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Giornata Mondiale della Lettura ad Alta Voce

litworldWRAD15logo-webCome ogni primo mercoledì di marzo, da qualche anno a questa parte, oggi è la Giornata Mondiale della Lettura ad Alta Voce.

L’idea è quella di celebrare con la lettura il potere delle parole e il diritto all’alfabetizzazione, restituendo spazio a quella per per secoli, in Occidente, fu l’unica modalità di lettura – prima di essere soppiantata dalla lettura silenziosa e individuale.

Soppiantata – ma non cancellata del tutto. Uno dei miei esempi preferiti sono le letture di gruppo nella Londra ottocentesca, l’epoca d’oro dei romanzi a puntate: ci si riuniva nelle case private, nelle biblioteche, nelle sale pubbliche e nei caffè, e si ascoltava qualcuno di alfabetizzato leggere l’ultimo episodio. Inutile dire che Dickens spopolava presso questo genere di pubblico, ma era una pratica diffusa. Vi ho mai raccontato di Mrs. Oliphant, e della storia delle giovani cucitrici che ascoltando leggere Old Mortality di Scott, si dividevano in fazioni tra chi preferiva Henry Morton e che invece sospirava per Lord Evandale? A parte tutto il resto, certe cose non cambiano mai troppo…

Un altro e più contemporaneo esempio è Ad Alta Voce, di cui abbiamo parlato più di una volta e che a me piace molto – ma ammetto di essere di parte.

La storia culturale è piena di letture ad alta voce, dalle letture che accompagnavano i pasti silenziosi nei refettori monastici fino alla radio, focolare etereo attorno a cui ci si riuniva per sentirsi leggere delle storie, passando per le storie della buona notte e Isabel Archer che legge per il povero cugino Ralph. Perché il punto è proprio questo: all’umanità piace sentirsi raccontare e leggere storie – e la lettura ad alta voce è un modo di condividere non solo le storie in sé, ma i modi significativi in cui le storie sono state raccontate.

In celebrazione della giornata volevo postare qualcosa, una lettura significativa – ma devo confessare che la ricerca è stata lunghetta è, nel complesso, frustrante. Sembra difficile trovare in rete qualcosa che non sia l’ovvietà assoluta… E naturalmente, dato l’anno, avrei voluto Kipling – ma si trova solo e soltanto l’onnipresente Se, quasi sempre letta a una temperatura retorica che non rende affatto giustizia a Kipling. Passando ad altro, di prosa nemmeno l’ombra, e poesia… come dicevo, a volere qualcosa di ben fatto e che non sia sentito, e sentito, e sentito mille volte, non è come se si trovasse granché.

Però alla fin fine ho trovato Nando Gazzolo che legge I Limoni di Montale:

Non posso dire di adorare la musica che c’è sotto, ma Montale è Montale – e Gazzolo è Gazzolo.

E poi vi segnalo la pagina dedicata agli audiolibri del sempre meritorio LiberLiber, dove si trova una certa quantità di classici italiani e tradotti.

Ma non limitiamoci ad ascoltare: oggi è la giornata della lettura. Riusciremo, prima di sera, a catturare qualcuno e leggergli qualcosa ad alta voce? Fatemi sapere.

 

 

cinema · Natale

(Breve) Canto Di Natale

old-scrooge-posterAh, gli anni Dieci del Novecento, infanzia del cinema muto – quando i film duravano una decina di minuti, eppure, nella maggior parte dei casi, riuscivano a raccontare storie dannatamente complesse con ragionevole efficacia.

Immaginate di riassumere in meno di un quarto d’ora, che so, Shakespeare – senz’altro che immagini e qualche cartello… Oppure Dickens – come in questo piccolo A Christmas Carol americano, datato 1910, che riesce ad essere fedele e stringato allo stesso tempo. Certo, il fatto di raccontare una storia molto conosciuta era di grande aiuto, perché c’erano un sacco di cose che si potevano, so to say, telegrafare con la certezza che il pubblico capisse.

Ad ogni modo, per essere quello che è, non è affatto una cattiva versione – né certo l’ultima, ma nemmeno la prima.

Già nel 1901 ci avevano provato, ancora più in piccolo, gli Inglesi, con i cinque minuti cinque di Scrooge – or Marley’s Ghost. Magari a noi sembra leggermente buffo, ma per l’epoca fu un trionfo narrativo e tecnico.

E non potevamo lasciar finire l’anno senza almeno un po’ di Canto di Natale, vi pare?

Buona domenica.

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Dieci Libri – La Lista Bigia

charlie-brown-heavy-bookParlavamo di libri che ci influenzano, ricordate? Libri a cui siamo legati – e avanzavamo il dubbio che questo possa accadere nel bene e nel male… Dove sono quei libri che ci hanno segnati – ma non troppo felicemente? Ebbene, non so voi – ma ecco la mia…

Lista Bigia

1. Il Piccolo Principe. Che devo dire? Ammesso che non sia nata cinica, Saint-Éxupéry mi ci ha resa prima dei quattro anni. E insisto nel dire che nessuna volpe che si rispetti chiederebbe mai di essere addomesticata.

