libri, libri e libri · Vitarelle e Rotelle

Sei, Sette, Otto – Ovvero, Teso Con Finezza

kate morton, the forgotten garden, tecniche narrative, tensioneSto leggendo The Forgotten Garden, di Kate Morton – che è un massiccio librone e un’ottima lettura, ben scritto, con una struttura interessante, personaggi attraenti,  vivide ambientazioni (plurale), misteri e segreti che si svelano lentamente e varie storie interconnesse a molti livelli.

E per una volta, udite udite, si trova anche in traduzione italiana, come Il Giardino dei Segreti, facilmente reperibile su Amazon.it.

Ma questa non è una recensione. Quella semmai verrà dopo, quando l’avrò finito.

Oggi volevo parlare di tecnica, perché Kate Morton è un’autrice sottile, e usa tutta una varietà di maniere per tenere desta la curiosità del lettore, per generare sospensione e per tenere tesa la storia.

Una tecnica che mi piace particolarmente è l’uso dell’interruzione. Si dà l’impressione di fare qualcosa, si monta un qualche grado di tensione e poi, mentre il meccanismo si avvia alla sua conclusione naturale, lo si interrompe con qualcosa di diverso – qualcosa che distrae il lettore, ma lascia aperta la questione originale. E naturalmente la questione originale tornerà in superficie in seguito, e il lettore si batterà la fronte nel vedersi compiere qualcosa che era rimasto sottilmente irrisolto, e mormorerà tra sé: ah, diavoletto di una scrittrice! 

A titolo di esempio, lasciate che vi descriva una scena in cui apparentemente non succede granché.

La piccola Cassandra, una delle tre protagoniste di questa storia, è stata… be’, forse abbandonata non è la parola giusta. La sua bellissima, svagata e risposata madre l’ha lasciata senza cerimonie a casa di una nonna che Cass conosce a malapena. Gliel’ha lasciata per un tempo indefinito. Certo, mamma ha parlato di una settimana, o forse due, ma i precedenti non sono incoraggiantissimi, e Cassandra si sente abbandonata a tutti gli effetti.kate morton, the forgotten garden, il giardino dei segreti, tecniche narrative, tensione

Non aiuta il fatto che tutto ciò sia capitato come un fulmine a ciel sereno, con un bagaglio minimo fatto di nascosto e contrabbandanto nel bagagliaio, e con il pretesto di una visita alla nonna… E per di più, nella fretta di mettere in atto il suo piano, mamma non ha nemmeno messo in valigia lo spazzolino da denti.

A sera, nella sua camera di fortuna, Cassandra se ne sta rannicchiata sotto le coperte, sperando che il temporale lontano non scoppi, e che mamma torni presto. La casa e la via sono silenziose. Si sentono i tuoni in lontananza e, ogni tanto, una macchina sulla strada. A un certo punto, Cassandra fa uno di quei piccoli rituali: se riesce a contare fino a dieci prima che passi un’altra automobile, sarà un segno che tutt è destinato ad aggiustarsi, compreso il temporale e il ritorno di mamma.

Cass comincia a contare. Conta lentamente, non ha intenzione di barare per non compromettere il responso.* Per un paio di paragrafi, seguiamo il conteggio e il batticuore della bambina. Arriviamo a cinque (metà strada e tutto va bene!), a sei, a sette (ci siamo quasi, ci siamo quasi…), a otto…

E a questo punto Cassandra si ricorda di colpo che la sua borsa da viaggio ha delle tasche. Magari mamma non si è dimenticata affatto. Magari lo spazzolino è in una delle tasche.

Dimentica del suo giochino oracolare, Cass balza dal letto e, alla luce dei lampi,** si precipita a frugare nelle tasche della borsa da viaggio, in cerca di quello spazzolino da denti che è diventato così significativo.

Dopodiché la scena vira in un’altra direzione, e la domanda di Cass – si sistemerà tutto? – rimane senza risposta. Sarà un buon segno? si domanda il lettore. La mancata risposta è un sì o un no? In realtà, a questo punto, il lettore può credere di avere già parte della risposta, ma è solo una parte, e può molto darsi che non sia nemmeno la parte giusta.

Risposte più complesse cominciano ad apparire solo molte, molte pagine più tardi, e al punto in cui sono è chiaro che è tutt’altro che finita.

E quindi, ecco qualcosa che si può fare: prendere una tecnica classica per creare tensione, e interrompersi a un passo dal compimento – per far succedere qualcosa d’altro, e ritardare il compimento. Quando la faccenda rispunterà, molte pagine più avanti, quando quella tensione interrotta, se saremo stati bravi, avrà assunto un altro colore e un altro significato, il lettore si batterà la fronte nel vedersi riannodato il filo narrativo irrisolto, e mormorerà tra sé: ah, diavoletto di uno scrittore!

O magari non mormorerà nulla, e non si accorgerà di come funziona il giocattolo – ma lo troverà di grande soddisfazione, e proseguirà avidamente la lettura, in cerca di altre sorprese a orologeria.

