anacronismi · romanzo storico · Vitarelle e Rotelle

‘Zounds!

È inoltre consigliabile, scrivendo narrativa ambientata in qualsiasi periodo storico, evitare distorsioni del linguaggio nel tentativo di creare dialogo d’epoca. Se i personaggi della nostra storia non suonavano antiquati ai loro contemporanei, allora non devono suonare antiquati nemmeno a noi. Può benissimo darsi che un giovanotto dicesse al suo benefattore: La vostra benevolenza mi lusinga assai, signore, e son ben conscio della gratitudine che vi spetta”, ma non è così che le sue parole suonavano all’orecchio del benefattore. Quello che il benefattore capiva era: “Grazie, signore, molto gentile.”

E questa è quella Josephine Tey di cui parlavamo qualche giorno fa, nella Nota al suo romanzo The Privateer. Questo significa che, nel 1952, JT anticipava di una buona sessantina d’anni quello che nell’ultimo decennio o giù di lì è diventato il dibattito sul Nuovo Corso del romanzo storico. La faccenda (come molte faccende serie che riguardano la narrativa di genere) è maturata in ambito anglosassone, quando alcuni autori hanno cominciato a scrivere antichi romani e sovrani Tudor che parlavano un linguaggio decisamente ‘XXI Secolo’. L’idea generale, come la zuppa inglese, ha più di uno strato.

Da una parte c’è la volontà di rendere più facile l’identificazione al lettore. Bisogna ammetterlo, non è sempre facilissimo simpatizzare per cinquecento pagine con gente che procede a forza di “Dei possenti!”, “calami” e “guantiere”. Poi sia chiaro, non si tratta di modernizzare i personaggi: mentalità e atteggiamento restano rigorosamente period, ma il trucco sta nel renderli in un linguaggio tale che il lettore contemporaneo non abbia l’impressione di essere appena sbarcato su Marte.

Ed ecco l’altro lato della questione, che ci riporta al discorso di JT: la maniera cinque, sei o settecentesca, non pareva affatto maniera a chi la usava, e pertanto il romanziere storico dovrebbe produrre l’impressione che i suoi personaggi parlino in modo normale. Quando Riccardo III dice “Zounds!”, non dice nulla di particolarmente esotico o pittoresco, si limita a usare un’imprecazione che è moneta corrente ai suoi tempi. E a quelli di Will Shakespeare, se vogliamo, per cui l’esempio non è del tutto calzante, ma avete capito quello che voglio dire. Supponiamo tuttavia che un romanziere contemporaneo riprenda in mano Richard*, e che lo ritragga in un momento di furore: un’imprecazione contemporanea aiuterebbe il lettore a simpatizzare meglio con la sua rabbia? E glielo farebbe sentire più vicino? Più vero? Più vivo?

Quel che è certo è che un linguaggio troppo desueto produce distacco, intralcia l’identificazione e trascina il lettore fuori dalla storia. Not good. Per rendersene conto (e per vedere che JT non era l’unica precorritrice) basta leggere il primo capitolo dei Promessi Sposi, con il supposto scartafaccio secentesco: fittizio senz’altro, ma ricalcato sullo stile dell’epoca e poco meglio che illeggibile. Per renderlo appetibile al lettore, dice Don Lisander, bisogna rivestire la bella storia di parole diverse, parole che si possano capire a prima vista.

E in realtà oggi sono veramente pochi gli autori che riproducono fedelmente la lingua del loro periodo: per lo più, chi rifiuta l’idea del Nuovo Corso cerca una via di mezzo tra comprensibilità e un certo qual gusto d’epoca, il che risulta in una vasta gamma di linguaggi immaginari, più o meno riusciti, più o meno deliberati, più o meno leggibili**.

E allora? Vexata quaestio… Personalmente, confesso di avere sempre avuto un debole per il linguaggio d’epoca***, per le costruzioni desuete, per i vocaboli astrusi e specialistici, ma devo aggiungere anche che non è la caratteristica della mia scrittura che mi ha procurato più lettori. Da un lato, capisco che se voglio ricreare un’altra epoca, renderla viva per il mio lettore, un linguaggio contemporaneo (purché privo di anacronismi) è di sicuro uno strumento potente. D’altra parte, dove va a finire quella specie di “patina del tempo” che contribuisce tanto al fascino di tutto quello che è antico?

