Anno Verdiano

Librettitudini Verdiane: Simon Boccanegra

giuseppe verdi, simon boccanegra, francesco maria piave, arrigo boitoTra il 1855 e il 1856 Verdi mette all’opera Piave (povero Piave!) su un altro dramma di Antonio Garcìa Gutierrez, lo stesso del Trovatore.

E Piave (povero Piave!) produce, ma Verdi non è soddisfatto e fa aggiustare il libretto sottobanco da Montanelli – e poi, decenni più tardi, da Boito.

Per cui, se vogliamo vedere, non è che questo Simone nasca proprio sotto i migliori auspici… Storia molto cupa, a parte tutto. Vogliamo vedere?

Prologo

Siamo a Genova di notte, e il filatore d’oro Paolo Albiati intriga. Non sarà l’unica volta che glielo vediamo fare: ce l’ha coi patrizi, e intende veder Doge il prode corsaro Simone Boccanegra, commoner e flagello dei pirati barbareschi.

E se Simone ha dei dubbi, Paolo impiega cinque versi della lunghezza media di tre parole ciascuno per convincerlo che, una volta Doge, nessuno potrà più negargli la mano dell’amata Maria de’ Fieschi, che i suoi tengono chiusa in casa per aver dato troppa confidenza al baldo popolano…

Ci vuol poco a convincere il coro che: a) Simone è l’uomo che ci vuole; b) i Fieschi sono torturatori di fanciulle; c) i Fieschi sono in combutta col demonio – e il coro convinto si disperde per andare a gridare il nome di Boccanegra nelle strade e nei carrugi.

A scena vuota, arriva Fiesco père, ad annunciarci che la povera Maria è passata a miglior vita – e figurarsi quando arriva Simone, gongolando del fatto che sta per diventare Doge. Ed ecco, fossi un Genovese forse mi perprlimerebbe un nonnulla il modo in cui a costui il dogato interessa soltanto per maritare la povera Maria – ma immagino che faccia nulla.

Badiamo piuttosto al duetto-scontro tra Simone e Fiesco. Simone supplica perdono; Fiesco nega; Simone supplica; Fiesco nega; Simone supplica; Fiesco propone uno scambio: dammi la figlioletta illegittima che la povera Maria ti ha dato, e io ti perdono. Perché sì – c’è anche una figlioletta illegittima, ma Simone non è in grado di darla ad alcunchì, perchè rubella sorte lei rapì. Ovvero, se l’è persa.

Al che Fiesco se ne va ribadendo i suoi propositi di odio eterno, e trascurando di avvisare il mancato genero della sorte della povera Maria. Simone entra nel palazzo buio, costata da sé ed esce sconvolto, proprio mentre Paolo e il coro arrivano ad acclamarlo Doge. Sipario.

Atto Primogiuseppe verdi, simon boccanegra, francesco maria piave, arrigo boito

Fast Forward venticinque anni. Nel giardino con vista mare dei nobili Grimaldi – fuori Genova – la bella Amelia se la canta da sola, giusto per informarci che è un’orfana* adottata bene, e che il suo corteggiatore patrizio non le dispiace per nulla.

E guarda caso, eccolo qui: Gabriele Adorno che, per lo sconforto di Amelia, cospira con il suo padre adottivo, Andrea Grimaldi, contro il tiranno Boccanegra.

E siccome, guarda caso, anche lui è qui – o quanto meno chiede un colloquio per negoziare le nozze di Amelia con Paolo Albiati (promosso da filatore d’oro a cortigiano), la nostra ragazza spedisce Gabriele ad organizzare un fulmineo matrimonio con la collaborazione di Andrea.

Amelia esce e, molto a proposito, entra il vecchio Andrea Grimaldi. Avete già indovinato chi è? Nel prologo lo conoscevamo come Fiesco e, alle frettolose spiegazioni di Gabriele, risponde con il piccolo dettaglio che Amelia non è una Grimaldi genuina, ma un’orfanella adottata eccetera eccetera. Gabriele accusa il colpo per meno di un istante – ma poi l’amore è più forte del pedigree, e il vecchio Fiesco Grimaldi benedice le nozze ed entrambi escono, sgombrando il campo per il Doge Simone.

Torna Amelia per una buona chiacchierata. E il supposto tiranno comincia bene, perdonando i fratelli di Amelia – ribelli ed esuli. Al che, la nostra fanciulla procede a raccontargli che è innamorata ma che un malvagio cortigiano la concupisce, e che non è una Grimaldi, ma un’orfanella adottata eccetera eccetera… Avete già indovinato di chi si tratta? Baritono e soprano sono un po’ più lenti di noi. Sarà che lo fanno in versi, ma insomma confrontano miniature, e richiamano nomi, posti, e ricordi, e alla fine sono molto più sorpresi di quanto lo siamo noi nello scoprire che Amelia Grimaldi è in realtà Maria Boccanegra.

Celestiale felicità per entrambi, e ad Amelia – da orfanella a first daughter in un passo solo – non sembra passare per il capino che adesso avrà qualche difficoltà in più a convolare con il suo Gabriele.

Chi non è contento è Paolo, cui il Doge poteva essere disposto a dare in sposa la figlia dei Grimaldi – ma non certo la sua. E che può fare un povero villain in un caso simile? Ma è ovvio, signori: architettare un rapimento.

giuseppe verdi, simon boccanegra, francesco maria piave, arrigo boitoMa non ora. O quanto meno non in scena – perché noi ci trasferiamo a Palazzo degli Abati, nella Sala del Consiglio, dove** Simone si dichiara toccato dalla lettera con cui nessun altri che Petrarca lo supplica di non gettare Genova nell’ennesima guerra fratricida con Venezia. Sennonché non sono in molti a considerare che ci sia alcunché di fratricida nel suonarle ai Veneziani…

Non so come andrebbe a finire se non arrivassero i rumori di una sommossa. È quella di Andrea Grimaldi e Gabriele: patrizi contro popolani, popolani contro patrizi e tutti contro il Doge. I consiglieri cominciano a darsi addosso e a cedere al panico più scomposto, ma Simone è fatto d’altra pasta. Fa aprire le porte e manda un araldo ad informare i facinorosi che li aspetta e non ha paura.

E noi saremmo tentati di domandarci com’è che Paolo ha quest’aria così colpevole – ma non c’è tempo. Si sente la folla acclamare in distanza, e poi la si vede irrompere al grido di “viva il Doge”, e trascinando con intenzioni non del tutto benevole Gabriele e Grimaldi.

