libri, libri e libri

Charlotte, Frances, Rudyard: Relazioni Non Intenzionali

booktiesCapita a volte di leggere qualcosa e riconoscerci l’ombra di qualcosa d’altro.

Una somiglianza nella trama, il profilo di un personaggio, un incidente, un posto… qualcosa che ha l’aria di un’ispirazione o di un omaggio. O a volte di una scopiazzatura – ma questo è un altro discorso.

Forse vi ho già detto di come il Will (Shakespeare) di Robert Brustein in The English Channel a me sembri irresistibilmente simile a quello di Shaw in The Dark Lady of the Sonnets. A parte tutto il resto, lo stesso modo di interrompere se stesso e tutti gli altri per annotare scampoli di conversazione – perché potrebbero tornare buoni…

Solo che tra i precedenti e le influenze del suo play Brustein non cita affatto Shaw.

Oppure la somiglianza che a me pare evidentissima tra la Piccola Principessa di Frances. H. Burnett e la vicenda del piccolo Kipling, così come compare nella sua autobiografia, ne La Luce che si Spense e in Bee Bee Pecora Nera. Voglio dire – e lasciate che vi metta qui una tabella:

SaraPunch

Si nota, non trovate? Si nota un certo qual parallelismo nelle due storie. Epperò poi si scopre che, apparentemente, l’ispirazione per Sara Crewe non ha nulla a che fare con Kipling. Pare avere radici, invece, nella Emma di Charlotte Brontë.

No, non mi sono sbagliata, non volevo dire Jane Austen. C’è una Emma brontiana – solo che è incompiuta e poco sconosciuta. C’è questa ereditiera abbandonata in un collegio… E quindi sì, le somiglianze ci sono – ma come la mettiamo con Kipling? In realtà Sara Crewe (in forma di novella a puntate) e Punch arrivano alle stampe lo stesso anno, il 1888 – e anzi, il primo episodio di Sara precede Punch di qualche mese. Ma Punch è troppo autobiografico perché l’ispirazione possa avere funzionato all’altro modo…

Che bisogna pensarne? Che capita di scrivere la stessa storia senza saperlo – cosa di cui sono dolorosamente consapevole dal giorno in cui ho scoperto che W.S. Maugham aveva già scritto quello che mi piaceva chiamare il mio primo romanzo, molti anni prima di me e molto meglio… Capita. A volta sembra impossibile che non ci sia una corrente di ispirazione, un ramo di parentela, un legame di qualche genere… e invece non c’è.

O meglio, c’è – ma non necessariamente quella che saremmo portati a pensare.

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* Il clima inglese… sì.

** E in realtà, da adulta non posso fare a meno di domandarmi: ma possibile che nessun’altra bambina ne faccia mai parola con i genitori? Insomma, fino a un certo punto Sara è la star del collegio, l’ereditiera dalle romantiche circostanze di cui la direttrice è sempre pronta a parlare agli altri genitori, perché avere una “principessa dei diamanti” tra le allieve è un motivo di vanto. Poi all’improvviso la rimarchevole ragazzina decade a sguattera maltrattata… Nessuna bambina ne racconta a casa? Nessun genitore leva un sopracciglio? Diciannovesimo secolo, I know, but…

anglomaniac · Lunedì del D'Arco · Storia&storie · teatro

I Lunedì del D’Arco: Puck delle Colline

LocE questa settimana tocca a me – con Kipling e Puck delle Colline.

Devo dire che a suo tempo – quando si è scelto il tema dei Lunedì 2018, e quando si è deciso che si poteva sconfinare dal territorio delle fiabe strettamente tradizionali – la scelta si è fatta quasi da sé.

Ho un debole per Puck of Pook’s Hill – e per il suo seguito Rewards and Fairies – da quando mi ci sono imbattuta per la prima volta più di vent’anni fa. L’idea di questi due ragazzini che, grazie a un Puck quasi shakespeariano, incontrano una serie di personaggi storici sembra fatta apposta per farmi felice… Sotto certi aspetti rimpiango di non avere scoperto questi libri da ragazzina – ma anche da adulta trovo che siano pieni di cose meravigliose.

