angurie · scribblemania

Scatole Cinesi

Sì, è MacBeth. E Sì, c'è una ragione. E no, non so perché abbia un elmo alato.
Sì, è MacBeth. E Sì, c’è una ragione. E no, non so perché abbia un elmo alato.

Mentre scrivevo questo post, a un certo punto,  è successo che mi è germogliata un’idea. Capita abbastanza spesso – e di solito citicchio* Shakespeare a chiunque mi capiti a tiro – o, in mancanza di pubblico, al soffitto: è una storia quella che vedo davanti a me? Amici e famiglia hanno imparato a non fare domande, a cambiare rapidamente discorso e a fingere di nulla mentre mi impadronisco del taccuino e della penna più vicini e butto giù gli appunti del caso.

Qualche volta ne esce davvero una storia, qualche volta no, qualche volta succede ad anni di distanza, quando ritrovo l’appunto – e ad ogni modo va bene.

Questa volta, però, è successo qualcosa di leggermente diverso, perché la storia in fondo veniva da un’impressione vecchia di trentacinque anni. Il ricordo di un’impressione, se vogliamo, che era già una storia in embrione – solo che allora non lo sapevo. E quindi…Ideasinside

È una storia quella che la piccola (e leggermente gloomy) Clarina sta porgendo a sé stessa adulta attraverso i decenni? Oh dear… vedete? Questa è già un’altra storia – dentro una storia. O forse attorno a una storia. Ne scriverò una? Le scriverò entrambe? Le combinerò tra loro per farne un’ulteriore storia? Perché, a ben pensarci… è una terza storia che vedo davanti a me?

Credo di avere un nonnulla di vertigini.

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* Right, è una parafrasi, ma ammettetelo: “citicchiare” ha un suo je-ne-sais-quoi.

scrittura · teorie · Vitarelle e Rotelle

Circhi, Sipari e Strozzature

Parlavamo del sipario della conoscenza, ricordate?

Ebbene, per gentile concessione dello scrittore e insegnante di scrittura creativa Larry Brooks, il papà del favoloso sito Story Fix, ecco a voi la traduzione di un’interessante variazione sulla struttura narrativa aristotelica. Struttura in due Punti Trama, due Strozzature e uno Snodo Centrale.

A parte il fatto che è presentata a forma di tenda da circo (a tre piste), la struttura non è diversissima da Tre Atti & Tre Disastri, ma lo schema è pieno di acute osservazioni sulla progressione della storia. Personalmente sono affascinata in particolare dallo Snodo centrale – quel terremoto nella comprensione del protagonista di cui, per l’appunto, parlavamo lunedì – e dalle due Strozzature, aperture sul punto di vista dell’Antagonista.

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LEGENDA:

I Punto Trama: è il singolo evento più importante di tutta la storia, è ciò che guida o spinge il protagonista attraverso tutti gli alti e bassi a seguire. E’ dove la storia inizia, dove il conflitto principale fa la sua comparsa in scena. Dovrebbe arrivare circa a un quarto dall’inizio, alla fine della fase di preparazione.

I Strozzatura: qualcosa di semplice e rapido, mostrato al lettore dal punto di vista dell’antagonista, per ricordargli che l’antagonista è là fuori, con cattive intenzioni nei confronti del protagonista. Circa a 3/8 della storia.

Snodo Centrale: è dove il sipario della conoscenza si scosta per il protagonista e/o il lettore. A cambiare non è tanto la storia, quanto la comprensione di ciò che sta accadendo da parte del protagonista e/o del lettore. Se è messo a parte dell’epifania, il protagonista passa qui dall’atteggiamento di reazione a quello di attacco.

II Strozzatura: attorno ai 5/8 della storia, è il momento di dare un’altra occhiata al punto di vista dell’antagonista, per mostrare al lettore che ci sono buone o cattive sorprese in serbo per il protagonista.

II Punto Trama: è l’ultimo momento utile per aggiungere alla storia informazioni che consentiranno al protagonista di fungere da catalizzatore per la conclusione della storia. Dopo questo punto – attorno ai 3/4 della storia, non c’è più posto per ulteriore esposizione: si usano solo informazioni e personaggi già in campo.

È logico, non si tratta di prescrizioni tassative, ma dell’esposizione di una serie di principi che si sono solidificati in millenni di narrazione. Per di più, è un’esposizione originale, intelligente e più percettiva della media, piena di buone domande che, nel progettare la struttura di un romanzo, sarebbe salutare porsi prima o poi.