E Gabriele ci informa tutti di avere avviato la sommossa solo perché un uomo del partito popolare ha rapito Amelia. Su ordine del Doge, lui ritiene – ma noi sappiamo che non è vero. Simone, non del tutto incomprensibilmente, non prende bene l’accusa. Una volta di più, chissà che succederebbe se non fosse per un altro colpo di scena.

Proprio mentre Gabriele va per pugnalare Simone, Amelia irrompe, si mette in mezzo, supplica Gabriele di desistere e Simone di perdonare. Simone, Doge di pastafrolla, cede prima di subito – ma vuol sapre com’è stata rapita la ragazza.

E chi di noi, richiesta di spiegazioni, non comincerebbe così?

Nell’ora soave che all’estasi invita
Soletta men givo sul lido del mar.

Ad ogni modo, rapita, fuggita, tornata – e sa chi è stato. Simone capisce perfettamente, e dopo avere amministrato una ramanzina a patrizi&plebei capaci solo di sospettarsi a vicenda, e dopo avere stretto una tregua di fatto con Gabriele, costringe Paolo a maledirsi da sé, cosa che sconvolge nel profondo l’anima medievale del malvagio. E sipario.

Atto Secondo

Di nuovo, Paolo non è contento. Guardatelo mentre a notte fonda, nelle stanze del Doge, gli versa il veleno nell’acqua e, giusto per non lasciar nulla al caso, si fa condurre i prigionieri Fiesco/Grimaldi e Adorno per proporre loro di assassinare Simone. Fiesco rifiuta con sdegno ed è rispedito in cella – ma Gabriele è un tenore, povero ragazzo, ed è facile da manipolare. Quando Paolo gli dice che Amelia è col Doge – e lo dice con le peggiori implicazioni possibili – il candido giovanotto si scopre un’improvvisa propensione al dogicidio.

Ed è lì che cerca di convincersi da sé quando arriva Amelia. Cioè, Maria – ma lui non lo sa ancora. E Amelia/Maria non solo non ha affatto l’aria prigioniera ed afflitta, ma ammette senza remore che il Doge l’ama e lei lo ricambia, ma si rifiuta di spiegarsi meglio. Perché? Per nessun buon motivo apparente, se non perché così, quando Simone arriva e lei nasconde Gabriele sul balcone, lui può decidere definitivamente di passare alle truci vie di fatto.

Padre e figlia parlano, lei confessa il nome del suo innamorato, Simone inorridisce, Maria supplica, Simone la manda via mentre ci pensa… Ah quanti problemi ha un Doge. E tanti problemi mettono sete, you know.

M’ardono le fauci,

c’informa memorabilmente Simone, e… giuseppe verdi, simon boccanegra, francesco maria piave, arrigo boito

No, no, non farlo! Non bere! si sente gridare dal loggione – ma non c’è nulla da fare: le ferree leggi della narrativa lo impongono, e Simone beve acqua e veleno. E gli pare amarognola, ma nemmeno per un istante dubita che non siano i dispiaceri a fargli il palato cattivo.

E poi, confortato dall’abominevole gusto della figliola in fatto di uomini, si addormenta.

E di tra le tende compare armato Gabriele che, in obbedienza alla Legge della Sordità Operistica, non ha udito nulla e, pur sentendo qualche inesplicabile remora, è pronto al tirannicidio. Ma… indovinate un po’? Amelia/Maria si mette in mezzo. Again. E Gabriele s’indigna, again. E Simone si sveglia e fa la voce grossa, e Gabriele spavaldeggia, e Maria supplica e non parla. Ma stavolta ci pensa Simone, e l’effetto è istantaneo: Gabriele si ravvede, capisce che è stato usato, chiede perdono… e Simone sta per cedere quando…

Sì, questo libretto funziona così. Ogni volta che sta per succedere qualcosa, arriva un ‘interruzione – e non sempre si tratta di un’interruzione di natura unica. Stavolta, per esempio, è il ritorno dei facinorosi guelfi che vengono per assassinare il Doge, again. Ma, come succede in questi casi, il ravveduto Gabriele si schiera con Simone, per la gioia di Amelia/Maria – cui, come al solito, sembra sfuggire qualche piccolo particolare, tipo il fatto che i Guelfi armati sono ancora alla porta al calare del… sipario!

Atto Terzo

Ma tutto sommato si vede che Amelia/Maria non aveva tutti i torti: Guelfi sconfitti, Genova illuminata a festa, clemenza dogale, Fiesco liberato, Paolo condannato a morte…

Ma mentre lo portano via, non si trattiene dal vantarsi con Fiesco di avere rapito Amelia e avvelenato Simone. E sapete una cosa? A Fiesco dispiace quasi. Lo odia, sì – ma morire di veleno e di tradimento… Tanto più che è proprio una brava persona: ha persino ordinato di spegnere le luminarie e moderare i festeggiamenti per riguardo ai morti.

Un festeggiamento che non si modera, a giudicare dai gorgheggi del coro, è il matrimonio tra il guelfo Adorno e la figlia del Doge – ma questo è uno di quei matrimoni che suggellano le paci.

E quando arriva il Doge – che non si sente affatto bene – Fiesco lo avvisa in termini tra il truce e il profetico, e solo allora Simone (che, lo abbiamo visto, pur essendo un baritono è un po’ lento a fare due più due) lo riconosce per Fiesco. Ma d’altra parte, questi due fanno il paio, perché quando Simone gli annuncia di avere la nipote da restituirgli, è Fiesco a cadere dalle nuvole. E guarda un po’, dopo venticinque anni Simone è ancora in cerca di perdono, e la Mariolina perduta è ritrovata***… Anche Fieso si scioglie, pentito e stanco e pieno di rimorso. Troppo tardi per tutto, spiega – e finalmente rivela l’arcano in termini comprensibili.

All’arrivo di Maria con Gabriele e il coro, Simone supplica Fiesco di non dire ancora nulla. C’è ancora tempo per un’altra agnizione ancora, mentre Fiesco/Grimaldi e Maria/Amelia si scoprono nonno e nipote, e tutti sarebbero molto felici se non fosse che Simone vacilla e impallidisce, e comincia a distribuire lugubri consigli e benedizioni…

Orrore e sconforto generali. Persino Fiesco è commosso. Simone fa ancora in tempo a indicare il suo successore in Gabriele, e poi muore tra le lacrime generali. Tocca a Fiesco di proclamare il nuovo Doge a una non proprio entusiasta Genova – e poi cala il sipario.

