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L’Inglese di Shakespeare

ShakespearemainAvete badato alla settimana che è? La settimana più shakespeariana di tutto l’anno shakespeariano…

Venerdì sarà il quattrocentesimo anniversario della morte del Bardo, e quindi non possiamo lasciarci sfuggire la commemorazione, giusto?

E allora parliamo un po’ di lui. Parliamo, per dire, della sua lingua. Insieme all’assenza di libri nel testamento, la lingua è uno degli argomenti prediletti degli anti-stratfordiani. Come poteva il figlio del guantaio di Stratford, con la sua sommaria educazione formale e in un’epoca priva di dizionari, usare con tanta disinvoltura, eleganza e vivacità quasi diciottomila parole distribuite tra i più vari campi della conoscenza e appartenenti a tutti gli ambiti sociali?

Una cosa è innegabile: la lingua di Shakespeare è straordinariamente ricca e vivida, e non si tratta solo del vasto vocabolario. In un’epoca in cui le convenzioni grammaticali erano ancora fluide, il nostro poeta modella la lingua come un filo d’oro, traendone ogni genere di effetti – e contribuendo non poco a codificarla.Buying and selling in Old St Paul's Cathedral

L’Inglese elisabettiano, all’epoca bestia piuttosto nuova dal punto di vista letterario, era strutturato in modo vago, con poca differenza tra scritto e parlato e la più sovrana incuranza per spelling e punteggiatura.  Questo consentiva grande libertà espressiva, perché la lingua scritta rifletteva l’immediatezza e vivacità del parlato – e dubito che qualcuno si preoccupasse delle difficoltà disseminate in ogni testo a beneficio dei posteri.

D’altro canto, il secondo Cinquecento era anche un’epoca di scoperte, aperture, guerre e commerci. Gli eruditi venivano a contatto con nuove idee, e la gente comune, dopo secoli di insularità, si trovava a convivere con stranieri provenienti da ogni parte del Continente.  L’Inglese all’epoca era limitato per il fatto di non essere mai stato davvero un medium letterario, ma essendo una lingua duttile e ferocemente acquisitiva (secondo James Nicol, si nasconde nei vicoli, assalta le altre lingue e scappa con le parole spicciole che trova loro in tasca), di fronte alla necessità di esprimere nuove idee faceva due cose: assorbiva parole altrui, oppure ne creava di nuove. Da un lato, si stima che tra il 1500 e il 1650 l’Inglese abbia acquisito più di trentamila parole dal Latino, dal Greco e dalle lingue romanze e germaniche; dall’altro c’erano poeti pronti a creare tutti i neologismi che servivano – come Spencer, Sidney, Marlowe, il nostro Shakespeare e molti altri.

Shakespeare-and-his-Friends-xx-John-FaedPer un poeta doveva essere un’epoca entusiasmante: una lingua “nuova” da costruire, parole da coniare, idee da tradurre, forme e strutture da creare… E Shakespeare aveva in misura particolare il dono di disciplinare questa materia così fluida e incandescente in forme capaci non solo di conservarne l’immediatezza, ma di trarne sempre il miglior effetto possibile.

A cominciare dal verso. Anche se il vero iniziatore del blank verse (versi di cinque piedi ciascuno – da-DUM, da-DUM, da-DUM, da-DUM, da-DUM – senza rima) è Kit Marlowe, fu Shakespeare a perfezionarne l’uso.  Per esempio ne variava i ritmi per riprodurre lo stato emotivo dei personaggi (quando Macbeth diventa incoerente, i suoi versi si sbilanciano), alternava versi e prosa come mezzo di caratterizzazione (i personaggi di nobile nascita tendono a esprimersi in versi, ma quando deve arringare la folla, Bruto ricorre alla prosa), recuperava la rima per i momenti giocosi, per scandire le scene o per sottolineare particolari passaggi.

Quanto alla creazione di parole ed espressioni, tradizione vuole che, tra sostantivi  usati come verbi, verbi usati come aggettivi, parole composte e creazioni del tutto originali, Will potesse chiamare sue più di duemila parole – ma forse il numero va ridimensionato. Questi conteggi si devono a filologi vittoriani in piena bardolatria: individuavano una parola e non si disperavano più di tanto a cercare occorrenze precedenti in altri autori, come invece si è fatto in anni più recenti. Ma in fondo, importa davvero il numero?Tiring-house writing

Io direi di no. Quel che importa è che Will Shakespeare era un formidabile creatore di metafore, espressioni, parole e nomi – molti dei quali sono passati nell’uso comune e arrivati fino ai giorni nostri, sopravvivendo a tutti i sussulti di una lingua in continuo cambiamento. Nessun anglofono contemporaneo definirebbe un computer impallato dead as a doornail, o chiamerebbe un’esperienza frustrante a wild-goose chase; nessun autore televisivo intitolerebbe un episodio Brave New World, nessuno sospirerebbe che la sua vecchia automobile  has seen better days; nessun genitore chiamerebbe una figlia Jessica o Miranda – se non fosse per Shakespeare.

