musica · teatro

Alice In Balletland

Non avevo, non avevo, non avevo idea che esistesse questa versione danzata di Alice. Coreografia di Christopher Wheeldon, musica di Joby Talbot, e il Royal Ballet:

E la Regina di Cuori di Zenaida Yanowsky:

Magico, vero? E intelligente, e brillante… Oh, to be in England, now that April’s there – and Alice is on!

Buona domenica.

Digitalia · self-publishing

Librinnovando II

librinnovando, ebooks, convegno, roma, editoria digitaleOggi pomeriggio, esaurita la mia razione settimanale di Dickens, parto per Roma – destinanzione Librinnovando, seconda edizione.

Qui c’è il programma generale, e qui quello del convegno di domani, dove si parlerà di biblioteche, di didattica e di self-pulishing.

Come sempre, per chi non può essere a Tor Vergata, ci sarà modo seguire tutto a distanza, grazie ai bookbloggers di Ledita che cinguetteranno il convegno, e allo streaming curato da RaiEdu.

Vado piena di curiosità – sapete che quel che ha a che fare con l’editoria digitale m’interessa molto, ma i sono momenti in cui temo che la discussione in materia stia cominciando a incartarsi (ha, the pun!) un pochino. Non so voi, ma a tratti ho la sensazione che si cominci a sentir ripetere sempre la stessa manciata di argomenti… ebbene, prima che tutto questo si riduca a un’affannosa passeggiata circolare all’ombra di potenzialità che non sbocciano, c’è ancora tutto il tempo di cercare spunti nuovi. Per esempio le potenzialità narrative che si accompagnano alla rivoluzione tecnologica. Per esempio il fatto che forse, invece che aspettare che il modello anglosassone cominci a funzionare anche qui, si può pensare a qualcosa di diverso… E faccende come Librinnovando sono i luoghi ideali per questi fermenti.

Quindi vado piena di curiosità. Ne riparleremo.

bizzarrie letterarie · libri, libri e libri · Spigolando nella rete

Il Mistero Dello Scultore Misterioso

Lo so che la giornata mondiale del libro sarebbe stata lunedì, ma Shakespeare ha interferito. Col che non voglio dire che Shakespeare non sia materia libresca, ma sapete che cosa intendo.

E allora oggi riparo alla mancanza di lunedì con qualcosa che ha a che fare con i libri su vari livelli… 

Avevo sentito parlare di questa incantevole faccenda qua e là per la rete, avevo visto qualche immagine e progettato di postarci su – progettato in quella vaga maniera prima-o-poi…

Ma adesso trovo un reportage completo in proposito su questo bel blog chiamato Scissors + Paper Rock! e non ho scuse per rimandare ulteriormente.

E quindi lasciate che vi racconti una storia…

C’era una volta – e c’è ancora – a Edimburgo, la Scottish Poetry Library, dove un giorno di marzo dello scorso anno lo staff trovò su un tavolo una scultura di carta. Era un meraviglioso piccolo albero su un libro-piedistallo:

edinburgo, libri, sculture di carta

E il biglietto diceva così: …Sappiamo che una biblioteca è molto più di un edificio pieno di libri… un libro è molto più di un insieme di pagine piene di parole… Questo è per voi, in sostegno alle biblioteche, ai libri, alle parole, alle idee… (forse un gesto poetico?)

Da dove saltava fuori? Nessuno aveva visto nulla, nessuno ne aveva idea. Poi, alla fine di giugno, un altra scultura di carta comparve alla National Library of Scotland:

edinburgo, libri, sculture di carta

Un dono in sostegno alle biblioteche, ai libri, alle parole, alle idee… (& contro la loro fine)

E poi fu la volta della Filmhouse. Un piccolo, dettagliatissimo, meraviglioso cinema di carta…

edinburgo, libri, sculture di carta


in sostegno […] a tutto quel che c’è di “magico”.

E in luglio un uovo di drago allo Scottish Storytelling Centre:

edimburgo, libri, sculture di carta


Perché “C’era una volta un libro, e nel libro c’era un nido, e nel nido c’era un uovo, e nell’uovo c’era un drago, e nel drago c’era una storia.”

