Digitalia · libri, libri e libri · self-publishing

Bye Bye Profumo Dei Libri?

bye bye book? ebook, cartaceo e digitaleSabato ho seguito a distanza via Twitter parte di Bye Bye Book? – giornata di studi su ebook, self publishing e futuro dell’editoria tenuto a Empoli.

La faccenda è stata interessante anzichenò, con qualcosa di nuovo (specialmente in fatto di self publishing e biblioteche*), qualcosa di già sentito a Librinnovando e, se dovessi trovarci qualcosa di blu, direi che l’audio dello streaming non era di grande aiuto. Per fortuna c’erano i Book Bloggers di Ledita che, capitanati da Marta Traverso e Silvia Surano, twittavano forsennatamente a beneficio di noi gente lontana.

Epperò, perdonatemi, non è tanto dei contenuti di BBB che voglio ciacolare oggi, quanto di un certo chiasso twitteresco che si è prodotto attorno alla manifestazione e al suo hashtag #byebyebook. Per i non-cinguettanti, il termine hashtag indica una specie di parola d’ordine provvista di cancelletto che, inserita all’interno dei cinguettii rilevanti, facilita la vita a chi vuole seguire l’andamento di un discorso articolato su Twitter. Perché sì, su Twitter si fanno anche discorsi articolati – a 140 caratteri per volta.

Posso solo supporre che molta gente non segua questa procedura, però, e si limiti a pescare nell’elenco degli hastags più cinguettati e indignarsi sulla fiducia… perché non avete idea di quanta gente, nel corso della giornata, si sia scagliata contro BBB con cinguettii tra il fervido e il furibondo.

Vero è che il titolo era volutamente provocatorio, vero è che il fondamentale punto interrogativo è andato perso piuttosto presto nel cinguettante furore, ma ho difficoltà a credere che le schiere di annusatori di libri all’assalto avessero speso anche solo cinque minuti a rendersi conto di quel che si discuteva davvero a Empoli.

O forse invece la mia difficoltà è infondata – e allora andiamo assai peggio. In realtà non è come se non avessi fatto esperienza diretta dello sguardo tra inorridito e sprezzante di cui capita di venir gratificati quando ci si confessa e-lettori. Non so se vi sia mai successo: vi guardano come se vi sospettassero di organizzare biblio-autodafè nel giardino di casa – un incrocio tra Leone III Isaurico e il Capitano Beatty di Fahrenheit 451. E voi spiegate di avere tante belle pareti colme di libri cartacei che amate molto, che avete letto e leggete con piacere, che trattate con un rispetto ai limiti della venerazione – solo che avete anche un eReader, sul quale leggete tanti ebooks, e la lettura vi piace altrettanto, per non parlare della possibilità di portarvi in giro mezza biblioteca nella borsetta… bye bye book?, fahrenheit 451, ebook, cartaceo e digitale

Allora scatta la fase successiva, nota con la sigla MVM. “Ma Vuoi Mettere…?” vi chiedono. Vuoi mettere il piacere di un libro cartaceo? Vuoi mettere la copertina da accarezzare? Vuoi mettere il fruscio delle pagine? E, soprattutto, vuoi mettere il profumo di carta e inchiostro?

C’e gente che queste cose ve le dice con uno scintillio negli occhi, tra fanatico e sensuale, e voi non capite bene se i libri li leggano o ci facciano l’amore – e, ci crediate o no, sabato scorso, a commento di una giornata di studi in cui si discettava di apertura delle biblioteche alle nuove tecnologie, di differenza tra vanity press e self publishing, di open access e di evoluzione del ruolo dell’agente letterario, un sacco di gente cinguettava rabbiosamente in questi termini.

Altro che byebyebook! Niente di digitale potrà mai sostituire il piacere di un libro! Carta tutta la vita! I libri bisogna toccarli, annusarli, sentirli! Viva il profumo della carta! L’ebook mortifica il tatto e l’olfatto! Perdere il profumo della carta è come perdere una parte di noi! Semmai, bye bye ebook!!!