Tutto questo, è vero, non risponde alla questione dell’identità dell’uomo che si firmava William Shakespeare, ma demolisce in parte l’obiezione di improbabilità mossa alla buona vecchia teoria secondo cui Shakespeare è Shakespeare.

Perché in realtà la Londra elisabettiana era il posto ideale per un uomo dalla mente pronta e dal buon orecchio in cerca d’ispirazione e di parole. A Londra poteva incontrare gente di tutte le provenienze, di tutte le occupazioni, di tutti gli strati sociali. E pescare informazioni miste assortite nelle taverne, al porto, nei mercati o sui banchi degli stampatori attorno a St. Paul. E assistere a processi, impiccagioni, parate, preparativi di guerra, recrudescenze di peste, tornei, combattimenti di orsi, uscite della corte, duelli nelle strade. E confrontarsi e collaborare con i migliori poeti e autori teatrali del suo tempo.

7d5658e0c481d86923667dcefe982633Cosa, quest’ultima, che potrebbe tra l’altro spiegare in parte l’aspetto patchwork dello stile, se proprio non vogliamo attribuirla a una capacità mimetica di adattare la lingua alle diverse necessità della scena. Oppure no…

E alla fin fine restiamo sempre con potenziale mistero: un teatrante semi-educato che usa un numero di parole quattro volte superiore a quello medio dei suoi contemporanei colti, un’eccentrica varietà di competenze e conoscenze e un corpus di opere tanto articolato da consentire tutte le ipotesi. Sarà una collaborazione segreta, una congiura del silenzio, un intrico di identità segrete? O forse uno straordinario poeta dall’immaginazione fervida e dal talento straripante in un tempo di incandescenza culturale – l’uomo che scrittori come Shaw e Chisholm ritraggono col taccuino sempre in mano, pronto a cogliere, distillare e riprodurre le voci e l’anima della sua epoca?

Shakespeare Year · teatro

A Caccia di Shakespeare

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E mi rendo conto che, alla fin fine, di Shakespeare ho letto parecchio e visto relativamente poco.

No, davvero. Facciamo due conti – e non in ordine cronologico, perché va’ a ricordarsi.

In teatro…

– Macbeth. Il mio primo Shakespeare, un sacco di anni fa – ma proprio un sacco. A Verona. Lavia e Guerritore.

– Amleto. Almeno due volte. A Verona e una produzione studentesca a Cardiff.

– La Bisbetica Domata. Again, due volte, entrambe al Teatro Romano di Verona. Melato & Branciaroli, magnifici, e un po’ di anni dopo Anna Galliena – meno magnifica.

– Romeo e Giulietta. In un bellissimo cortile a Verona, anni e anni fa.

– La Tempesta. Glauco Mauri al Romano. Spettacolo assolutamente magico.

– Antony and Cleopatra. Vanessa Regrave, superlativa.

– The Winter’s Tale. A Edimburgo. Non ricordo la compagnia, ma era una produzione stellare.

– Sogno di Una Notte di Mezza Estate. Almeno due volte – entrambe firmate Campogalliani.

– La Dodicesima Notte. Ancora Campogalliani. Incantevole.

E basta, credo – il che significa nove su trentotto… Davvero pochine. Teleshakespeare

Considerando anche cinema e televisione, posso aggiungere una certa quantità di Enrici, Riccardo III (più d’uno), Pene d’amor perdute, il Mercante di Venezia, Molto rumor per nulla, Othello (più d’uno) e Re Lear (più d’uno) – ma sono ancora decisamente indietro.

E così ho deciso di impiegare parte di questo anno shakespeariano colmando le lacune. Mi piacerebbe dire che vedrò tutto quel che mi manca su un palcoscenico. Mi piacerebbe dirlo. Potrei dirlo – potrei dire qualunque cosa – ma temo che non porterebbe a granché.