Il rapporto fra mito, storia e folklore, il legame fra paesaggio e immaginazione, atmosfera a bizzeffe, una meravigliosa Inghilterra immaginaria, un tocco amarognolo, una spruzzatina di Shakespeare e, soprattutto, una bella riflessione sull’immaginazione umana…

PuckDanUnaVi pare che potessi lasciar perdere l’opportunità di portare tutto questo in scena? Giammai! E così ho scelto le due storie più strettamente fiabesche della prima raccolta – Weland’s Sword e la mia prediletta Dymchurch Flit – e le ho rimescolate in una piccola storia su come le storie nascono, cambiano e non muoiono mai del tutto.

Una fiaba sulle fiabe, se volete.

E a dare voce e vita ai personaggi di Kipling ci saranno i sempre ottimi Alessandra Mattioli, Francesca Campogalliani, Adolfo Vaini e Luca Genovesi – e due giovanissimi allievi della Scuola di Teatro Campogalliani: Mariasole Tartari e Tommaso Dalzoppo.

Poi il Dottor Alberto Romitti di Libera Freudiana Associazione ci condurrà ad esplorare l’elemento onirico di questa e di altre storie.

Che ne dite, vi unite a noi, questa sera? Una volta di più, vi raccomando di arrivare presto – ma presto per davvero, perché i Lunedì sono popolarissimi e il Teatrino si riempie con facilità. Vi ricordo che la serata è gratuita, non serve prenotare – e non è consentito “tenere posti”.

 

 

angurie · Kipling Year

Mr. K. e lo Stregatto

MrKandtheCatIT

E niente, così.

Che posso dire? Vedere questa citazione di Kipling e immaginare il dialoghetto è stato tutt’uno.

E potrei dire che, essendosi il Quindici tanto l’Anno di Kipling quanto l’Anno di Alice, la faccenda è, nel suo nonsense, del tutto sensata. O almeno vagamente sensata.

Potrei dirlo. Potrei dire molte cose. Potrei dirle con aria innocente e convinta. Potrei. No, davvero.

Ma il fatto è che siamo tutti un po’ matti qui – e d’altra parte, chi è che non è un po’ matto sotto qualche aspetto?

Sarà meglio che mi fermi qui e svanisca – lasciando un sogghigno sospeso a mezz’aria.

Oggi funziona così.

E buon noncompleanno a tutti…

♫ La luna sorge all’orimon
♫ E il palmipedon
♫ Neppu-ur…

pennivendolerie · Storia&storie

History Will Be Kind su Amazon

History will be kind to me because I intend to write it,

diceva Winston Churchill, ovvero “La storia sarà gentile con me perché ho tutta l’intenzione di scriverla” – e in effetti non si può negare history-kind-sml-2che l’abbia fatto. I narratori storici, in genere, hanno aspirazioni più modeste, quando si mettono in testa di scrivere la storia… O forse non è del tutto vero o, anche se è vero, a volte le loro intenzioni vengono abbondantement superate. Pensate a quanto gente come Dickens o Scott abbiano influito non tanto sulla storia, ma sulla sua percezione da parte dei posteri.

E pensate alla soddisfazione quando un lettore vi dice di avere cambiato idea su un personaggio o un evento storico leggendo il vostro romanzo.

Ma non allarmatevi: se rimugino su tutto questo non è perché abbia intenzione di modellare la percezione della storia nei secoli a venire (anche se non dico che mi dispiacerebbe), ma perché History Will Be Kind, la prima antologia di The Copperfield Press, è disponibile su Amazon.

Come vi avevo già raccontato, contiene la mia storia elisabettiana Gentleman in Velvet, una vicenda di ambizioni, atti sconsiderati, conseguenze e prezzi da pagare che ha per protagonista un giovane Kit Marlowe.* Naturalmente c’è molto altro: una ricca collezione di narrativa e poesia storica ambientata in una varietà di periodi – con una spruzzatina di saggistica. Dal Messico del 1914 alla Terza Crociata, dall’Imperatrice Maud a Giovanna d’Arco ad Alessandro il Grande – History Will Be Kind è una piccola storia del mondo narrata per storie. Non so se Kipling avesse ragione quando diceva che, se la storia venisse raccontata in forma di storie, nessuno se la dimenticherebbe mai – ma di sicuro un racconto o una poesia possono aprire una finestra su un periodo o un avvenimento, risvegliare un interesse, presentare un altro punto di vista…

In fondo credo che, al di là del gusto o della compulsione a raccontare storie, ogni narratore storico aspiri un po’ a questo: aprire una finestra su quel che s’indovina tra le righe dei libri di storia, su quel che è perduto, su quello che non sappiamo più… È un buon momento, credo, per confessare che sesquipedale soddisfazione sia stata quando un’insegnante di storia in un liceo locale mi ha detto di aver fatto leggere ai suoi alunni il mio Somnium Hannibalis. “Per mostrare loro che non esiste solo il punto di vista romano…”

E forse History Will Be Kind è anche una piccola rassegna di modi in cui questo genere di bizzarra creatura, il narratore storico, persegue il suo bizzarro genere di ambizione.