Aneddotino. Secoli fa, per una rappresentazione de L’Uomo del Destino, atto unico napoleonico di G.B. Shaw, avevo fatto fotocopiare dei pezzi di mappa catastale, perché servissero da mappe militari. Nonostante avessi preso la precauzione di procurarmi della carta color avorio (un mestieraccio, trovarne in formato A3!), vedermele in mano mi causò un istante di delusione: non avevano un’aria antica… Ovviamente non dovevano averla! Ovviamente Napoleone aveva mappe nuove con sé, magari un po’ sbrindellate e macchiate dall’uso, ma senz’altro non antiche. E però, da un punto di vista scenografico, non sarebbero parse fuori posto tra le crinoline e le spade e le candele, nell’atmosfera d’epoca creata dalla regia?

Ecco, credo che questo sia un po’ il nocciolo del problema: che cosa si vuole, che cosa si cerca in un romanzo storico? Un senso della sostanziale parentela che ci lega a questi antenati, o uno sguardo agli usi, costumi e pensieri di un mondo che il passare dei secoli ha reso estraneo? Il dibattito è ampiamente aperto.

_________________________________________________________________________________________________

* Ipotesi tutt’altro che peregrina: nel mondo anglosassone esiste una folta schiera di romanzi riccardiani. C’è persino una Richard III Society, dedita alla riabilitazione storica del povero Richard.

** Per un gustoso simil-mantovano secentesco, La Pantoffola di Matilda, di Stefano Scansani, vale la pena di un’occhiatina.

*** A dieci anni, giocando “a Medio Evo”, ero solita riprendere i miei amici quando per errore si rivolgevano al re con il lei, anziché il voi, che a me sembrava più period… Me lo rinfacciano ancora.

grillopensante · romanzo storico

Una Persona Seduta A Scrivere

Jeffrey Sweet offre un sacco di buone ragioni per il fatto che un romanziere difficilmente possa essere un buon protagonista teatrale.

Lo scrittore è, teatralmente parlando, un personaggio statico e passivo, perché il suo mestiere è quello di osservare, elaborare, starsene seduto a scrivere e, nel complesso fare tutto quel che fa d’interessante all’interno della propria testa.

A meno che non uccida qualcuno – o che non risolva delitti* – ma questo è un altro discorso. Nella sua qualità di scrittore, in scena non funziona granché.

Per quanto ciò mi spiaccia in linea di principio, devo ammettere che tutto questo vale anche per i romanzi. Bisogna essere davvero molto in gamba per rendere drammaticamente interessante la scrittura di un libro. Fare della stesura di un romanzo una trama significa avventuarsi su terreno pericoloso, perché una persona seduta a scrivere è… be’, una persona seduta a scrivere. Non precisamente materiale narrativo.

E questo è il motivo per cui, benché ci siano molti libri che hanno scrittori per protagonisti, sono rari quelli in cui la scrittura in sé costituisce la trama principale. Mi viene in mente New Grub Street, in cui parecchi capitoli sono dedicati al più tormentoso attacco di Blocco dello Scrittore che si possa immaginare – tragico addirittura, visto che alla fine Edwin ci lascia persino le penne. È una storia molto triste, ma appunto per renderla pregnante Gissing ha sentito la necessità di farne una faccenda di vita e di morte in senso stretto.

In questo ristretto panorama, i personaggi che scrivono romanzi storici si contano sulle dita di una mano. Un paio di volte. Così, off the top of my head, mi vengono in mente solo due casi, e devo confessare che nessuno dei due mi riempie di gioia.

Uno è Il Manoscritto di Shakespeare, di Domenico Seminerio. Sia chiaro, il libro in sé è tutt’altro che male, ma… Dunque: uno scrittore siciliano si ritrova tra le mani dei documenti cinquecenteschi, il cui succo sembra essere che Shakespeare era in realtà siciliano a sua volta. Scettico fin dapprincipio, il protagonista-narratore si vede commissionare una trattazione romanzesca del materiale** – e qui cominciano i guai. Perché il Nostro, che è un insegnante di lettere in un Liceo, si mette all’opera praticamente senza ulteriori ricerche e armato solamente di qualche libro di storia dell’arte per avere un’idea di abbigliamento e mobilio. Così equipaggiato, dopo varie settimane di lavoro, produce un romanzo storico. Feu! Feu! Feu!

