grillopensante · teatro

Cri De Coeur

Aninha torna in scena domani sera al Teatro Monicelli di Ostiglia, in una versione completamente rinnovata, con la bravissima Giulia Bottura nel ruolo eponimo e tutta la banda di Hic Sunt Histriones.

Le prove sono state (stanno essendo, in verità) rough going, tra il burrascoso e il pittoresco.

In parte è colpa mia, mi si dice, perché ho insistito per cambiare parte delle musiche di scena fino all’ultimo momento – e soprattutto, mi si dice, perché dopo una sessione di prove più cruenta della media, me ne sono uscita con questo inqualificabile cri de coeur (che riporteremo in forma di discorso diretto perché possiate apprezzarne appieno il devastante impatto):

“Certo che Anita e Garibaldi mi sono proprio antipatici…”

Ecco. E l’ho detto perché è proprio vero. Mi sono antipatici entrambi, anche se ammetto che forse avrei potuto aspettare un momento più tranquillo per farlo. Ma tant’è, ho dei nervi anch’io, e l’ho detto. La cosa ha prodotto un istante di silenzio denso da galleggiarci, e dieci paia d’occhi spalancati a dimensione piattino da tè.

“Ma… ma se ci hai scritto su!” ha boccheggiato qualcuno.

E io, ancora più imperdonabilmente ho detto che in principio fu la commissione…

Ecco, a quanto pare, questo è il genere di cose che non si dovrebbe dire. Ai lettori, a quanto pare, piace immaginare che ogni parola che si scrive sia frutto di appassionato trasporto nei confronti dell’argomento – nonché di profonda adesione morale ed emotiva. E guai a dire che non è così.

“Non devi dire queste cose,” mi rimbrotta R. che sospetto capisca bene un certo genere di lettore. “A parte il fatto che ti considerano falsa e mercenaria, non a tutti piace vedere i giocattoli smontati.”

E posso ammettere che non a tutti piaccia vedere i giocattoli smontati. È vero, e prometto di avere maggior considerazione per questa legittimissima esigenza in futuro.

Quanto all’apparire falsa e mercenaria, però, parliamone. Lo scrittore non è colui che s’innamora del soggetto X e ci versa quantità industriali d’inchiostro (con maggiore o minore competenza). Lo scrittore è colui che scrive. Che esplora per iscritto. Che esplora  sé stesso, il mondo, la condizione umana, la storia, whatever. Il processo di esplorazione è importante quanto e più del soggetto. Il fatto di esplorare fatti che non apprezza o idee che non condivide, non lo rende falso: lo rende capace di astrarre e di ricreare qualcosa d’altro da se stesso. Di concedere altri punti di vista. Di comprenderne e rappresentarne meglio che può le ragioni. Magari di cambiare idea in proposito – oppure no, ma intanto ha indagato idee diverse e le ha esposte all’indagine altrui*.

Il fatto di fare tutto ciò su commissione è una prostituzione della propria arte? Nonsense. Si parvissima licet, vogliamo discutere di quanti Caravaggio sono stati dipinti su commissione e quanti per puro capriccio d’ispirazione? La commissione non sminuisce l’artista o l’opera. La commissione propone all’artista un soggetto su cui esercitare le sue capacità di tecnica e d’ispirazione. Se poi si tratta di un soggetto cui l’artista non si sarebbe accostato di suo, tanto meglio: la commissione paga le bollette e allarga gli orizzonti.

Non mi sento né particolarmente falsa né molto mercenaria per aver scritto Aninha. Non più falsa di quanto sia nello scrivere qualsiasi cosa che non sia un’autocertificazione.

Il mio mestiere non è mostrare adesione sentimentale a quel che scrivo – ma raccontare storie in maniera interessante e intellettualmente onesta. E visto che ho cercato di descrivere Aninha come ho immaginato che percepisse se stessa, lasciate che mi senta a posto con la mia coscienza in questo specifico caso.

Dopodiché, faccio buoni propositi: pur continuando a giocare alla mia maniera, cercherò di non smontare troppi giocattoli in pubblico. Con l’eccezione di Senza Errori di Stumpa, si capisce – ma non precipiterò mai più nello sconforto e nella diffidenza innocenti attori e innocente pubblico.

O almeno quasi mai più.

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* Uno dei complimenti che prediligo è quando qualcuno mi dice che, per colpa mia, è andato a rispolverare l’Eneide, Tito Livio, le memorie di Garibaldi…

grillopensante · libri, libri e libri

Dickens Ad Uso Dei Fanciulli

Parliamo di Dickens, volete?

Che cosa avete letto ? Che cosa avete letto di vostra volontà? Che cosa vi è stato propinato nell’infanzia? Che cosa vi è piaciuto? Che cosa avete detestato? E Dickens è ancora presente nelle biblioteche scolastiche dei vistri figli?

Chiedo perché ieri una persona adulta e ragionevolmente scolarizzata, nel sentirmi dire che leggo volentieri Dickens, mi ha chiesto se non sia un autore per ragazzi. Al momento ho levato le sopracciglia, ma bisogna ammettere che la Persona Adulta ha delle ragioni per pensare quel che pensa – ragioni del tutto indipendenti dal pubblico per cui Dickens scriveva i suoi romanzi.

In effetti, considerate tre cose:

1) Oliver Twist è un libro bruttarello, con abbondanti dosi di tutti i difetti del primo Dickens e l’occasionale scintillio (le scene di folla, Fagin… mica tanto di più, a mio timido avviso).

2) Le Due Città è un bel libro di un autore maturo, con qualche difetto dickensiano e l’occasionale indulgenza all’overdramatic – ma parecchie spanne al di sopra dei casi dell’insopportabile Oliver.

