musica · Poesia

La Campagna di Virgilio

ETA: Rimandato per previsioni di pioggia torrenziale e freddo fuori stagione. In data da destinarsi, come usa dire in questi casi… Vi farò sapere.

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Idilli virgiliani in dialogo tra poesia e musica sotto gli alberi secolari di Corte San Giovanni* 

ben venga maggio, virgilio, lusit orpheus, ettore spagna, comune di roncoferraro, corte san giovanni

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* In loco debitamente mantovano, tra Roncoferraro e la Garolda…

angurie · teatro · Vitarelle e Rotelle

L’Escargot Sans Peur

[Tutto questo è, a suo modo, vero. O forse no – fate un po’ voi. Ed è per F. & L. Ed è anche per Gabri-La-Regista*, con cui non si arriverà mai ad essere d’accordo in fatto di teatro dell’assurdo… ]

III Campanello. Buio in sala.

SIPARIO.

Sono i frenetici minuti che preludono a una serata di prove. Prove d’insieme. Prove in cui cast&crew riuniti si misurano nell’ordine della cinquantina. Il luogo è saturo di gente che parla a voce troppo alta, di costumisti disperati, di bambini che corrono (oh, perché, perché, PERCHÈ abbiamo voluto bambini in scena?)… E la regista com’è suo solito è arrivata in ritardo, e l’aiuto-regista è affannata…

F. “Hai ricevuto la mia mail?”

C. “No… il mio account fa i capricci, in questi giorni. Ricevo un messaggio su dieci.”

F. “Fantastico. Be’, c’era scritto che siamo incasinati con la scena della battaglia navale, ma adesso lo vedi da sola. A volte non so come diamine ti vengano in mente certe cose…”

C. “Si chiama ispirazione. Considerala un complicato, quasi preternaturale processo alchemico. Facciamo un ululato congiunto, vuoi? Qui c’è urgente bisogno di disciplina.”

F. “Però senti, mi ha chiamata G.”

C. “Ossignor.”

F. “Non ti fai un’idea. Un’ora di telefono. E vuole che ti dica tutto tutto tutto.”

C. “Oh. Magari un altro momento, vuoi?”

F. “Ti telefono domani mattina?”

C. “Ssssì… No: mandami una mail.”

F. “Una… Ma se hai detto che non le ricevi!”

C. “Appunto.”

F. “Anch’io ti voglio bene.”

C. “Magnifico. Ululato al mio tre. Uno… due…”

Buio – quanto basta per un fulmineo cambio di scena.

Una enorme cucina lustra, tutta acciaio e piastrelle, dove una decina di persone si occupa di cucinare una cena vegana-macrobiotica. Lo spettacolo è andato bene, e la scena della battaglia è andata bene, e le notizie di G. sono passate sotto l’uscio, I believe, ma in realtà sono trascorsi alcuni anni, e nessuno se ne ricorda granché. F. è intenta a cucinare polpette di miglio con gli altri. C. non si azzarda a metter dito e conversa con L.

C. “Ma secondo te, le lumache hanno fegato?”

L. “In che senso?”

VOCE IN QUINTA “Questo non è il mio coperchio!”

C. “In uno di due possibili sensi. O magari anche entrambi. Imprimis: le lumache hanno coraggio?”

L. “Sì. Le lumache sono intrepide. Anzi, sono impavide.”

VIQ “Non sa di niente! Aggiungici della curcuma. Tanta curcuma.”

C. “Impavide, sì. E in secondo luogo: le impavide lumache hanno un organo che faccia le funzioni di quel che chiamiamo fegato?”

L. “Non lo so, ma in fondo la domanda è un’altra: Che Cosa Se Ne Fanno Le Lumache Di Un Fegato?”

C. “Oh, cosa mi fai ricordare…”

Flashback: in un angolo della scena un occhio di bue s’accende illuminando la cattedra di un’aula di liceo, vent’anni prima. Il Prof. interroga. E. è interrogata.

Prof. “Ma forse è il caso di chiarire una cosa: le lumache ci vedono?”

E. (dopo un istante di riflessione) “No, però sanno dove vanno.”

L’occhio di bue si spegne. Flashforward alla cucina macrobiotica.

VIQ “Lo zucchero raffinato è il Male Assoluto…”

C. “Comincio a pensare che le lumache abbiano ben poche necessità…”

F. (balza fuori da dietro una quinta d’acciaio e piastrelle e punta un indice accusatore) Ha! Ho sentito tutto!** E adesso tu questa cosa la scrivi, vero?”

C. (cerca di apparire contrita) “Peut-être.”

VIQ “Non hanno un’aria molto fritta. Hanno un’aria sciolta…”

F. “E fra una decina d’anni io mi ritrovo a due sere da una prima, a disperarmi con cinquanta persone, l’Uomo delle Luci, pittura color acciaio e costumi da lumaca?”

C. “Non mi era nemmeno passato per la mente, ma adesso che lo dici…” (spicca il balzo ed esce a destra)

F. “Bugiarda! Scrittori, vil razza… Ehi! Stai lontana da quel taccuino…!” (balza all’inseguimento ed esce a destra).

L. (a nessuno in particolare) “Io faccio la parte della lumaca. La lumaca impavida.”

VIQ “L’ho già detto che questo non è il mio coperchio -erchio -erchio -erchio…?”

Nuvole di vapore.

Buio.

