Ed ecco che, trascorsa la settimana di decantazione, si torna ai Sonetti – cominciando con la famosa lista.
♫ We’re off to tweak the Sonnets
The wonderful Sonnets of Will! ♫
Seconda stesura, a noi due!
il Blog di Chiara Prezzavento
Ed ecco che, trascorsa la settimana di decantazione, si torna ai Sonetti – cominciando con la famosa lista.
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The wonderful Sonnets of Will! ♫
Seconda stesura, a noi due!
E i viaggiatori stranieri non mancavano mai di andare a teatro – perché il teatro era una delle attrazioni della Londra elisabettiana. E poi scrivevano a casa della sconcertante abitudine che gli Isolani avevano di concludere anche le tragedie più tragiche con una giga, o qualche altra danza gaia e vivace…
E si capisce, che sia una produzione del Globe capitanata da Mark Rylance aiuta…
Buona domenica.
Di velluto rosso – come un sipario – perché, suonino le trombe e battano i tamburi, la notte scorsa attorno all’una ho finito la prima stesura.
E sì, a tredicimila e settecento parole ho sforato un nonnulla sulle misure previste, ma non dovrebbe essere grave.
E c’è mancato poco che l’interruzione dei giorni scorsi si rivelasse problematica, ma in realtà ero talmente vicina alla fine che sono riuscita a non scivolare in un bout di procrastinazione.
E ho anche trovato una conclusione che dà un briciolo di senso ai due sonetti su Cupido. Non è che l’abbia trovata stanotte, l’avevo strologata tempo fa, ovviamente, ma stanotte ci sono arrivata.
E insomma, la stesura è finita – e non ne sono del tutto insoddisfatta.
Epperò… che dire del vago senso di vuoto che una stesura finita si lascia dietro? E badate, è un vago senso di vuoto del tutto dissennato, perché dopo una settimanetta di decantazione si torna ad occuparsene, e perché non è come se, nel corso di questa settimanetta, non avessi un milione di altre cose da fare – eppure, eppure, eppure…
Oh well. Fa nulla. Prima stesura finita – e tutto va bene.
Il post di oggi sembra essere al fulmicotone, perché di fatto consiste in un link – ma non allarmatevi: il link conduce all’intervista che, dopo avere visto Somnium Hannibalis davanti alla Rotonda di San Lorenzo, Sara Rania mi ha fatto per BooksBlog.
In pieno Festivaletteratura, sedute al tavolino di un caffè in Piazza Mantegna, Sara e io abbiamo fatto una chiacchierata su teatro e romanzi, storia e romanzi storici… Il genere di cose da cui non mi so (ne mi voglio) tirare indietro. Anzi, una volta che sono partita, per fermarmi bisogna abbattermi a sediate.
Sara è riuscita a stringare e concentrare le mie ciacole, e potete leggere il risultato qui.
Oh, e il Somnium è andato molto, molto, molto bene. Tanto che non ho nulla di esilarante e disastroso da raccontarvi… Mi verrebbe da scrivere che gli spettacoli felici si somigliano un po’ tutti e gli spettacoli infelici sono infelici ciascuno a modo suo, ma non è vero.
È che è andato proprio bene: intenso, ben ritmato, bello a vedersi… Onestamente, che si può volere di più?
Guardate un po’ che cosa ho trovato: il trailer del geniale, emozionante Riccardo III Anni Trenta di Richard Loncraine, con lo strepitoso Ian McKellen…
E quando dico “Anni Trenta” intendo che ci è ambientato. Il film è del 1995.
E buona domenica.
Non ho finito.
Per poco – proprio poco – ma non ho finito – e adesso devo interrompere per un paio di giorni, e credevo proprio che avrei finito, e invece no.
Natch.
E così comincia a sembrare che non sia del tutto impossibile finire la prima stesura entro il termine che mi sono fissata.
E comincia a sembrare anche che la prima stesura debba sforare il limite delle 12000 parole, ma diciamo la verità: si sapeva.
Incidentalmente, lasciate che vi dica che, dalla lettura integrale e approfondita dei Sonetti, ci si fa l’idea che Shakespeare, se ‘è alcunché di biografico in questa storia, dovesse essere un rompiscatole di tre cotte. Mi sa tanto che oggidì e la Bruna Signora e il Bel Giovane lo denuncerebbero per stalking…
Ad ogni modo, il sipario è vicino.
