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Dizionario Italiano Per Kindle – Post In Progress

Persino io ogni tanto guardo le statistiche del blog, e mi sono accorta che la richiesta che conduce qui più gente che non mi sta cercando deliberatamente è quella di un dizionario italiano per Kindle. 

Be’, mi sono detta: perché non cercare di essere d’aiuto? L’unico inghippo è che non sono sicura di volere un dizionario italiano sul mio Kindle, che finora è pieno di testi in Inglese… per cui, quello che vi sto proponendo è di fare da cavie: vi suggerisco questa pagina, che offre gratuitamente un dizionario bilingue e uno Italiano/Italiano con 65000 voci in formato Mobi – vale a dire Kindle. E voi scaricate*, installate, mettete alla prova e mi sapete dire qualcosa – nel bene o nel male: completezza e qualità delle definizioni, formattazione, compatibilità, funzionalità Kindle… Tutto quanto.

Se invece volete un dizionario Italiano-Inglese già collaudato, naturalmente, lo si trova – ed è anche possibile impostarlo come dizionario primario. Tra le varie possibilità consiglierei i due volumi del buon vecchio Merriam-Webster, che vanta tradizioni e buone funzionalità di ricerca. Confesso di non averlo mai usato, ma i dizionari Inglese/Inglese WB, cartacei e online, sono affidabili e completi, per cui…

 

Anche qui vale la richiesta: se mettete alla prova, fatemi sapere, volete?

Ne riparliamo più avanti – e magari quando la Zanichelli avrà pubblicato lo Zingarelli in edizione Kindle che va promettendo da quel dì…

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* Non ho bisogno di dirvelo: cautela! Stando ad AVG il sito è mondo, ma non ho provato ad aprire il file del dizionario…

grillopensante · guardando la storia

Brandelli Di Storia

Mentre leggete questo post la Bandiera Rukavina è in viaggio. Dopo avere trascorso tre giorni a Governolo, dove era stata conquistata in battaglia il 18 luglio del 1848, fa ritorno al museo dell’Armeria Reale di Torino.

Per tre giorni le abbiamo girato attorno, l’abbiamo ammirata, l’abbiamo ascoltata descrivere, ci siamo ripetuti a vicenda la sua storia, l’abbiamo mostrata con orgoglio ad amici, estranei e generali di Cavalleria, abbiamo commentato, immaginato, strologato, spiegato.

Poi, a tarda sera, quando le luci si erano spente sulla rievocazione, ci siamo ritrovati al museo im una mezza dozzina per impacchettare la nostra bandiera e prepararla per il viaggio a Torino.

Ancora in costume, l’ho ammirata per bene senza il plexiglas di mezzo, e con S. abbiamo ricordato a mezza voce i tessitori viennesi che hanno tessuto il taffeta giallo, il pittore che ha dipinto l’aquila bicipite dagli occhi feroci e tristi, e gli stemmi e le corone, e poi tutti gli alfieri che hanno portato la bandiera, e i soldati che hanno marciato al suo seguito, e quelli che si sono battuti per difenderla e per conquistarla, quelli che l’hanno presa e quelli che l’hanno perduta…

E poi abbiamo impacchettato davvero tutto quanto, e non avrei mai creduto che una faccenda di carta da pacchi e nastro adesivo potesse assumere questo genere di solennità notturna.

Non avete idea di quanto mi dispiaccia vederla partire, questa bandiera. In tutta probabilità non la rivedrò mai più – forse tornerà per il duecentesimo anniversario, quando, ammesso che sia viva, difficilmente sarò in età di scorrazzare per musei – e all’Armeria Reale non è in esposizione. In fondo sono soltanto brandelli di seta sbiadita, sorta di reliquia bifronte di un impero morto da quasi un secolo e del parto faticoso di una nazione. Sono brandelli che hanno conosciuto polvere e sangue e fatica e furia e trionfo e sconfitta, che sono stati contesi e catturati, che sono stati questione di vita e di morte. Brandelli pesanti.

