teatro · Vitarelle e Rotelle

Cronache Della Vita Teatrale

E così è finita.

Contando la prova generale e quattro repliche, significa che ho visto cinque recite di Bibi & il Re degli Elefanti in una settimana. Da martedì sera a domenica pomeriggio ho pressoché abitato al Teatrino d’Arco – e tutti sono stati molto carini e non mi hanno mai fatta sentire underfoot.

Martedì sera sono arrivata in punta di piedi, perché in linea generale Capitan Grace non vuole autori attorno… ma, come mi si è fatto notare, ormai era troppo tardi per rompere le scatole anche se avessi voluto farlo – e giuro: davvero non volevo. Ho aspettato in fondo alla platea vuota e davanti al sipario aperto, e adesso ho una teoria nuova in proposito. Un teatro vuoto la sera della prova generale ha un’elettricità tutta sua. Ecco. E ho visto, e mi sono incantata – e sapevo benissimo che il bello doveva ancora venire, ma che devo dire? In teatro non si finisce mai di stupirsi.

Così, quando giovedì sera alle 6 la regista mi ha fatto sapere per vie traverse che sarebbe stata cosa buona e giusta che mi presentassi con qualche anticipo e uno straccio d’introduzione ad uso del pubblico, io stavo rivedendo bozze*, e allora ho abbandonato le bozze e mi sono messa a preparare l’introduzione. E tutti sanno che il segreto delle introduzioni è dare l’impressione (ma soltanto l’impressione) di tirare fuori dal blu un’idea dopo l’altra in una combinazione di brillante ispirazione e ferrea progressione logica. Vale a dire che la faccenda richiede una certa quantità di preparazione e qualche ripetizione a voce alta… Stavo ancora ripetendo a voce alta quando sono arrivata a teatro. Arrivata in anticipo. E ho fatto la mia introduzione (e dopo tutto non ho perso pezzi e non mi sono impantanata troppo irrecuperabilmente) e poi mi sono seduta in prima fila e ho guardato il miracolo che succedeva un’altra volta.

Perché tutto quello che alla generale era sembrato solo bello, all’improvviso era vivido ed emozionante…

La scena scarna e tutta bianca, che si bagna di luci oblique quando Bibi immagina il suo mondo speciale.

Sara Spagna, la Bibi quintessenziale.

Anna Laura Melotti, Giovanna immaginata, severa e piena di dolcezze improvvise.

Matteo Bertoni, che fa un Bogus tenero e buffo.

E l’affiatamento perfetto tra questi tre, che ogni volta guadagnano l’applauso a scena aperta sul loro In battaglia!

E la Mamma fragile e spaventata di Alessandra Mattioli.

E la deliziosa Nonna piena di fantasia di Francesca Campogalliani.

E gli adorabili, giovanissimi Alice Spagna e Davide Cantarelli.

E il Dottore rassicurante di Valentino Staffoli.

E l’Infermiera dolce e comprensiva di Martina Ginelli.

E il silenzio profondo del pubblico tutt’attorno.

E il calor bianco degli applausi.

E la platea che, all’accendersi delle luci, è tutta una costellazione di occhi lustri.

E la gente che viene a dire “Guardi, mi ha fatto piangere…”

E le cene su, su, su sopra il teatrino, a ridere dei piccoli inciampi tra una fetta di salame e un bicchiere di vino. 

E il tutto visto da dietro le quinte – in un’altra prospettiva, diversa e magica.

E le lasagne di Bogus – e la sua fidanzatina di peluche.

E il fiato sospeso per una battuta che tarda un istante.

E la tensione degli attori che prendono fiato un istante prima di entrare in scena.

E il ritmo che si fa più sciolto di recita in recita.**

E due recite sold out – e le altre poco ci mancava.

E le chiacchiere nei camerini.

E l’irrealtà sospesa di vedere chi aspetta in quinta, nella penombra, al di là dello spazio incantato del palcoscenico.***

E gli spettatori commossi che ringraziano.

E il ciondolo-Bogus, regalo della mia primattrice.

E non vedere l’ora che sia sera per tornare a teatro un’altra volta.