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* Incidentalmente, questo pezzettino di caratterizzazione tornerà, in tutt’altra veste e in tutt’altra luce, per un altro personaggio. Come diceva George Eliot a proposito di Daniel Deronda, in questo libro tutto è connesso a tutto il resto.

** Un’altra cosa destinata a riemergere…

Anno Verdiano

Librettitudini Verdiane: Oberto

Non vi chiedevate come mai su SEdS non si fosse ancora vista nemmeno l’ombra dell’Anno Verdiano? Ebbene, ecco l’ombra. Da oggi cominciamo a parlare di opere, ma ma più per iscritto che in musica – dal lato dei libretti, il lato trascurato. E detto così magari non sembra, ma preparatevi a dosi massicce di nonsense, perché la musica… ah, la musica è (nella maggior parte dei casi) magnifica – ma avete mai provato a badare a quel che dicono?

È mia teoria – teoria eterodossa, mi rendo conto, ma d’altra parte non sono una melomane vera e propria – che l’opera richieda una buona dose di sense of humour

giuseppe verdi, temistocle solera, oberto conte di san bonifacioAllora, da qualche parte bisogna pur cominciare – e Verdi cominciò, giovanissimo, con Oberto, conte di San Bonifacio. O forse non è nemmeno del tutto vero, perché nel 1836 nella sua corrispondenza il compositore ventitreenne diceva di avere in gestazione un Rocester, vale a dire il Rochester su libretto di Antonio Piazza, destinato al Ducale di Parma. A Parma non andò mai in scena nulla del genere, ma in compenso, nel novembre del ’39, Verdi debuttò alla Scala di Milano con l’Oberto.

E l’Oberto, scrisse l’autore molti anni più tardi,

fu aggiustato e ampliato da Solera sopra un libretto intitolato Lord Hamilton di Antonio Piazza…

E dunque? Un’opera? Due? Tre? Ebbene, mistero. Dei due libretti di Piazza – sempre che fossero davvero due – non resta traccia, e l’Oberto di Solera, traslocato da qualche epoca inglese al Veneto medievale, è una di quelle spostabilissime storiellone di amore, onore, vendetta & virtù oltraggiata: cambiate nomi e costumi, e andrà bene per tutti i secoli e tutti i climi.

Noi però, condotti dal Temistocle Solera, la vediamo in quel di Bassano nel 1228.

Andiamo a incominciar. giuseppe verdi, temistocle solera, oberto conte di san bonifacio

Sappiatevi che il sipario si apre su una scena di deliziosa campagna. Non sghignazzate: l’ha scritto Solera. Alla sinistra, in poca lontananza, scorgesi Bassano.

La deliziosa campagna, benché sia appena l’alba*, pullula di cavalieri, dame e vassalli che tripudiano all’indirizzo di Riccardo, conte di salinguerra e tenore, giunto per sposare la principessa Cuniza da Romano. Riccardo risponde con altrettanto entusiasmo, e noi non ci stupiamo che, oltre a cantare la celestiale collezione di virtù della sua promessa sposa, il giovinotto pregusti il momento in cui prostrate a terra vedrà le balde cervici degl’invidi nemici… È chiaro che Riccardo ha qualche piccola intenzione preterimeneale – ma il coro non ha l’aria di volergliene e tutti escono in inabbattuto giubilo.

E subito entra il nostro soprano. Ora, noi sappiamo dalla distribuzione che questa fanciulla misteriosa è Leonora di San Bonifacio, figlia dell’Oberto eponimo. E Leonora, nel corso di una scena&cavatina, procede a informarci che, avendola Riccardo di Salinguerra sedotta sotto mentite spoglie e poi abbandonata, ella è qui oggi nell’amabile intento di impedire le nozze con Cuniza e, possibilmente, vendicare il suo onore oltraggiato. Ah sì, ci sarebbe il piccolo particolare che è ancora innamorata dell’ingrato seduttor spergiuro, ma son dettagli…

Quando anche Leonora si allontana per mettere in atto il suo piano, entra Oberto che, con voce di basso, canterebbe la sua gioia nel rivedere le terre natali – non fosse che si trova in territorio nemico e in pericolo mortale, in cui s’è cacciato per riprendersi la sciagurata figlia disonorata…

Sapete come si dice – parli del diavolo… Manco a farlo apposta, eccola qui, Leonora, di ritorno dopo avere scoperto che da queste parti ci si sposa di sera. La nostra eroina passeggia per il palco cantandosi i suoi truci propositi, quando scorge qualcuno, spalanca gli occhi, si porta la mano alla gola…

“O ciel! chi vedo!”
“Qual voce! È dessa!”
“Tu…! Padre!”
“Son io!”

Perché è così che ci s’incontra all’opera. Ma non aspettatevi una lieta riunione: Oberto è pieno d’amarezza e di rimproveri, almeno finché la povera Leonora non dichiara l’intenzione di vendicarsi o morire – o magari entrambe le cose. Questo vale alla ragazza un perdono condizionato e poi padre e figlia, indipendentemente dall’ora delle nozze, s’involano verso Bassano.