Non vi è mai capitato che un oggetto in una bacheca di museo vi parlasse? Ebbene, a costo di sembrare sentimentale: a tarda sera, nel museo vuoto, a noi che le avevamo fatto corte per tre giorni,  che la vedevamo senza plexiglas, e che parlavamo a mezza voce mentre l’avvolgevamo nella carta da pacchi, la Bandiera Rukavina sussurrava il suo passato e il suo congedo.

guardando la storia · teatro

Aninha

Sentivo il mondo muoversi appena oltre la cinta nera delle colline all’orizzonte, come un ruggire anita, garibaldi, teatro, governolo, centocinquantesimo, unità d'italia, laguna, brasilelontano di temporali nella notte. E me ne tornavo a casa piena di una fame senza nome e senza forma. E dietro le mie spalle mormoravano della Aninha selvaggia, la vergogna e il crepacuore di sua madre. Allora gettavo indietro la testa e fingevo che non m’importasse. Ero prigioniera…

 

Perché prima di Anita c’era Aninha, la figlia di un mandriano nelle paludi del Brasile, soffocata in un mondo troppo stretto – finché qualcuno non le diede un nuovo nome e nuovi sogni. La storia della ragazza che divenne Anita Garibaldi.

 

 

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Sudare Inchiostro

Mattia Nicchio, di Sudare Inchiostro, è un po’ la concorrenza, perché sul suo blog parla di libri, letture, scrittura, editoria… sounds familiar?

E ne parla in maniera così intelligente e spassosa – a partire da titolo e sottotitolo – che non posso fare a meno di segnalarvelo.

Provate a cominciare con questo post sui bambini in letteratura (e al cinema). Chi di voi non ha mai voluto affogare il Piccolo Lord Fauntleroy nella vasca dei pesci rossi? Lasciate che Mattia vi introduca ai discendenti ideali dell’Abominevole Ceddie.

E poi proseguite con i post sulle possibilità di carriera come Signore del Male, qui e qui. Perchè – confessiamolo! – tutti abbiamo desiderato almeno una volta di dominare il mondo indossando uno di quei fantastici mantelli neri lunghi fino a terra, che si gonfiano con tanta eleganza al minimo accenno di vento e si aprono a ventaglio sul pavimento quando uno muore in posa decorativa… Ma se pensate che sia facile fare il Signore del Male, vuol dire che non avete letto abbastanza narrativa di genere.

E poi girellate pure a vostro piacimento, perché Sudare Inchiostro è tutto così: ben scritto, lievemente cinico e del tutto irresistibile.

grillopensante · libri, libri e libri

Se

kipling, il libro della jungla, toomai degli elefantiE’ ufficiale: sto invecchiando.

Stamattina mi sono svegliata con Toomai Of The Elephants in testa, e non c’è stato verso: era questione di rileggerlo o pensarci per tutta la giornata.

TOTE è uno dei racconti del Libro Della Jungla, ma viene spesso pubblicato per conto suo. E’ la storia di un ragazzino indiano che vuole diventare un mahout e della sua straordinaria iniziazione, ma è soprattutto una storia di elefanti, dei loro riti e delle loro menti un pochino umane e molto misteriose.

TOTE è anche la porta attraverso cui, più o meno trentacinque anni fa, mi sono avvicinata a Kipling. Ho ricordi di mia madre che mi legge questa storia in una sera d’estate, della potenza delle immagini, e più di tutto della danza degli elefanti, selvaggia e solenne nel cuore della foresta buia. Sono certa che la radice prima della mia predilezione per gli elefanti è proprio lì.