E rendersi conto che il Re degli Elefanti (in esilio) è diversissimo da come lo si era immaginato scrivendo – ma così perfetto che quell’idea iniziale è quasi del tutto svanita a confronto di quel che di vivo e tridimensionale e colorato ne hanno fatto attore e regista.

E poi è tutto finito – e oggi, alla fine, sul palco e dietro le quinte avevamo tutti gli occhi lustri.

E adesso si torna alla vita normale, ma una cosa è certa: I want some more.

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* As a matter of fact, bozze in parte mie. Bozze di qualcosa di cui riparleremo.

* “Alla prima c’è tensione, alla seconda c’è paura. Dalla terza in poi le cose prendono il passo giusto.” (R. Avanzi)

*** E dannazione, perché non mi sono portata una macchina fotografica?

musica · teatro

It Is A Far, Far Better Thing…

Oh be’, a titolo di congedo da A Tale Of Two Cities

And yes, Sara, there is a musical…

It is a far, far better thing that I do than I have ever done. It is a far, far better rest than I go to than I have ever known.

E lo so che è così gonfio, così ottocentesco e melodrammatico*… ma che posso farci? Mi ci commuovo sempre un pochino.

E buona domenica.

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* Non questo. Il libro. Sì, ok, anche questo è gonfietto la sua parte – ma intendo il romanzo.

teatro · tecnologia

Microfono III – Una Tecno-Epopeuzza

Il mio microfono a gelato, quello che uso per registrare di tutto un po’, dal testo dei booktrailers al sonoro dei laboratori didattici, era defunto qualche tempo fa, dopo non lunghissimo ma onorato servizio.

Era defunto ai tempi del reading di Strada Nuova, a ben pensarci… Registrava bene per una decina o quindicina di secondi e poi la voce cominciava a farsi metallica e distante e andava a sfumare in nulla.

La cosa non mi aveva per nulla divertita, ma ho dato per scontato che fosse normale tear&wear dell’arnese – e quindi, all’approssimarsi del nuovo laboratorio – che, detto en passant, culminerà in uno spettacolo intitolato Il Benefico Burbero – ho acquistato un microfono nuovo e molto simile.

Lunedì dovendosi iniziare la registrazione, domenica sera l’ho provato con lo spartanissimo registratore di suoni di The Beastie, il mio beneamato netbook. Ho registrato una poesia di Kipling due volte di fila e tutto è andato bene. Buona qualità, uso semplicissimo… Che si poteva volere di più?

Ecco, magari si sarebbe potuto volere che funzionasse.

Perché lunedì mattina, quando mi sono presentata in classe con tutta la mia attrezzatura e ci siamo messi al lavoro, la prima registrazione di prova è andata perfettamente e la seconda anche. E poi, quando eravamo tutti molto felici e stavamo riascoltando quella che consideravamo la versione definitiva del primo segmento… you guess it: le voci si sono fatte metalliche e distanti, e sono andate a sfumare in nulla.

E non dovete credere che abbiamo registrato ore e ore di sonoro: un segmento di un paio di minuti, e qualche strofa del Sant’Ambrogio giustiano, a titolo di prova. Tutto lì. Pronta a biasimare The Beastie, ho collegato il microfono al computer della LIM, e tutto è parso andare bene per tutta la prova giustiana. Gli implumi hanno registrato di nuovo il segmento e… metallico, distante, sfumante in nulla. 

Furore tremendo.

Una volta al Ginnasio mi hanno affibbiato un tema così concepito: L’ira è un vento maligno che soffoca e spegne la fiamma della ragione. Lo ricordo ancora con profonda infelicità, quel tema, ma bisogna dire che non fosse del tutto campato in aria. Se il furore tremendo, stretto parente dell’ira, non mi avesse soffocato e spento la fiamma della ragione, forse mi sarei ricordata di che cosa succede al commercio il lunedì mattina – e me ne sarei ricordata prima di scapicollarmi per dodici miglia fino al magazzino dove ho comprato il microfono…

Ma non era come se si potesse far finta di nuolla, tornare a casa e mettersi a intrecciare coroncine di margherite, perché il programma del martedì mattina prevedeva altre quattro ore di registrazione – con due classi. E allora, nel pomeriggio, seconda scampagnata.