E non sto citando nessun tweet in particolare, ma vi riporto il sugo e il tono di molti di essi. Troppi di essi. E poi c’erano quelli che bollavano BBB come l’ennesima mock-battle cartaceo/digitale – ciò che non era affatto, ma che doveva sembrare, a giudicare soltanto dal lato Twitter.

can-newbook.jpegE non posso fare a meno di levare le sopracciglia davanti a questa sorta di resistenza anti-digitale arroccata sul profumo della carta… è questo l’unico argomento che hanno da opporre? Altra cosa di cui non posso fare a meno è pensare ai produttori di margarina olandesi che dieci o quindici anni orsono ottennero dalla Corte Europea di Giustizia l’interdizione a importare margarina belga** – che margarina era, ma in confezioni esagonali anziché quadrate, e i consumatori belgi erano abituati alla margarina quadrata…

Ecco, temo che a questi Odoratori del Libro*** sfugga del tutto il senso di quel che sta accadendo.

Nessuno nega il fascino del libro di carta, nessuno ne complotta con malvagità deliberata il tramonto, ma le cose stanno cambiando. L’editoria cambia, il concetto di pubblicazione cambia, le potenzialità per autori e lettori cambiano, la tecnologia cambia. Cambia anche la lettura? Non lo so. Non ho mai nascosto le mie perplessità di fronte agli enhancements – l’impressione che la lettura assistita sia un processo mentale diverso, e che la differenza tra un’edizione manuziana e un file .mobi sul mio Kindle non sia tanto radicale quanto quella tra il .mobi e l’enhanced ebook… Ma davvero mi domando se gli annusatori, con i loro perenni lai sul profumo della carta, non si accorgano di essersi attestati a difendere una linea che ha ben poco a che fare con la battaglia in corso.

Mal che vada, immagino, potranno consolarsi spruzzando Smell of Books prima di ogni sessione di lettura – e considerarsi fortunati, perché nessuna delle altre questioni in gioco avrà una soluzione pronta in lattina.

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* E qui volevo segnalare l’intervento di Luciana Cumino, dell’attivissima Biblioteca di Cologno Monzese, con la sua interessante storia di sperimentazioni e aperture alle nuove tecnologie.

** Or was it the other way ‘round? Sinceramente non mi ricordo…

*** Mi piacerebbe attribuirmi il merito della definizione, ma è del Dr. Dee, over at strategie evolutive.

cinema · musica

Cerf-Volant

Les Choristes è uno di quei film che voglio vedere da secoli e poi, per un motivo o per l’altro, non vedo mai.

Di sicuro ha un’incantevole colonna sonora. Il genere di musica che si ascolta volentieri con le finestre aperte la prima domenica di primavera, per dire…

Et donc, buona prima domenica di primavera a tutti.

grilloleggente · libri, libri e libri

Oltre A Leggerli

È tutta colpa di Pinterest.

Sì, da un paio di settimane ho una bacheca su Pinterest – l’ho sottotitolata “a visual appendage to Senza Errori di Stumpa” e non ho pensato a dirlo qui.

Be’, lo dico adesso: ho una bacheca su Pinterest. Si chiama Histories, Stories, Books & Theatre, e oltre a divertirmici un sacco, sto trovando la faccenda interessante.

libri,pinterestPer un paio di settimane I pinned happily away – un paio di immagini al dì, ogni volta che trovavo qualcosa di interessante. Poi è successo che su Twitter F. mi abbia chiesto: “ma come? Una bacheca sola? Non ti viene voglia di metterci di tutto?”

Confesso di essere rimasta lievemente sconcertata e, come il millepiedi di Kipling, mi sono fermata con la zampetta sollevata.

“Non ti senti limitata da una bacheca sola?” Ha insistito il fellow-twitterer, e gli ho risposto che in realtà mi ero tenuta il titolo abbastanza vago da poterci mettere parecchie cose… Quello che non gli ho detto, è stato che all’inizio ero partita con l’idea di tre o quattro bacheche diverse – una per i libri, una per il teatro e così via – e poi ho deciso che perdere del tempo a decidere se un’immagine ricadesse sotto la voce Libri o sotto la voce Storie non era proprio quello che volevo fare. Così mi sono limitata a una bacheca ragionevolmente generica e, come ho già detto, mi ci sto divertendo molto. 

Tuttavia, una volta che ha concepito dubbi sulle sue zampette, il millepiedi… er, considerando le mie difficoltà entomologiche, preferirei che Kipling avesse scelto una diversa creatura per la sua storia. Vi secca molto se passo dal millepiedi all’echidna? So che ha solo quattro zampe – but still.