2. La Bambinaia Francese. E non so, magari da piccola Bianca Pitzorno non mi dispiaceva nemmeno del tutto – ma una lettura della sua prima opera di “narrativa adulta” mi è bastata per sviluppare un’allergia violentissima nei confronti dell’anacronismo psicologico.

3. Cristoforo Colombo. E questo a suo modo è bizzarro, considerando quanto di Granzotto adoro l’Annibale… Ma letta a dodici anni per l’ora di narrativa, corredata di uno di quei terribili apparati didattici, questa biografia mi parve della stessa qualità essenziale delle piastrelle di marmo. Non solo m’indusse un’antipatia per il povero Colombo che non ho ancora superato, ma poco mancò che mi alienasse definitivamente dalla lettura delle biografie.

4. Tra gli Orrori del Duemila. Anche di questo ho già parlato. Qui basterà dire che Chelsea Quinn Yarbro fu più efficace di Granzotto: non solo soffrii di incubi per un’estate intera, ma tutt’ora – e sono passati quasi trentacinque anni – non leggo volentieri fantascienza.

5. Gertrud. No, sia chiaro – mi è piaciuto, forse è uno dei miei Hesse preferiti. Però prima di leggere Gertrud ero certa che in un’altra vita avrei suonato in un’orchestra. Dopo Gertrud… be’, non più.

6. L’Eneide. letta male, letta al momento sbagliato, letta in brutta traduzione… non so. O forse è davvero solo questione del Pio Enea… Come che sia, l’Eneide ha scatenato in me un’avversione a Virgilio del tutto irragionevole. C’è voluto Seamus Heaney perché la superassi.

7. Oliver Twist. Letto nell’infanzia, assieme a David Copperfield, in traduzioni condensate e sanitizzate per i fanciulli. La concentrazione di zucchero rischiò di uccidere la potenziale dickensiana che era in me. Di sicuro fece molto per curare qualsiasi residua inclinazione sentimentale mi fosse rimasta dopo il PP. C’è di buono che così, quando molti anni più tardi arrivai a The Old Curiosity Shop, ero abbastanza vaccinata da poter proseguire la lettura nonostante Nell. C’è di cattivo che ancora adesso sono così ossessionata dal terrore di scrivere zuccherosità che fa male a guardarmi. Too_Many_Books_student

8. L’Aristocrazia Bizantina. Questa non so se considerarla un’influenza per il bene o per il male. Una delle letture più aride e pesanti della mia vita – e a me la storia bizantina piace proprio tanto – e il primo libro che abbia consapevolmente abbandonato da adulta. Anche da bambina, devo dire, tendevo a finire tutto quel che iniziavo (con poche eccezioni – Tarzan being one). Il senso di colpa da libro abbandonato era invincibilmente forte… Ci vollero Ronchey e Kazhdan per liberarmene una volta per tutte.

9. Un Americano alla Corte di Re Artù. E perché mai, povero Twain? Ecco, il fatto è che all’epoca soffrivo di medievite. Una forma particolarmente forte. Non c’era altro che il Medio Evo. E mi prendevo sul serio assai, in proposito – in un modo che sarebbe stato imbarazzante se non avessi avuto una decina d’anni. Vederci fare su dell’ironia… well, we were not amused. Da un lato scoprii che, quando si trattava delle mie infatuazioni, il mio senso dell’umorismo si prendeva un giorno di ferie.* Dall’altro, fu l’inizio della fine dell’infatuazione stessa – insieme al Cavaliere Inesistente.

10. Viaggio a Izu. Questo non l’ho letto in senso stretto. L’ho sentito recitare. In un giardino. Al tramonto. E sono certa che la colpa è mia, e non del povero Yasunari Kawabata – ma che devo dire? L’andamento paludoso, la mancanza di struttura e  storia, l’aggraziata rarefazione e, diciamolo, la noia mortale hanno generato in me un’irragionevole quanto invincibile diffidenza nei confronti della letteratura giapponese nel suo complesso. E potrei aggiungere, giusto per contrabbandare qui un undicesimo titolo senza parere, la vicenda parallela de La Casa degli Spiriti – letto per baratto (in cambio di LJ) e all’origine della mia antipatia per la narrativa sudamericana.

E non è come se non mi rendessi conto che quel che emerge da questa lista è pù che altro l’immagine di una donna irragionevole – ma non so che farci. Le scottature per via di lettura non mi guariscono più… fatemi causa.

