considerazioni sparse · grilloparlante · lostintranslation

Al Tempo in cui la Peste Filava

Rant ahead, vi avverto.

O forse non è nemmeno un rant – più che altro una sconsolata considerazione…

anno-nuovoA volte capita che vi augurino un prosperoso anno nuovo – e voi, considerando i chiletti che avete messo su durante le feste, siete tentati di domandarvi se l’auguratore stia facendo dello spirito… E invece no, nella maggior parte dei casi è solo che l’auguratore non distingue fra “prosperoso” e “prospero.”

Ed è già abbastanza doloroso così – e naturalmente non avete cuore di correggere il benintenzionato, così ringraziate e sorridete, ingoiando tant0 l’ilarità quanto la lieve amarezza…

Poi vi capita di riprendere in mano un libro, e di doverne leggere un pezzo ad alta voce in pubblico – e notate per la prima volta che il traduttore (che pure in generale ha fatto un buon lavoro) ci è caduto a sua volta, e a Pera i Genovesi hanno un prosperoso quartiere commerciale.

E lì per lì v’interrompete con un sussulto, e scoppiate a ridere, e fate ridere il vostro pubblico – ma in

Talmente prosperosa che è grande quasi come mezza Città...
Talmente prosperosa che è grande quasi come mezza Città…

realtà ci risiamo, ed è doloroso. Molto più doloroso degli auguri di buon anno, perché un traduttore, cielo benedetto, è qualcuno che con le parole, con la precisione semantica, con la differenza tra una parola e l’altra, ci lavora tutti i giorni, e ci vive, e ci respira. E sì, vi dite che che lo svarione è sempre in agguato, che ci si distrae, che l’originale inglese, prosperous, è un’autostrada a quattro corsie verso il disastro… D’altra parte, il libro è stato tradotto e pubblicato decenni orsono, quando si supponeva che le case editrici (e questa è – o almeno era – una casa editrice seria) facessero passare un testo sotto più di un paio d’occhi professionali prima di mandarlo in stampa… E invece nessuno se n’è accorto, e Pera è diventata un prosperoso quartiere commerciale.

E sì, è una perla editoriale come tante altre – ma per essere sinceri, vi viene la tentazione di mettervi a un angolo di strada trafficato e fermare i passanti e chiedere loro la differenza tra prospero e prosperoso – e avete ogni genere di sconfortanti misgivings in proposito.

Poi vi dite che siete dei terribili snob – e per un po’ vi domandate se questo debba rinfrancarvi, finché non sentite un telegiornalista confondere le file e le fila… E non è come se fosse la prima volta che capita. Sarà pur vero che, a suo tempo, la televisione ha insegnato l’Italiano agli Italiani, ma si direbbe che abbia abdicato un tantino al compito, a giudicare dalla frequenza di gente televisiva

Attenti alla peste...
Attenti alla peste…

cui pare che le file (dell’esercito)* e le fila (della situazione) siano allegramente intercambiabili…  Adesso non mi trattengo dal citare una reminiscenza ginnasiale: “La peste filava tra le strisce dell’esercito imperiale”, disse una volta qualcuno che non avrebbe dovuto dire nulla del genere – ma questo scampolo di glorioso nonsense era chiaramente un lapsus, mentre fila/file è uno scivolamento per disinteresse, temo.

Perché questa – questa è la cosa più dolorosa di tutte. Molto, molto peggio di prospero/prosperoso: la sensazione che a un sacco di gente non interessi poi troppo che le file non siano le fila, e viceversa… Che non valga la pena di scoprire e imparare la differenza. Che sia più o meno lo stesso. Più o meno.

E ve l’avevo detto: è tutto molto sconsolato. È una forma (non letale) di peste che striscia tra le file italofone. O forse fila fra le strisce – in fondo è più o meno lo stesso, giusto?

 

lostintranslation · Poesia

Febbre di Mare

3923894215_20aa1d139f_oSiccome sono al mare, e siccome pur avendovi parlato di John Masefield non credo di avervi mai messi a parte di Sea Fever, lo faccio adesso:

In Inglese…

I MUST go down to the seas again, to the lonely sea and the sky,
And all I ask is a tall ship and a star to steer her by,
And the wheel’s kick and the wind’s song and the white sail’s shaking,
And a gray mist on the sea’s face, and a gray dawn breaking.

I must down go to the seas again, for the call of the running tide
Is a wild call and a clear call that may not be denied;
And all I ask is a windy day with the white clouds flying,
And the flung spray and the blown spume, and the sea-gulls crying.

I must go down to the seas again, to the vagrant gypsy life,
To the gull’s way and the whale’s way, where the wind’s like a whetted knife;
And all I ask is a merry yarn from a laughing fellow-rover,
And quiet sleep and a sweet dream when the long trick’s over.

E traduzione funzionale:

Devo tornare al mare. Il mare solitario e il cielo,
E non chiedo altro che una nave a vela, e una stella per orientarmi,
E lo scatto del timone, e il vento che canta, e il tremito della vela,
E la grigia foschia sul volto del mare, e lo spuntar dell’alba grigia.

