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Lettere D’Amore

Post un nonnulla atipico per argomento, forse – ma germoglia da un concorso cui non ho partecipato – no, due concorsi cui non ho partecipato – pur avendoci fatto un pensierino a dispetto dell’uncongenial theme.

E dalla considerazione che la lettera d’amore letteraria era, un tempo, device assai diffuso. All’opera, a teatro, in prosa e in poesia… a ben pensarci, la letteratura è piena di gente che riversa il proprio cuore sulla carta non per la pubblicazione, ma per conquistare il cuore dell’amata/amato. Il corteggiamento per iscritto è un aspetto particolare del romanzo epistolare oppure compare più o meno episodicamente in opere che epistolari non sono.

Roxane-et-Cyrano.jpgMi viene in mente per primo il Cyrano de Bergerac, in cui le lettere che Cyrano scrive a Roxane per conto di Christian, immedesimandosi appena un po’ troppo, sono qualcosa di più di un device della trama. Attraverso le lettere meravigliose, Roxane (précieuse pronta ad andare in deliquio per un concetto ben espresso) s’innamora senza saperlo dell’uomo sbagliato. E nel quint’atto, l’ultima lettera macchiata di sangue resta il simbolo del ricordo non veritiero di Christian che si frappone fra Cyrano e Roxane fino a quando è troppo tardi. L’anima era la vostra! Ma il sangue era il suo… Le lettere partono come una graziosa menzogna, diventano l’unico sbocco per l’amore che Cyrano si ostina a considerare senza speranza e finiscono col rivelarsi un inganno crudele che rovina un paio di vite. Che cari piccoli pezzetti di carta!

Un caso meno estremo lo troviamo all’opera. Andrea Chenier, poeta e chenier.pngrivoluzionario in odor di bruciaticcio, riceve quelle che lui per primo definisce “strane lettere”: or gravi, or soavi, or rampogne, or consigli. Lettere di una donna misteriosa che gli fa da coscienza. Un’egeria rivoluzionaria non sembrerebbe la più tenera delle faccende, ma Chenier, essendo un poeta, è già perso dell’ignota scrittrice, perché… in quelle sue parole vibra un’anima. Gli va relativamente bene: nonostante la cinica vivisezione dell’amico Roucher, che dopo avere analizzato carta, scrittura e profumo dell’ultima missiva dichiara l’autrice essere una “meravigliosa”*, Chenier scopre che l’ognor celata amica sua è la bella Maddalena di Coigny, contessina tempestosamente incontrata al primo atto e ora terribilmente in disgrazia. Non c’è bisogno d’altro: lei ricordando un’appassionata arringa di lui, lui sulla sola forza delle lettere, si ritrovano già innamorati del più puro amore spirituale – e non soltanto. Tempo un atto e finiranno insieme alla ghigliottina, ma tutti concorderete con me sul fatto che questi sono dettagli.

Werther.jpgUn altro che di lettere ne scriveva assai era il giovane Werther – tanto che i suoi Dolori sono tutto un romanzo epistolare. A me, se devo essere sincera, il giovane Werther tanto simpatico non è: si macera per varie centinaia di pagine mentre la fanciulla del suo cuore va sposa a un altro (che non è affatto un vilain, ma un bravo e buon ragazzo) e, quando è troppo tardi, si suicida prendendo a prestito le pistole dello sposo felice. Che caro ragazzo! E intanto riversa i suoi dolori in fiumi d’inchiostro, culminando nell’ultimo, cattivo, ricattatorio bigliettino a Lotte… Viene da pensare che le lettere di Werther siano tutto un protratto, compiaciuto esercizio di cupio dissolvi, inteso molto più a gratificare lo scrivente che a far felice in alcun modo la destinataria. E, detto tra noi, non avrei mai creduto Goethe capace della noterella (non spedita, se ben ricordo) in cui Werther supplica Lotte di non asciugare l’inchiostro con la sabbia, perché sennò, quando bacia i suoi biglietti, la sabbia stessa gli va tra i denti!