A questo punto la storia era diventata celebre, tutta Edimburgo e tutta la Rete (Twitter in particolare, visto che i biglietti erano sempre indirizzati al Twitter handle dell’istituzione rilevante) s’interrogavano sull’identità dello Scultore Misterioso. Lasciare le sculture di nascosto doveva essere diventato più difficile, dato il livello di curiosità e attenzione. ma questo non impedì allo Scultore di seminare altri due doni all’Edinburgh International Book Festival. Questo delizioso vassoio della colazione nel bookshop :

edinburgo, libri, sculture di carta


E questo libro/bosco allo stand dell’UNESCO:

edimburgo, libri, sculture di carta

“Nessun fanciullo ha facoltà di decidere da quali circostanze sarà circondato” (Robert Owen)

E poi alla fine di agosto questa lente d’ingrandimento comparve alla Central Lending Library:

 

edimburgo, libri, sculture di carta


Libraries are EXPENSIVE EXPANSIVE, diceva il biglietto. E la lente era puntata su una citazione di Edwin Morgan: “Quando entro, voglio che sia luminoso, voglio trovare tutto quel che c’è in piena vista.”

Fu a questo punto che l’Edinburgh Evening News tentò di trascinare lo Scultore allo scoperto dichiarando di conoscerne l’identità e di cominciare a trovare la faccenda un nonnulla tediosa… E concorderete con me che si trattava di uno stratagemma singolarmente poco sottile: non so immaginare la persona capace di tagliuzzare queste sculture mentre addenta un’esca giornalistica del genere.

E infatti lo Scultore non batté ciglio, se non riconoscendo la necessità di un finale appropriato per una buona storia. Questa storia, apparentemente, si doveva concludere là dove aveva avuto inizio, alla Scottish Poetry Library. Nella sezione delle antologie comparvero una cuffietta di piume e un paio di guanti striati come il dorso di un’ape:

edimburgo, libri, sculture di carta


Proprio come in una poesia di Norman MacCaig.

Insieme alla scultura c’era un messaggio di congedo in cui lo Scultore Misterioso si rivelava essere in realtà una Scultrice Misteriosa e definiva il suo delizioso, poetico gioco come un “minuscolo gesto” a sostegno dei posti speciali, delle cose impossibili…

edimburgo, libri, sculture di carta

 

Questa era la decima scultura, comunicava la Scultrice – il che significava che dovevano essercene altre due da qualche parte, altre due che nessuno aveva ancora notato…

E infatti, nei giorni successivi, fu la volta di un dinosauro al National Museum of Scotland…

edimburgo, libri, sculture di carta


…e di una strada sinistra nella stanza dedicata a Stevenson nel Writer’s Museum:

edimburgo, libri, sculture di carta


E a questo punto vi aspettereste qualche rivelazione, vero? E invece no. La Scultrice ha tenuto fede alla sua parola: non ha più dato segno di vita ed è rimasta anonima per davvero. Non stava cercando la fama, si direbbe. Aveva profuso una quantità d’impegno e di pensiero in un magnifico progetto, aveva scelto con cura istituzioni e libri, aveva reso omaggio a poeti e scrittori (primo tra tutti Ian Rankin) e in tutto questo aveva fatto ogni sforzo per rimanere dietro le quinte. E c’era riuscita.

Non era una trovata pubblicitaria, non era autopromozione. Era una dichiarazione d’amore nei confronti delle biblioteche, dei libri, delle parole, delle idee, dei posti speciali e delle cose impossibili.

E tutti vissero felici e contenti.

__________________________________________________

Per leggere la storia originale e vedere altre fotografie delle sculture e dei loro straordinari particolari, vi rimando ancora a Scissors + Paper Rock!: qui, qui e qui.

elizabethana · memories

A Shakespearean Rite Of Passage

Summer night, warm and damp to the point of stickiness. The lights are doused, and the chattering dies down to a trail of whispers. For a handful of moments, I can hear the crickets in the trees all around the theatre. One of those handfuls of moments calculated to break just when the audience has forgotten to breath – but I’m just eleven, and unaware of this kind of calculations.

Suddenly come a shaft of purplish light, and the bang of a trapdoor opening – then the witches climb onstage in a whorl of black rags and cackles, and run to crouch around the cauldron…

“Way to start,” mutters A., from the next seat. And although she is thirteen and bewildered, she is right. Far more than she knows. 

I am eleven, as I said, and this is my first Macbeth. My first Shakespeare. My first time at the Teatro Romano in Verona. My first less than traditional production. I know who Shakespeare is, but I never saw anything of his staged. As far as staged things go, my experience boils down to some children’s plays and a few nights at the opera – very traditional-minded productions. I’m not prepared for a tale of Medieval kings in Scotland changed – no, distilled to an affair of empty stage, shadows, cutting lights and nondescript, black costumes.  