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Qui potete vedere – e scaricare – il PDF originale, opera della grafica Rachel Savage.

scribblemania · Vitarelle e Rotelle

Il Sipario della Conoscenza

curtainNon lasciatevi spaventare dal titolo – è una faccenda di vitarelle e rotelle.

E della revisione, anche.

Sì – la mia revisione, ricordate? In proposito ci eravamo lasciati ai primi di dicembre – con poche speranze di finire la seconda stesura entro l’anno. E in effetti non solo non l’ho finita affatto – ma, dopo quell’ultimo bollettino ci ho lavorato ben poco. C’è stato dicembre, c’è stata una bronchite, c’è stato altro, c’è stato Natale, c’è stata una commissioncella di cui avrete notizie…

Ma adesso ho ricominciato – e, benché forse non lo meritassi del tutto, ho cominciato che meglio non si sarebbe potuto. Ho cominciando trovando quello che Larry Brooks chiama lo Snodo Centrale – quella scena cruciale in cui si scosta il postonimo* sipario della conoscenza. Quel centro che dovrebbe capitare a metà del secondo atto. Il momento in cui non è che la storia cambi necessariamente – ma cambia il modo in cui la vede il protagonista. E – se tutto va bene – anche il lettore…

È uno di quei punti che tutti sappiamo di dover mettere in una storia. E io avevo una scena graziosa ma un nonnulla insipida e una rivelazione vagante e non correlata. E quando le due si sono improvvisamente incastrate l’una nell’altra… Bang! La scena ha improvvisamente acquisito vita, conflitto e una serie di radici sparse per i primi sette capitoli – e la rivelazione, per parte sua, è andata a cadere esattamente a metà della storia. snake

E badate – non è un caso e non è un miracolo: è il segno che la storia sta prendendo la giusta forma, ha un arco ragionevole e rispetta le leggi della fisica narrativa. Non negherò che la cosa comporti un certo grado di soddisfazione.

On the other hand, questo significa che è quasi la fine di gennaio e io sono solo a metà della seconda stesura – e questo non è particolarmente bello. Posso trovare consolazione nel fatto che, apparentemente, sto andando nella direzione giusta.

Evviva.

E adesso al lavoro, perbacco.

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* Che devo dire? “Eponimo” sembrava un po’ troppo, nelle circostanze…

gente che scrive · grilloleggente

Prismi Narrativi

dilemma

Questo post è per M., con cui si parlava di Uhlman, qualche giorno fa, e… E M. mi perdonerà, credo, se per cominciare la prendo un po’ alla lontana.

Ecco, allora – per cominciare, ci sono storie, periodi o personaggi a cui ci si appassiona al punto che raccontarli una volta sola non basta. Ci sono casi in cui la scelta delle forme narrative è quasi un’amputazione. Adottare un taglio, un punto di vista, un tipo di finale esclude necessariamente una quantità di altre possibilità alternative.

Qualche volta ci sono solide ragioni narrative che rendono scelte ed esclusioni quasi necessarie, altre volte si riescono a salvare punti di vista alternativi complicando la struttura della narrazione – altre volte ancora la scelta deve essere netta per l’economia del racconto, ma le alternative sono tutte ugualmente solide o quanto meno ugualmente attraenti.

Che cosa si fa allora? Nella maggior parte dei casi si rimpiange un pochino e si passa oltre; qualche volta si rielaborano le possibilità scartate in altri contesti e altre storie; e infine, caso più raro, si racconta la stessa storia più di una volta.

Non sto parlando dell’avere individuato una nicchia di successo e riscrivere lo stesso libro ancora e ancora finché il pubblico divora – intere carriere letterarie sono state costruite così, ma quello che intendo è diverso. Ci sono scrittori che non riescono a staccarsi da una storia, e dopo averla scritta una volta, magari a distanza di anni, la riprendono in mano ed esplorano i lati che hanno dovuto scartare in precedenza.Reunion

Un caso celebre e viscerale è la Trilogia del Ritorno di Fred Uhlman, composta di tre volumi che, a distanza di anni l’uno dall’altro, raccontano tre volte la stessa storia – con variazioni.

1971 – L’Amico Ritrovato: Hans Schwarz, Ebreo tedesco e alter ego dell’autore, trova e perde il grande amico della sua giovinezza, in una vicenda di affinità elettive, pregiudizi e storia che marcia senza badare a chi e cosa calpesta. L’epilogo è dolceamaro: a distanza di anni Hans scopre che Konradin, che si era allontanato da lui per simpatie naziste, è stato condannato a morte per avere partecipato a una congiura contro Hitler.