Devo tornare al mare, perché la marea mai ferma chiama
Ed è un richiamo alto e selvaggio a cui non si resiste.
E non chiedo altro che un giorno di vento, e nuvole in volo,
E l’aria fitta di gocce e spuma, e il richiamo dei gabbiani.

Devo tornare al mare, alla vita errante da gitano,
La via del gabbiano, la via della balena, dove il vento è un coltello affilato.
E non chiedo che una storia raccontanta da un altro allegro vagabondo,
E un sonno quieto  e buoni sogni quando sarà tutto finito.

In realtà avevo già tradotto – e decisamente meglio – questa poesia ai tempi di Acqua Salata e Inchiostro, ma naturalmente adesso non ho il testo al seguito, per cui per ora accontentatevi di questo. Appena torno a casa modifico.

E avrei potuto fare questo post a casa, vero? Sì, avrei potuto, ma mi è preso l’uzzolo di farlo qui, dove girandomi appena posso vederlo davvero, il mare .

Occorre considerare che Masefield, da giovanissimo allievo sottufficiale nella Merchant Navy, fece un viaggio transatlantico e mezzo e poi disertò perché soffriva di nausee così terribili e paralizzanti che non era certo di sopravvivere a un’altra traversata arrampicato a riva. Lì terminò la sua carriera navale, e quando scrisse Sea Fever non vedeva una nave da almeno quindici anni – né l’avrebbe vista più. E allora ecco questa poesia diventa una specie di inno per tutti coloro che il mare lo amano più in teoria che in pratica.

Quelli che leggono storie di mare una dopo l’altra, e poi stanno male sul materassino. Quelli che, alla fin fine, il mare sono fatti per desiderarlo standosene a riva.

elizabethana · Kipling Year · lostintranslation

Idea Volante

GloE non lo so… Mi prude un uzzolo. Una di quelle idee – quelle cose per cui in realtà ci vuol più tempo di quanto ne abbia, e avrei potuto pensarci prima, e va’ a sapere. E tuttavia…

Devo meditarci con cura – ma intanto, a titolo di assaggio… Ricordate Rewards and Fairies – il seguito di Puck of Pook’s Hill? Ricordate la Regina Bess? Continuo a promettere che ne parleremo – e in effetti ne parleremo – ma intanto, come dicevo, a titolo di assaggio, perché non mettere qui uno scampolo di traduzione?

Il racconto è Gloriana, Dan e Una sono i piccoli protagonisti cui Puck il Folletto consente di incontrare… be’, la Storia d’Inghilterra – con tutte le maiuscole del caso. E la signora misteriosa… State a vedere:

 

Willow Shaw, il boschetto recintato dove ci sono i pali accatastati come tende indiane,  era il Regno di Dan e Una fin da quando erano piccoli. Crescendo erano riusciti a tenerlo privato e solo per loro. Persino Phillips, il giardiniere, li avvertiva prima di entrarci a cercare un palo per i suoi fagioli – e il vecchio Hobden non si sarebbe mai sognato di metterci le sue trappole da conigli senza permesso (permesso da rinnovarsi ogni primavera), né si sarebbe mai azzardato a rimuovere dal salice grande il cartello scritto a inchiostro indelebile che diceva “I grandi possono entrare nel Regno solo accompagnati.”

Quindi potete capire l’indignazione di Dan e Una quando, in un pomeriggio ventoso di luglio, mentre andavano a Willow Shaw con delle patate da arrostire alla brace, videro qualcuno che si muoveva tra gli alberi. Saltarono di furia la staccionata – lasciando cadere metà delle patate, e mentre le raccoglievano, Puck uscì da una delle tende indiane.

“Ah, sei tu, allora,” disse Una. “Pensavamo che ci fosse della gente.”

“Si vedeva che eravate arrabbiati. Si capiva dalle gambe,” rispose lui con un sorriso largo.

“Insomma, è il nostro Regno – a parte te, si capisce.”

“È un po’ per questo che sono qui. C’è una signora che vuole vedervi.”

“A che proposito?” domandò cautamente Dan.

“Oh, Regni e cose così. È una che se ne intende, di Regni.”

C’era una signora vicino alla staccionata, vestita con un mantello lungo e scuro che lasciava vedere solo le scarpe dai tacchi alti e rossi. Aveva la faccia coperta per metà da una maschera di seta nera, con le frange e senza occhialoni – ma non aveva per niente l’aria di un’automobilista.

Puck accompagnò i bambini da lei, e s’inchinò solennemente. Una fece, meglio che poteva, la riverenza che aveva imparato a lezione di danza. La signora fece a sua volta una riverenza bassa, lenta, che le fece gonfiare il mantello.

“Poiché sei, a quanto sembra, la Regina di questo Regno,” disse, “non posso far di meno che riconoscere la tua sovranità.” E si voltò di scatto verso Dan che la fissava. “E tu che hai in testa, ragazzo? E le buone maniere?”

“Stavo pensando a che riverenza meravigliosa avete fatto,” rispose lui.

La signora diede una risata un po’ stridula. “Così giovane e già un cortigiano. E tu sai qualcosa di danza, fanciulla – o dovrei dire Regina?”

“Ho preso qualche lezione, ma in realtà non so danzare per niente,” disse Una.