In Italia, ahimé, di Shakespeare si rappresenta proprio pochino, e sempre gli stessi titoli. Non credo di poterci contare granché. C’è sempre l’Inghilterra – e il Globe è nei miei piani, così come la Wanamaker Playhouse e Donmar Warehouse… Ma onestamente c’è un limite alla quantità di viaggi a Londra che posso aspettarmi da qui a dicembre. Ma never fear: ci sono sempre i dvd, la BBC e cose come Globe Player, Digital Theatre, National Theatre Live et caetera similia.

Riuscirò, da qui alla fine dell’anno, a vedere tutto lo Shakespeare che mi manca? In teoria non dovrebbe essere terribilmente complicato… Mettiamola così: farò del mio meglio per vederne più che posso. Vi farò sapere.

 

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Ritratto d’Ignoto

FairYouthSapete quale è – pur senza immagini – un ritratto d’ignoto, nel senso beffardo e triste – o forse invece triste e beffardo – che discutevamo qui? Il Bel Giovane dei Sonetti.

No, davvero. Provate a considerare cose come il Sonetto 55:

Né marmo né gli aurei monumenti
Di principi, vivran quanto i miei versi possenti,
Ma in questi brillerete di più vivo splendore
Che in un sasso sconciato dalle sozzure del Tempo.
Quando la Guerra rovinosa travolgerà le statue,
E le muraglie verranno sradicate nei tumulti,
Né la spada di Marte né i suoi fuochi veloci struggeranno
Il vivente monumento della vostra memoria.
Contro alla morte e contro ogni nemico oblio
Voi durerete, le vostre lodi troveranno luogo
Ancora agli occhi di quei posteri estremi
Che condurranno questo mondo al finale sfacelo.
Così, sin quando al Giudizio sorgerete in persona,
Voi qui vivrete, o abiterete negli sguardi degli amanti.

Oppure il Sonetto 81:

Sia ch’io viva a dettare il tuo epitaffio,
Sia che tu sopravviva mentre io marcirò in terra,
Non potrà morte di qui sradicar la tua memoria,
Pur quando ogni mio merito sarà dimenticato.
Di qui il tuo nome trarrà vita immortale,
Anche s’io debba, morto, non lasciar più ricordo,
La terra a me darà sol la fossa comune,
Mentre tu avrai tomba degli uomini negli occhi.
Tuo sepolcro saranno i miei versi soavi,
Che occhi non ancor nati leggeranno,
E le lingue future parleran del tuo essere,
Quando tutti che in questo mondo respirano saran morti,
Tu continuerai a vivere – tal virtù ha la mia penna –
Là dove l’alito vitale spira sulle bocche degli uomini!

Ed è chiaro che – con tutti i suoi discorsi di fosse comuni e nessun ricordo – il Poeta ha in mente l’immortalità dei suoi versi, più che quella del Bel Giovane, ma nonetheless…  Immaginate di essere giovani, di sentirvi promettere un’eternità destinata a gente non ancora nata, al di là dei guasti e delle distruzioni, fino all’orlo estremo del tempo. Mette i brividi, vero? A chi non girerebbe la testa? Chi non vorrebbe crederci…? Shakespearemain

No – d’accordo: non fino alla fine dei giorni, magari, ma doveva dare la stessa sensazione di un ritratto del pittore giusto. E invece… Quattrocento anni e moneta più tardi, il Poeta – o quanto meno l’autore – è uno dei nomi più celebri della storia della letteratura, e chi sia il Bel Giovane non lo sappiamo più. Non sappiamo granché nemmeno dei Sonetti, a dire il vero. Quando sono stati scritti di preciso? Per chi? In che ordine? Sono davvero una sequenza unica? Raccontano davvero la storia che hanno l’aria di raccontare? Quanto sono autobiografici? Chi sono i personaggi? Nel Poeta possiamo davvero cercare William Shakespeare da Stratford? E la Bruna Signora? Emilia Bassano? Mary Fitton? Rosa/Aline Daniel? E il Poeta Rivale? Marlowe? Chapman? Barnfield? Barnes? Non lo sappiamo. Non lo sappiamo più – o forse, nella più ottimistica delle ipotesi, non lo sappiamo ancora…

Ma in fondo a nessuno di loro Shakespeare/il Poeta aveva promesso l’immortalità. Al Bel Giovane sì – ma anche lui è sprofondato tra le pieghe di quel tempo da cui i Sonetti avrebbero dovuto difendere il suo nome. Henry Wriothesley, conte di Southampton? William Herbert, conte di Pembroke? Il misterioso giovane attore Willie Hughes? Chiunque fosse il bel ragazzo arrogante e sleale, i versi soavi – e anche quelli meno soavi – dei Sonetti sono un sepolcro senza nome.

