo festante, si crogiola nell’entusiasmo generale, incurante tanto delle preoccupazioni di Renato quanto degli sguardi truci di Tom&Samuel.

E sipario.

Atto Secondo

Mezzanotte. Orrido campo alla periferia di Boston – nientemeno che il luogo delle esecuzioni capitali. E che ci fa qui Amelia, da sola e a quest’ora? Ebbene, è proprio qui che Ulrica l’ha mandata a procurarsi le verdurine per il filtro disamorante: l’erba che cresce ai piedi della forca. E Amelia è venuta, perché così le detta il dovere, ma ci si strugge. E mentre si strugge arriva Riccardo che, se ricordate, aveva sentito tutto. E magari è anche vero che è venuto per proteggerla nel luogo solitario e nell’ora notturna, ma già che c’è le chiede di dirgli almeno una volta che l’ama, e lei dice no, poi dice ni, poi dice t’amo, e sapete come vanno queste cose… ma chi è che arriva? O, per dirla con Riccardo,

Chi giunge in questo
Albergo della morte?

E chi volete che giunga? Ma Renato, naturalmente. Renato che non riconosce sua moglie fittamente velata, ma è venuto a salvare Riccardo dai cospiratori che sono sulle sue tracce. È o non è un leale, buon e coraggioso ragazzo? E vi pare che meriti quello che questi due sciagurati gli stanno facendo? Guardatelo, mentre fa cambio di mantelli, pronto a farsi uccidere al posto del suo amico se occorre… Riccardo esita un nonnulla ad andarsene, più che altro per via di Amelia, che però gli ordina di andare e salvarsi. E che cosa gli pare bello fare? Affida la signora velata a Renato, con la più stretta ingiunzione di scortarla in città senza cercare di capire chi sia. Se lo fa giurare – come se sospettasse Renato di potergli disobbedire – e Renato, abituato alle scappatelle amorose del suo amico e ansioso di vederlo fuggire, giura. Finalmente Riccardo sguscia via, e Renato si appresta a riportare la signora velata in città, quando irrompono Tom&Samuel, con un coretto di cospiratori armati e ammantellati. giuseppe verdi, antonio somma, un ballo in maschera, una vendetta in domino, gustavo III

E si seccano un tantino di trovare soltanto Renato invece del Conte, ma decidono di rifarsi con la bella signora velata – cominciando col capire chi sia. Renato, solo contro un coro intero ma coraggioso, sguaina la spada e si appresta a… well, a farsi fare a striscioline, in realtà. Ed è allora che Amelia si mette di mezzo strappandosi il velo.

Sensazione!

Tom&Samuel e compagnia si abbandonano a un musicalissimo convulso di risa – credendo, si sottintende, che questi due, sposati e provvisti di casa confortevole, se ne vadano a fare kinky sex nei prati desolati di notte – ma Renato… ah, povero ragazzo. Mentre tutti attorno sghignazzano e cachinnano (con l’eccezione di Amelia che si torce le mani – ma per se stessa e non per il marito), può solo contemplare tragicamente i cocci del suo mondo, perché non c’è altra possibile spiegazione alle circostanze: l’adorata moglie e l’amatissimo amico (per cui era disposto a farsi uccidere) l’hanno tradito. Talk of broken hearts! E i risultati si vedono subito, quando Renato dà appuntamento a Samuel&Tom per l’indomani. Una sfida a duello? si domandano non incomprensibilmente i due – che, tra l’altro, hanno l’impressione di essersi appena autodenunciati come aspiranti conticidi… Ma no, Renato ha ben altro in mente, come vedremo ben presto.

Atto Terzo

L’indomani, nello studio di Renato – dominato, badate bene, da un ritratto a figura intera di Riccardo. Ci credete se vi dico che Amelia ha il coraggio di negare? E se è vero che tecnicamente può sostenere di non avere macchiato l’onore del marito, poi si lascia un po’ prendere la mano e le pare bello protestare così:

Sallo Iddio, che nel mio petto
Mai non arse indegno affetto.

Al che, per quanto mi riguarda, e considerando che l’abbiamo sentita tutti ululare il suo amore per Riccardo, perde ogni diritto a qualsiasi considerazione e simpatia. Cosicché, chiamatemi dura di cuore, ma davvero non riesco a commuovermi quando supplica Renato di non ucciderla, o almeno di lasciarle rivedere il figlio un’ultima volta…

Semmai mi commuovo quando Renato glielo concede e, rimasto solo, si rivela ancora innamorato di lei e riluttante a ucciderla – e molto più disposto a biasimare Riccardo – ma si sa che io sono di parte.