La VIQ si spegne lentamente. -erchio -erchio -erchio…

SIPARIO

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ADDENDUM METATEATRALE:

R. (legge L’Escargot Sans Peur e cachinna) “A volte, Clarina, non so come ti vengano in mente queste cose…”

Clarina “Well, se dovessi davvero spiegarlo…”

R. “Si chiama ispirazione? Devo considerarla un complicato, quasi preternaturale processo alchemico?”

Clarina “O forse no. Fa’ un po’ tu…”

SIPARIO PER DAVVERO

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* Nulla a che vedere con il G. nominato più sotto. Stessa iniziale – tutt’altra persona.

** Si capisce che nella realtà dei fatti F. non ha ascoltato affatto – men che meno celata – ed è stato necessario ripeterle la conversazione per filo e per segno, ma converrete che tale ripetizione non funzionerebbe mai, da un punto di vista teatrale. Nemmeno in una pétite pièce absurdiste come questa. Anche se forse, ripensandoci... È una seconda stesura che vedo davanti a me?

grilloleggente · libri, libri e libri

Costruttori Di Ponti

C’è stata una vita precedente in cui la mia ambizione lavorativa era quella di costruire un ponte.

D’accordo, anche un teatro mi avrebbe resa molto felice, ma un ponte era un’altra cosa – ed era tutta colpa di Kipling, per questo racconto che si chiama, appunto, The Bridge Builders.

A dire la verità non credo che sia il migliore racconto di Kipling in assoluto, e la chiusa mi ha sempre lasciata un po’ così. Un po’ un anticlimax, dopo la sovrannaturale discussione del ponte. Ma soprattutto c’è l’epico lavoro di costruzione del ponte stesso, “brutto come il peccato e solido come una roccia”, con questi due ingegneri inglesi e il loro capomastro indiano che domano il Gange a furia di duro lavoro e determinazione…

ponte, teufelsbruecke, ponte in letteraturaOh, d’accordo: oggidì e alle nostre latitudini c’è ben poco da domare, ma la costruzione di ponti rimane, in letteratura e in leggenda, una faccenda ai limiti dell’eroico e carica di significati simbolici, perché per tanta parte della storia è stata tanto difficile quanto fondamentale, e per tutte le connotazioni di superamento, ravvicinamento e trionfo sulla natura che si porta dietro. 

Forse per noi è difficile apprezzare l’importanza e difficoltà di un ponte nei secoli in cui un fiume poteva essere una barriera invalicabile al passaggio, ai commerci, a ogni genere di contatto. I ponti erano fondamentali, i ponti allargavano gli orizzonti, i ponti si difendevano a ogni costo, i ponti facevano la fortuna e la ragion d’essere di un centro abitato, i ponti erano un elemento di civilizzazione… Però prima bisognava costruirli.

E non era detto che fosse facile. Al punto che certi ponti particolarmente audaci e/o belli non sembravano potersi spiegare altro che con qualche intervento sovrannaturale. E nemmeno un intervento qualsiasi, visto che per secoli il pontiere privilegiato nell’immaginazione popolare è stato il diavolo in persona. tufelsbruecke, ponte del diavolo

L’Europa è disseminata di Ponti del Diavolo, in genere archi di pietra a schiena d’asino che scavalcano orridi profondissimi in campate stupefacenti, oppure enormi arnesi fortificati e possenti. E se le guide locali tendono a raccontarli come reliquie romane spiegate con l’intervento diabolico negli ingenui e timorosi secoli bui, in realtà si tratta per lo più di opere medievali o più tarde. Il che è ancora più affascinante, se ci pensate: non si trattava di spiegare col diavolo qualcosa d’incomprensibile, quanto di attribuire all’intervento diabolico qualcosa di utile e bello che però aveva richiesto sforzi sovrumani e, probabilmente, più di una morte sul campo.

james joyce, ponte del diavoloEd ecco fiorire le leggende – così numerose e così diversificate che la Classificazione Aarne-Thompson ne fa una categoria a sé, con un certo numero di varianti: c’è la sfida tra il diavolo e i costruttori di ponti, c’è la sfida tra diversi costruttori – uno dei quali aiutato dal diavolo – c’è il patto con il diavolo tout court… A ricorrere in tutti i casi sono due elementi: il ponte è così importante che si è disposti a far patti col diavolo, e il diavolo vuole essere pagato in anime. Dopodiché, in genere, qualcuno di astuto trova il modo di ingannare il diavolo, che sa fare i ponti ma non è bravo ad esigere i pagamenti e, nella maggior parte dei casi, deve tornarsene all’averno con le pive nel sacco e qualche animale per tutta ricompensa*. E il ponte resta lì, in tutta la sua gloria, audacia e utilità. 

Esiste anche un altro tipo di ponte leggendario – ponti sovrannaturali che, se debitamente attraversati, conducono in altri mondi dove l’eroe ha accesso a una vasta gamma di rivelazioni, prove iniziatiche, incontri e svolte climatiche della trama. Molto conveniente, ma meno diffuso. ponte sul fiume kwai

E poi entrambi sono passati in letteratura. Provate a pensare a Il Ponte sul Fiume Kwai (e sì: prima di David Lean c’era anche un romanzo del francese Pierre Boulle), dove per il Colonnello Nicholson il ponte è una questione di principio, e per il Colonnello Saito una questione di necessità: entrambi vengono a patto con qualche tipo di diavolo – Nicholson di fatto aiuta il nemico e Saito deve cedere di fronte all’inflessibilità dei suoi prigionieri. On the other hand, Il Ponte per Therabithia, di Katherine Paterson, ricade nella seconda categoria, con un ponte “magico” che conduce in un regno immaginario inventato da due ragazzini solitari. Ma la costruzione del ponte vero e proprio arriva solo alla fine, ed è parte del processo di maturazione del piccolo protagonista, che attraverso il lutto impara a connettere il suo mondo immaginario alla realtà.

ivo andriç, visegrad, il ponte sulla drinaIl Ponte sulla Drina, di Ivo Andriç è un po’ l’uno e un po’ l’altro: costruito per volere di un vizir di origine serba per unire la Serbia all’Impero, nasce tarato per la ribellione dei costruttori maltrattati, e per secoli sarà via di passaggio nel bene e nel male: amicizia e guerra, idee e sradicamento, progresso e decadenza – tutto passerà per il ponte.