Ma forse, la mia lettera letteraria preferita è quella di Tatjana nell’Evgeni Onegin. Lei sì che versa Tatjana.jpgl’anima sulla carta, la tenera e ingenua Tatjana che per tutta una notte estiva cerca prima le parole e poi il coraggio per dichiararsi all’uomo dei suoi sogni, comparso inaspettato e meraviglioso come un principe nelle favole, la risposta a tutte quelle vaghe aspirazioni senza nome che nascono da una solitudine condita di romanzi… La lettera di Tatjana non è un inganno, non è la maschera di un anonimato, non è un compiacimento di sé: è semmai troppo sincera, e come tale Evgeni la respinge e la restituisce, freddo e un po’ cinico, affettando saggezza, ostentando ennui. Mal ne incoglierà a lui e ad altri – e intanto la lettera diventa segno di un amore non ricambiato per incapacità.

Insomma: menzogne, paura, ricatto morale, affetti mal riposti… fossi il personaggio di un romanzo, forse starei attenta prima di scrivere (e ricevere) lettere. E’ una di quelle circostanze in cui sono lieta di non esserlo.

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* Simpatico eufemismo dell’epoca per indicare una meretrice.

anglomaniac · gente che scrive

Il Mondo Immaginario Di Emily Brontë

emily brontë, cime tempestose, gondal, angriaIeri Emily Brontë avrebbe compiuto 195 anni.

Singolare personaggio, Emily Jane. A voler dare retta alle teorie di Mortella ne Il Ferro, non sembra nemmeno nata d’estate. Chissà se sia almeno nata di notte…

Terza dei quattro giovani Brontë sopravvissuti all’infanzia, Emily era selvatica, ferocemente riservata e ostinata oltre ogni dire.

A scuola rimase ben poco, seguì Charlotte a Bruxelles con scarso entusiasmo e non si adattò mai alla vita da istitutrice come le sue sorelle. Alla fin fine, voleva soltanto starsene a casa, occuparsi della grigia casa parrocchiale ed essere libera di scrivere, camminare per la brughiera ventosa e immaginare le sue storie.

In questo era maestra.

Se fu il fratello Branwell a dare inizio al gioco dei Giovanotti e alle storie di Angria, il mondo immaginario destinato a diventare la base di tutta la produzione letteraria dei Brontë*, una Emily ancor bambina proclamò la sua indipendenza creando per sé e per la piccola Anne Gondal, un altro regno di isole e colonie, con la sua dinastia reale, i suoi personaggi e i suoi intrighi.

Dalle lettere, dai ricordi e dai minuscoli libricini che i quattro bambini scrivevano, si deduce che Branwell e Charlotte guardarono dapprima con qualche sufficienza al mondo immaginario delle sorelline. Emily e Anne continuarono imperterrite, e col tempo tra i due regni si istituirono contatti diplomatici, matrimoni dinastici, l’occasionale intrigo…

Col passare degli anni, Angria declinò man mano che Charlotte e Branwell perdevano interesse. Per Gondal la faccenda andò diversamente, perché a tenerlo vivo c’era Emily, la cui produzione poetica è tutta di argomento gondaliano, e che non smise mai di immaginare – anzi, di vivere le sue storie…

Gondal, a differenza della colonia africana di Angria, era un luogo di brughiere, di nebbie e di vento, circondato da mari sempre tempestosi. Mare a parte, Emily aveva solo bisogno di uscire di casa per ritrovarsi nei paesaggi delle sue fantasie. E che lo facesse spesso e fino in età adulta è testimoniato dalla pagina di diario che racconta il viaggio a York delle due più giovani Misses Brontë. Emily non dice quasi nulla della città. Per lei la cosa importante era il make-believe che aveva occupato tutto il viaggio in treno: lei e Anne avevano giocato ad essere un gruppo di principi e principesse in fuga per raggiungere i realisti in piena guerra civile…

I Gondaliani prosperano più che mai, concludeva Emily.emily brontë, cime tempestose, gondal, angria

Nello stesso periodo, Anne lamentava la triste decadenza di Gondal – ma ciò non le aveva impedito di lasciarsi trascinare da Emily nel gioco.

Chissà se fosse anche questo pervicace attaccamento al mondo segreto della loro infanzia a guadagnare a Emily l’adorazione delle sorelle: Anne che l’avrebbe seguita ovunque, e Charlotte che in Shirley le dedicò un ritratto idealizzato, pieno di affetto e ammirazione. “Emily come sarebbe stata, se avesse potuto godere dei privilegi della nascita e del denaro.”