E quindi per prima cosa stamattina ho cercato Toomai Degli Elefanti e l’ho riletto kipling, il libro della jungla, toomai degli elefantidopo decenni. Non nella versione di allora, ma in originale. E, come vi dicevo, sono giunta alla conclusione che sto invecchiando, perché mentre leggevo mi sono commossa… 

No, non sui ricordi d’infanzia – non sono ancora a questo punto – ma sulla storia in sé. Mi sono commossa sul mahout che chiama il suo elefante “mio signore”,  su Petersen Sahib che sa di non poter capire molte, molte cose, su Kala Nag, l’elefante più amato in tutto il Servizio, sul piccolo Toomai, sfrontato, timido e fiducioso come i bambini veri, sugli elefanti selvaggi e domestici che si danno convegno e poi tornano al loro posto – e sul finale. No, non vi dico nulla del finale, andate a leggerlo qui – in Inglese*.

E, una volta di più, non capirò mai il modo in cui è sottovalutato Kipling, con la sua scrittura vivida e potente, con le sue caratterizzazioni finissime e così umane, con la sua curiosità intellettuale e con la sua vena epica…

kipling, il libro della jungla, toomai degli elefantiSe uno scrittore è stato capace di segnarmi con una storia quando ero bambina, e poi a decenni di distanza è ancora capace di farmi svegliare con una nostalgia improvvisa di quella storia; se alla rilettura è capace di commuovermi e sorprendermi ancora, perché invece di trovarci meno di quanto ricordavo, ci trovo tanto di più; se è capace di emozionare la donna come allora aveva saputo emozionare la bambina; ebbene o miei lettori, allora quello scrittore è uno Scrittore.

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* O, se preferite, qui in Italiano – ma vi avverto: la traduzione è tutt’altro che male, ma in caratteri da lasciarci una diottria ogni tre righe e  in una formattazione tanto irritante quanto incomprensibile… Basta vedere come hanno trattato le due poesie all’inizio e alla fine.

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Faccende Da Echidna: Sei Parole Al Giorno…

hemingway,six words story every day,scrittura creativaNon è che levino il medico di torno, ma la faccenda è carina e volevo segnalarvela.

Dunque, avrete sentito parlare della celebre storia in sei parole di Hemingway:

For sale. Baby shoes. Never worn.*

Per pochino che Hemingway mi piaccia, di fronte a uno scrittore capace di condensare una tragedia famigliare in un annuncio economico mi levo il proverbiale cappello. Se è tutto vero**, niente da dire.

E naturalmente queste altre bizzarre creature – gli scrittori – non possono resistere alla sfida di un feat del genere, non più di quanto un echidna possa resistere al formaggio. Non è acrobazia gratuita: è l’appetito primigenio per qualcosa di difficile da fare e dannatamente efficace quando riesce bene. Quindi non è una sorpresa che periodicamente compaiano (più nel mondo anglosassone che qui, a dire il vero) concorsi letterari con lo stretto limite delle sei parole.

Questo che vi propongo, Six Words Story Every Day, è diverso dal consueto perché implica anche una certa quantità di lavoro grafico: la storia non va solo scritta, ma anche presentata visivamente prima di essere inserita nella gallery del sito. In realtà vedrete che per lo più si tratta di immagini molto semplici – e se dobbiamo dire il vero anche molte delle “storie” non sono storie affatte. Non lo sono perché…

Hm, no: ripensandoci non ve lo dico. Vediamo se siete stati attenti: secondo voi che cos’è che distingue la storia di Hemingway dalla maggior parte delle non-storie che ci sono nella gallery di SWSED? E, seconda domanda: per quanto mi riguarda, non so resistere a questo genere di formaggio. Prima o poi ci provo. E voi? Vi punge vaghezza di cimentarvi a vostra volta? Se lo fate, sappiatemi dire, volete?

Buon appetito, echidna.

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* Vendesi scarpe bambino. Mai usate. Faccio notare che il mio istinto sarebbe di dire “vendonsi” – e che la mia traduzione di parole ne conta cinque.