3) Nondimeno da noi – dove Dickens non è l’istituzione che è nel mondo anglosassone – tutti conoscono e molti hanno letto Oliver Twist, mentre Le Due Città è, generalmente parlando, terra incognita.

Ciò accade in buona parte perché OT è un cosiddetto classico per l’infanzia e, come tale, non passa quasi anno senza che qualcuno ne sforni una nuova edizione, con o senza corredo di note esplicative, spunti per la discussione e “approfondimenti per l’attualizzazione delle tematiche”. In realtà, Dickens non scriveva per l’infanzia, ma il protagonista bambino ha sdoganato per decenni il romanzo in tutte le biblioteche scolastiche e, se c’è da fidarsi del catalogo ISBN, questo ha portato a una ventina di edizioni* solo dal 2000 a oggi. Per contro, nello stesso periodo, de Le Due Città, si conta solo l’edizione Frassinelli del 2000. Prima di allora, l’ultima edizione italiana sembra risalire al 1987 – a meno di considerare l’edizione economica (250 pagine per 2000 Lire) della Newton, che però recuperava la veneranda traduzione di Spaventa Filippi, ricomparsa nel 1994, poi nel 2008 e di nuovo quest’anno.

Il risultato è una percezione diffusa di Dickens come autore per ragazzi, sulla base di un paio di romanzi- e spesso le versioni abridged di un paio di romanzi, the other being David Copperfield** – e di Canto di Natale, il solo titolo dickensiano che batta in popolarità Oliver Twist dalle nostre parti.

Apparentemente il resto (con la possibile e relativa eccezione de Il Circolo Pickwick) è un nonnulla fuori moda – un’edizione a decennio quando va bene. E per Le Due Città, che per di più è un Dickens atipico, asciutto e senza bambini, non va benissimo.

Dopodiché, questo è l’anno dickensiano, e se siete curiosi di vedere la Rivoluzione Francese secondo Dickens, questa storia di fanatismo e abnegazione, crudeltà e redenzione, sullo sfondo di una Storia cupa, tempestosa e inesorabile, potete trovare in libreria non una, ma due edizioni fresche: la Newton, che rispolvera ancora una volta il venerabile Spaventa Filippi, e la Mondadori, che riprende la traduzione di Mario Domenichelli (datata, se non mi sbaglio, 2000) e la correda di “uno scritto di Stefan Zweig”.

E lo dico di nuovo: è l’anno dickensiano. Potrebbero esserci modi peggiori per celebrarlo che avventurarsi per sentieri meno battuti, lasciar perdere gli orfanelli e sfatare il mito che stiamo ricordando un autore per fanciulli.

Allora, Dickens: Che cosa avete letto ? Che cosa avete letto di vostra volontà? Che cosa vi è stato propinato nell’infanzia? Che cosa vi è piaciuto? Che cosa avete detestato? E Dickens è ancora presente nelle biblioteche scolastiche dei vistri figli?.

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* C’è stato un picco nel 2005, in corrispondenza dell’uscita del film di Polanski. E parlo solo di traduzioni diverse, perché poi Mondadori, BUR e DeAgostini seguitano a sfornare riedizioni delle traduzioni di Dettore e Oddera come se piovesse.

** Un tempo era abbastanza gettonato anche La Piccola Dorrit – e un giorno qualcuno mi spiegherà il criterio in base al quale si riteneva d’ammannire agli implumi un romanzo così cupo e claustrofobico, seppure in forma abridged.

libri, libri e libri · Vitarelle e Rotelle

Luke, Sono Tuo Padre…

Tutti abbiamo, almeno una volta, scosso il capo con un sorrisino indulgente all’indirizzo dell’anziana zia che guardava con gli occhi lustri i (probabilmente finti) ricongiungimenti famigliari carrambati dalla Carrà – vero?

Quanto meno, io usavo scuotere il capo eccetera, e mancavo di considerare come, in fondo, la Raffaella e i suoi autori non facevssero altro che giocare sull’eterno appeal di uno dei tòpoi più immarcescibili della letteratura: l’agnizione.

Ovvero il protagonista che scopre di essere qualcun altro. Oppure scopre che qualcun altro è qualcun altro ancora – spesso (ma non sempre) discendente, ascendente, agnato o cognato.

Talmente immarcescibile che Aristotele già lo teorizzava come venerando, infallibile e superiore a qualsiasi altro meccanismo tragico e, ventiquattro secoli più tardi, ci intratteniamo ancora – e con pieno successo – le vecchie zie al sabato sera.

Aristotele aveva in mente, a titolo archetipico, Edipo – che dopo aver fatto fuori un re e averne impalmato la vedova, scopre che si trattava dei suoi genitori. Ops.

Dove si vede che l’agnizione non è necessariamente un lieto fine. Non ci è dato di sapere cosa Aristotele ne pensasse quando era usata a fini men che truci, ma la Commedia Attica è piena di esempi di fanciulle immaritabili che si scoprono essere bennate eredi di cospicue fortune – e quindi perfette per l’innamorato di buona famiglia… 

Vi pare di avere già sentito questa storia? Small wonder, perché è onnipresente. Si può dire che non ci sia corpus di miti o folklore senza agnizione, nel bene e nel male. Pelle d’Asino e la Piccola Guardiana d’Oche sono principesse in disguise, il Brutto Anatroccolo non è un’anatra affatto, gli orfani non sempre sono orfani come sembrano, le fiabe russe traboccano di baldi giovanotti che si scoprono figli dello Zar – al punto che Popp cataloga il Disvelamento dell’Eroe tra le sue funzioni – e non cominciamo nemmeno a parlare di fate, streghe e creature magiche in generale che se ne vanno attorno sotto mentite spoglie fino al dénouement.

