grillopensante · scrittura · teatro · teorie

Forma & Sostanza

Dopo essersi sorbito un certo numero di lai furibondi sulle lacune son et lumière del debutto di Aninha (una volta o l’altra vi racconterò), P. mi scrive così:

Senza troppi preamboli, ti dirò che non capisco il perché delle tue apprensioni per il mancato funzionamento degli effetti speciali. Capisco che, dopo aver lavorato alacremente agli effetti luce, al sonoro, e a tutti i dettagli che di sicuro rendono perfetta la rappresentazione, tu possa contemplare l’omicidio di vari tecnici. Però, gli applausi finali dovrebbero semmai darti ulteriore conferma che le tue opere hanno già molta sostanza, al punto che la forma, pur non inessenziale, può anche passare in secondo piano, purchè non si tratti di far recitare degli energumeni dotati solo dell’uso del dialetto etilico. Se le luci e il sonoro funzionassero alla perfezione, ma i tuoi lavori avessero poco da dire, il pubblico avrebbe probabilmente l’impressione di assistere ai fuochi della sagra, non credi?

Ebbene, sì e no.

Ormai è assodato che mi faccio venire attacchi di convulsioni con relativa e innecessaria facilità – ed è risaputo che della mancanza o imperfezione dei particolari del disegno luci in trentasei pagine il pubblico non si accorgerà mai. Quindi P. è ben lungi dall’avere tutti i torti.

On the other hand, però, non amo molto la teoria secondo cui la sostanza è tutto quel che conta, o almeno quel che conta di più, per la semplice ragione che in fatto di teatro, come di scrittura e di arte in genere, la forma è sostanza. Che cos’è l’arte se non espressione formale della sostanza? Metaesempio: tutti – o quanto meno molti – hanno la vaga impressione che la sostanza (nella vita reale) importi più della forma*. Però c’è voluto Shakespeare per dire che una rosa con un’altro nome profumerebbe allo stesso modo. E nel dirlo si contraddice, perché a rendere pressoché immortale la sua idea di forma/sostanza è proprio la forma. Ma in realtà, al di là degli aerei nonnulla che faceva sussurrare al suo adolescente innamorato, lo zio Will sapeva benissimo che, se si chiamasse acido tetrafenilcloridrico, la rosa conserverebbe forse lo stesso profumo, ma non troverebbe molta gente disposta ad annusarla per accertarsene…

In un romanzo, un racconto, un articolo o una poesia, ciò significa che stile e contenuto devono fondersi per stampare un’unica impronta nella mente del lettore. “Dice belle cose ma è scritto male”, oppure “E’ scritto divinamente ma non è che dica granché” sono due insegne di scrittura parimenti così così.

In teatro, alla buona scrittura devono aggiungersi la buona recitazione, la buona regia, le buone luci, le buone scene, i buoni costumi, le buone musiche e il Something-something creato dal felice combinarsi di tutti questi elementi. Se ne manca anche solo uno, il risultato resterà sempre così così. Non intendo imperfetto – l’imperfezione è un’altro mantello dell’arte – ma proprio leggermente mediocre. Lacking in quality. Dilettantesco. Un tantino naufragato sugli scogli che stanno tra intenzione e realizzazione dell’intenzione stessa.

Come dicevasi più sopra, ciò si applica anche a tutte le forme di scrittura – seppure in modo meno spinoso, perché il romanziere, il poeta e l’articolista hanno molto più controllo sulla loro forma di quanta il playwright possa mai sperare di averne sulla forma del risultato finito, che deve combinare le sue intenzioni e competenze con le intenzioni e competenze di un sacco di altra gente.

Il principio però rimane lo stesso: in qualsiasi disciplina, la più solida e profonda delle sostanze non è una scusante per le lacune della forma. E a dire il vero, cercare questo genere di scusanti cessa di sembrare una buona idea non appena si considera che curare la forma è il modo più efficace per affinare l’espressione della sostanza.

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* Francamente non sono molto d’accordo nemmeno per quanto riguarda la vita reale, ma questo è un altro post.