Il gentilissimo commesso del magazzino mi ha sostituito prontamente l’arnese, ma non si è rivelato di grande aiuto nella mia quest for knowledge. Perché vedete, un decesso di microfono capita, ma due decessi identici e in relativamente rapida successione mi fanno pensare di avere sbagliato qualcosa…

“Dove sbaglio, secondo lei?”

“Da nessuna parte, credo. I microfoni muoiono.”

“Ma questo era nuovo…”

“Alcuni microfoni muoiono giovani.”

“Ma il fatto è che sono due microfoni diversi per tipo e per marca, e sono morti alla stessa maniera…”

“Coincidenza.”

“Ma cosa causa questo genere di deliqui?”

“Buona domanda.”

“Ma secondo lei è possibile che la presa di un computer surriscaldi o altrimenti frigga il jack…?”

“Mmm… no.”

E così me ne sono venuta via assetata di conoscenza come lo ero prima – ma provvista di un microfono nuovo. La cosa sensata sarebbe stata provarlo subito, ma che devo dire? Non mi ci sono saputa indurre. Non ho avuto il coraggio di connettere Microfono III a The Beastie: checché ne dica il commesso, qualche medievalissimo angolo della mia mente non sa fare a meno di immaginare in quella presa tanti minuscoli denti pronti a fare cose poco belle ai jack innocenti.

Cosicché ieri mattina me ne sono arrivata a scuola col microfono ancora imballato e la tentazione di intrecciare danze propiziatorie prima di vararlo. Gl’implumi ci hanno accolti entrambi con scetticismo.

“Non è mica il microfono di ieri, vero, Profe?”

“No, ragazzi. È un altro.”

“Ma è uguale?”

“No, è di un’altra marca.”

“L’ha pagato di più?”

“Er… no.”

E ho capito che il fatto di essere più economico del microfono difettoso non ha fatto nulla per lo standing di Microfono III agli occhi dei fanciulli. E non è che fossi fiduciosissimissima nemmeno io. E l’insegnante di lettere degli implumi cominciava a guardarmi con una certa dose di dubbio negli occhi – il genere di dubbio riservato al momento in cui comincia a sembrare umanamente impossibile che lo spettacolo sia pronto in tempo.

Per cui, quando abbiamo registrato il primo segmento della prima scena e tutto è andato bene, nessuno si è fidato troppo. Be’, ok, anche ieri all’inizio sembrava che tutto andasse bene, ci siam detti l’un l’altro – a voce o con lo sguardo. Così, visto che il primo segmento non era venuto poi troppo bene, abbiamo cancellato tutto e ri-registrato.

E di nuovo tutto è andato bene. Persino quando gl’implumi hanno cominciato a smanettare con le impostazioni audio per eliminare i rumori di fondo e a me è mancato un pochino il cuore – persino allora tutto è andato bene.

“Profe, vuole fare la prova? Come ieri? Con la poesia?” Mi ha chiesto a un certo punto l’implume deputato allo smanettamento. “Per sentire se non fruscia più?”

Con un principio di cauto ottimismo, me ne sono partita un’altra volta ancora con Vostra Eccellenza Che Mi Sta In Cagnesco, e sono andata avanti per quattro strofe, e quando abbiamo riascoltato, tutto andava bene, senza fruscii, senza allontanamenti, senza metallicizzazioni, senza cali a finire in nulla…

E così è stato che con una classe abbiamo registrato una scena intera, e con l’altra addirittura due, e tutto è andato bene, e gl’implumi hanno riacquistato fiducia, e l’insegnante di lettere ha spianato il cipiglio, e dopo tutto non sembra più umanamente impossibile che Il Benefico Burbero sia pronto in tempo.

Adesso sembra solo un tantino improbabile – il che, come ognun sa, in teatro e dintorni è una condizione normale, normalissima, quasi rassicurante. 

E il vero trionfatore di tutta questa storia è, io credo, Microfono III: entrato in scena a mo’ di cenerentolo, tra la sfiducia generale e nel Momento Più Buio – e poi ha salvato la giornata.

Se poi qualcuno di voi avesse idea di che cosa possa essere accaduto ai suoi predecessori, ogni suggerimento è il benvenuto.