I’m not even sure I like it all that much. Why, truth be told, I think I’m rather disappointed. Everything is so grim, so dark, no tartan sashes, no cloaks, no swords, no crenellated towers, nothing of what I had expected… And then, little by little, with no bells and whistles to keep my attention, I start to concentrate on the words. Not just the plot, but the way the words make the plot different from its synopsis. Yes, yes, the witches, the prophecy, the regicide, the folly, the defeat, it’s all there. But the creeping fear and guilt, the hoot of the night birds, the ghost, the blood stains that won’t go away, the boughs from Birnam Wood closing in… it all takes life from the power of the words, in a way no painted scenery, no elaborate costume could ever convey. And not just life, but truth.

And mind you, when we file out of the theatre I’m still eleven, and I’m not entirely convinced of what I saw. I still much prefer crenellated towers and period costumes, and I secretly hope all theatre needn’t be like tonight. And yet, when Father asks did I like the Macbeth, and I say yes, it’s not a complete lie. I may not have liked it in the usal sense of the word, but I know I’ve gone through some rite of passage. A door has opened on something that I don’t fully understand yet, but looks meaningful. Something that has to do not only with tales, but the way tales are told. Something that I want to understand – and learn, if I can.

Now, more than twenty-five years later, I know that what Shakespeare taught me that night was the power of words. A similar production of a weaker play would have just bored me, but because Shakespeare’s words were so powerful, the young girl I was grasped the essence of the story – and something else too: a hazy notion that, while the production and the acting were modern interpretation, through the words the long dead Shakespeare was still speaking to me across the centuries.

It was very hazy back then, I grant you, but it was to grow, branch out, develop into several tenets of my faith in words, when it comes to history, literature, and writing. Not bad for one shakespearean night, was it?   

____________________________________________________

This (bilingual) post is my contribution to the Shakespeare Birthplace Trust “Happy Birthday Shakespeare” project. For a week, starting today, bloggers all around the world will post all kinds of Shakespearean musings.

elizabethana · grillopensante

Un’Iniziazione Shakespeariana

Sera estiva, calda e appiccicosa. Le luci si spengono, con i loro aloni affollati di zanzare e il chiacchiericcio si disfa in uno strascico di bisbigli. Tra gli alberi sul fianco della collina tutt’attorno al teatro si sentono frinire i grilli – questione di un attimo. Uno di quei lunghi attimi calcolati per rompersi quando il pubblico si è dimentcato di respirare – il genere di cose di cui, a undici anni, ancora non so nulla.

La lama di luce livida e il colpo della botola che si apre succedono nello stesso istante – poi le streghe si arrampicano in scena in un turbinio di stoffa nerissima e risate, e si accucciano attorno al calderone…

“Cominciamo bene,” mormora A., seduta alla mia destra. E ha più ragione di quanto possa immaginare.

L’ho detto: ho undici anni, ed è il mio primo Macbeth. Il mio primo Shakespeare. La mia prima volta al Teatro Romano di Verona. La mia prima regia men che tradizionale. So chi è Shakespeare, ma non ho mai visto nulla di suo, e la mia esperienza di cose che si vedono su un palcoscenico è limitata a qualche spettacolo per bambini e all’opera, dove tutto si prende molto alla lettera. Non sono preparata a vedere una storia di re scozzesi trasformata – distillata in una faccenda di scene vuote, ombre, luci taglienti e gente vestita di nero.

Non sono affatto certa che mi piaccia poi granché. Anzi, a dirla tutta, sono un nonnulla delusa. È tutto così truce e buio, senza un’ombra di tartan, senza una spada, senza niente di quel che mi aspettavo… E poi, un po’ per volta, senza niente a distrarmi, mi lascio catturare dalle parole. Non soltanto dalla storia, ma dal modo in cui le parole rendono la storia diversa dal suo riassunto sul programma di sala. Streghe, profezia, regicidio, follia, sconfitta – sì, d’accordo. Ma la paura, lo stridere degli uccelli notturni, i fantasmi, le macchie di sangue, il frusciare minaccioso delle fronde del bosco di Birnam… è tutto nelle pieghe delle parole.