Somnium Hannibalis · teatro

Somnium Hannibalis A Ostiglia

SH torna in scena in grande stile: gli Histriones si sono provvisti di fuoco vero, e l’effetto delle fiamme – un enorme braciere che i personaggi alimentano a turno, più un certo numero di torce e lumi – è più emozionante di quanto si possa immaginare. 

E’ perfetto, perché in SH l’imagery più ricorrente ha a che fare con fuoco, fiamme, roghi, pire e cose che ardono, ed è un regalo che ci facciamo ogni volta che si recita all’aperto. Fiamma rituale, pira funeraria, falò celebrativo, simbolo, luce, distruzione, impeto… – il nostro braciere in scena significa molte cose. Ah, respirare l’odore del fuoco mentre Annibale parla del mare di roghi nella piana sotto Canne…

Intanto ieri sera abbiamo provato la bellissima sequenza iniziale in cui, sullo sfondo di una musica che posso definire solo haunting, tutti gli spettri di Annibale si presentano all’appello, si confondono, prendono le armi e tornano a perdersi in una luce di crepuscolo senza però andarsene del tutto – ombre indistinte e sempre presenti, la lunga processione di tutti coloro che Annibale ha perduto nell’inseguire la sua chimera. Gabriella Chiodarelli è un genio di regista, e questa scena mi dà i brividi ogni volta che la rivedo. Anche in pieno giorno. Anche in jeans e maglietta. 

Questa ripresa promette davvero bene.

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guardando la storia · teatro

Aninha

Sentivo il mondo muoversi appena oltre la cinta nera delle colline all’orizzonte, come un ruggire anita, garibaldi, teatro, governolo, centocinquantesimo, unità d'italia, laguna, brasilelontano di temporali nella notte. E me ne tornavo a casa piena di una fame senza nome e senza forma. E dietro le mie spalle mormoravano della Aninha selvaggia, la vergogna e il crepacuore di sua madre. Allora gettavo indietro la testa e fingevo che non m’importasse. Ero prigioniera…

 

Perché prima di Anita c’era Aninha, la figlia di un mandriano nelle paludi del Brasile, soffocata in un mondo troppo stretto – finché qualcuno non le diede un nuovo nome e nuovi sogni. La storia della ragazza che divenne Anita Garibaldi.

 

 

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Somnium Hannibalis · teatro

Somnium Hannibalis a Revere

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Da Hostilia, il numero unico di Hic Sunt Histriones, edizione 2011: Note di Regia per Somnium Hannibalis.
Volevamo che lo spettacolo avesse il colore e il movimento delle fiamme.
Fin dall’inizio, discutendo il testo alla ricerca di una suggestione visiva a cui ancorarci, è emersa l’idea del fuoco, che pervade la storia di Annibale: la fiamma dell’altare del giuramento, i roghi dopo le battaglie, l’immagine del grande generale che “brucia tutto sul suo cammino”, il giavellotto infuocato scagliato verso le mura di Roma…
Il fuoco simboleggia la natura di Annibale, le sue passioni, la sua ambizione, i suoi sogni visionari, la sua guerra, la sua forza distruttiva.
Abbiamo trasposto questa qualità fiammeggiante in tutti gli aspetti dello spettacolo, a partire dai colori dei costumi: oro, ocra, ruggine, bruno. Solo Annibale veste di bianco: l’incandescenza della fiamma alla sua massima potenza. Lo stesso schema di colori torna nelle scene, scarne e semplicissime, segnate da accenti rossi nelle armi e nel mantello che simboleggia la condivisione del potere – e del sogno – tra Amilcare e il piccolo Annibale nella scena del giuramento.
Le luci sottolineano ulteriormente questa atmosfera, alternando colori di fiamme e di tramonti al biancore della luce estiva – anche se lo spettacolo si svolge prevalentemente (e significativamente) di notte. Sullo sfondo, le immagini di Simone Ceoloni creano una fitta rete di rimandi tra reale e simbolico: le colonne calcinate di un tempio in rovina, profili di città, accampamenti, corridoi oscuri, drappi al vento e ancora tante fiamme per disegnare insieme un’antichità stilizzata e un paesaggio interiore.
Ogni volta che è possibile, nelle rappresentazioni all’aperto ci concediamo il lusso di un fuoco vero, in un grande braciere che i personaggi alimentano a turno: un simbolo in più del senso di divorante volontà individuale che pervade Somnium Hannibalis.
Hostilia è disponibile gratuitamente presso biblioteche, negozi ed esercizi pubblici nella Provincia di Mantova.
grillopensante · Utter Serendipity

Chi Ha Detto Che Deve Essere Facile?

