Avete visto un film chiamato Stage Beauty? Ebbene, in principio c’era il play di Jeffrey Hatcher, che s’intitola Compleat Female Stage Beauty, ed è notevole*.
Siamo, dovete sapere, a Londra nel 1661, e il neo-restaurato Carlo II è andato a teatro per un >Otello messo in scena da una compagnia in voga. A sipario chiuso, per dir così, il capocomico Tom Betterton discute i regali commenti con la sua stella, Ned Kynaston, e un paio di ospiti…
BETTERTON […] E il Re mi dice: “Bravo, Betterton, bello spettacolo, brividi e spaventi, sabato torniamo a vederlo. Però vi chiedo: si può fare un po’ più allegro?” “Allegro?” dico io. “Sì,” mi fa Carletto, “Un filo più gaio.” E io m’inchino e gli faccio, tutto mellifluo: “Forse Vostra Maestà preferirebbe vedere una commedia?” E lui: “Oh no, assolutamente Otello – però fatelo allegro.” E io: “Be’, Vostra Maestà, c’è il fatto che Mr. Shakespeare finisce con Desdemona strangolata, Emilia pugnalata, Iago arrestato e Otello che si sbudella. Ci suggerite di cassare tutto quanto?” E lui dice: “Cielo, no! Fateli fuori tutti – solo, fatelo più allegro.” Che vuol dire una critica così?**
E mentre il diarista Pepys se ne esce con l’idea di non far morire Desdemona del tutto, è il Duca di Buckingham a centrare il punto, sostenendo che in realtà il Re ha espresso una teoria registica più che rilevante:
VILLIARS Vuole sorprese. È stato via, e i teatri sono stati chiusi per diciotto anni. Adesso è tornato, i teatri riaprono e che cosa trova? Tutto come allora. La poesia l’approva, le idee le approva, amore e morte e tragedia e commedia vanno bene – però sorprendetelo!
E ci vorranno due atti prima che Kynaston, Betterton, il Re, la sua amante Nell Gwynne, le prime attrici donne, il pubblico, il Duca e Pepys giungano ciascuno alla propria conclusione in fatto di “sorprese”.
Ma il sugo della faccenda, per quanto riguarda la particolare questione delle sorprese, è già tutto lì, e non si applica soltanto alla regia: il Re non vuole storie diverse – why, non vuole nemmeno la stessa storia modificata***. Vuole la vecchia storia, raccontata in modo originale.
Perché in realtà la quantità di storie – di strutture – che si possono raccontare, dice Hatcher, è limitata. E infatti, ventotto o ventinove secoli dopo siamo ancora qui a raccontarci di gente che vendica amici caduti in battaglia, individui specializzati nell’ingannare spettacolarmente il nemico e donne per amor delle quali accadono guai su larga scala. Però abbiamo eliminato gli dei impiccioni, meschini e prepotenti, Elena e Briseide mute&passive e i grossi cavalli di legno imbottiti di soldati.
Non è affatto facile, e non è questione di rivestire le vecchie storie in abiti moderni. C’è una ragione se non tutte le regie d’opera attualizzate**** funzionano, e la si trova nel fatto che non basta eliminare scene dipinte, crinoline e pose da monumento in piazza… Il senso della faccenda risiede tutto nell’esplorarle daccapo, queste vecchie storie, e rigirarle per farne uscire significati nuovi. Significati rilevanti per noi – adesso.
Quando George Bernard Shaw e Ursula K. Le Guin riscrivono l’Eneide, ciascuno dei due riprende la storia che Virgilio aveva a sua volta ripreso dai miti precedenti. Però Virgilio ne aveva fatto la celebrazione del fato di Roma, una grandezza così ineluttabile che nemmeno gli dei potevano opporsi, Shaw sposta tutto nei Balcani ottocenteschi per fare della satira sulla retorica della guerra e sulla “buona società”, e Le Guin esplora il punto di vista di una Lavinia che è molto meno un pegno politico di quanto si possa pensare…
Quando Robert Carsen sposta Die Walküre in un Novecento diviso tra paesaggi devastati dalla guerra e i cupi saloni di un’élite in disfacimento, ne fa una storia di conseguenze sfuggite a ogni controllo.