** In realtà potrebbe essere una leggenda – specie con il corollario che EH considerasse questa faccenda il suo miglior lavoro.

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Il Mondo Piccolo di Guareschi

Parlando di scrittori, trovo che ci sia un genere speciale di grandezza: la capacità di creare mondi. E badate, non parlo di dettagliatissimo e immaginifico worldbuilding da fantascienza o fantasy – o almeno non necessariamente. Parlo di ogni caso in cui uno scrittore crea una serie di personaggi, luoghi e atmosfere che assumono un grado di realtà per il lettore. “Posti” in cui si vorrebbe stare, in cui ci si sente trasportati per il tempo della lettura, da cui spiace allontanarsi dopo avere chiuso il libro, di cui si sente nostalgia…

Guareschi1.JPGPrendete Guareschi e la sua Bassa del dopoguerra, con gli argini del fiume, i pioppi, i campi, la piazza del paese, le stalle, le trattorie, l’officina, la scuola elementare, la chiesa, la sezione del PCI… Quello che Guareschi chiamava il Mondo Piccolo – da qualche parte sulle rive del Po – è diventato un Posto di questo genere per un’infinità di lettori.

Fontanelle (PR), il paese natale di Guareschi, al Mondo Piccolo ha dedicato un incantevole museino che incarna alla perfezione quest’idea. Ci si arriva vagando per la campagna parmense, lungo strade minori, attraverso campi già mietuti, di paesetto in paesetto. Poi s’imbocca un magnifico viale di tigli – dove ci si aspetta da un momento all’altro di vedere la sagoma di Don Camillo in bicicletta, sottana, saturno e tutto – e ci si ferma a una di quelle vecchie scuole elementari con la facciata d’intonaco giallino e mattoni a vista. Credo che parte della mia generazione – la fetta che abita in campagna – abbia fatto in tempo a imparare a scrivere in edifici del genere. Ci si sente in territorio familiare. Davanti alla scuola c’è il Giovannino in persona. Statua in bronzo a grandezza naturale. In bicicletta. Come se fosse capitato lì e stesse per ripartire da un momento all’altro, fermo solo per il tempo di salutare con un cenno i nuovi venuti. Si ricambia il saluto e si entra nel museo. 

Nel Museo del Mondo Piccolo, a dire il vero, non è esposto nulla. Ci sono riproduzioni di vecchie fotografie, mappe di varie epoche, audiovisivi, una combinazione di tronchi e specchi che ricostruisce (con una certa efficacia) un boschetto di pioppi, alcuni vecchi banchi scolastici dove ci si può sedere per ascoltare la storia di Faraboli, delle sagome di contadini e un paio di pallets di libri di Guareschi. Nient’altro. Si passeggia e si ascoltano le voci che raccontano la storia della zona, la vita nei campi, la nascita delle cooperative, le vicende del Giovannino.otellobernini.jpg

E si ricorda. Si ricordano letture guareschiane ad opera delle nonne, personaggi irascibili e candidi, così vividi da essere quasi gente di famiglia, citazioni passate a lessico famigliare,  film rivisti all’infinito. E uscendo dalla scuola/museo ci si ritrova ancora nel Mondo Piccolo, nei paesetti, nei viali alberati, nei campi, nelle corti, a tavola con lambrusco e culatello – e non è difficile immaginare in questo scenario la gente e i fatti che si sono appena sentiti descrivere nel museo. Nel museo dove si respirava la stessa aria. Nel museo dove non è esposto nulla. Nulla se non l’atmosfera – l’essenza intangibile del Posto.

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Recensioncella – Nonché La Sindrome Del Marinaio Greco

Comunicazione lampo: la Giudi è stata recensita su SognandoLeggendo – sito/community di recensioni, interviste, pennivendolerie e tutto ciò che ha a che fare con quei parallelepipedi di carta (o virtuali) pieni di storie.