Era una notte buia e tempestosa, tornavo dalle prove di Somnium Hannibalis ed ero di umor tetro, perché la regista latitava causa bronchite e le prove erano andate… vogliamo dire così-così? Diciamolo pure, ma è la più spudorata sottovalutazione di un disastro impellente che si possa immaginare. All’improvviso, la mia posizione di aiuto-regista si era fatta assai meno teorica, ed ero terrorizzata. Altrettanto all’improvviso, la compagnia mostrava una limitata propensione a darmi retta, e naturalmente mancavano pochi giorni al debutto, eravamo tutto fuorché pronti, mancavano dei costumi, mancava una persona e l’uomo delle luci non si era fatto vedere per la terza sera di fila…

Così mi preparai una tazza di tè (deteinato) al bergamotto, mi piazzai davanti al computer e cominciai a controllare un po’ di posta, senza badarci nemmeno troppo. Era stata proprio una pessima giornata, a teatro le cose erano andate come erano andate e, per di più, non avevo scritto un bottone, e il progetto in corso si mostrava riottoso alle mie intenzioni.

Mentre sorseggiavo il tè sentendomi doomed & gloomy, l’occhio mi cadde sulla mail di un’amica americana che cantava le lodi del blog di McNair Wilson, uno di quei personaggi difficili da catalogare, scrittore, autore teatrale, regista, attore, imagineer per la Disney e chi più ne ha più ne metta. “E poi gli piace il tè al bergamotto,” commentava H. “Devi assolutamente vedere il suo blog!”

E che avevo mai da perdere? Diedi un’occhiata al suo blog, Tea With McNair* – e per prima cosa vidi che aveva promesso di non postare più e invece postava ancora. Cominciamo bene. E poi, mentre saltellavo di qua e di là, m’imbattei in questa affermazione: It’s supposed to be hard. It’s art. Ovvero: “Deve essere difficile: è arte.”

Folgorazione.

E’ vero, è vero, è vero – e non parlo solo, e non tanto, di SH: chi ha detto che deve essere facile? Non deve affatto essere facile. Se fosse facile, se venisse fuori quasi da sé, se non richiedesse sforzo, e pensiero, e fatica, e rigore, non sarebbe arte. Se non rendesse necessario pretendere tanto da sé e dagli altri, se non comportasse una ricerca continua, se non svegliasse nel cuore della notte per annotare un’altra idea, se ci si potesse accontentare, se non fosse il lavoro e la quest di tutta una vita, allora non sarebbe arte. Se trovasse sempre tutti d’accordo, se non andasse difeso con le unghie e con i denti, se non implicasse miracoli di manipolazione, bellicosità e diplomazia, allora non sarebbe arte.

Non importa che cosa sia: scrivere, suonare, comporre, dipingere, mettere in scena, scolpire – non fa differenza, ma non è, non può essere, non deve essere una passeggiata per praterelli fioriti: è una truculenta, appassionante, faticosa, infinita, splendida battaglia. Non deve affatto essere facile: è arte.

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* Di cui per il momento Steno mi costringe a passarvi il link in questa maniera incivile: http://www.teawithmcnair.typepad.com/tea_with_mcnair/#tp

 

scribblemania

Febbre Creativa

Questo sarà un post solo limitatamente lucido.