Ritratto d’ignoto, indeed. Di un ignoto senza cuore e, alla fin fine, mediocre – capace di tradire il suo amico/amante/poeta in tutti i modi possibili… Non è un ritratto lusinghiero. Va detto che non lo è nemmeno l’autoritratto del poeta – se autoritratto è – e non dobbiamo prendere per buono tutto quel che dice la meravigliosa, irragionevole e occasionalmente lamentosa voce narrante – ma sono capaci di vendette lunghe e crudeli, questi poeti, vero?

grilloparlante · Shakespeare Year

Malvagi, Amici, Amanti

Anno shakespeariano, si diceva – giusto?

Ebbene, cominciamo.

Cominciamo a febbraio, presso la Libera Università del Gonzaghese, con un ciclo di conversazioni dal titolo Malvagi, Amici e Amanti – alla scoperta dei personaggi di William Shakespeare.

Cattura

Prima di tutto, lunedì  8 febbraio, Vendetta, ambizione, gelosia: i grandi “cattivi” shakespeariani – perché a chi non piacciono Riccardo III, Macbeth e signora, Shylock, Jago e tutta questa gente interessante?

Poi si prosegue lunedì 15 con La legge dell’amicizia: veri e falsi amici in Shakespeare. A sentire il Bardo, non c’è nulla di dannoso come un falso amico – ma anche quelli veri portano un sacco di problemi…

E infine, lunedì 22, chiudiamo con Sfumature d’amore: gli innamorati di Shakespeare tra tragedia e commedia – in esplorazione di come non tutto sia roseo quando lo zio Will si occupa di teneri nonnulla.

Ecco.

L’appuntamente è per lunedì 8 febbraio all 15.00, presso la sala polivalente della nuova scuola elementare di Gonzaga. Confesso di non avere la più pallida idea di dove sia – ma per allora l’avrò imparato.

Vi aspetto?

 

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Povero Giovanni…

PoorJohnSì, sì – povero Giovanni. Giovanni Senzaterra. John Lackland.

Ho una simpatia per lui. Il re più maltrattato della e dalla storia d’Inghilterra. Perché se poi si va a vedere, lo si trova buon amministratore e buon soldato, più sfortunato che altro, e tormentato dal confronto con quell’irresponsabile di suo fratello – il cosiddetto Buon Re Riccardo, la cui bontà, alla fin fine, consisteva principalmente nell’essersene stato lontano dall’Inghilterra per la maggior parte del tempo. Facendosi, incidentalmente, improgionare a fini di riscatto. Esorbitante riscatto – che Giovanni dovette pagare.

Ma no: il Buon Re Riccardo, il Baldo Robin Hood e compagnia cantante – e il Malvagio Principe Giovanni.

E poi arriva Walter Scott – e tutti sappiamo che razza di danni fosse capace di fare.

Uno dei pochi ritratti non del tutto negativi (il che non equivale precisamente a dire positivi) del povero Giovanni è quello di Shakespeare – King John. Che tra parentesi, io avrei molta voglia di leggere un momento o l’altro: che ne dite, o Gente del Palcoscenico di Carta?

Chiusa parentesi e veniamo a oggi, con uno scampolino di film del 1899, nientemeno. Un pezzettinino di Herbert Berbohm Tree – star delle scene inglesi a cavallo tra Otto e Novecento – nei panni del John shakespeariano. Solo un minuto – ed è teatro filmato, badate, nemmeno un film muto. Ma è molto pittoresco a vedersi, per la maniera e le convenzioni teatrali di un altro tempo, perché credo che sia tutto quel che resta da vedere di Tree, perché mostra uno dei primissimi anelli fra teatro e cinema…

E la musica è selvaggiamente inappropriata, e davvero non so come e a chi sia parso bello appiccicarla alla scena… Una volta di più: povero Giovanni. Magari guardatelo muto e accostateci… non so, la Morte di Aase del Peer Gynt? Un movimento a scelta della Patetica di Tchaikovskij?

E buona domenica.

elizabethana · grilloleggente · romanzo storico

L’Uomo dal Guanto – Pag. 309

The_End_BookIl che significa che il libro è finito. Din don dan.