E naturalmente la letteratura non poteva – né si vede perché avrebbe dovuto – sottrarsi al fascino del tòpos. Dopo tutto, segreti, identità perdute, misteri e ammenicoli del genere sono la materia di cui son fatte le storie. La citazione semi-shakespeariana serve a introdurre Il Racconto di’Inverno e la very aptly named Perdita, un’altra pastorella che si ritrova principessa. Non posso fare a meno di considerare un’agnizione anche la faccenda di MacDuff, che MacBeth scopre non essere tecnicamente nato da donna, e quindi oggetto inopinato della predizione delle streghe… Non bisognerebbe mai prendere gli oracoli alla lettera, ma questa è un’altra storia.

L’agnizione, per la sua inevitabile natura di colpo di scena, ha una seria carriera a teatro – pensate a Molière e a Beaumarchais, con le rivelazioni della penultima scena che impediscono matrimoni combinati e precipitano tutti verso il lieto fine – ma chi va veramente a nozze con questo tòpos sono i romanzieri ottocenteschi – e i librettisti d’opera.

Gavroche è figlio dei Thénardier, Esmeralda non è affatto una zingarella, Isabella di Vallombrosa non è orfana né attrice girovaga, il Signore Indiano in realtà è l’amico che ha involontariamente rovinato il babbo di Sara Crewe, Mrs. Milligan è la madre di Rémy, la pazza nella soffitta è la moglie di Mr. Rochester, il reverendo Rivers è il cugino di Jane Eyre, Mrs. Pryor è la madre di Caroline, Milady è la moglie di Athos, Redgauntlet è lo zio di Darsie Latimer, Ebenezer Balfour è il fratello minore del padre di David, Rogiero è figlio di Re Manfredi*, il Conte di Montecristo è Edmond Dantès, il vecchio Burgravio e la “strega” Gwenhyfara sono i genitori del giovane Spadaceli**…

Noterete che non ho citato Dickens. Non l’ho citato perché Dickens è non solo il festeggiato quest’anno, ma si trova in una categoria a sé in qualità di spudorato specialista dell’agnizione. Consideriamo solo The Adventures of Oliver Twist. Oliver, orfanello in una città innominata, giunge a Londra e, fra un milione abbondante di persone, s’imbatte senza saperlo nel mancato sposo della defunta sorella del suo defunto padre. Basta? No, non basta. Oliver si ritrova nelle grinfie di pessima gente, che se lo trascina dietro in una rapina con scasso. E chi è la derubata? La zia adottiva di Rose, l’ignara sorella minore della defunta (e nubile) madre di Oliver. Basta? Ancora no. Giusto per non farci mancare nulla, la pessima gente non tormenta Oliver per caso, ma perché imbeccata dal malvagio figlio legittimo del defunto padre di Oliver, e (a riprova del fatto che nulla cambia veramente attraverso i millenni) Rose non può sposare l’amato e innamoratissimo cugino adottivo a causa dell’ombra che grava sulla sua nascita. Poi tutto converge in un terz’ultimo capitolo che è un’orgia di agnizioni, contro-agnizioni, adozioni, rivelazioni e richieste di matrimonio, in uno sfoggio di sprezzo del ridicolo tale da far impallidire un librettista d’opera.

Perché siamo sinceri: in confronto, Arrigo che si scopre figlio del tirannico duca di Monforte mentre Monforte cade sotto i colpi dei ribelli siciliani, o il Conte di Luna che individua il fratello perduto proprio nel trovatore che ha appena fatto giustiziare, o Lucrezia Borgia che – dopo tutto – è madre di Gennaro, o Maria/Amelia che si ritrova figlia del Doge, son cose da nulla – agnizioncelle veniali. 

Agnizioncelle veniali  sulle quali finivano con l’inciampare anche autori insospettabili. Prendete Oscar Wilde. Proprio lui, che aveva detto che ci voleva un cuore di pietra per non ridere leggendo la scena della morte di Little Nell, che cosa combina in A Woman Of No Importance? Infila una scena in cui il Bravo Ragazzo spicca il balzo per sfidare a duello il Grand’Uomo Arrogante – ma la Madre del Bravo Ragazzo si frappone al grido di “Gerald, No! È tuo padre!” Qualcuno – non so più chi, presumo un critico – disse che Wilde meritava che un’illustrazione a colori di questa scena venisse affissa in tutte le pubbliche piazze, ad eterno disdoro del suo autore. Wilde non dovette prendersela troppo – o forse se la prese proprio tanto, perché l’anno successivo se ne uscì con The Importance of being Earnest, che fra l’altro era una pungente, perfetta parodia di tutte le convenzioni in fatto di agnizione…

E il fatto è che, undici volte su dieci, l’agnizione si regge su coincidenze e improbabilità assortite che i contemporanei di Aristotele non avevano remore nel giustificare con il Fato, il volere degli dei e l’inaffidabilità degli oracoli, ma oggi?

Verrebbe da pensare che in quest’epoca di lettori smaliziati, gli autori rifuggano l’agnizione come un principio di pleurite doppia resistente agli antibiotici…

E invece no. Saremo anche lettori smaliziati, O Contemporanei, ma l’agnizione prospera imperterrita nella letteratura di genere, al cinema, in televisione e nell’immaginario collettivo – come dimostrano Guerre Stellari, Harry Potter, La Bussola d’Oro, Hugo Cabret, il Dr. House e Raffaella Carrà. 

Il fatto è che al Lettore (in senso lato) piacciono gl’indovinelli, i segreti, gli scambi in culla, tutto ciò che non è quel che sembra. Ai lettori piace l’idea che chiunque possa non essere chi dice di essere. O chi gli è stato insegnato a credere di essere.  Ai lettori/spettatori piace commuoversi sulla vecchietta che ritrova la sorella emigrata in Brasile cinquant’anni prima e mai più sentita. Adorano singhiozzare quando, dal biplano abbattuto, anziché un pilota tedesco viene estratto il migliore amico del protagonista***. Si sciolgono quando qualcuno – chiunque – si ritrova meno orfano di quanto tutti credessimo.