Il fatto è che l’anno scorso il vaccino anti-influenzale mi ha scatenato una reazione violenta: una settimana di febbre, dolori e gioie varie…

No, naturalmente il fatto è un altro. Il fatto è che quest’anno ho deciso di non vaccinarmi – l’influenza non poteva essere peggio della reazione al vaccino, giusto? Ed ero felicemente giunta in febbraio sana. Se si eccettua un mese di bronchite in novembre, ma quella è un’altra faccenda. Poi ho avuto la cattiva idea di felicitarmi con me stessa in proposito, and of course I jynxed it. Ieri mattina mi sono alzata con l’impressione di non stare del tutto bene, poi mi è venuta la febbre, e poi… credetemi: non volete i particolari.

Nondimeno devo, devo, devo scrivere. Teatro. Atteso. Ansiosamente atteso. Il genere di attesa che genera telefonate, sguardi significativi, richieste specifiche, velati solleciti via mail… Quindi scrivo lo stesso, l’ho fatto ieri e lo farò anche oggi.

Ciò che mi rode, tuttavia, è la circostanza che ora v’illustro. Ieri pomeriggio (37,7 C°), riapro il file e rileggo quel che ho scritto quando i miei centigradi interni erano nella norma. E inorridisco, e mi domando come ho potuto scrivere ciò, e casso di slancio due pagine – senza prima averle copiate da un’altra parte. E poi riscrivo, e alla fin fine non sono del tutto insoddisfatta del mio lavoro. Nel frattempo, con l’approssimarsi della notte, il termometro segna trentotto e due, and counting.

Considerando che in genere cesso di connettere alla prima linea di febbre, che non avevo chiuso occhio in tutta la notte, che continuavo a interrompermi, che ho la testa piena di biglie di vetro – e continuano a ruotare*: starò combinando qualcosa di sensato, o a influenza smaltita vorrò fare harakiri con una penna stilografica? L’aver cancellato sdegnosamente due pagine che, da lucida, mi erano parse buone mi agita più che un pochino…

Stanotte non è andata affatto meglio. Anzi: ogni volta che mi appisolavo sognavo Virgilio, Creusa, Turno e compagnia cantante. Chissà, forse avrei fatto bene a prendere qualche appunto. E immagino che adesso mi rimetterò al lavoro. O forse no. Facciamo un patto: se rileggendo quel che ho scritto ieri vengo assalita da nuove furie distruttive, metto da parte tutto e aspetto che mi passi la febbre. E magari cerco di recuperare quel che ho cancellato ieri. Se invece mi piace ancora, vado avanti e, quando questa cosa virgiliana andrà in scena, potrò dire al pubblico della prima** che scriverla è stato un lavoro febbrile. Che pun meraviglioso, vero?

E sono certa che c’è una fallacia logica grossa come l’Oregon, nel patto che ho appena stretto con me stessa, ma al momento mi sfugge. Quindi forse, per essere prudenti, quale che sia il responso, le pagine cancellate le ripesco, eh?

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* Avete mai provato a soffregare tra loro due biglie di vetro? Fatelo e sappiatemi dire.

** Compagnia che, alla prima, chiama l’autore sul palco a “dire due parole”.

teatro

Bibi e il Re degli Elefanti

Se volete, posso anche ammettere che, quando parlavo di compagni immaginari, non lo facevo del tutto senza secondi fini…

Gli scrittori sono gente pessima, vero? Ma il fatto è che, ormai in dirittura d’arrivo, c’è questo:

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La storia narrata in Bibi e il Re degli Elefanti è stata desiderata, discussa e sognata ben prima di arrivare sulla carta e sul palcoscenico.

Da sempre credo fermamente nel potere dell’immaginazione che – come gli Inglesi dicono a proposito di una buona tazza di tè – forse non cura nulla, ma di certo giova a tutto, dalla malinconia alla peste nera, passando per l’unghia incarnita e le pene d’amore.