Il Ponte di Waterloo che dà il titolo al dramma di Robert Sherwood** non si costruisce in scena, però è significativo: simboleggia la perdizione di Myra – da ballerina a prostituta – ma anche la sua possibile redenzione, quando Roy la ritrova e le chiede di sposarlo nonostante tutto.

All’inizio di We, the Living, l’eroina di Ayn Rand, la giovane borghese Kira, si iscrive alla facoltà d’ingegneria – scelta eterodossa per una ragazza – decisa a costruire ponti. Il sogno di un ponte di alluminio “leggerissimo, tutto bianco”, per Kira rappresenta la liberazione dalle chiusure e meschinità del sistema sovietico.  ponti, robin hood

E ci sono i ponti iniziatici: Robin Hood deve provare il suo valore agli Allegri Compagni aprendosi il passaggio sul ponte – in singolar tenzone con Little John, e adesso non trovo assolutamente il riferimento, ma mi par di ricordare qualcosa di equivalente nel ciclo arturiano.

E poi c’è il già citato Kipling, il cui ponte sul Gange rappresenta un trionfo della volontà umana sulla natura (e sull’ottusità della burocrazia) – non senza il passaggio iniziatico dell’ingegnere inglese, che doma il Gange solo dopo avere capito con che cosa ha a che fare, e sviluppato il debito rispetto.

E comunque i ponti in realtà abbondano in tutta la letteratura, come postazioni da difendere fino all’ultimo uomo, come strutture da minare, come luoghi per le imboscate e gli omicidi, come ostacoli e passaggi obbligati, come passerelle di corda che bruciano e cedono al momento giusto per creare suspense, come arnesi che crollano sotto gli zoccoli del destriero al galoppo, come trappole e come difficili vie di salvezza – e citerò soltanto il sorvegliatissimo, impassabile ponte di Stirling, l’ultimo ostacolo che David Balfour e Alan Breck devono attraversare prima di raggiungere le sospirate Lowlands… E ci vorrà tutta l’astuzia di Alan, perché un ponte non è mai una conquista facile o un elemento decorativo. Un ponte, varcato o costruito, ha sempre un prezzo.

E sì, alla fine il ponte l’ho costruito. Magari ponte è una parola grossa, e passerella pedonale sarebbe più appropriato – ma non sottilizziamo: era (è) una struttura ad arco destinata all’attraversamento di un corso d’acqua. A tutti gli effetti pratici, sono una costruttrice di ponti anch’io.

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* Mi sono sempre domandata una cosa: di solito i termini del contratto prevedono l’anima della prima creatura che attraversa il ponte stesso. L’inganno tende a consistere nel far passare un cane o un altro animale. E il diavolo se ne va scornato. Questo implica una credenza nell’anima degli animali, o un buco logico di considerevoli dimensioni? No, perché qualsiasi buon avvocato potrebbe rinfacciare alla gente del ponte il mancato rispetto delle clausole contrattuali, giusto? Il compenso pattuito non è stato versato.

** forse avrete visto il film con Vivien Leigh e… chi? credo Robert Taylor.

musica · teatro

Gilbert & Sullivan

Oggi sarebbe il centosettantesimo compleanno di Arthur Sullivan, la metà musicale di Gilbert&Sullivan, il duo operistico-brillante dell’Inghilterra tardovittoriana.

E allora, da Ruddigore, ecco qui The Matter Trio, un diabolico scioglilingua in musica – a tre voci.

Ruddigore, che agli Inglesi piace definire un’opera buffa, per gli standard continentali è piuttosto un’operetta, una deliziosa parodia delle storiellone gotiche e dei melodrammi, piena di eroine virtuose, nobiluomini (quasi) malvagi, baldi marinai, fantasmi, maledizioni, fanciulle impazzite per amore, promesse tradite, agnizioni, castelli minacciosi, streghe – e nulla di tutto ciò è preso particolarmente sul serio. gilbert and sullivan, ruddigore, corriere dei piccoli

A titolo di reminiscenza: nel 1978 Il Corriere dei Piccoli ne pubblicò una deliziosa versione a fumetti, e quella fu la mia introduzione a Gilbert & Sullivan – anche se allora non lo sapevo. Dopo tutto avevo solo quattro anni… Poi mi ci vollero vent’anni, Cardiff e Internet per scoprire che si trattava di un’operetta e che c’era della musica. Da qualche parte devo avere ancora videocassetta e libretto. Volevo persino proporre al mio gruppo di teatro di metterne in scena un versione adattata. Prosa, naturalmente. Poi non se ne fece più nulla, ma ripensandoci, l’idea mi piace ancora. Voglio dire, una storia gotica in parodia… Oh well

Buona domenica.

gente che scrive · scribblemania · Vitarelle e Rotelle

Scrivendo Scrivendo…

“Tu scrivi? Che bello. Anche a me piacerebbe tanto scrivere…”

“E allora scrivi.”

“Come? Cosa? Qui? Adesso?”