D’accordo – probabilmente questa faccenda degli orfani andrebbe qualificata****, ma in linea generale, se è vero che la via più sicura per il cuore del lettore sono i legami affettivi, e che indovinelli e sorprese catturano la mente del lettore come nient’altro, forse Aristotele non aveva tutti i torti: l’agnizione – sorpresa affettiva nel bene o nel male – è proprio un buon meccanismo narrativo.

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* Cosa che scoprono ritrovandosi la sera della battaglia di Benevento, quando entrambi sono feriti a morte. Molto opportunamente, il malvagio è a portata di mano, pronto a spiegare come Rogiero abbia tradito Manfredi credendolo suo rivale in amore… Poi entrambi muoiono. Anche Guerrazzi non scherzava. FruitPastilles.jpg

** In realtà, a ben pensarci, tutto – ma proprio tutto – il teatro di Hugo si fonda sull’agnizione. Non c’è un suo dramma in cui la gente sia quel che gli altri credono.

*** Caramelle virtuali a chi riconosce il film…

**** È del tutto possibile, lo ammetto, che gente come Esther Summerson e Luke Skywalker abbia altre preferenze in fatto di tòpoi narrativi. Ma è gente immaginaria, la cui opinione non conta poi troppo.

bizzarrie letterarie · scribblemania · Spigolando nella rete

Dedica Un Racconto Al Tuo Autore Preferito – Due

Oggi vi segnalo (un po’ in ritardo, ammetto – mi cospargo di cenere il capo) un delizioso concorsino letterario: la seconda edizione di Dedica un racconto al tuo autore preferito, organizzato da Ferruccio Gianola.

Concorsino perché vi si richiedono racconti miniature di non più di 600 battute. Battute, badate bene. Non parole.

Delizioso perché come altro descrivere questa faccenda di dediche letterarie e di acronimi?

Personalmente ci sto ancora strologando (si direbbe che aappartenga al genere di gente per cui 600 battute sono un rovello più arduo di 6000 parole), ma intanto spargo la voce: rendete omaggio ai vostri idoli letterari, Mesdames et Messieurs. Dopo tutto, se foste idoli letterari, che genere di omaggio apprezzereste di più? Mazzolini di crisantemi, grani d’incenso o 600 battute di obliqua e letteraria dichiarazione d’amore?

musica · teatro

I Wanna Be A Show-Stopper…

L’ho già detto che mi piace tanto Baryshnikov? Che posso dire, è uno di quegli artisti eclettici…

A riprova, eccolo a Broadway con Liza Minnelli (che a sua volta non mi dispiace neanche un po’):

And what about you? You’ve got a wish too?

I most certainly do! I wanna be… Dunno about how-stopping songs and dances – I’m a modest and retiring kind of girl: writing the season-stopping show with all the show-stopping scenes would do very nicely, thank you Liza…

Er… d’accordo. Come non detto. Non badate a me.

E buona domenica.

grillopensante · scribblemania

A’ Chacun Ses Obsessions

Tendo ad essere riluttante quando mi trovo davanti a un meme – tendo a pensare che gratifichi più il blogger che i lettori. Tendo a chiedermi chi vorrà davvero sapere dieci cose di me, o che musica ho nell’iPod, o quali sono i luoghi che vorrei visitare… E così in genere tergiverso. A volte (ai limiti della scortesia, temo) persino quando sono invitata.

In questi giorni, però, ho intravisto in giro due esemplari della specie che mi attraggono da matti. Sarà che mi ci sono imbattuta su due dei miei blog prediletti, e sia Davide Mana che Alessandro Forlani ne hanno cavato altrettanti post con i fiocchi, sia come sia – in uno dei due mi sono infilata senza invito particolare, perché si tratta di scrittura, di temi ricorrenti, qualcosa a mezza strada tra fari lungo la costa e Alisei costanti.

Ossessioni, le chiama qualcuno in giro per la blogosfera – e non è del tutto inaccurato. Temi cui si ritorna, intenti perseguiti, passioni consolidate – qualcuna deliberatamente, qualcuna quasi da sè. Tutti ne abbiamo una manciata, non è vero?

Ebbene, ecco la mia costellazione.

meme,ossessioni,scrittura1) L’Inafferrabilità della Storia – In principio erano i libri di scuola, così rassicuranti con le loro interpretazioni univoche e le loro vicende sotto vetro. Poi cadde il Muro di Berlino e il vetro si ruppe: la storia succedeva in pratica, era fluida e travolgente e piena di correnti sotto la superficie, e il mondo poteva cambiare nel giro di una notte… Allora cominciai a studiare storia sul serio, scoprendo la varietà sconfinata di punti di vista, interpretazioni e letture, e la quantità di cose perdute che non sappiamo più, che non sapremo mai, e il variare di equilibri attraverso i secoli, e il peso della sconfitta, delle leggende, della letteratura. E così scrivo narrativa (e teatro) a sfondo storico, e tendo a scegliermi protagonisti minori, o sconfitti, o maltrattati attraverso i secoli – non per mettere ordine, ma per amore di questa iridescenza del passato. Ciò è poco scientifico, ma molto narrativo. ossessioni letterarie

2) Menzogne, Bugie, Fanfaluche, Omissioni – I miei narratori sono inaffidabili, le mie storie sono oblique, i miei personaggi mentono, i miei protagonisti tendono a mentire più di tutti, ad avere secondi fini, a manipolare il prossimo. Nella migliore (o peggiore) delle ipotesi, sono costretti a mentire pur non volendolo fare. D’altra parte, che cosa c’è d’interessante nella nuda e cruda verità? Alle storie servono conflitto, dubbi, sorprese, svolte inattese, domande, tesori nascosti, segreti rovinosi – senza contare il fatto che tutta la letteratura è, in via di principio, una vasta menzogna consensuale, e il rapporto tra arte, rappresentazione, convenzione e menzogna è affascinante di per sé. Ronald B. Tobias diceva che every story is a riddle, e aveva ragione da vendere. Trovo che la sincerità sia una virtù sopravvalutata nella vita – e del tutto dull in un romanzo. O a teatro.