1979 – Niente Resurrezioni, Per Favore: anche Simon Elsas, come Hans (e come Fred) torna in Germania dopo un lungo esilio negli Stati Uniti e ritrova i compagni di classe e persino il suo antico amore, l’aristocratica Charlotte. Ma con nessuno di loro Simon riesce a superare il risentimento generato dai ricordi delle umiliazioni che avevano segnato la sua adolescenza. Simon è un Hans più disincantato e il finale non offre consolazioni di sorta.

1987 – Un’Anima Non Vile: è la volta di Konradin von Hohenfels, l’amico perduto, che, prima di salire al patibolo, scrive una lunga lettera a Hans, ricordando con rimpianto la loro amicizia e con rimorso il fatto di non averla saputa difendere. Prima di morire, Konradin cerca di riconciliarsi con Hans, non per giustificarsi, ma per chiedere di essere perdonato delle sue debolezze di ragazzo. Sembrerebbe di essere tornati alla parabola consolante del primo romanzo, se non fosse che il padre di Konradin contravviene alla richiesta del figlio e non recapita la lettera ad Hans.

Non ho mai letto una biografia vera e propria di Uhlman – nulla di più approfondito delle note biografiche sulla mia edizione Guanda (prestata e mai più rivista *sigh*), per cui ne so giusto abbastanza da essere certa che la vicenda esplorata nella trilogia è autobiografica.

Uhlman2Se dovessi azzardare un’ipotesi, tuttavia, direi che Uhlman ha scritto L’Amico Ritrovato per esorcizzare e risanare. La storia è dolorosa, la ferita aperta, ma la scoperta del fato di Konradin cambia tutto, perché l’amico perduto si è riscattato. Per scrivere questo piccolo romanzo, Uhlman ha dovuto scegliere tra il desiderio di redenzione e compimento e le vecchie amarezze non cicatrizzate – perché non tutto “si aggiusta”, non dopo un dramma devastante come la perdita di tutto un mondo. Niente Resurrezioni raccoglie le domande che non sono destinate a trovare risposta, l’irreparabilità e l’imperdonabilità, e offre un contraltare desolato all’atto di speranza dell’Amico Ritrovato. E Un’Anima Non Vile? Ho l’impressione di vederci due cose: da un lato, il punto di vista di Konradin meritava di essere esposto – dal punto di vista narrativo e in una forma tutta particolare di perdono. Dall’altro, la trilogia aveva bisogno di una chiusura, e non è così amara come potrebbe sembrare. Preso da solo, il terzo romanzo ha tutta l’aria di una sconfitta: il padre di Konradin, che aveva sempre disapprovato l’amicizia del figlio con un Ebreo, riesce ad esercitare l’interferenza definitiva trattenendo la lettera e negando a Konradin la sua redenzione. Ma noi sappiamo che la lettera non è necessaria: Hans saprà per altre vie come è morto il suo amico. Forse non arriverà a capire tutto, ma potrà perdonare, ben al di là del livore del vecchio von Hohenfels. E alla fine, ci dice Uhlman, è questo che conta.

On the other hand, nella maggior parte delle edizioni, la Trilogia viene presentata in un altro ordine: L’Amico Ritrovato, Un’Anima Non Vile e poi Niente Resurrezioni, ciò che cambia significativamente la luce che ciascun volume getta sugli altri… Mi domando – e cercherò di scoprire – se questo ordine fosse un’idea di Uhlman o no.

Morale? Non abbiamo a che fare con tre romanzi brevi – non davvero: Uhlman continua ad esplorare la stessa storia sotto angolazioni diverse, e attraverso scelte narrative complementari, in una serie di variazioni che si combinano in un’unica chiave di lettura. La Trilogia Del Ritorno non è l’ossessione di un sopravvissuto, né un’apertura di cuore spontanea e ripetuta: è una raffinata e intensa dimostrazione del fatto che, parlando di scrittura, la forma è sostanza.

scribblemania

Ricapitolando

Writing at a DeskEd eccoci in dicembre – dal che si deduce che novembre è definitivamente, irrimediabilmente passato…

E da questo discende che è ora di bilanci.

Avevo deciso di dedicare novembre alla seconda stesura del romanzo, ricordate? E poi ho inconsultamente decapitato il tutto, e poi invece i capitoli amputati si sono ripresentati

E questa era la situazione un paio di settimane fa. Che è successo dopo?