 

 

grillopensante · teatro

Non Solo Per Bambini

Con la prima che incombe, si discute se Bibi & il Re degli Elefanti sia per bambini oppure no.

E, se lo chiedete a me, sono tentata di dire di no. At the very least, non è solo per bambini. 

bibi e il re degli elefanti, accademia teatrale campogalliani, teatrino d'arcoÈ vero, ci sono gli elefanti parlanti, e le pulzelle, e gente uscita dai libri – ma sotto il linguaggio, il tono e i colori della favola, Bibi è costruita attorno a una serie di domande dannatamente adulte. Da un lato, questioni di come si reagisce di fronte alla malattia, di come si convive con la paura, di cosa costituisce la forza dell’individuo. Dall’altro, il ruolo dell’immaginazione nella crescita. E in mezzo c’è l’idea che l’uno e l’altro siano legati in modo molto, molto stretto quando la malattia colpisce un bambino.

E c’è anche un omaggio ai compagni immaginari, che alle nostre latitudini sono a tutti gli effetti pratici una specie protetta… Ne avevamo già parlato, ricordate? Mi troverete sempre pronta a spezzare una lancia in favore dei compagni immaginari – e ce n’è bisogno, a giudicare dalla diffidenza che li circonda. È davvero così necessario affrettarsi a confinare l’immaginazione dei bambini? Qualche settimana fa le maestre hanno bandito dall’asilo il compagno immaginario del mio figlioccio di tre anni e mezzo… un’età davvero matura per acquisire un senso della realtà, don’t you think?

Ecco, in B&RdE si sostiene che l’immaginazione non è una fuga, ma una fonte di forza di fronte alla malattia.

Questioni adulte – raccontate in un modo abbastanza bifronte. 

Da un lato c’è la favola, con la piccola Bibi, il suo elefante e la Pulzella. Dall’altro c’è la storia della mamma di Bibi, terrorizzata e fragile davanti alla malattia di sua figlia, e anche davanti a quel mondo immaginario che Bibi si costruisce per difendersi da una sofferenza che non capisce.

Non so fino a che punto questo sia paradossale, ma l’aspetto più difficile da centrare è stato quello fiabesco. Scrivere per i bambini è stata una bizzarra esperienza sotto molti punti di vista. Avevo editato storie per bambini, e quindi me n’ero occupata non solo da lettrice, ma scriverne una ha richiesto una serie di affascinanti esercizi: bisogna ricordarsi molto bene della bambina che si era, e scrivere per lei senza dimenticarsi che sono passati decenni tra quella bambina e i piccoli lettori odierni. Bisogna ritrovare il senso di magia che si vedeva racchiuso nelle storie – non necessariamente nelle favole, ma nel fatto che pagine bianche e parole nere contenessero ogni possibile genere di personaggi, posti e vicende…

Mi conforta nell’idea di esserci riuscita almeno un po’ il parere di A., che ha cinque anni e, dopo avere visto B&RdE ha chiesto a sua madre se poteva avere anche lei Bogus come amico immaginario. Ma di solito, quando il sipario si chiude e le luci si accendono in sala, non ci sono solo i bambini con gli occhi sgranati. Ci sono anche gli adulti con gli occhi lucidi.

Perché nonostante sia una storia di bambini, e nonostante Bogus, la Pulzella e il Piccolo Lord, questa non è solo una storia per bambini.

 

musica · teatro

Masquerade

Per nessuna buona ragione in particolare – se non perché The Phantom Of The Opera mi piace tanto e in questi giorni ho molta nostalgia di Londra…

Masquerade, dall’edizione celebrativa per i venticinque anni del musical, messa in scena all’Albert Hall.

E potrei raccontarvi di essere uscita dallo Her Majesty’s Theatre, a tarda sera, sotto la pioggia, una quindicina di anni fa, canterellando tra me questa canzone… Ma non lo faccio – e invece vi auguro una buona domenica. 

teatro · Vitarelle e Rotelle

Bibi Al D’Arco

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A volte capita di scrivere per un’occasione specifica.

Capita per il teatro, capita per le commissioni.

Si scrive con dei vincoli, e può capitare che siano vincoli di tempo. Cose come “E soprattutto, al massimo un’ora, non più di un’ora e guai a sforare oltre l’ora.”