La scena cambia per spostarsi nel castello di Ezzelino, dove il coro è intento a rapsodizzare sulla bellezza, la nobiltà d’animo, il candore di Cuniza, e le sante gioie che l’attendono nel matrimonio. Cuniza, a quanto pare, è meno ottimista in proposito. Noi sappiamo che fa bene. Lo sapremmo anche se non avessimo appena sentito le doléances di Leonora, perché Cuniza è un mezzosoprano, e il mezzosoprano medio la fortuna in amore non sa nemmeno che cosa sia. Ad ogni modo, la povera Cuniza se lo sente nelle ossa, e si confida con un men che allegro Riccardo. I due cercano di risollevarsi l’animo a vicenda, ma siamo seri: che ci verremmo a fare all’opera se ci si sposasse tutti alla fine del primo atto?

E badate che, fino a questo momento, noi non avremmo nessun motivo per fidarci davvero di quel che dice Leonora. Nemmeno il fatto che suo padre sia il protagonista eponimo è una garanzia di granché. No: quello che ci fa schierare con lei è il timbro della sua voce: soprano = innocenza oltraggiata. E difatti anche Cuniza, nel momento in cui vede la misteriosa fanciulla e ode da lei i poco edificanti precedenti di Riccardo, ci crede senza esitare nemmeno il tempo di una biscroma. La misteriosa fanciulla è la figlia del Nemico? Fa nulla. La figlia del Nemico si è tirata dietro al castello il Nemico stesso? Fa meno ancora. Cuniza non finge nemmeno di pensare che Riccardo possa essere innocente – e anzi, si schiera prima di subito con Leonora e Oberto, cui promette ogni sostegno e appoggio.

giuseppe verdi, temistocle solera, oberto conte di san bonifacioD’altra parte qualora fossimo disposti a concedere il beneficio del dubbio al giovane Salinguerra, ci andrebbe storta: accusato davanti a tutta la corte, Riccardo (primogenito di tutta una schiera di tenori verdiani men che eroici) non trova miglior difesa che respingere al mittente l’accusa d’infedeltà. How ungentlemanlike! Nessuno gli crede, ma il maldestro tentativo basta a stanare Oberto, che esce dal suo nascondiglio con la spada in pugno per difendere l’onore della figliola. Sgomento generale, sfida a duello, amarezza, furia, dolore delle due donne e caos diffuso- in uno dei finali primi più confusi della storia dell’opera.

Sipario.

È all’inizio dell’atto secondo che scopriamo come, in qualche modo, sia Oberto che Riccardo abbiano tagliato momentaneamente la corda. Cuniza ha preso Leonora sotto la sua protezione e, con quella longanimità che rasenta l’idiozia e che si trova tanto spesso all’opera, intende costringere Riccardo a sposarla. Al coro, alla confidente Imelda e a Leonora stessa, per qualche motivo, questa sembra una buona idea…

Intanto, nella foresta del primo atto, dopo uno sconsolato intervento della sezione maschile del coro, giunge la notizia che Ezzelino, dietro intercessione della sorella, ha perdonato Oberto che però, più interessato alla vendetta che alla pace, non accoglie la notizia con quel gioioso sollievo che si potrebbe immaginare. Giunge Riccardo, e per un po’ i due conti non fanno nulla di peggio che dirsene di tutti i colori. Il fatto è che, pur essendo l’apripista di tutti gli antitenori verdiani, il nostro giovanotto pare avere sviluppato un briciolo di coscienza durante l’intervallo, e gli par brutto duellare a morte con un uomo tanto più vecchio di lui – e offeso a ragione. Ma Oberto lo insulta sempre più sanguinosamente, finché, tenore o no, Riccardo s’infuria e sguaina la spada…

Si sbranerebbero a vicenda, se non irrompesse Cuniza con Leonora, dame, vassalli, cavalieri e compagnia cantante, per proibire il duello, perdonare tutti e spingere Riccardo tra le braccia dell’estatica Leonora. Dunque, ricapitoliamo: Oberto è perdonato, Riccardo è pentito e il matrimonio riparatore è combinato. Non c’è più motivo di battersi, giusto?

Sbagliato.

Siamo all’opera, cari miei, e nessuno toglie a un basso la sua vendetta. Seccatissimo per l’ondata di novità pacificatrici, Oberto sibila a Riccardo di fingere di accettare – così Cuniza e seguito si levano dai piedi e ci si può battere in privato. E che può fare un povero tenore? Una finta pace è suggellata, e le donne se ne vanno con l’impressione che tutto sia bene quel che finisce bene. I cavalieri, meno ingenui, lamentano la scarsa convinzione dei conti rappacificati – e lo! 

La musica esprime improvvisamente l’azione di un duello.**

Oh! Qual rumor! Feroce
Cozzo è di nudi acciar.
Oh! Qual sospetto atroce!
Si corra ad osservar.