È successo che sono andata avanti – anche se più lentamente di quanto avrei voluto. All’epoca dell’ultimo bollettino era già chiaro che non sarei riuscita a terminare entro la fine del mese, e in effetti… Il risultato a oggi lo vedete nella barra contaparole qui di fianco: 52014 parole. Se fosse stato NaNoWriMo, potrei cantar vittoria. Stando le cose come sono… Mah.

Ci sono soddisfazioni: molte cose hanno preso un aspetto migliore, altre si sono snellite, la logica narrativa è decisamente migliorata, ho eliminato un personaggio di cui obiettivamente non sapevo troppo bene che fare e ho risolto un paio di problemi maiuscoli che avevo lasciato in sospeso nella prima stesura – e fin qui tutto bene.

Resta una certa quantità di dubbi, resta Gib Darlowe la cui sorte non ho ancora deciso – e naturalmente resta mezzo romanzo da revisionare…

What next?natale3

Mi piacerebbe dire che finirò in dicembre, ma non ci provo nemmeno. Dicembre è dicembre – un mese di preparativi, impegni, biscotti con le spezie, corse*, ospiti e piccolo artigianato. Un mese che scivola via con terrificante rapidità. Un mese impossibile, dal punto di vista della scrittura. E in parte è colpa mia, sapete: chi mi obbliga ad imbarcarmi ogni anno in decorazioni ridicolmente intricate? A fare in casa lebkuchen e Christmas pudding? A cedere prima di subito se qualche idea natalizia dovesse arrivare alla porta** strillando “Scrivimiscrivimiscrivimi?” Eccetera eccetera eccetera? E però… che devo dire? È dicembre. Ho imparato a rinunciarci, writing-wise, e andare con la corrente profumata di cannella e rami d’abete.  Dopo tutto, dicembre è dicembre, e gennaio arriverà fin troppo presto.

Detto ciò, non intendo fermarmi completamente – perché fermarsi completamente è cosa pessima. Procederò a un ritmo piccolino piccolino, per ora – e quel che verrà sarà il benvenuto. Poi a gennaio, a pudding smaltito e sipario chiuso, sospetto che sarò fin troppo felice di avere la seconda stesura di cui occuparmi.

Sono le gioie di scrivere on spec, dopo tutto. E buon dicembre a tutti.

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* E tuttavia, ieri – ed era il primo di dicembre – sono stata in città e ho combinato un’incredibile quantità di cose natalizie. Ed era, lo ripeto, il PRIMO di dicembre. Non sembravo nemmeno io. Probabilmente nevicherà. D’altra parte, è quel che ha detto anche G., lunedì sera, vedendomi entrare in teatro con ragionevole puntualità, per una volta nella mia vita: “Che cosa fai qui? Come mai non sei in ritardo? Così fai nevicare!” Per cui forse possiamo aspettarci un bianco Natale.

** Mi piace come lo dico – in questa forma dubitativa… Mettiamola così: quando qualche idea natalizia arriverà alla porta

 

Digitalia · libri, libri e libri

Parlando di Racconti…

Racconti, sì… short_story

I racconti che, dice Neil Gaiman, sono viaggi all’altro capo dell’universo – ma senza fare tardi per la cena… All’altro capo dell’universo, oppure all’altro capo della storia. O in qualche punto in mezzo.

Parlavamo di Gentleman in Velvet, che ha attraversato l’Atlantico. Ma non è il mio unico racconto. È abbastanza raro, a dire la verità, che mi sieda a scrivere con l’idea di scrivere un racconto. O almeno lo è adesso. Non è come se non l’avessi mai fatto ma, da qualche anno a questa parte, questo genere di lavoro deliberato è più o meno riservato al teatro. I romanzi poi sono un’altra faccenda. Magari c’è gente che si sveglia con l’idea di un romanzo, comincia a scriverlo, procede e finisce. Ebbene, gente di questo genere, chapeau. Io non appartengo alla categoria. Per me i romanzi sono una faccenda da meditarsi a lungo, documentare in abbondanza e scrivere avendo una ragionevole idea di dove si stia andando a parare. Poi le soprese accandono – oh, se accadono! – ma almeno in  partenza preferisco avere una direzione in cui muovermi.