3798118720.jpg3) Metanarrazione – Il modo in cui le storie nascono, cambiano, si raccontano, influenzano la realtà e ne sono influenzate mi interessa quasi quanto le storie stesse. A volte persino di più. Non dico che non mi capiti anche di scrivere qualche storia letterale, ogni tanto – ma se mi si offre la benché minima possibilità di intrecciare un filo metaletterario alla mia trama, chi sono io per oppormi? Piani temporali sovrapposti, gente che si racconta inaffidabilmente, scrittori che si scrivono, storie viste attraverso gli occhi di gente che le legge, possibilità alternative, teatro nel teatro… Tutto quel  che può servire a mostrare più di un’angolazione o più di uno strato mi rende ridicolmente felice. E sì, lo so: ho una mente contorta. prometheus_brings_fire_to_mankind.jpg

4) A (generally thwarted) Need for Better Colours – Le mie storie sono piene di gente che aspetta, immagina, prefigura, s’illude, si affanna per qualcosa che non può avere. O che, quando arriva, non è come doveva essere. Ho un debole per le cause perse, per la sconfitta, per l’irreparabile momento in cui l’attesa e la battaglia sono terminate, ed è troppo tardi per tutto tranne il rimpianto. Qualcuno dei miei personaggi s’illude davvero, altri sono perfettamente consapevoli di quel che stanno facendo – ma per tutti, alla fin fine, la vita sta nella cerca e non nel risultato. Nessuno ottiene mai quel che vuole – nemmeno quando sembra che sia così.

ruscha-the-end.jpg5) Cambiamento Irreparabile ed Epocale – Quel che un sacco della mia gente scritta vuole è difendere il proprio mondo. Solo che non può, perché il mondo in questione sta finendo, tramontando, cambiando per sempre. Non c’è modo di tornare indietro – la scelta è tra l’adattarsi al cambiamento e sposare oltre ogni ragionevolezza la causa del declino. I miei protagonisti, per lo più, scelgono la seconda opzione, perché ciascuno è sentimentale a modo suo, ed è così che lo sono io. L’ho già detto che nessuno ottiene mai quello che vuole?old_england_09.jpg

6) La Vecchia Inghilterra – La storia inglese, la lingua inglese, la letteratura inglese, il nonsense il paesaggio inglese, le città inglesi hanno – forse qualcuno di voi lo avrà notato – una certa tendenza a comparire nella mia conversazione e nelle mie storie. Adoro quest’isoletta che, da terra di conquista, è diventata il centro del mondo e poi, quando ha cessato di esserlo, ha continuato a comportarsi come se lo fosse. È la commistione di arroganza, spirito di contraddizione, culto della riservatezza, assurdità e ingegno, credo. E so bene che quell’Inghilterra che è principalmente un’idea, quella in cui mi riconosco così bene, sotto molti aspetti non c’è più – ma questo non cambia le cose. Lasciatemi giocare con la mia Inghilterra immaginaria, please

7) Kit Marlowe – Anche questo, dite6a00d8341cc27e53ef0147e38c3701970b-200wi.jpg la verità, l’avevate intuito. Da qualche anno, Kit è la mia ossessione in carica. Prima c’è stato (a lungo) Annibale Barca, e prima ancora il Barone Rosso, e Manfredi di Svevia… Marlowe è diventato una specie di figura del coraggio intellettuale: un uomo che coltivava  apertamente ogni genere di idea eterodossa in un’epoca in cui le idee eterodosse conducevano alla forca (preceduta da tortura e seguita da sbudellamento, annegamento e squartamento), che scriveva storie di aspirazione, ambizione e rovina, che descriveva menti alla perenne ricerca di conoscenza infinita… ecco, un uomo così è fatto per essere raccontato a teatro e nei romanzi. E badate, inclino a credere che di persona dovesse essere insopportabile, ma fa lo stesso. Dopo tutto è parte di una collezione di ossessioni – dove è scritto che deve avere una logica?

E non dico che sia tutto, ma di sicuro è tutto molto ricorrente.

E voi? Che cos’è che tornate a scrivere? O che tornate a leggere?

grillopensante · guardando la storia · libri, libri e libri

Garibaldi Il Samurai E Il Buon Re Riccardo

Ieri ho scandalizzato un anziano signore.Garibaldi, stevenson, riccardo cuor di leone, riccardo III, giovanni senzaterra, filippo II

È un indigeno, una brava persona che conosco in via molto superficiale e che, avendo udito parlare di Aninha, mi piomba qui per discuterne, rimanendo molto deluso nel sapere che si tratta non di un romanzo, ma di un lavoro teatrale – e nemmeno pubblicato.

“Però può venire a vederlo a teatro a Ostiglia l’otto marzo,” gli dico.

Lui tentenna un po’ – non è un gran frequentatore di teatri, mi spiega. Però… “Potrei anche venire. Sa, fa piacere vedere giovani che si occupano di Garibaldi come si deve. Mica come le pubblicità squallide e vergognose dei telefonini.

E io scoppio a ridere, e gli faccio notare che la campagna TIM è una delle più spassose e ironiche degli ultimi anni… Grave errore tattico.

L’Anziano Signore mi fulmina con lo sguardo e assume un colorito lievemente apoplettico.