“E allora dovresti imparare.” La signora fece un passo avanti, come se volesse insegnarle all’istante. “Quando una donna è sola in mezzo a degli uomini o a dei nemici, danzare le lascia il tempo di pensare a come può vincere – o perdere. Una donna può lavorare soltanto in quella che agli uomini sembra l’ora dello svago. Ah!” Sospirò, e sedette sull’arginello.

Il vecchio Middenboro, il pony che tirava la falciatrice, venne trotterellando attraverso il pascolo e si appoggiò alla staccionata con aria malinconica.

“Un grazioso Regno,” disse la signora, guardandosi attorno. “Ben difeso. E come lo governa la tua Maestà? Chi è il tuo Ministro?”

Una non capiva bene. “A quello non ci giochiamo,” disse.

“Giocare?” la signora levò le mani con una risata.

“È di tutti e due insieme,” spiegò Dan.

“E non litigate mai, giovane Burleigh?”

“Qualche volta, ma non lo diciamo a nessuno.”

La signora annuì. “Io non ho marmocchi, ma so come si tengono i segreti tra Regine e Ministri. Oh se lo so, ay de mi! Ma, senza mancar di rispetto alla presente Maestà,  questo regno mi sembra piccolino, una preda facile per uomini e bestie. Per esempio,” e indicò Middenboro, “quel vecchio cavallo là, con quella faccia da frate spagnolo – non sconfina mai?”

“Non ci riesce. Il vecchio Hobden ci chiude tutti i passaggi,” disse Una, “e noi gli lasciamo prendere i conigli nel bosco.”

La signora rise come un uomo. “Capisco! Hobden si piglia i conigli, e vi tien salde le vostre difese. E lui ci guadagna, con i conigli?”

“Non gliel’abbiamo mai chiesto,” disse Una. “Hobden è un nostro grande amico.”

“Oh senti-senti!” esclamò stizzosamente la signora. Poi rise. “Ma dimentico che è il vostro regno. Una volta conoscevo una signorina che ne aveva da difendere uno più grande di questo – e nemmeno lei faceva domande ai suoi uomini, fintanto che le tenevano chiusi i passaggi nelle staccionate.”

“Anche lei cercava di coltivare dei fiori?” chiese Una.

“No, degli alberi. Alberi fatti per durare. I suoi fiori appassivano tutti. “ La signora appoggiò la guancia su una mano.

“Succede, se non li si cura bene. Noi qualche fiore l’abbiamo. Vi piacerebbe vederli? Ve ne raccolgo un po’.” Una corse alla macchia d’erba alta nell’ombra dietro la tenda indiana e ritornò con una manciata di fiori rossi. “Visto che belli?” disse. “Sono Malcolmie della Virginia.”

“Virginia?” la signora li sollevò all’altezza della frangia della sua maschera.

“Sì, è da lì che vengono. La vostra signorina non ne ha mai piantati?”

“No, lei no – ma i suoi uomini si avventuravano per tutta la terra a raccogliere e piantare fiori per la sua corona. Pensavano che lei ne valesse la pena.”

“Ed era così?” domandò allegramente Dan.

Quien sabe? Chi lo sa? Ma almeno, mentre i suoi uomini faticavano in terre lontane, lei faticava in Inghilterra, così che avessero un posto sicuro in cui tornare…”

 

…E naturalmente prosegue – e per essere una storia per bambini è singolarmente dura, con Elisabetta che discute del peso della corona e delle dure necessità associate… Ma seguito a dire che Kipling è un autore a bassissimo tasso di saccarina.

Magari andrò avanti – non so. Molto dipende dalla mia capacità di resistere agli uzzoli e – francamente – dall’insonnia. Staremo a vedere, eh?

Kipling Year · lostintranslation · Poesia

Lo Specchio

R&FSapete che cosa succederebbe se vi pungesse vaghezza di cercare in rete qualche poesia di Kipling tradotte in Italiano? No? Be’, ve lo dico io: trovereste una fila di traduzioni di If, una o due traduzioni di The White Man’s Burden – e basta.

Vale a dire Se, conosciuta come “la lettera al figlio” – la poesia che generazioni di rimandati a settembre hanno ricevuto a titolo di consolazione da qualche genitore, fratello, sorella, parente o amico – e Il Fardello dell’Uomo Bianco, cioè i versi che tanti citano senza conoscerli, per provare che Kipling era un bieco razzista.

Insomma, ci risiamo: l’autore per fanciulli, oppure il malvagio imperialista – e da lì è difficile uscire.

Vuol dire che, nel corso dell’anno, proveremo a riparare un pochino, mettendo qui una poesia ogni tanto, con una… be’, chiamiamola una traduzione funzionale, volete? Perché di poesie Kipling ne ha scritte ben più di due. Ne ha scritte un sacco. Tra l’altro, aveva l’abitudine di premetterne una a ogni racconto in molte delle sue numerose raccolte, e il rapporto tra poesia e racconto di solito è interessante, perché l’una getta una luce leggermente diversa sull’altro, e l’altro racconta un possibile lato della storia sottintesa nell’una.

Stasera cominciamo con The Looking-Glass, ovvero Lo Specchio – che fa da epigrafe al racconto Gloriana, tratto da Rewards and Fairies.