Ma in realtà possiamo accantonare il regno animale nel suo complesso e tornare a noi: il fatto è che la conversazione mi ha spinta a badare a quello che stavo facendo con Pinterest, e sono giunta a due conclusioni.

La prima, è che Storia, storie, libri e teatro coprono abbastanza dei miei interessi perché “tutto il resto” possa starsene fuori dalla mia bacheca senza pregiudizio particolare. Ammetto che è una coperta piuttosto ampia, e ammetto che ci sono molte altre cose che restano fuori – ma può andare benissimo così.libri,pinterest

La seconda è che la mia ossessione per i libri sta assumendo aspetti nuovi. O se c’erano anche prima, non li avevo notati in modo consapevole. Si direbbe che limitarmi a leggerli non sia più sufficiente, dal modo in cui sulla mia bacheca sono comparsi libri alterati, oggetti a forma di libro e disposizioni pittoresche – come la suddivisione per colore. Ebbene sì, lo ammetto: sabato scorso ho iniziato a rivoluzionare la mia libreria suddividendo i libri per colore della costa****. Non è molto pratico (del che mi consolo pensando che l’ordine era molto casuale anche prima), però è grazioso a vedersi. Che posso farci? Scaffali come quelli nelle foto sono piccole soddisfazioni che ho coltivato per un paio di mattine di sabato*. Col che non voglio dire che riorganizzerò così tutta la mia libreria**, o che sia diventato più facile trovare i libri che cerco, ma potrei andare avanti per un po’. Mi piace l’idea che i libri, oltre a contenere storie, siano qualcosa che abita con me, con cui fare esperimenti decorativi, con cui giocare… I libri sono gente, dopo tutto. libri,pinterest

J. mi ha chiesto se riesco a indurmi a separare i libri dello stesso autore for the sake of colour. Francamente, i miei libri non sono molto abituati a vivere in gruppi famigliari – non lo erano nemmeno prima. Scegliendo uno scaffale a caso (tra quelli non riordinati per colore) trovo uno dopo l’altro Bryher, Aristofane, Erich Fromm, Stuart Kelly, Virgilio, Magdi Allam, Ben Jonson, Juliet Barker, Patrick Rambaud, D. G. Chandler, Susanna Clarke… senza logica particolare oltre ad associazioni mentali e una certa dose di serendipità. Oltre al resto, consulto, sposto e rileggo abbastanza spesso – e raramente ho la pazienza di rimettere esattamente dove ho preso. Mi piace vedere gli accostamenti che saltano fuori, nessuno dei quali è definitivo. Per cui non credo che i miei libri siano traumatizzati perché li ho risistemati per colore… Al massimo parrà loro un criterio vagamente più comprensibile di tanti altri.

anagram bookshop, libri alteratiDopo gli scaffali a colori, sulla bacheca sono comparse altre cose che, viste tutte insieme, cominciano ad avere qualche senso – come i meravigliosi libri-scultura di Anagram Bookshop, la custodia per l’iPad*** a forma di libro, i libricini-ciondolo, i libri ricoperti con carta da musica o mappe antiche… Tutto ciò perché non c’è niente da fare: un parallelepipedo di carta contenente una storia è un’irresistible combinazione di bellezza e concetto. Se volete, mi spingo persino ad ammettere che un ciondolo a forma di Kindle non sarebbe la stessa cosa.

E quindi, per riassumere: prima credevo di leggerli soltanto, i libri, poi ho cominciato con Pinterest, poi mi sono ritrovata a suddividere i libri per colore, e adesso mi vo scoprendo qualcosa di molto simile a una mania.

Sarà una brutta china? What next?

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* Dopodiché è arrivata F., ha storto la bocca e ha detto che la cosa le dava un’impressione di omologazione e appiattimento. “Ma vedi,” ho pigolato, “non sono in solid colour: ho cercato di ottenere delle sfumature…” F. non si è commossa – né io mi sono scoraggiata.

** A parte tutto il resto, troppe coste bianche. E non mi sono mai piaciute le coste bianche. Oh well.

*** Ma possibile che non ci sia qualcosa del genere per il Kindle?

**** Verosimilmente in preda a un attacco di quella che P. chiama “dorsomania”. Avete presente la febbre gialla di salgariana memoria e la peste nera? Ecco, si direbbe che io soffra di attacchi di dorsomania multicolore…

grillopensante · Poesia

(Prima)vera Poesia

Credete di poter sopportare una reminiscenza?

