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Il Mistero Del Romanzo Misterioso

Mesi fa, in risposta a non so più quale post e non so più a che proposito, mi si consiglia di leggere Veronica, di Nicholas Christopher.

Me lo si consiglia in termini che m’incuriosiscono, e segue rapida ricerchina su Amazon. Dalle recensioni colme di entusiasmo, deduco che si tratti di un fantasy bizzarro ambientato a New York… Tutti i recensori sono concordi nell’affermare che si tratta di un romanzo fuori dal comune.

Bene, mi dico, e procedo a ordinare. Copia di seconda mano, da aversi per l’irrisoria cifra di un penny... Così ordino e mi metto in attesa.

Stiamo parlando di parlando di prima di Natale, una sera dicembrina – non fredda quanto potrebbe essere, ma fingiamo di nulla – in cui mi sento trascinata verso diversi altri libri, così non mi limito a Veronica… insomma, lo sapete tutti come vanno queste cose. E quando, nelle settimane successive, i libri cominciano ad arrivare nel bel mezzo della frenesia prenatalizia, non bado più di tanto al fatto che Veronica manca all’appello. Poi Natale passa e, nell’orgia di letture che costituisce la mia idea di vacanza, mi sovviene Veronica. Insomma, anche contando le feste, contando i ritardi delle Poste&Telegrafi, ormai dovrebbe essere arrivato. Tutti gli altri sono arrivati, com’è che questo non si vede?

Ora, vedete, ho questo indirizzo email che uso praticamente solo per Amazon, e che controllo solo quando aspetto conferme d’ordine et similia – per cui, una volta ricevuta la comunicazione che Veronica era stato spedito, non me n’ero data più pensiero. Invece, risalendo indietro, scopro che, due giorni dopo avere spedito (!?) il seller ha disdetto l’ordine ed effettuato il rimborso. Senza una parola di spiegazione. Al posto delle ragioni per cui l’ordine è stato cancellato c’è un trattino…

Così scrivo al seller, e attendo risposta. Che non arriva. Allora contatto direttamente Amazon, che inoltra il mio reclamo. Il seller si fa vivo, si lamenta del fatto che ho messo di mezzo Amazon, spiega che al momento della spedizione avevano scoperto che il libro era in condizioni terribili anziché ottime, e non potevano spedirmelo. Dopo tutto sono stata rimborsata, di che mi lamento?

E solo a questo punto, dall’intestazione della mail, scopro che si tratta del ramo italiano dell’unico seller sulla mia lista nera*. Ah. Così mi arrendo, lascio un feedback negativo** e passo a ordinare Veronica da un altro seller – uno da cui ho comprato spesso e con soddisfazione…

Arriva la conferma d’ordine.

Bene.

Arriva la comunicazione di avvenuta spedizione.

Bene.

E poi arriva il rimborso – perché si scusano tanto, credevano davvero di averne una copia, ma un errore d’inventario, una distrazione, un glitch nell’aggiornamento scorte, decapiteranno il responsabile, sperano che non perderò per questo la fiducia in loro…

E adesso vado per ordinarlo di nuovo e le copie a un penny o un cent sono sparite tutte – come se ci fosse stato un accaparramento, come se fosse scoppiato un caso letterario, come se il romanzo contenesse qualche inimmaginabile mistero, come se i membri di qualche società segreta si fossero affrettati a far sparire le copie in circolazione, corrompendo i sellers di Amazon perché cancellassero gli ordini già confermati, pur di non lasciar partire il libro…

Sì, sì, lo so… È solo che – dite la verità: non sembra l’inizio di uno di quei thriller tipo Dan Brown meets Michael Ende, con libri misteriosi, porte dimensionali, segreti inconfessabili, società segrete, omicidi, la fine del mondo come lo conosciamo…?

Così. Per dire. Ma mi sa che intanto comprerò la versione Kindle – che costa 9 dollari e 99, e smonta un nonnulla la teoria del complotto, ma almeno non potranno dirmi che è andata smarrita o ha la copertina malridotta.

E ora stiamo a  vedere: riuscirà la nostra eroina a procurarsi una copia? Non perdete le prossime appassionanti puntate de… La Clarina e il Mistero del Romanzo Misterioso.

 

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* Nota anche con l’acronimo SABENA List: Such A Bad Experience Never Again. L’unico, e giuro – davvero l’unico venditore discutibile in cui mi sono imbattuta in dieci anni…

** Poi, giusto per aggiungere la spudorata beffa al danno, questa gente ha il coraggio di scrivermi per chiedere di rimuovere il feedback negativo. Cosa che era successa anche con il ramo principale. 

anglomaniac · Digitalia · libri, libri e libri

Bicentenario Dickensiano

charles dickens, bicentenario dickensianoCome oggi 200 anni fa, il 7 febbraio 1812, nasceva Charles Dickens.

Ne parleremo ancora, nel corso dell’anno, ma intanto oggi è Il Giorno, e SEdS non poteva lasciarlo passare senza farne motto, vi pare?

Avevo in mente il consueto elenco di link, ma poi mi son detta che per bacco, questo non è un compleanno qualsiasi. Un bicentenario non capita tutte le settimane, giusto?

E allora ho pensato di mettere insieme Dickens – A Bicentennial Chapbook.pdf.

Non sto a dirvi che cosa c’è dentro – lo scoprirete presto scaricando. Essendo un chapbook, è un pidieffino piccolo piccolo – undici pagine appena. Consideratelo un piccolo antipasto, uno stuzzichino in vista degli abbondanti post, rimuginamenti e link dickensiani che capiteranno nel corso di quest’anno, ogni tanto – quando meno ve lo aspettate…

grillopensante · libri, libri e libri

Libri Tribali

Ricordate che si parlava di milionidicopie, annessi e connessi? Quel post ha condotto a quest’altro post over at strategie evolutive, che v’invito nuovamente a leggere, se non l’avete già fatto.

Vi si dice, tra molte altre cose, questo:

Ed il fatto che tutti abbiano letto il romanzo di un certo autore è un fenomeno culturale – a meno che non ammettiamo che l’acquisto (e non necessariamente la lettura) di quel libro, avvenga per segnalare l’appartenenza ad un gruppo, come metodo di rassicurazione sociale e segnale di appartenenza tribale.

Ebbene, sì, sì, . Questo è uno degli aspetti che cercavo di far notare a Mme X: è mia ferma convinzione che l’acquisto e/o la lettura di uno o più libri funzionino come segni di appartenenza tribale – in un modo o nell’altro.

Il caso più facile e ovvio è – mi si dice – nell’ambito della letteratura di genere. Tolkien, per dirne uno – culto che si divide tra ortodossi rigorosi, ecumenici shannariani, convertiti via film e ogni genere di sette e confessioni. Tuttavia il possesso de Il Libro è il segno di appartenenza almeno al più esterno dei cerchi concentrici e contigui che formano la tribù, nonché un segno di distinzione rispetto a Tutti Gli Altri.