“Adesso. Qui. La storia che hai in mente da sempre – oppure la lista del droghiere. A mano o al computer, o con un chiodo intinto nel tuo sangue…”

“Ah, no, sai…” (risatina) “Non ho tempo, non sono capace, devo spazzolare il mio pastore alsaziano, non so da dove iniziare, ci vuole un sacco di tempo libero, mica a tutti riesce facile come a te…”

“Sssssssì, se ne potrebbe parlare. Ma resta il fatto che l’unico modo per scrivere è cominciare a scrivere. E leggere un sacco – cosa che avresti dovuto fare prima. E studiare la teoria – cosa che puoi cominciare a fare dopo avere provato a scrivere.”

“Eh, ma ci vuole il tempo. E soprattutto ci vuole l’ISPIRAZIONE. Mica puoi metterti lì e dire ‘adesso scrivo,’ no?”

“E invece è proprio quel che devi fare. Scrivere tutti i giorni, almeno un po’. Costruirti una disciplina. Pensa, se scrivessi 500 parole al giorno, cinque giorni la settimana, in otto mesi avresti la prima stesura di un romanzo di 80000 parol…

“Orrore! Sacrilegio! Anatema! Vade retro! Stiamo parlando di Letteratura, di Arte, mica di lavoro a cottimo! Forse così ci puoi scrivere la robaccia commerciale, ma la Scrittura vera… giammai!!!” 

E a questo punto, se non ho ancora perso del tutto la pazienza, di solito faccio notare che Stevenson scrisse Treasure Island in due settimane. E che Dickens scrisse la maggior parte dei suoi romanzi consegnando X parole una volta alla settimana… 

E che poche cose giovano alla scrittura come la pratica costante e disciplinata – e le scadenze.

Detto ciò, non è che ci si sieda lì e si scriva un romanzo ex abrupto: si va in battaglia preparati. In un mondo ideale, si predispone una mappa di quel che si vuole fare, ci si procura il grosso della documentazione che servirà, si fa conoscenza con i personaggi – e poi si scrive. Si scrive la prima stesura senza fermarsi, seguendo i piani, tenendo conto degli sviluppi inaspettati, senza preoccuparsi eccessivamente dei particolari. Per le finezze stilistiche, lo spelling esatto del nome del fabbro di spade toledano e le rime estemporanee della protagonista ci sarà tempo dopo. È a questo che servono le revisioni.

E questo genere di sistema vale anche se si ha tutto il tempo del mondo, ma tanto più se cè (o ci s’impone) una scadenza. Che devo dire? È da quando ho scoperto la genesi di Treasure Island che voglio fare qualcosa del genere. Una volta l’ho fatto con una novella – 42000 parole in una settimana – ma mai con un romanzo.

In questi giorni – dopo un anno abbondante dedicato esclusivamente al teatro – mi è tornato un gran prurito di provarci, e il merito è in buona parte di Davide Mana. Perchè Davide l’ha fatto. In sei giorni. Con tanto di incendio. Sei giorni più la vasta preparazione di cui si diceva – ma in quei sei giorni DM ha messo insieme la prima stesura di un romanzo.

Awesome.

davide mana, romanzo, sei giorni per salvare il mondo,  Qui trovate* i post in cui si narra l’impresa, moorcockianamente nomata “Sei Giorni Per Salvare Il Mondo”.

Qui invece trovate 6GpSiM – Il Manuale, ovvero la serie di articoli, note e stralci d’intervista che costituiscono la base teorica dell’esperimento.Vedrete che Stevenson non c’entra affatto.

Esperimento, gioco, duro lavoro, esplorazione della struttura, narrazione. E, più di tutto, scrittura. Quella cosa che non si fa aspettando l’Ispirazione.

Riuscite a leggere tutto ciò senza volerci provare anche voi? Io – ma forse s’era intuito – assolutamente no.

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* O almeno dovreste trovarli – perché forse non sembra, ma sto sperimentando con un genere di link che non ho mai tentato prima. Se non ci riuscite fatemi sapere, per favore, e provvederò a qualcosa di più tradizionale…

 

 

 

 

angurie · teatro

Raccontami Un Romanzo (E, Già Che Ci Sei, Sorprendimi)

oliver twist, dickensPrendete tre Terze Medie – al cambio attuale fanno una settantina d’implumi.

Aggiungete insegnanti di lettere disponibili. A volte capitano quelli cui non importa un bottone del laboratorio, e allora non è divertente. Ma altre volte avete fortuna, e ve ne capitano tre su tre decise a collaborare.

Annaffiate il tutto con abbondante Dickens; condite con sale, pepe, rosmarino, una manciatina di confronto romanzo/sceneggiatura cinematografica, tre cucchiai rasi di metodologia di ricerca su Internet, una tazza di scrittura (argomentativa, creativa, narrativa, whatever) e storia quanto basta.

Mescolate meglio che potete, esponete al calor bianco di una platea tre volte più popolata del previsto, e state a guardare.

Non so come riuscirà il soufflé, ma le sorprese sono garantite. Perché, diciamo la verità, nelle sei settimane che avrete impiegato nella le due città, sydney carton, laboratori scolasticipreparazione (due ore la settimana in ogni classe) avrete avuto molti momenti di dubbio, amarezza, sconforto e furia pluriomicida. Oh, ci saranno state anche notevoli consolazioni, qua e là, e l’occasionale piccola rivelazione – come quando vi hanno detto che gente che a voi pare sveglia, attiva, interessata e partecipe è in realtà a rischio di bocciatura per non aver fatto un bottone in tre anni. Vi sarete infuriati oltre ogni dire davanti alla tradizionale scusa “Ma io non c’ero quando l’avete fatto”. Avrete constatato con divertita incredulità che i quattordicenni di entrambi i sessi sono sentimentali e s’identificano con Lucie Manette e Charles Darnay, ma non notano Sydney Carton nemmeno a metterglielo davanti dipinto di rosso vivo. Avrete dubitato del vostro buon senso nell’avere scelto Le Due Città. Ci avrete rimesso un set completo di tonsille nel tentativo di mantenere un minimo di silenzio in classe e ottenere risposte ragionate a domande che a voi non sembravano nemmeno orribilmente esoteriche. Avrete disperato della possibilità di arrivare alla Domenica Fatidica con alcunché di dignitoso da presentare. Avrete scambiato occhiate scoraggiate con ciascuna delle Insegnanti Disponibili. Vi sarete scapicollati per gli ultimi tre giorni alla ricerca di costume bits per colmare le lacune rimaste. Avrete avuto incubi di diserzioni, vuoti di memoria, disastri informatici e folle assetate del vostro sangue…