Bisogna ammettere – e lo ammetto con particolare gusto perché sono nel bel mezzo di un giro di prove, con tutto ciò che questo comporta – che il teatro è perfetto da romanzare. Col suo sforzo collaborativo, con i suoi edifici vasti e complicati, con il leggendario cattivo carattere dei suoi praticanti, con la sua turbolenta storia sociale, e con il suo carattere generalmente pittoresco, si presta a fare da argomento e da ambientazione – o anche solo da incidente.
Episodi incidentali di teatro si trovano in una varietà di romanzi. Mi vengono in mente la recita di Natale delle sorelle March in Piccole Donne (tutto fatto in casa, dal testo ai costumi), o ancora le pantomime scolastiche in Stalky & Co. e il Goldoni in Compagne di Collegio. Tutti ricordi d’infanzia: Kipling detestava le recite scolastiche, a differenza della Mascagni, e Louisa Alcott giocava “al teatro” con sorelle e cugini La breve carriera teatrale di Nicholas e Smike in Nicholas Nickleby è meno ludica, ma nondimeno basata sulla passione teatrale di Dickens, instancabile attore dilettante. Diverso è il caso di Jane Austen: in Mansfield Park, Fanny* rifiuta di partecipare alla recita organizzata dai suoi cugini – divertimento moralmente deplorevole, e nell’incompiuto romanzo epistolare giovanile The Three Sisters, la richiesta di attrezzare un salone a teatro è presentata come la peggiore stravaganza di una ragazza decisa a sposarsi per denaro.
Poi ci sono romanzi incentrati su arte, vocazione e vita di un attore o un’attrice. La Musa Tragica, di Henry James, con
l’ascesa di Miriam da aspirante di scarso talento a genio delle scene, è in realtà una complicata riflessione su talento, passione, tecnica, arte, ispirazione e vocazione. La Diva Julia (Theatre), di Maugham, è – tra le altre cose – un ritratto ironico e disincantato del mondo teatrale londinese. Personalmente adoro Julia che copia sorrisi e atteggiamenti dai quadri. Penny Parrish comincia come un allegro romanzo per adolescenti, ma la cronaca della gavetta e carriera teatrali di Penny (e del suo matrimonio con un autore-regista) mi è sempre parsa incongruamente realistica rispetto all’inizio.
Altre storie hanno il teatro non solo per sfondo e cornice, ma anche per argomento. Ne Il Capitan Fracassa, Gauthier racconta con abbondanza di particolari vita, difficoltà e avventure di una compagnia di attori girovaghi nella Francia del Seicento, mentre La Barca Dei Comici, che non è un romanzo, ma parte dei Mémoirs di Goldoni, descrive con vivacità la vita teatrale dell’epoca. Qualcosa del genere fa anche Rafael Sabatini, quando aggrega il suo Scaramouche a una delle ultime compagnie di Commedia dell’Arte nella Francia quasi-rivoluzionaria. E poi c’è anche Dumas nel Kean, col suo protagonista prim’attore ottocentesco, ma ne riparliamo più sotto.
Nel mondo anglosassone c’è poi tutta una vasta produzione di romanzi incentrati su autori ed attori del teatro elisabettiano. Anthony Burgess (quello di Arancia Meccanica) ha dedicato un romanzo ciascuno a Shakespeare e Marlowe, e Bryher ha distillato la sua passione per l’epoca in The Player’s Boy – ma sono solo due dei tantissimi: dalle storie per ragazzi ai gialli, ai romanzi biografici ai fantasy, il teatro cinque-seicentesco sembra avere ispirato di tutto.
Gialli, si diceva, e allora sconfiniamo dal periodo. Agatha Christie ha spesso attori tra i suoi personaggi – di solito gente sregolata, superstiziosa, egocentrica e/o avida, che tende a non finire troppo bene (Tredici a Tavola, anyone?). Marta Hallard, l’amica dell’Ispettore Grant di Josephine Tey, è una celebre attrice, mentre Ngaio Marsh ambientava un giallo dopo l’altro a teatro, perché era un’insegnante di recitazione e regista. E della Marsh citiamo Death at the Dolphin (che mi piace tanto anche perché il protagonista è un giovane playwright che si vede affidare un teatro restaurato da dirigere, cominciando con la produzione di una sua commedia di argomento Shakespeariano…) o il meno roseo e più realistico First Night, che non si legge tanto per scoprire il colpevole, quanto per il ritratto della vita teatrale dell’epoca. In anni più recenti, Candace Robb ha incentrato parzialmente il suo Il Mistero Della Cappella sulle rappresentazioni sacre preparate dalle corporazioni nell’Inghilterra medievale, e Deryn Lake inizia una delle avventure del farmacista-detective settecentesco John Rawlings con la morte del prim’attore del Drury Lane. Anche le avventure di Cat Royal – destinate ai ragazzi – si possono considerare gialli avventurosi di ambientazione ottocentesca e teatrale. Se poi vogliamo qualcosa di davvero bizzarro, Point of Dreams, di Melissa Scott e Lisa Barnett, è un giallo-fantasy ambientato in una specie di Rinascimento alternativo, la cui trama è tutta incentrata attorno al complicato allestimento di una tragedia con risvolti politici.