L’altro – e se possibile peggiore – caso è La Storia dell’Assedio di Lisbona, di Saramago. Qui abbiamo uno stimato correttore di bozze che, in un momento di stravaganza, aggiunge un “non” a un saggio di storia medievale, stravolgendo il significato del testo. La casa editrice, invece di richiamarlo, gli commissiona una bella ucronia basata sul suo colpo di testa, ovvero l’ipotesi che, nel 1147, i Crociati si rifiutino di aiutare il Re del Portogallo a riconquistare Lisbona. E anche qui il Nostro si mette all’opera senza nessuna particolare ricerca, viene mostrato mentre s’interroga su come entrare nella mente di gente del Dodicesimo Secolo, poi mentre scrive una scena in cui un armigero e una lavandaia s’incontrano al fiume e, nel giro di non troppo tempo, lo vediamo consegnare un romanzo storico che rende tutti molto felici.

Ecco. In entrambi i casi, confesso di avere letto con estrema irritazione. So che in parte questa irritazione è irragionevole, so che mesi e mesi (o anni) di ricerche e letture non sono nulla che si possa raccontare in un romanzo, so che le complessità di due lunghe stesure non costituiscono buona materia narrativa… Sì, grazie: sono ben consapevole di tutto ciò.

Tuttavia, vedere quello che so essere un processo complicato, affascinante, lungo e occasionalmente tormentoso – nonché un mestiere di precisione, pazienza, curiosità, immaginazione e finezza – ridotto a una rapida compilazione con mezzi di fortuna e motivazione casuale mi irrita nel profondo. Anche perché, diciamocelo: sarebbe stato così difficile dare al professore una laurea in Inglese, o almeno un interesse particolare per il teatro elisabettiano o qualche altro argomento inerente? O fornire il correttore di bozze di un interesse pregresso per la storia medievale? Era proprio necessario implicare che qualsiasi individuo di buona cultura, con o senza esperienza precedente in fatto di narrativa, privo persino di interesse specifico per il genere, possa produrre un romanzo storico pubblicabile in qualche settimana, senza uno straccio di ricerca e senz’altro motivo che una richiesta altrui?

Se leggeste in un romanzo che un orologiaio, da un giorno all’altro e con la minima provocazione, si mette a produrre gioielli, e che imbrocca risultati di qualità professionale al primo colpo – nonostante la mancanza di un briciolo preparazione specifica o di esperienza? O che, dal giorno alla notte, senza addestramento Jedi e senza nemmeno la scusa di un’urgenza improcrastinabile e vitale, un fonditore di campane comincia a forgiare cannoni che funzionano? La considerereste una grossolana e approssimativa improbabilità, giusto?

Appunto.

__________________________________________

* Per fare due esempi che non sono teatrali, ma televisivi, c’importerebbe molto di Castle se, invece di investigare insieme alla sua bella detective, se ne stesse chiuso in casa a scrivere e nient’altro? O anche se, invece di partecipare alla risoluzione dei casi, si limitasse a osservare, quiet and unobtrusive? Se così fosse, la serie si chiamerebbe “Beckett”.

** Stratagemma che, ne abbiamo parlato, è quasi un topos a sé nei paraggi narrativi di qualsiasi teoria controversa o downright balenga.

Digitalia · Gl'Insorti di Strada Nuova · self-publishing

Gl’Insorti di Strada Nuova

È con una certa emozione (e con notevole sollievo – se state leggendo qui vuol dire che null’altro è esploso, deragliato, naufragato o altrimenti andato storto, ed era tutt’altro che scontato) che vi presento…

 

gl'insorti di strada nuova,ebook,pdf,epub,kindle,amazon,self-publishing,romanzo storico,metaromanzo


Il mio più serio sforzo in fatto di self-publishing è finalmente disponibile in versione KindleePub e PDF.

Vi ricordo la presentazione su Twitter oggi pomeriggio a partire dalle 17.00. Cercate @laClarina e seguite l’hashtag #stradanuova. Sarò lì a twittare e rispondere.

E a questo punto non posso che invitarvi a scaricare, regalare per Natale, leggere, commentare, spargere la voce, discutere, recensire… Soprattutto, vi sarò grata se vorrete farmi sapere che cosa ne pensate.

Buona lettura!

 


 

//

Ultima Books Store

grillopensante · guardando la storia

Questioni D’Iridescenza

In teoria, la fedeltà alle fonti storiche è il primo articolo del mio credo di autrice. Voglio dire: in un mondo perfetto, il mestiere del romanziere storico consisterebbe nel ricreare quello che non sappiamo sulla base ed entro i limiti di ciò che sappiamo.

Il mondo non essendo perfetto, alle volte il confine tra ciò che sappiamo e ciò che non sappiamo è un tantino confuso, e anche ciò che sappiamo non è poi così certo.