A suo tempo è capitato con Bibi e il Re degli Elefanti, da presentarsi a un pubblico di medici, genitori e bambini a chiusura di un convegno di medicina pediatrica. Parte della platea aveva una lunga e impegnativa giornata alle spalle, parte del pubblico era piccino… E così Bibi è nata piccola.

E sia ben chiaro, non c’è assolutamente nulla di male nel limitare i tempi. A volte è necessità, a volte è buon senso, a volte funziona così.

Poi però capita che le compagnie riprendano in mano le cose e le portino in teatro, e ne chiedano… un po’ di più. Per fare una serata di teatro completa.

E allora si aggiunge, si amplia, si ramifica – a volte si popola un po’ di più. È interessante vedere che cosa si riesce a fare senza stravolgere proporzioni e atmosfera, e in genere è un’occasione per sviluppare qualche idea che nell’esecuzione originale si era dovuta sacrificare o era rimasta in un angolo.

La tentazione poi è quella di risistemare tutto… si riprende in mano il testo, giusto? Perché non approfittarne? Ecco, questa non è sempre la migliore delle idee, perché in genere la compagnia preferisce non dover imparare tutto a memoria daccapo, thank you very much – e anche questo è un limite salutare per evitare di avventurarsi in rimaneggiamenti dissennati e vagabondaggi tangenziali…

 

Ed è andata così anche per Bibi. Da un limite all’altro – una porta aperta con limiti. E sempre di più vado scoprendo che nulla stimola la mente come un limite entro cui lavorare. Ne sono usciti un quadro in più, nuovi personaggi, nuovi compagni immaginari… perché Bibi non è la sola ad avere amici speciali. Per cui, ad andare in scena la settimana prossima per un giro di quattro repliche, è una Bibi nuova – buona anche per chi ha già visto la versione breve.

Se siete a Mantova e dintorni, e se vi va, queste sono le date:

Giovedì    18 Aprile   ore 20.45
Venerdì    19 Aprile   ore 20.45
Sabato       20 Aprile   ore 20.45
Domenica 21 Aprile   ore 16.00

Info e prenotazioni presso il Teatrino di Palazzo D’Arco dal mercoledì al sabato, tra le 17 e le 18 e 30. Telefono e fax: 0376 325363

teatro

PBN

Due righe per dire che ASfC è partito in cerca di fortuna.

All’ultimo minuto possibile, tanto per cambiare.

A dispetto degli appunti smarriti.

Senza che abbia cambiato il titolo, alla fin fine.

Ecco.

Wish me luck.

teatro

Una Borsa?!

Venerdì sera ho fatto una delle mie visite agli Histriones, e li ho trovati che rileggevano, of all things, L’Importanza di Chiamarsi Ernesto, di Oscar Wilde.

Ora, vedete, vent’anni fa, proprio sotto la direzione di G.-la-Regista, ho recitato Lady Bracknell – e mi sono divertita tanto… Così, nonostante abbia fatto fermi propositi di non recitare più, quando ieri sera mi hanno proposto di leggere Lady Bracknell, non ho saputo resistere. A maggior ragione perché c’era anche B., che vent’anni fa faceva Cecily. E allora è stata una serata nostalgica, ma molto divertente.

E così ho pensato di mettere qui una fettina di un vecchio film, con Edith Evans e Michael Redgrave che fanno rispettivamente Lady Bracknell e Jack/Ernest…

Adoro questa cosa. Ecco.

E buona domenica a tutti.

Ossessioni · romanzo storico · Somnium Hannibalis · teatro

Annibale, Di Nuovo? – II

Annibale, dicevamo…

Dove eravamo rimasti? Ah sì. Eravamo rimasti alla decisione che, dopo tutto, forse era meglio un romanzo.

Anche perché nel frattempo col teatro credevo di avere chiuso – little I knew, ma non importa. Allora ero convinta di avere chiuso, e comunque non anticipiamo.