Volete sapere come? Well, sul versante cinquecentesco, il giovane Will, privato dell’università dai guai economici dell’ex supermercante che si ritrova per padre, seguita a studiare per conto suo, conosce Anne Hathaway, la mette incinta senza mai amarla veramente, la sposa in fretta e furia con scarso entusiasmo della famiglia, la mette incinta di nuovo e poi… Sapete la faccenda degli Anni Perduti? Il periodo tra il 1585 e il 1592, in cui nessuno sa troppo bene dove diamine fosse Shakespeare? Ebbene, o Lettori, ecco la risposta: il giovane Will era in Italia a girare per atenei, corti e meraviglie, apprezzato da tutti e ciascuno – soprattutto il lontanto cugino duca Guglielmo (che per qualche motivo Covarrubias spesso chiama granduca…), che gli procura persino una morosa a tempo determinato, una bellissima, intelligente e colta danzatrice e coreografa (!) ebrea. E poi torna a casa, naturalmente, e con questa educazione da principe e i suoi bei quarti di noblità, seppure illegittima, si sceglie la carriera più reprensibile e malcerta che l’Inghilterra offra a un uomo al di qua del limite penale: il teatro. Hurrà! mundi_thema_giuntini

E nel nostro secolo? Ebbene, uno dei nostri storici professionisti, messo sulla pista da un sogno premonitore, non solo intuisce l’esistenza di un oroscopo di Shakespeare – ma lo trova al primo colpo! E l’altro decide che, pur con tutte le prove inattaccabili di cui dispongono, non è il caso di presentare la teoria in maniera scientifica. Meglio scriverci sopra un romanzo – che diamine. E un romanzo serio, mica una robetta à la Dan Brown. Non l’abbiamo mai fatto prima, non conosciamo “i trucchi del mestiere” – ma che ci vorrà mai, per due storici professionisti?

E fu così che iniziarono…

E dite la verità: l’avevate indovinato che le parti “storiche” di questa faccenda erano i capitoli del romanzo dei nostri eroi? Per cui, se questo è il risultato dell’implicito “che ci vorrà mai?” con cui si conclude la parte moderna… well.

AnashakespeareE non parlo soltanto della festicciola a base di tè – per quanto, in un romanzo purportedly scritto da due storici, il tè sia già uno scivolone maiuscolo. Ma che dire di Will che si chiede se la sua preferenza per l’unico figlio maschio sia un retaggio medievale – e poi decide che no, sono il Rinascimento e il Neoclassicismo a parlare in lui? O di John Shakespeare, che fa fuoco e fiamme quando Will deve sposare l’inadeguata Anne, ma accetta abbastanza allegramente l’idea che il suo superfiglio onnicompetente si metta a scrivere per il teatro? E Will stesso, che il teatro lo vuole per scrivere robe immortali e migliorare l’immagine della sua natia Italia agli occhi degli Isolani?

Insomma, stiamo parlando di un’epoca in cui “teatrante” era più o meno sinonimo di scarafaggio, e se c’era un tipo di scrittura che si considerava effimera, inferiore e commerciale, era – you guess it – il teatro. E questo uno storico dovrebbe saperlo anche nel sonno – così come un non-storico cui pruda l’uzzolo di scrivere un romanzo su Shakespeare.

Ma, pare obiettare Covarrubias nella predicatoria postilla, il punto è che “questo non è un romanzo, è una storia vera, seppure romanzata.” Questa sarebbe “la vera storia di William Shakespeare”  – e, se è vero che la postilla è firmata dai due storici fittizi, la traduttrice e curatrice conferma nella sua presentazione che Covarrubias partiva da documenti che gli erano effettivamente capitati tra le mani.

Viene da chiedersi quali, vero?UomodalGuanto048

Il libro contiene in effetti la riproduzione di parte di un elenco di battezzati – tra cui Scespe Guglielmo di Giovanni – e della registrazione del battesimo dello stesso Guglielmo, datato 30 aprile 1564 – entrambi in Italiano. Non ci sono riferimenti, ma sia il  l’elenco – alfabetico e numerato – che la registrazione mi sembrano un nonnulla strani. Però, pur avendo consultato qualche liber baptizatorum dell’epoca, ammetto che la mia esperienza in materia è limitata e non mi pronuncio oltre.

E tuttavia, se volete, posso spingermi ad ammettere che questo non importa poi molto. Se fosse un gioco incentrato su dei documenti immaginari, non ci sarebbe nulla di male. Un romanzo storico è un romanzo storico, e il Documento Ritrovato è forse la più vecchia e onorata convenzione del genere. A patto che poi dal documento ritrovato si parta per scrivere bene una storia plausibile, senza bambinaie francesi e, potendosi, senza anacronismi.

Qui, alas – e quale che sia la dose di veridicità di questa storia – non è andata così.

grilloleggente

L’Uomo dal Guanto – pag. 238

perplexed_ada-noldeOh dear… oh dear.