Il coro corre ad osservar, ma immagino che arrivi troppo tardi: Riccardo rientra con la spada insanguinata in pugno, lamenta quel che ha combinato aristotelicamente fuori scena, si dichiara oppresso dal rimorso e taglia la corda – un istante prima che rientri Cuniza con le sue donne.

giuseppe verdi, temistocle solera, oberto conte di san bonifacio


Orrore orror! Oberto è morto, Riccardo manca all’appello*** e Leonora è arrivata giusto in tempo per vedere l’uomo che ama uccidere suo padre. Quando si dice trauma… Serve a poco che la principessa, la confidente e l’intero organico del coro la consolino, e ancor meno confortante suona il messaggio in cui il fuggitivo si dichiara pentitissimo, avviato all’esilio, ansioso di perdono e riparazione. Altro che perdono! Squassata dal dolore e dai sensi di colpa, Leonora dichiara cupe intenzioni claustrali in termini che lasciano qualche dubbio sulla sua salute mentale.

Infelice! Un rio tormento
Già l’assale e stringe il core,

lamenta difatti il coro.

Ella geme… il suo lamento
Possa il cielo impietosir.

Accordi finali – sipario.

Ecco, vi siete fatti un’idea. Sovrabbondanza sentimentale e linguistica, una sovrana indifferenza per la logica e il buon senso, l’occasionale perla lessicale e la più pittoresca inverosimiglianza. È così che si scriveva per l’opera nel secolo decimonono…

 

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* Del che Solera c’informa magnificando la luce “della stella che il sembiante d’Amatunzia in ciel vestì.” La mia prossima gatta…

** Solera scripsit. Oh essere una mosca sul muro e vedere la prima reazione di Verdi alla lettura di questa didascalia!

*** Cercate Salinguerra? Era qui un attimo fa – or or s’allontanò a sinistra.

 

angurie · teatro

Eureka – In Un Certo Senso

Vi ricordate i miei appunti scomparsi?

Gli appunti per A Soul for Cunning (e dannazione, devo davvero strologare un titolo diverso), quelli che mi sarebbero serviti disperatamente un paio di mesi fa, e che sembravano essersi volatilizzati nel nulla?

Ebbene, volevo mettervi a parte del finale della storia: gli appunti sono ricomparsi.

Direi che chi cerca trova – in genere quel che cercava il mese scorso – se non fosse che sono saltati fuori in tutta serendipità, mentre nessuno cercava nulla in particolare.

Sono praticamente caduti in mano a mia madre, mentre cercava di nascondere mettere in ordine un cumulo di carte in vista dell’arrivo di ospiti a cena…

Il che rientra perfettamente nel funzionamento generale di casa mia – ma, converrete – è quasi un anticlimax. A meno che non vogliamo dire che a questo punto gli appunti avevano deciso di farsi trovare.

Ad ogni modo, l’indomani – vale a dire martedì, la genitrice se n’è compasa bel bello in studio sventolando una piccola risma di fogli stampati sul verso di vecchie fotocopie di appunti di un convegno pediatrico, annotati a mano in inchiostro color ocra.

“Non sono per caso questi?” ha domandato ariosamente. E io, senza nemmeno guardarli troppo bene, ho detto di no. Figurarsi. E poi ho guardato un pochino meglio e, perdindirindina, erano proprio loro.

E sì, mi avrebbe fatto molto comodo averli prima di mandare via ASfC, che comunque ho mandato via lo stesso, dopo averci lavorato su di nuovo, in parte a memoria e in parte da zero – e non è nemmeno entrato nella short list del concorso.

Col che non voglio dire che se avessi avuto gli appunti ci sarebbe entrato, però qualche buona idea c’era. E nel frattempo me n’è venuta qualche altra. Vorrà dire che, dannatissimo titolo a parte, non ho ancora finito, con ASfC.

teatro · teorie

Il Tognin, Gl’Implumi & Lo Spirito Del Bardo

Ecco, non so se ve l’avessi raccontato, ma venerdì – otto giorni orsono – la prova generale de Il Benefico Burbero era stata un ineffabile disastro.

Gl’implumi erano fuori come altrettanti contatori del gas, il computer in dotazione funzionava come poteva (vale a dire non un granché), il sonoro non era fatto per sentirsi su casse alte un palmo, i costumi erano ancora in parte una speranza, i tempi sembravano al di là di ogni speranza, gl’insegnanti dubitavano, e io ero in vena di omicidio plurimo con l’aggravante dei futili motivi.

fondazione antonio nuvolari, antonio nuvolari, laboratorio didattico, laboratorio di scrittura, laboratorio teatraleChe poi, chiariamo: a me non sembravano futili affatto. Un tredicenne che non sa contare fino a trenta, un altro che sostiene di non poter reperire una camicia bianca, un altro che ti assedia chiedendoti ogni quindici secondi come fa se non ha un paio di pantaloni così e così, e una fanciulletta che non capisce il semplice atto di inspirare contrarre il diaframma e sollevare il braccio per indicare, et multa caetera similia – son cose che a me fanno anche capire Erode…