E non era soltanto questione di una personalità fiammeggiante e di un’immaginazione inesauribile. Charlotte era perduta in ammirazione del genio letterario di Emily, che considerava la migliore scrittrice della famiglia. Ed è vero che le poesie di Emily traboccano di forza e carattere, e che Cime Tempestose è un romanzo difficile da ignorare.

emily brontë, cime tempestose, gondal, angriaNon so voi, ma personalmente detesto di cuore tanto Heathcliff quanto Cathy, trovo l’ambientazione oppressiva e la trama melodrammatica e un filo morbosa. Di nuovo: non so voi, ma per trovare qualcuno con cui simpatizzare devo andare a pescare il povero Edgar Linton. Eppure – eppure. C’è una forza nella narrazione, un’efficacia vivida nei personaggi e nelle descrizioni… Tutto si può dire di questo libro, ma non che sia insipido. E badate: non fatevi ingannare dall’ambientazione che sembra inglese. O meglio, lo è – ma in realtà il vento, le brughiere, gli estremi, gli spettri, gli zingari tormentati & fascinosi, e il melodramma arrivano tutti da Gondal.

Si può dire che in tutta la sua vita Emily Jane non abbia mai messo piede fuori da Gondal.

Dopodiché, la sua forte personalità aveva un sacco di tratti men che attraenti. Come il sereno egoismo che le consentiva di vivere imperturbata nel suo mondo immaginario nel mezzo delle peggiori catastrofi famigliari. Come il suo furioso aggrapparsi all’anonimato coperto dallo pseudonimo di Ellis Bell ben dopo che la verità era stata scoperta. Come l’inflessibile rifiuto di curare – o anche solo di ammettere la malattia che la stava uccidendo, incurante del dolore delle sorelle e del padre.

Emily aveva passato tanto del suo tempo a ignorare la realtà che probabilmente l’aveva persa di vista – insieme alle persone che le erano (o avrebbero dovuto esserle) care…

Appena prima di morire, trovò l’energia di bruciare la maggior parte delle sue emily brontë, cime tempestose, gondal, angriapoesie inedite e (forse) il manoscritto del romanzo su cui (forse) stava lavorando. E così se ne andò trentenne, per rimanere autrice di un solo romanzo e una manciata di versi, la ragazza delle voci nella brughiera, una delle sorelle di Charlotte, brusca e ostinata fino all’ultimo – e fino all’ultimo immaginandosi principessa in esilio tra le brughiere spazzate dal vento.

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* Oh sì: dei Brontë. Esiste anche una produzione del povero Branwell. Magari ne parleremo…

Elsewhere · gente che scrive

Bisanzio Secondo Forlani

Post fuori ruolino per mettervi a parte del fatto che Alessandro Forlani, buon amico e favoloso narratore, mi dedica un racconto.

“Battaglia,” mi aveva detto a suo tempo. “Scegli tu il periodo.”

E da quella sciagurata che sono, tra varie possibilità, avevo infilato “Bisanzio – secolo a piacere”.

E così è stato, e naturalmente i Bizantini di Alessandro sono diversi da tutto il resto, perché… ma no, non vi dico nulla – se non che sono assolutamente deliziata, e che il “mio” bellissimo racconto, intitolato Non Due Volte Nello Stesso Fiume, lo trovate qui.

Buona lettura.

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Consigli A Una Giovane Poetessa

Alla liceale che gli chiedeva quali consigli avrebbe dato a qualcuno di giovane che desiderasse dedicarsi alla poesia, Seamus Heaney ha risposto quattro cose – che, a mio timido avviso, valgono perfettamente anche per la prosa:

In primo luogo leggere. Leggere tanto. Perché leggere risveglia la mente, e perché c’è un genere di felicità nel leggere cose che piacciono, nel trovare ispirazione per sviluppare una voce propria.

E questo ne segue logicamente: sviluppare una voce propria, una voce che renda felici e che spinga a scrivere. Che faccia desiderare di scrivere.

Poi di trovare un po’ di silenzio per scrivere – e di trovarlo spesso. Se si ha intenzione di diventare professionisti, in un modo o nell’altro bisogna trovarlo tutti i giorni, questo silenzio, questa quiete in cui concentrarsi e lavorare.

E infine, un amico o due. Gente con cui condividere l’interesse per la poesia e per i libri, con cui parlare a notte alta, gente con cui scambiare letture, incoraggiamento, critica costruttiva e sogni… Senza prendersi troppo sul serio, per carità. Qualcuno di affine, per tenersi in carreggiata a vicenda.