Poi c’è il caso dei Seguaci di Un Autore – e questo può trascendere il genere sconfinando nel mainstream. Da Richard Bach a Camilleri a Baricco, ci sono quelli che leggono tutto ciò che l’autore in questione scrive, lo seguono su Twitter, su Facebook o dovunque l’autore appaia, discettano su aNobii – e possono sviluppare uno spirito semiproprietario nei confronti dell’autore stesso. Mi si racconta una storia a proposito di un’autrice che non ricordo. Costei aveva una vasta quantità di lettori di questo tipo e una lunga storia di successi editoriali. Qualcosa come una trentina di titoli – tutti scritti in terza persona. A un certo punto, sentendosi avventurosa (o forse un tantino satolla) decise di tentare la prima persona. O forse era viceversa, ma fa lo stesso. Ciò che conta è che la sua tribù reagì con orrore e sconcerto. Il romanzo non era affatto peggiore dei precedenti, né diverso in contenuto, tono e ambientazione – ma il tipo di narrazione era cambiato e la tribù si sentiva tradita. Orrore – orror! Non ricordo il finale della storia, ma dal modo in cui la mia memoria l’ha rimosso, temo che l’autrice se ne sia tornata in carreggiata con la coda tra le gambe e le orecchie basse. Comunque questa è una storia anglosassone – ovvero di un mondo in cui la segmentazione del mercato editoriale tende(va?) a raggiungere livelli che noi ingenui Continentali non possiamo nemmeno immaginare.

Ma ci sono altre e più sottili forme di struttura tribale.

C’è Il Libro Di Pochi (o L’Autore Di Pochi, o anche L’Argomento di Pochi), e allora la faccenda diventa simile a una piccola massoneria letteraria. Ci si riconosce dalla citazione buttata lì, dalla copertina sbirciata in treno, dal paragone eccentrico, dalla dichiarazione d’interesse – quando tutti gli altri sobbalzano o guardano con occhi vitrei, tutti tranne una persona, e allora ci si saluta con un sorriso d’intesa e comprensione. “Ah, anche a te piace Lord Jim…” E non cito LJ a caso, perché quest’altra persona che condivide il nostro raro interesse letterario la guardiamo con affetto quasi possessivo. È uno di noi.

E naturalmente, oltre a riconoscersi, ci si fa riconoscere. Di recente parlavo della mia ossessione marloviana e gl’interlocutori cominciano a levare gli occhi al cielo. “Oddìo, un’altra…!” Levo un sopracciglio e… “No, è che abbiamo questa amica che parla sempre di Marlowe. Bisogna che vi mettiamo in contatto.”*

Variante speculare di questa forma è “Ah, anche tu detesti…” diciamo un titolo a caso? Diciamo Le Petit Prince? In un mondo che venera il marmocchio siderale, un’avversione comune è un vincolo forte. Ci si sente una carboneria – noi che a nominarci il colore del grano ci vengono le convulsioni.

Poi ci sono le tribù che trascendono il singolo libro, autore e genere in favore del fine. Per esempio una Coscienza Civile. Con le maiuscole. Un tempo c’era un’implume che veniva da me a lezione di Italiano, Latino, Inglese, Francese e Storia. Le lezioni di Geografia erano rese superflue dal fatto che l’insegnante in questione interrogava a libro aperto. Le lezioni di Matematica erano state richieste e rifiutate a motivo della mia caprina ignoranza. Il tutto era reso doloroso dall’indole generale della fanciulla e dalla necessità di spiegarle ogni parola che avesse più di due sillabe… “Ma tu leggi?” Le chiesi una volta, in un momento di disperazione. “Oh, sì,” ribatté l’implume facendo gli occhi tondi. “Ho letto Il Razzismo Spiegato A Mia Figlia. Per la scuola.” Era l’epoca in cui, scoprii, tutti gli adolescenti leggevano Ben Jelloun, e non c’era insegnante  che si sentisse a posto se non l’aveva propinato ai suoi discenti. E i discenti si sentivano esclusi se non l’avevano letto. Esclusi dalla tribù della gente per bene e non razzista, in definitiva. In questo senso e in anni più recenti, Saviano è assurto al rango di totem tribale: quanta gente è convinta di avere acquisito una coscienza civile perché ha letto Saviano? E qui si tratta di un’appartenenza feroce e onnicomprensiva. Bisogna condividere ogni parola che Saviano dice, bisogna apprezzare ogni comparsata televisiva o otherwise che Saviano fa. Se si critica Saviano, anatema**!

Ma non è detto che si tratti di coscienza. C’è anche la Cultura. Sempre con la maiuscola. Forse ho già citato la signora che, ogni volta che si parlava di libri, citava a) Verdi Colline d’Africa e b) Via col Vento. Se poi si virava sulla musica, ecco che compariva il Triplo Concerto di Beethoven. Era il suo modo di dire “sono una persona colta. Vero che sono una persona colta? Ma certo che sono una persona colta.” Quella che Davide Mana chiama rassicurazione sociale.

Claro que, a seconda della tribù di appartenenza, le letture legittimanti cambiano in quantità e qualità. A Mantova, per esempio, leggere gli autori del Festivaletteratura è socialmente indispensabile. Un’altra signora, un’altra volta, m’informò che lei leggeva tantissimo***: “Saviano, Hosseini, Mazzantini, L’Eleganza del Riccio…” E siccome me ne stavo lì con il sopracciglio levato e l’aria di chi attende, la signora si arenò, un po’ sconsolata e non del tutto certa di avere prodotto l’impressione cui mirava. Sì, lo so: sono malvagia.

Il che mi porta ad esaminare un’altra funzione tribale – il proselitismo. Avete idea di quanta gente mi abbia consigliato (con maggiore o minore insistenza) di leggere il dannatissimo riccio barberiano? E mi colpiva una costante su cui, in un modo o nell’altro, tutti i miei would-be evangelizzatori arrivavano a battere: la certezza che Il Libro avrebbe aggiunto un quid di luce e gioia alla mia vita. Alla fine – come forse qualche lettore di vecchia data ricorderà – cedetti, lessi e riversai le mie tenere impressioni in un diario di lettura*** che, a rileggerlo, mi sconsola per la sua acidità. E comunque non credete che razzoli come predico: quanta gente ho tentato di indurre a leggere Lord Jim? Sono abbastanza convinta di non possedere spirito missionario – ma ci sono alcune piccole eccezioni, come LJ, le Fosse di Katyn…

Epperò non divaghiamo, e giungiamo invece a conclusione con la più semplice, la più diffusa, la più informe e forse la più potente varietà di libro-come-rito-tribale. Quella che scatena i grandi numeri, che rassicura tanto, che parte in automatico, che non ha nulla a che vedere col libro (forse, a ben vedere, neppure con il fatto che sia un libro) e che fa felici i Ragazzi del Marketing. Il puro e semplice istinto del branco, quello per cui lo gnu va nella direzione in cui vanno tutti gli altri gnu. Se tutti gli gnu leggono Volo, allora il singolo gnu leggerà Volo. Ma quando tutti gli gnu leggevano Hosseini, Barbery, Tamaro, Baricco, Eco, il nostro gnu singolo leggeva… you guessed it. Perché c’è sicurezza nel numero e, forse ancor più, c’è pericolo senza il numero. Pericolo in senso lato (metti mai che al guado ti capiti un coccodrillo che vuole discutere di poesia persiana…), diversità, emarginazione… Tutta roba vecchia come le colline.