Il mondo non essendo perfetto, inoltre, i romanzieri storici hanno una certa tendenza a non razzolare tanto bene quanto predicano. O almeno io ce l’ho. Sia chiaro: faccio sempre del mio dannato meglio per non contraddire nessuna fonte certa, per attenermi ai fatti, per essere tanto precisa quanto posso con date, luoghi e persone…

E tuttavia, se esistono versioni differenti, fonti che riportano diversamente lo stesso avvenimento, la stessa battaglia, lo stesso personaggio? Non è colpa mia, giusto? E succede, sapete? Forse non avete idea di quanto spesso succeda… E che cosa può fare in questi casi una povera ragazza? *makes cocker spaniel eyes*

Be’, questa povera ragazza ha raggiunto un compromesso con se stessa e con la Storia: in caso di fonti non uniformi o contrastanti, sceglie sempre la versione che le fa più comodo dal punto di vista narrativo…

Sì, sì – questa ragazza sa perfettamente che esistono gerarchie delle fonti e criteri per stimarne, se non proprio stabilirne, l’affidabilità, ma al tempo stesso, ringrazia spesso il Cielo che, per le sue vie e ragioni imperscrutabili, l’ha condotta a scrivere narrativa anziché saggistica.

Piccolo esempio illuminante: visitando il palazzo dell’Ajuntament a Barcellona, ci si ritrova a un certo punto nel Salò des Cròniques, dove nel 1929 Josep Maria Sert ha dipinto un ciclo di affreschi che narrano le vicende di Roger de Flor, cavaliere senza macchia e senza paura, che dopo aver generosamente salvato l’Impero Bizantino da qualche tipo di Turchi, viene ricompensato con l’inganno, il tradimento e l’omicidio. Che pessima gente sono questi Bizantini… Ebbene, più guardavo gli affreschi, più mi sembrava che ci fosse qualcosa di strano. Ero certa di avere ricordi in proposito: i nomi erano quelli, il secolo era quello, eppure la storia non quadrava. Poi, folgorazione! Ma certo, Roger de Flor, ex Templare, pirata e capitano della Compagnia Catalana – una delle più costose, pericolose e celebri compagnie mercenarie del XIII secolo. A sentire i bizantinisti anglosassoni (gente come Norwich e Runciman), il suo “generoso aiuto” veniva a un prezzo astronomico (comprendente, tra molte altre cose, la mano di una principessa imperiale) e, una volta respinti i Turchi, i Catalani si rivelarono il classico rimedio peggiore del male, scatenandosi in saccheggi, incendi, stupri e distruzioni miste assortite in giro per l’Impero… E allora i Bizantini, che non andavano tanto per il sottile, adottarono la sperimentata tecnica tradimento-assassinio. Quando si dice a mali estremi… con quel che segue.

Rogerelaprincipessa.jpgInsomma, due storie diametralmente opposte. A sentire Norwich, Roger era un pessimo soggetto; i Catalani hanno l’aria di pensarla diversamente. A Barcellona c’è una Calle Roger de Flor. Ci sono monumenti, hotel, istituti intitolati a lui. Ci sono siti web celebrativi… Una rapidissima ricerca su Google rivela almeno una trilogia di romanzi storici che ha Roger e i suoi Catalani, o Almogàvares, per eroi, ma non mi stupirei se ce ne fossero altri.

E tuttavia, se io volessi scrivere un romanzo i cui protagonisti ed eroi fossero gli Imperatori Paleologi, Andronico II e Michele, intenti a salvare il loro impero da quello stormo di cavallette, gli Almogàvares, capitanati dal crudele, esoso e infingardo Roger? Il bello è che potrei! Anzi, non sono nemmeno certa che qualcuno non l’abbia già fatto – di sicuro le fonti lo consentirebbero senza eccessivi patemi d’animo.

La morale di tutto questo è varia. In primo luogo, un romanziere storico può fare pressoché di tutto anche conservando una coscienza decente; e questo è cosa buona e giusta per la letteratura, se non proprio per il fegato degli storici. In secondo luogo, ma in realtà questo è il punto fondamentale, non da oggi penso che la Storia abbia un quid d’inafferrabilità. I contemporanei la narrano con un’ottica deformata dalla loro posizione al suo interno; i posteri la interpretano da distanze cronologiche e culturali che non possono non essere deformanti a loro volta. Aggiungiamo a questo che i documenti vanno perduti, o sopravvivono in modo parziale, o vengono trascurati, e che il peso relativo dei fattori di valutazione cambia attraverso i secoli… È inevitabile: come dice Gianni Granzotto nel suo Annibale, “ci sono cose che non sapremo mai. Cose che non sappiamo più”.