Perché, dice Heaney, la poesia è una fine combinazione di tecnica e di mistero. Per farne ci vuole una certa quantità di fiducia in se stessi e nel proprio talento, e ci vuole la pazienza d’imparare la tecnica, e ci vuole infinita pratica per affinare, imparare, cogliere l’ispirazione, cesellare. E poi nascondere la fatica certosina della creazione sotto la fluidità dell’opera finita.

È il lavoro di una vita. Un lavoro dannatamente difficile – ma, secondo Seamus Heaney, intessuto di molta felicità. 

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Pillole

E così è oggi. Tutto finito. Tutto passato – e nel migliore dei modi.

Ad essere sincera, questo post è stato scritto ieri sera – perché mentre leggete qui, in tutta probabilità sto recuperando qualcuna delle innumeri ore di sonno sacrificate alla causa.

E ad essere altrettanto sincera, ieri sera ero troppo stanca per scrivere molto più che qualche pillola, per l’appunto.

Quella stanchezza giubilante che scioglie le ginocchia, invetria lo sguardo e fissa il sorriso in un arco di felice ebetitudine – non so se avete presente.

Perché tutto, tutto, tutto, ma proprio tutto è andato meravigliosamente bene.

Vi racconterò più in dettaglio, ma a titolo di anticipo, sappiate che:

I. Non credevo possibile che il mio grado di adorazione nei confronti di Seamus Heaney lievitasse ancora – e invece è successo.

II. I poeti contemporanei che hanno lavorato sui temi virgiliani – e sull’Eneide in particolare – sono più di quanti se ne immaginino. O quanto meno più di quanti ne immaginassi io. Rosanna Warren è qualcuno che voglio scoprire. E forse anche Allen Tate.

III. Mai, mai, mai sfoggiare un paio di scarpe con la prospettiva di molte ore in piedi e/o una camminata.

IV. Ted Hughes decise di studiare antropologia e poi diventò il poeta che conosciamo dopo un sogno ai limiti del melodrammatico, con volpi parlanti e macchie di sangue.

V. L’attuale presidente della repubblica irlandese è un poeta. Ed è un ottimo presidente.

VI. Trovarsi in autostrada sotto una grandinata dai chicchi grandi come uova è un nonnulla allarmante.

VII. Duecento studenti che ascoltano per due ore in rapito silenzio sono una vista che fa bene al cuore. Heaney, con la sua meravigliosa chiacchierata sulla poesia, li ha stregati, catturati, commossi e trascinati.

VIII. Si direbbe che la poesia mantenga lo spirito elastico e indistruttibile. Non c’è praticamente nulla da cui Heaney – classe ’39 – si tiri indietro o si lasci sconcertare.

IX. Magari per essere la moglie di un grande poeta non sono indispensabili vaste dosi di pazienza, intelligenza, sense of humour, discrezione e determinazione – però di sicuro aiutano.

X. Con un poeta si può discutere a lungo e meravigliosamente sul significato e la ragione di un trattino. Un trattino.

XI. On a different note, gli implumi mi hanno sorpresa una volta di più, e il Burbero Benefico anziché il bathos che temevo, ha finito con l’essere una deliziosa, ingenua postilla alle mie tre meravigliose giornate.

XII. Quando dicevo che sarei stata contenta una volta arrivata a domenica sera… be’, non è che mentissi – ma di sicuro non dicevo tutta la verità. Mi mancheranno i miei irlandesi, ma anche le corse, i ritmi forsennati e la qualità fiammeggiante degli ultimi tre giorni.

XII e mezzo. Non ho più tonsille. Nemmeno una briciola.

Ecco, dodici e mezzo è un buon numero. Credo che per adesso possa bastare. Come si diceva un tempo a chiusura dei telegrammi: seguiranno notizie.

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Heaney A Virgilio, Heaney & Virgilio

seamus heaney, virgilio, bann valley eclogueSeamus Heaney torna a Mantova – e per la precisione torna a Virgilio.

Ci torna per incontrare gli studenti dei Licei, sabato mattina – e dite se non è un’occasione straordinaria per questi ragazzi, che non solo lo ascolteranno parlare di Poetrty Stories – the Strange and the Familiar, ma avranno anche modo di rivolgergli delle domande e di interagire con lui…

E poi domenica Heaney incontrerà il pubblico generale all’AvisPark di Cerese per una conferenza a tre su Virgilio nella poesia contemporanea, insieme a Pietro Andreotti di Alias e a Giorgio Bernardi Perini dell’Accademia Nazionale Virgiliana. E sarà anche l’occasione per presentare Seamus Heaney – Virgilio nella Bann Valley, bel librino di traduzioni e saggi cui ho collaborato anch’io.