Per cui, la mia teoria è che sì: il libro è un arnese eminentemente tribale – nei casi più estremi totem, tatuaggio e prova iniziatica in un unico grazioso pacchetto parallelepipoidale.

Che ne dite?

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* Ci si fa riconoscere, e sospetto che si sia anche un cilicio per i non adepti, perché questi “vi mettiamo in contatto” hanno sempre un curioso tono a mezza via tra la rassegnazione e un barlume di sollievo – come se la padrona di casa stesse macinando tra sé “così la prossima volta a tavola le metto vicine, parlano tra loro e riduciamo il rischio di incidenti…”

** Ah no, dimenticavo: ci fu un caso in cui Saviano rischiò di perdere il favore della sua tribù, e fu quando partecipò alla maratona oratoria per Israele. In quella circostanza, un buon numero dei suoi seguaci lo bollò come traditore e proclamò a gran voce la necessità di togliergli la scorta. Fickle things, this tribes…

*** Va bene, lo confesso: all’inizio dei corsi lo dico sempre – per scrivere bisogna aver letto tanto e leggere ancora di più, taran taran taran. Vorrei che fosse un’ovvietà un tantino superflua, ma non è sempre così.

**** Prosegue qui. E qui. E finisce qui. Sono ancora convintissima di quel che ho scritto – solo che sono stata un nonnulla abrasiva – forse.

grillopensante · libri, libri e libri

Milionidicopie

Poco prima di Natale mi è capitato di discutere di libri, di società e di massimi sistemi con una signora, una docente che chiameremo Mme X.

“E cosa mi dici di questo fenomeno Volo?” mi chiede a un certo punto Mme X.

Rispondo che non ne dico nulla. Devo confessare di non aver letto nulla di suo – non una riga – e di non avere intenzione di farlo.

“Sei una terribile snob,” mi si dice allora.

Mi confesso serenamente colpevole, spiego che tendo a non leggere nulla che sia circondato da tanto hype, e inizio con la mia teoria del Lettore Casuale…

“Ma qui non si tratta di hype! Stiamo parlando di milionidicopie, di traduzioni in altre lingue: questo è un fenomeno sociale! Io mi sento tenuta a leggere Volo per studiare il fenomeno sociale, e se sostieni di essere interessata alla società e alla letteratura, se chiami te stessa una scrittrice, devi fare altrettanto.”

Rispondo che, se così fosse, dovrei passare la vita a leggere libri di cui non m’interessa un bottone, vista la frequenza con cui le case editrici sfornano questo genere di fenomeni sociali…

Apriti cielo e spalancati terra! Mme X mi accusa di essere una qualunquista e di ricorrere alla facile polemica. Ma in realtà, mi rivela, non puoi incantare milioni di lettori con il marketing. Una volta, forse – ma un ripetuto successo su questa scala è sintomo certo di un Fenomeno Sociale*.

Cito una manciatina di casi di gente che, una volta imbroccato il genere giusto, ha costruito notevoli carriere sulla base di una successione di libri mediocri e privi di particolare significato sociale…

“Non sto parlando di notevoli carriere. Sto parlando di milionidicopie: un Fenomeno Sociale.”

“Sì, ma resto dell’idea che anche i milionidicopie si costruiscono, si pilotano e si vendono: guardi la Tamaro, guardi Dan Brown, guardi Il Nome della Rosa, guardi Twilight…”

Mme X comincia mandar fuoco dalle narici: come oso paragonare Volo ed Eco, uno dei più grandi intellettuali [segue lungo panegirico]? E, incidentalmente, che cosa è Twilight?

“Non sto paragonando affatto. Sto accostando a dimostrazione del fatto che i milionidicopie non hanno nulla ha che vedere col valore letterario, né con la capacità di presa popolare, né con il livello intellettuale del libro. E nemmeno col fatto che il libro risponda o meno a qualche profondo bisogno della società. E davvero non ha mai sentito nominare Twilight? Milionidicopie. Un Fenomeno Sociale.”

Spiego per sommi capi di che si tratta, e Mme X arriccia il labbro in aperto disgusto. Twilight, vedete, è roba americana. “Una società che non conosco e su cui non mi permetterei mai di esprimere giudizi.”

Faccio notare che una buona fetta dei milionidicopie in questione sono stati acquistati in Europa e in Italia, al che Mme X torna a virare in direzione Volo, col già utilizzato argomento secondo cui è da qualunquisti dire che è tutta questione di marketing…

Dopodiché smetto di riportare la disputa passaggio per passaggio, ma vi elenco qui alcuni dei dubbi che ho esposto a Mme X – senza riceverne risposta.

– Quanta gente legge (oppure compra, sfoglia, accantona e si convince di avere letto) un libro perché “lo leggono tutti”? L’istinto del branco è potente…**

– Quanta gente regala il libro del momento perché è il libro del momento?

– Quanti libri del momento diventano il libro del momento perché c’è chi ripete con sufficiente convinzione ed entusiasmo che si tratta del libro del momento?

– Quanto conta il “personaggio” dietro il libro? A parte tutto il resto, Volo era già un notissimo personaggio televisivo quando ha cominciato a pubblicare. Vogliamo far finta che non conti? Da questo punto di vista, credo che il fenomeno Volo abbia anche un’altra sfaccettatura più sottile: con la sua infanzia di provincia e i suoi studi sporadici, Volo fa tanto “uno di noi” che ce l’ha fatta. Uno con cui identificarsi. Ricordate La Fenomenologia Di Mike Bongiorno, tanto per citare di nuovo Eco?

Insomma, non sto dicendo che i libri di Volo siano necessariamente brutti (anche perché, ripeto, non li ho letti). Quello che sostengo è che i milionidicopie non bastano a fare di un libro un Fenomeno Sociale, perché consistenti quantità di quelle copie possono essere frutto di fattori e operazioni che non hanno nulla a vedere con quel che sta fra una copertina e l’altra. I milionidicopie di gente autopubblicata come Hocking e Locke sembrano indicare che le cose possono andare diversamente – ma fino a un certo punto. Meccanismi come l’istinto di branco continuano a funzionare, e sono senz’altro Fenomeni Sociali, ma indipendentemente dal libro per cui lavorano, non credete?