E badate, non è che esca dal teatro convintissima di quel che ho visto. Ho ancora solo undici anni, e una debolezza per le scene dipinte e i costumi period, e tutto sommato spero che il teatro non debba essere sempre così. Eppure, quando mio padre mi chiede se mi è piaciuto e rispondo di sì, non è una completa bugia. Forse non mi è piaciuto nel senso abituale del termine, ma è stata un’iniziazione. Una finestra aperta su qualcosa che non capisco fino in fondo, ma che ha l’aria di essere significativo. Qualcosa che ha a che fare non solo con le storie, ma con il modo in cui le storie si raccontano. Qualcosa che sono intenzionata capire – e imparare, se posso.

Adesso, a più di venticinque anni di distanza, so che quella sera a Verona Shakespeare mi ha insegnato la forza delle parole. Una produzione altrettanto spartana di un lavoro meno significativo mi avrebbe soltanto annoiata, ma siccome le parole di Shakespeare erano così potenti, la bambina che ero aveva colto l’essenza della tragedia – e anche qualcosa d’altro. Una vaga impressione che, indipendentemente dall’interpretazione moderna del regista e degli attori, attraverso le sue parole, persino in traduzione, Shakespeare parlasse ancora a cinque secoli di distanza.

Era tutto molto vago allora, lo ammetto, ma era destinato a consolidarsi, far talea e svilupparsi in vari articoli della mia fede nelle parole, in fatto di storia, letteratura e scrittura. Non male, per una serata a teatro, direi.

____________________________________________________

Con questo post (bilingue) SEdS partecipa al progetto Happy Birthday Shakespeare, dello Shakespeare Birthplace Trust. Per una settimana a partire da oggi, bloggers di tutto il mondo posteranno ogni genere di rimuginamenti shakespeariani.

musica

I Pescatori Di Perle

A quanto pare, negli Anni Novanta in Francia uscì questa collezione di video d’opera – non le opere intere, ma le storie raccontante con i brani più celebri. Una faccenda à la Baricco, per capirci. Oppure Baricco faceva faccende à la Opéra Imaginaire.

Ad ogni modo, ecco a voi Les Pêcheurs de Perles*, di Bizet. Nicolai Gedda ed Ernest Blanc cantano Au fond du temple saint – che fa sempre un bel sentire – e una delicata animazione riesce a far sembrare quasi sensata la storia. Quasi, perché il libretto è di un’inconsistenza notevole persino per gli standard del genere – al punto che dell’opera esistono varie versioni, a riprova di più tentativi di dare un’ombra di credibilità drammatica all’insieme.

Oh, e da qui non si capisce – ma non vi stupirete se vi dico che le necessità drammatiche implicano la morte del baritono, pugnalato da uno dei pescatori cui ha messo a fuoco il villaggio per creare un diversivo**. Ma a voi non dispiace la maniera in cui tutti all’opera si aspettano che il baritono muoia/si faccia da parte/si penta/parta per le Americhe/si sacrifichi variamente per consentire al soprano di convolare con il tenore?

Oh well.

Buona domenica.

_____________________________________________

* Sono indecorosamente soddisfatta perché, tentando uno shortcut a caso, ho imbroccato al primo colpo la e con l’accento circonflesso. Per la cronaca, Alt + 0234. No, così…

** Ammetto che, se fossi un pescatore di perle, forse vorrei pugnalare il baritono che mi ha incendiato la capannuccia con vista mare per far scappare il tenore e il soprano. Tanto più che tenore e soprano li aveva denunciati lui in un momento di furia gelosa… Still, povero Zurga.

gente che scrive · Spigolando nella rete

Buon Compleanno, Charlotte

charlotte brontë, jane eyre, shirley, elizabeth gaskell, juliet barker, george richmondDomani Charlotte Brontë compirebbe 196 anni.

Sì, lo so, non è una cifra particolarmente tonda, but never mind. Nel Sedici, se SEdS sarà ancora in piedi, vi capiteranno charlottitudini in un’abbondanza e frequenza paragonabili al Dickens di quest’anno, perché è così che funzioniamo qui.

Per il momento ve la cavate con una collezione di link rilevanti.

Cominciamo con il Progetto Manuzio, dove dobbiamo constatare che c’è soltanto Jane Eyre. In una varietà di formati – compreso un libro parlato – ma solo quello. E sia chiaro che non ho assolutamente nulla contro JE, ma Charlotte ha scritto altri tre romanzi, tonnellate di juvenilia e una certa quantità di poesie e – se non è del tutto improbabile che delle poesie si possa fare a meno – i romanzi meriterebbero di essere letti.