E adesso indovinate: chi sarà l’interprete di Heaney in queste intense giornate?

Ebbene sì, o Lettori: c’est moi.

Dire che sono elettrizzata è sottovalutare la situazione in grande stile…

Ci vediamo, se siete nei paraggi e se vi va di sentir parlare uno dei grandi poeti del nostro tempo, domenica mattina alle dieci a Cerese.

L’invito in PDF – con tanto di cartina – lo trovate qui.

Invito1.JPG

anglomaniac · Elsewhere · gente che scrive

Agatha & C. All’Indice

Davvero non so come mi sia potuto sfuggire – o forse lo so: gl’implumi delle mie tre classi si divertono un mondo quando, dopo ogni lezione, con micidiale infallibilità, si rende necessario rincorrermi per i corridoi perchè ho dimenticato in aula la cartella, la borsa, il computer, il giaccone o qualche scartafaccio assortito…

E non ho nemmeno quarant’anni. Che ne sarà di me quando ne avrò ottanta?

Oh well, non divaghiamo. Il punto è che quasi un mese fa è uscito il mio articolo sulle gialliste inglesi della Golden Age su L’Indice Online.

Christie, Sayers, Tey, Allingham, Heyer, Marsh… tutte quelle signore che scrivevano di delitti, e i loro detective di buona famiglia – una sorta di club per soli uomini, se non fosse per Miss Marple…

Ad ogni modo, seppur con ritardo, vi segnalo che l’articolo si trova qui.

Vi va di dargli un’occhiata?

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E Il Pescatore Alla Sua Ninfa

john donne, the bait, christopher marlowe, walter raleighC’è gente da cui magari non te lo aspetti, perché per la maggior parte del tempo te ne parlano come de IL poeta metafisico, autore di poesia religiosa, sermoni, elegie, difese del suicidio, traduzioni dal Latino, epigrammi et multa caetera – tutta roba seria. E per di più, ti dicono, è un criptocattolico che poi diventa sacerdote anglicano. Oppure forse un pochino potresti aspettartelo, perché in realtà, tra una roba seria e l’altra, questa gente ha scritto carretate di satire, canzoni e poesia d’amore a forte carica erotica – solo che questo a scuola non te l’hanno mai detto.

Per cui sì, forse te lo potresti anche aspettare, ma resta il fatto che il nome di questa gente è legato a tutt’altro – ai suicidi, e ai Gesuiti, e a nessun uomo è un’isola, e a per chi suona la campana… non certo agli idilli ittico-pastorali.

Per cui è con un certo divertimento che scopri un’ulteriore – ed acquatica – risposta al pastorello marloviano e alla ninfa di Rale(i)gh, ad opera del metafisico reverendo John Donne*:

The Bait

Come live with me, and be my love,
And we will some new pleasures prove
Of golden sands, and crystal brooks,
With silken lines, and silver hooks.

 

There will the river whispering run
Warm’d by thy eyes, more than the sun;
And there the ‘enamour’d fish will stay,
Begging themselves they may betray.

 

When thou wilt swim in that live bath,
Each fish, which every channel hath,
Will amorously to thee swim,
Gladder to catch thee, than thou him.

 

If thou, to be so seen, be’st loth,
By sun or moon, thou dark’nest both,
And if myself have leave to see,
I need not their light having thee.

 

Let others freeze with angling reeds,
And cut their legs with shells and weeds,
Or treacherously poor fish beset,
With strangling snare, or windowy net.

 

Let coarse bold hands from slimy nest
The bedded fish in banks out-wrest;
Or curious traitors, sleeve-silk flies,
Bewitch poor fishes’ wand’ring eyes.

 

For thee, thou need’st no such deceit,
For thou thyself art thine own bait:
That fish, that is not catch’d thereby,
Alas, is wiser far than I.
 
Come al solito, vi tocca la mia traduzione al volo:
 
L’Esca

Vieni a vivere con me e sii l’amor mio,
E proverem  delle delizie nuove
Di sabbie d’oro e rivi di cristallo;
Lenze di seta e begli ami d’argento.

E là sussurrerà scorrendo il fiume,
Caldo degli occhi tuoi ancor più che del sole;
E là dimoreran rapiti i pesci,
Di potersi tradire supplicando.