Prima il testo originale, sottotitolato A Country Dance – cioè Una Danza Campagnola:

Queen Bess was Harry’s daughter. Stand forward partners all!

In ruff and stomacher and gown
She danced King Philip down-a-down,
And left her shoe to show ‘twas true –
(The very tune I’m playing you)
In Norgem at Brickwall!

The Queen was in her chamber, and she was middling old.
Her petticoat was satin, and her stomacher was gold.
Backwards and forwards and sideways did she pass,
Making up her mind to face the cruel looking-glass.
The cruel looking-glass that will never show a lass
As comely or as kindly or as young as what she was!

Queen Bess was Harry’s daughter. Now hand your partners all!

The Queen was in her chamber, a-combing of her hair.
There came Queen Mary’s spirit and It stood behind her char,
Singing “Backwards and forwards and sideways may you pass,
But I will stand behind you till you face the looking-glass.
The cruel looking-glass that will never show a lass
As lovely or unlucky or as lonely as I was!”

Queen Bess was Harry’s daughter. Now turn your partners all!

The Queen was in her chamber, a-weeping very sore.
There came Lord Leicester’s spirit and It scratched upon the door,
Singing “Backwards and forwards and sideways may you pass,
But I will walk beside you till you face the looking-glass.
The cruel looking-glass that will never show a lass,
As hard and unforgiving or as wicked as you was!”

Queen Bess was Harry’s daughter. Now kiss your partners all!

The Queen was in her chamber, her sins were on her head.
She looked the spirits up and down and statelily she said: –
“Backwards and forwards and sideways though I’ve been,
Yet I am Harry’s daughter and I am England’s Queen!”
And she saw her day was over and she saw her beauty pass
In the cruel looking-glass, that can always hurt a lass
More hard than any ghost there is or any man there was!

E adesso, traduzione:

Bess regina era figlia di Harry. Avanti, ballerini!

In abito, gorgiera e pettorina
Danzò con Re Filippo, tra-la-la,
(Questa stessa melodia!)
E per prova lasciò una scarpetta
A Brickwall House, a Norgem.

La Regina era nella sua stanza ed era vecchiotta,
In sottoveste di raso e pettorina d’oro,
E indietro e avanti e di qua e di là camminava,
Prima di decidersi a guardare nello specchio crudele,
Lo specchio crudele che non mostrerà mai più
La fanciulla graziosa e gentile e giovane che fu.

Bess Regina era figlia di Harry. Ballerini, datevi la mano!

La Regina era nella sua stanza, occupata a pettinarsi
E lo spirito della Regina Maria venne a mettersi dietro la sua sedia,
Cantando: “Indietro, avanti, di qua e di là cammina,
Ma io staro qui dietro finché non guardi nello specchio,
Lo specchio crudele, che non mostrerà mai
La bella fanciulla infelice e solitaria che io fui.”

Bess Regina era figlia di Harry. Ballerini giratevi attorno!

La Regina era nella sua stanza e piangeva forte
E lo spirito di Lord Leicester venne a grattare* alle porte.
Cantando: “Indietro, avanti, di qua e di là cammina,
Ma io camminerò con te finché non guardi nello specchio,
Lo specchio crudele, che mai non mostrerà
Una fanciulla più dura e inflessibile, e piena di crudeltà.

Bess Regina era figlia di Harry. Ballerini, baciatevi adesso!

La Regina era nella sua stanza, e si sentiva i suoi peccati sul capo.
Guardò per bene gli spiriti e, a testa ben alta, disse:
“Indietro e avanti e di qua e di là cammino,
Ma son figlia di Harry, e Regina d’Inghilterra!”
Così guardò nello specchio – e quel che d’altro c’era –
E vide che il suo tempo era al termine, e la sua bellezza svaniva
Nello specchio crudele, sempre capace di ferire una fanciulla
Più di ogni fantasma che sia o di ogni uomo che sia stato.

Ve l’avevo detto: traduzione funzionale e niente di più – e scommetto che la poesia non è quel che vi aspettavate. Un po’ si deve al fatto che quando vedo qualcosa di elisabettiano non resisto, e un po’ volevo introdurvi a una caratteristica di Kipling poeta e narratore: il gusto di giocare con forme e linguaggi. Qui Kipling voleva riprodurre andamento e colore di una ballata elisabettiana, per l’appunto, perché questo gli serviva. Altrove riproduce la parlata dei soldati semplici, il gergo anglo-indiano, la voce delle macchine – in una varietà notevole.

Di Rewards and Fairies parleremo presto, come di diverse altre raccolte.

_____________________________

* No, non è una cosa da fantasmi. Sono i pittoreschi tempi in cui, anziché bussare alle porte, si grattava.

Kipling Year · libri, libri e libri · lostintranslation

Cominciamo

RKipling.jpgSì – cominciamo, volete?

Il 2015 è l’anno di Kipling. Milleottocentosessantacinque – Duemilaquindici fanno centocinquant’anni dalla nascita, e quindi quest’anno ne parleremo parecchio.