E poi gli insegnanti. Ormai sono quattro anni che faccio questo genere di laboratorio nella stessa scuola e con gli stessi insegnanti. C’è chi collabora con entusiasmo indefesso e infaticabile allegria, ma ogni benedetto anno, attorno alla prova generale, qualcuno arriva a informarmi che va malissimo, che facciamo brutta figura, che così non si può. E altri, ostinatamente seduti dietro le casse alte un palmo, arrivano ogni dieci minuti a dire che non si capisce nulla, che il sonoro è disastroso, che bisogna cambiare metodo… E sia chiaro, non è che sia andata bene, e non è che il sonoro sia la perfezione audio* – è tutto vero. Ma, cribbio, ci sono i precedenti e c’è che, in fatto di teatro e solo di teatro, ho più esperienza di loro, e c’è che la generale non è mai significativa, e c’è la Vita di Shakespeare in miniatura che porto al collo… Perché diamine non possono fidarsi quando dico che non tutto è perduto?

Ma poi, sapete, sono una lettrice di Kipling, e mi piace tanto andarmene attorno compiacendomi di non perdere la testa quando tutti attorno a me la stanno perdendo… e poi chi voglio prendere in giro? VdSiM o no, Kipling o no, venerdì me n’ero tornata a casa un nonnulla avvilita, e con la sensazione che il BB non sarebbe stato proprio l’apice fiorito della mia carriera.fondazione antonio nuvolari, antonio nuvolari, laboratorio didattico, laboratorio di scrittura, laboratorio teatrale

Dopodiché nel corso del finesettimana non avevo avuto tutto questo tempo di pensarci, se non per spiegare brevemente agli Heaney perché non potevo accompagnarli a Bologna. E a quel punto, francamente, ero troppo al settimo cielo per volermi avvilire sul BB. Immaginatemi dunque mentre mi precipito all’Istituto Nuvolari con un sorriso che interferisce con la navigazione aerea e una rinnovata fede in me stessa, negli implumi e nelle misteriose dinamiche del teatro.

E sotto la pioggia, dovrei dire.

Quando ho parcheggiato davanti all’Istituto non pioveva ancora, ma il cielo era inequivocabilmente minaccioso, ed era chiaro che saremmo stati al chiuso, nel teatrino. Ora, “stare al chiuso nel teatrino” magari suona anche bene, ma all’atto pratico significava comprimere tutto in un palcoscenico delle dimensioni di una scatola da scarpe, praticamente senza spazio dietro le quinte. Non precisamente l’ideale, con trentacinque implumi e numerosi cambi di scena…

Però avevamo un sipario. Un vero sipario rosso, per la gioia dell’implume PP, che dal primo giorno aveva espresso il desiderio di essere l’uomo del sipario – solo che il sipario non c’era… e invece, dopo tutto, sì. Ecco, qualunque cosa ne pensassero tutti gli altri, almeno PP era estatico.

E gli altri, per la mia vaga sorpresa, erano già in costume e caricatissimi.

“Profe, profe!” di qua, e “Profe, profe!” di là, ciascuno con una dozzina di domande, dubbi e curiosità, e cestini di arance, e turbanti da annodare, e vanno bene queste bretelle, e dove si mettono i direttori di palcoscenico, e R che doveva occuparsi dei cartelli non è venuto, e il volume delle casse è basso, e sono troppo truccata per fare la nonna, e quando accendo la candela, e potevamo fare nel parco che non piove, e mi fa il nodo alla cravatta, e ho lasciato a casa le scarpe nere, e come, e dove, e quando, profe, profe, profefondazione antonio nuvolari, antonio nuvolari, laboratorio didattico, laboratorio di scrittura, laboratorio teatrale!

E com’è piaciuto allo spirito del Bardo, siamo anche riusciti a cacciare fuori tutto il pubblico e a fare qualcosa di molto simile a una prova. Una discreta prova, a dire il vero. Molto più liscia della generale, se non altro. Con tempi ragionevoli e il minimo sindacale d’incidenti…

Al punto che, all’avviarsi della musica conclusiva, M la direttrice di palcoscenico mi ha guardata con gli occhi tondi, e… “Profe! Ma siamo stati bravi!” ha mormorato. E forse bravi era una parola grossa, ma… Era come guardare qualcuno che fa il gioco del quindici, e riconoscere l’istante in cui capisce come arrivare in fondo alla partita. I pezzi cominciavano ad andare a posto…

Succede, ed è una sensazione elettrizzante – e a dire il vero sarebbe meglio che non capitasse un quarto d’ora prima di andare in scena, ma fa nulla.

“E adesso lo saremo ancora di più,” ho detto a M, ottenendo in cambio un sorrisone.

“Come, adesso?” sobbalza PP con gli occhi tondi. “Ma non abbiamo finito?”