E romanzo fu. La stesura propriamente detta richiese più o meno un anno, e la soddisfazione maggiore fu Antioco di Siria, il Gran Re. Antioco non veniva dagl’inizi teatrali, era una scoperta recente, una possibilità di identificazione per il lettore e qualcuno con cui Annibale potesse parlare. E di fatti parlavano parecchio: la struttura era diventata un dialogo lungo una notte, con Antioco che, fresco di sconfitta ad opera dei Romani, sfogava la sua bile in un interrogatorio impietoso, e Annibale che raccontava, non raccontava, ricordava…

Ah, la sensazione di arrivare in fondo a un romanzo e non esserne insoddisfatta. È fatto. Meglio che potevo. Finito.

E devo ammettere un pochino di smarrimento: ma come – dopo vent’anni era tutto finito? Finito per non tornare mai più? Ma, d’altra parte, era lo stesso senso di vuoto che avevo immaginato per Annibale la sera dopo Canne, e quindi andava bene anche quello. Era ome essere ancora all’interno del romanzo, in qualche maniera…

Dopodiché, sapete anche voi che procurarsi un agente e un editore è una faccenda lunga e truce. Credo che ne abbiamo già parlato, e comunque non è del tutto rilevante qui, se non per l’euforia di tenere in mano la prima copia stampata con il Goya in copertina, e della prima presentazione all’Accademia Virgiliana, nientemeno… bei momenti, ma non divaghiamo.

E poi la proposta di un adattamento teatrale. Lions Club, progetto didattico per le scuole, Hic Sunt Histriones, e nessun altro che G.-La-Regista, ovvero la mia insegnante di teatro, back in the day.

Gioiosa riunione – con il romanzo, con il teatro e con G.? Sssì… fino a un certo punto.

Perché era molto bello riprendere in mano il Somnium, ma condensare duecento e tante pagine in meno di un’ora di spettacolo è un mestiere, e doverlo fare per le scuole mi metteva in uno spirito abominevolmente didattico, con il quale G. non concordava affatto.

Prima stesura.

Settimane di silenzio.

“Non dovremmo incontrarci per discutere eventuali modifiche?” “Già fatto, grazie.”

What the hell!? Tempestoso incontro. Prima stesura macellata da altri. Ira funesta della Clarina.

Seconda stesura.

Perplessità di G.-La-Regista. “È teatro per le scuole, mica SuperQuark!”

Doom. Gloom. Despair.

Terza stesura.

“Questa non sei tu. Possibile che sia questo che volevi scrivere quando hai cominciato…?”

Possibile che sia questo che volevo…?

Folgorazione.

Quarta stesura: via la cronologia, via la struttura scolastica. C’è Annibale, c’è Antioco, c’è la luce delle torce, ci sono i fantasmi di Annibale, c’è il giavellotto – e tutto comincia da Canne e da Maarbale: nimini dii nimirum dederunt… Il cerchio che si chiude. Oh, non avete idea del momento a notte alta, del rendersi conto all’improvviso che ero tornata al punto di partenza: Maarbale. Con i dubbi. Sul palcoscenico.

Stavolta va bene. G. ne fa uno spettacolo asciutto e spigoloso. Mi sa che magari a tratti sia un po’ ermetico per i fanciulli… “Chissenefrega. Abbi fiducia nel teatro e nei fanciulli. I fanciulli capiscono,” è il verdetto di G. “Basta che ci siano le emozioni – e qui ci sono.”

E bisogna dire che sia vero se, a vent’anni dal primo incontro con Tito Livio, ci sono volte in cui, mentre assisto alle prove, mi ci emoziono ancora per conto mio. Poi non vuol dire, perché questa faccenda e io abbiamo una lunga storia, e perché nulla mi convincerà mai che sia solo questione di emozioni – ma fa nulla. Lo spettacolo è bello, e gira, e piace.

E sembra sempre un pochino incompiuto, se lo chiedete a me…* Ma è un’incompiutezza vaga e quasi dolce, una wistfulness di fondo che è inseparabile da tutto quel che ho scritto. Non è forse vero che, ogni volta che mi cade l’occhio su un passaggio del romanzo, vedo treni merci di cose che potrei fare diversamente, che potrei fare meglio…? 