Stiamo parlando di venticinque anni orsono – proprio come oggi. Mi si affibbiò un tema sulla primavera, perché allora l’11 novembre si faceva il tema su S. Martino e le castagne, a settembre si raccontavano le vacanze, il 19 marzo si parlava del papà e il 21 marzo, invariabilmente, di primavera.

Il tema che ho in mente era più avventuroso del consueto, e richiedeva di aggiungere alla prosa un po’ di poesia. Le nostre impressioni personali e i nostri sentimenti – in versi.

E la piccola Clarina – che allora le poesie credeva di scriverle, ma rigorosamente in privato e mai si sarebbe sognata di esporle a scuola – si rifiutò di prendere la faccenda sul serio. Però, siccome il tema voleva prosa&versi, anziché sdilinquirsi sui fiori e le rondini, fece dell’ironia su allergie da pollini, piovaschi e altre amenità stagionali – prima in prosa e poi in quelli che le piaceva considerare ottonari.

Poi intendiamoci – non è che non mi sdilinquissi su fiori e rondinelle, anzi. Avevo una vena altamente sentimentale, nella mia infanzia. Però la tenevo per me e per i membri più anziani della famiglia, quelli che non mancavano mai d’impressionarsi e di dire cose come “che bambina!” o “che testolina d’oro!” Piccola potevo essere, ma ero già una spudorata pescatrice di complimenti – e bisogna dire che sulla bontà della mia vena altamente sentimentale nutrissi già qualche dubbio.

Ad ogni modo, la filastrocca. Non credo fosse nulla di che, però ricordo che ero molto soddisfatta dei miei ottonari in rima baciata, e del fatto che fosse ironica. Mia nonna mi aveva recentemente introdotta al Giusti, you know

Ma temo di dover dire che non andò molto bene. L’insegnante non apprezzò. Disse che non prendevo sul serio la faccenda in particolare e la scuola in generale. Non era rispettoso nei confronti suoi e dei miei compagni che avevano scritto poesie “vere”.

Quest’ultima rampogna mi indignò da non dirsi: la maggior parte delle poesie “vere” consisteva nell’andare a capo a strani intervalli e, nella migliore delle ipotesi, nell’occasionale sole rimato con le viole. Io avevo fatto gli ottonari, dannazione, ed erano tutti rimati, e avevo fatto dell’ironia! Perché la mia non era una poesia “vera”?

Fastforward all’anno scorso e a un piccolo premio letterario locale dove, per una serie di circostanze bizzarre, mi ritrovo in giuria. Ci sono sezioni separate per prosa e poesia, e io provo a dire che per la seconda non sono competente, ma niente da fare, e mi ritrovo a giudicare anche lì. Consapevole dei miei limiti, me ne sto zitta abbastanza a lungo mentre il limitato numero di componimenti meritevoli viene scremato e s’individuano i vincitori. Passato quello, però si viene alle menzioni e, tra le valanghe di gente che va a capo a strani intervalli, si sdilinquisce sulla primavera e il suo primo amore e rima cielo e fiori di melo, compare una faccenda bizzarra, un notturno con uno schema di rime sofisticate e tutta una serie di rimandi ottocenteschi. E mi punge vaghezza di dire che meriterebbe una menzione.

“Ma non è originale! Questo verso è copiato da Leopardi!”

“Ma quest’altro è manzoniano.”

“Ma quest’altro è dannunziano…”

Dico che sì. Appunto. Non è plagio – più o meno consapevole. Sono echi inseriti apposta, è una specie di pastiche fatto con una certa consapevolezza tecnica…

E  c’è questa signora che mi guarda con aria gelida e dice che non capisce bene. “Lei la giudica  meritevole, questa cosa del tutto formale?”

E un’altra signora chiosa che non si tratta di “vera poesia”, e io mi sento di nuovo sui banchi di scuola – però adesso sono attrezzata e mi lancio in una disquisizione su come la forma sia sostanza, e su come a differenziare la poesia dalla prosa sia la tecnica più che i fior di melo e la disposizione random delle parole sulla pagina… E cito il rigore tecnico dei grandi poeti, e mi rifiuto di ammettere che casualità e sentimento frullati insieme producano poesia.