C’è stato un momento in cui mi sono detta che, non fosse per il diario di lettura in corso, avrei piantato l’Uomo dal Guanto lì dov’era per non toccarlo mai più. Ma non è del tutto vero. Confesso che a questo punto devo arrivare in fondo, perché sono mortalmente curiosa di che altro mai possa succedere…

Quel che è successo fin qui è che Salvatore&Silvio, sempre più messianicamente convinti della loro scoperta, non hanno trovato granché per archivi, se non qualche accenno che, per considerarlo una conferma, bisogna inclinarlo a 54°, tingerlo di violetto e guardarlo da sopra una spalla. Tuttavia, guarda la fortuna, hanno finito con l’inciampare in un antiquario che ha venduto loro un fascio di lettere cinquecentesche – un carteggio tra un’Ilaria, un Giovanni e un Guglielmo. Vi si parla di famiglia, di una defunta Gertrude, di ritratti e di tutto quel che serve… E così i nostri sono a cavallo. Già che ci sono, incaricano la zia di Silvio, curatrice museale in pensione, di rintracciare i ritratti in questione – e lei, senza batter ciglio e senza nemmeno sapere troppo bene che cosa sta cercando, li trova…louvre-portrait-d039homme-dit-l039homme

Perché nel frattempo, nel secolo Decimosesto, tra una conferenza e l’altra Gertrude è defunta di peste, ma non prima di avere dipinto insieme a Tiziano un ritratto del suo amato e aver dato alla luce Guglielmo, figlio del ripartito John, che a Stratford sarà anche diventato un mercante internazionale di guanti e vestiti confezionati (!) ma è infelicissimissimo. E comunque, appena ne scopre l’esistenza, questo fedifrago torna in Italia a prendersi il figliolino – con buona pace di Mary, che acconsente a far passare un italianino di due anni per suo… Ma d’altronde, chi non vorrebbe annettersi un pargolo così geniale e saggio che la Grammar School è troppo facile per lui – e per fortuna che nei dintorni c’è un coltissimo vecchio pescatore (!) pronto a iniziarlo alla Romanitas?…

Tea&BiscuitsCapite che cosa intendo? Non c’è limite. La zia di Silvio sposta avanti di quarant’anni la datazione accettata dell’Uomo dal Guanto di Tiziano (& Gertrude Gonzaga) perché… be’, perché sì. E pronuncia la faccenda dei guanti inspiegabile se il soggetto non fosse un guantaio – quando in realtà i guanti (in mano o indossati, uno o due) costituiscono un topos ben diffuso nella ritrattistica dell’epoca e, a ben pensarci, in Tiziano stesso.  E che dire del breeching del piccolo Will, festeggiato a Stratford con una merenda di dolcetti e ? Ma d’altra parte, nella stessa pagina, il bambino si ammirava i pantaloni nuovi color caffè

E così adesso alla Sindrome della Bambinaia Francese e a quella di Phillips, all’implausibilità generale, all’ansia didascalica, ai dialoghi di legno e ai personaggi di cartoncino, adesso possiamo aggiungere anche gli anacronismi tout court.

Di bene in meglio… Che altro, prima della fine?

 

 

grilloleggente

L’Uomo dal Guanto – Pag.152

Rieccoci qGertrudeui con Covarrubias – e mi piacerebbe dire che le cose sono migliorate e le mie perplessità dissolte come nebbia al sole mattutino, ma…

Vediamo un po’. Eravamo rimasti al ritrovamento fortunoso (e, if you ask me, moderatamente convincente) del certificato mantovano di Guglielmo/Will, giusto?

Ebbene, nelle 120 pagine successive Salvatore Grottarossa ha subito un’ingiusta batosta accademica – però ha trovato l’amore, e si è preso un anno sabbatico per dedicarsi alla nuova ricerca. Fin qui, né lui né Silvio hanno fatto un singolo passo avanti. Però anche Silvio ha trovato l’amore.

Tutti hanno trovato l’amore, per dire il vero. Vi ricordate di Ilaria, figlia under the rose di Baldassarre Castiglioni sfuggita al sacco di Roma? Bene, è cresciuta a Mantova con i fratellastri, ed è diventata l’amante del Cardinal Ercole, da cui ha avuto a sua volta una bambina illegittima, la Gertrude del documento. E questa Gertrude è cresciuta a sua volta, sotto tutela della sua bellissima e straordinaria mamma, ed è divenuta una bellissima e straordinaria giovane donna – grande amica dell’altrimenti incompreso Guglielmo Gonzaga e non solo pittrice – ma apprezzatissima allieva nella bottega veneziana del Tiziano. John

Nel frattempo, nel lontano Warwickshire, discende (da gente straordinaria), nasce, cresce, prospera e si marita il bellissimo e staordinario John Shakespeare – che nascerà anche contadino, ma presto diventa intraprendente guantaio. Tanto straordinario è il ragazzo che un influente mercante veneziano di passaggio a Stratford lo invita a Venezia per imparare il mestiere…

Siete appiattiti anche voi dall’estrema plausibilità cumulativa di tutto ciò?