È una condizione diagnosticata, un male con cui si vive, e non ci penserei quasi più – anche se ogni tanto fa capolino un’idea nuova legata ad Annibale. Personaggi secondari che meriterebbero una voce, una storia, un monologo. Qualcuno lo inizio, qualcuno lo progetto, qualcuno lo annoto su un fazzolettino di carta… Ho tanti di quegli appunti in proposito, sparsi tra hard disks e taccuini, da cavarne un altro volume collaterale. E chissà, chissà che prima o poi…

E ogni tanto dico, a nessuno in particolare, che non mi dispiacerebbe riprendere in mano il play. Lavorarci ancora un po’. Allungarlo. Ma lo dico così, alla maniera in cui si dicono certe cose, e nessuno mi prende sul serio – salvo M., l’attore che interpreta Annibale e che, ogni volta che ci incontriamo dopo non esserci visti per un po’, me lo chiede: e allora, stai riscrivendo…?

Ma la risposta è sempre no: non sto riscrivendo. Non ancora. Magari mai. È, dopo tutto, una di quelle cose che si dicono. Finché…

“Non ti andrebbe di riscrivere un po’ il Somnium?” mi domanda allegramente G.-La-Regista.

Me lo domanda così, come se niente fosse, mentre camminiamo sotto la neve dopo che ho fatto una visita a sorpresa alla compagnia.

E non dico di sì, ma nemmeno dico di no. E il tarlo s’insedia e rode. Non mi andrebbe di riscriverlo un po’? Di eliminare certe superstiti necessità didattiche e un singolo compromesso stilistico che allora avevo inghiottito di traverso? Di riportare in scena altra gente del romanzo, come il segretario spartano Sosila, il veterano numida senza nome, la bella Capuana…? Di rendere più robusto il finale?

 Ah be’, il fatto è che mi andrebbe. Mi andrebbe dannatamente – e tanto più perché adesso ho idee tecniche più chiare di quattro anni fa. Ho studiato, ho scritto e ho pensato parecchio, nel frattempo. Potrei fare di meglio, rimettendoci mano.

Per cui, a occhio e croce, sì. Ci sarà un altro Annibale per le scene – e sarà molto diverso. Non so troppo bene quando, ma che diavolo, ci sarà. Così come, prima o poi, ci saranno i racconti collaterali. E qualche monologo, in tutta probabilità. E, col tempo, persino una versione rimaneggiata del romanzo.

E gli anni, vedete, gli anni si avviano ad essere venticinque, ma è molto, molto chiaro che Annibale Barca e io non abbiamo ancora finito.

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* E no, M.: non per mancanza della scena del Navarca…

Ossessioni · scribblemania · Somnium Hannibalis · teatro

Annibale, Di Nuovo?

“Non ti andrebbe di riscrivere un po’ il Somnium?” mi domanda allegramente G.-La-Regista.

Me lo domanda così, come se niente fosse, mentre camminiamo sotto la neve dopo che ho fatto una visita a sorpresa alla compagnia.

“Perché sai, ho ripreso in mano il romanzo proprio ieri pomeriggio, e anche solo spulciando qua e là ci ho ritrovato tante cose che mi piacciono da matti, e che sono rimaste fuori dalla versione teatrale… Adesso che non abbiamo più il problema delle scuole e il limite di tempo, perché non lo riprendi in mano?”

E io non so se G. abbia ben chiaro che razza di bomba abbia sganciato, perché…

Ma cominciamo dall’inizio – e poi no, nemmeno quello. Cominciamo di lato.

Se avete mai presentato un libro, o se avete mai avuto la ventura di lasciarvi scappare che scrivete, odds are che qualcuno prima o poi vi abbia chiesto quanto impiegate a scrivere un libro. Quanto meno, a me capita tutto il tempo, e rispondere a proposito del Somnium Hannibalis può essere divertente o imbarazzante, a seconda dell’interlocutore. Perché l’ineludibile verità è che a scrivere SH ho impiegato più o meno vent’anni.

E adesso sì che cominciamo dall’inizio, e dalla Clarina sedicenne che, dopo avere divorato tutto il G.B. Shaw della ben fornita libreria di casa, decide di provarci e scrive a matita su fogli gialli a quadretti… Annibale – dramma storico in un prologo, tre atti e un epilogo.