Quando ti bagnerai  in quell’acqua viva,
Ogni pesce per ogni liquida via
Ti raggiungerà nuotando amoroso,
Più lieto di trovarti che tu di pescar lui.

Se sei ritrosa d’esser vista
Da sole o luna, entrambi oscura,
Che, se ho licenza di guardare,
Ho te e non voglio la lor luce.

Stian altri al freddo con le canne da pesca,
A ferirsi con conchiglie ed alghe,
O a far la posta a tradimento ai pesci,
Strozzarli nelle trappole, acchiapparli nelle reti,

Con mani rudi, dai nidi fangosi
A strappare i pesci ascosi sotto riva;
O con le mosche di seta traditrici,
Ad ammaliare i pesci sventurati.

Ma tu, di tale inganno tu non hai bisogno,
Chè tu, tu stessa la tua esca sei,
E dal pesce che così sfugge alla cattura,
Di me è assai più saggio, ahimè.
 

Verrebbe da dire che i pescatorelli siano più… er, pratici dei pastorelli, vero? E di sicuro non fanno promesse di lungo periodo. Mi piacerebbe veder rispondere la ninfa… Chissà se anche Donne ha avuto il suo Rale(i)gh? 

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* Sì, ok: il ritratto è di prima che diventasse reverendo e metafisico.

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L’Uomo Di Zenda

anthony hope, il prigioniero di zenda, ruritania, ruritanian romanceDomani, Mesdames et Messieurs, sarebbe il centocinquantesimo compleanno di Anthony Hope.

Centocinquantesimo, sì. Avete letto bene – ma non allarmatevi. E non allarmatevi nemmeno nello scoprire che a luglio cadrà l’ottantesimo anniversario della morte di Hope… Questo è in effetti un anno hopiano quanto è possibile esserlo, ma davvero, non è necessario che vi allarmiate: un pochino di Hope forse ve lo infliggerò, qua e là, ma nulla di paragonabile alle dosi di Dickens che vi siete sorbiti l’anno passato…

Anche perché, a parte tutto il resto, Hope non è Dickens.

Non perché non ci abbia provato, sia chiaro: gentiluomo di famiglia ecclesiastico-accademico-intellettuale, educato a Oxford e avvocato, Hope in vita sua scrisse… boh, una trentina di romanzi, un buon numero di racconti e, da solo o in compagnia, un diluvio di drammi – qualcuno originale, qualcuno adattato dai suoi lavori. E fu anche estremamente celebre su entrambi i lati della Tinozza, ai suoi tempi, e baronetto, e presidente della Society of Authors

E adesso noi lo ricordiamo soltanto per due titoli – anzi no, mi correggo: per un titolo. E mi correggo ancora: ad ovest della Manica la faccenda è diversa, ma qui lo ricordiamo (quando lo ricordiamo affatto) per il film tratto da uno dei suoi libri: Il Prigioniero di Zenda.anthony hope, il prigioniero di zenda, ruritania, ruritanian romance

Per alzata di mano: chi ha visto IPdZ, versione 1952, con Stewart Granger, Deborah Kerr e (sigh) James Mason? Andiamo: technicolor abbacinante, uniformi piene di alamari, incoronazioni, duelli, intrighi, salvataggi dell’undicesima ora, algide principesse dai capelli rossi e avventuriere brune… Non è la versione cinematografica migliore, ma di sicuro è la più celebre… davvero non l’avete visto? No? Oh.

Be’, se l’aveste visto, avreste potuto divertirvi alla pittoresca improbabilità e a una certa tendenza a masticare lo scenario e poi, anni più tardi, in una libreria londinese, avreste potuto scoprire con qualche sorpresa che il film è tratto da un libro. Un libro molto divertente, pieno di scambi d’identità e intrighi di corte in un immaginario staterello mitteleuropeo… E dopo averlo letto, avreste scoperto l’esistenza di un seguito dedicato all’affascinante vilain Rupert von Hentzau – e avreste potuto leggere anche quello, sempre in una piccola edizione Penguin, dotata di abbastanza introduzione da scoprire che Sir Anthony Hope, anthony hope, il prigioniero di zenda, ruritania, ruritanian romanceoltre a scrivere eccellenti piccole avventure, aveva creato un genere. Perché c’è un nome per tutto quel che si ambienta in uno staterello immaginario in età contemporanea (ma non solo, o almeno non troppo rigorosamente) – e questo nome è, Mesdames et Messieurs, Ruritanian Romance*.