Direi che poi peggiora – ma in realtà tutti ci aspettiamo quel che accade: a Venezia, la straordinaria nobile Gertrude (ospitata con ogni munificenza al locale Palazzo Gonzaga dall’altrimenti avarissimo cugino duca) e lo straordinario guantaio foresto, giunto lì dopo un viaggio low-cost ma altamente istruttivo, s’incontrano per caso a una festa e scocca la scintilla.

E pensate un po’: la straordinaria mamma della straordinaria fanciulla non ha la minima obiezione a che la figlia frequenti da sola-solissima lo straordinario plebeo – perché loro sono straordinariamente open-minded, e lui è… be’, è straordinario – e comunque aspira al cavalierato nel giro di pochi anni.

 

VeneziaE così, tra una dotta disquisizione artistico-filosofica e una tirata sulla natura della nobiltà, i due straordinari fanciulli si amano con trepido tripudio…

But wait a minute! Non era sposato, lo straordinario John? Non ha lasciato a casa un’incomparabile mogliettina – la dolce, bella, coraggiosa, affettuosa Mary Arden, per di più orbata di un paio di figli piccoli? Sì – ma che fa? Mary è un po’ meno straordinaria di Gertrude, e comunque all’amore non si resiste, giusto? John ha più remore per non avere ancora detto a Gertrude del suo stato coniugale che per aver tradito Mary – sul cui possibile abbandono riflette come se si trattasse di pranzare o non pranzare alla taverna.

E a questo punto mi sono fermata per ora – più perplessa che mai.

Trama a parte, temo di non avere ancora trovato un singolo pregio in questo libro. Non solo la Guglielmoscrittura è quel che è, i dialoghi stentati e le descrizioni banali. C’è anche un costante tono pedagogico che sconsola… I personaggi non la piantano mai di istruirsi a vicenda – e di istruire il lettore – nella più bieca delle maniere. “Parlami del commercio della lana, visto che te ne occupi,” chiede l’assai democratica Donna Ilaria a John – e giù una fittissima pagina abbondante di trattatello de mercatura (che Gertrude ascolta con gli occhi lustri, orgogliosa della competenza del suo moroso). E quando John si confida con il suo migliore amico veneziano, ecco che l’altro gli legge lunghi estratti da Platone – con una divagazione su struttura e funzioni del Maggior Consiglio. E poi luoghi, arte, filosofia, teologia, tecniche pittoriche, commercio, controversie religiose… Questa gente non conversa mai: tiene conferenze – e lo fa in termini da XXI secolo. Posso confessare di trovare tutto ciò tanto irritante quanto noioso? Aggiungeteci una robusta dose di Sindrome della Bambinaia Francese, in base alla quale i protagonisti ragionano e parlano come gente del XXI secolo, soprattutto in fatto di religione e società – e coloro che così non fanno sono di necessità retrivi e/o stupidi. E con un altro tocco atto a rendermi felice, le più bambinaie di tutti sono le donne – per questo ammiratissime dalle brave persone…

“Una catena di donne straordinarie e uomini di poco valore,” commenta Gertrude a proposito della sua ascendenza. Considerando che l’ascendenza in questione (seppur illegittima) conta uomini come Baldassarre Castiglione ed Ercole Gonzaga, non male, bambina!

 

 

 

grilloleggente

L’Uomo dal Guanto – Pag. 31

copj170.aspE sì – un diario di lettura.

Quindi forse è bene avvertirvi qui: se, oltre a non avere letto L’Uomo dal Guanto – storie shakespeariane, il romanzo postumo di Jesùs Covarrubias, avete intenzione di leggerlo, vi conviene saltare a pie’ pari la serie di post che inizia con oggi – e magari tornare a leggerla dopo, per confrontare le impressioni. Perché un diario di lettura è proprio quel che c’è scritto sulla scatola: impressioni, gioie e frustrazioni in corso, mano a mano che la lettura procede.

Non lo facevo da secoli. Mi è capitato di farlo con libri che ho detestato e libri che mi sono piaciuti tantissimo. Questo… francamente non lo so. Non ancora – in fondo è presto per dire – ma ammetto di non essere partita con la migliore disposizione possibile.