Se lo volete fare, però, bisogna farlo in Inglese.

Qui trovate la collezione completa (romanzi e poesie, più Mrs Gaskell’s Life of Charlotte Brontë*) sul sito dell’università di Adelaide. Potete leggere in html, stampare oppure scaricare in formato ePub o Kindle. E se posso, vi consiglio in particolare Shirley, con la sua popolazione di curati irlandesi e imprenditori alle prese con il luddismo.

Per quanto riguarda le opere giovanili, si tratta di un territorio ancora abbastanza inesplorato e ben poco pubblicato – il cui fascino risiede nella possibilità di vedere la formazione di una scrittrice a partire dall’infanzia. Charlotte cominciò a scrivere prestissimo, mettendo su carta le storie che ambientava nel suo mondo immaginario, quella colonia africana di Angria che aveva creato insieme al fratello Branwell. In proposito qui potete trovare una storia di fantasmi tratta da una novella intitolata The Green Dwarf, qui un bel sito dell’Università del Missouri dedicato a due racconti giovanili – rigorosamente angriani – intitolati Lily Hart e The Secret.

La cosa interessante è che nelle opere adulte di Charlotte, anche ciò che è autobiografico (per esempio Bruxelles e Constantin Héger – ne abbiamo parlato qui) arriva sempre attraverso Angria. Ad esempio, Jane Eyre, l’istitutrice bruttina e determinata, è l’evoluzione di alcuni personaggi femminili sviluppati nel mondo immaginario. E allora lasciate che vi segnali la più affascinante biografia letteraria che abbia mai letto: The Brontës, di Juliet Barker – un tomo spesso una spanna che ripercorre vita, morte e miracoli di tutta la famiglia, basandosi su lettere, diari, documenti di ogni genere e soprattutto gli scritti giovanili. Se volete conoscere Charlotte da vicino, credo che non ci sia di meglio. Lo trovate qui – e c’è anche in versione Kindle.

E non crederete che non ci sia una Brontë Society, vero? Il mondo anglosassone ha associazioni per tutto, e non poteva mancarne una per questa notevole famiglia – con sede al Brontë Parsonage, la casa parrocchiale in cui Charlotte crebbe scrivendo e immaginando. charlotte brontë, jane eyre, shirley, elizabeth gaskell, juliet barker, george richmond

E infine una parola sui due ritratti che illustrano il post. In alto a sinistra vedete quello che l’editore George Smith commissionò al ritrattista George Richmond. Il babbo di Charlotte lo trovava somigliantissimo in tratti e in espressione, benché fosse stato dipinto in un abisso di sconforto per la modella e in estremo imbarazzo per il pittore. Nelle sue memorie Richmond racconta che Charlotte gli si presentò in studio terrorizzata e ostile. Lui cercò di metterla a suo agio, le offrì il tè e la invitò a togliersi il cappellino perché potessero lavorare. Charlotte obbedì, scoprendo un oggetto d’incerta natura, una specie di matassina marrone che portava in testa. Perplesso, Richmond suggerì che forse Miss Brontë voleva togliere anche quel… quella.. er… quell’oggetto che… E la povera Charlotte scoppiò in lacrime, perché l’oggetto era un toupet, destinato a migliorare l’aspetto della non rigogliosissima capigliatura. Singhiozzi, costernazione, imbarazzo, fuga e in seguito ci volle tutta la capacità di persuasione di George Smith* per indurre Charlotte a tornare da Richmond e farsi ritrarre.

E a quanto pare era prassi comune: tutti restavano tra lo stupito e il deluso nell’incontrare l’autrice di Jane Eyre. Come poteva una scrittrice di tale potenza e audacia essere quel topolino di donna, fragile, brutta e patologicamente timida? C’è una lettera della figlia di Thackeray che racconta l’indicibile difficoltà di fare conversazione con Miss Brontë a una serata organizzata in suo onore… A un certo punto, incapace di sopportare lo spettacolare fallimento della sua iniziativa social-letteraria, Thackeray se ne fuggì di soppiatto al suo club.