Cupo, pessimistico, pieno di clichés e di situazioni ripetute… Non un granché, vero?

Non fu un successo. Il debutto di Venezia nel marzo del ’57 fu proprio un fiasco. Ci sarebbero voluti vent’anni, Arrigo Boito e una seria revisione musicale perché il giudizio del pubblico cambiasse – ma non poi di troppo. E ancora oggi, questo povero Simone rimane, tra le opere della maturità verdiana, quella in penombra.

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* E noi ci domanderemmo chi sia quest’orfana misteriosa, se non sapessimo che all’opera non esistono coincidenze…

** Scena interamente rifatta da Boito.

*** Sì, lo so, era ritrovata anche prima – solo che nessuno lo sapeva.

musica

Greensleeves

Oggi Vaughan Williams: Fantasia on Greensleeves.

Greensleeves è una di quelle cose.

Confesso che è stato un piccolo shock per me scoprire che c’è gente cui non piace Greensleeves…

Col che non voglio dire che non apprezzare Greensleeves sia grave… oh well, avete capito che cosa intendo.

Buona domenica.

teatro · Vitarelle e Rotelle

L’Età Dei Titoli

bibi e il re degli elefanti,titoli,accademia teatrale campogallianiDomenica scorsa Bibi ha avuto successo.

Gli interpreti sono sempre più bravi e più intensi ogni volta che li vedo, il teatro era pieno nonostante piovessero cani e gatti, un sacco di gente si è commossa e tutto è andato molto bene.

Ma…

“Cambia il titolo,” mi ha detto Capitan Grace, la regista. “Cambia titolo, perché così com’è penalizza lo spettacolo.”

E sapete una cosa? Capitan Grace ha ragione.

Bibi & il Re degli Elefanti

È un titolo da fiaba.

Un titolo da bambini.

E Bibi, ne abbiamo già parlato, è una storia di bambini e ha una seria componente fiabesca, ma non è una storia per bambini. Non solo per bambini.

Mi si dice che è difficile da collocare, mi si fanno paragoni lusinghierissimi, non passa replica senza che qualcuno arrivi a proporre di farla girare per i reparti di pediatria – ad uso dei genitori e del personale, non meno che dei pazienti*…

Però.

Però c’è un sacco di gente che guarda la locandina, storce il naso e commenta che ah, ma è una cosa da bambini. E questo restringe preliminarmente il pubblico, limita l’interesse degli altri teatri, induce pregiudizi nelle commissioni dei concorsi e nuoce al play in generale.

Così sono a caccia di un titolo nuovo.

Avrei dovuto cominciare prima – anche perché, a dirla tutta, il dubbio ce l’avevo. Che poi, chiariamo: il titolo è opera mia, e andava bene nel contesto per cui avevo scritto – ma poi il play ha cominciato a camminare con le sue gambe al di là della commissione originaria, è cresciuto (letteralmente), e il titolo gli è diventato stretto.

E allora sono a caccia di un titolo nuovo – un titolo più adulto, che renda giustizia al lato grownup di Bibi, senza perdere del tutto di vista la fiaba. Un titolo iridescente e versipelle, se vogliamo, come sarebbe bello che tutti i titoli fossero – ma questo è un altro discorso.

Per cui adesso è questione di brainstorming, di liste, di taccuini, di penne di più di un colore, di lavagne di sughero, di consultazioni balenghe**… Il che, a parte tutto, è un gran bel gioco.

Vi farò sapere. 

 

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* E guardate, non è che noi (as in la compagnia e io) ci si tiri indietro. Saremmo felicissimi di girare per i reparti di pediatria: chiamateci e parliamone.

** “Dimmi un aggettivo, possibilmente di due sillabe, che suggerisca X e Y al tempo stesso – e magari anche un tocco di Z, ma in una maniera obliqua… Oh, e senza troppe consonanti nasali.”

elizabethana · scribblemania · teatro

PBD

Ultimissima revisione in corso. Pur riuscendo a lavorarci solo a bocconi&spizzichi, sono pressoché a metà.

Il che, probabilmente, non è una cattiva cosa.

Voglio dire – prima mi è venuto un dubbio su un sonetto, di cui non ricordavo il numero.

Non c’è nulla di strano nel fatto che non ricordassi il numero: i numeri non li ricordo a nessun patto. In compenso – e questo sì, che trattandosi di me è strano – ricordavo perfettamente la posizione sulla pagina, e se si trattasse di una pagina pari o di una pagina dispari…

E d’accordo, ricordavo anche prima di che cosa e dopo che altro veniva, ma il fatto resta che, con la mia scarsissima memoria visiva, ricordavo perfettamente dove fosse il sonetto in questione.

Ad occhi chiusi, per così dire.

E un’amica mi ha detto che, se non la pianto di citare i Sonetti alla minima provocazione e spesso anche senza, vedrà di perdere il mio numero di telefono finché non avrò cominciato a scrivere qualcosa d’altro.

Per cui, sì: numeri a parte, direi che i Sonetti sono assorbiti.

Anno Verdiano

Librettitudini Verdiane: I Vespri Siciliani (Parte II)

giuseppe verdi, vespri siciliani, eugène scribeRieccoci qui – appena in tempo per il levarsi del sipario sul…

Terzo Atto

E cominciamo con Monforte che, nel suo palazzo, si tormenta sulla crudeltà di una defunta amante recalcitrante, che per tre lustri gli ha nascosto di avere avuto da lui un figlio – salvo farglielo sapere (per iscritto) prima di morire.

Che dobbiamo dedurne? Che Arrigo ha quindici anni*? Che Monforte sapeva di avere un figlio illegittimo, ma poi se n’è scordato? O che quando il frugoletto aveva, diciamo, tra i tre e i dieci anni, la madre l’ha dato per morto? Vi dirò, son quei misteri che ciascuno si risolve a piacimento, mentre Monforte c’informa che adesso sì che la sua vita ha un senso, e che riconquisterà il figlio alienato, eccetera eccetera.

Anyway, Arrigo viene condotto in scena, perplesso e più petulante che battagliero**, e Monforte gli fa gl’indovinelli. Ma Arrigo non si è chiesto perché Monforte sia così indulgente nei suoi confronti? Non gli dice nulla l’alma? Che cosa crede che possa far lacrimare un cuore di pietra come Monforte?