E voi, dunque? Ce l’avete una lista bigia, o Lettori? Raccontate…

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* Le cose sono migliorate – ma solo un po’. Provate a fare dello spirito ai danni di Marlowe. O di Annibale. O del Barone Rosso. O di Manfredi di Svevia. O di Alan Breck Stewart. O di Lord Jim. Arrossisco nel dirlo, ma…

Vitarelle e Rotelle

Compagnia Di Repertorio

Che sembra – ma non è – un altro post sul teatro. Almeno non del tutto. In realtà parliamo di scrittura in generale, e cominciamo con Gore Vidal. Gore Vidal diceva che…

“Ogni scrittore nasce con una compagnia di repertorio in mente. Shakespeare ne ha una ventina, Tennessee Williams più o meno cinque, e Samuel Becket uno – e un possibile clone di quell’uno. […] L’abilità nell’assegnare i ruoli è qualcosa che migliora con la maturità.”*

Immagine1Non so voi, ma personalmente la trovo un’idea meravigliosa – per le implicazioni teatrali (tutta la narrativa è teatro e lo scrittore diventa anche regista…) e per la faccenda in sé: non personaggi ricorrenti, badate, ma tipi di personaggi. Ruoli. Archetipi personali, se volete, che naturalmente dipendono dalle intenzioni, dai temi prediletti, dal gusto, dalla formazione, dalle paure, dai desideri e dalle ossessioni dell’autore – ma anche dal genere in cui scrive e dal contesto storico, letterario e culturale in cui legge, pensa, lavora.

Gente che ritorna.

La fanciulla preternaturalmente perfetta di Dickens, memoria della defunta cognata Mary Hograth, ripetut(issim)amente idealizzata nelle varie Nell, Rose, Emma, Florence, e con lei l’Orfanello/a, il Padre Inutile, il Giovane di Belle Speranze Intralciato dai Postumi di un’Infanzia Infelice, l’Amico Inaffidabile… Poi c’è l’ambizioso di umili origini, inarrestabile e amorale, di Marlowe, combinazione di autoritratto e wishful thinking. Il marinaio sradicato e inquieto di Conrad, sempre affiancato da una donna che cerca di ancorarlo a sé e da un amico-mentore-figura semipaterna.  Il byroniano bello, spregiudicato e tragico della giovane Charlotte Brontë, cui fanno da contrappunto da un lato il professore spigoloso e intelligente modellato sul suo amore impossibile, e dall’altro l’essenziale mascalzone che occupa sempre il centro nelle storie di suo fratello Branwell…

Col che non voglio dire che tutti costoro scrivano sempre la stessa storia o lo stesso personaggio – anzi. Guardate Tamerlano, Barabbas e Faustus: sono personaggi molto diversi tra loro, ma incarnano diversamente un certo tipo di preoccupazioni, una certa visione dell’umanità, un certo attrito con un ambito sociale e culturale. Una voce. E se cito Marlowe non è perché Marlowe sia una mia ossessione… Oh, d’accordo – anche per quello, ma il fatto è che Marlowe è perfetto per illustrare il tema, perché è meno condizionato di altri dalle convenzioni di genere, e perché i tre personaggi in questione furono interpretati per la prima volta dallo stesso attore – Edward Alleyn – in un elegante parallelismo tra metafora e realtà. 55105408

Il fatto che Shakespeare invece di questi “attori” ne abbia a decine, ce lo fa immaginare meno ossessionato da se stesso e dalla sua vita, più interessato di altri all’osservazione dell’umanità at large. Una compagnia talmente numerosa e variegata che l’autore sparisce e si confonde tra i suoi attori…

Così adesso ho deciso di mettermi a fare un piccolo inventario, e vedere chi ho nei camerini del mio teatro immaginario. Chi è che mando in scena e come. Magari ne parleremo. E intanto, ditemi, o Lettori: da chi è costituita la vostra compagnia di repertorio?

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* E a dire il vero mi è capitato d’incontrare anche un’altra versione, in cui gli “attori” di Shakespeare sono ben cinquanta, e ad averne uno solo è Hemingway… sospetto che sia inaccurata, ma la cito lo stesso, seppure in nota, perché mi piace la parte su Hemingway.

libri, libri e libri

Dal Lato Sbagliato Della Coperta

Vi ricordate quando parlavamo delle potenzialità narrative degli orfani? Be’, c’è un’altra categoria di personaggi altrettanto dotati in fatto di conflitto originario, ma di solito più complicati: i figli illegittimi.

Possono essere anche orfani, o credersi orfani – e poi scoprirsi provvisti di uno o più genitori, oppure non sanno chi sono, o lo sanno e si risentono… C’è tutta una fenomenologia, ma una cosa è costante: sono malaggiustati. Degli outsider tormentati dal rancore, dal senso d’ingiustizia, dallo stigma sociale… Conflitto a palate!

E non è detto che siano teneri e simpatici come gli orfani – almeno non in tutte le epoche.