Sì, davvero. E no, non ridete. Oppure ridete pure – a distanza di vent’anni e rotti ci rido anch’io, e all’epoca mio padre non finiva di divertircisi. Io però lo prendevo molto sul serio. E lo finii, sapete? Fu la prima cosa più lunga di un raccontino che finii sul serio.

Che dire? Se davvero l’imitazione è la forma più sincera di adulazione, lo spirito di Shaw aveva di che sentirsi molto lusingato. E da qualche parte devo averli ancora, i foglietti gialli a quadretti con il mio primo dramma scritto a matita. Quel che ricordo con vera felicità di quella stesura è che ero capace di lavoraci, in piena concentrazione, nel bel mezzo di qualsiasi grado di casino. E adesso smetto di sdilinquirmici, ma abbiate pazienza: è un bel ricordo.

Poi, in sporadici e successivi sussulti di buon senso, eliminai l’epilogo. E poi il prologo. E poi un atto. E poi un altro. Arrivando a Pavia da matricoletta, mi portai dietro un atto unico. Ed era ancora un atto unico quando partii per Cardiff – solo che era stato trascritto su foglietti azzurri. Sempre a quadretti. E si svolgeva tutto la sera dopo la battaglia di Canne.

Maarbale, e la vittoria, e nimini dii nimirum dederunt, e perché diavolo dopo Canne non aveva attaccato Roma? Perché il punto era quello: sapevo bene che c’erano tutte le buone e solide ragioni strategiche del mondo per non cacciarsi ad assediare una città murata in territorio ostile, eppure l’idea che la tentazione dovesse pur essersi presentata, e poi nulla, mi dava i brividini alla schiena.

Avete presente quando sapete, proprio sapete con assoluta certezza di avere una buona idea per le mani – solo che sappiate darle la forma giusta? Ecco, così. Peccato che la forma giusta continuasse a sfuggirmi. Ho perso il conto delle stesure di quell’atto unico. Ho anche quelle, da qualche parte. Foglietti azzurri in una copertina ad anelli azzurra, pieni di cancellature e correzioni. Sapevo quel che volevo, solo che non riuscivo a dargli la forma che avevo in mente.

E immaginatevi gli anni che passano, le stagioni che si succedono e la Clarina che, tra Cardiff, Pavia, la Vandea e Londra, decide che forse dopo tutto la sua strada non è il teatro, ma il romanzo storico. Fast forward un certo numero di anni, mentre scrivo tutt’altro, eppure, eppure… Annibale resta sempre lì, tra le quinte, in attesa che mi decida a farne qualcosa.

Ma in realtà nel frattempo è diventato difficile. Non che sia mai terribilmente facile, ma Annibale è peggio della media. Se non fosse buffo, direi quasi che non riesco ad essere debitamente lucida…

Finché, dopo due volumi di Vandea e il Rinascimento mantovano, dopo la Francia seicentesca e Costantinopoli moribonda, ecco che arriva la folgorazione: Annibale, sì, ma in forma di romanzo. E comincio a strologarci su, e prendo… come chiamarla? Una deviazione? Immagino di sì. Una consistente deviazione: un metaromanzo su… er, gente che non scrive su Annibale. 

I know, I know... Eppure anche quello aiuta. Mentre scrivo di gente che esplora l’idea da vari punti di vista e poi rinuncia per un motivo o per l’altro, in qualche modo mi convinco. Prima di tutto, mi convinco a leggere e studiare di più in proposito, perché a teatro non c’è davvero bisogno di ricostruire minutamente un mondo – basta suggerirlo – ma un romanzo è un’altra faccenda. 

E così si legge in abbondanza e in varie lingue, ci si documenta e si strologa, e si scoprono varie cose. Come la vecchiaia passata presso Re Antioco, ospite di lusso, pericoloso e inascoltato. O come il probabilmente apocrifo episodio del giavellotto scagliato dentro le mura prima di allontanarsi per sempre da Roma… Apocrifo finché si vuole, ma indicibilmente bello.

E allora…

Ma no, che diavolo. È tardi, devo precipitarmi al seggio, da brava piccola segretaria. Mi perdonate se per oggi mi fermo qui?

Ci sarà una seconda puntata di questa storia: giungerà la nostra eroina alla conclusione di riscrivere il Somnium? Staremo a vedere. 

Staremo a vedere tutti, credetemi…