E siccome per i lettori adoranti era difficile accettare che il loro idolo fosse una creatura del genere, ecco la celebre e diffusissima incisione colorata che vedete qui accanto – nominalmente tratta dal ritratto di Richmond, graziosa, elegante, menzognera, generica e tanto più conforme all’idea di come debba apparire una scrittrice.  Dove si vede che certe politiche editoriali, come la bella foto in quarta di copertina, in fondo non sono nulla di nuovo, vero?

__________________________________________________________

* Un piccolo caveat: questa è la prima biografia di Charlotte, scritta poco dopo la sua morte da una sua amica che aveva conosciuto bene lei e la famiglia. Tuttavia, Mrs. Gaskell era fermamente intenzionata a costruire il personaggio della donna di genio maturata in circostanze romanzescamente avverse. Per lo più, le biografie più recenti dipingono un quadro ben diverso della famiglia – in particolare del povero reverendo Brontë. che Mrs. Gaskell ritrae come un feroce e incolto tiranno domestico, e invece pare essere stato anything but.

** George Smith, incidentalmente, era innamorato di Charlotte – con scarsissima soddisfazione della famiglia di lui, che era il ragazzo d’oro dell’editoria londinese. A Mrs. Smith davvero non pareva il caso che il suo giovane, affascinante, ricco e bel figlio sposasse una piccola romanziera dello Yorkshire, più vecchia di lui, completamente spiantata e priva di grazie sociali… Tutto sommato avrebbe potuto evitare di preoccuparsi: Charlotte era ancora così innamorata del Professor Héger che rifiutò il povero George nella più pubblica delle maniere – in un romanzo. 

grilloleggente · libri, libri e libri

Il Piccolo Principe E Io

il piccolo principe, antoine de saint-exupéryCi sono libri da cui è difficile stare lontani.

O forse sarebbe il caso di dire che certi libri non vogliono starsene lontani – senza un’ombra di riguardo per i nostri sforzi in materia.

Avevo quattro anni quando qualcuno, in un malguidato moto di affetto e zelo, mi regalò una versione illustrata de Il Piccolo Principe, di Antoine de Saint-Exupéry. Immagino che dovesse sembrare una buona idea al momento – e in effetti mia madre mi dice che si trattava di una bellissima edizione*, con una buona traduzione del testo integrale e illustrazioni molto raffinate.

I miei ricordi in materia sono molto più nebbiosi e molto meno lusinghieri. Ricordo, per esempio,  mia madre che fa qualche tentativo di leggermi la storia – circostanza significativa in sé, perché a quattro anni sapevo leggere e tendevo a fare per conto mio. Ricordo anche un’antipatia per l’ansia di addomesticamento della Volpe. E, per quanto riguarda le raffinate illustrazioni, ricordo il disegno cappelliforme del serpente che ha mangiato un elefante. E soprattutto ricordo una generale impressione che storia e raffinate illustrazioni fossero deprimenti come una domenica pomeriggio di pioggia. il piccolo principe, antoine de saint-exupéry

E quindi, quando in prima media ritrovai il PP nella biblioteca scolastica, mi sentii autorizzata a considerarlo già letto. A dire il vero, gli avrei dato a wide berth anche se non mi ci fossi sentita – cosa che ebbi la cattiva idea di dire, lasciando perplessa un’insegnante di Lettere che si era aspettata di meglio da me… 

Ma se credevo di avere finito con il PP, era chiaro che il PP non aveva finito con me. Dovevo avere dodici o tredici anni quando, un’estate in cui il lavoro non consentiva loro di assentarsi da casa, i miei genitori mi spedirono in montagna con l’Azione Cattolica Ragazzi. Ho un ricordo indelebile dell’istante in cui, sbarcata dal pullman insieme a una cinquantina di altri ragazzini, mi ritrovai davanti al cancello della casa che ci avrebbe ospitati. Tra i pilastri era appeso uno striscione bianco. E sullo striscione bianco era scritto in lettere rosse “Ci guadagno il colore del grano!!” Con due punti esclamativi. Dovete capire: già il fatto di trascorrere due settimane in compagnia di tanti estranei non mi entusiasmava affatto, ma la prospettiva di due settimane di PP era del tutto ghastly. Se avessi potuto, sarei tornata a casa all’istante. Non potevo, e mi toccò indossare magliette con il dannato motto, cantare canzoni in tema, partecipare a infinite riflessioni sulla candida saggezza del PP, l’aridità dell’Uomo d’Affari e la futilità della vita del Geografo, essere zittita ogni volta che provavo a obiettare, giocare a versioni piccoloprincipesche di ogni gioco conosciuto all’umanità animante e animata, scorrazzare per i pendii impersonando baobab e stelle dorate… Poi, come piacque al cielo misericordioso, un sacerdote più dissennato della media condusse l’intera tribù a dissetarsi in un ruscello a valle di un gruppo di case. Essendo figlia di un Alpino, sapevo che era cosa da non farsi – ma nessuno mi diede retta quando lo dissi. L’indomani le cuoche e io eravamo le sole persone in piedi e senza problemi intestinali. Brusca interruzione del campo scuola con cinque giorni di anticipo, precipitoso rientro a casa e, se non altro, mi fu risparmiata la serata finale con canzoni attorno al fuoco e recita, in cui avrei dovuto fare la parte della Volpe – e chiedere istericamente di essere addomesticata, per favore.