EdmundIn età elisabettiana, per dire mica tanto. Prendiamo un autore a caso – Shakespeare.* Per un intelligente, saggio ed energico Faulconbridge, abbiamo l’invidioso e manipolatore Don John in Molto Rumor per Nulla, l’intrigante, rancoroso Edmund in Re Lear, e Calibano della Tempesta, che è proprio un mostro. E in linea generale, nel teatro elisabettiano e giacobita, l’illegittimità tende ad essere sinonimo di cattivo carattere, sregolatezza e morale periclitante nella migliore delle ipotesi, con punte di malvagità pura e semplice.

Ma a questo punto, stiamo parlando di bastardi di sangue reale o molto nobile, giovanotti a un invalicabile passo da un titolo o da una corona, pieni di risentimento e di ambizioni frustrate…

Bisogna aspettare il Settecento di Fielding, per trovare un Tom Jones, trovatello e commoner, illegittimo, ma di buon cuore e principi fondamentalmente sani, al contrario del legittimissimo fratello adottivo, che è un ipocrita di tre cotte. Inutile dire che all’epoca l’idea risultò piuttosto scandalosa – ma la romanticizzazione un po’ risquée dell’illegittimità era dietro l’angolo.

Non ancora in Jane Austen – o non proprio, se consideriamo che l’Emma eponima si considera molto longanime nell’incoraggiare la povera Harriet, di dubbia nascita, ad aspirare a un buon matrimonio… Il fatto è però che le idee di Emma in proposito si rivelano malguidate. In realtà Harriet rimane “improponibile” per un gentiluomo, e alla fine troverà “il suo posto” sposando un contadino ricco.

L’idea che persino l’ombra dello scandalo basti a rovinare una donna e le sue prospettive matrimoniali è ancora in pieno fulgore nei tardi anni Trenta dell’Ottocento, quando la Rose Maylie di Oliver Twist, pur essendo uno di quei miracoli di perfezione femminile che solo Dickens, non può sposare il gentiluomo Harry, perché la sua nascita è dubbia. E sia chiaro, la zia di Harry ha cresciuto Rose e la adora – solo che non si fa. Ci vorrà l’orgia di agnizioni del finale per far trionfare l’amore entro i confini della proprietà sociale.

Andrà meglio, in Casa Desolata, a Esther Summerson, che pur illegittima ha ben due uomini ansiosi di sposarla, e può godere di un lieto fine. Non a caso, tuttavia, il lieto fine arriverà soltanto dopo che entrambi i suoi discutibili e adulteri genitori saranno morti. Un prezzo da pagare c’è sempre… Antony

E la romanticizzazione che si diceva? Be’, tende a riguardare per lo più i personaggi maschili. Come l’Antony di Dumas Père (che di figli illegittimi ne sapeva qualcosina), cupo eroe byroneggiante, reietto dalle reazioni un tantino incontrollate – ma lo si deve capire: fuori dalla società, fuori dalle convenzioni… Non a caso, Dumas Fils, esemplare di prole illegittima, scriverà a sua volta un dramma intitolato Le Fils Naturel – ma con una visione meno romantica, e una decisa rivendicazione dei diritti dei figli naturali.

Victor Hugo nel 1828 mette nella sua Marion Delorme un altro di questi giovanotti illegittimi e fiammeggianti: Didier è di quei primi amorosi e grandiloquenti con vocazione al martirio (proprio e altrui). Una trentina d’anni dopo, con il dramma di Fantine e Cosette nei Miserabili, Hugo mostrerà di saper dipingere l’illegittimità in colori meno melodrammatici e più dolorosi. E se, di nuovo, Didier-il-romantico è un uomo, e Cosette-la-rovinata è una donna, è anche vero che l’irregolarità di Cosette viene ingoiata intera dal pur rigido Monsieur Gillenormand prima quando l’alternativa è perdere di nuovo Marius, e poi quando la fanciulla si rivela ereditiera.

Alla fine dell’Ottocento, l’illegittimità di Billy Budd non è il tema centrale della novella omonima, però di sicuro è la circostanza originaria che dà a Billy la sua sconcertante (e alla fin fine letale) combinazione di fascino e candore.