E questo è forse uno degli aspetti più affascinanti della Storia. Per gli storici sono vuoti da riempire cercando e ricercando, e per i romanzieri è un’iridescenza (o un’opacità, a seconda dei casi) da raccontare ancora e ancora, da ricreare, da immaginare. E non sempre nello stesso modo – anzi.

Alla fin fine, la forza vitale di tutte le cose risiede sempre in ciò che ancora non sappiamo.

 

grilloleggente

Entered From The Sun – The End

Finito.

Finito e sono molto perplessa. No, non è vero: dovrei essere perplessa, perché non ho capito moltissimo. Ho capito che è stato Sir Walter Ralegh a ingaggiare Barfoot, il quale, in una bellissima serie di scene notturne concitate e sospese, va a rapporto e spiega che secondo lui a far uccidere Marlowe è stato Tom Walsingham.

Non sono sicura di aver capito se il committente di Hunnyman fosse lo stesso Tom Walsingham. Secondo Ralegh e Barfoot sì, per verificare se ci fosse modo di risalire fino a lui – ma, ripeto, non sono sicura. Ad ogni modo, Hunnyman non ha capito un bottone (men che meno l’esatta natura del servizio per cui è stato pagato). Al posto di Walsingham – sempre che sia davvero lui – non mi sentirei troppo al sicuro per non essere stata sgamata da un investigatore tanto inetto…

Non ho capito affatto la rilevanza della linea narrativa in cui il fantasma di Marlowe visita la vedova Alysoun, specialmente perché per fare svanire il fantasma stesso è bastato che Alysoun ne parlasse al Dottor Forman (senza nemmeno dirgli di chi si trattava). Fantasma timido?

Ho capito che la gente sveglia non necessariamente trionfa alla fine. Barfoot muore combattendo in Irlanda durante la campagna del conte di Essex; Alysoun, che si è fatta mettere incinta da Barfoot, si libera del povero Hunnyman, sposa convenientemente un giovane apprendista, sembra avere ottenuto tutto quel che voleva, e poi muore di peste con marito e prole. Il misterioso poeta-narratore in prima persona è morto, assassinato dagli uomini del misterioso-giovanotto-che-forse-è-Walsingham (era al servizio di Ralegh, lui, e tutta la faccenda l’ha narrata da morto). Hunnyman riprende la sua vita d’attore in una compagnia di giro particolarmente scalcinata e, parecchi anni dopo, lo troviamo installato in un maniero di campagna, scoprendo che ha sposato un’altra vedova e, alla morte di lei, ha ereditato castello e terre, su cui regna con benevolenza se non con particolare sagacia, generoso, amato da tutti, finalmente soddisfatto e del tutto dimentico di Marlowe.

Insomma, ricapitolando: la trama ha senz’altro un inizio, ma se ha un mezzo non me ne sono accorta, e la fine è solo vagamente imparentata con l’inizio; l’arco narrativo non c’è; i punti di vista sono più di quanti riesca a contarne – e neanche sempre individuabilissimi; i personaggi entrano ed escono di scena senza un briciolo di logica e agiscono per motivi non sempre comprensibili; il linguaggio è eccentrico e convoluto, con punte sperimentali ai limiti dell’azzardo sintattico; il finale non conclude la storia in modo soddisfacente, non risponde davvero alle domande sollevate all’inizio, non mostra cambiamento ed effetti del cambiamento causati dallo svolgersi della vicenda… se Garret avesse deliberatamente scritto un libro con tutte le caratteristiche che mi irritano nel profondo, non avrebbe potuto fare di meglio. Eppure…

Eppure mi è piaciuto alla follia. I want more. E per di più, voglio saperlo fare anch’io – qualunque cosa fosse. E forse, qualche volta, sono un pochino intransigente nella mia ossessione per la fabula? Ecco, tra le altre cose, Entered From The Sun mi porta ad ammettere che magari, forse -talvolta – molto raramente e appena un pochino, tanto quanto se ne potrebbe mettere sulla lama di un coltello – può anche capitare che lo sia.

grilloleggente

Entered From The Sun – Pag. 87

E’ dai tempi dell’Eleganza del Riccio che non faccio un diario di lettura, così ho pensato…

Stavolta Entered From The Sun, di George Garret, un tempo poeta laureato della Virginia, nonché prolifico romanziere. Non ho mai letto nulla di suo, prima. Ho comprato questo romanzo perché: a) parla di Marlowe; b) il titolo è una citazione di Emily Dickinson; c) ne ho trovato solo due recensioni, una schifata e una estatica – ce n’era più che a sufficienza per decidermi.