I racconti, invece…

bestshortstorywriter4I racconti, da qualche anno in qua devono farsi strada a botte e gomitate per essere scritti. Idee che mi piacciono, ma con un arco troppo piccolino per un romanzo, e inadatte a diventare un play o un monologo. Cose con cui posso negoziare: d’accordo – 3000 parole e non di più, poi mi lasci in pace.

Un tempo si facevano avanti subito prima o subito dopo Natale – come preparativo dicembrino extra o come maniera per smaltire le paturnie di gennaio… Adesso queste cose tendono a sfogarsi in atti unici. E a proposito, non è detto che prima che poi non dobbiamo parlare anche di questo – ma oggi no. Oggi parliamo di racconti.

Perché mi è venuto un uzzolo, sapete.

L’uzzolo di racimolare una manciata di racconti – storie di secoli passati, per lo più – e di raccoglierli in un ebook. Un uzzolo così – e avrei potutto ignorarlo e procedere in altre direzioni, ma non l’ho fatto. Così i racconti li ho racimolati per davvero. Sette in tutto. Storie di secoli passati, per lo più – e no, non siete sopresi, non lo siete affatto. Non adesso. Magari al momento lo sarete, almeno un pochino… Staremo a vedere.

Al momento l’ebook è in via di preparazione, un po’ alla volta – copertina, margini, carattere e tutto il resto – e si sarebbe potuto chiamare in una mezza dozzina di modi. Invece, alla fine fine, si chiamerà così:

Sample

E ne riparliamo fra un paio di settimane, quando ormai sarà dicembre.

scribblemania

NaNoReMo

NaNoSOMETHINGUn anno fa, proprio in questi giorni, parlavamo di NaNoWriMo, ricordate? Quell’iniziativa oltreoceanica che – come molte cose in questa vita – si presta parimenti a diventare una benedizione* quanto un’idiozia sesquipedale.

E avevo detto che ogni anno per me è una tentazione – e poi ogni anno lascio evaporare le buone intenzioni perché comincio ad accarezzare l’idea troppo tardi per preparami come  si dovrebbe, perché novembre è pieno d’impegni e, alla fin fine, perché sono una tremenda procrastinatrice.

Quest’anno, tuttavia…

Ecco, quest’anno il lavoro preparato ce l’ho – eccome. Non un romanzo nuovo, ma la seconda stesura di quella in corso. L’ho cominciata con qualche impeto quasi un mese fa, e però non sta andando come dovrebbe. Date un’occhiata al contaparole qui accanto, e vedrete. Potrei addurre scadenze lavorative piuttosto draconiane e magagne famigliari, ma il fatto è che ho anche allegramente perso un sacco di tempo in procrastinazione – spudorata o sotto mentite spoglie. Sì, perché onestamente, ho proprio bisogno, a questo stadio, di sapere il nome della casa di Lord Howard in King Street? O l’esatta tariffa di un cavallo di posta? O che differenza c’era tra le toghe degli studenti di Gray’s Inn e quelli del Middle Temple? nanoemo

Ecco, appunto.

E tuttavia ho passato molte ore felici a cercare lumi su questi dettagli che avrei potuto lasciare benissimo per la stesura finale. Molte ore che avrei potuto dedicare più utilmente a revisioni strutturali e potature – che invece, in gran parte, restano ancora da fare. E mi conosco: non è come se dire “Non lo faccio più” servisse ad alcunché…

Ed ecco che novembre torna e NaNoWriMo rimena – e ditemi voi se non casca proprio a fagiolo.

nanowrimo-1Questa è la volta buona. Naturalmente non seguirò le regole generali, perché non voglio affatto scrivere un romanzo. Il romanzo ce l’ho già, grazie mille – quel che voglio è scrollarlo e potarlo finché non assume una forma. Più che altro sarà NaNoReMo**. Quindi le parole in un mese saranno 100000, al ritmo di tremila al dì e spiccioli – ma saranno da revisionare anziché da scrivere from scratch. Oddìo, in realtà c’è anche una certa quantità di roba nuova da aggiungere – scene aggiuntive ideate in revisione, scene da gettare e rifare completamente… Ma insomma, diciamo una media di due scene al dì, per un mese intero.

Riuscirò a tenere il ritmo? A non perdermi per i prati a caccia di dettagli e parole desuete? A finire la benedetta stesura prima che dicembre, i preparativi natalizi e la consueta folgorazione artigianale piombino su di me?

Vi farò sapere. Aspettatevi aggiornamenti e bollettini.

E voi? Che intenzioni avete per novembre – writing-wise?