“Ma come? Ma no! Dov’è il rispetto? Dov’è l’Unità d’Italia? E Garibaldi è un eroe – queste sono cose su cui non si scherza! Non lo sa che i Giapponesi quando parlano di Garibaldi si alzano in piedi?” E nel dirlo mima un Giapponese che si alza in piedi. “Perché per loro è un samurai, un eroe del dovere, dedito al servizio dell’imperatore… solo che invece dell’imperatore lui aveva l’Italia!”

E io potrei starmene zitta, a questo punto – e invece no.

“Ma sa,” e – sciagurata! – scrollo anche una spalla nel modo più dismissive, “il fatto è che Garibaldi non era una brava persona.”

Apriti cielo e spalancati terra! Ma come? Sono così ingenua da credere che uno possa fare l’Italia senza essere un po’ spregiudicato?

Spiego che capisco benissimo la spregiudicatezza, tanto che in fatto di Risorgimento la mia simpatia va tutta a Cavour…Ma Garibaldi aveva cominciato la carriera come disertore e ladro di bestiame (e mogli altrui), la finì abbandonando al pubblico disprezzo amici che lo avevano seguito e servito per tutta la vita, aveva idee politche allo stato gassoso e, se era un brillante guerrigliero, la sua competenza militare si esauriva lì…

E potrei continuare, ma l’Anziano Signore, con un’ultima occhiata di disgusto, gira sui tacchi, m’informa che proprio non siamo d’accordo, e se ne va convinto che sia una revisionista della specie più bieca.

Oh, non è che non lo capisca del tutto: prima della conflagrazione, parlando dei miei libri, avevo nominato Annibale, e lui aveva reagito “Ah, gli ozi di Capua…” e la mia simpatia nei suoi confronti era franata a valle. Non è mai divertente sentir denigrare l’oggetto del proprio hero worship, vero?

Resta tuttavia il fatto che per molti Anziani Signori (e non solo) Garibaldi è ancora, e sempre sarà, in sella al cavallo bianco impennato in cima al monumento, là dove lo hanno issato decenni di oleografia risorgimentale, sussidiari scolastici e diffusa convinzione.

E non è solo questione di Garibaldi, naturalmente. La storia è piena di gente santificata o demonizzata da una combinazione di propaganda, ballate popolari, letteratura e circostanze – per non parlare dell’atavica, incoercibile umana fame di eroi e di malvagi.

Per dire, il nome di Riccardo Cuor di Leone che immagine evoca in noi tutti? Quella di un cavaliere in armatura risplendente, elmo coronato e cotta da crociato, di uno dei migliori e più amati re d’Inghilterra, di un altro cavallo bianco impennato in cima a un monumento. Una volta, nella cattedrale di Rouen, dei turisti spagnoli mi chiesero a chi appartenesse la statua coronata sul sarcofago di pietra. E quando, nel mio limitato Castigliano, ebbi spiegato che si trattava del cenotafio di Riccardo, il cui cuore si trovava nella cripta, un’onda di deliziate esclamazioni  attraversò il gruppo. “Ricardo Corazòn de Leon! Que lindo!” e mi ringraziavano, come se fosse stato merito mio…

Garibaldi, stevenson, riccardo cuor di leone, riccardo III, giovanni senzaterra, filippo IIMa in realtà, Riccardo Plantageneto passò la sua prima giovinezza a cospirare ai danni di suo padre (abbandonando i suoi fratelli al loro destino quando le cose si misero male), non imparò mai l’Inglese, passò complessivamente forse un anno della sua vita nell’isola di cui era principe e poi re – ma non per questo ebbe remore a dissanguarla per finanziare la sua ossessione: una crociata che fallì (anche a causa del suo scarso riguardo per quello che oggi chiameremmo comando congiunto) e che si concluse con la sua cattura in Austria. Pare che stesse viaggiando in ingognito e che fosse riconosciuto perché insisteva per mangiare del pollo arrosto – nulla che si trovasse con facilità sulla tavola di una locanda. Leopoldo d’Austria non aveva buoni motivi per tenerlo prigioniero se non molta bile, ma chiese un esorbitante riscatto per la sua liberazione, riscatto pagato per lo più dai suoi sudditi. Se non bastasse, pur avendo sposato Berengaria di Navarra, la più bella principessa del suo tempo, la tenne sempre lontana da sé e confinata qua o là – sempre lontana dall’Inghilterra. E questo era il Buon Re Riccardo delle ballate.

Inclino a credere che Riccardo debba in origine la sua buona fama, paradossalmente, al fatto di essere sempre stato lontano dall’Inghilterra. Altri erano lasciati indietro a raccogliere le tasse e barcamenarsi in tempi complicati, e di sicuro non mancarono mai di cercare il proprio interesse. Ergo, costoro erano malvagi, e oh, se solo il Buon Re Riccardo fosse tornato a casa dai suoi affezionati sudditi! Che a Riccardo non importasse granché dei suoi sudditi, e che le tasse e l’instabilità fossero dovute in buona parte alla sua crociata e alla sua assenza, erano considerazioni secondarie – e del tutto ininfluenti agli occhi dei trovatori contemporanei e dei romanzieri ottocenteschi – come quell’efficacissimo rovinatore di reputazioni che era Scott.