Alla fin fine il notturno finisce menzionato, ma le due signore mi portano ancora rancore – un po’ come io ne porto un filo all’insegnante dopo un quarto di secolo…

Lo so, lo so: è partita come una reminiscenza ed è finita in un rant – ma mi irrita nel profondo questa diffusa convinzione che per scrivere poesia basti aprirsi le coronarie e spargerne il contenuto a manciate sulla pagina – badando di andare a capo spesso.

gente che scrive · libri, libri e libri

I Padri Di Dickens

charles dickens, john dickens, figure paterne in dickens, festa del papàA volte mi domando che cosa pensasse John Dickens dei romanzi di suo figlio, in cui i padri ricadono pressoché invariabilmente in tre categorie: quelli morti, quelli inefficaci e quelli senza cuore.

Non che John fosse stato mai un modello di padre presente ed efficace, con le sue velleità di gentiluomo, la sua cura approssimativa degli undici figli e i debiti perenni che lo portarono anche in prigione – ma facciamo un rapido inventario dei padri nei romanzi che Dickens pubblicò prima della morte di suo padre:

The Pickwick Papers – non è che Mr. Wardle eserciti un gran controllo su casa, famiglia e servitori, vero? Inefficace comico.

Oliver Twist – l’unico padre che si menzioni è quello (illegittimo) di Oliver, defunto da anni, debole di carattere, run to seeds anyway, e incapace di assicurare un futuro ai suoi figli.E quando Mr. Bumble dice che i signori del comitato parrocchiale sono “tanti padri” per Oliver… well.

The Old Curiosity Shop – Il padre di Nell è morto, and good riddance, se somigliava anche solo un po’ al suo riprovevole figlio. Nell ha un nonno, ma non è che sia di grande aiuto. Tra l’altro, le ha perso al gioco tutta l’eredità. A parte questo, Kit è orfano, la Marchesa è orfana e mi par di ricordare che Barbara sia orfana anche lei…

Barnaby Rudge – Dunque, vediamo un po’. Il padre di Barnaby non è così morto come tutti credevamo, ma in compenso è un assassino. Il padre di Emma Haredale è morto molti anni orsono. Il padre di Joe Willet è tirannico e collerico. Il padre di Edward Chester è gelido e amorale. Il padre di Dolly Varden è una brava e benintenzionata persona, ma non capisce un bottone; il padre di Hugh è… oh well: diciamo che, se fossi un orfano dickensiano, non mi augurerei di ritrovarmi meno orfano di quanto credessi.

Nicholas Nickleby – il padre di Nicholas è morto. Il perfido Zio Ralph un figlio (illegittimo) ce l’ha – internato in una scuola dove lo picchiano e maltrattano tanto che se ne viene via con le biglie nel cervello e il genere di tubercolosi letteraria che non perdona. Uno inefficace e uno duro/crudele.

A Christmas Carol – il padre di Scrooge non lo voleva a casa per Natale. Bob Cratchit è una brava persona timida e affettuosa, ma nel Natale Futuro A può fare ben poco per salvare Tiny Tim, che nel Natale Futuro B sopravvive per merito di Scrooge. Oh, e il padre di Fred invece è morto.

Dombey & Son – Dombey trascura e maltratta Florence, perché una figlia è inutile; quando arriva il figlio maschio, Dombey lo tratta con tale severità, nella sua ansia di farne un uomo d’affari, che il piccolo Paul non passa i 6 anni. Oh sì: padre e figlia si riconciliano nell’ultimo capitolo.

David Copperfield – i padri di David, Ham ed Em’ly, Tommy Traddles, Steerforth e Rosa Dartle sono morti prima che la storia inizi. Il padre di Dora cede a ogni capriccio della figlia e comunque muore presto. Il padre di Agnes è debole, alcolizzato e incapace di proteggere se stesso, sua figlia e il suo studio dai maneggi di Uriah Heep. Mr. Micawber è cronicamente indebitato, disordinato e vago. Vale la pena di notare che Dickens lo scrisse come un ritratto di suo padre…

E nel 1851 John Dickens morì, per cui non lesse altro – ma direi che, se aveva mai cercato gratificazione personale e ragioni di autostima nelle opere di suo figlio, il messaggio doveva essergli arrivato forte e chiaro. D’altra parte, dopo che Charles era diventato famoso, John non aveva fatto altro che metterlo in imbarazzo, chiedendo denaro a prestito ai suoi amici e vendendo di nascosto le sue carte autografe… Tutto sommato non è una sorpresa constatare come i padri non migliorino granché nei romanzi post 1851, vero?