La Commedia della Vita (Morality Play), di Barry Unsworth, è tutta un’altra cosa. Parte romanzo storico medievale che descrive la transizione dai Misteries di argomento religioso a forme di teatro più articolate, parte giallo in cui una compagnia di attori risolve un caso di omicidio, parte riflessione sul teatro come strumento di conoscenza – assolutamente favoloso.
E poi c’è qualcosa di diverso: il teatro nel teatro, o metateatro. Teatro che racconta se stesso. Per esempio il Piramo e Tisbe messo in scena da Bottom e compagnia nel Sogno Di Una Notte Di Mezza Estate. Assai meno gaia è la tragedia che Amleto fa rappresentare come trappola per lo zio Claudio, resa ancor più meta dalle riflessioni sull’arte dell’attore (What is he to Ecuba? And what is Ecuba to him?) e dalla possibile polemica contenuta nelle raccomandazioni registiche del principe – c’è chi ha voluto vederci una bordata diretta allo stile declamatorio di Edward Alleyn e dei suoi seguaci. E che dire de Il Critico di Sheridan, satira distribuita con gaio e imparziale abbandono tra attori, direttori di scena, patrons e critici? Scendendo di un altro secoletto scarso troviamo Dumas e il suo Kean, dramma biografico cum riflessione sulla condizione dell’artista, nonché sulla forza dell’arte e della finzione. Per la cronaca, il sottotitolo Genio e Sregolatezza non è casuale, e la faccenda non va a finire veramente bene, nonostante l’apparente trionfo dell’amore su tutto il resto. Chez nous, a questo gioco ha abbondantemente giocato Pirandello – Questa Sera Si Recita A Soggetto, Sei Personaggi In Cerca D’Autore**, Enrico IV, Trovarsi, solo per citarne qualcuno. La finzione è straniamento, l’attore perde la sua identità nella continua finzione, e c’è sempre un prezzo per l’identificazione con il testo o i personaggi. In ambito anglosassone, sapevate che avrei citato Jeffrey Hatcher, con il suo relativamente recente Compleat Stage Beauty – dramma che parte dalla fine dei boy players nella seconda metà del Seicento per parlare di arte e identità – e son tutt’altro che rose e fiori. Rumori Fuori Scena, di Michael Frayn, è tutt’altro tipo di metateatro, un divertissement di variazione sul tema, giocato sulle dinamiche di una compagnia teatrale male assortita, molto più nello spirito dello smontare il giocattolo che della riflessione sul suo funzionamento.
Non è una lista completa, ovviamente, ma dà un’idea, spero, della quantità e varietà di storie che si possono raccontare a proposito di gente che, per mestiere e talvolta per diletto, finge in pubblico di essere altra gente.
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* Fanny è l’unica eroina austeniana che trovi insopportabile – ma non posso esimermi dal ricordare qui una “lettera al direttore” in cui, nei primi Anni Ottanta, un’insegnante lamentava con la redazione di Famiglia Cristiana la mancanza di un’adeguata produzione teatrale per fanciulle, perché era sconcertante e di cattivo gusto far recitare insieme bambine e bambini…
** Curiosità: alla fine degli Anni Quaranta, Ngaio Marsh portò una compagnia di allievi in tour per tutta l’Australia con un Otello e Sei Personaggi. Scelta molto coraggiosa, premiata da successo.
Somnium Hannibalis ritorna, nella bellissima cornice del sagrato di San Lorenzo. Scaricate qui l’invito.pdf.
Periodo ipotetico dell’irrealtà estrema:
Se fosse appena un po’ saggia, la Clarina cercherebbe di finire la prima stesura entro il 6 di settembre.
*L’enunciatore di periodi ipotetici esce di scena sospinto dal fragore delle risate generali.*
Nel dubbio, meglio mettersi al lavoro…