Se a questo punto foste incuriositi, l’antologia si trova qui.
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* No, non siete sorpresi.

Kipling Year · Poesia

Se, Se, Se

IfIf non è la mia preferita tra le poesie di Kipling.

È la più famosa, la più tradotta, la più citata… A mio timido avviso non è affatto la più bella, ma senz’altro il messaggio di equanimità, forza d’animo e di volontà, indipendenza e individualità è fatto per risuonare a lungo.

Vecchia traduzione:

Se riuscirai a non perdere la testa quando tutti
la perdono intorno a te, dandone a te la colpa;
se riuscirai ad aver fede in te quando tutti dubitano,
e mettendo in conto anche il loro dubitare;
se riuscirai ad attendere senza stancarti nell’attesa,
se, calunniato, non perderai tempo con le calunnie,
o se, odiato, non ti farai prendere dall’odio,
senza apparir però troppo buono o troppo saggio;

Se riuscirai a sognare senza che il sogno sia il padrone;
se riuscirai a pensare senza che pensare sia il tuo scopo,
se riuscirai ad affrontare il successo e l’insuccesso
trattando quei due impostori allo stesso modo
se riuscirai ad ascoltare la verità da espressa
distorta da furfanti per intrappolarvi gli ingenui,
o a veder crollare le cose per cui dai la tua vita
e a chinarti per rimetterle insieme con mezzi di ripiego;

Se riuscirai ad ammucchiare tutte le tue vincite
e a giocartele in un sol colpo a testa-e-croce,
a perdere e a ricominciar tutto daccapo,
senza mai fiatare e dir nulla delle perdite;
se riuscirai a costringere cuore, nervi e muscoli,
benché sfiniti da un pezzo, a servire ai tuoi scopi,
e a tener duro quando niente più resta in te
tranne la volontà che ingiunge: “tieni duro!”;

Se riuscirai a parlare alle folle serbando le tue virtù,
o a passeggiar coi Re e non perdere il tuo fare ordinario;
se né i nemici o i cari amici riusciranno a colpirti,
se tutti contano per te, ma nessuno mai troppo;
se riuscirai a riempire l’attimo inesorabile
e a dar valore ad ognuno dei suoi sessanta secondi,
il mondo sarà tuo allora, con quanto contiene,
e – quel che è più, tu sarai un Uomo, ragazzo mio!

E adesso sentite l’originale, letto da Michael Caine:

E buona domenica.

libri, libri e libri

Sogni di una Notte di Stellata Estate

AAVImmaginate una sera d’estate e una corte di campagna persa tra campi, prati e filari di pioppi cipressini. E immaginate anche un gruppo di amici – appena una manciatina – seduti all’aperto a lume di candela. Ci si sono seduti al tramonto, godendosi l’ombra di frescura azzurra e d’oro… Ecco, adesso immaginateli che, mentre il crepuscolo si chiude attorno a loro, estraggono dalle borse i loro libri – e cominciano a leggere a turno.

A leggere di sogni.

E si comincia con la storia onirica de La Piuma postuma di Faletti, candida e leggera e inafferrabile, finché qualcuno (uno scrittore, non a caso) ne divina l’uso.

Si prosegue poi con Sogni di Sogni, E il sogno immaginario che Tabucchi ha intessuto per uno Stevenson quindicenne – premonitore delle isole lontane, delle storie, dei fiumi d’inchiostro. AAV4

Poi ci si alza tutti e ci si sposta nel prato buio per guardare, con un meraviglioso telescopio, una falce di luna come uno spicchio di merletto d’oro e d’ombra – così vicina attraverso le lenti che pare di poterla toccare allungando una mano. E poi Saturno inanellato e vertiginosamente lontano.