Rudyard Kipling, narratore angloindiano – nell’Ottocentesco senso di Inglese nato/vissuto in India, da noi è conosciuto poco e male. Per il Libro della Giungla, per Kim, per Se – e come bieco imperialista, razzista eccetera eccetera.

Ebbene, no.

Kipling amava l’India, ne era infinitamente curioso, la capiva. Certo, la capiva come un uomo del suo tempo e del suo contesto culturale, but still. E poi c’è altro. C’è l’Inghilterra con la sua storia, ci sono i viaggi, ci sono i miti, c’è il prezzo dell’arte, c’è la Prima Guerra Mondiale, c’è un po’ di steampunk, ci sono i fantasmi e i mostri marini, ci sono le navi, i treni, gli aerei, ci sono i soldati, i costruttori di ponti, la paura e la meraviglia…

Io il “vero” Kipling vi suggerirei di andarlo a cercare nei racconti, più che nei romanzi, e nelle poesie – al di là di Se. Ne parleremo, ne parleremo parecchio.

E a questo punto arriva la domanda sensata: dove si trova da leggere tutto ciò di cui parleremo?

Be’, in Inglese non ci sono particolari problemi. Una capatina al Project Gutenberg rivela una ricca pagina kiplingiana.

Ma in Italiano, o Clarina?

Ecco, qualche anno fa avevo messo insieme una Piccola Bibliografia Ragionata delle opere di Kipling tradotte in Italiano. È in formato PDF, così da poter essere scaricata, stampata, portata in libreria, spedita per posta elettronica o tradizionale, fatta circolare, piegata in barchette di carta, lanciata in mare in una bottiglia… a piacer vostro.

È divisa in quattro sezioni: Raccolte di Racconti, Racconti Singoli, Poesie, Lettere e Reportages. È ragionata, nel senso che i titoli riportano indicazioni di lettura. Naturalmente si tratta di opinioni. Ho volutamente omesso i romanzi e tutto ciò che ha a che fare con i Libri della Giungla, perché la mia tesi è che quelli sono fin troppo conosciuti. In fondo, l’idea di quest’anno è quella di scoprire il Kipling trascurato e sconosciuto, giusto? Per la stessa ragione, adesso che mi viene in mente, non troverete indicazioni sulle Storie Proprio Così. E per ora mi sono limitata alle edizioni posteriori al 199o, nella vaga speranza che siano ancora reperibili in libreria – ma questo limita molto la scelta. Come vi dicevo, Kipling in Italia è poco frequentato.

Mano a mano che parleremo di vari titoli, vi indicherò anche le edizioni precedenti – e magari le biblioteche in cui sono reperibili, nello spirito di un incoraggiamento al prestito interbibliotecario – ma in realtà la cosa migliore è e rimane leggere in originale. Anche perché francamente non conosco la maggior parte delle traduzioni segnalate (con un paio di eccezioni indicate). E a proposito, se e quando leggerete, indicazioni e commenti sulla qualità delle traduzioni saranno i benvenuti.

Enfin, ad ogni anniversario letterario io spero sempre in nuove traduzioni, nuove edizioni… L’esperienza mi ha insegnato che non sempre funziona così – ma come dice Carmen a Escamillo, sperare è sempre dolce e non è mai proibito. Cercherò di segnalarvi eventuali novità in proposito – ma voi fate altrettanto se vi capita qualcosa sotto gli occhi, volete?

E adesso… Kipling_ Bibliografia Ragionata.pdf

Buona lettura, e sappiatemi dire!

Lingue · lostintranslation · televisione

Parliamo Di Pronuncia

L’esistenza della Pronunciation Unit della BBC l’ho scoperta negli anni Ottanta, da un articolo di Luca Goldoni pubblicato in una raccolta intitolata, se ben ricordo, Fuori Tema.

PronUnAll’epoca, diceva Goldoni, si trattava di una stanza in cui lavoravano quattro ragazzi armati di fax, telefoni e una parete di dizionari. Lo speaker, giornalista o conduttore che doveva pronunciare un nome straniero e non sapeva come, si rivolgeva alla PU, e ne riceveva rapidamente lumi. Quel che non si sapeva, si chiedeva.

Brillante nella sua semplicità, diceva Goldoni. Perché non dotare anche la RAI di qualcosa del genere? Perché lasciare la pronuncia delle parole straniere, nel migliore dei casi, all’iniziativa personale? C’era gente rigorosa come Lilli Gruber che, nel dubbio, telefonava al consolato rilevante. E poi c’era gente che improvvisava in criminale allegria – hence perle quali l’armistizio di Chèssibol – che, ironia delle ironie, in realtà non è nemmeno una parola straniera. Forse, se avesse avuto una Pronunciation Unit cui chiedere, il perpetratore si sarebbe accorto del disastro prima di commetterlo?

E questi erano gli anni Ottanta. Adesso come funziona?

Alla BBC la Pronunciation Unit c’è ancora – e ha, semmai, l’aria di essersi ingrandita. Partendo dall’assunto che le pronunce usate in BBC devono essere accurate e coerenti, uno staff di professionisti offre assistenza su tutte le lingue – gratuita anche per i produttori indipendenti che lavorano per la BBC. La faccenda è semplice: il giornalista o produttore (interno o esterno) presenta la sua richiesta per telefono, fax, posta o email – e riceve risposta a voce o per iscritto in uno a scelta tra due alfabeti fonetici. In alcuni casi, è possibile avere anche un file audio – e tutti pronunciarono felici e contenti.