il piccolo principe, antoine de saint-exupéryE tuttavia ero molto giovane e dovevo ancora imparare che il Fato è beffardo e capriccioso, e quando concede di questi near escapes, poi si compiace di esigere il conto in tempi e maniere inaspettati. Magari nella forma di una giovane insegnante di Francese che, con un sorriso di quelli che interferiscono con la navigazione aerea, annuncia a una Quarta Ginnasio: Mais j’ai de bien bonnes nouvelles pour vous! Savez-vous ce que nous allons lire? Le Petit Prince!! E i due punti esclamativi non erano scritti da nessuna parte, ma erano evidenti nel tono. La signora doveva avere un’adorazione per il libro, perché per buona parte dell’anno scolastico ce ne sorbimmo in quantità industriali, scrivemmo riassunti e dialoghi, speculammo sulle motivazioni dei personaggi e sulla profondità del messaggio… Credo che, attorno a Natale, persino le mie compagne cui il principastro piaceva dovessero averne fin sopra le orecchie. Io ero idrofoba – e a maggior ragione perché guai ad avanzare dubbi sulla bellezza, profondità, saggezza e generale perfezione della dannata storia…

Ecco, superata la prima adolescenza, posso dire che non mi sono più capitate massicce esposizioni al PP. Naturalmente non è un titolo che, con il suo status di capolavoro universale e le sue legioni di adoratori, si possa evitare del tutto – ma c’è di buono che, se non altro, ero equipaggiata per discuterne. Equipaggiata per sostenere che si tratta in fondo di una graziosa favoletta dal tono di predica, dalla sconsolante ovvietà e dalla marcata tendenza a sbattere il Messaggio in testa al lettore. Son tesi che ho sostenuto molte volte e spesso sostengo – anche perché, lo confesso, trovo divertenti le reazioni che ottengo facendolo.

Se è impossibile leggere due righe del PP senza immaginare un narratore con l’indice levato e gli occhi tondi e scintillanti di zelo pedagogico, è impossibile anche dar voce ai propri dubbi sul PP senza che qualcuno inorridisca. Ma come? Non ti piace il Piccolo Principe? Ma come può non piacerti il Piccolo Principe? Ed è implicito che dobbiate essere persone dal cuore cinico e duro…

Che posso dire? È interamente possibile che sia fornita di un cuore cinico e duro – ma non è affatto impossibile che troppo PP nei miei più teneri e impressionabili anni abbia avuto la sua parte nell’indurimento. Non il PP in sé, perché in fondo è irragionevole biasimare un libro perché è quel che è. A rendermi cinica è stato il generale atteggiamento di indiscriminata e dogmatica ammirazione, il modo in cui non era ammesso trovarlo men che perfetto e imprescindibile.

Forse, se non mi fosse stato imposto di amarlo**, non avrei sviluppato un’allergia violenta nei confronti del PP, e invece di essere qualcosa cui dedicare rant e un ostacolo che mi rende riluttante a leggere qualunque altra cosa Saint-Exupéry abbia scritto, sarebbe solo una lettura che non ho apprezzato, senza traumi e senza conseguenze.

________________________________________________

* E a posteriori sospetto che dovesse trattarsi di una delle innumerevoli riedizioni della traduzione Anni Quaranta di Nini Bompiani Bregoli, con illustrazioni dell’autore. Non sono in grado di controllare, perché non vedo il libro in questione da decenni – e non ho la minima intenzione di tentare di disseppellirlo dai recessi della soffitta.