oliver twist, dickens, fagin, laboratorio scolasticoE però vi sarà sempre rimasto un vago, tenue, tremulo barlume di speranza, ravvivato due o tre volte la settimana da una domanda intelligente qua, una buona idea là, un segno d’interesse altrove, un PossofarloioDodgerprofeperfavoreperfavore? E poi a un certo punto, mentre voi eravate occupati a contemplare ansiosamente il vostro barlumino, i fanciulli ci si saranno messi d’impegno sul serio. Avranno annusato l’approssimarsi del palcoscenico come i cavalli la polvere del campo di battaglia. Avranno deciso che dopo tutto sono interessati alla faccenda – e allora dibattiti, presentazioni e colonne sonore saranno germogliati sotto i vostri occhi…

Poi sarà successo ancora di tutto – incompatibilità informatiche, diserzioni dell’ultimo minuto, sostituzioni avventurose (e talora fortunate), sforamenti altrui, parentesi di panico e ogni altro genere di cose che all’universo sarà piaciuto scagliare nella vostra direzione, tutto in mezzo a stormi di fanciulli che chiamavano “Profe, profe…”dickens, oliver twist, dodger, laboratorio scolastico, roncoferraro

E voi vi sarete chiesti, e non una volta sola, E Adesso? Andrà tutto storto? Sarà un disastro? Si dimenticheranno entrate e uscite? Perderanno parrucche e copricapi? S’impappineranno*? Sussurreranno, ingolleranno sillabe, renderanno altrimenti incomprensibile il povero piccolo testo? I Piccoli Tecnici Crescono faranno piantare il computer sul più bello?

E invece no. Non è un disastro affatto, perché al momento giusto i fanciulli tirano fuori entusiasmo e concentrazione e precisione, e prontezza di spirito davanti agli inconvenienti ed espressività – e tutto funziona (quasi) come dovrebbe, e poi arrivano gli applausi, e poi ve li ritrovate tutti attorno, i fanciulli, con dei sorrisi che interferiscono con la navigazione aerea… “È andata bene, vero profe? Vero che è andata bene?”

Ed è andata bene sì, e voi raccogliete i vostri costume bits e i vostri complimenti – e ve lo chiedete una volta di più: come, come, come avete potuto dimenticare che alla fine i fanciulli vi sorprendono sempre? 

Ma forse anche questo fa parte della ricetta e, se non vi lasciaste prendere dall’ansia e dai dubbi al momento giusto, non avreste modo di lasciarvi sorprendere alla fine…

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* “Profe, scommette cinque euro che m’impappino?”

 

anglomaniac · musica · teatro

Oliver

Non crederete che ci si sia dimenticati di volgere in musical proprio Le Avventure di Oliver Twist, vero? Certo che no – ed ecco la versione della faccenda al Drury Lane Theatre di Londra:

E non crederete nemmeno che parli ancora di Dickens senza secondi fini, vero? Perché in effetti non è così: stasera alle 17.30, nella Corte Grande di Roncoferraro le mie III Medie presentano Raccontami Un Romanzo, ovvero Le Due Città e Oliver Twist visti e interpretati da loro.

No, così per dire.

E buona domenica.

Digitalia · kindle · tecnologia

Tecnododo

Lo sapete tutti che sabato scorso ero a Librinnovando – e forse siete anche un po’ stufi di sentirvelo ripetere, visto che questo è il terzo post di fila in proposito, but bear with me e vedrete che, pur partendo da lì, andremo a parare altrove.

Allora, immaginatemi seduta nell’auditorium Ennio Morricone della Facoltà di Lettere e Filosofia a Tor Vergata, con un maglioncino di cotone sulle spalle per contrastare la micidiale aria condizionata, il fedele Moleskine in equilibrio su un ginocchio e la fedele penna a gel in mano… 

A un tratto sollevo gli occhi dai miei appunti e, nello spostarli in direzione dello schermo su cui scorre la sezione Twitter della faccenda, lo sguardo mi cade sulle file sotto di me – interamente lastricate di schermi. E quando mi guardo attorno, scopro che sono completamente circondata da iPads, iPhones, netbooks… Torno al mio taccuino nero e mi vien da sorridere. E mi sovviene il sopracciglio levato della studentessa al tavolo della registrazione, quando ho detto che non avevo bisogno di essere accreditata per l’uso del wi-fi… Comincio a sentirmi una bizzarria ornitologica.

Così prendo il mio cellulare viola e cinguetto: Sono a #Librinnovando e sto prendendo appunti a mano… non so se mi sento più marziana o platanicola.

Qualche decina di secondi più tardi il cinguettio passa sullo schermo – e non ci penso più, and I scribble away fino alla fine delle sessioni.