Per cui: no, Mme X. Non mi metterò a leggere bestseller per il fatto che sono bestseller. Ho già usato la scusa “m’interessa capire che cosa ci trova tutta la gente che lo legge” per leggere bestseller che in realtà volevo leggere pur vergognandomene un po’, perché – come ognun sa – sono genre-snob. Mi secca un pochino essere genre-snob e sto cercando di curarmene. Ma non ho intenzione di usare i milionidicopie come criterio per la scelta, anche solo occasionale, delle mie letture. E se questo è un altro genere di snobismo, Mme X, credo proprio che me lo terrò – insieme alla mia dose di cinismo nei confronti del marketing editoriale. 

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* Sì, il Fenomeno Sociale ha acquisito maiuscole. Credetemi, a questo punto della conversazione le aveva acquisite per Mme X, e non c’era da sbagliarsi in proposito.

** Fate questo esperimento: la prossima volta che vi trovate in una stanza affollata, provate a dire a voce ben alta che non avete mai letto Saviano. Ci vuole forza d’animo per resistere al genere di disapprovazione che vi pioverà addosso…

elizabethana · gente che scrive · libri, libri e libri

Il Libro Segreto Di Shakespeare – Non Proprio Una Recensione

Quello che non arrivo a capire, alla fine fine, è se Gene Ayres si prenda davvero tanto sul serio come appare da questa intervista rilasciata a Lucius Etruscus di Thriller Magazine, oppure se anche l’immagine del martire antistratfordiano faccia parte dell’operazione di marketing.

Gli antenati quaccheri, il fratello maggiore fisico dedito alla ricerca della verità, i ritrovamenti sensazionali, la persecuzione da parte degli ambienti accademici, il muro di gomma editoriale… Tutto molto drammatico, no? Non siete già curiosi di leggere il frutto di tanta audace originalità e coraggiosa dedizione?

Può darsi che lo siate, e così lo leggete, e scoprite che in realtà quello che Gene Ayres (sotto lo pseudonimo di John Underwood) vi ha propinato è un thrillerino debolissimo e pasticciato, farcito d’improbabilità narrative e di teorie vecchie come le colline…

E badate, questo non è un rant stratfordiano. Non ho nessun particolare affetto per la tesi che Shakespeare e nessun altro abbia scritto le opere di Shakespeare – pur trovando serie difficoltà nella maggior parte delle tesi alternative. Diciamo che in proposito sono agnostica. Semmai, sono pronta ad ammettere che la questione del Vero Autore è ottima materia da romanzi – però mi aspetto di vederla trattata in almeno uno di due modi: o convincente, o sottile. Possibilmente entrambi. Gene Ayres/John Underwood, temo, manca gravemente in entrambi i campi, e non si riscatta nemmeno con una trama gialla di qualche solidità.

Ora, cominciamo col dire che scrivere un giallo letterario significa avventurarsi in territorio pericoloso. Si tratta di rendere avvincente una vicenda in cui qualcuno passa un sacco di tempo disseppellendo minuti dettagli da manoscritti polverosi – attività emozionante per il seppellitore, ma potenzialmente noiosissima per chi ne legge.

Da questo punto di vista, ILSdS rende omaggio al ben altrimenti incantevole La Figlia del Tempo, di Josephine Tey (capostipite del genere e nume letterario del riccardianesimo) in cui, dal suo letto d’ospedale, un ispettore capo di Scotland Yard dirige come un’indagine la ricerca che porterà a stabilire l’innocenza di Riccardo III. Tey riesce, in un miracoloso equilibrio di tensione, tempi perfetti e dialoghi scintillanti, a creare suspence senza far scorrere una goccia di sangue – oltre a quello già versato nella Torre, si capisce. Ayres/Underwood allude a Tey implicitamente ed esplicitamente*, ma poi non è capace di fare altrettanto bene.

Concediamo pure che le dimensioni quadruple e i ripetuti omicidi fossero scelte pressoché obbligate. Nel mondo anglosassone non si vende nulla al di sotto delle 90000 parole, ed è obiettivamente più facile creare tensione quando il protagonista rischia la vita. Peccato che, nell’ansia di creare tensione, Ayres** si sia lasciato prendere un tantino la mano…

E ADESSO, PER FAVORE, FERMATEVI SE NON VOLETE SAPERE COME VA A FINIRE IL LIBRO. QUESTA NON È UNA RECENSIONE: È UNA SPIETATA DISSEZIONE, CON ABBONDANTE ESPOSIZIONE DI ORGANI INTERNI. RIPRENDETE A LEGGERE DAL TERZ’ULTIMO PARAGRAFO E POI TORNATE QUI QUANDO AVRETE LETTO IL LIBRO E CONSTATATO DA VOI.

Ecco – e poi non dite che non vi avevo avvertiti.

Per chi è ancora qui, onwards. Ayres, dicevo, si lascia prendere la mano e dissemina Malvagi come se piovesse. C’è uno studioso shakespeariano alquanto deranged, che si aggira per due continenti nuocendo variamente a rivali accademici e conversando per citazioni del Bardo. Poi c’è una bieca multinazionale offshore, disposta a misure tanto drastiche quanto bizzarre per proteggere i suoi cospicui profitti shakespeariani. E poi c’è Scotland Yard, il cui comportamento nel proteggere gli’interessi nazionali legati al nome dello Zio Will è, nella più benevola delle ipotesi, ambigua. E potremmo aggiungere intere facoltà di letteratura inglese pervicacemente decise a condonare persino l’omicidio, se si tratta di proteggere il nome del Bardo…

E non è come se il campo dei buoni fosse meno confuso. C’è la vittima sacrificale, un eccentrico professore universitario cui Ayres attribuisce la sua ricerca “originale” – o meglio, ci sarebbe, perché costui scompare presto. Poi c’è il protagonista, un giornalista investigativo americano provvisto delle più pallide e superficiali competenze in fatto d’Inghilterra elisabettiana – ideale come veicolo per treni merci di esposizione in materia, perché bisogna spiegargli tutto, ma proprio tutto. Poi ci sono i suoi supposti aiutanti: la figlia laureata in letteratura inglese e decisa a diventare attrice***, un fisico indiano, co-cospiratore del defunto, e un anziano libraio. Ora, il fatto è che tutti costoro hanno memoria selettiva e una natura lievemente sadica. La bella figlia**** ha studiato un sacco di letteratura elisabettiana, ma i nomi di Greene, Nashe e persino Marlowe non le dicono praticamente nulla per tre quarti del libro. Per di più è in (innocente?) combutta con l’assassino, che pure le ha praticamente confessato i suoi misfatti. Il fisico indiano è fisico in omaggio al fratello dell’autore, ed è indiano per giocare meglio il ruolo dell’outsider. A parte questo, è un complottista paranoico di dubbia utilità personale e narrativa e, si scoprirà poi, a sua volta in combutta con Scotland Yard. Il libraio, invece, pur avendo la chiave di tutta la faccenda, centellina le sue informazioni come se si trattasse di una caccia al tesoro, lasciando che il protagonista rischi la vita e perda il sonno strologando su una puerile lista di abbreviazioni trovata – hear ye! hear ye! – nella tasca di una giacca dimenticata dal defunto in tintoria!