Quando uno scrittore a scelta conduce il suo protagonista attraverso un viaggio inziatico, non fa altro che riprendere una struttura che, nei suoi tratti essenziali, significa per noi quello che significava per la gente che ascoltò per la prima volta la storia di Ulisse…
Dopodiché, se è bravo, lo scrittore a scelta saprà intrecciare attorno alla struttura vecchia come le colline strati su strati di significato, e idee nuove, e sfumature inattese. Saprà girare il prisma in modo che prenda e rifletta la luce in angolazioni che prima non c’erano e che sono significative per i suoi lettori – adesso. Significative e sorprendenti, perché poi è di quello che si tratta. È quello che vuole il Re d’Inghilterra/lettore/spettatore/melomane: ritrovare la vecchia storia e trovarci dentro qualcosa che non si era aspettato di trovarci.
___________________________________________________
* Anche il film è tutt’altro che male, sia chiaro. Peccato che i ragazzi del marketing o abbiano pubblicizzato come “il nuovo Shakespeare in Love“. In realtà è anything but…
** Traduzione mia.
*** Del che, tutto sommato, penso che riparleremo…
*** Orrida, orrida, orrida parola…
C’è questa adorabile anziana signorina, tutta dedita al ricamo, al giardinaggio e alle opere di bene. Poi, a riprova del fatto che la gente è piena di sorprese, si scopre che è anche una ferrarista sfegatata e non si perde una serie poliziesca americana, con una predilezione per i gialli procedurali. Più sono truci, più piacciono alla Signorina M.
Ancora a metà Ottocento, un relativamente inesperto e affannato Dickens se la cavava creando distribuzioni manichee che nemmeno all’opera, e non è che i lettori lo rincorressero nelle strade per riavere i loro soldi. Il nano Quilp è di una malvagità quasi barocca nella sua gratuità, nerezza e magniloquenza, ma ai nostri cinici occhi d’oggidì c’è un che di redeeming quality nel suo accanimento contro l’angelica, mite e moritura Little Nell. E non riusciamo biasimare del tutto Fagin e Sikes perché vogliono disfarsi dell’impenetrabilmente candido Oliver Twist, vero?
Qualche tempo fa, in un articolo sul Telegraph, Philip Hensher lamentava la scomparsa del buon vecchio Villain tradizionale, quello che trovava un gran gusto nell’essere malvagio, quello per il quale nuocere all’eroe era uno scopo sufficiente in sé stesso, quello cui la nobiltà d’animo del protagonista dava travasi di bile e/o crisi di cachinni.
Ci sono tragedie che si consumano in un giorno, e altre che invece bruciano lentamente attraverso i decenni e le generazioni. Storie di segreti lentamente rivelati, di menzogne che si scavano lentamente una via verso la luce, di crimini inconsapevoli, di ragione sopraffatta… e sopra tutto il destino e gli dei: può l’uomo sottrarsi, disobbedire, tracciarsi da sé una strada diversa?
Questo mito crudele non poteva sfuggire all’attenzione dei tragediografi, vi pare? E infatti ne scrissero tutti. Eschilo, Sofocle ed Euripide dedicarono una trilogia ciascuno al cosiddetto Ciclo Tebano – solo che non tutto è rimasto. E di quel che abbiamo, ho scelto di fare un collage, una sorta di caleidoscopio tragico, prendendo dall’Edipo Re e dall’Edipo a Colono di Sofocle, dai Sette Contro Tebe di Eschilo, dalle Fenicie di Euripide, da quel che si sa delle tragedie perdute… Il risultato è un succedersi di maledizioni e colpe, orgoglio sfrenato, inganni e vendette e conflitti generazionali che non inizia né finisce con Edipo. La stessa vena di orgoglio, violenza, superbia e irriducibile caparbietà si riconosce in Laio, Edipo e Polinice – ereditata col sangue di padre in figlio, in una simbolica genealogia di ferocia che si snoda sotto gli occhi inorriditi del coro.