La mia copia, prima di essere mia, apparteneva a una biblioteca di Dayton, nell’Ohio. Sì: dismesso da una biblioteca, e allora? Capita e non vuol dire granché. Le pagine non hanno un’aria sfogliatissima, ma la costa della rilegatura rigida è malridotta, come se qualcuno avesse letto il libro piegandolo per tenerlo con una mano sola. Un po’ un’impresa, perché Entered From The Sun è pesantuccio anzichenò – ma, a mio modestissimo e privato avviso, una tendinite è un castigo molto mite per la gente che tratta i libri (specie altrui) in questo modo.  

Alla fine del saluto dell’autore ero conquistata. “Abbiate pazienza con me, fantasmi – e benediteci tutti, vecchi amici ritrovati. Parlate con me. Parlate attraverso di me. Parlate a noi.” Mi piace.

Una rapida occhiata rivela che mi aspetta una serie di capitoli di lunghezza variabile, ciascuno con il suo titolo descrittivo. Come tutto ha inizio per Joseph Hunnyman. Entra il Capitano Barfoot. Attore e Soldato. Hunnyman Sotto Esame. Consideriamo il Capitano Barfoot. Eccetera. Mi piace che ogni capitolo abbia un titolo.

L’incipit è fantastico: punto di vista di Hunnyman, si alza da tavola ridendo, rapida e vividissima descrizione (colori, luci, odori, temperatura…), poi esce dalla taverna ed è… be’, non c’è altra parola: rapito. Uh!

Segue colloquio con misterioso giovanotto che commissiona al nostro Hunnyman delle indagini segrete sulla morte di Marlowe, il poeta, assassinato. Sono passati degli anni, tutti sanno cos’è successo, e che cosa può fare un povero attore senza ingaggio… Il giovanotto sconosciuto ha risposte per tutto – oltre a due scagnozzi armati fino ai denti e una borsa di denaro. Hunnyman – giovane, bello, vanesio, non particolarmente coraggioso, non eccessivamente onesto, scaltro e incauto al tempo stesso, infondatamente speranzoso, non sa troppo bene come rifiutare. E poi c’è William Barfoot è tutt’altro genere di uomo: gentiluomo, soldato veterano, cattolico segreto, caritatevole, violento, spregiudicato e sottile. So dalla quarta di copertina che anche Barfoot verrà incaricato di indagare sulla fine di Marlowe, ma finora di questo non si vede traccia.

Poi entrerà in scena la bella vedova Alysoun, amante di Hunnyman: manipolatrice, calcolatrice, fredda, ambiziosa, intelligente…

Peccato che a questo punto la lettura sia diventata un po’ laboriosa. Lo stile è notevole, la voce è molto personale e molto elisabettiana al tempo stesso… no, non davvero elisabettiana, ma un’eco convincente nel lessico, nelle costruzioni e nella forma mentis. Tutto molto bello, ma le costruzioni convolute o bizzarre, il continuo passaggio dal presente al passato e viceversa, l’alternarsi di dialogo diretto e indiretto e un’abbondanza di digressioni non aiutano.

Faticosetto – il che non mi ha impedito di leggerne un’ottantina abbondante di pagine prima di rendermi conto che, dopo l’incipit fulminante, non era più successo niente. Oh sì, so un sacco di cose su Hunnyman, adesso, e so che Barfoot ha dei segreti, e ho scarsa simpatia per la vedova, e non ho ancora capito chi siano i committenti delle due indagini. Che sia Tom Walsingham il giovanotto misterioso? A pagina 85 mi sono imbattuta in un capitolino intitolato “Complicazioni Del Tempo Presente: Abbigliamento”, costituito da una serie di citazioni di documenti dell’epoca in fatto di abbigliamento, appunto – e lì mi sono arresa. O quanto meno sono stata tirata fuori dalla storia abbastanza da restarne fuori.

Sono incuriosita, leggermente irritata, un po’ frastornata e forse solidarizzo un po’ di più col recensore scontento. Non so se ho davvero voglia di leggere altre centocinquanta e rotte pagine di questo. Anche se, anche se… Stiamo a vedere.