Il risultato si è che il nostro giornalista investigativo, assistito da ben tre esperti di cose elisabettiane, impiega duecentocinquanta pagine a scoprire l’esistenza di teorie alternative sul Vero Autore. E adesso fate un piccolo esperimento, o Lettori. Aprite Google, impostate l’Inglese come lingua di ricerca e poi cercate William Shakespeare. Il primo risultato è la relativa voce Wiki, che al paragrafo 7 introduce la questione del Vero Autore e rimanda a tutta una serie di dettagliatissimi lemmi in proposito – ma provate ad aprire gli altri risultati nella prima pagina, e constatate la quasi onnipresenza della Authorship Question… Fatto ciò, supponendo che vi sia sorta qualche curiosità (immaginate, per esempio, che il vostro amico sia stato assassinato di recente – prima di pubblicare un controverso saggio sul Bardo…) e cercate Authorship Question. Fatto?

E allora, avete impiegato la bellezza di un paio di minuti a scoprire il grande segreto che Ayres/Underwood/Lewis sostiene di avere rivelato per primissimo sfidando secoli di bieco e mercenario (per non dire potenzialmente pericoloso) oscurantismo.

Perché, o Lettori, la questione può sembrare di lana caprina da questo lato della Manica, ma nel mondo anglosassone ci si scanna con grande energia su chi abbia scritto le opere di Shakespeare – fin dalla fine dell’Ottocento. Con grande energia e in tutta libertà, bisogna dire, perché non mi risulta che nessuno abbia mai attentato per questo alla vita di Delia Bacon, Mark Twain, Hawthorne, Calvin Hoffman, Freud, Archie Webster o Antonia Wright – tanto per citare solo qualche antistratfordiano di punta. Why, esistono e prosperano decine di associazioni internazionali dedicate a sostenere le pretese dell’uno o dell’altro candidato, e nel 1993 la Marlowe Society è riuscita a far aggiungere un punto di domanda accanto alla data di morte del suo beniamino nel Poet’s Corner dell’Abbazia di Westminster.

Ora, non dubito che tutta questa gente si sia attirata (e abbia ricambiato) molta furiosa e/o sprezzante acidità da parte degli ambienti accademici, ma mi pare che l’idea di cospirazioni del silenzio, pubblico ignaro, attentati oscurantisti e minacce semiufficiali per soffocare una teoria marloviana sfiori molto da vicino il ridicolo. E questo, a mio timido parere, è il motivo principale per cui nessun editore americano o inglese ha voluto pubblicare The Shakespeare Chronicles: da un lato i romanzi marloviani abbondano, e dall’altro questo è basato su premesse improponibili. Non tanto l’ipotesi che Marlowe abbia scritto le opere di Shakespeare (che circola, in forma di saggio e di romanzo, fin dal lontato 1894), quanto l’idea che l’ipotesi in questione possa essere pericolosa, scandalosa, inaudita o ignorata da chiunque abbia mai sentito nominare Marlowe… Fuori dal mondo anglosassone il problema appare più remoto e più ignoto – ed ecco le sette edizioni in altre lingue.

NOTA DI SERVIZIO: CHI SOFFRE DI ALLERGIA AGLI SPOILER PUO’ RIPRENDERE A LEGGERE DA QUI.

Poi, tornando all’intervista, si scopre che Ayres ha cercato di presentare le sue teorie in forma di saggio – ricevendo ripetutamente il due di picche. Allora ne ha fatto un romanzo, cui ha accostato una ripubblicazione del saggio originale sotto il nome di Desmond Lewis – guarda caso l’assassinato del romanzo. il saggio non l’ho letto, ma il romanzo (così come l’intervista) è condito di molta bile nei confronti degli Ayatollah Accademici, ovvero tutti gli studiosi shakespeariani che avrebbero a) abbracciato, avallato e perpetuato una secolare congiura di calunnie a proposito del povero, candido, innocente, virtuoso Kit Marlowe; b) rifiutato le argomentazioni di Ayres solo perché lui non è un accademico; c) appoggiato la congiura editoriale che non gli ha consentito di trovare un editore. 

L’idea di avere scoperto l’acqua calda e di averla rifritta in un thriller mediocre, pare non sfiorarlo. Così come non lo sfiora il dubbio che le inesattezze storico-letterarie possano avere nuociuto alla sua credibilità. Affermare che Thomas Kyd era uno degli University Wits, o che Francis Walsingham era il nonno di Lady Mary Sidney***** non è il genere di exploit che ti fa prendere sul serio in ambito accademico. E il bello è che nell’intervista Ayres ringrazia l’editor italiana di Newton Compton che gli ha segnalato “alcuni errori importanti.” Non oso pensare******.

Insomma, in tutto questo, l’unico aspetto vagamente interessante del libro – l’ipotesi (improbabile e non provata, ma non peggiore di tante altre) che il Bel Giovane dei Sonetti sia un figlio illegittimo dell’autore, anziché un amante – finisce soffocata in una farragine di assurdità, esposizione, scrittura mediocre, inesattezze, coincidenze e pretese di originalità, senza nemmeno l’ombra di un finale*******. E paradossalmente, almeno ai miei occhi, il voler dipingere l’autore come un martire letterario/accademico è l’aspetto più irritante dell’insieme. Se è marketing, è proprio bieco. Se è self-righteousness, è tanto ingiustificata quanto insopportabile.

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* Mi domando se il riferimento esplicito non sia stato aggiunto per la pubblicazione nei paesi non anglofoni. Credo che il lettore medio anglosassone difficilmente potrebbe non notare la linea di discendenza.

** Ne ho abbastanza di scrivere Ayres/Underwood, perdonate…

*** Altra strizzata d’occhio a Tey, la cui coprotagonista Marta Hallard è, appunto, un’attrice teatrale.

**** E quanto tempo passa il padre a compiacersi della bellezza, intelligenza, astuzia, determinazione e forte personalità di questa figlia…

***** Ma c’è parecchia confusione in proposito, perché in un altro passaggio la vedova di Sir Philip Sidney (fratello di Lady Mary) divenda la sorella di Walsingham, del quale invece era figlia.

****** Oh, e già che ci siamo, nota di biasimo anche per le traduttrici. Questo non è un saggio con un apparato critico colossale e note a pie’ di pagina nell’ordine delle migliaia. I dettagli non sono così tanti da non poterli controllare – e, se è abbastanza ovvio che Calvin Hoffman e Archie Webster sono uomini, perché la povera Una Mary Ellis-Fermor deve diventare “lo studioso inglese U.M. Ullis-Fermor”? A parte tutto il resto, quanti nomi maschili inglesi ci sono che cominciano per U? E sì, d’accordo: è un rant. Ho solo detto che non sarebbe stato un rant stratfordiano, no?