Ma ci vorrà il Novecento perché la narrativa esplori davvero la situazione dei figli illegittimi dell’uno e dell’altro sesso – gente con una situazione non solo socialmente insanabile, ma psicologicamente distruttiva. Pensiamo allo Zenon Ligres di Marguerite Yourcenar, a perenne caccia di qualcosa che lo affranchi o compensi. O al Razumov di Conrad, così fatalmente ansioso di essere accettato dal padre naturale e dal suo ambiente. O il Michael del desolato The Gardener, insicuro nonostante l’affetto con cui è stato cresciuto dalla zia. O, con un taglio più leggero per genere, ma non per esito, il Meurig di Ellis Peters, più fedele dei parenti legittimi al maniero e al nome che non può ereditare. Il Jean/Kack Dunois di Shaw, il grande amico di Santa Giovanna, lo troviamo un caso senza complicazioni, perfettamente aggiustato nel suo ruolo – ma stiamo parlando di un personaggio piuttosto minore, un simpatico sidekick di sangue reale, cui non si possono dare tormenti privati che distraggano il pubblico dalla Pulzella: l’illegittimità di Dunois è puramente storica e incidentale, e possiamo considerarla irrilevante. Se davvero vogliamo qualcuno cui vada relativamente bene, c’è l’André-Louis Moreau del sabatiniano Scaramouche, che colla sua illegittimità viene a patti nelle turbolenze livellatrici della Rivoluzione – salvato probabilmente, come ci viene quasi promesso fin dalla prima riga del romanzo – dal suo sense of humour…

imagesMa può anche darsi che André-Louis sia solo più fortunato in fatto di contesto, e più abile a nascondere il suo disagio. In generale, se gli orfani hanno conflitto in abbondanza, i figli illegittimi  – almeno fino alla prima metà del Novecento – ne hanno ancora di più, meno risolvibile, dalle conseguenze più amare e più inestirpabili. Per loro, alla situazione dolorosa e alle difficoltà economiche, si aggiungono problemi d’identità negata e sradicamento – combinati con un rifiuto sociale, più o meno esplicito, che chiude la maggior parte delle strade. Non è un caso se il tema ritorna così spesso in letteratura, e se gli esemplari della specie che godono di lieto fine si contano sulle dita di ben poche mani.

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* Dite la verità: vi aspettavate Marlowe, vero? E invece no…

anglomaniac · grillopensante

The T2C Project – Tempo Di Bilanci

E così mercoledì pomeriggio, dopo sei mesi di episodi settimanali, abbiamo archiviato Le Due Città alla UTE di Mantova.

E com’è andata? vi chiederete voi.

Mah, non straordinariamente bene, temo – ma parliamone.

Se vi ricordate, qualche dubbio sull’opportunità di scegliere proprio questo romanzo lo nutrivo. A quanto pare, non avevo tutti i torti.

Per cominciare, se contavo che, a titolo di motivazione per uscire di casa nel tardo pomeriggio, la curiosità nei confronti di un romanzo meno conosciuto potesse valere come il piacere di sentir rileggere qualcosa di già letto e arcinoto, mi sbagliavo di grosso.

All’inizio, a ottobre, le letture settimanali di T2C contavano un buon numero di partecipanti, che poi hanno cominciato a disperdersi e calare fino a ridursi a quattro o cinque prima di Natale. Un po’ mogi, avevamo deciso di “sospendere” tutto – il che era un modo carino per dire “abbandonare”. Era un pomeriggio piovoso (uno dei tanti, but more of that later), e noi cinque ci eravamo chiusi in biblioteca a celebrare un funeralino per il ciclo di letture. E quando siamo usciti in direzione aula magna per annunciare la sospensione, il primo della fila si è fermato di colpo. Io sono andata a sbattere contro di lui e, siccome Stelio è alto, non vedevo che cosa lo avesse bloccato sul posto.

“C’è gente,” mi ha detto.

E io ho ripetuto “c’è gente” alla persona che nel frattempo era venuta a sbattere contro di me, e via così, e quando siamo emersi tutti nell’aula magna abbiamo visto che “gente” significava una ventina di persone. Il che, in uno di quei semi-finali che solo nelle commedie americane, ha salvato le letture – ma il nostro pubblico non si è più allargato, e da gennaio in qua abbiamo letto per dodici, quindici o venti persone al massimo, a seconda delle giornate.

Vero è che abbiamo dovuto combattere con gli interessantissimi concerti dei Mercoledì del Conservatorio, e con il Club del Cinema, e con qualche conferenza, e poi con il tempo. Ah, il tempo. Voi non avete idea: ogni benedetto mercoledì pomeriggio, fino a un paio di settimane fa, il clima è peggiorato con micidiale puntualità giusto in tempo per scoraggiare qualsiasi zelo dickensiano. Non so se fosse lo spirito di Dickens, in un malguidato tentativo di fornire atmosfera, ma fatto sta ed è che abbiamo avuto nebbia fitta, pioggia, neve, nevischio, vento e gelo in ogni possibile combinazione. Dal punto di vista meteo, non ci siamo fatti mancare proprio nulla e, contando anche aprile, abbiamo avuto quattro mercoledì non troppo orribili su ventitre.

Ma a parte le circostanze esterne, c’è stato modo di interrogare un certo numero di transfughi, e le risposte alla domanda “Perché non vieni/e più?” sono state varie e istruttive:

– Perché il romanzo non mi piace.

– Perché mi piacerebbe anche, ma faccio fatica a seguire.

– Perché con tutti quei nomi stranieri non mi raccapezzo.