Er… buona Festa del Papà.

 

 

 

angurie

Off Topic

Post volante del sabato mattina (quando dovrei accingermi a una giornata di scrittura e rimescolamenti di libri – e invece devo tornare a scuola perché giovedì non funzionava la lavagna interattiva multimediale…), giusto per farvi notare il mio guest post su strategie evolutive.

E, per una volta in vita mia, non si tratta di libri, né di storia, né di teatro, né di narratologia, né di alcuna lingua viva o morta, né di Marlowe…

La Clarina può dunque essere indotta a scrivere di qualcosa d’altro? Vedere per credere.

elizabethana · gente che scrive · romanzo storico · teatro

Ritratto Dell’Artista

E non dico che tutto il mondo sia un teatro affollato di antistratfordiani, ma la sensazione che il povero Will Shakespeare non fosse del tutto qualificato per scrivere ciò che ha scritto dev’essere diffusa – e lo dico sulla base della quantità di Will letterari mostrati mentre non fanno altro che assorbire il loro materiale.

Lo Shakespeare letterario medio, quello che  si trova in un romanzo o a teatro, vive con il taccuino in mano – più o meno metaforicamente – annotando, raccogliendo o rubando ogni spunto che gli passa nel raggio di un miglio.

E non da oggi, se consideriamo Le Voyage de Shakespeare, di Alphonse Daudet, una faccenda a mezza strada tra la storia picaresca e il romanzo di formazione, in cui un giovane Will attraversa l’Europa e tutte quelle esperienze che mancano al figlio del guantaio di Stratford per diventare il Bardo.

In The Dark Lady Of The Sonnets, sconosciutissimo atto unico di G.B. Shaw, la faccenda è più teatrale e più spudorata: il nostro ragazzo incontra sul ponte di Londra la Signora Bruna, un Beefeater e varia altra gente, e per tutto il tempo non fa altro che appuntarsi ogni parola che dicono – irritando tutti da non dirsi.

P. F. Chisholm, che poi è Patricia Finney, nei suoi Carey Mysteries porta occasionalmente in scena un Will di questo genere – solo molto più tecnico e consapevole di quel che fa. A un certo punto Sir Robert Carey racconta del bizzarro piccolo attore della compagnia di suo padre*. Costui, dice Carey, ha l’abitudine di scovare gente di tutte le provenienze (nulla di troppo difficile a Londra) e pagarla un tanto all’ora per ascoltarla parlare o leggere ad alta voce. Per impadronirsi di ritmi, inflessioni e cadenze. He’s odd that way, commenta un perplesso Sir Robert – ma noi capiamo e sorridiamo.

Robert Brustein, in The English Channel, riprende l’idea l’idea di Shaw** con un Will che, in conversazione, continua ad interrompere se stesso e gli altri al grido di “this could be something” ogni volta che riconosce un giro di frase, una possibile trama o un’idea. Dopodiché uno dei suoi interlocutori è Marlowe, che non si diverte particolarmente ad avere la sua conversazione messa in versi – e meno ancora a constatare i piccoli furti di versi del suo ambizioso collega… E se vi chiedete il significato del titolo, ebbene, l’idea è che Shakespeare trasmetta, canalizzi voci e idee del suo tempo – in particolare del defunto Marlowe, il cui fantasma, in una bizzarra cornice di prologo & epilogo, c’informa di aspettarsi che Will continui il suo lavoro.

Ancor più radicale da questo punto di vista è Sarah Hoyt, che in Any Man So Daring ci mostra un prima perplesso e poi terrorizzato Shakespeare che scrive sotto dettatura di Marlowe. Un Marlowe che forse non è proprio morto, ma lo è sotto molti aspetti, e comunque questo è un fantasy piuttosto metaletterario in cui i personaggi fatati del Sogno e della Tempesta prendono vita, sono di grande aiuto e combinano innumerevoli danni, e quindi figuratevi che cosa non può fare un Marlowe tra il defunto e il fatato…

Inutile dire che, in tutto questo, Marlowe invece è sempre perfettamente capace di scrivere da sé, senza un gran bisogno di ascoltare, osservare o prendere a prestito altro che l’occasionale cronaca di Holinshed o atlante di Lonicerus.