Circola dalle mie parti (o almeno vi circolava qualche decennio fa, quand’ero un’implumina), questa piccola filastrocca:
E non posso dire di avere speso molti pensieri sulla filastrocca, crescendo – fino a quando, decenni più tardi, mi sono resa conto di chi (o che cosa) siano queste tre sorelle. Andiamo: tre figure femminili, una fila, una taglia – ed è chiaro che i cappellini di paglia sono lì per rima… Non sono le Moire, nella mia filastrocchetta d’infanzia? O le Parche. O forse le Norne – anche se quelle, più che filare, tessono il destino (o talvolta lo incidono).
Qui le filatrici sono vecchie e in numero di quattro – ma, sospetto, più che altro per ragioni eufoniche. Badate, tuttavia, al particolare dei coltelli d’argento: nel mito l’inflessibile Atropo si descrive munita di “lucide cesoie”… Ci siamo di nuovo, non trovate?
oncerto della tua vita?” pensano a qualche esecuzione perfetta ed emozionante…Gli scrittori si ricorderanno forse del meraviglioso Requiem di Britten (Santa Cecilia, Pappano, Hampson, Bostridge, soprano…?), ma poi dirottano su un certo concerto per l’anniversario della fondazione dello Stato d’Israele, con Shlomo Mintz nella doppia veste di solista e direttore d’orchestra.
Tant’è. Cominciano con gli inni nazionali. Il nostro. Bene. Il loro. Non so se avete presente: Ha Tikva è una melodia che strappa il cuore, e loro la suonano come se fosse l’ultima volta. Tutti ci predisponiamo a una serata notevole. Invece poi accompagnano Mintz in un concerto per violino e orchestra di Beethoven. Mintz è in stato di grazia – l’orchestra no. Assente, meccanica, freddina. Quand’è che ce ne andiamo tutti in albergo? Poi è la volta di un paio di salmi musicati da un compositore israeliano: nuova metamorfosi! Partono con un pianissimo degli archi, impalpabile, trasparente, perfetto e continuano divinamente… Ma allora sanno suonare, questi qui! Salvo che poi, con l’Italiana di Mendelsshon, i nostri orchestrali tornano a pensare alla cena. Col trascorrere dei movimenti, Shlomo Mintz si fa sempre meno olimpico, smette di sorridere e guarda i suoi orchestrali come se volesse sgozzarli personalmente uno a uno con il suo archetto. Alla fine, prima di girarsi a raccogliere i (tiepidi) applausi, si china a sibilare qualcosa al primo violino, poi si scusa con il pubblico in Inglese e in Italiano e ricomincia il IV movimento daccapo. Ed è un altro mondo, perché la Bersheeba Sinfonietta si sveglia e la musica torna ad essere viva e brillante. Che diamine…Applausi più convinti, e tutti ce ne andiamo perplessi.


Credo di avervi detto qualche centinaio di volte, nel corso dell’ultimo anno o giù di lì, che il Coro di Shakespeare in Words è stato il mio ritorno sulle scene dopo più di vent’anni. Così come vi ho detto che stavo scrivendo (e adesso ho finito) un romanzo che parla di teatranti – un teatrante in particolare – nella Londra elisabettiana.
domandarsi che zampa muovere per prima – però diventa molto più consapevole dei rapporti di causa ed effetto in quel che fa e nelle reazioni che ottiene. E altre cose di questo genere. Diciamo che comincia a elaborare una teoria dietro la sua pratica quotidiana – e a pensare a quel che questa teoria implica…


sto punto che ho cercato di capire chi stessi leggendo, e mi sono stupita di scoprire non un autore di fantasy, ma un cultore di scherma d’epoca che scrive narrativa storica. E sia ben chiaro: non nutro l’ombra di un pregiudizio contro il fantasy e i suoi autori in via di principio, ma odds are che l’atteggiamento di un autore di fantasy nei confronti della storia sia diverso dal mio…