E si torna a leggere, mentre l’orizzonte nero fiorisce di fuochi d’artificio lontani – ora qui, ora là…

AAV2Shakespeare è perfetto, allora, con le sue pirotecnie verbali: Mercuzio e la Regina Mab, levatrice dei sogni in corsa affannosa e beffarda sul suo cocchio fatato. E il sogno invocato di Walt Whitman in Capitano, mio Capitano – il desiderio così umano e struggente che la terribile realtà sia soltanto un incubo da cui potersi strappare col risveglio. E poi il Teatro Vivente (e vivo) di Bianca Tarozzi, luogo dei sogni di quei costruttori di sogni altrui che sono i teatranti – narrato in poesia. E per l’angolo di Kipling, il Sogno di Duncan Parrennes, fiaba cinica e amara, dove il diavolo siamo noi stessi, impegnati ad esigere prezzi terribili in cambio di ben poco.

E sembrerebbe – ad onta della frutta gelata e dei dolci, e dei bambini, e dei gatti e delle piccole file di ranocchie – sembrerebbe tutto molto terrificante, e ancora di più di fronte alle fiammelle affondate nel silenzio siderale. Si guarda Titano, si guarda la grande Deneb, si guardano ammassi e nebulose e sistemi binari di stelle che si fanno compagnia a lontananze inimmaginabili, e si è tentati di sentirsi piccoli piccoli, e sperduti… AAV6

Ma in realtà, noi gente piccola piccola, seduta attorno al fuoco nella notte, guardiamo attraverso queste inimmaginabili distanze, seguiamo il dito puntato da innumerevoli generazioni di astronomi e di poeti… E se siamo capaci di telescopi che inseguono le stelle, di sonde che viaggiano decenni, di teatro e di poesia che attraversano i secoli – o partono per attraversarli – forse allora Kipling si sbaglia, per una volta: non siamo poi così terribilmente piccoli, e dei prezzi che paghiamo, alla fine, vale la pena.

 

libri, libri e libri

Caldo!

“Su che cosa posso postare domani, L.?”

“Sul caldo…”

Ebbene, eccoci qui. Il caldo in letteratura. Una rassegna breve, perché, you know, fa caldo – e con il caldo anche i blogger diventano pigri…

HeatAd ogni modo, mi vien voglia di cominciare da La Rivolta nel Deserto, con la tremenda descrizione dell’attraversamento del deserto del Nefud – non a caso definito l’Incudine del Sole – per raggiungere Aqaba per via di terra. Non è per caso che i Turchi non si sono preoccupati di difendere la postazione da quel lato: il deserto si ritiene inattraversabile. Invece Lawrence e i suoi lo fanno, con eclatante successo, ma la traversata sulla sabbia arroventata e infestata da scorpioni e serpenti, sotto un cielo bianco come il fuoco, senza acqua e senza ombra, non è una passeggiata nemmeno per i beduini di Auda Abu Tayi… figurarsi per l’Inglese della compagnia. Ovviamente tutto finisce in gloria – ma che caldo! heatgattopardo

Tutt’altro caldo, ovviamente, è quello di Sicilia, sopportato a forza di ventagli dalle signore in crinolina di Tomasi di Lampedusa  e di De Roberto. E sopportare il caldo – bene o con stoicismo – è segno di finezza. Le signorine Uzeda vengono sgridate quando se ne lamentano, e Concetta Salina, non dà mai cenno di accorgersi della calura opprimente di Donnafugata – a differenza della borghese Angelica Sedara, che però riesce ad essere bella ed attraente persino accaldata. heat conrad

Non è mai così gentile il caldo di Conrad. Che sia acquoso e pesante nel cuore dell’Africa, verde e soffocante nell’immaginario Costaguana sudamericano o immobile nella notte dell’Oceano Indiano, questo caldo spossa e soffoca gli Europei trapiantati (non importa da quanti anni) e distorce le loro percezioni fino alla follia.

E questa è un’idea comune, che ritroviamo nella calura natalizia del Natale a Ceylon di Guido Gozzano e nella terribile, insonne, inquieta Lahore notturna di Kipling*, in cui il caldo “popolato di cadaveri che si agitano” uccide, indebolisce, spaventa. heatGolding

Un’altra idea presente in Conrad – quella che il caldo uccida un poco per volta il senso di proprietà e le convenzioni che gli Occidentali si sono portati da casa, e tanto rapidamente quanto più sono isolati – si ritrova anche in Golding. Ne Il Signore delle Mosche il caldo opprime i ragazzini, li stanca, logora i loro nervi e da un lato li rende più inclini alla violenza, mentre dall’altro li induce a spogliarsi sempre di più, segnando le due coordinate del loro allontanamento dalla civiltà. Anche nella Trilogia del Mare il caldo della traversata rilassa i costumi e introduce un margine di licenza che, a furia di scherzi crudeli, culminerà nel suicidio del Reverendo Colley.