Dopodiché mi concedo qualche giorno di vacanza a Roma e rientro a casa lunedì sera. Accendo l’Innominatino e, per seconda o terza cosa, trovo un buon numero di risposte ai miei cinguettamenti – risposte che ho bellamente ignorato per tre giorni e lasciato cadere, senz’altro motivo che quello di non averle viste.

Tra gli altri quello scherzoso di Marta Traverso, proprio in risposta alla mia battuta sul prendere appunti a mano: Si potrebbe definire atto di boicottaggio tecnologico-culturale 🙂

Già, potrebbe sembrare, vero? Ma per quanto trovi un certo gusto nell’andare per sentierolini miei, questa volta non si tratta di nulla del genere. C’è la questione sentimentale dell’essere affezionata al mio cellulare viola – piccolo, ragionevolmente elegante d’aspetto e perfettamente funzionante dopo sei o sette anni di uso leggero, ma non equipaggiato per interagire davvero con Twitter. Posso cinguettare, ma non vedo le risposte.

E poi c’è The Beastie. The Beastie è il mio netbook e, a dispetto di quel che è, è stato acquistato per non venire mai a contatto con la rete. Mi spiego: in un angolo del mio studio c’è l’Innominatino-cum-Steno, ovvero il computer serio, quello collegato alla rete, quello con la vasta duplice memoria, quello che serve per il lavoro e la comunicazione e le ricerche e la navigazione in genere*.

E poi, come dicevasi in capo al paragrafo precedente, c’è The Beastie, che serve per scrivere. Perché non so voi, ma mi ritrovo (e non da oggi) incapace di scrivere con un qualsiasi grado di continuità a un computer che sia collegato alla rete. E non pretendo che con questo vi facciate una grande idea della mia capacità di concentrazione o di resistenza alle tentazioni, ma è più forte di me: Bridewell? Davvero Thomas Kyd era stato imprigionato a Bridewell? Perchè ho l’impressione di ricordarmi Chelsea, invece? Da qualche parte devo pur averlo letto, ma dove? ‘Spetta ben, che faccio un rapido controllo. Bridewell Prison… Oh guarda: Edmund Campion. Certo, ma Chelsea? Non so nemmeno se fosse davvero una prigione, ma Topcliffe… ‘Spetta ben, che vediamo Richard Topcliffe. Una camera di tortura privata nella sua abitazione di Chelsea… hm, sarà affidabile questo sito? ‘Spetta ben, che cerchiamo qualche conferma altrove. Che cara persona era costui… Rumours. Sì, be’, bound to be, ma Chelsea? Hm… in realtà vado sul sicuro se piazzo Kyd a Bridewell, giusto? ‘Spetta ben, che vediamo se trovo qualche stracciolino di conferma… e perché avevo lasciato aperta questa pagina? Ah sì, Campion. Ma guarda che bella serie di link… ‘Spetta ben, che se mai trovassi qualche notizia aggiuntiva su padre Ballard sarebbe proprio una bella cosa…

E a questo punto, come potete immaginare, è passata un’oretta, non ho scritto una parola, sono perduta per prati che, pur attinenti, non mi ricondurranno al lavoro tanto presto – e stiamo supponendo che mi sia trattenuta dal controllare la posta e che non abbia trovato nulla da cinguettare o da appuntare su Pinterest. E la cosa peggiore è che, mentre lo faccio, mi sento perfettamente a posto, perché non sto perdendo tempo, non sto procrastinando, non sto menando il can per l’aia: sto lavorando sulla documentazione, perbacco! I sensi di colpa, la furia, i numerosi sinonimi di idiota verranno più tardi, quando sarà il cuore della notte, e dovrò proprio cercar di dormire almeno qualche ora prima di andare a scuola e/o a teatro, e avrò scritto 173 parole in tutto…

Per cui capite che devo avere un computer senza nemmeno la possibilità di accedere alla rete, un arnese con cui possa trasferirmi in un’altra stanza senza nulla più che lo stretto indispensabile in fatto di materiale di riferimento e la volontà di scrivere. E allora sì che sono in grado di lavorare, annotando quel che mi manca e le lacune da risolversi tra prima e seconda stesura.

Per cui, se sabato mi sono sentita (e sono parsa) un dodo è perché la mia capacità di resistere alle tentazioni è pari a zilch e, se intendo continuare a scrivere con qualche ombra di risultato, The Beastie non può – ma proprio non può avere nemmeno la remota possibilità di accesso alla rete.**

Spiegato ciò, però, comincio a pensare che forse avrò bisogno di qualche soluzione tecnologica alternativa che mi consenta di non cinguettare alla cieca in casi del genere – e di non apparire una maleducata che avvia conversazioni e poi le tronca. Mi rendo conto che si tratta di un passo pericoloso, perché una volta che avrò la possibilità di connettermi senza dover cercare un Internet point, sarà la fine di quei giorni di vacanza senza rete… ma considerando che sono due anni che non faccio una vacanza, forse il problema non è dei più pressanti. Resta il dubbio del come – o meglio del cosa. Dubito molto che valga la pena di un iPad per questo sporadico tipo di uso – senza contare che il mio Kindle potrebbe essere geloso. Posso accantonare il mio beneamato cellulare viola a favore di uno smartphone di qualche tipo? Esistono soluzioni a forma di chiavetta che mi consentano di rendere The Beastie connettibile just once in a long while?

Studierò il problema, e cercherò di farlo prima del prossimo spostamento, ma intanto raccontatemi: voi come siete organizzati? Quanti devices? E come vi ci destreggiate? Cosa vi serve per fare cosa? Cosa ha rivelato utilità inattese? Cosa è stato deludente?…

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* E tutto considerato, mi vien da domandarmi come diamine non mi sia mai venuto l’uzzolo di dargli un nome più navale. Perché, vedete… ma no, questa è un’altra storia e ne riparleremo.