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*A parte tutto il resto, tutti conosciamo l’effetto miracoloso di una scadenza, giusto?

** A dire il vero, credo che NaNoReMo esista già e sia un mese diverso – ma fa nulla. Non siamo gnu, giusto? E mi par di capire che un tempo esistesse anche un’iniziativa parallela, chiamata NaPlWriMo, dove Pl sta per Play – e tuttavia il sito è “in aggiornamento” da secoli, e quindi forse la faccenda è franata a valle. Il che non impedisce a nessuno di scrivere teatro anziché narrativa a novembre, volendo. Next time.

Ossessioni · scribblemania · Vitarelle e Rotelle

Belle Parole

Pile-of-wordsE cito: “Oh, santo cielo – ma sei ossessionata dalle parole, tu!”

Vero.

Verissimo. Ma d’altra parte, le parole… ah, le parole.

Avendo incautamente prestato, e mai più rivisto, La Trilogia del Ritorno di Fred Uhlman, adesso sono costretta a citare sparsamente e a memoria il punto di Un’Anima Non Vile in cui Konradin Von Hohenfels, parlando di Grecia, cita Alicarnasso, non so più a quale proposito.

“A-li-car-nas-so. Ho sempre amato i bei nomi.”

E questo è uno dei motivi per cui mi piace tanto Konradin: il suo genere d’immaginazione. Posso capire un uomo che ama i bei nomi, che fantastica sui ritratti di famiglia, che preferirebbe essere fucilato anziché impiccato, perché davanti al plotone d’esecuzione potrebbe “immaginare di assaltare una fortezza imprendibile”…

Ma non divaghiamo: tutto ciò era per parlare della bellezza intrinseca delle parole. Non tanto del modo in cui vengono usate in frasi, periodi e paragrafi, quanto per le immagini che contengono di per sé, da sole o due a due, nel loro suono o nella combinazione di suono e significato.

Ci sono parole, nomi ed espressioni la cui bellezza è una combinazione di suono e significato. Non si tratta solo di come suonano, ma anche di quello che evocano. Forse, se Konradin non fosse tanto appassionato di grecitudini assortite, il nome di Alicarnasso non gli apparirebbe altrettanto bello. E qui adesso entriamo in un campo del tutto arbitrario, ma diciamolo: Costantinopoli, sonoro, solido e solenne, non è un nome perfetto per una città con tanta storia e una fine così tragica e grandiosa? Tuttavia, il modo in cui evoca colonne di marmo bianco, folle multicolori e foreste di alberi di navi nei bacini di pietra ha principalmente a che fare con la storia che si associa al nome. Bizantino, (che non si usava in epoca e ambito bizantini), nell’Italiano moderno ha assunto connotazioni negative di tortuosità e di intrigo, eppure a me piace tanto. Lo associo ai meravigliosi mosaici ravennati, alla corte imperiale in clamidi bianche e cinture incrostate di gemme. E di per sé è una parola che suona come un gioiello: bi-zan-ti-no. Anche senza considerare il significato, il suono parte solido e poi si affila, come la lama di uno stiletto. Continuando su questa strada, Generali Bizantini* è un’espressione musicale di per sé, con quella combinazione sinuosa di consonanti, e poi evoca immagini di battaglie in piane polverose, di avamposti sperduti, di intrighi di palazzo…

Poi invece ci sono parole dal suono bellissimo che perdono tutto il loro fascino appena si guarda il significato. Che delusione, al Ginnasio, scoprire che glirium, dal suono così liquido e lucente, in realtà era solo il genitivo plurale di glis, vale a dire ghiro. Per non parlare del fatto che i selevìnidi, anziché una dinastia persiana, sono topini dei deserti asiatici, che mutano pelle e pelo insieme. Ugh. E palamìta è una specie di sarda, quando suonerebbe così bene per un fante scelto o per il seguace di un culto…

Ecco, sotto un certo aspetto, scrivere è una continua caccia a queste bellezze. Sia in poesia che in prosa, suono, ritmo e capacità evocativa sono fondamentali, e può capitare di passare ore a cercare la parola perfetta per il particolare nodo nell’arazzo che si sta tessendo – e tanto meglio se ogni parola riesce ad assolvere più di una funzione: sono certa che quando Verga ha infilato in Mastro Don Gesualdo il suo meraviglioso “cielo di smalto”, lo ha fatto non soltanto per l’immagine, ma anche per quel suono liscio, lucido e duro, che evoca senza nominarlo un blu intenso e leggermente metallico. E che dire di “quello spirto guerrier ch’entro mi rugge”, con quella feroce allitterazione ripetuta, ostinata, imprigionata dalla doppia -g in fine di verso? E d’Annunzio, ne Gli Idolatri: “La gran piazza sabbiosa scintillava come sparsa di pomice in polvere”, tutto suoni asciutti e sibilanti, così che pare di vederla, questa piazza bianca, calcinata dal sole. Due pagine dopo abbiano il sole mutato in una “gran plaga vermiglia”: non suona torbido, lento, malato? Stiamo pur certi: questa giornata non finirà affatto bene.