Voglio dire: un altro libro sulla vera identità di Shakespeare… E no, per carità: apparentemente qui Shakespeare è proprio Shakespeare – ma a sentire Covarrubias le cose non stanno per niente come tutti abbiamo sempre pensato. Come stiano in realtà si capisce abbastanza presto, tant’è vero che a pagina 31 ci siamo già arrivati.

Siamo partiti dal Sacco di Roma del 1527, e dalla morte dell’amante di Baldassarre Castiglione. Si salva invece la figliolina Ilaria. Che Baldassare_Castiglione,_by_Raffaello_Sanzio,_from_C2RMF_retouchedc’entra con Shakeaspere? Ci arriviamo – e con questo arriviamo alla mia prima perplessità.

Fin qui pare che la storia segua due piani temporali a capitoli più o meno alterni, saltellando tra il XVI secolo e oggidì… E secondo voi che cosa succede oggidì? Vi darei tre tentativi per rispondere, ma in realtà non c’è n’è bisogno: oggidì il docente universitario Salvatore Grottarossa (get it?) e il suo migliore amico mantovano inciampano nel Documento Destinato A Cambiare Shakespeare Come Lo Conosciamo.

E sì. Un’altra volta.

Per un romanzo celebrato per la sua sconcertante originalità, dovete ammettere che non cominciamo troppo bene. Andiamo, quante, quante, quante volte abbiamo già visto questo specifico escamotage narrativo applicato a questa specifica storia? Così, off the top of my head, mi vengono in mente almeno cinque romanzi – ma di sicuro sono ben di più.

L’originalità non sta nemmeno tanto nella connessione italiana (già fatto) – ma in questa connessione forse sì. A pagina 31 abbiamo già visto…

[e ve lo dico per l’ultima volta: se proprio non volete anticipazioni, questo è l’ultimo momento utile per fermarvi]

gonzagaA pagina 31 abbiamo già visto, dicevo, un certificato di battesimo cinquecentesco, relativo al figlio di Gertrude Gonzaga e dell’assente Giovanni Scespe. Naturalmente Giovanni è John Shakespeare, e Gertrude è figlia di Ilaria Castiglione – la stessa che, bambina, sopravvisse al Sacco di Roma.

E quindi eccoci qui: uno Shakespeare in parte italiano, con sangue mantovano, Gonzaga e Castiglione… Questo, lo ammetto, è potenzialmente originale. Come si svilupperà? Che ripercussioni avrà questa ancestry sul giovane Guglielmo/Will? Come sarà arrivato a Mantova il guantaio del Warwickshire? Come c’entra (perché a quanto pare c’entra) il Tiziano in copertina? E come reagirà il mondo accademico alla tellurica scoperta di Salvatore&Silvio? Presumibilmente cercheranno anche qualche appoggio più solido per la loro teoria?

Staremo a vedere. Lasciatemi sperare che non ci siano bieche congiure oscurantiste in vista…

Da questo punto di vista, non so come prendere l’introduzione della traduttrice e curatrice Martha L. Canfield, secondo cui Covarrubias era sinceramente convinto della sua teoria, ma gli pareva che non ci fosse abbastanza a sostenerla se non in forma di romanzo… Anche questa è musica già sentita – e non so ancora se considerarla una premessa un nonnulla allarmante…

Di nuovo, staremo a vedere. E, dopo avere osservato en passant, che per ora la scrittura (o quanto meno la traduzione) non è davvero nulla di che, per ora mi fermo.

Vi farò sapere.

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La lettura prosegue: Pagina 152, Pagina 238, Pagina 309.

 

il Palcoscenico di Carta

Romeo e Giulietta – di Carta

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Pensavate che il Palcoscenico di Carta fosse sparito nel nulla, volatilizzato senza lasciar traccia, dissolto nell’Oceano in gocce minutissime da non ritrovarsi mai più?

Ebbene, nulla di tutto ciò.

Il PdC è vivo e vitale: torna a settembre, e ci sono in vista novità e idee… Ne parleremo più avanti, ma  intanto ho pensato di mettere insieme qualcosetta: un minuscolo video perché possiate farvi un’idea di cosa, come, dove… Sequenze e immagini, ovviamente, sono tratte dalla lettura di Romeo e Giulietta nel maggio scorso – e se guardate bene, c’è anche un piccolo indizio sull’immediato futuro.

E se per caso di tutti i casi a questo punto vi pungesse vaghezza di unirvi a noi, state pronti: le porte del Palcoscenico di Carta stanno per riaprirsi.