Per cui, ecco dove risiede l’immortalità di Hope – be’, quella fettina d’immortalità che gli spetta: nella geografia immaginaria che attraversa la narrativa di genere, e di cui Zenda è la capitale, dal (pre-Zenda) Grunewald di Stevenson alla Laurania di Churchill**, dalla Zembla di Nabokov al Graustark di McCutcheon, fino alla Syldavia di Tin Tin e alla Latveria dei Fumetti Marvel, passando per un diluvio di imitazioni, parodie, deviazioni digressioni cinematografiche. Avete presente, che so, Il Ruggito del Topo, in cui la squattrinata Granduchessa Gloriana, interpretata da Peter Sellers, decide di dichiarare guerra agli Stati Uniti, tanto per fare un po’ di cassa? Il Ruritarian Express fa un sacco di fermate – e qualcuna in regioni improbabili.anthony hope, il prigioniero di zenda, ruritania, ruritanian romance

Ed essendo praticamente cresciuta in Ruritania senza saperlo***, sento un debito di gratitudine nei confronti di di Sir Anthony, cui dobbiamo il più pittoresco e bel nome che categoria narrativa abbia mai avuto****. È vero, tutto l’armamentario potrebbe anche chiamarsi political fantasy, ma volete mettere?

A questo punto, semmai voleste leggere qualcosa, fate una capatina alla relativa pagina del Project Gutenberg, e ci troverete parecchio – incluso, naturalmente The Prisoner of Zenda. In Inglese, si capisce, ma che volete farci?

E poi vi segnalo questo bizzarro sito chiamato The Ruritanian Resistance, dove si trova un po’ di tutto, comprese vecchie foto di scena, illustrazioni riprodotte e informazioni su qualcuno dei numerosi adattamenti cinematografici.

anthony hope, il prigioniero di zenda, ruritania, ruritanian romanceRoger Lancelyn Green ha scritto – un nonnulla acidamente – che Hope era un dilettante di prima classe, ma un mediocre autore di professione. Mah… sarà – e tuttavia il giudizio mi sa tanto di genre-snobbishness: dubito molto che Hope abbia mai preteso di essere un Sacerdote delle Arti, ma è riuscito a vivere agiatamente della sua scrittura, ha scritto, pubblicato e messo in scena parecchio e con successo, si è lasciato dietro almeno un titolo amatissimo, lettissimo, tradottissimo, imitatissimo, parodiatissimo, sceneggiatissimo e rappresentatissimo, e ha, se non proprio creato, dato forma a un genere. Non so immaginale molte carriere più professionali di così.

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* E adesso, per favore, non levate il sopracciglio: ne abbiamo già parlato, ma “romance” non è sinonimo di “romanzo rosa”. È una questione di pittoresco romanticizzato, non di fiori d’arancio all’ultima pagina.

** Sì, Winston Churchill. No, really.

*** M., magari non te ne ricordi, ma io sì: mi ricordo del pomeriggio di trent’anni fa in cui hai cercato di ribellarti mentre giocavamo con le bambole e io dirottavo l’ennesima trama in una direzione che non sapevo essere quella della Ruritania… Tu hai tentato di ribellarti, ma io avevo un anno di più ed ero prepotente… “Se non vuoi, non occorre che i tuoi personaggi partecipino al colpo di stato,” ho concesso – e siamo andate avanti per la mia strada. A trent’anni di distanza, M., puoi perdonarmi?

**** Be’, poi naturalmente gli dobbiamo Rupert von Hentzau. Che posso dire? Non sono necessariamente vulnerabile al fascino del Cattivo Ragazzo, ma Rupert è un’altra cosa. Rupert è persino entrato a pieno titolo nel Rimembranzese – che è la lingua ufficiale di casa mia: quando qualcuno fa del suo deliberato meglio per essere indisponente, si dice che sta facendo Rupert. “Stop playing Rupert, will you?” E col tempo si è evoluto anche in un verbo: “Piantala di rupertare/rupertarmi”, o… “Stop ruperting (me)!”

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Bicentenario Dickensiano – Sipario

charles dickens, bicentenario dickensiano, senza errori di stumpa, conferenze, bicentennial chapbookLo so, lo so: non ne potete più di me che mi diffondo su Dickens…Ma la bella notizia è che questo è l’ultimo post del Bicentenario.

Contenti?