** E di conseguenza, pesando ben più di un Moleskine, resta a casa in tutti gli spostamenti che non prevedono il tempo e/o la necessità di scrivere.

Digitalia · grillopensante · self-publishing

Rimuginando Su Librinnovando ’12

L’edizione romana di Librinnovando – o quanto meno il convegno, cui ho assistito sabato 28 aprile all’Università di Tor Vergata – è stata istruttiva.

Cominciamo dicendo che, com’è piaciuto agli dei dell’editoria, non sono pervenuti cinguettii indignati in difesa del profumo della carta – o quasi.* Il che, sospetto, conferma la mia teoria secondo cui molti cinguettatori s’indignano sulla sola base dei Trending Topics, e allora – a parità di occhiata volante – un titolo provocatorio come #byebyebook è destinato a scatenare molta più furia di un neutrale e tecnico #librinnovando…

Ciò detto, è stato interessante passare dal Cosa? dell’edizione milanese di novembre al Come? di questa volta. Posto che qualcosa sta succedendo in campo editoriale – qualcosa di cui forse non capiamo ancora bene la portata e le prospettive – come diamine possiamo applicare, integrare e far funzionare queste innovazioni e novità (hardly the same thing, if you get my drift…) all’università, nelle biblioteche, nelle scuole, nella promozione alla lettura, nelle politiche delle case editrici…? Come dovrà/potrà cambiare la pratica in tutti questi ambiti? E, per dirla con la direttrice del Cepell Flavia Cristiano, come si riuscirà ad abbracciare le potenzialità del cambiamento senza perdere per strada la lettura complessa?

Le risposte – o i tentativi di risposta – sono stati vari e diversi.

E devo dire che Gino Roncaglia, pur illuminante nel tratteggiare il quadro della situazione, non è stato incoraggiantissimo. La gente legge meno, ha detto. Il lettori forti consumano meno carta stampata, ha detto – il che non dovrebbe significare necessariamente che leggano meno, perché c’è una fetta di consumo che si sposta sul digitale, ma in realtà in Italia c’è una diminuzione in termini assoluti. Questo non succede, ha detto Roncaglia, dove c’è un ecosistema digitale ben sviluppato su cui i lettori possono spostarsi. Ma in Italia questo meccanismo non funziona, perché i grandi editori stanno reagendo con scoordinato terrore e i piccoli editori non hanno i mezzi e la visibilità per le loro sperimentazioni, e perché l’information literacy è di là da venire e richiederebbe infrastrutture e competenze che non ci sono… Siamo in ritardo, ritardo, ritardo – e i numeri della lettura calano.

Che ci si può fare?

Le risposte più promettenti sono arrivate da progetti già in corso, da realtà che, con le unghie e con i denti, si ritagliano avamposti d’esplorazione in questa terra incognita. E, badate, non parlo di progetti editoriali.

Parlo di Dianora Forza-della-natura Bardi, a capo della sperimentazione didattica digitale del Liceo Lussana di Bergamo, un esperimento interessantissimo che consente ai fanciulli di studiare ed elaborare una pluralità di fonti – cartacee e digitali – imparando metodo e rigore mentre studiano. Non son tutte rose e fiori, se la Prof. Bardi deve ancora lamentare la difficoltà di convincere i docenti a formarsi – eppure che meraviglia sentire un metodo didattico digitale basato su approfondimento, elaborazione originale e “più lettura e studio di prima”, anziché sulla modularizzazione estrema… **

Parlo poi di Luciana Cumino della Biblioteca di Cologno Monzese, dove sperimentano con il prestito digitale  – non solo l’ebook, ma anche l’ereader – e, mentre lo fanno, studiano accuratamente l’evolversi del rapporto tra il lettore e la lettura, tra la lettura e il mezzo, tra l’utente e la biblioteca***, tra la biblioteca e l’editoria… È probabile che questo modello di prestiti gratuiti non possa continuare indefinitamente, se le biblioteche devono restare aperte, ma questa fase di sperimentazione e studio fornirà di certo indicazioni fondamentali per la direzione in cui l’istituzione biblioteca potrà e dovrà evolversi. Detto fra noi, non sono affatto certa che sia una questione di togliere di mezzo i libri fisici per far spazio alla gente – e meno ancora di escogitare nuovi nomi, come ha suggerito Antonella Agnoli. Devo confessarlo: much as I love names, quando Agnoli ha suggerito di ribattezzare le biblioteche “Piazze del Sapere”, non ho potuto evitar di pensare a Robespierre e al suo culto dell’Essere Supremo…

E parlo anche dell’ormai buon vecchio LiberLiber (ma a me piace tanto anche il nome originario, Progetto Manuzio), che per primo ha creato una biblioteca digitale gratuita in Italia, o di OilProject, una sorta di scuola virtuale basata su mutuo insegnamento per mezzo di video tutorials e discussioni in chat.

Tutta gente agguerrita, piena di idee e con gli occhi bene aperti. Ma in tutto questo, gli editori dove sono?

Ecco, l’impressione che ho ricavato da Librinnovando è che gli editori annaspino – i piccoli come i grandi, seppure in maniere diverse.