giuseppe verdi, antonio somma, un ballo in maschera, una vendetta in domino, gustavo IIIAd ogni modo, arrivano Tom&Samuel, più che un po’ preoccupati. Tutto s’aspettano, fuorché di sentirsi offrire la collaborazione di Renato per far fuori Riccardo. E a dire il vero, e non del tutto incomprensibilmente, non è che credano del tutto a questa inversione a U. Ci vuole che Renato dia loro in ostaggio il figlio perché si convincano. E adesso il problema è che tutti e tre vogliono vibrare di persona la coltellata fatale… Mezzo istante prima che la faccenda degeneri in una baruffa indecorosa, decidono di tirare a sorte – e per la I Legge dell’Opportunità Teatrale, chi ti arriva se non Amelia, ad annunciare Oscar*** con un messaggio del Conte? Renato costringe la moglie ad estrarre un nome da un urna – cosa che Amelia fa con i peggiori e più funesti presagi. E naturalmente estrae il nome di suo marito. E poi arriva il paggio Oscar, cinguettando di inviti dal ballo in maschera. E allora Amelia esita, e Renato invece accetta. E Amelia fa due più due, e si domanda come salvare Riccardo senza tradire Renato. E intanto i tre cospiratori, in base alla I Legge della Stupidità Operistica, si accordano per vestirsi tutti e tre dello stesso colore… ottimo per riconoscersi tra tutte le maschere, ma potenzialmente quando uno dei tre avrà agito e sarà il caso di sparire con discrezione, don’t you think? Ma d’altra parte, è una cosa che i congiurati all’opera fanno spesso – come abbiamo visto l’altra settimana nei Vespri.

Ma fa nulla. Badate solo di non vestirvi in domino azzurro e sciarpa vermiglia, perché ci andiamo anche noi, al ballo – e non vorremmo essere scambiati per cospiratori. Per il momento troviamo solo il padrone di casa, che sta firmando ordini per risolvere i suoi guai  rimandando Renato in Inghilterra con Amelia. Esita, sì, e gli brucia da matti, ma che altro può fare di vagamente onorevole per liberarsi dalle tentazioni? È occupato a dirsi che, se non altro, al ballo rivedrà Amelia un’ultima volta – quando Oscar gli porta un messaggio anonimo in cui si annuncia l’attentato senza svelare i nomi degli attentatori. Ma volete mai che Riccardo sia prudente per una volta? Non vuole che qualcuno debba crederlo timoroso, e poi c’è da rivedere Amelia… tutti al ballo! giuseppe verdi, antonio somma, un ballo in maschera, una vendetta in domino, gustavo III

Il ballo comincia, e sappiate che tutto spira magnificenza e ilarità.

O forse non proprio tutta questa ilarità, dopo tutto: Tom&Samuel sono nervosetti anzichenò, e Renato – sia che sappia delle iniziative di Amelia, sia che, da quel bravo ragazzo che è, cominci a nutrire qualche dubbio – si dice convinto che il Conte non verrà. Però poi compare Oscar, a dirgli che invece il Conte c’è, e a rivelargli, dopo qualche insistenza, com’è mascherato.

Ma lo troviamo prima noi – e anche Amelia che, visto il fallimento del messaggio anonimo, ci riprova di persona, nascosta dietro una maschera. Naturalmente Riccardo la riconosce prima di subito, e le rivela la decisione di rimandarla in Inghilterra, e si fa ripetere un’altra volta che lai lo ama – e proprio così, impegnati a scambiarsi teneri addii li soprende Renato. Potete biasimarlo se estrae il pugnale e agisce?

giuseppe verdi, antonio somma, un ballo in maschera, una vendetta in domino, gustavo IIIIo non molto – ma gli allegri bostoniani mascherati sì. Non sono più affatto allegri mentre cercano di linciarlo, fermati soltanto dall’ordine di Riccardo che, ferito a morte, impiega l’ultimo respiro per graziare Renato, garantirgli che tra lui e Amelia era tutto platonico e dargli l’ordine che lo rispedisce in Inghilterra.

Renato si torce le mani in rimorso.

Tom&Samuel non credono alla loro fortuna.

Oscar si dispera.

Amelia comincia a dubitare di avere qualche responsabilità in tutto questo.

Riccardo muore invocando la diletta America.

Tutti inorridiscono.

Il sipario cala.

E dite quel che volete: assassino o no, a me continua a dispiacere più che altro per Renato.

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* E, date le circostanze, non si vede troppo perché debba stupirsi di trovarlo dov’è…

** Sì, un’indovina nera di nome Ulrica. Inutile dire che il nome nordico è, come vari altri, un relitto svedese/pomeraniano.

*** E tutte le volte mi chiedo: non ce l’hanno un servitore di qualche tipo che apra la porta e conduca gli ospiti invece della padrona di casa?

Digitalia · musica

Una Notte A Parigi

Scoperta recentissimissima. Francamente, fino a un paio di giorni fa, non avevo mai nemmeno sentito nominare i 10cc…

 Carina, vero? Voi li conoscevate i 10cc? Be’, qualcuno di voi chiaramente sì… and you know who you are.