“Questa era una prova. Adesso facciamo entrare il pubblico e lo mostriamo anche a loro.”

PP ha storto la bocca, perplesso. “Però alla fine ci danno da mangiare, vero? E già che ci siamo, che cos’è quella roba che ha al collo?”

E così, mentre in sala sindaco, presidente della fondazione, direttore didattico e assessore alla cultura si dilungavano parecchio, mentre cercavo (con modesto successo) di mantenere un minimo di silenzio dietro le quinte, ho raccontato a PP e a M e all’altro M e al nuovo uomo dei cartelli T del mio ciondolo, dello Spirito del Bardo e del fatto che il teatro non è un’occupazione assennata – nemmeno un po’.

E tutti abbiamo storto un po’ la bocca quando, memore della prova generale di venerdì, l’assessore ha supplicato il pubblico di avere indulgenza perché i ragazzi non erano attori… “Gliela facciamo vedere noi,” ha esclamato trucemente l’altro M, e il sentimento era condiviso.

Mano a mano che i minuti scorrevano (e tra un discorso e l’altro ne sono scorsi un bel po’) sono cominciati a fioccare domande di altro genere: “Profe, ho paura. È normale?” e “Profe, siamo bravi, vero?” e “Profe, ci si abitua e si smette di agitarsi?”

E allora via a spiegare sottovoce che sì è normale, e no non è paura – è adrenalina ed è cosa buona & giusta, e sì siamo bravi, e no non ci si abitua mai ma è proprio questo il bello…fondazione antonio nuvolari, antonio nuvolari, laboratorio didattico, laboratorio di scrittura, laboratorio teatrale

E che volete che vi dica? Le luci si sono spente, la musica è partita, T è uscito col primo cartello, il sipario si è aperto e la II C è entrata in scena, ha fatto la sua parte e poi è uscita, e poi è stata la volta della II B, e le scene procedevano fluide e vivaci, e il sipario si apriva e chiudeva senza intoppi, e il pubblico rideva al momento giusto, e chi era stato distratto e vago era diventato bravo, e chi era stato bravo scintillava… Lo Spirito del Bardo sorrideva su di noi, e N nella parte della piccola Lucia ha avuto un applauso a scena aperta.

Ed è vero che M (un altro M ancora) ha riso quando non doveva, e che A ha pensato di fare un salutino al pubblico prima di uscire di scena l’ultima volta, e che c’è stato un piccolo incidente con le sedie a sipario chiuso, e i fiammiferi erano vetusti e non si sono accesi affatto – ma ripeto: è andata bene, bene, bene.

fondazione antonio nuvolari, antonio nuvolari, laboratorio didattico, laboratorio di scrittura, laboratorio teatraleGli implumi hanno scoperto il gusto degli applausi, e un paio hanno dichiarato di voler fare teatro, e i dubitatori hanno dimenticato le loro fosche profezie, e la Fondazione è estremamente soddisfatta.

E io non voglio essere superstiziosa – davvero non voglio. Però non mi beccherete facilmente dietro le quinte senza la mia Vita di Shakespeare in Miniatura al collo. Perché sono giunta alla conclusione che a volte in teatro la logica comune non basta e non arriva. A volta, se si vuole restare anche solo remotamente lucidi ed equilibrati, non c’è altro che affidarsi alle immemorabili tradizioni, allo Spirito del Bardo e a un ciondolo portafortuna.

 

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* E potrei anche far notare che parte di questi altri sono in parte responsabili della qualità discutibile, visto che è parso loro necessario segnare il territorio impedendoci di usare la LIM giusta per le registrazioni… Ma sono dettagli.

 

gente che scrive · Poesia · scrittura

Consigli A Una Giovane Poetessa

Alla liceale che gli chiedeva quali consigli avrebbe dato a qualcuno di giovane che desiderasse dedicarsi alla poesia, Seamus Heaney ha risposto quattro cose – che, a mio timido avviso, valgono perfettamente anche per la prosa:

In primo luogo leggere. Leggere tanto. Perché leggere risveglia la mente, e perché c’è un genere di felicità nel leggere cose che piacciono, nel trovare ispirazione per sviluppare una voce propria.

E questo ne segue logicamente: sviluppare una voce propria, una voce che renda felici e che spinga a scrivere. Che faccia desiderare di scrivere.

Poi di trovare un po’ di silenzio per scrivere – e di trovarlo spesso. Se si ha intenzione di diventare professionisti, in un modo o nell’altro bisogna trovarlo tutti i giorni, questo silenzio, questa quiete in cui concentrarsi e lavorare.

E infine, un amico o due. Gente con cui condividere l’interesse per la poesia e per i libri, con cui parlare a notte alta, gente con cui scambiare letture, incoraggiamento, critica costruttiva e sogni… Senza prendersi troppo sul serio, per carità. Qualcuno di affine, per tenersi in carreggiata a vicenda.