Garibaldi, stevenson, riccardo cuor di leone, riccardo III, giovanni senzaterra, filippo IIPer contro, un paio di Riccardi più in qua, Riccardo Terzo ce lo immaginiamo tutti gobbo e malvagissimo – sull’onda della forza combinata di Shakespeare e Thomas More. Potenza della propaganda Tudor! Poi in realtà, in anni più recenti questo Richard ha beneficiato di un’ondata di popolarità sentimental-letteraria, a partire da Josephine Tey, dalla Ricardian Society e da tutta una popolazione di biografi e romanzieri, fino ad arrivare all’estremo opposto. Per quanto mi piaccia Richard, non sopporto i romanzi che lo dipingono come una mite e gentile vittima delle circostanze – well on his way to sainthood. Garibaldi, stevenson, riccardo cuor di leone, riccardo III, giovanni senzaterra, filippo II

Nessuno sembra avere fatto sforzi comparabili per Giovanni Senzaterra, il fratello e successore del Cuor di Leone. O meglio: qualche biografo ha fatto notare come, checché ne dicesse il solito Walter Scott, Giovanni sia stato quanto meno un buon legislatore, un riformatore e un buon generale, penalizzato dall’aver ereditato debiti enormi, molto marasma interno e una collezione di guerre costose. Sul versante narrativo, tuttavia, nulla. Non so voi (e sarei grata di eventuali segnalazioni), ma non mi viene in mente un singolo romanzo in cui John Lackland compaia altro che meschino, arrogante, codardo e generalmente spregevole. Naturalmente c’è il teatro, ma per trovare un ritratto positivo di Giovanni bisogna tornare all’era Tudor. C’è anche, semi-dimenticato, un King John di Shakespeare – che definirei tiepido nella migliore delle ipotesi.

Pensandoci, è abbastanza strano. In fondo quasi tutti, prima o poi, trovano un riabilitatore. Pensate a Filippo II di Spagna, mostro di crudeltà per Otway, St. Réal, Alfieri e legioni di altra gente affascinata dalla Leyenda Negra. Poi arriva Schiller, e a Filippo cresce un’anima. Col risultato che adesso, per lo più, consideriamo Filippo II un vilain tormentato e con la sua dose di giustificazioni.

E se qualcuno intende obiettare che forse Giovanni non era simpaticissimo di suo, posso rispondere che è possibile – ma in genere non è il tipo di considerazioni che frena poeti e romanzieri. Per restare nell’ambito della Leyenda Negra, Don Carlos era uno psicopatico che si divertiva a frustare a morte i cavalli, eppure ha trovato parecchia gente disposta a ritrarlo come uno sventurato e attraente giovanotto – un nonnulla instabile forse, ma per eccesso di sensibilità e maltrattamenti ricevuti. Questi apologeti erano dapprima propagandisti protestanti e antispagnoli, cui serviva una vittima innocente e simpatica, martirizzata dal nigerrimo Filippo. E quando poi arrivarono playwrights e romanzieri, la storia era già solidificata e buona per il teatro, con i suoi Buoni e i suoi Malvagi – almeno fino a Schiller.

Un caso un po’ diverso è quello di Alan Breck Stewart, personaggio minore che più minore non si può, e decisamente poco simpatico. È vero che era un Giacobita – specie rappresentata in letteratura in varie sfumature dal fanatico pericoloso al vago e inefficace* – ma resta il fatto che persino i suoi compagni d’armi, correligionari e consanguinei lo descrivevano con scarso affetto. Poi arriva Stevenson e lo trasforma nell’irresistibile personaggio che sappiamo – e conosciamo e amiamo. A chi importa veramente che l’Alan storico fosse, a detta del suo padre adottivo, “uno sciocco violento e pericoloso”? Un altro caso di fama postuma e immeritata – molto più postuma ma altrettanto immeritata di quella di Riccardo Cuor di Leone, solo che le motivazioni di Stevenson erano molto più narrative che storiche.

D’altra parte credo che storia e storytelling si allaccino sempre inestricabilmente in questo genere di reputazioni. Riccardo III è stato sconfitto, Giovanni Senzaterra non può competere con l’aura di suo fratello, Filippo si è parzialmente salvato perché nessuno scrittore ha saputo rendere Carletto abbastanza interessante, e tutto ciò costituisce gioia e pascolo per i romanzieri storici presenti e futuri.

Templari: vittime o carnefici? I Cecil: pilastri della patria o arrampicatori? Roger de la Flor: cavaliere senza macchia e senza paura o perfido mercenario? John Dee: visionario o ciarlatano? Mehmed II: illuminato consquistatore o tiranno mezzo matto?…

Se lo chiedete a me, credo che il romanzo storico, come genere, abbia di che prosperare – con l’abbondanza di gente da riabilitare, gente da annerire, punti di vista da esplorare, idee acquisite da ribaltare. E c’è spazio di manovra per fare tutto ciò in più di un modo, tenendo conto delle sfumature di grigio oppure recuperando il buon vecchio manicheismo narrativo, perché sospetto che ci siano in giro un sacco di lettori come l’Anziano Signore – gente che vuole i suoi eroi saldamente in sella al cavallo bianco, e i malvagi ammantellati di nero e cachinnanti nell’ombra.

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* Una volta di più, Sir Walter Scott aveva messo mano alla faccenda…

teatro · virgilitudini

Ricapitolando

E così, con oggi pomeriggio, è finito il mio primo run ufficiale: cinque repliche di Di Uomini E Poeti.

Cinque, non sei, perché la prima è stata cancellata per una combinazione di neve e influenza, ma lo sapete – oh, se lo sapete. A dire il vero non ne potete più di sentirmi parlare di Di Uomini E Poeti, ma portate pazienza ancora per oggi, mentre rimugino di teatro, di scrittura e di massimi sistemi applicati.

Cominciamo col dire che, contrariamente, alle mie pessimistiche previsioni, sono sopravvissuta al run e non sto scrivendo dall’oltretomba. Per questa volta, niente sincopi e niente fama postuma. Ci sono stati brevi momenti di sconforto, si sono intrattenuti fuggevoli pensieri di emigrazione a St. Helena*, si è invocata, senza considerarla seriamente, l’ipotesi di fare harakiri con una matita HB, ma si è trattato di piccoli cedimenti dovuti al meteo e alla proverbiale instabilità degli artisti.