Diverso è il caldo anormale in cui inizia il Quaderno di Un Amore Perduto di Mino Milani. Nella Pavia secentesca, con il Ticino così basso e il sole rosso e il cielo bianco e mai un filo d’aria, l’intera Università è a caccia di misure igieniche da prendersi. La protagonista Giovannina, però, pur nipote di un uomo di scienza, non sa impedirsi di vedere nel caldo singolare un prodigio che annuncia cambiamenti. Lo zio rettore si fa gioco di lei per queste supersitzioni – ma, mormora l’autore strizzandoci l’occhio, il contenuto del libro non dà forse in qualche modo ragione a Giovannina?

Ed è possibile che per il momento mi fermi qui… La giornata si preannuncia calda e io magari non sono pronta a recidere i legami con la civiltà, ma comincio a sentirmi pigra. Non dico che non ci saranno altre puntate.

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* Se  volessi, potrei vantarmi di aver fatto venire caldo a una decina di persone leggendo loro The City of Dreadful Night…

 

 

libri, libri e libri

Di Libri e di Città

Ieri sera, alla biblioteca Zamboni, Ad Alta Voce ha chiuso i battenti per la stagione.

Oh well, è una chiusura molto relativa, perché non mi stupirei affatto se finissimo con l’avere un incontro speciale tra libri e telescopi… Ma questo per ora è in grembo agli dei – e ieri sera c’è stata l’ultima serata da programma.

L’argomento era abbastanza vacanziero: Books and the City – la città in letteratura. Come c’era da aspettarsi, quel che ne è uscito è stato un viaggio a tutti gli effetti, salvo quelli strettamente pratici.

triesteAbbiamo cominciato con un caffè a Trieste. Lo sapevate che per avere un caffè a Trieste bisogna chiedere “un nero”? Per avere un macchiato bisogna invece chiedere “un cappuccino”, e per avere un cappuccino, apparentemente, bisogna andare in un’altra città. D’altronde Trieste è una città di cultori del caffè e dei caffè – e sotto questo ed altri aspetti il delizioso Trieste Sottosopra di Mauro Covacich sembra un ottima guida.

Dalla città del vento siamo tornati indietro nello spazio e nel tempo – nella  Mantova desolata e paludosa visitata da Dickens nel 1844 sotto la guida di un bizzarro cicerone locale… Ecco, diciamo che al romanziere i giganti di Giulio Romano non fecero la migliore delle impressioni – ma questo non gli impedì di registrare i suoi ricordi in Mantova e il palazzo Te, pubblicato in seguito insieme ad altre Pictures from Italy.MoldovitaConstantinople

In condizioni ancora più tristi era, se vogliamo, la Costantinopoli del quindicesimo secolo. Alla vigilia della sua caduta, la capitale dorata dei Cesari d’Oriente era ridotta a un pugno di rovine invase dalle rose selvatiche e dagli usignoli, come è raccontato da Sir Steven Runciman ne Gli ultimi giorni di Costantinopoli. E questo, a mio timido avviso, rende ancora più struggente la storia dell’ultima disperata difesa contro l’inarrestabile potenza ottomana – a riprova del fatto che una città è molto di più della somma dei suoi edifici.

Come la Parigi sotterranea dei Passages, popolata di botteghe antiquarie e di vecchi caffè – rispecchiata e trasfigurata nella sotto-Parigi favolosa che, ne La Piccola Mercante di Sogni, Maxence Fermine fa luccicare di neve tiepida e popola di querce conversevoli e raffreddate…

O come l’afosa, inquieta, brulicante Città della Notte Spaventosa che Kipling descrive con occhi da insonne, tra musica lontana, dormienti che paiono cadaveri irrequieti e nibbi sornacchianti, sotto la luce di una luna impietosa.*

PragaO, infine, come la Praga notturna, letteraria e tormentata che sembra agitarsi tra i suoi incubi e i suoi fantasmi nel lussureggiante Praga Magica. E a sentire Angelo Maria Ripellino, dalla scrittura opulenta e ipnotica, la Praghesità è qualcosa di ben triste…

E a questo punto, dopo avere girato l’Europa e l’Asia a caccia di quel quid metafisico che fa di un ammasso di case e monumenti una città, pareva bello e giusto concludere con una storia bizzarra di costruttori di città senza nemmeno un mattone. Perché in Pfitz Andrew Crumey racconta una città che non c’è – una città ideale, progettata e popolata per la perfezione, ma capacissima – la natura umana essendo quel che è – di germogliare le sue romanzesche e umanissime imperfezioni, sotto forma di storie. Proprio come una città di pietra e di mattoni, di carne e ossa e secoli, una delle tante che abbiamo esplorato ieri sera, sgranocchiando biscotti attorno a un tavolo di biblioteca.