******* But fear not (oppure fear a lot, dipende dai punti di vista): Ayres/Underwood sta già lavorando al seguito.

 

libri, libri e libri

Gente Di Un Solo Libro

Non c’è unità d’interpretazione su cosa di preciso volesse dire San Tommaso d’Aquino quando affermava di temere l’uomo di un solo libro – personalmente propendo per la lettura secondo cui una varietà di fonti di conoscenza è sempre più sana, ma in realtà non è questo il punto.

Il punto oggi sono gli autori di un solo libro.

O meglio, bisogna precisare, perché la definizione va presa in senso lato e il genere si differenzia in più di una specie.

emily brontëC’è Emily Brontë, per esempio, che di romanzi ne scrisse davvero uno solo, per il drastico e inoppugnabile motivo che poi morì. Wuthering Heights, inizialmente bollato dai critici come il rozzo sforzo di un illetterato giovanotto dello Yorkshire, fu un successo colossale – in parte forse proprio per le corrispondenze tra l’autrice e i suoi personaggi: una giovane donna solitaria e ostinata, con due sole passioni: la desolazione ventosa delle brughiere e le sue storie… A questa immagine di Emily contribuì non poco Charlotte, che descrisse l’adorata e defunta sorella alla sua prima biografa, Mrs. Gaskell in termini alquanto idealizzati. Ed ecco Emily, the wild child of genius and nature, col suo capolavoro perfettamente spontaneo e irripetibile. Tutto molto romantico, ma leggendo lettere e diari ci si fa l’idea di una ragazza un nonnulla bisbetica, chiusa nel suo mondo immaginario oltre ogni ragionevolezza – per non parlare del fatto che WH fu preceduto da una quantità di scritti giovanili e di poesia. Leggenda e Mrs. Gaskell vogliono che Emily stesse lavorando a un secondo romanzo, il cui manoscritto incompiuto bruciò poco prima di morire. Affascinante ipotesi, ma chi può dire? 379px-Spanish-tragedy.gif

Diverso è il caso di Thomas Kyd, di cui può esserci ogni numero di opere, solo che non lo sappiamo. Thomas Kyd, vedete, era un drammaturgo elisabettiano (e sì: sapevate che saremmo arrivati a queste latitudini storiche, presto o tardi). Kyd era un contemporaneo degli University Wits senza essere uno di loro. Figlio di uno scrivano e in tutta probabilità scrivano a sua volta, non andò mai (gasp!) all’Università e, per quanto ne sappiamo, scrisse una sola tragedia – ma non una qualsiasi. Hieronimo, or The Spanish Tragedy, è la madre di tutte le storie di vendetta elisabettian-giacobine, un affare turgido e truculento come pochi, e un campione d’incassi a suo tempo… E poi che accadde? Possibile che l’uomo capace di travolgere le scene londinesi in questa maniera si fermasse lì…? Be’, poi accadde Marlowe, autore migliore e amico pericoloso – visto che le torture subite nel corso dell’inchiesta sul terribile Kit condussero Kyd a una morte prematura nel 1594. E con la morte venne l’oscurità: non ci ricorderemmo nemmeno di lui, se non fosse per le carte del processo Marlowe e se, a fine Settecento, uno studioso inglese non avesse scovato un’unica e postuma attribuzione secentesca della Spanish Tragedy. Ed è più forte di me: non so scrivere del povero Kyd se non in questi toni vagamente funerei. In realtà ci sono tentativi di attribuirgli altre opere, ed è difficile pensare che non abbia mai collaborato con altri o modificato lavori altrui, ma si sa come va con le attribuzioni elisabettiane, vero? Per tutti quelli che si ricordano di lui, Kyd è solamente l’uomo della Spanish Tragedy.

Manzoni.jpgDi Manzoni, per contro, sappiamo tutto, ma siamo sinceri e brutali: chi si floccipende granché della Storia della Colonna Infame, degli Inni Sacri, del Conte di Carmagnola e anche dell’Adelchi? Sì, tutti abbiamo studiato a memoria Il Cinque Maggio e abbiamo “Ei fu…” piantato tra i lobi come un riflesso automatico, ma in realtà Don Lisander è l’uomo dei Promessi Sposi, pilastro della letteratura nazionale dalle molteplici edizioni, grondante acqua dell’Arno, croce e delizia di generazioni di ginnasiali. Oltretutto, è davvero l’unico romanzo del suo autore, per cui la definizione regge più che in altri casi. carlo collodi, pinocchio

Per esempio ben più che per Collodi, che tutti ricordano solo per Pinocchio, ma che in realtà scrisse treni merci di altra roba. Epperò alzi la mano chi ha mai letto titoli come Il Regalo del Capo d’Anno o La Lanterna Magica di Giannettino… Suppongo che sia un po’ come per quegli attori che interpretano un film di enorme successo e poi non riescono più a scrollarsi di dosso quel ruolo, à la Mark Hamill, per dirne uno.

emily brontë. cime tempestose,manzoni,i promessi sposi,thomas kyd,the spanish tragedy,collodi,pinocchio,pat o'sheaE poi può esserci il caso di gente che, nel bel mezzo di una carriera senza lampi, produce una singola gemma. Vi ricordate di Pat O’Shea, l’Irlandese che scrisse La Pietra Del Vecchio Pescatore? Ecco, Pat O’Shea le provò tutte: era una mediocre autrice teatrale, non combinò nulla come autrice televisiva, produsse un certo numero di racconti senza lode e senza infamia e non riuscì mai a pubblicare il suo romanzo a fumetti. Però poi cominciò a lavorare su un romanzo per bambini basato sui miti irlandesi. Non perché volesse pubblicarlo in particolare – a quello credeva di avere rinunciato – ma perché voleva farlo, per se stessa e per i suoi. E ci lavorò per 13 anni, e alla fine il risultato fu il meraviglioso, incantato, poetico The Hounds of the Morrigan, ovvero La Pietra Del Vecchio Pescatore, uno dei più bei romanzi fantasy che abbia mai letto. Nonché un bestseller internazionale, se ve ne ricordate. E poi, in una svolta à la Emily Brontë, anche la povera Pat O’Shea morì mentre scriveva un seguito – però senza bruciarlo.

Insomma, non sarebbe stata un’autrice di un solo libro, se ne avesse avuto il tempo, e non è che non ci avesse mai provato prima. Lo stesso vale per Emily. E il povero Kyd in tutta probabilità non lo era affatto, né lo erano Collodi e Manzoni, o tutti quegli autori che pur conosciamo per un titolo solo, come Lady Caro Lamb per Glenarvon, o Mary Shelley per Frankenstein

Perché il fatto è, io credo, che nessuno si sveglia una mattina, scrive una gemma di libro out of the blue, depone la penna e non ci pensa più per il resto della sua vita. Per scriver gemme bisogna avere prima scritto molto vetro colorato, e dopo aver scritto una gemma, chi non vorrebbe scriverne altre?