No, sul serio. Volevo ricapitolare un pochino il mio anno dickensiano, che è stato abbastanza intenso.

Ho cominciato con una lezione intitolata Una Vita da Romanzo: omaggio a Charles Dickens nel bicentenario della nascita, per la Libera Università del Gonzaghese. D’accordo, era ancora il novembre dell’Undici e quindi, a rigor di logica, non era ancora Bicentenario, ma la faccenda faceva parte dell’Anno Accademico 2011-2012 e comunque direi che il titolo era inequivocabile – per cui ho deciso che conta.

A marzo è stata la volta di Fuliggine e Nebbia: la Londra cupa di Charles Dickens, presso il Circolo dei Lettori di Levata (MN) – occasione resa notevole dal fatto che la chiacchierata è durata quasi il doppio del previsto. E no, niente sforamenti epici, solo una di quelle felici occasioni in cui il pubblico ha treni merci di domande. charles dickens, bicentenario dickensiano, senza errori di stumpa, conferenze, bicentennial chapbook

Poi c’è stato, per diversi mesi, il laboratorio didattico “Raccontami Un Romanzo”, con le classi terze della scuola media di Roncoferraro. Una settantina di fanciulli guidati alla scoperta di Oliver Twist e de Le Due Città, dell’autore, del mondo in cui si svolgeva ciascun romanzo e del rapporto tra i romanzi e i film che ne sono stati tratti. Esperienza interessante, come spesso capita con i fanciulli… Ne ho scritto qui in corso d’opera e qui a giochi fatti.

Dopodiché pare che nessuno voglia Dickens d’estate, ma in autunno abbiamo ricominciato sul serio.

Abcharles dickens, bicentenario dickensiano, senza errori di stumpa, conferenze, bicentennial chapbookbiamo ricominciato a ottobre al Festival della Letteratura di Nogara con Di Fuoco & d’Acqua: Le Rivoluzioni di Dickens, una chiacchierata su Barnaby Rudge e Le Due Città, e il Dickens leggermente diverso che emerge dalla lettura dei suoi due romanzi storici.

Poi, probabilmente a riprova del fatto che nutro una malsana ossessione nei confronti di A Tale of Two Cities, ha preso il via la lettura (pressoché) integrale de Le Due Città che, in collaborazione con Mario Artioli, sto curando per l’Università della Terza Età di Mantova. La lettura è ancora in corso – seppure sospesa al momento per Natale incombente – e, se tutto va bene*, dovrebbe durare fino ad aprile. Se n’era parlato qui.

E per chiudere, non poteva mancare A Christmas Carol, e infatti non è mancato: lunedì scorso ho introdotto la serata dickensiana dell’Accademia Campogalliani al Teatrino D’Arco, con una piccola chiacchierata su L’Uomo che creò il Natale, come si era detto qui

E naturalmente, non è come se nel corso dell’anno non ci avessi postato su…

Bicentenario Dickensiano è una specie di dichiarazione d’intenti, col merito di contenere il link a un cotillon dickensiano chiamato A Bicentennial Chapbook – che contiene Fuliggine e Nebbia**, una sitografia e un raccontino.

Dickens ad Uso dei Fanciulli è un piccolo rant sul trattamento editoriale e scolastico inflitto a Dickens in Italia.

I Padri di Dickens e Le Ragazze di Dickens sono esattamente quel che c’è scritto sulla scatola: quattro chiacchiere su due tipologie di personaggi onnipresenti.

Canto di Natale è una (vecchia) considerazione un nonnulla cinica sul classico natalizio più classico di tutti…

E adesso abbiamo – con una piccola, piccolissima eccezione: un link a un sito favoloso, che vi passo lunedì – abbiamo finito. Questo non significa che non posterò mai più su Dickens (e se avete contezza di un gruppo di lettura, biblioteca, scuola, università della terza età o altro raggruppamento umano che possa essere interessato alle conferenze che ho elencato, sapete dove trovarmi), ma per ora il sipario si chiude sulla mia personale versione del Bicentenario Dickensiano.

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* Sì, se non succedono cose tipo la fine del mondo oggi…

** Ovvero, la Londra Cupa di Charles Dickens. Originariamente parte de “Gli Scrittori e le Città”, una serie di conferenze che comprende anche la Parigi di Dumas, la Vienna di Joseph Roth, la Londra (again!) di Virginia Woolf e la Edimburgo di Stevenson.