– Perché ho perso uno o più episodi e ritornando non riuscivo a riprendere il filo.

– Perché è una storia che non conosco.

Prima di scandalizzarvi, considerate che stiamo parlando dell’Università della Terza età, e quindi l’età media del pubblico non era precisamente adolescenziale.

E poi, come curatrice, ho fatto almeno due errori fondamentali. Tre. Be’, due più uno.

In primo luogo, la traduzione 1911 di Silvio Spaventa Filippi non è quel che ci vuole per riconciliare un pubblico moderno con Dickens, che già di suo era soprannominato Mr. Popular Sentiment ai suoi tempi – figuratevi oggidì, e in una traduzione che calca sciaguratamente la mano su ogni tratto sentimentale di una scrittura già alquanto gonfia, raggiungendo qua e là vertici ai limiti del purpureo.* A mia discolpa posso soltanto dire che, all’apertura del progetto, non c’era granché d’altro a disposizione. Un’altra traduzione più moderna è uscita alla fine dell’anno, quando era già tardi per chiudere la stalla: i buoi non solo erano scappati, ma avevano avuto il tempo di installarsi in Conservatorio per non muoversene più.

In secondo luogo, se dovessi rifarlo, non impiegherei due mesi ad accorgermi che il concetto di “lettura integrale” non è poi scolpito nel marmo, e che qua e là si può – e anzi, si deve – sfrondare. Se dovessi rifarlo, capitozzerei energicamente il Libro Primo, per concentrarmi sul secondo e sul terzo, che sono molto più interessanti e densi.

E adesso mi chiedo se il terzo errore, probabilmente quello fatale, non sia stato proprio la scelta de Le Due Città. Perché io posso nutrire tutta la predilezione del creato per questo romanzo, ma devo ammettere che è così inglese in concezione, così poco conosciuto, così intricato (seppur relativamente lineare per essere Dickens)… È inutile: alle letture della UTE si va per ritrovare le vecchie letture scolastiche, non per scoprire qualcosa di nuovo. Se il dubbio c’era – e c’era – adesso ne abbiamo avuto conferma. A ottobre sapevo bene di avere cambiato le regole del gioco, e mi domandavo: funzionerà?

La risposta, alas, sembra essere: non troppo.

dopodiché, devo dire che non dimeno l’avventura ha avuto la sua parte di soddisfazioni. I fedelissimi si sono appassionati davvero – così come i bravissimi lettori dell’Accademia Campogalliani, ed è stato bello vedere qualche scettico convertito a Dickens, qualche membro del pubblico occupato a fare proselitismo in famiglia, qualche signora con gli occhi lustri sul finale… E, bear with me, per due volte ho dovuto (con un certo batticuore) sostituire Francesca Campogalliani e cimentarmi nella lettura. Spero di non avere sfigurato troppo spaventosamente, ma di certo mi sono divertita un sacco a leggere Madame Defarge, Miss Pross e la Cucitrice – per non parlare del finale ad effetto.

Dopodiché mi piacerebbe poter dire che è stato istruttivo, che la prossima volta farò di meglio, che adesso ho le idee molto più chiare… ma non so troppo bene se mai si ripresenterà l’occasione di leggere ad alta voce Le Due Città – con una traduzione migliore e dei tagli più smaliziati – ma, Dickens a parte, temo molto che la mia carriera di curatrice di letture alla UTE sia franata a valle.

 

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* E non è che non lo sapessi anche prima di iniziare, ma pensavo che, se erano sopravvissuti alla lettura del Cuore, dovevano essere vaccinati contro qualsiasi livello di saccarina…

Vitarelle e Rotelle

Al Momento Migliore, Al Momento Peggiore

Il momento migliore per fornire informazioni è quando il lettore è ansioso di saperle, ci diceva Karl Iglesias a un seminario.

E, aggiungerei io, quando possono causare la maggior confusione e/o il maggior danno possibile.

Prendete Dickens…

Sì, lo so, avevo detto basta Dickens, but bear with me. Vedrete che si tratta più di tecnica che di Dickens. le due città, charles dickens,

Prendete Le Due Città.

Prendete il Dottor Manette. Ecco, il Dottor Manette, so sappiamo fin dal capitolo I del Libro Primo, si è sciroppato quasi diciotto anni di prigionia alla Bastiglia. Ci è finito da innocente, ma non sappiamo perché. Nessuno lo sa. Nemmeno lui, perché mentre fabbricava scarpe da signorina nella cella n° 105, ha avuto tutto il tempo di perdere il lume della ragione.