L’idea di Bibi e del suo elefante immaginario è nata discutendo questa teoria con il Professor Zamboni, pediatra acuto e sensibile, cui premeva una storia che raccontasse di malattia e di speranza. L’associazione tra la speranza e l’immaginazione – e ancor più tra l’immaginazione e quella forza di affrontare la difficoltà che genera e sostiene la speranza – è stata per me immediata e istintiva. E se qualche riluttanza mi frenava dallo scrivere in un campo delicato come quello dell’infanzia, la storia che germogliava via via da questi stimoli ha travolto le mie resistenze: nati da un incontro di pensiero e istinto, di memorie e di concetto, Bibi, Bogus e Giovanna la Pulzella chiedevano con insistenza di essere scritti.

Secondo gli studi recenti in materia, i due terzi dei bambini si creano dei compagni immaginari: amici fedeli e rassicuranti da cui ricevere appoggio, complicità e conforto, punti di riferimento all’interno di dimensioni psicologiche chiuse o perdute per gli adulti. Mi sono chiesta quanto più acuto debba essere il bisogno di queste “presenze” – così diffuso tra i bambini sani e felici – per un bambino che si sente derubato della sua infanzia e, forse, tradito dall’impotenza degli adulti di fronte al nemico invisibile chiamato malattia. Bogus e Giovanna non simboleggiano, come teme la mamma di Bibi, una fuga dalla realtà: rappresentano invece la forza interiore dell’individuo, la costruzione di un carattere e la ricerca di una bussola morale. Nei suoi compagni immaginari, senza saperlo, Bibi costruisce non soltanto la sicurezza di cui ha bisogno e un elemento magico che trasfigura la sua situazione, ma anche un senso di ciò che è giusto e sbagliato. Nel momento del bisogno, della sofferenza e dell’incertezza, in Bogus e Giovanna – ovvero nel dialogo con se stessa – Bibi trova coraggio, speranza, bellezza, perseveranza e principi: in una parola, cresce.

La dimensione teatrale restituisce alla vicenda di un piccolo essere umano che sboccia in circostanze dolorose il sogno e la magia sospesa di una favola vista con occhi bambini.

teatro

Beatrice di Lorena

locandina1pieve.jpgRicordate Hic Sunt Histriones? Quelli del Somnium Hannibalis, per capirci. Apparentemente non ho ancora finito con loro, oppure loro non hanno ancora finito con me, visto che ieri sera ho ereditato i ruoli di Beatrice di Lorena e di una popolana nello spettacolo Matilde Donna e Contessa, di Gabriella Reggiani, in scena a Pieve di Coriano (MN) il 23 luglio prossimo.

Beatrice era la mamma di Matilde di Canossa, una bellissima principessa tedesca di sangue imperiale e regio, data in sposa dal suo augusto parente, il Sacro Romano Imperatore Enrico III, a Bonifacio di Canossa alla – per l’epoca – abbastanza matura età di vent’anni. A quanto pare il banchetto nuziale durò tre mesi, e segnato da stravaganti eccentricità come cavalli ferrati d’argento, spezie in quantità tale da dover essere macinate nei molini e pozzi di vino, dai quali si attingeva con secchi d’argento. Dopo questo inizio sfarzoso, Beatrice ebbe una vita travagliata, perdendo due mariti e due figli e governando la bassa Lorena in her own right per gli ultimi sette anni della sua vita. A quanto pare era donna dura e determinata – e di sicuro così la ritrae Gabriella Reggiani, in un’intensa  scena di confronto madre-figlia, che finisce col ricomporre (piuttosto burrascosamente) temi di libertà personale, conservazione dinastica e ruolo della donna in una cifra di necessità del potere.

La popolana è invece parte dei cosiddetti “controcanti”, un espediente narrativo non dissimile dal coro Beatrice_of_Bar.gifgreco, che affida il commento delle vicende storiche e il trascorrere del tempo a questi intrecci di voci, ora liriche, ora malevole, ora dolorose.

Che manchino appena otto giorni alla rappresentazione, che debba imparare tutto a memoria prima delle prove di stasera (quando non ci sarà nemmeno la regista), che il mio costume sia stato fatto per una persona più alta di me, che “mia figlia” sia al momento in vacanza in Marocco, sono dettagli – mi si dice – che non mi devono preoccupare minimamente.

Hanno fatto bene a dirmelo, perché se non sapessi che non mi devo preoccupare minimamente, sarei in preda al panico più scomposto.