Ex nihilo nihil fit, non credete?

libri, libri e libri

Neither A Borrower Nor A Lender Be

libri, prestiti, prestare libri, lettureNon so più in quale puntata di Downton Abbey (bellissima serie, a proposito: l’avete vista?), il conte di Grantham informa il neoassunto autista irlandese con aspirazioni intellettuali che può prendere a prestito i libri che vuole dalla biblioteca, a patto di segnare tutto sull’apposito registro.

Mi par di capire che le cose con l’autista sfuggiranno un tantino al controllo di Lord Grantham, ma il principio di tenere un registro dei prestiti mi sembra molto, molto, molto saggio. Quante volte mi sono ripromessa di fare altrettanto? Innumerevoli. L’ho mai fatto? No – e ne ho pagato le conseguenze, alas.

Forse sarà bene che cominci col dire che a mia volta non sono del tutto senza biasimo. Ho ancora il Baudolino prestatomi dal mio avvocato l’estate scorsa – e non ne ho ancora letto una pagina; sto avanzando con criminale lentezza attraverso un’intera borsa di prestiti da parte di P. – ne ho restituita una parte man mano che leggevo, ma il bulk è ancora qui e comincio a sentirmi una bestiolina); ho ritrovato una grammatica tedesca che non deve essere mia, ma non ho idea di chi me l’abbia prestata: o Prestatore Anonimo e Paziente, se leggi qui, batti un colpo e riavrai la tua grammatica. E, se ti consola, sappi che il karma funziona e son punita.

Una volta, quand’ero una piccola ginnasiale ingenua, prestai Ivanhoe a un compagno di classe che, a differenza della sottoscritta, studiava Inglese. Ci ero affezionata – a parte tutto, era il libro su cui, a dodici anni, avevo tentato il mio primo esperimento di riduzione teatrale*. Non l’ho mai più rivisto. Immagino che il mio compagno di scuola l’abbia perso, perché nel corso degli anni di Liceo glielo richiesi più di una volta, senza esito alcuno. E per di più non doveva essergli servito a granché per l’interrogazione: all’epoca non lo sapevo, ma si trattava di una versione abbreviata e ridotta, circa un quinto rispetto al librone scottiano.

A volte invece c’è il lieto fine. Ero in III Liceo quando, durante una lezione di matematica, ricevetti un bigliettino che diceva così: Cara Chiara, se per caso ti chiedevi dove fossero finite le tue Ultime Lettere di Jacopo Ortis, sappi che le avevo io. So che ti ho detto di no quando me l’hai chiesto, ma ero davvero convinta. Invece le avevo: le ha trovate ieri mio padre riordinando la libreria. Adesso le ho dimentcate a casa, ma domani te le porto. S. Nonostante le premesse poco incoraggianti, riebbi davvero il mio libro – che avevo dato per perso – e, come Miss Prism nel vedersi restituire la borsa da viaggio, fui molto soddisfatta di riaverlo.

Poi c’è la gente che ti chiede in prestito “un libro per il viaggio”. Pericoloso. In questa maniera, un amico dei miei lasciò in un albergo siciliano la mia copia de L’Amico Ritrovato di Uhlman. Me lo ricomprò in una traduzione diversa e che mi piace meno, ma come si fa? Dopodiché dovevamo essere recidivi entrambi: un paio d’anni più tardi, il signore in questione tornò in Sicilia e di nuovo mi chiese di prestargli “un libro per il viaggio.” Per qualche motivo, gli permisi di portare via con sé una raccolta di drammi di Schiller. Indovinate un po’? Anche Schiller rimase in Sicilia, e per di più il prestatario disse di averlo trovato una lettura noiosissima. A titolo di scuse ebbi una scatola di caramelle – poi ricomprai i singoli drammi uno per uno. Il Don Carlos è di seconda mano, un’edizioncina bigia della BUR con un ex libris che lo dichiara scampato a non so più quale alluvione del Ticino.

Questi, devo ammetterlo, sono casi in cui un registro dei prestiti non sarebbe stato di nessun aiuto: so benissimo chi è il colpevole (e la seconda volta ammetto concorso di colpa…). Ben diversa è la faccenda di una delle mie numerose edizioni di Lord Jim, che prestai e dimenticai di avere prestato. Quando mi accorsi della sua mancanza, non ricordavo più chi avessi cercato di evangelizzare… Passarono sei o sette anni e poi una sera, ospite a cena, mi ritrovai a scorrere i titoli nella libreria della padrona di casa, fino a imbattermi in una copia di Lord Jim che aveva qualcosa di famigliare. In un altro momento à la Miss Prism, aprii, rigirai e sfogliai, riconoscendo qua una macchia di limonata, là le mie iniziali incise sulla chiusura… Fu nel bel mezzo di questa agnizione che la padrona di casa piombò su di me. “Quello lì? Non ti fai idea di che libro palloso sia. Non l’ho mica comprato io, me l’hanno prestato, non so più chi. Ho letto due pagine e poi non…” E a questo punto una scintillina di riconoscimento cominciò a balenarle in fondo alle pupille.** “Te l’ho. Prestato. Io,” dissi con un’ombra di gelo. “È. Mio. Lo. Cerco. Da. Anni.” Ammetterete che un registro dei prestiti avrebbe risparmiato patemi e imbarazzi a tutti quanti.

Fu in seguito a questo incidente che mia nonna mi regalò un bellissimo timbro a secco che permette d’imprimere le mie iniziali in alto a destra sul risguardo. L’idea era ottima, peccato che l’abbia messa in pratica solo in parte. Il fatto è che non mi sono mai saputa indurre a timbrare sistematicamente a secco varie migliaia di volumi… Non più di quanto mi sia saputa indurre ad avviare un registro dei prestiti.

E dunque? Non c’è soluzione per la gente non sistematica? Non saprei. Il mio metodo è quello di essermi fatta più selettiva nei prestiti. Mi piace molto prestare libri, ma se ve ne presto è perché ho piena fiducia in voi***. Per contro, ho smesso di chiedere in prestito**** e accetto i prestiti offerti solo in caso di buona confidenza. Chi lo sa – magari aveva ragione Polonio… and all the same, guardate che fine hanno fatto lui e i suoi figli!

E voi? Siete peggiori come prestatori o prestatari? Avete mai distrutto relazioni pluridecennali over a book? Tenete un registro? Avete ideato metodi alternativi? Non prestate per principio? Raccontate, raccontate…

 

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* Ssssì, lo so… Una volta o l’altra ne parleremo.

** No, non eravamo in buoni rapporti. Nemmeno prima dell’incidente LJ. Ripensandoci, non so nemmeno troppo bene perché le avessi prestato il libro. Non era nemmeno una gran lettrice – citava sempre solo Via col Vento e Verdi Colline d’Africa. Li citava solo per titolo. Non sono affatto certa che avesse mai letto altro in vita sua. Non sono affatto certa che avesse letto per intero nemmeno quelli. No, che non porto rancore. Come vi salta in mente una domanda simile?