Ma poi il buon dottore viene liberato, ritrova una figlia che era cresciuta credendosi orfana, e che è ben felice di riprendersi un genitore – per danneggiato che sia. E Lucie Manette, creatura luminosa fin dal nome, è quel che ci vuol per ricondurre all’ovile le sparse meningi del povero babbo.

charles dickens, le due cittàEd è chiaro che, mano a mano che recupera il senno, il Dottor Manette ricorda quel che gli è capitato. Però non lo dice a nessuno. Certo, ogni tanto ha una ricaduta e si rimette a fare scarpe. E certo, per quanto si sforzi, non è capace di farsi piacere fino in fondo quel pur bravissimo ragazzo del suo futuro genero, l’émigré francese Charles Darnay. Ed è pur vero che Charles ha per zio, il malvagissimo marchese di St. Evremonde, che è così curioso a proposito del medico liberato dalla Bastiglia. Ed è pur vero che, quando Charles vorrebbe rivelare al Dottore questi suoi sgradevoli vincoli famigliari, Manette lo supplica di non farlo fino a dopo il matrimonio con Lucie. Ed è vero anche che la terribile Madame Defarge si stupisce molto che una Manette possa sposare il nipote di un Evremonde.

E quindi ogni tanto ci si ricorda che c’è un mistero attorno alla prigionia del Dottor Manette. Un mistero che potrebbe riguardare in qualche modo Charles. Un mistero potenzialmente devastante per tutte le brave persone di questo romanzo. Un mistero che solo il Dottore potrebbe sciogliere…

Solo che non lo fa. Mai.

Ci sono mille occasioni in cui il Dottore potrebbe raccontare quel che gli è capitato a Lucie, a Charles, al Dottor Lorry – o a se stesso nelle notti insonni. Però non lo fa. charles dickens, le due città

Almeno non direttamente. Perché quando la rivelazione alla fine arriva, arriva sì dalle parole del Dottor Manette, ma sono parole scritte e dimenticate. Sono di Defarge a ritrovare e produrre il drammatico manoscritto che il Dottore aveva lasciato nella sua cella alla Bastiglia, piene di nomi, accuse, rabbia e maledizioni – contro gli Evremonde.

Maledizioni che adesso il Dottore vorrebbe non avere mai scritto, perché l’ultimo degli Evremonde è il marito della sua adorata figlia – ma è troppo tardi.

La rivelazione lungamente attesa, promessa e dilazionata alla fine arriva – per mano di altri – al momento peggiore, quello in cui serve a condannare senza appello il povero Charles nel suo terzo processo capitale nel giro di sette anni.

Ed è una lunga rivelazione, un’abbondanza di backstory che occupa quasi un capitolo – però il lettore non se ne irrita perché, oltre ad essere molto drammatica, la rivelazione, invece di essere solo un sacco di informazioni, è diventata una minacciosissima svolta della trama – e arriva in modo del tutto inatteso, nel momento in cui nessuno se l’aspettava più.

Nel momento peggiore per i personaggi, e nel momento migliore per il narratore e i lettori. Oh… e sì: anche il momento in cui i lettori sono davvero ansiosi di riceverla.

 

Natale

A Christmas Carol

charles dickens,a christmas carol,fumetti marvel,radiodrammiVenerdì vi avevo promesso un piccolo strascico dickensiano nella forma di un link, vero? Ebbene, eccoci qui: A Christmas Carol, un sito interamente dedicato al Natale dickensiano. Me lo ha passato lo scorso anno Danilo Zanelli di Idee Per Scrittori – e io ci ho passato metà delle mie vacanze natalizie, ma mi sono eroicamente trattenuta dal mettervene a parte per tutto un anno, in attesa della Vigilia del Bicentenario.

E adesso ci siamo, per cui ve lo giro. Ci troverete ogni dickensiano ben di Dio: un testo completo della novella, naturalmente, e tonnellate di illustrazioni, e link a tutti i saggi natalizi*** di Dickens, e informazioni sul diluvio di adattamenti cinematografici, teatrali charles dickens,a christmas carol,fumetti marvel,radiodrammiradiofonici di ACC, e una versione a fumetti della Marvel, nella sua scannerizzata interezza… Consultate con cura quella sidebar sulla destra, perché è una miniera.

Già che ci siamo, qui c’è un articolo su un manoscritto originale di ACC riscoperto, con la possibilità di consultare un certo numero di pagine riprodotte. Oh, e le due illustrazioni che vedete in questo post sono l’acquerello originale di John Leech per lo Spirito del Natale Presente e la versione rifatta, perché lo spirito doveva essere vestito di verde, e non di rosso…

E a questo punto, miei cari lettori, credo che vi augurerò una buona e lieta e serena Vigilia. E se i fantasmi di qualche Natale vi verranno a trovare questa notte – o magari schiaccianoci e re dei topi – vi auguro che siano benevoli e di buona compagnia.

Merry Christmas Eve.