Da noi? Oh, non so. DOP

Dal 1969 la RAI pubblica il DOP, Dizionario di Pronunzia e Ortografia, che trascrive foneticamente una quantità di parole italiane e qualcuna straniera. Dal 2008 ne esiste una versione online, dotata di file audio per la pronuncia standard di base toscana, o fiorentino emendato – con qualche margine di manovra per le varianti storiche e geografiche. Dopo sei anni, tuttavia, il sito si presenta ancora come “provvisorio e incompleto”. Ho provato a giocherellare un po’, e ho costatato che molte espressioni straniere, anche quelle di uso più giornalisticamente quotidiano, mancano non solo di file audio, ma anche di indicazioni fonetiche. Va un po’ meglio per i nomi geografici, ma quelli storici sono lasciati all’immaginazione.

Quindi, qualunque sia il suo uso, il DOP non copre le funzioni della Pronunciation Unit di cui pure, a giudicare dalla desolante ricorrenza di piccole gioie come uèlfar, mùntan baik, giobà(c)t e tante altre, ci sarebbe un gran bisogno. O forse magari c’è, solo che non sono riuscita a trovarne traccia… né in rete né nella qualità generale della pronunzia targata RAI. E non parlo di Sanscrito, Swahili o Kirghizo: almeno l’Inglese, almeno le principali lingue europee… non sarebbe bello che chi parla per conto del servizio pubblico le pronunciasse decentemente?

E dire che non costerebbe molto… basterebbe cominciare in piccolo, come alla Beeb* si faceva trent’anni fa: una stanza, quattro ragazzi, una parete di dizionari, qualche computer – e una linea guida: la pronuncia usata in RAI deve essere accurata e coerente.

Eh.

______________________________________________

* Intanto, nulla impedisce che dell’esperienza e dello spirito di servizio della BBC possiamo beneficiare noi, con cose come questi Pronunciation Tips, piccola guida alla (marzianissima, lo ammetto) pronuncia inglese, completa di esempi audio e video, un po’ di teoria, esercizi, test e approfondimenti.

 

lostintranslation · teatro · Vitarelle e Rotelle

Sul Crinale Tra Due Lingue

LocVirgdArco12Quando ho letto questo post su Karavansara, mi sono ricordata della prima, infelicissima stesura di Di Uomini E Poeti.

Sapevo che genere di storia stavo scrivendo, sapevo dove volevo andare a parare, e avevo le idee chiare sul tipo di tono che mi serviva. Solo che non funzionava, non funzionava e non funzionava a nessun patto. La storia più o meno c’era, ma i dialoghi… oh, i dialoghi. Gonfi, rigidi, un tantino arcaici- e così maledettamente seri…

Li provavo ad alta voce, e mi veniva da piangere. Li immaginavo con le voci degli attori, ed era una cosa da sbattere la testa contro il muro.

Infelicità completa.

Anche perché non è come se, in teatro, i dialoghi fossero qualcosa su cui si può sorvolare. Eppure, lo ripeto: avevo perfettamente chiaro il tono che ci voleva – a mezza via tra Robert Bolt e George Bernard Shaw, quella specie di naturalezza amarognola, con le voci ben distinte e, qua e là un lampo di ironia…

E dunque immaginate la Clarina che fissa corrucciata lo schermo, si morde il labbro inferiore e comincia a pensare di avere commesso un errore maiuscolo nell’accettare questa commissione – finché…

Folgorazione!

“E se lo scrivessi in Inglese?”

E adesso figuratevi la Clarina che scrive indefessa e sollevata. Nel giro di un giorno e una notte, la prima stesura era finita – e funzionava molto, molto, molto meglio, e i dialoghi scorrevano, e le voci, e il tono, e tutto era come doveva essere.

Peccato che per metà fosse nella lingua sbagliata, e peccato ancor più maiuscolo che a funzionare fosse soltanto la metà scritta nella lingua sbagliata. Cominciava proprio a sembrare che la mia folgorazione non fosse stata poi delle più brillanti… Ma alla fin fine non c’era molto da fare, se non ricominciare daccapo e riscrivere anche la prima parte – in Inglese. Non tradurre, badate, ma riscrivere – col risultato di ritrovarsi con una stesura e mezza, tutta nella lingua sbagliata. E poi la traduzione, perché non incomprensibilmente committente e compagnia si aspettavano un atto unico in Italiano. E poi le stesure successive. E poi le prove, e poi il debutto, e poi la pubblicazione, e poi il resto più o meno lo sapete.

E però…

Nonostante tutto, il finale di questa storia non è, temo, terribilmente incoraggiante. Almeno da un punto di vista linguistico. Perché resta il fatto che la versione inglese continua a piacermi più di quella tradotta, e il tono che andava così bene in originale, nella traduzione ha perso smalto. I dialoghi son tornati a irrigidirsi un po’, l’ironia è evaporata un nonnulla… è come se non riuscissi a scrivere di Virgilio e di Eneide in Italiano senza ritrovarmi addosso una patina di arcaismo e seriosità.