*** Ciò che mi fa venire in mente: O Tu, cui ho prestato una raccolta di novelle di Stephen Crane in lingua originale (you know who you are), le hai ancora, per caso?

**** Definitivamente, dopo la volta in cui, alla persona che mi cantava con insistenza le lodi di The Woman in Black, dissi “Be’, vuol dire me lo presterai.” Risposta: “No.” Levar di sopracciglia e domanda successiva: “Sei di quelle sagge persone che non prestano mai libri?” Risposta: “No.” Er…

gente che scrive · libri, libri e libri

E Poi C’è Kipling

rudyard kipling, bibliografia, link, traduzioniUltimo genetliaco letterario di dicembre: oggi Rudyard Kipling compirebbe 146 anni.

Come al solito, qualche link e, di nuovo, non c’è granché in Italiano:

Qui la pagina dedicata di LiberLiber/Progetto Manuzio, che per una volta mi delude un po’: solo il Libro delle Bestie, in una vecchia traduzione.

Per cui ci si rivolge al Project Gutenberg, qui, per gli originali. Unsurprinsingly, c’è più scelta.

Se non avete voglia di scaricare, aggiustare e convertire, qui ci sono parecchie cose (molte raccolte di racconti, in particolar modo): cartacei scannerizzati che si possono leggere online o scaricare in PDF.

Qui c’è un breve audio di Kipling che legge alcuni versi dalla sua France. Non vi viene mai la curiosità di sapere che voce avessero gli scrittori?

Se non avete obiezioni a leggere a schermo, qui c’è pressoché tutto in versione HTML. Qui invece c’è un’opera omnia in PDF scaricabile – anche in versione mobile.

Qui c’è il sito della Kipling Society, pieno di informazioni e immagini.

E se siete interessati alle immagini, qui ci sono le pagine che l’università di Yale ha dedicato a una mostra kiplingiana. C’è anche il podcast di una conferenza.

E per finire, nel tentativo di farmi perdonare questa linkografia quasi solo anglofona, vi segnalo la mia bibliografia ragionata, un PDF scaricabile in cui sono elencate diverse traduzioni italiane recenti: Kipling_ Bibliografia Ragionata.pdf

E sì, lo so: Kipling lo avete letto da bambini, e che palle il Libro della Jungla, e poi era colonialista… Ma siete disposti a fare un esperimento? Dimenticatevi Mowgli e Kim, dimenticate i romanzi in genere, e dimenticate anche i giudizi di massima. Concedete una possibilità ai racconti e alle poesie. Odds are, credetemi, che scopriate un poeta e narratore sottovalutato – vivido, curioso di tutto, multicolore… Provateci e sappiatemi dire.

libri, libri e libri · Natale

Libri Sotto L’Albero

regali di natale, libri pop-up, robert sabuda, il mago di oz, judith rock, Va bene, parliamo di regali di Natale. Personalmente ho ricevuto varie cose incantevoli – compreso un globo di neve. Credevo che i globi di neve non mi piacessero, ma in questo Natale pervicacemente soleggiato sto apprezzando molto il fatto di avere una piccola nevicata tutta mia – to be had for the shaking.

Globo a parte, tra le varie cose incantevoli c’è un certo numero di libri: regali di natale, libri pop-up, robert sabuda, il mago di oz, judith rock,

The Rhetoric Of Death, di Judith Rock. Un giallo storico ambientato nella Parigi del Seicento, con un giovane precettore gesuita per protagonista. Ne ho letto una recensione ottima, e l’argomento – un equivalente franco-barocco-tersicoreo delle compagnie teatrali di fanciulli elisabettiane – sembra insolito e promettente al tempo stesso.

regali di natale, libri pop-up, robert sabuda, il mago di oz, judith rock, Il Linguaggio Segreto Dei Fiori, di Vanessa Diffenbaugh. Je connais pas trop, ma sono molto attratta dall’idea di qualcuno che non solo organizza la propria vita intorno a un giardino segreto, ma riesce anche a nascondere il giardino in questione nel bel mezzo di un luogo piuttosto pubblico come Potrero Park, a San Francisco. Il fatto che abbia in mente un viaggio negli Stati Uniti* e che il donatore del libro abbia caldeggiato l’inclusione di Frisco tra le mie tappe può avere qualche rilevanza oppure no.regali di natale, libri pop-up, robert sabuda, il mago di oz, judith rock,

Il Meraviglioso Mago Di Oz, di Frank L. Baum. Ma, con tutto il rispetto che nutro per Baum (e non è poco), la vera meraviglia di questo libro consiste nel fatto che è uno dei capolavori pop-up di Robert Sabuda. un arnese di stupefacente, dettagliatissima, fiabesca bellezza.

Quindi adesso voglio mettermi a collezionar globi di neve e libri pop-up, ma intanto comincio a leggere – avete presente la felice condizione di essere in vacanza e non avere impegni più gravosi che decidere da quale libro cominciare? Ecco.

1 Gennaio 2012 – ETA. Ma in realtà non era finita. Aggiungo alla lista due doni tardivi: Il Barone Rosso – la storia di Manfred von Richofen, di Joachim Castan, e L’Uccello Beffardo, di Gerald Durrel.

E voi? Che libri avete ricevuto per Natale?

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* Considerando che da tutt’altra persona ho ricevuto un delizioso Travel Journal, comincio a pensare che questo viaggio s’abbia proprio da fare, che dite?

grilloleggente · libri, libri e libri · Natale

Racconto Di Natale

Ibuzzati, racconto di nataleeri, a una serata di beneficenza a Ostiglia, quattro membri di Hic Sunt Histriones hanno letto uno dei miei pezzi buzzatiani prediletti – il Racconto di Natale.

C’è qualcosa nell’andamento fiabesco, nelle descrizioni del palazzo e della cattedrale, nel Dio che aleggia sui campi, nelle luci di taglio nella nebbia, che mi dà i brividi ogni volta che lo leggo o che lo sento leggere. Tra le altre cose, un dono delle atmosfere: chi altri sarebbe stato capace di fare delle vecchie bisce bianche un elemento perfetto nel quadro di quiete misteriosa e contenta nella notte di Natale in Duomo?

Ma non state a badare ai miei rimuginamenti: leggetelo.

RACCONTO DI NATALE

di Dino Buzzati

Tetro e ogivale è l’antico palazzo dei vescovi, stillante salnitro dai muri, rimanerci è un supplizio nelle notti d’inverno. E l’adiacente cattedrale è immensa, a girarla tutta non basta una vita, e c’è un tale intrico di cappelle e sacrestie che, dopo secoli di abbandono, ne sono rimaste alcune pressoché inesplorate. Che farà la sera di Natale – ci si domanda – lo scarno arcivescovo tutto solo, mentre la città è in festa?…

Il resto lo trovate qui.