** Però vorrei scagionare la donatrice originale e mia madre, che non imposero proprio nulla. Tentarono di farmi apprezzare il PP perché a loro piaceva, ma quando videro che non funzionava, non insistettero né disapprovarono. I problemi cominciarono più tardi…

 

Digitalia

Recupero Tesori Sommersi

E oggi volevo segnalare questo progetto avviato su Kickstarter: Save the Sci-Fi!

Prima di tutto, voi lo sapete che cosa è Kickstarter? Io l’ho scoperto di recente: è una piattaforma dedicata alla raccolta di fondi per progetti creativi e commerciali. Si presenta un progetto (dalla pubblicazione di un libro alla creazione di un allevamento di api a Brooklyn), si pone un obiettivo e si chiedono finanziamenti offrendo segni di riconoscenza commisurati all’entità del finanziamento – dall’adozione di un’ape* alla chiave di un negozio di libri…

I progetti restano attivi per un massimo di sessanta giorni, e alla fine si procede alla raccolta dei finanziamenti solo se la somma delle cifre offerte raggiunge o supera quella richiesta inizialmente.

L’idea è ottima, e molto americana in principio e, a giudicare dalle cifre che si vedono sul sito, può funzionare col giusto tipo di progetto e di pubblicità.

Apparentemente il progetto di cui vi parlo ha avuto tutto il successo possibile – and then some, visto che ha raccolto più del quadruplo dei finanziamenti richiesti per avviarlo.

Così adesso immagino che i membri del gruppo Singularity & Co. siano impegnati a organizzarsi per recuperare e ripubblicare in versione digitale i vecchi classici di fantascienza ormai fuori catalogo e altrimenti destinati all’oblio…

bello, vero?

Ora, dite la verità: non vi è mai capitato di digrignare i denti di fronte alla scelta di titoli digitali? I classici tornati nel pubblico dominio da un lato, le nuove uscite dall’altro – e in mezzo il nulla. Non avete mai desiderato il resto? I titoli che sono fuori catalogo senza essere pubblico dominio? Ebbene, ecco Singularity & Co.

E a questa magnifica idea arrivo dal lato della fantascienza principalmente perché da qualche tempo frequento in rete gente molto fantascientifica, ma le potenzialità di progetti di questo genere non hanno fine. Vero è che non tutti i generi saprebbero raccogliere questo genere di entusiasmo, ma spero tanto che qualcuno ci provi con i vecchi romanzi storici – tutti quei titoli che adesso bisogna dissotterrare dai banchetti digitali dei sellers di Amazon…

Singularity & Co. è formata da gente di senso pratico: la presentazione del progetto include l’intenzione di venire a capo della questione dei diritti d’autore per decine e decine di vecchi contratti che non contemplano i diritti digitali, dando a ciascuno il dovuto – hence la necessità di finanziamenti.

“Meglio ancora,” promettono questi meritevoli pionieri, “una volta che avremo messo insieme un metodo per farlo, lo renderemo pubblico, così che il salvataggio digitale non debba limitarsi alla fantascienza.”

Ormai il progetto in questione è abbondantemente finanziato e, spero, sulla strada della realizzazione. Auguro a Singularity & Co. la miglior fortuna e un destino di capostipite – perché se è senz’altro vero che le potenzialità del digitale vanno ben al di là della semplice digitalizzazione del cartaceo, non vedo una ragione al mondo per cui quel che è stato scritto per la carta debba necessariamente essere condannato all’oblio senza appello.

_____________________________________________

* E sì, lo ammetto: questa cosa delle api a Brooklyn mi affascina. Per la cronaca, mancano ancora 9 giorni e le promesse coprono il 61% dell’obiettivo. Non sono certa che andrà a buon fine. Peccato.  – ETA 17.IV: E invece è andato in porto. Un alveare cresce a Brooklyn!

 

musica

Joan Of Arc

Parlavamo di Giovanna d’Arco, vero? E delle numerose canzoni ispirata a lei. No, in realtà di questo non abbiamo parlato davvero – ma rimediamo subito con Leonard Cohen e il suo dialogo tra Giovanna e il fuoco, che personalmente trovo di una bellezza da brividi.

E d’altra parte si sa che ho una debolezza per Leonard Cohen. Se lo chiedete a me, forse G. B. Shaw, Ingrid Bergman e Cohen sono i tre singoli individui che hanno giovato di più a Giovanna nell’ultimo secolo e mezzo…

E buona domenica.