Per una volta mi sono limitata ad esempi italiani, visto? Non sembro nemmeno io. Ma la conclusione per oggi è questa: certo che sono ossessionata dalle parole. Uno scrittore dovrebbe essere ossessionato dalle parole. O quanto meno, con la ricchezza meravigliosa, la bellezza, le possibilità espressive della lingua, uno scrittore non ha davvero nessuna scusante per la sciatteria. Non c’è storia tanto buona che non possa essere resa ancora migliore raccontandola in parole belle, significative e pertinenti.

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* C’è anche un problema informatico così chiamato, lo sapevate? Intricato, questo sì. Incomprensibile – per me. Se sia bello come dovrebbe essere con un nome del genere… questo non saprei proprio dire, ma lumi in proposito sono benvenuti.

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Sottotesto al caffè

subtVe li ricordate quei vecchi spot di Nespresso – quelli con George Clooney… Yes well, Nespresso ha fatto un sacco di spot con George Clooney – ma ne ho in mente uno in particolare, che un capolavoro in miniatura di uso del sottotesto, e che uso ancora nei miei corsi di scrittura a titolo di esempio – perché il sottotesto non la più immediata e intuitiva delle tecniche, e trovare un minuto e mezzo di testo che ne concentri in quantità è qualcosa da festeggiare.

E prima che qualcuno protesti, ho detto ancora che la pubblicità è scrittura, vero? Ottima scrittura, quando funziona sul serio – il che non succede precisamente tutti i giorni, ma lo spot che ho in mente era un gioiellino. E allora, una volta premesso che per sottotesto s’intendono i significati che non sono espressi verbalmente, ma implicati dal contesto, dalle azioni, oppure per allusione, analogia, eccetera, analizziamo il gioiellino.

George sta uscendo dal negozio con una macchina da caffè nuova quando, in una scena molto subt4wilcoyotesca, guarda in su e vede un pianoforte a coda in caduta libera sopra di lui. Fade to white. George si ritrova a salire una scalinata bianca in mezzo a una distesa di nuvole ancora più bianche. In cima lo sta aspettando un personaggio vestito di bianco e provvisto di barbetta bianca (che, incidentalmente, è John Malkovich).

[Noi abbiamo già fatto 2+2, ovviamente: grosso pianoforte, luogo bianco e luminoso…]

“Hello, George!” saluta allegramente il Personaggio in Bianco.

subt3“Where am I?” chiede George.

[Se i film sono da prendere sul serio, è la domanda classica di chi riprende conoscenza, ma qui non c’è sottotesto, se non quello che George è comprensibilmente confuso. E ha ancora, notalo bene, o Spettatore, la sua macchina da caffè]

“Make an educated guess,” dice il Personaggio in Bianco, ovvero “Prova a indovinare.”

[Sottotesto alla seconda: a) “Sei morto”; e poi b) “Non essere ottuso, George!” – Notate che, di per sé, la battuta non significherebbe nulla di tutto ciò, se non fosse per il contesto. Inoltre, questo modo di non rispondere, caratterizza il Personaggio in Bianco e abbozza la relazione tra lui e George. Tutto questo in 4 parole!]

“It’s not my time!” protesta George: “Non è la mia ora!”Subt1

[Nulla di particolare: George non è presentato come una figura di particolare sfavillio intellettuale. Non è lui a portare il peso del messaggio.]

“Maybe we could make an arrangement,” dice John Malkovich, occhieggiando significativamente la macchina da caffè.

[Eccoci giunti al nocciolo. Ancora una volta, il PiB non risponde direttamente a George, e dice invece qualcosa che ha senso solo nel contesto, e che implica il significato di tutta la piccola scena che abbiamo visto. Primo livello, significato letterale “Se non vuoi essere morto, dammi la tua macchina da caffè.” Secondo livello, significato implicito: “Queste macchine da caffè sono abbastanza spettacolari da tentare Dio in persona.” Terzo livello: “Questa è un’iperbole ironica, un raffinato effetto comico destinato a un pubblico intelligente.”]