Perché, dice Heaney, la poesia è una fine combinazione di tecnica e di mistero. Per farne ci vuole una certa quantità di fiducia in se stessi e nel proprio talento, e ci vuole la pazienza d’imparare la tecnica, e ci vuole infinita pratica per affinare, imparare, cogliere l’ispirazione, cesellare. E poi nascondere la fatica certosina della creazione sotto la fluidità dell’opera finita.

È il lavoro di una vita. Un lavoro dannatamente difficile – ma, secondo Seamus Heaney, intessuto di molta felicità. 

gente che scrive · Poesia

Pillole

E così è oggi. Tutto finito. Tutto passato – e nel migliore dei modi.

Ad essere sincera, questo post è stato scritto ieri sera – perché mentre leggete qui, in tutta probabilità sto recuperando qualcuna delle innumeri ore di sonno sacrificate alla causa.

E ad essere altrettanto sincera, ieri sera ero troppo stanca per scrivere molto più che qualche pillola, per l’appunto.

Quella stanchezza giubilante che scioglie le ginocchia, invetria lo sguardo e fissa il sorriso in un arco di felice ebetitudine – non so se avete presente.

Perché tutto, tutto, tutto, ma proprio tutto è andato meravigliosamente bene.

Vi racconterò più in dettaglio, ma a titolo di anticipo, sappiate che:

I. Non credevo possibile che il mio grado di adorazione nei confronti di Seamus Heaney lievitasse ancora – e invece è successo.

II. I poeti contemporanei che hanno lavorato sui temi virgiliani – e sull’Eneide in particolare – sono più di quanti se ne immaginino. O quanto meno più di quanti ne immaginassi io. Rosanna Warren è qualcuno che voglio scoprire. E forse anche Allen Tate.

III. Mai, mai, mai sfoggiare un paio di scarpe con la prospettiva di molte ore in piedi e/o una camminata.

IV. Ted Hughes decise di studiare antropologia e poi diventò il poeta che conosciamo dopo un sogno ai limiti del melodrammatico, con volpi parlanti e macchie di sangue.

V. L’attuale presidente della repubblica irlandese è un poeta. Ed è un ottimo presidente.

VI. Trovarsi in autostrada sotto una grandinata dai chicchi grandi come uova è un nonnulla allarmante.

VII. Duecento studenti che ascoltano per due ore in rapito silenzio sono una vista che fa bene al cuore. Heaney, con la sua meravigliosa chiacchierata sulla poesia, li ha stregati, catturati, commossi e trascinati.

VIII. Si direbbe che la poesia mantenga lo spirito elastico e indistruttibile. Non c’è praticamente nulla da cui Heaney – classe ’39 – si tiri indietro o si lasci sconcertare.

IX. Magari per essere la moglie di un grande poeta non sono indispensabili vaste dosi di pazienza, intelligenza, sense of humour, discrezione e determinazione – però di sicuro aiutano.

X. Con un poeta si può discutere a lungo e meravigliosamente sul significato e la ragione di un trattino. Un trattino.

XI. On a different note, gli implumi mi hanno sorpresa una volta di più, e il Burbero Benefico anziché il bathos che temevo, ha finito con l’essere una deliziosa, ingenua postilla alle mie tre meravigliose giornate.

XII. Quando dicevo che sarei stata contenta una volta arrivata a domenica sera… be’, non è che mentissi – ma di sicuro non dicevo tutta la verità. Mi mancheranno i miei irlandesi, ma anche le corse, i ritmi forsennati e la qualità fiammeggiante degli ultimi tre giorni.

XII e mezzo. Non ho più tonsille. Nemmeno una briciola.

Ecco, dodici e mezzo è un buon numero. Credo che per adesso possa bastare. Come si diceva un tempo a chiusura dei telegrammi: seguiranno notizie.

anglomaniac · Poesia

Scavando

Ecco, fra poco me ne torno a Virgilio, a tradurre il secondo intervento di Heaney e a veder presentare il libro… 

Ieri l’incontro con gli studenti è andato straordinariamente bene, e Heaney è rimasto molto soddisfatto e gli studenti incantati.

E dopo tutto le poesie che dovrò leggere per Andreotti sono soltanto due – in Inglese, e nessuna delle due di Heaney, per cui iperventilo molto meno di quanto avrei potuto fare in circostanze diverse.

E mi è venuto in mente che, se non potete essere qui, non c’è motivo perché non possiate sentirlo: tra l’altro, Seamus Heaney è anche un magnifico lettore di poesie, sue e altrui.

E allora eccolo in questo piccolo video, mentre legge Digging, una faccenda vecchia e fondamentale a proposito di tradizione, eredità e, soprattutto, natura, rigore, gioia e fatica della poesia. 

Digging

Between my finger and my thumb
The squat pen rests; as snug as a gun.

Under my window a clean rasping sound
When the spade sinks into gravelly ground:
My father, digging. I look down

Till his straining rump among the flowerbeds
Bends low, comes up twenty years away
Stooping in rhythm through potato drills
Where he was digging.