Somnium Hannibalis

Dietro Le Quinte

“E com’è venuto, dopo tutto, il colpo di stato? Era bello da vedere?” mi chiede M. (Annibale). E non lo so: ero in scena anch’io, ricordi?

Non me ne ricordavo più, ma da dietro le quinte non si vede nulla! Avevo sperato di vedermelo dalla platea, il mio spettacolo, ma naturalmente no, avendo io ereditato la parte di un giovane mercante cartaginese – durante il colpo di stato del 201 a.C.

Tuttavia posso dire che: a) con il pubblico davanti, il tutto ha acquisito un ritmo meravigliosamente sciolto, fluido e liscio; b) una volta aperto il sipario, il tempo comincia a scorrere in modo diverso, tutto rotola per la pendenza giusta e, prima di accorgersene, è già l’ultima scena; c) sto scrivendo cose solo limitatamente sensate, ma sono ancora un tantino lessa dopo un’ultima settimana di prove, di pasti saltati, d’insonnie, di patemi, arrabbiature, colpi di panico e sorprese. Ho bisogno di molte ore di sonno, grazie. Ah, e poi d): sono risalita su un palcoscenico per la prima volta dopo quasi quindici anni (e con scarso preavviso, if any at all), e mi è piaciuto moltissimo – quella specie di corrente tra la scena e il pubblico, il senso di sospensione, l’attesa tra le quinte, il ritmo del dialogo, il momento giusto, ma proprio giusto per dire quello che bisogna dire…

Ma è evidente che il mio mestiere resta quello di scrivere storie se, nella frenesia della giornata, qualche lobo del mio cervello ha trovato il tempo di cucire una storia addosso al mio mercante.

Per adesso è tutto. Spero di avere presto qualche fotografia da postare. Stasera si ricomincia a lavorare per la replica del 5 giugno.

Somnium Hannibalis

Il Gran Giorno

Oggi è il gran giorno. Mancano dodici ore – minuto più, minuto meno.

Sto iperventilando.

Voglio emigrare – voglio emigrare a Tuvalu, o qualche altro posto senza teatri. Ieri alla generale (o era la tecnica? Ma se era la tecnica, quando facciamo la generale? E se era la generale, quando facciamo la tecnica?) è successo di tutto. Questo dovrebbe essere incoraggiante, in un certo senso. Voglio dire, da che mondo è mondo, una prova generale infelice conduce a una prima stratosferica, giusto?

Speriamo.

Nel frattempo posso dire che alcune scene, che ho visto oggi per la prima volta con le luci a posto, sembravano altrettanti quadri spagnoli. E questo è bene. La musica non mi piace alla follia, ma fa lo stesso: ho constatato che non interessa troppo a nessuno se a me piace o no la musica… Il telo per le proiezioni è stato un salvataggio dell’ultimo minuto – o meglio, lo sarà domani, quando sarà stato sistemato definitivamente. Stasera ne è crollato metà, ma sono dettagli.

La cosa più pittoresca e allarmante, però, è che ho raccattato per strada una parte. Oh, una particina, sia chiaro: cinque battute rimaste scoperte per un forfait medico-famigliare dell’ultimo minuto. “Tanto tu la sai a memoria, no?”

Come dicevo, sto iperventilando.

Più tardi, all’ora in cui la gente normale va a pranzo, io me ne vado a teatro, e la regista mi passa al tritacarne nel tentativo di farmi sembrare parte dello spettacolo, anziché una pezza.

Pensatemi, stasera. Pensatemi dietro le quinte in trepida attesa; pensatemi mentre mi mangio le unghie tra una fila di lance e un tavolino empire; pensatemi inopinatamente in scena con addosso un costume in prestito, nella scena con le luci di taglio che sembra rubata a El Greco; pensatemi con lo stomaco pieno di farfalle e poi – si spera – pensatemi in proscenio, all’esterno della riga, a raccogliere gli applausi insieme agli Histriones.

E questa, Signori, – tanto per parafrasare Annibale – sarà una notte felice.