Scrivere il play in Inglese è stato di qualche soddisfazione. Scriverlo in Inglese e poi tradurlo in Italiano è stato un esercizio un nonnulla frustrante e, in definitiva, di incompleta utilità. Certo, le cose sono migliorate attraverso i passaggi – ma non quanto avrei voluto, e comunque ho mandato in scena una traduzione.

Che devo dire? Da un lato, non è da oggi che voglio rimettere mano a Di Uomini E Poeti – e presto o tardi lo farò. Dall’altro, comincio a pensare che abitare writing-wise sul crinale tra due lingue non sia la più confortevole né la meno frustrante delle soluzioni.

 

 

 

 

Enhanced by Zemanta
elizabethana · libri, libri e libri · lostintranslation · romanzo storico

Il Viaggio di Shakespeare

DaudetPoche cose mi rendono scettica come sentir descrivere un libro in termini di “non succede niente, ma è scritto così bene…” D’altronde, si sa, sono ossessionata dalla fabula. Per cui, se qualcuno mi avesse detto che ne Il Viaggio di Shakespeare di Léon Daudet “non succede quasi niente, ma è scritto così bene…” probabilmente non avrei sfiorato il libro in questione nemmeno con l’orlo della veste.

E avrei fatto malissimo.

Perché ancora non so se davvero non succeda niente (oddìo, fino a pagina 50 non abbiamo fatto molto più che attraversare la manica senza incidenti: non il più fulmineo degl’inizi), ma il linguaggio, il linguaggio… ah, il linguaggio! Gli squarci descrittivi, i personaggi tratteggiati di sghembo, il fluire dei minimi moti dell’immaginazione di Shakespeare! Questo William di vent’anni non pensa davvero: immagina. Non vede direttamente: tutto ciò che guarda passa attraverso la lente distorcente di una fantasia di poeta. E pensieri, mare, vento, ricordi, germi di personaggi si fondono in questo linguaggio iridescente, questa danza di ritmi cangianti. Absolutely dazzling.

Ecco il nostromo deforme, Calibano in boccio: “Solo ai suoi occhi, Fred oscurava l’estasi dorata della natura, il disco infinito, scintillante, azzurro e verde del cielo e dell’acqua confusi. Diventava lo spirito del male e del brutto, il destino rabbioso che sorveglia la culla dei bambini, i semi delgli alberi, i ciottoli che faranno la roccia, presagendo la loro distruzione nel germe stesso delle cose.”

Un temporale, anzi una Tempesta, giusto per movimentare il passaggio: “Il colore del mare era cambiato. Era nero come il cielo, attraversato da mobili strisce d’argento, perché il moto delle onde aumentava. La pioggia cessava di colpo per riprendere poi con maggior violenza e i lampi si succedevano senza tregua, in un frastuono assordante. Come uccelli d’oro, fendevano lo spazio. William ne osservava il volo furioso, la traiettoria fiammeggiante, la nascita, la morte e la traccia postuma del loro passaggio. Qualche volta una mosca azzurra, una scintilla violetta annunciavano questi grandi protagonisti, e lo scarto violento dell’aria sembrava infinito; a volte era un chiarore pallido seguito da un fremito dell’etere. Si manifestava così quella rabbia, cui corrispondeva quella delle onde, scosse, ritorte, attorcigliate, scarmigliate, in lunghe strisce e frange, in forma fantastica di cavalloni, tutta una galoppata di nebbia e di schiuma.”

Sì, lo so: oltre a Shakespeare stesso c’è Victor Hugo, qui, come nume tutelare. E devo dire che la traduzione di Donatella Dini è superlativa: tutto splende, barbaglia, crepita, luccica… devo assolutamente procurarmi l’originale e vedere da che cosa è partita e che cosa ne ha fatto.

La quarta di copertina dell’edizione Robin descrive questo libro come un romanzo picaresco, leggi “collezione d’incidenti”: William viaggerà per l’Europa raccogliendo impressioni destinate a dar vita ai suoi personaggi, e bisognerà vedere se, alla lunga, 365 pagine di questo reggeranno. Per ora, (nel senso della scorsa notte fino alle 3) mi accontento di essere dazzled.

Enhanced by Zemanta
cinema · lostintranslation

Salviamo Il Signor Banks

"Saving Mr. Banks" Photo Opportunity

Così ieri sera sono andata a vedere Saving Mr. Banks.

Mi sono affrettata ad andarci con un’alacrità che per me è insolita, trascinandomi dietro la mia perplessa famigliola. E mi sono affrettata perché ho il sospetto che SMrB non resterà in cartellone terribilmente a lungo.

Avendo visto il film, e avendolo visto in un’enorme sala in cui si contavano forse quindici spettatori, il mio sospetto è più forte che mai.

Ora, Saving Mr. Banks è proprio un bel film, costruito attorno al rapporto tra l’autore e la sua opera, al rapporto tra forme di narrazione diverse, e al potere delle storie di riscattare il passato, di offrire speranza e di chiudere cerchi – ma anche, se non si sta attenti, di distorcere e imprigionare. È ben scritto e bene ambientato, con due linee narrative intrecciate con garbo e buoni personaggi, conta su una squadra di ottimi interpreti – capeggiati da Emma Thompson e Tom Hanks – e riesce a rendere appassionante una faccenda tutto sommato poco narrativa come l’adattamento di un romanzo per il cinema.