 

grillopensante · libri, libri e libri

Il Dilemma del Recensore

HNR_Header_Aug_21.jpgLe mie recensioni cominciano a uscire sulla Historical Novel Review – due negli ultimi due numeri.

Che posso dire? Scrivere per una rivista specializzata internazionale e quotata nell’ambiente è una gradevole sensazione di per sé, ma devo confessare che oggi, nel rileggere quanto sono stata severa in uno dei due casi, mi è venuta la tentazione di iperventilare un pochino. Sia ben chiaro: il romanzo in questione era davvero mediocre, scritto in modo molto approssimativo, pieno di personaggi mal caratterizzati ed errori fattuali grossi come stazioni ferroviarie (similitudine non casuale, visto che, tra l’altro, l’eroina viaggiava da Parigi a Roma su un treno diretto che passava per Napoli!), e tuttavia…

Tuttavia, un conto era leggere storcendo il naso, un conto era scrivere le mie 200 parole taglienti in preda allo zelo della novellina, e tutt’altro conto è stato vedere la mia disapprovazione stampata sulle pagine di una rivista vastamente diffusa tra lettori, autori, editor, ed editori di almeno tre continenti. Francamente, se avessi ricevuto una recensione come quella che ho scritto, al momento sarei molto in vena di harakiri.

E però sono certa che la recensione è puntuale e obbiettiva, e il libro la merita ampiamente. La mia responsabilità è di fronte alla rivista per cui lavoro, ovviamente, e verso i suoi lettori che si aspettano recensioni oneste, sulla base delle quali – almeno in parte – comprare o non comprare il libro in questione. Si può discutere del potere delle recensioni finché si vuole, ma devo ammettere che, quando ho comprato qualche libro nonostante una recensione modesta su HNR, magari perché i personaggi, il periodo o la trama mi attraevano, me ne sono sempre pentita. Per cui, sì: il pubblico si aspetta che chi scrive per HNR legga i libri per intero e sia in grado di valutarne oggettivamente pregi e difetti e di motivare i suoi giudizi; il pubblico tiene conto delle recensioni di HNR nei suoi acquisti.

La mia recensione negativa potrà avere qualche influenza sulle vendite del romanzo – e anche questa è una responsabilità. Una responsabilità diversa, nei confronti di questo specifico autore e del suo editore, così come nei confronti di tutti gli autori ed editori che spediscono i loro romanzi a HNR. In fondo, a loro devo una cosa soltanto: che del loro libro scriverò sempre e solo ciò che penso, nel bene e nel male, senza pregiudizi e al meglio delle mie capacità.

grilloleggente

Piccola Fenomenologia dell’Anacronismo

Si parlava di anacronismi qualche post fa: brutte bestie che infestano gli scaffali dei romanzi storici, rosicchiano la credibilità degli autori, lasciano buchi nella sospensione dell’incredulità e provocano irritazioni pruriginose alla pazienza del lettore…

Per prima cosa devo dire che ho trovato di nuovo gente che va a teatro portandosi bottled ale in epoca elisabettiana – in un altro romanzo, e un riferimento alla stessa bevanda in un poema del 1604… Per ora considero la faccenda irrisolta e ancora un anacronismo borderline, ma indagherò ulteriormente.

Detto ciò, possiamo spingerci a notare che, da buon insetto, l’Anacronismo si presenta in molteplici varietà, più o meno nocive.

C’è l’Anacronismo Veniale, tipo far contemplare al vostro protagonista una cupola non ancora costruita ai suoi tempi (e questa è una vicenda autobiografica). A patto che la cupola non sia l’argomento centrale del romanzo, è un’inaccuratezza, più che un vero anacronismo. E’ il genere di ragione per cui è sempre meglio avere un Lettore Beta (o un editor) molto occhiuto e, se possibile, onnisciente. E’ il genere di pasticcio che ogni scrittore combina almeno una volta nella vita. Di più, se si ostina a scrivere romanzi storici.

C’è la Colpevole Disattenzione, come il monaco medievale che illustra il suo orto dei semplici usando le classificazioni botaniche di Linneo, o l’ufficiale romano che ordina la carica sollevandosi sulle staffe. Il che illustra l’interessante paradosso in base al quale ciò che non può esserci è importante almeno quanto ciò che c’è. Moneta corrente nei film in costume.