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* La traduzione che possiedo fa parte di una raccolta chiamata Trentatre Racconti Indiani, che apparentemente non è più in commercio. L’originale potete trovarlo qui.

Kipling Year

I Dirigibili di Kipling

01640_plate3Lo sapevate che Kipling scrisse due storie di fantascienza?

A noi, viste oggidì, sembrano steampunk – ma all’epoca, e stiamo parlando degli anni Dieci del Novecento, dello steampunk non esisteva nemmeno l’idea. Quando Kipling le scrisse, With the Night Mail e Easy as ABC non erano nemmeno fantascienza: erano scientific romance.

Di che si tratta? Di un Ventunesimo Secolo visto dal 1905-1912, una distopia in cui qualche genere di pestilenza ha decimato l’umanità, e i superstiti ne sono usciti con un sacro terrore delle folle e sommamente indifferenti alla mancanza di democrazia. Apparentemente (quasi) tutti sono ben contenti di badare ai fatti propri, lasciando che sia l’Aerial Board of Control, con la sua onnipotente flotta di dirigibili, ad occuparsi di tutto – dal controllo del traffico aereo alla soppressione incruenta dell’occasionale rivolta di obnubilati nostalgici del diritto di voto.ad04

Ora, With the Night Mail, la prima delle due storie, è più che altro un’avventura il cui narratore, un giovane giornalista, racconta la rocambolesca trasvolata atlantica di un dirigibile postale attraverso la tempesta delle tempeste. Nella migliore tradizione, al povero Postale 162 capita di tutto,e Kipling si diverte un mondo ad esplorare la tecnologia futuribile testata ai limiti delle sue possibilità, mostrandoci di taglio qualche scampolo del mondo che c’è attorno. Tuttavia, giusto perché non crediamo che tutto sia bene nell’anno 2000 dopo Cristo o giù di lì, alla storia propriamente detta segue una collezioncella di ritagli di giornale e annunci pubblicitari, da cui cominciamo a farci un’idea un tantino sinistra di questo mondo senza aeroplani e senza politica…

nm4As Easy as  A.B.C., scritto sette anni più tardi, ritorna nello stesso futuro vagamente allarmante per mostrarci la repressione di una sommossa. I rompiscatole – manco a dirlo – sono americani, e l’ABC, che è un organismo sovranazionale in cui, tuttavia, i cervelli funzionanti tendono ad essere inglesi, traversa nuovamente l’Oceano per sistemare tutto. Qui Kipling fa della satira politica in varie direzioni – dall’Impero alla Russia all’America, ce n’è davvero per tutti – e la scena degli esagitati che scoprono di essere (gasp!) una folla e si spaventano di se stessi è impagabile. Si parla e si spiega parecchio, in questa storia e, semmai la vena distopica ci fosse sfuggita mentre seguivamo le vicissitudini del Postale 162, qui non c’è da sbagliarsi: gli sforzi dell’ABC per controllare un mondo in precario equilibrio assumono tinte decisamente sinistre.

Non è straordinariamente allegro il futuro immaginato da Kipling: a dispetto dell’entusiasmo tecnologico-avventuroso e del sense of humour, l’atmosfera è più che un pochino plumbea. Si direbbe che , nel complesso, il nostro festeggiato avesse più fiducia a lungo termine nell’ingegneria che nell’umanità.

Incuriositi? Per i testi e le illustrazioni originali provate i link in calce a questa pagina. Se cercate delle traduzioni italiane, qui e qui trovate due liste di edizioni cartacee. Invece qui c’è Con il Postale della Notte in formato Kindle.

romanzo storico · Storia&storie

Storia e Storie

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Se la storia s’insegnasse sotto forma di storie, nessuno la dimenticherebbe mai.

Questo lo diceva Kipling, e voi sapete che a Kipling io tendo a dare retta. L’idea mi piace molto, e vorrei che fosse così – in un certo senso lo è. Ma fino a che punto?