George, a bocca aperta, gira uno sguardo incredulo dal PiB alla macchina da caffè e di nuovo al PiB, il quale annuisce con aria tra birichina e lievemente colpevole. Fade to white. George, ritrovandosi davanti al negozio senza macchina da caffè, gira sui tacchi e torna dentro, salvandosi dalla caduta del pianoforte.

Ecco qui: ci hanno magnificato l’appeal, la desiderabilità sociale e la qualità del prodotto, ci hanno strappato un sorriso, ci hanno strizzato l’occhio dicendoci che gente in gamba come noi compra questo genere di cose, tutto in cinque piccole battute (19 parole), e senza che nessuno menzionasse una macchina da caffè nemmeno per sbaglio. Dal punto di vista della scrittura, questa io la chiamo classe.

gente che scrive · Ossessioni · scribblemania · scrittura

Attorno al Romanziere

john_irvingOgni tanto, a quanto sembra, la moglie di John Irving si trova su un aereo con destinazione Amsterdam, o Vienna, o altrove – e, una volta arrivata, si ritrova a visitare negozi di tatuaggi, ospedali, organi storici, pensioncine, ristoranti ungheresi e altri luoghi bizzarri. Senza sapere perché.

O meglio – il perché lo sa benissimo: suo marito è un romanziere che si documenta di prima mano. Va a visitare le città, cerca i posti, parla con la gente, fa domande… Solo che non ne mette a parte sua moglie. Non fino in fondo. Questo lo so per avere visto un documentario in cui Irving discuteva dettagliatamente il suo processo creativo, e la moglie compariva ogni tanto a raccontare come, leggendo il romanzo finito, le capiti in continuazione di “scoprire” perché siano andati nell’un posto o nell’altro, o perché abbiano incontrato la tale o tal’altra persona. E magari ogni tanto, a lavori in corso, alla signora Irving capita di chiedere qualche informazione, qualche indizio – ma ottiene ben poco.

Irving è il genere di scrittore che si tiene ben vicine le carte, e lo fa con tutti. Con l’amico medico cui si rivolge per sapere se è possibile morire in un modo o nell’altro, con gli sconosciuti che intervista per avere informazioni tecniche, e persino con i membri del suo team di ricerca… Ebbene sì: ci sono scrittori che hanno un team di ricerca, gente che trova il giusto ospedale, la giusta segheria, il giusto detective olandese, i giusti organi da sentir suonare. E però, come la signora Irving, non sa di che si tratta fino alla fine.

Mi chiedo se sia più affascinante o frustrante: beneficiare di occhiate oblique a un romanzo in corso, coglierne questo o quello scampolo, domandarsi come debbano combinarsi tra loro… E continuare a domandarselo fino alla fine – e poi, di solito, trovarsi di fornte a qualcosa di del tutto inaspettato. La consorte e l’assistente intervistate nel documentario ne parlano come se fosse divertente ed elettrizzante – ma non posso fare a meno di chiedermi, e ho la sensazione che, personalmente, diventerei matta.

Ad ogni modo, non è il tipo di tormento che io infligga ad amici, parenti e affini. agastheatre400

Anzi.

Pare che, fin dalla prima giovinezza, possieda una certa tendenza a discutere di quel che sto scrivendo. A discuterne in vasta e particolareggiata abbondanza. Con chiunque mi stia a sentire. O anche se non mi si sta poi troppo a sentire. Per quanto, negli anno, abbia fatto sforzi per imparare a contenermi, “Che cosa stai scrivendo, Clarina?”  o “E come va il romanzo, Clarina?” sono ancora domande pericolose. Pericolose nel modo per cui abbattermi a sediate, dopo un po’, si configura come legittima difesa. E stavo per dire “senza nemmeno il beneficio dei viaggi”, ma non è del tutto vero. Benché sia difficile portare alcunchì in epoca elisabettiana, ho trascinato amici e famigliari in giro per Londra inseguendo posti, ipotesi, tracce residue, vecchie mappe… Mi sono rivista in qualche fotografia, intenta a tenere concioni con un luccichio matto negli occhi…

E non lo so, ma vedendo il documentario in questione mi è sorto il dubbio: forse amici, parenti e affini preferirebbero che lavorassi à la John Irving?