E Arrigo rabbrividisce aside, ma non ci arriva. Bisogna che Monforte gli mostri la lettera della defunta madre, scatenando quest’epica reazione:

Gioia! e fia vero? sogno o son desto?
(Leggendo il foglio.)
Cifre materne!… qui sul mio cor!

O ciel! che scopro?… arcan funesto
(gettando un grido)
Mi si rivela… fremo d’orror!

E perché freme d’orror? Perché il detestato comandante angioino è sangue del suo sangue? Acqua. Perché ha giurato di uccidere quello che non sapeva essere suo padre? Acqua. Perché si ritrova assai meno siciliano di quanto credesse? Ma nemmeno per idea! Il principale, il solo problema per Arrigo è che Elena potrà soltanto odiare il figlio di Monforte.

Cosicché, quando poi respinge con sdegno le profferte d’affetto di Monforte, noi non è che prendiamo poi troppo sul serio la sua fierezza, o le lacrime sulle molte sofferenze della madre. Semmai troviamo che Monforte dia prova di una notevole tolleranza (o appiccicosità – la cosa è aperta a interpretazioni) di fronte agli insulti e alle tirate di Arrigo, che comunque poi se ne fugge sconvolto e inorridito – e tanto più perché, per un istante, ha avuto la tentazione di far pace con il babbo ritrovato.giuseppe verdi, eugène scribe, vespri siciliani

Oh well, spostiamoci in un’altra ala del palazzo, dove è in corso la famosa festa da ballo – quella cui Arrigo era stato “invitato”. Oh, guardate: è arrivato anche Monforte. Infelice e corrucciato quanto volete, ma non per questo si sottrae al balletto delle Stagioni, questo indispensabile accessorio da Grande Opéra. E d’altra parte, Monforte è francese, giusto? Oh, never mind. Mentre Arrigo vaga senza meta per la scena, gli si avvicinano due misteriosi festaioli mascherati. Festaioli un po’ lugubri, a dire il vero… E a dire il vero, chi altri userebbe mantelli neri e parole d’ordine e nastri di riconoscimento a una festa da ballo, se non dei cospiratori***? E difatti si tratta di Elena e Procida, venuti di persona a liberare Arrigo e, già che ci sono, uccidere Monforte. E volete una sorpresa? Arrigo ha delle remore. Così è timido e tremebondo e criptico con i suoi amici, e poi sussurra a Monforte di tagliare l’angolo fin che può… E allora Monforte esulta di questa parvenza d’affetto filiale, e chiede i nomi dei congiurati, e Arrigo rifiuta, e allora Monforte rifiuta di andarsene, e mentre bisticciano Elena e Procida si fanno avanti, pugnali alla mano e seguaci alle spalle.

Ma, come ognun sa, uomo avvisato è mezzo salvato, e Monforte fa il resto chiamandosi attorno i suoi armigeri, e quando Elena si fa avanti per vendicare di persona il fratello…**** ecco che Arrigo si mette di mezzo e fa scudo al padre.*****

Sensazione.

Tanto più che l’illeso Monforte ordina ai suoi di arrestare tutti quelli che portano il nastro di riconoscimento che Arrigo gli ha indicato, e ringrazia il leale nemico che gli ha svelato il tradimento.

Doppia sensazione.

Colpo orrendo, inaspettato!
Ei sì perfido, sì ingrato!
Gli sia pena il suo rossor!
Onta al vile, al traditor!

lamentano Elena, Procida e i Siciliani tutti. Arrigo si torce le mani, i Francesi gongolano, i neo-prigionieri la buttano sul patriottico, Arrigo supplica perdono, Elena e compagnia lo respingono con orrore e, quando tutti vengono portati via, il nostro giovanotto oppresso, annichilito, vacilla e cade nelle braccia di Monforte. Ed essendosi manifestato lo svenimento standard, possiamo calare il sipario e passare oltre.

Atto Quarto

giuseppe verdi, eugène scribe, vespri sicilianiCome ci si poteva aspettare, Arrigo è macerato dai sensi di colpa e va a visitare i suoi ex-amici in prigione. Elena arriva, e non è contenta. Arrigo tenta di spiegarle, cosa che richiede qualche sforzo, perché lei non ascolta. Quando finalmente Arrigo riesce a far passare il concetto, i nostri due danno in amorose escandescenze, si perdonano a vicenda, si giurano eterno amore – e odio a Monforte, che adesso Arrigo ha ripagato della vita che gli ha datto – e poi si congedano con affettuosa commozione. Ma aspettate, ecco arrivare Procida che, avendo buoni agganci, è riuscito a sapere che una nave aragonese arriva in soccorso – e loro non ci possono fare niente… Mentre si mangia le mani, Procida vede Arrigo. Che ci fa qui? Si pente, cinguetta Elena – e quando Procida la invita a svegliarsi un po’, la sua bruschezza sembra avvalorata dall’arrivo di Monforte con i suoi, pronti a passare a fil di spada i ribelli. E Arrigo supplica la grazia, e Procida la rifiuta sdegnosamente – e ancora non sa che Arrigo è figlio…

Da lor tanto oltraggio a te spettava,
Arrigo!… a te mio sangue!…

declama Monforte, con perfetto tempismo. Ecco, adesso Procida lo sa. E dà in ismanie, e Elena dà in ismanie un poco più gentili, e Arrigo dà in ismanie – e Monforte dà l’ordine di procedere. Quando Arrigo chiede di morire con Elena se non può ottenerle la grazia, Monforte coglie il destro per un po’ di sano ricatto. Vuole Arrigo che Elena, Procida e il coro siano risparmiati? Nulla di più facile: padre lo chiami, e salvi son.

Elena gli ordina di non farlo, se vuole che qualcuno creda almeno un po’ al suo pentimento. Arrigo esita e si mangia le unghie. Procida mugugna. Monforte alza la posta facendo entrare il carnefice… e indovinate un po’? Arrigo cede. Non l’avreste mai sospettato, vero?