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* Quest’anno, A Christmas Tree costituirà la mia lettura per la notte di Natale, insieme a una traduzione di Nußknacker und Mäusekönig di Hoffman e, se reggo ancora, la dumasiana Histoire d’un casse-noisette. Voi cosa leggete la notte di Natale?

gente che scrive · libri, libri e libri

Bicentenario Dickensiano – Sipario

charles dickens, bicentenario dickensiano, senza errori di stumpa, conferenze, bicentennial chapbookLo so, lo so: non ne potete più di me che mi diffondo su Dickens…Ma la bella notizia è che questo è l’ultimo post del Bicentenario.

Contenti?

No, sul serio. Volevo ricapitolare un pochino il mio anno dickensiano, che è stato abbastanza intenso.

Ho cominciato con una lezione intitolata Una Vita da Romanzo: omaggio a Charles Dickens nel bicentenario della nascita, per la Libera Università del Gonzaghese. D’accordo, era ancora il novembre dell’Undici e quindi, a rigor di logica, non era ancora Bicentenario, ma la faccenda faceva parte dell’Anno Accademico 2011-2012 e comunque direi che il titolo era inequivocabile – per cui ho deciso che conta.

A marzo è stata la volta di Fuliggine e Nebbia: la Londra cupa di Charles Dickens, presso il Circolo dei Lettori di Levata (MN) – occasione resa notevole dal fatto che la chiacchierata è durata quasi il doppio del previsto. E no, niente sforamenti epici, solo una di quelle felici occasioni in cui il pubblico ha treni merci di domande. charles dickens, bicentenario dickensiano, senza errori di stumpa, conferenze, bicentennial chapbook

Poi c’è stato, per diversi mesi, il laboratorio didattico “Raccontami Un Romanzo”, con le classi terze della scuola media di Roncoferraro. Una settantina di fanciulli guidati alla scoperta di Oliver Twist e de Le Due Città, dell’autore, del mondo in cui si svolgeva ciascun romanzo e del rapporto tra i romanzi e i film che ne sono stati tratti. Esperienza interessante, come spesso capita con i fanciulli… Ne ho scritto qui in corso d’opera e qui a giochi fatti.

Dopodiché pare che nessuno voglia Dickens d’estate, ma in autunno abbiamo ricominciato sul serio.

Abcharles dickens, bicentenario dickensiano, senza errori di stumpa, conferenze, bicentennial chapbookbiamo ricominciato a ottobre al Festival della Letteratura di Nogara con Di Fuoco & d’Acqua: Le Rivoluzioni di Dickens, una chiacchierata su Barnaby Rudge e Le Due Città, e il Dickens leggermente diverso che emerge dalla lettura dei suoi due romanzi storici.

Poi, probabilmente a riprova del fatto che nutro una malsana ossessione nei confronti di A Tale of Two Cities, ha preso il via la lettura (pressoché) integrale de Le Due Città che, in collaborazione con Mario Artioli, sto curando per l’Università della Terza Età di Mantova. La lettura è ancora in corso – seppure sospesa al momento per Natale incombente – e, se tutto va bene*, dovrebbe durare fino ad aprile. Se n’era parlato qui.

E per chiudere, non poteva mancare A Christmas Carol, e infatti non è mancato: lunedì scorso ho introdotto la serata dickensiana dell’Accademia Campogalliani al Teatrino D’Arco, con una piccola chiacchierata su L’Uomo che creò il Natale, come si era detto qui

E naturalmente, non è come se nel corso dell’anno non ci avessi postato su…

Bicentenario Dickensiano è una specie di dichiarazione d’intenti, col merito di contenere il link a un cotillon dickensiano chiamato A Bicentennial Chapbook – che contiene Fuliggine e Nebbia**, una sitografia e un raccontino.

Dickens ad Uso dei Fanciulli è un piccolo rant sul trattamento editoriale e scolastico inflitto a Dickens in Italia.

I Padri di Dickens e Le Ragazze di Dickens sono esattamente quel che c’è scritto sulla scatola: quattro chiacchiere su due tipologie di personaggi onnipresenti.

Canto di Natale è una (vecchia) considerazione un nonnulla cinica sul classico natalizio più classico di tutti…

E adesso abbiamo – con una piccola, piccolissima eccezione: un link a un sito favoloso, che vi passo lunedì – abbiamo finito. Questo non significa che non posterò mai più su Dickens (e se avete contezza di un gruppo di lettura, biblioteca, scuola, università della terza età o altro raggruppamento umano che possa essere interessato alle conferenze che ho elencato, sapete dove trovarmi), ma per ora il sipario si chiude sulla mia personale versione del Bicentenario Dickensiano.

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* Sì, se non succedono cose tipo la fine del mondo oggi…

** Ovvero, la Londra Cupa di Charles Dickens. Originariamente parte de “Gli Scrittori e le Città”, una serie di conferenze che comprende anche la Parigi di Dumas, la Vienna di Joseph Roth, la Londra (again!) di Virginia Woolf e la Edimburgo di Stevenson.