Vediamo un po’.

Secoli fa – troppi secoli fa perché vada a disseppellire il numero in questione – sulla Historical Novel Review comparve un articolo in cui Susan Higginsbotham (credo) strologava sulla questione posta da un lettore: com’è, chiedeva costui, che nessun numero di romanzi storici e film storici è sufficiente a farmi entrare in testa i fatti? Prendiamo Eleonora d’Aquitania, proseguiva il lettore, una signora e un periodo per cui non ho speciale interesse, ma con cui ho avuto a che fare in diverse occasioni: ho studiato i miei libri di scuola come chiunque altro, ho letto qualche romanzo, ho visto qualche film… non dovrei avere le idee più chiare sulla sua storia?

La risposta era “Non necessariamente”, e per un buon motivo. Sto citando a memoria, ma l’idea generale era che vedere Eleonora alle prese con il suo pessimo marito in The Lion In Winter e con le frenesie crociate/matrimonial/amorose del suo primogenito in The Lute Player non offre molto aiuto nel memorizzare le date della sua vita. Quello che troviamo nel film e nel romanzo non è la storia di Eleonora, ma l’interpretazione della figura di Eleonora di James Goldman e Nora Lofts. Ed è un’interpretazione colorata dalle intenzioni e necessità narrative degli autori, da treni merci di particolari fittizi (la corte natalizia a Chinon e il dilemma parentale di Enrico, Blondel e Anna Apieta…), dall’esigenza di rendere questa gente del tardo dodicesimo secolo comprensibile per il lettore/spettatore odierno.historical novel review, nora lofts, james goldman, frances h. burnett, ian mortimer, gisbert haefs, romanzi storici

Essendo Goldman e Lofts ottimi scrittori, entrambe le Eleonore* in questione sono balzachianamente verosimili, ma nessuna delle due è vera. E in questo non c’è proprio nulla di bizzarro o scandaloso. In un mondo ideale, il mestiere del romanziere storico sarebbe quello di raccontare ciò che non sappiamo più sulla base ed entro i limiti di quel che sappiamo, però in realtà il confine tra ciò che sappiamo e ciò che non sappiamo può essere molto labile.

Ci sono scuole di pensiero sul grado di rigore documentario e fedeltà alle fonti cui un romanziere dovrebbe sentirsi vincolato, ma nella maggior parte dei casi non è difficile trovare nel tessuto delle fonti qualche smagliatura grande abbastanza da farci passare una parata di elefanti.

Detto ciò, qual è l’impatto delle parate di elefanti sul lettore medio?

historical novel review, nora lofts, james goldman, frances h. burnett, ian mortimer, gisbert haefs, romanzi storiciAvete letto La Piccola Principessa, di Frances H. Burnett? Forse sì e forse no: ai miei tempi era un altro di quei classici per fanciulli – e uno particolarmente grazioso, a mio avviso. Ad ogni modo, c’è questa scena in cui la giovanissima protagonista Sara racconta la storia della Rivoluzione Francese a una compagna di collegio negata per gli studi, e lo fa con flair narrativo, insistendo sulla figura di Mme de Lamballe, confidente e favorita di Maria Antonietta, linciata in strada per non aver voluto giurare fedeltà alla Repubblica. “E misero la sua testa mozzata su una picca e la folla se la passava di mano in mano…” racconta Sara. “Era giovane e bella, e tutte le volte che penso alla Rivoluzione immagino quella testa dai lunghi capelli biondi che ondeggia sopra la folla inferocita.” E, ci dice la signora Burnett, persino l’ottusa Ermengarde non dimenticherà più Mme de Lamballe.historical novel review, nora lofts, james goldman, frances h. burnett, ian mortimer, gisbert haefs, romanzi storici

E tutto ciò è bello e anche istruttivo, perché se da un lato Sara ha regalato a Ermengarde un’impressione più vivida della storia, dall’altro ha falsificato un pochino i fatti: nel 1792 la princesse de Lamballe aveva quarantatré anni – un’età che non molte bambine di dodici anni considerano giovanile… Resta da domandarsi chi sia stato a ringiovanire la principessa per amor di dramma**: Sara stessa, Ms. Burnett o l’autore del libro che si suppone Sara abbia letto? Ma non è del tutto rilevante, e comunque l’episodio rimane significativo.