La recensione è qui: recensione*, e ci sono anche tutti quei bei bottoni che permettono di segnalarla su FaceBook, o su Twitter, you know

E ora un’appendice alla comunicazione lampo: la recensione è positiva, va da sé. Se fosse stata cattiva, o anche solo mediocre, sarei qui a segnalarvela con tanto di post? Hardly. Conosco la teoria dell’affrontare le critiche negative, ma presentatemi qualcuno che possieda quel genere di masochismo…

Ecco, stavo scrivendo questo, e poi mi sono fermata. C’è un altro tipo di reazione. Se avessi ricevuto una recensione negativa potrei strillare agli alti cieli, dichiararmi perseguitata, ingaggiare scambi d’insulti con il recensore – diretti o a distanza, sul mio sito, sul suo, su blog, forum e social media…), potrei aizzare la mia clique

No, io non ce l’ho una clique, e d’altronde non ho nemmeno ricevuto recensioni negative – almeno non ancora, ma è quel genere di atti inconsulti e truculenti che si vedono accadere in giro per la rete e fuori di essa. Ci sono esempi nostrani recenti, ci sono casi vecchi come le colline – la cosiddetta Querelle Du Cid coinvolse Corneille, nientemeno – e poi c’è il caso che è diventato fulmineamente proverbiale nel mondo editoriale americano, tanto che già si parla di Sindrome del Marinaio Greco. Lettura interessante, se volete vedere una scrittrice che dà di matto nella più pubblica e irreparabile delle maniere** a proposito di osservazioni del tutto ragionevoli sulla qualità della sua scrittura e del suo lavoro autoeditoriale.

Dopodiché, guardate: la reazione è del tutto umana. Ricevere una recensione men che stellare e avere l’impulso di assassinare il recensore con amici, parenti, congiunti, ascendenti e discendenti fino alla quarta generazione è naturale. Questo fa degli scrittori degli equivalenti editoriali delle tazze di tè? Gente che ha nutrito, lisciato e iperprotetto il proprio ego al punto che il primo urto lo fa esplodere in minutissime schegge – e tanto peggio per chi si trova nel raggio? E’ possibile, ma non particolarmente scandaloso. Quello che è imperdonabile è mettersi a ululare in pubblico e – peggio ancora – scadere negli insulti. Potrà sembrare catartico al momento, ma non si fa mai una buona figura…

Non credo che si impari mai davvero a prendere le cattive recensioni con nonchalance, ma è bene sforzarsi di celare bene la propria furia distruttiva e il proprio cuore a brandelli.

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* E se ve la linko (horrid, horrid, horrid verb!) in questo modo dissennato è perché non riesco a fare altrimenti. Per qualche motivo, all’apposita finestrella di dialogo il “qui” non piace. Va’ a sapere…

** Poi c’è da chiedersi se con questa squilibratissima piazzata la Howett si sia rovinata del tutto qualsiasi possibilità di carriera o sia riuscita ad ottenere lo status di personaggio da talk show. Ho perso il polso della faccenda da ben prima che Big Al chiudesse i commenti, ma provate a cercare “Greek Seaman” su Google – sono certa che troverete abbondanza di materiale.

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Noterella non correlata – nemmeno per sbaglio: buon compleanno, L.!!!

blog life

Cribbio!

Er… I’ve messed up. Ho pubblicato stamattina un post che doveva uscire (e uscirà) domani – e l’ho datato al 1 giugno, cosa che spiega parzialmente il pasticcio ma non mi rende meno anatra… E poi l’ho rimosso fino a domani.

Cose che capitano ai vivi, dice P. A me capita più che ad altri, e si vede che il passaggio a luglio mi sconvolge particolarmente: una volta, in un’altra vita, ho datato un’intera mesata di fatture al 31 giugno, con gran divertimento del commercialista…

Ma fingiamo di nulla, e questo posterellino irrilevante è un classico esempio di pezza peggiore del buco…