Buona domenica – e se per caso siete in zona oggi pomeriggio, perché non venite a sentirmi bagolare di ebook a Nogara?

grilloleggente · Vitarelle e Rotelle

Scusatemi Se Da Sol Mi Presento

jeff vandermeer, prologhi, shakespeare, marlowe, shaw, dickens, manzoni,  Magari l’avrete letto in qualcuno di quegli articoli o post del genere “dieci cose che gli editor non sopportano”, o “dodici modi sicuri per farsi respingere un manoscritto”…

A suo tempo, credo di averne fatto uno anch’io, ma adesso non ho tempo di andarlo a cercare.

Anyway, se avete letto anche solo una lista del genere, odds are che ci abbiate trovato il Prologo.

E sapete che cosa vi dico, tanto da editor quanto da lettrice?

Che è proprio vero: di prologhi non se ne può più.

Che poi, sia chiaro, il Prologo in sé non ha nulla di male. Espediente narrativo mutuato dal teatro*, in base al quale un piccolo non-capitolo introduce atmosfera, precedenti, informazioni che verranno buone poi, chiarimenti dell’autore, esche… cose così.

E mi viene subito in mente una manciatina di prologhi teatrali che adoro –  lo shakespeariano O for a muse of fire dell’Enrico V, oppure l’orgogliosa rivendicazione del Tamerlano senza burle di Marlowe, o le  meditazioni di Shaw in fatto di storia prima di Cesare e Cleopatra…

Quanto a prologhi narrativi… scommetto che non vi stupirete se cito Dickens: it was the best of times, it was the worst of times… E lo scartafaccio secentesco dei Promessi Sposi. O la brevissima, folgorande invocazione agli spiriti che apre Entered from the sun. E, a dire il vero, poco di più.

Perché il fatto è che non è comunissimo trovare un prologo che faccia quel che deve fare: afferrare il lettore per la collottola e trascinarlo dentro la storia – possibilmente con una manciata di domande in tasca. E ciò benché i prologhi siano tornati di gran moda, soprattutto nelle storie di genere.

Non avete idea di quanti prologhi mi siano capitati fra le mani, con una protagonista narratrice che, mentre scappa o si nasconde, ritenendosi in punto di morte, comincia a ripensare a come è arrivata fin lì… Effetto Twilight, naturalmente – e sembra difficile convincere gli (o più spesso le) aspiranti che, qualsiasi cosa si pensi dei vampiri luccicanti, la cosa è già stata fatta, ripetutamente. E quindi adesso, quando vedo un prologo del genere, non sono più catturata, non mi domando che cosa ne sarà della nostra eroina, come ha fatto a trovarsi lì, chi la sta inseguendo… mi limito a levare gli occhi al cielo.

E lo stesso vale per i prologhi incomprensibili e/o aulicissimi, e magari drasticamente diversi dal primo capitolo. E tanto più se poi (e capita, oh se capita) la rilevanza del prologo rispetto alla storia si rivela labile o nulla…

Ho detto che voglio esserci trascinata, nella storia – ma con la forza, non con l’inganno.

E quindi? E quindi un tempo avevo fede nel prologo, e adesso non l’ho più. E quindi, quando sono tentata di iniziare una storia con un prologo, ci penso su due volte. E in genere decido che il prologo in realtà può benissimo diventare un primo capitolo. O, in alternativa, può essere capitozzato senza remore.

Ma se proprio non potessi farne a meno? Se avessi un antefatto che succede troppo tempo prima rispetto all’inizio della storia vera e propria? Se non povressi far funzionare la storia senza stabilire una premessa, seminare un indizio, preparare una sorpresa? Be’, allora credo che terrei presente la rana pescatrice dell’illustrazione lì in cima** (che, tra parentesi, è di Jeremy Zerfoss e viene da Wonderbook: The Illustrated Guide to Creating Imaginative Fiction di Jeff VaderMeer), e baderei bene a concepirlo come un’esca, il prologo: appetitoso, luminescente e irresistibile – proprio davanti alle fauci spalancate della mia storia.

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* E se andate a vedere il dizionario Treccani, difatti, ci trovate solo definizioni di ordine teatrale o figurato – ma nulla di narrativo, se non a margine della sezione “estens. non com.” del lemma.

** Cliccate (orrida parola) per vedere il pescione in tutto il suo istruttivo splendore.

Digitalia

Nogara In Festival

nogara, festival della letteratura, associazione l.o.gi.ca

Questo (lungo) finesettimana a Nogara torna il Festival della Letteratura organizzato dall’Associazione L.O.Gi.C.A.

Come al solito, i ragazzi di Logica hanno fatto un magnifico lavoro, riunendo in quattro giorni un sacco di eventi interessanti, un po’ per tutte le età: dal destino della carta all’anima della Grecia, passando per la poesia e i romanzi storici… 

Ci sono anch’io, domenica pomeriggio alle 17.00, a Palazzo Maggi, a bagolare di ebook, cartaceo&digitale, sviluppi e prospettive…

Ma consultate tutto il ricco programma, che potete scaricare in PDF qui: FDL13_PROGRAMMA PDF.pdf.

Ci vediamo a Nogara!