C’è stato il fatto che le prime sono sempre prime, che nevicava e i marciapiedi cittadini parevano fatti di vetro insaponato, che il teatro era mezzo pieno – ma al momento sembrava proprio mezzo vuoto. Nonostante questo, il primo quarto d’ora della prima è stato un quarto d’ora di beatitudine – poi la compagnia si è fatta prendere da un filino di Empty House Syndrome… C’è stata una certa quantità di smagliature, e alla fine non è che il mio primo vero pubblico pagante sia stato calorosissimo.

Dopodiché le cose sono andate germogliando e fiorendo di volta in volta, e i piccoli incidenti come il telefonino dimenticato acceso in tasca da un attore, e la bizzarra non-recensione sulla stampa locale sono stati piccoli incidenti pittoreschi. È stato affascinante sedere in mezzo al pubblico per cinque volte di fila, dividendo la mia attenzione tra quel che succedeva sul palco, le reazioni del pubblico e gli appunti per la riscrittura.

E allora andiamo con ordine.

Come ho detto e detto e detto ancora, questo era il mio primo run. La prima volta che vedevo uno spettacolo – mio o altrui – per cinque volte in dieci giorni. Sapevo in teoria che in teatro mai nulla succede due volte allo stesso modo, ma constatare la pratica, per così dire, sulla mia pelle, è stata un’esperienza elettrizzante. Ad ogni replica si produceva una diversa qualità di tensione e di fluidità, un ritmo diverso, un diverso colore complessivo… “Non ti stufi di vederlo tutte le sere?” mi ha chiesto la bambina di un’amica, sentendomi raccontare della mia avventura. “Oltretutto, lo sai a memoria…” Ebbene, posso confessare che potrei continuare a lungo? Non foss’altro che per vedere in quanti altri modi ogni singolo attore può affrontare ogni singola battuta. Non sempre ho condiviso tutto, non tuttissimo mi è piaciuto ogni volta, ma le possibilità, le possibilità, le possibilità

Il pubblico, dopo la prima è diventato più caloroso. Immagino che avere sfidato la tormenta per andare a teatro renda esigentissimi e freddini all’applauso**? E comunque, l’ho già detto, la prima non è stata affatto la migliore delle serate – come è collaudata tradizione in teatro. Che posso dire? Son cose che si prendono con più filosofia quando capitano a qualche altro autore. Epperò, la cosa che ho notato di più fin dalla prima sera, è stato il silenzio. DUeP non è il genere di lavoro che ecciti risate o reazioni facilmente registrabili a sipario aperto – ma c’era (caramelle a parte) quel silenzio immobile che significa attenzione. Oppure sonno profondo – ma se non altro nessuno ha russato. E poi, all’uscita, o via mail, o riferiti, o attraverso Twitter, arrivavano i complimenti. So di gente che si è commossa, di gente che è tornata una seconda volta, di gente che ha deciso di rileggere l’Eneide, di gente che era partita prevenuta e poi ha apprezzato… Non è solo merito mio – in teatro non è mai merito di una persona sola e la compagnia ha fatto un lavoro favoloso (con menzione speciale alla regia di Maria Grazia Bettini e al Vario di Diego Fusari) – ma lasciate che mi ci crogioli un pochino. Dopo tutto era la prima volta. E oggi pomeriggio, a teatro finalmente pieno, mi è spiaciuto pensare che era l’ultima volta, che dovrà passare del tempo prima che possa sedermi di nuovo in mezzo a un pubblico silenzioso e immobile – catturato dalle mie parole.

Adesso inizia la riscrittura. Non ho mai assistito alle prove, e quindi non ho mai avuto modo di lavorare insieme alla compagnia. Così ho usato le repliche come workshop, annotando le rigidità e le manchevolezze di cui sulla carta non mi ero accorta, e interrogando gli attori su quel che li rendeva infelici nel testo. Non ho ancora finito con loro, ma ho tutte le intenzioni di farli parlare. E poi riscriverò, allungherò e renderò più liscio l’insieme. Per la prima versione la committenza aveva fissato una durata massima di un’ora, cosa che mi aveva costretta a prendere degli angoli un po’ stretti, qua e là… E se sulla carta era tutto perfettamente logico, una volta in scena ogni spigolo, ogni scorciatoia, ogni semplificazione, tutto è emerso, evidente come una fila di coni segnaletici. Adesso posso sciogliere nodi, sfumare passaggi, sviluppare accenni, e sistemare tutto quello che ho sentito piatto, lacunoso o acerbo nel corso di queste repliche. “Tu sei matta,” mi ha detto D. – che probabilmente non ne può più di Virgilio e compagnia. “Ma allora quand’è che consideri definitivo un testo?” mi ha domandato P. con un’ombra di sconcerto, rigirandosi tra le mani la versione pubblicata di DUeP. “E però, nel frattempo, ci scrivi anche qualcosa di nuovo, vero?” hanno chiesto regista e diversi attori.

E le risposte sono, rispettivamente, che sono matta da legare, che non c’è ancora nulla che abbia scritto e/o pubblicato e sia disposta a considerare definitivo, e che sono tanto, tanto, tanto sollevata e lieta che la compagnia non ne abbia avuto abbastanza di me.

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* O altro luogo isolato e privo di teatri.

** Devo riferire un particolare un nonnulla eerie. Nel mio primo e fallito tentativo di romanzo, c’era un debutto – una prima teatrale in una sera di neve, con il teatro semivuoto, la compagnia di malumore e il pubblico maldisposto, e un mangiatore di caramelle in prima fila. Sapeste com’è strano ritrovarsi nel bel mezzo di un proprio romanzo… C’era persino la signora con le caramelle.