Basta vedere certe scene di The Reckoning of Kit and Little Boots di Nat Cassidy, con un vulcanico Marlowe che scrive per tesi e uno Shakespeare a mala pena articolato, ma occupato a raccogliere l’essenza della natura umana. “Stories. People,” spiega in tutto e per tutto Will, accennando con le mani alla folla che lo circonda.

E certo è che, a giudicare dalle sue opere, non si direbbe che quell’egocentrico e ambizioso rimuginatore di Kit Marlowe si sia mai preoccupato soverchiamente di capire o osservare i suoi simili. Non doveva avere un grande interesse per l’aspetto people, quale che fosse la sua passione per le stories. Al punto che in quella bizzarria marloviana che è The Nine Lives of Kit Marlowe, Jay Margrave sente di dover giustificare in qualche modo la nuova umanità del Kit post-1953 – quello che, per intenderci, invece di morire a Deptford sopravvive e scrive l’intero canone scespiriano***. E così, tanto per cominciare, il giovanotto passa abbastanza tempo nascosto, travestito da donna e addestrato a comportarsi come una donna da sviluppare tutta una nuova comprensione per il genere femminile.

Ma eccentricità a parte, bisogna ammettere che stili, maniere e biografie autorizzano questo tipo di caratterizzazione. O forse sto assumendo opinioni bizzarre a mia volta, ma trovo del tutto convincente vedere un Marlowe che essuda e uno Shakespeare che assorbe come una spugna.

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* Carey era il figlio più giovane di Lord Hunsdon, Lord Ciambellano d’Inghilterra e mecenate dei Lord Chamberlain’s Men, la prima compagnia con cui Shakespeare lavorò.

** Direi che mi sono stupita di non trovare Shaw citato tra i precedenti letterari nella prefazione dell’autore – se non fosse che constato quasi quotidianamente la facilità con cui si scrive qualcosa di simile a qualcos’altro – senza averne la più pallida idea. *sospiro*

*** Mai usata in vita mia questa versione italianizzata dell’aggettivo, ma mi sono proposta di fare qualcosa di mai fatto prima almeno una volta al mese, Breakfast-at-Tiffany’s-wise. Ci sono mesi in cui baro un pochino. Scespiriano, scespiriano, scespiriano.

cinema

ABCinema

E oggi un alfabeto cinematografico. Un film per ogni lettera – ma bisogna essere molto pronti, perchéparliamo di un paio di secondi a film, e alcuni sono proprio difficili…

Ok, se non sapete che altro fare di domenica pomeriggio, provate a vedere quanti film riuscite a individuare*.

Attention… préts**… Fiii!

Oh, e sempre in questo spirito cineludico, nessuno si cimenta con l’indovinello della nota *** di questo post? Caramelle virtuali in palio.

E buona domenica.

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* Io mi sono miseramente fermata a una decina… comincio a temere di avere gravi lacune.

** Sì, lo so: non è l’accento giusto. Non ho voglia di andare a cercare lo shortcut. Sono pigerrima. Ho avuto una settimana complicata. Ecco.

grillopensante · romanzo storico

Una Persona Seduta A Scrivere

Jeffrey Sweet offre un sacco di buone ragioni per il fatto che un romanziere difficilmente possa essere un buon protagonista teatrale.

Lo scrittore è, teatralmente parlando, un personaggio statico e passivo, perché il suo mestiere è quello di osservare, elaborare, starsene seduto a scrivere e, nel complesso fare tutto quel che fa d’interessante all’interno della propria testa.

A meno che non uccida qualcuno – o che non risolva delitti* – ma questo è un altro discorso. Nella sua qualità di scrittore, in scena non funziona granché.

Per quanto ciò mi spiaccia in linea di principio, devo ammettere che tutto questo vale anche per i romanzi. Bisogna essere davvero molto in gamba per rendere drammaticamente interessante la scrittura di un libro. Fare della stesura di un romanzo una trama significa avventuarsi su terreno pericoloso, perché una persona seduta a scrivere è… be’, una persona seduta a scrivere. Non precisamente materiale narrativo.

E questo è il motivo per cui, benché ci siano molti libri che hanno scrittori per protagonisti, sono rari quelli in cui la scrittura in sé costituisce la trama principale. Mi viene in mente New Grub Street, in cui parecchi capitoli sono dedicati al più tormentoso attacco di Blocco dello Scrittore che si possa immaginare – tragico addirittura, visto che alla fine Edwin ci lascia persino le penne. È una storia molto triste, ma appunto per renderla pregnante Gissing ha sentito la necessità di farne una faccenda di vita e di morte in senso stretto.