O gioia! e fia pur vero?

giubila Monforte. E perbacco, sì: niente come una scure sospesa sul collo della fidanzata per risvegliare l’amor filiale… Ma Monforte è contento lo stesso. Tanto che non solo grazia tutti quelli che ha promesso di graziare, ma decreta seduta stante il matrimonio tra Arrigo ed Elena – che nutre qualche fugace remora a diventare la nuora del tiranno, ma Procida la incita a procedere e avere fiducia nella vendetta. Possiamo sposarci domani, babbo? chiede l’istantaneamente conquistato Arrigo.****** Ma oggi stesso! replica Monforte, in un impeto di benevolenza, mentre al carnefice si sostituiscono i coppieri e tutti, Angioini e Siciliani, brindano al futuro. Ed è uno di quei momenti in cui tutti cantano insieme, per cui forse Monforte e i suoi sono scusabili se non afferrano le truci minacce nel brindisi degli isolani? Ma questa è l’opera, o Lettori – e comunque sta calando il sipario.

Atto Quintogiuseppe verdi, eugène scribe, vespri siciliani

Ci spostiamo nei giardini del palazzo, dove il coro gorgheggia il suo entusiasmo per le nozze pacificatrici, ed Elena riceve omaggi di fiorellini dalle fanciulle – e da come si effonde sull’amor suo, non possiamo fare a meno di chiedercelo: possibile che abbia frainteso i livorosi sussurri di Procida all’atto quarto? E si direbbe di sì. Persino con Arrigo è tenera e gioiosa come se nessuna rivolta incombesse… Tant’è vero che, quando Arrigo si allontana e Procida arriva ad annunciarle angioinicidio diffuso e massacro indifferenziato al segnale del suo “sì” nuziale, lei spalanca gli occhioni e domanda a nessuno in particolare qual mai fato incomba su di lor.

Procida, uomo di scarsa pazienza, procede ad informare la nostra graziosa storditella che è tutto molto semplice: o lei tace e lascia che le cose seguano il loro sanguinoso corso, o è una traditrice di patria, amici e invendicato cenere fraterno.

Ops.

Questa volta, Elena afferra la natura del dilemma. Deve lasciar trucidare Arrigo? Deve tradire i suoi amici? O ciel, chi la consiglia? È, se ci badate, lo stesso dilemma di Arrigo all’atto terzo. Ma Elena è una donna. Quando Arrigo torna (così entusiasta del regal vessillo di Francia che non sembra nemmeno lui), si accorge che qualcosa non va e pur con il lugubre Procida che le borbotta accanto, la nostra ragazza ha un’illuminazione che salva capra e cavoli. Certo, Arrigo ci resta male nel sentirsi dire che dopo attenta considerazione Elena ha deciso di non poterlo sposare – ma almeno è vivo. Vivo e furibondo, visto che, di conserva con Procida, si getta con entusiasmo in quello sport tenorile – l’immeritata maledizione del soprano. La povera Elena, che fin qui tecnicamente non ha tradito nessuno, non ha l’aria di chi può tenere duro indefinitamente.

giuseppe verdi, eugène scribe, vespri sicilianiArrigo, da buon adolescente, corre a farsi consolare dal babbo e Monforte, sempre sbrigativo, non trova di meglio che affrettare le nozze. Poco importa che Elena resista – e qui si dimostra che non bisognerebbe mai forzare una donna a sposarsi contro la sua volontà. Considerazioni morali a parte, è chiaro che non porta bene: nel momento in cui il bronzo squilla annunciando l’avvenuta unione, Procida ed i Siciliani si scagliano su Monforte e sui Francesi, e cala la tela – ma non prima che Elena sia debitamente svenuta.

Fine. E se volete, qualche dubbio resta – per esempio, che ne è di Arrigo? Ora, dovete sapere che nel dramma di Casimir Delavigne a cui (benché se ne parli pochino) il libretto è ispirato, Lorédan, omologo di Arrigo, si uccide… sì, è vero, si uccide per il rimorso di avere ucciso Monfort… che comunque non è suo padre, ma il suo amico e fratello d’armi, nonché cavalleresco rivale per le attenzioni di una principessa sveva. E d’altra parte il padre di Lorédan è l’inflessibile Procida… giuseppe verdi, eugène scribe, vespri siciliani

Sì, d’accordo, non ci somiglia poi troppo. Però resta il fatto che il primo amoroso fa una pessima fine – cosa che si rispecchia in più d’una regia moderna, in cui Arrigo fa la stessa fine di Monforte. E in genere la fa in qualche tipo di uniforme risorgimentale, perché è pratica comune spostare il tutto all’Ottocento, provvedere gli Angioini di uniformi e bianchi mantelli asburgici e fare di Procida ed Elena due ardenti carbonari.

All’epoca, tuttavia, figurarsi! L’opera debuttò in Francia, ed ebbe successo, e tutto andò abbastanza bene. Quando arrivò in Italia, fu necessario provvedere libretti alternativi: una Giovanna di Guzman, una Batilde di Turenna… insomma, tutto sommato bastava spostare l’ambientazione dovunque fuorché in Italia, e in un secolo passato a piacere… non sono certissima che i censori ottocenteschi considerassero bene i tagli che imponevano e i placet che concedevano.

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* Yes well, nel primo atto è stato chiamato da Monforte “giovinetto” o qualcosa del genere – ma io ho quest’immagine di Chris Merrit che canta il ruolo attorno al 1990, e allora…

** E sì, dopo tutto forse ha davvero quindici anni.

*** Rivedremo tutto l’armamentario – nastri, maschere, parole d’ordine e compagnia cospirante. Lo rivedremo presto – e allora avremo un vago senso di déjà vu.

**** Questi puntini di sospensione altro scopo non hanno se non quello di preparare un colpo di scena particolarmente tosto.

***** E qui, nell’originario Duca d’Alba, l’Arrigo fiammingo a nome Marcello si mette parimenti di mezzo per salvare il terribile babbo eponimo, ma Amelia d’Egmont, l’omologa fiamminga di Elena, è un soprano ancor più tosto e dal polso più saldo, e l’incauto Marcello ci lascia le penne.

****** E a questo punto non ci sono più dubbi, credo: ha davvero quindici anni.

considerazioni sparse · musica

Piove, Piove, O Pastorella

Avete badato che fa freddo? E avete badato che piove?

E allora…

Me la cantava mia nonna quand’ero bambina, ma non sapevo che venisse da un’operetta del 1780 chiamata Laure et Pétrarque.