Quadrino di Garamond va a caccia di facili applausi (“Basta con la scuola dei primi della classe e dei somari! La scuola dev’essere luogo di e per ogni conoscenza!” Punti esclamativi miei – ma insiti nel tono). Andrea Libero Carbone di :duepunti edizioni assume quell’aria di superiore disapprovazione che a tanti (specialmente piccoli) editori piace riservare al self-pub, e dà voce alla certezza che nessun self-publisher sia in grado di offrire un prodotto di qualità al lettore – ed eFFe è diventato uno dei miei eroi, intervenendo dalla platea per pizzicare ALC e tanti suoi colleghi su questa mistica dell’editoria… Manicardi di Barabba Edizioni è un simpatico personaggio che pubblica per hobby, ammonisce editori e self-publishers alike in parabole fantasy e lo fa con un irresistibile accento carpigiano – ma non si può considerare un editore a nessun effetto pratico. Brugnatelli di Mondadori propone un modello di autopubblicazione appoggiato a una community/workshop di scrittori non dissimile da quel che già fanno Penguin e Harper Collins e con un nod ideale al progetto 826 Valencia, ma non lo sa difendere da obiezioni talvolta più ideologiche che sensate.

Perché diciamolo: l’idea Mondadori non ha nulla di così profondamente malvagio in sé, ma offrire il fianco alle accuse di volerla passare per qualche tipo di no-profit è stata un’ingenuità incomprensibile. E badate bene, non lo sarebbe stata in un mondo in cui fosse possibile rispondere: certo che Mondadori vuole guadagnarci – e perché no? Mette in vendita dei servizi, cerca di farlo a un buon livello e secondo una certa ottica, vuole creare un ambito in cui lavorare su quella qualità che si dice essere fuori dalla portata del self-publisher medio… whatever – ma a qualche genere di prezzo.

Ecco, in Italia questo non si può dire – almeno non ad alta voce, così come è bad ton suggerire che attorno alla letteratura giri un’economia, o che chi scrive possa volersi aspettare qualche genere di ritorno economico. Insomma, perdonate se adesso viro un pochino verso il rant, ma la mia parte anglosassone s’infuria all’idea che in Italia, a livello editoriale così come a livello tecnico, sia anatema dire che la scrittura è un mestiere. E di conseguenza Brugnatelli non sa né può difendersi come sarebbe logico fare. E no: non ho davvero nessuna simpatia per Mondadori, ma non ne ho nemmeno per chi mi etichetta come sciatta e incapace sulla fiducia***, né per chi siede nel foro e lamenta la calata dei barbari, né per chi sventola il mito della scrittura ispirata e spettinata e pura da contatti con il crasso e vile mercato.

E quindi?

E quindi credo che Roncaglia e Calvo abbiano ragione: l’editoria sta reagendo nel panico più scomposto – chi all’avvento del digitale tout court, chi all’emergere del self-publishing. Forse l’editoria spera che passi tutto. Forse sta digerendo il fatto che per ora il digitale non crea nuovi lettori – ne sposta soltanto. Forse sta cercando di decidere se può perdere un tram che in Italia è ancora parecchie fermate indietro – dopo tutto la fetta di mercato degli ebook è ancora sotto il punto percentuale.

L’impressione è che siamo in ritardo, ritardo, ritardo – e che ci resteremo a lungo. E però a Librinnovando c’era gente su cui pare di poter contare per qualcosa che non sia starsene seduti ad aspettare i barbari. Alla fine della giornata me ne sono venuta via con aspettative deluse e aspettative nuove o rinnovate. Ci sono le scuole istituzionali e virtuali che formano nuove generazioni di lettori e alfabetizzano i cosiddetti nativi digitali. Ci sono le biblioteche che si ripensano nel contesto nuovo. Ci sono quegli scrittori che stanno facendo della rete un luogo di sperimentazioni letterarie e culturali.**** C’è la gente di Librinnovando che ha l’enorme merito di tener viva la discussione in proposito. E si spera che ci siano i lettori, che negli ultimi decenni non hanno avuto troppo spazio per discriminare, ma possono imparare a farlo, se solo se ne vedranno offrire l’occasione.

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* Salvo forse quando Brugnatelli di Mondadori ha detto che la difesa del profumo della carta è vastamente dissennata – e anzi, certe combinazioni di carta, colla e inchiostro riescono anche a puzzare. Questo ha scatenato a small volley, ma molto più ironico che altro. E – forse sarò cinica – credo che, se l’avesse detto chiunque altro in sala, non ci sarebbe stato nemmeno quello.

** E a questo proposito devo dire che Quadrino di Garamond non mi ha convinta particolarmente nel suo appassionato plea in favore di una conoscenza che non significa “ripetere, ma creare, condividere, collaborare.” All very well (uno slogan del genere non poteva non piacere – e difatti è piaciuto molto), ma dov’è che si parla di consolidare? Non so, ma non riesco a non dubitare che un’estremizzazione di questa teoria, presa da sola, finisca col rendere tutta la conoscenza effimera…

*** Perché dopo tutto sono una self-publisher, ricordate?

**** E quello di Roncaglia è stato, temo, l’unico accenno all’esistenza del fenomeno. E qualcuno ha anche lamentato l’assenza degli scrittori – con l’eccezione di Sergio Covelli, presente in veste di self-publisher e guerilla-marketer. Magari la prossima volta…

scrittura

Piazza, Bar, Giardinetti

comune di roncoferraro, premio letterario

Oggi vi segnalo questo premio letterario nuovo nuovo – alla sua prima edizione. Aperto a tutti, gratuito e con una certa varietà di sezioni (accanto a prosa e poesia ce n’è anche una dedicata alla satira), il premio si propone di raccogliere storie legate al senso di comunità – or lack thereof, naturalmente.

Questa è la locandina:

roncoferraro-locandina-01.jpg

E qui, sul sito del Comune di Roncoferraro, con un minimo di pazienza troverete il link che vi permetterà di scaricare il regolamento completo.

E in bocca al lupo a chi parteciperà…