In questo ristretto panorama, i personaggi che scrivono romanzi storici si contano sulle dita di una mano. Un paio di volte. Così, off the top of my head, mi vengono in mente solo due casi, e devo confessare che nessuno dei due mi riempie di gioia.

Uno è Il Manoscritto di Shakespeare, di Domenico Seminerio. Sia chiaro, il libro in sé è tutt’altro che male, ma… Dunque: uno scrittore siciliano si ritrova tra le mani dei documenti cinquecenteschi, il cui succo sembra essere che Shakespeare era in realtà siciliano a sua volta. Scettico fin dapprincipio, il protagonista-narratore si vede commissionare una trattazione romanzesca del materiale** – e qui cominciano i guai. Perché il Nostro, che è un insegnante di lettere in un Liceo, si mette all’opera praticamente senza ulteriori ricerche e armato solamente di qualche libro di storia dell’arte per avere un’idea di abbigliamento e mobilio. Così equipaggiato, dopo varie settimane di lavoro, produce un romanzo storico. Feu! Feu! Feu!

L’altro – e se possibile peggiore – caso è La Storia dell’Assedio di Lisbona, di Saramago. Qui abbiamo uno stimato correttore di bozze che, in un momento di stravaganza, aggiunge un “non” a un saggio di storia medievale, stravolgendo il significato del testo. La casa editrice, invece di richiamarlo, gli commissiona una bella ucronia basata sul suo colpo di testa, ovvero l’ipotesi che, nel 1147, i Crociati si rifiutino di aiutare il Re del Portogallo a riconquistare Lisbona. E anche qui il Nostro si mette all’opera senza nessuna particolare ricerca, viene mostrato mentre s’interroga su come entrare nella mente di gente del Dodicesimo Secolo, poi mentre scrive una scena in cui un armigero e una lavandaia s’incontrano al fiume e, nel giro di non troppo tempo, lo vediamo consegnare un romanzo storico che rende tutti molto felici.

Ecco. In entrambi i casi, confesso di avere letto con estrema irritazione. So che in parte questa irritazione è irragionevole, so che mesi e mesi (o anni) di ricerche e letture non sono nulla che si possa raccontare in un romanzo, so che le complessità di due lunghe stesure non costituiscono buona materia narrativa… Sì, grazie: sono ben consapevole di tutto ciò.

Tuttavia, vedere quello che so essere un processo complicato, affascinante, lungo e occasionalmente tormentoso – nonché un mestiere di precisione, pazienza, curiosità, immaginazione e finezza – ridotto a una rapida compilazione con mezzi di fortuna e motivazione casuale mi irrita nel profondo. Anche perché, diciamocelo: sarebbe stato così difficile dare al professore una laurea in Inglese, o almeno un interesse particolare per il teatro elisabettiano o qualche altro argomento inerente? O fornire il correttore di bozze di un interesse pregresso per la storia medievale? Era proprio necessario implicare che qualsiasi individuo di buona cultura, con o senza esperienza precedente in fatto di narrativa, privo persino di interesse specifico per il genere, possa produrre un romanzo storico pubblicabile in qualche settimana, senza uno straccio di ricerca e senz’altro motivo che una richiesta altrui?

Se leggeste in un romanzo che un orologiaio, da un giorno all’altro e con la minima provocazione, si mette a produrre gioielli, e che imbrocca risultati di qualità professionale al primo colpo – nonostante la mancanza di un briciolo preparazione specifica o di esperienza? O che, dal giorno alla notte, senza addestramento Jedi e senza nemmeno la scusa di un’urgenza improcrastinabile e vitale, un fonditore di campane comincia a forgiare cannoni che funzionano? La considerereste una grossolana e approssimativa improbabilità, giusto?

Appunto.

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* Per fare due esempi che non sono teatrali, ma televisivi, c’importerebbe molto di Castle se, invece di investigare insieme alla sua bella detective, se ne stesse chiuso in casa a scrivere e nient’altro? O anche se, invece di partecipare alla risoluzione dei casi, si limitasse a osservare, quiet and unobtrusive? Se così fosse, la serie si chiamerebbe “Beckett”.

** Stratagemma che, ne abbiamo parlato, è quasi un topos a sé nei paraggi narrativi di qualsiasi teoria controversa o downright balenga.