Il pleut, il pleut, bergère
Presse tes blancs moutons
Allons sous ma chaumière
Bergère vite allons
J’entends sous le feuillage
L’eau qui tombe à grand bruit
Voici venir l’orage
Voici l’éclair qui luit

Entends-tu le tonnerre ?
Il roule en approchant
Prends un abri, bergère
À ma droite en marchant
Je vois notre cabane
Et tiens voici venir
Ma mère et ma soeur Anne
Qui vont l’étable ouvrir

Bonsoir, bonsoir ma mère
Ma soeur Anne, bonsoir
J’amène ma bergère
Près de nous pour ce soir
Va te sécher, ma mie
Auprès de nos tisons
Soeur, fais lui compagnie
Entrez petits moutons

Soignons bien, oh ma mère
Son tant joli troupeau
Donnez plus de litière
À son petit agneau
C’est fait allons près d’elle
Eh bien donc te voilà
En corset qu’elle est belle
Ma mère, voyez-la !

Soupons, prends cette chaise
Tu seras près de moi
Ce flambeau de mélèze
Brûlera devant toi
Goûte de ce laitage
Mais tu ne manges pas ?
Tu te sens de l’orage
Il a lassé tes pas

Eh bien voilà ta couche
Dors-y jusques au jour
Sur ton front pur ma bouche
Prend un baiser d’amour
Ne rougis pas bergère
Ma mère et moi demain
Nous irons chez ton père
Lui demander ta main

E buona domenica. E se per caso siete da queste parti e se vi va, ci vediamo a teatro.

libri, libri e libri

Nonni Letterari

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Hai parlato di padri letterari, di zii, di orfani, di ragazze da marito… nonni mai? Non è che approfitteresti della Festa dei Nonni, magari…?

E allora oggi, che è la Festa dei Nonni, parliamo di nonni in letteratura.

Cominciamo costatando che un sacco di nonni di carta si trovano nella letteratura per fanciulli – il che non è affatto sorprendente, in particolare per tutto ciò che è stato scritto in tempi di ridotta aspettativa di vita. E poi, andiamo: il nonno o la nonna, queste incarnazioni della saggezza, delle radici famigliari, delle tradizioni e, talora, dell’affettuosa indulgenza…

festa dei nonni, nonni in letteratura, johanna spyri, frances h. burnett, dickens, grazia deledda, georgette heyer, marcel proustSolo talora, però. Spesso un nonno burbero da conquistare fornisce buona parte del conflitto di cui un piccolo protagonista ha bisogno. Il caso da manuale è il nonno del Piccolo Lord Fauntleroy, l’anziano conte che ha diseredato un figlio per avere sposato un’Americana. Solo che poi il figlio muore, e allora il vecchio misantropo richiama a casa l’aborrita nuora e il nipotino… E francamente, come qualcuno possa rimanere incantato dall’insopportabile Ceddie è più di quanto io arrivi a capire, ma never mind: nell’istante in cui scopriamo che il defunto capitano Cedric era il figlio prediletto, sappiamo già che il conte non ha speranze e, prima dell’ultimo capitolo, sarà convertito a nonno affettuoso, suocero attento, generoso signore del luogo e filantropo in generale.festa dei nonni, nonni in letteratura, johanna spyri, frances h. burnett, dickens, grazia deledda, georgette heyer, marcel proust

Stessa storia per il francese En famille – però spostato dall’aristocrazia britannica all’alta borghesia industriale. Stessissima storia: vecchio signore inflessibile, figlio amatissimo ripudiato per matrimonio d’amore – poi morto lasciando una bimba d’innumeri virtù. Alla povera Perrine va peggio che a Ceddie: anche la mamma muore, e lei deve impiegarsi come operaia… indovinate un po’? Presso il canapificio del nonno. Ma Perrine è onnicompetente, e il nonno avrà pure un cuore di pietra, ma riconosce l’efficienza quando la vede. Così Perrine (sotto falso nome) fa carriera, s’insedia accanto al nonno quasi cieco, gli scioglie il cuore, eccetera eccetera fino alla commovente agnizione finale.

festa dei nonni, nonni in letteratura, johanna spyri, frances h. burnett, dickens, grazia deledda, georgette heyer, marcel proustQualcosa di simile capita in Piccole Donne, solo che a sciogliere il vecchio Mr. Laurence non è il nipote, bensì le eponime sorelle. Fosse per lui, Laurie starebbe fresco – ma per fortuna ci sono la vispa Jo e la dolce Beth. E siccome in realtà Mr. Laurence non soffre di litocardia, ma solo di un’iperprotettiva incapacità di mostrare il proprio affetto, tutto si risolve molto prima dell’ultimo capitolo.festa dei nonni, nonni in letteratura, johanna spyri, frances h. burnett, dickens, grazia deledda, georgette heyer, marcel proust

Anche il nonno di Heidi è così: fornire conflitto non è il suo mestiere – al massimo una carriera collaterale. Heidi lo scioglie prima di subito, questo anziano signore di pochissime parole che fa il miglior formaggio delle Alpi svizzere e sa riabilitare le piccole paralitiche come se niente fosse. Scioglimento di routine, e poi per il conflitto ci pensa Fraulein Rottenmeier. Però, intanto che ci siamo, potremmo notare che questa storia contiene anche due nonne. Due nonne e mezza – se consideriamo la nonna materna di Heidi, la cui morte offstage precipita il primo cambiamento nella vita della bimba. Ma poi ci sono la tenera nonna cieca di Peter e la dinamica e affettuosa nonna di Klara, le cui visite illuminano la vita delle due bambine. Insomma, da manuale anche questo, a modo suo: il nonno incarna la saggezza, le nonne incarnano l’affetto, i nonni nel loro insieme incarnano tradizione, sicurezza e stabilità.

festa dei nonni, nonni in letteratura, johanna spyri, frances h. burnett, dickens, grazia deledda, georgette heyer, marcel proustOddio, poi se vogliamo ci sono le eccezioni – e la più maiuscola è forse il nonno della solita Little Nell, cui per contratto deve proprio capitare tutto, e allora le capita anche lo sciagurato (e non equilibratissimo) anziano signore che le sperpera tutta l’eredità e poi la trascina a sgambare su e giù per l’Inghilterra finché lei ci lascia le penne. Tutto col massimo affetto, sia chiaro – but still.*