Saving Mr. Banks event at Walt Disney Studios
(Photo credit: insidethemagic)

E però, con tutto questo, non mi stupisco più di tanto della sala semivuota. Il fatto è che si tratta di un film singolarmente poco adatto a un pubblico italiano. Qui da noi P. L. Travers e i suoi libri sono poco noti, e non molti colgono la tensione insita nella differenza tra l’atmosfera piuttosto cupa delle storie originali e il luminoso film disneyano. Qui Mary Poppins è solo la cinguettante Julie Andrews di Walt Disney, e Disney è roba da bambini. On the other hand, il film non è affatto da bambini, e questo probabilmente spiazza anche quella parte di pubblico adulto che non considera Disney una bieca multinazionale intenta a manipolare le menti più semplici e accumulare denaro contrabbandando una visione edulcorata del mondo…

Per cui, sì – questo è un buon film in cui la Disney si autocelebra un pochino ma lo fa con grazia, e glielo si perdona in virtù di una buona storia e buoni interpreti. Ma, a meno che non mi sbagli di grosso, dubito che in Italia avrà un successo travolgente.

 

Enhanced by Zemanta
elizabethana · lostintranslation · Poesia · virgilitudini

Marlowe, Shakespeare, Heaney – Varie Ed Eventuali

Vi avverto: questo post è destinato a serpeggiare un pochino – di qua e di là.

christopher marlowe, william shakespeare, seamus heaney, lucius etruscus, questione del vero autorePer prima cosa, quattrocentovent’anni e un giorno fa, Kit Marlowe – il poeta elisabettiano – andava incontro alla sua prematura sorte a Deptford, nella casa di Eleanor Bull.

Eleanor Bull non era affatto un’ostessa come usava credersi, bensì una rispettabilissima vedova dalle connessioni un po’ allarmanti, se si considera che era cugina di  Lord Burleigh, l’onnipotente Lord Tesoriere della Grande Bess. Perché, vedete, Burleigh si era anche annesso la rete di spionaggio del defunto Francis Walsingham, di cui Kit doveva far parte in qualche maniera…

christopher marlowe, william shakespeare, seamus heaney, lucius etruscus, questione del vero autorePer cui, ricapitolando: una spia (o ex spia) muore nella casa della cugina dello spymaster, mentre si trova in compagnia di un’altra spia e di due agenti di basso rango… Aggiungeteci il fatto che Kit era in quella che adesso chiameremmo libertà vigilata, con accuse di blasfemia e sedizione pendenti sul capo, e che morì per una coltellata frettolosamente ascritta a legittima difesa. Una lite per il conto, dissero i tre compari, rendendo testimonianza su una serie di eventi dalla dinamica… bizzarra.

Per cui no, non sono una marloviana – vale a dire che non credo affatto che Kit sia sopravvissuto e fuggito sul Continente a scrivere il canone shakespeariano. Però, se vogliamo parlare di omicidio, mi trovate disponibile.* christopher marlowe, william shakespeare, seamus heaney, lucius etruscus, questione del vero autore

Oh… ho detto canone shakespeariano? Sì, l’ho detto. E l’ho detto perché un paio di giorni fa Lucius Etruscus di Fantasy Magazine ha pubblicato il suo Mistero Shakespeare, un interessante e tutt’altro che scontato saggio sulla Questione del Vero Autore. Lucius esplora la faccenda con un taglio letterario ma piuttosto inconsueto. In appendice trovate un’intervista all’ineffabile John Underwood/Gene Ayres, l’autore dell’altrettanto ineffabile Libro Segreto di Shakespeare, e una mia scampagnatina shakespeariana. Potete scaricare gratuitamente l’ebook in formato ePub da questa pagina.

christopher marlowe, william shakespeare, seamus heaney, lucius etruscus, questione del vero autoreE parlando di poeti e di pubblicazioni recenti (ve l’avevo detto che avremmo serpeggiato…), parliamo anche di Seamus Heaney – Virgilio Nella Bann Valley, edito all’inizio del mese da Tre Lune. Ci trovate la mia traduzione del bellissimo discorso con cui Heaney accettò il Premio Virgilio nel 2011, la traduzione e analisi delle due versioni della virgiliana Bann Valley Eclogue ad opera di Giorgio Bernardi Perini, un’intervista al poeta, e un saggio di Massimo Bacigalupo su come una traduzione de L’Aquilone pascoliano diventò A Kite For Aibhìn. Ho lavorato molto a questo libro, come traduttrice e curatrice, e trovo che possa essere una buona introduzione alla poesia di Seamus Heaney. Se foste interessati, trovate lumi sul sito dell’editore – qui.

 

____________________________________

* E se vi piacciono le storie di spionaggio, vi consiglio in proposito l’intricato, documentatissimo e, alas, non tradotto The Reckoning: The Murder of Christopher Marlowe di Charles Nicholl.