historical novel review, nora lofts, james goldman, frances h. burnett, ian mortimer, gisbert haefs, romanzi storiciMi è tornato in mente di recente, quando M. mi ha fatto notare che l’Annibale eponimo di Gisbert Haefs è sempre depresso dopo le battaglie. “Quindi, quando il tuo Annibale dice al Re di Siria di essere stato felice dopo la battaglia di Canne, non era vero…” E per qualche motivo fatico a convincere M. che, per quanto ne sappiamo, la mia interpretazione e quella di Haefs si equivalgono. Non è la prima volta che M. e io abbiamo conversazioni del genere, su qualche chiaroscuro psicologico dell’uno o dell’altro personaggio, sui Romani descritti dal punto di vista cartaginese, sulle figure minori fittizie… e non c’è nulla di strano, perché M., come chiunque non abbia passato anni a leggere le fonti, non ha modo di sapere dove finiscono i fatti provati e dove inizia la danza speculativa del romanziere.***

Per cui è saggio concludere che la Storia non s’impara dai romanzi? Mostly not. Non i fatti. Non le date. Né si vede troppo perché dovrebbe essere altrimenti: se volete studiare la Storia, ci sono vagoni di libri scritti per la bisogna. Libri che non sono romanzi.

E però questo non significa affatto che Kipling abbia torto, sapete? Perché dopo che avete studiato, c’è qualcosa d’altro che potete cercare.

Nel suo The Time Traveller’s Guide to Elizabethan England, Ian Mortimer fa notare che una delle difficoltà principali nell’interpretare la mentalità dei secoli passati è che noi diamo per scontati conclusioni e sviluppi di eventi che, all’epoca, erano ancora in fieri, fluidi, spesso incomprensibili, spesso terrificanti. Quando pensiamo all’Armada di Filippo II ridotta a una collezione di relitti fumanti nella Manica, fatichiamo a immaginare il genuino terrore degl’Inglesi che per mesi avevano temuto l’invasione spagnola, o a capire la paranoia anticattolica, la caccia ai missionari gesuiti, il senso d’isolamento dell’Isoletta governata da un monarca femmina e di (forse) dubbia legittimità… 

Vero, vero, vero. Armada

Ed ecco dove entrano in scena i romanzi. Perché il romanzo, attraverso gli occhi, le paure, le impressioni e le reazioni dei personaggi, è in grado di restituire al lettore il sobbalzo collettivo dell’Inghilterra all’accendersi dei beacons lungo la costa, la furia collettiva dei Francesi che tirano pietre alla principessa di Lamballe, la frustrazione di Eleonora costretta dissimulare il suo acume tanto superiore a quello di tutti gli uomini che la circondano, l’impazienza di Annibale mentre i suoi alleati italici nicchiano…

E con questo non voglio minimamente condonare errori e (dininguardi!) anacronismi, ma sono disposta ad ammettere che, alla fin fine, l’età della principessa di Lamballe può anche essere un particolare secondario, se siamo capaci di mostrare la Storia in movimento, con la sua complessità, la sua imprevedibilità e iridescenza. Se riusciamo a dare, anche solo per qualche pagina, l’impressione di qualcosa che sta succedendo. Se arriviamo a trasmettere un senso di realtà e vividezza da accompagnare alle date e ai fatti. E allora, per un po’, siamo tutti Sara Crewe – e, guarda un po’, dopo tutto Kipling aveva ragione.

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* E quella di Goldman ha il vantaggio aggiuntivo di essere interpretata da Katherine Hepburn – need I say more?

** E questo mi fa venire in mente l’irresistibile The Talisman Ring, di Georgette Heyer, in cui la giovane émigrée Eustacie passa un sacco di tempo a a romanticizzare il suo scampato pericolo, commuovendosi all’ipotetica immagine di se stessa sulla via della ghigliottina: una giovane fanciulla vestita di bianco, sola nell’orribile carretta… “A parte il fatto che le carrette di solito sono affollate, credo che mi dispiacerebbe altrettanto per qualunque condannato, quali che fossero il suo sesso, la sua età e il colore del suo abbigliamento,” replica il suo unromantic cugino (e riluttante fidanzato) inglese. Mi diverte l’idea che Sara sia della stessa scuola di Eustacie…

*** Yes well, potrei considerare l’ipotesi di offendermi un nonnulla perché M. sembra disposto a dare retta a qualsiasi altro romanziere prima che a me, ma fingiamo di nulla…