E questo era l’Ottocento. In tempi più recenti i nonni sono usciti da questi recinti stretti – persino nella letteratura per fanciulli. Se è vero che negli anni Trenta  era ancora comunissimo imbattersi in nonne idealizzatissime come la contessa (o era marchesa?) di Roccabruna, grande dame e angelo  dell’armonia famigliare, le cose erano destinate a cambiare. Credo che mi limiterò a citare un paio di esempi. Come i superficialmente benintenzionati Omama e Opapa di Judith Kerr, che in Quando Hitler rubò il coniglio rosa proprio non arrivano a cogliere il dramma di figlia, genero e nipoti in fuga dalla Germania. I piccoli Anna e Max sono affezionati ai nonni, ma non tardano ad avere l’impressione, per esempio, che Omama sia “una donna piuttosto sciocca.” Caso diversissimo sono i nonni di Arianrhod ne La Congiura di Merlino di Diana Wynne Jones. Vero è che Roddy appartiene all’aristocrazia magica d’Inghilterra, ma la fauna famigliare è variegata: dal nonno paterno potentissimo specialista in meteomagia in pensione, alla nonna paterna rumorosa, non intelligentissima, bugiarda e troppo potente per il suo stesso bene, fino al nonno materno gallese che è… er, la morte.** festa dei nonni, nonni in letteratura, johanna spyri, frances h. burnett, dickens, grazia deledda, georgette heyer, marcel proust

E in ambito di letteratura adulta? Be’, così a memoria mi pare che ci siano più nonne che nonni – e in molteplici varietà. C’è l’intelligente, energica e socialmente ben equipaggiata nonna di Proust – ottima compagnia e affettuosa complice per il nipote ipersensibile. C’è l’adorata nonna santucciana de Il velocifero, che ha due nipoti suoi e ne acquisisce con pari tenerezza un terzo adottivo nell’inquieto Gianni. C’è Gwenlliana, la nonna dell’Henry Morgan di Steinbeck, sognante sibilla gallese che, dal suo posto accanto al fuoco e con i suoi occhi ciechi, vede il destino del nipote a decenni nel futuro e a un mondo di distanza. C’è la terribile nonna de L’incendio, che Grazia Deledda dipinge come la custode della famiglia, della proprietà e del buon nome, attaccatissima ai nipoti, ma irremovibile fino al ricatto morale e alla coercizione più bieca.

Così, sempre a memoria, l’unico nonno che mi viene in mente è in un giallo – e per di più un giallo molto ruritaniano: il principino Otto è l’unico erede di un anziano e malinconico nonno coronato, che si tormenta tra l’angoscia di lasciare al piccolo un trono mal saldo e un irrealizzabile desiderio di lasciargli vivere la sua infanzia…

Ah no, scusate: dove lasciamo i nonni di Georgette Heyer? Ce ne sono diversi, come Lord Lavenham o Lord Darracot – irascibili e tirannici nobiluomini con un debole per i/le nipoti con cervello e spina dorsale.

E qui mi fermo – pur certa di trascurare legioni di nonni letterari fondamentali. Ma il punto è, direi, che a differenza dei padri dickensiani i nonni non sono inaffidabili, e a differenza degli zii in generale, non sono pericolosi.

Al massimo possono essere un po’ rigidi, magari vanno conquistati e senz’altro ci sono eccezioni – ma i nonni in letteratura tendono ad essere gente su cui si può contare.

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* D’altra parte, stiamo parlando di Dickens, e sappiamo che cosa pensava Dickens dei padri, e un nonno che cos’è se non un padre elevato a seconda potenza?

** E tra l’altro, essendo questa Diana Wynne Jones, la morte è tutt’altro che un cattivo nonno.

Anno Verdiano

Librettitudini Verdiane: I Vespri Siciliani (Parte Prima)

E già dal titolo capiamo che questa faccenda non fu scritta per l’Italia – almeno in origine. Una storia di Siciliani che insorgono contro gli oppressori stranieri e gliele suonano? Ma figuriamoci.

anno verdiano, les vêpres siciliennes, eugène scribeSemmai, la cosa strana è che l’opera nacque francese per l’Opéra di Parigi, e gli oppressori in questione sono… be’, Francesi. Bizzarro, vero? E in realtà Verdi stesso aveva i suoi dubbi, perché gli pareva che tutti ne uscissero male – i Francesi tonfati e gli Italiani cospiratori col coltello tra i denti – e chiese al librettista Eugène Scribe di eliminare quanto meno tutto quel che offendeva l’Italia…

Ma in realtà a Scribe non è che interessasse molto. Figuratevi che – e questo Verdi non lo sapeva né l’avrebbe saputo fino a molti anni più tardi – era persino un libretto riciclato. C’era questo Le Duc d’Albe, vicendona ispano-fiamminga che, se fosse stata un film Anni Sessanta, si sarebbe chiamata La Figlia di Egmont. Era una classica faccenda di amore, agnizioni, vendetta e morte (preterintenzionale), scritta per Donizetti, che però la cominciò e piantò lì. Ma perché mai buttar via un libretto già pronto? Quando una quindicina di anni più tardi Verdi si presentò a chiedere qualcosa di grandioso, appassionato e originale, Scribe riciclò Albe in Monfort, e le Fiandre spagnole nella Sicilia del tardo Duecento.

Vogliamo vedere? Vediamo.

Atto Primo.

Si comincia in piazza a Palermo, con gli Angioini che gongolano nonostante la anno verdiano, les vêpres siciliennes, eugène scribenostalgia di casa, inneggiano al loro amato comandante Guido di Monforte e alla bellezza delle pur riottose Siciliane… Ma chi è la bella dama in nero che attraversa la scena velata e triste? È la duchessa Elena, in lutto per il fratello, quel duca Federico d’Austria che Monforte ha fatto decollare come traditore.

Ed Elena, soprano della varietà più tosta, cova vendetta. L’arrogante Francese ubriaco che, tanto per fare il gradasso, le impone di cantare, non sa che cosa lo aspetta. Elena canta. Canta di mare, dapprincipio, e di tempesta, e della forza di chi sfida destino e catastrofe…

E può darsi che ai Francesi alticci sfugga il sottotesto, ma i Siciliani sono un’altra faccenda. Pugnali alla mano, la folla è sul punto di sollevarsi in quello che ha tutta l’aria di dover essere un bagno di sangue quando compare un uomo. Solo e senza guardie, si affretta a spiegare Scribe.

Sensazione.

anno verdiano, les vêpres siciliennes, eugène scribeA uno sguardo del nuovo arrivato, la folla si disperde, e persino Elena rimane un po’ scossa: il disperditore di folle è Monforte – Guido di Monforte, e quando arriva lui non ce n’è più per nessuno.