The coarse boot nestled on the lug, the shaft
Against the inside knee was levered firmly.
He rooted out tall tops, buried the bright edge deep
To scatter new potatoes that we picked
Loving their cool hardness in our hands.

By God, the old man could handle a spade,
Just like his old man.

My grandfather could cut more turf in a day
Than any other man on Toner’s bog.
Once I carried him milk in a bottle
Corked sloppily with paper. He straightened up
To drink it, then fell to right away
Nicking and slicing neatly, heaving sods
Over his shoulder, digging down and down
For the good turf. Digging.

The cold smell of potato mold, the squelch and slap
Of soggy peat, the curt cuts of an edge
Through living roots awaken in my head.
But I’ve no spade to follow men like them.

Between my finger and my thumb
The squat pen rests.
I’ll dig with it.

da Death of a Naturalist (1966)

E Qui trovate la traduzione di A. Gentili.

Ok, fra poco vado. E no, non ce l’ho più l’orgia di lepidotteri nell’epigastrio. Col che spero di non avere abbassato la guardia, perché oggi è ancora giornata campale. Vado. Vado. Vado.



teatro · Vita al Villaggio

Il Tognin In Scena

fondazione antonio nuvolari, antonio nuvolari, laboratorio didattico, laboratorio di scrittura, laboratorio teatrale

Fra venti minuti parto per andare a recuperare gli Heaney – o forse anche mezz’oretta, perché è prestino ma non vedo l’ora. Francamente, arrivo sempre agli incontri con Heaney nervosissima, e poi il nervosismo di dissolve come neve al sole appena mi ritrovo in sua compagnia. Lui e la moglie sono persone così meravigliose… Ma mi diffonderò lunedì o giù di lì, quando avrò il tempo di farlo per bene.

Ma nel frattempo c’è anche il Tognin Nuvolari, e ci siamo quasi.

Domani. Prova generale indicibilmente disastrosa, sonoro deficitario, danze della (non) pioggia, costumi ancora… mah, implumi indetermonati e vagonelli, defezione del penultimo minuto, sostituto nervosissimo, speriamo di non trovare traffico di ritorno da Bologna, Spirito del Bardo tienimi la man sul capo…

Domenica pomeriggio, alle 18 e 30.

Vi farò sapere.

Wish me luck.

E adesso, un’altra tazza di te e poi a Virgilio, con Seamus Heaney e duecento e rotti studenti. E davvero: non sono nervosa nemmeno un dodicesimo di quanto lo fossi ieri a quest’ora. 

angurie · lostintranslation · Poesia · teatro

Giornate Campali

Per quello che posso solo considerare un corto circuito organizzativo, lo spettacolo degli implumi ha finito col sovrapporsi – si parva licet – alla tregiorni virgiliana di Seamus Heaney.

Lo ripeto: si parvissima licet, ma ciò non toglie che per la sottoscritta questo significhi un sacco di triplo galoppo e un’ansia che non vi fate un’idea.

Così, per dire, adesso mi precipito a scuola a sovrintendere alla prova generale de Il Benefico Burbero  – tristemente consapevole che il sonoro è quello che è, e che parte dei costumi è ancora una questione allo stato gassoso, e che, meteo pendente, ancora non sappiamo se alla fin fine avremo una piattaforma all’aperto di sette metri per otto o un palcoscenichino al chiuso, grande come due francobolli da sessanta centesimi accostati…

E comunque poi all’una devo essere sull’attenti, pronta a partire per Bologna per accogliere gli Heaney al treno, accompagnarli in albergo a Virgilio, e poi alla vernice di una mostra e poi a cena.

E poi domani c’è l’incontro con le scuole, per il quale non ho ancora finito di preparare la mia introduzione, e non so se sia troppo sperare che Professor H. abbia scritto il testo della sua lezione, così che possa dargli un’occhiatina preventiva, e dove, dove, dove li accompagnerò domani pomeriggio, se piovono cani&gatti come sembra promettere il Tetto dell’Aeronautica? Perché naturalmente i palazzi in città li hanno già visti, e…

E non cominciamo nemmeno a pensare al terrificante fatto che non ho ancora avuto un briciolo di tempo per prepararmi alla lettura delle poesie, perché salta fuori che, nella mia qualità di interprete con formazione teatrale, dovrò anche leggere tre – o forse quattro…

Ma non sono nervosa.

Non lo sono affatto.

Nemmeno per sbaglio. Nemmeno da lontano. Nemmeno remotissimamente.

Ecco.

E adesso sarà meglio che vada a scuola, perché manca molto poco perchè sia in ritardo.

Pensatemi. Wish me luck.

E no – non sono, non sono, non sono nervosa.

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ETA – Bollettino di guerra delle 11.30:

– La prova generale è stata un disastro inqualificato.

– Le poesie sono sette. Però nessuna è di Heaney.

– È un gran bene che io non insegni per davvero.

– Seguito a non essere, non essere, non essere nervosa.