C’è il Caso Borderline. La birra in bottiglia, appunto, se non adeguatamente giustificata…

C’è il Lapsus Linguistico. Questo è più complicato: quando troviamo gente trecentesca in un ruolo di eminenza grigia, c’è qualcosa che non va. Potrebbe anche funzionare se la VN – III Persona Onnisciente -raccontasse la storia qualche secolo più tardi (e quindi potesse sapere chi era Père Joseph), ma in caso contrario, siamo in pieno anacronismo. Rule of thumb: dobbiamo sapere solo ciò che può legittimamente sapere il personaggio nel cui punto di vista ci troviamo.

C’è la Nebbia Assoluta: se ad una storia ambientata nella Svezia altomedievale basta cambiare i nomi per trasportarla nella Francia del Settecento, allora qualcosa non va. L’infestazione si manifesta con particolare violenza negli scaffali di historical romance. Si sa di gruppi di scrittura in cui ci si sfida a riscrivere un Harmony in una settimana, cambiando epoca, stato o continente.

C’è il Personaggio Anacronistico. In genere è un’eroina “anticonformista e ribelle”, etichetta molto gettonata nelle quarte di copertina. Il fatto è, tuttavia, che nella maggior parte dei casi la bambina/ragazza/donna insofferente e/o incurante delle convenzioni sociali/culturali/religiose/razziali del suo tempo non è anticonformista: è un personaggio moderno in costume. Francamente, la genia andrebbe sterminata col DDT, ma è molto, molto diffusa.

Infine, c’è il peccato mortale in fatto di narrativa storica: la Falsa Prospettiva. E’ come il personaggio anacronistico, ma elevato a potenza e sparso in dosi abbondanti per tutta la vicenda. E’ raccontare un periodo storico giudicandolo secondo la mentalità e il sistema di valori del XXI secolo. E’ condannare usi, costumi, leggi e convenzioni di un’altra epoca facendoli incarnare dal vilain  e dai suoi accoliti, mentre i Buoni agiscono e pensano in base alla più squisita (ed anacronistica) political correctness. La tendenza è criminalmente diffusa nella letteratura per l’infanzia e nelle sceneggiature televisive, ma non soltanto. Pena proposta, da vent’anni all’ergastolo.

I primi quattro, in genere, si possono ascrivere all’umana imperfezione, a una ricerca insufficiente, alla fretta o ad altri peccati di omissione; la Nebbia Assoluta comincia a far sospettare una certa misura di dolo (anche se più spesso si tratta di un risultato delle convenzioni di genere); l’Eroina Ribelle è spesso il frutto preterintenzionale di un tentativo di aggiustare i personaggi secondo i gusti del mercato – nel timore che il lettore non riesca a identificarsi con la mentalità marziana di un altro secolo… Ma la Falsa Prospettiva costituisce una categoria criminale a sé, perché è sempre deliberata ed è intellettualmente disonesta – ed è tanto più grave perché al lettore ignaro sembrerà più facile simpatizzare con il lato non storico della questione, a scapito di qualsiasi senso della storia.

scrittura

Scuola di Comics

La Scuola Internazionale di Comics – Accademia delle Arti Figurative e Digitali, esiste dal 1979, quando Dino Caterini l’ha fondata con l’idea di farne un’evoluzione della “bottega artigiana” dei grandi maestri del passato. Trent’anni più tardi, la scuola continua la sua opera formativa e si è ampliata e diramata in sette sedi in giro per l’Italia.

Tra i numerosi corsi a disposizione degli studenti, cinque sedi ne offrono uno di scrittura creativa, non strettamente finalizzato alla produzione fumettistica, ma incentrato sulle sulle forme tradizionali del romanzo e del racconto.

Una di queste cinque sedi è a Pescara.

Il docente di Scrittura Creativa presso la sede di Pescara è Alessandro Forlani.

Su invito di Alessandro Forlani, oggi sono a Pescara, per incontrare gli studenti di Scrittura Creativa della sede locale e di quella di Jesi, per fare da ranger in Editing Safari – Visita Guidata A Un Romanzo Allo Stato (Molto) Brado.

Romanzo storico, si capisce: una specie di sessione di editing pubblica e leggermente truce – scrittura passata al setaccio con un duplice paio di occhi, quelli dello scrittore e quelli dell’editor.

Di solito, quando devo spiegare che cosa faccio nella vita, racconto del cespuglio che ho sempre creduto un biancospino, fino a quando un amico che sapeva di botanica mi ha detto che invece è una spirea X arguta, dove X sta ad indicare un’ibridazione. Ecco che cosa sono: una scrittrice X editor.

Una pianta ibrida che oggi se ne va a Pescara a parlare con i giovani talenti in formazione, ecco.