A meno, ovviamente, di essere tenori. Perché chi ti caracolla in scena proprio adesso – e senza accorgersi di Monforte? Ma il nostro Primo Amoroso: Arrigo, giovane siciliano. Voglio dire: tutto un bellicosissimo e furibondo coro si è liquefatto sotto lo sguardo di Monforte – e Arrigo manco si accorge che è lì?

Peggio: Arrigo, che dovrebbe essere prigioniero e invece non lo è, si vanta con Elena di come i giudici lo abbiano lasciato andare – per pura e semplice giustizia, combinata alla debolezza dei Francesi, e di Monforte in particolare…

Monforte si è avvicinato e sente tutto, e invano Elena tenta di zittire il giovanotto…

E perché? – così il recasse
Innanzi a me fortuna
E a mia vendetta!

strepita Arrigo, senza sapere che fortuna l’ha preso assai sul serio. Elena parrebbe giustificata nell’aspettarsi che vada a finir male, ma si vede che oggi Monforte è d’umor clemente. Non solo prende con sense of humour la tenorile spavalderia di Arrigo ma, dopo avere congedato (un nonnulla bruscamente) Elena, lo tiene lì a far conversazione.anno verdiano, les vêpres siciliennes, eugène scribe

E così scopriamo che Arrigo non ha cognome, essendo figlio di padre ignoto*, non ha più madre, ed era devoto scudiero o giù di lì del defunto fratello di Elena. Per cui, se adesso Monforte lo vuol decapitare come ha fatto con il suo signore e capitano, si accomodi pure. E nemmeno adesso Monforte esce dai gangheri. Anzi: il ragazzo gli piace, ne ammira la temerarietà e gli offre un posto nelle sue schiere. Cosa che naturalmente Arrigo rifiuta con patriottico sdegno – e a Monforte piace anche questo, così lo lascia andare con consiglio omaggio: si guardi bene dal fare la corte ad Elena. Perché? vuol sapere il perplesso Arrigo. Eh, son cose che non vanno a finire bene…

E figurarsi Arrigo, innamorato cotto e allergico alle proibizioni: Monforte lo proibisce? E allora lui si precipita verso il palazzo di Elena – e Monforte lo guarda andare con commozione, ma senza sdegno.

Qui gatta ci cova – e sipario ci cala.

Atto Secondo

anno verdiano, les vêpres siciliennes, eugène scribeCi siamo spostati sulla spiaggia in una ridente vallata fuori Palermo, dove approda di nascosto il nobile Giovanni da Procida, esule, basso, cospiratore e zelota della causa. Anche lui e il suo coro son pieni di propositi di vendetta – ma il fatto è, come apprendiamo quando Elena ed Arrigo arrivano a titolo di comitato di benvenuto, che degli aiuti che sperava di raccogliere ne ha visti pochini. Pietro d’Aragona potrebbe appoggiare una rivolta, una volta che fosse scoppiata… Già, mugugna Arrigo, peccato che la Sicilia intera dubiti e tentenni.

Ma Procida è un consumato rimestatore di torbidi: perché non indurre i Francesi a farne una grossa? Lasciamo che all’ormai prossima festa dei fidanzati insultino qualche ragazza da marito – e allora la popolazione insorgerà, e a noi servirà qualcuno che colga il destro per accoltellare Monforte… uno a caso, per dire… Arrigo! Ed essendo anche un consumato manipolatore del prossimo, Procida se ne esce di scena, lasciando Arrigo ed Elena da soli a tubare.

E i due tubano – pur con qualche paturnia di ordine sociale da parte di Arrigo, perché insomma, lui è un umile soldato figlio di NN che solo e deserto e misero su questa terra sta, e lei è una duchessa… E indovinate che cosa gli dice Elena?

Il mio fratel deh! vendica,
E tu sarai per me
Più nobile d’un re!

E di nuovo, figurarsi Arrigo.

Peccato che proprio sul più bello arrivi una pattuglia francese con un invito al ballo per Arrigo. Essì, da parte di Monforte – un invito al ballo of all things. E per di più, Monforte sapeva dove mandarlo a cercare, proprio mentre era in missione segretissima… Ma non c’è tempo per le domande: quando Arrigo rifiuta, i Francesi risolvono prontamente l’impasse arrestandolo e portandolo via, per la costernazione di Elena. E se, povera ragazza, sperava in Procida per liberare il suo moroso, sperava male, perché Procida non è nulla se non pragmatico: contavamo su di lui; non è più disponibile? Faremo senza.

Anche perché il popolo festoso è già in arrivo, insieme a un certo numero di Francesi. Si dà inizio alle danze, e Procida, in versione agent provocateur, incita i Francesi a darsi da fare con le belle fanciulle. I Francesi, probabilmente i cattivi più cretini della storia del melodramma**, se lo fanno ripetere solo un paio di volte prima di gettarsi sulle Sicilianine e portarsele via – tranne Elena, che vedono protetta, spada alla mano, dal loro “buon amico” Procida.anno verdiano, les vêpres siciliennes, eugène scribe

E ci credereste? I Siciliani oltraggiati ancora mugugnano e tentennano… Almeno finché Procida ed Elena non fanno loro notare che la Duchessa non è stata toccata perché c’era qualcuno di deciso a proteggerla. E in realtà noi sappiamo che non è proprio così – ma che volete mai? Il popolo va diretto, e in effetti si sta scaldando…

Odesi gaia musica dal fondo – e guardate un po’ che cosa passa in lontananza: una nave impavesata a festa, su cui fanno baldoria gli ufficiali francesi e le dame locali collaborazioniste, tutti diretti al palazzo del governatore per il ballo.

Ecco dove andiamo a fare strage&vendetta, incita Procida.

Er… e le ragazze rapite? Non capiterà qualcosa di brutto mentre gli uomini vanno a fare strage&vendetta altrove? Verrebbe da chiederselo, ma si vede che non è importante.

Troppo ormai – favellò – il dolor – nel lor sen! –
L’onta ria – che patir – vendicar – or convien –
Agli acciar – corron già; – poté omai – nel lor cor –
D’un lion – più fatal – ribollir – il furor.

E qui l’atto finiam e il sipario caliam.

E qui, signore e signori, ci fermiamo per un intervallo – chè l’opera è lunga, e ci sta bene un calicetto di vin bianco alla buvette. Ci rivediamo lunedì prossimo, al suono del terzo campanello.

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* Sentite odor d’agnizione? Non avete tutti i torti.

** Si stenta quasi a credere che l’autore del libretto sia un Francese, n’est-ce pas?