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Chi E’ Che Beve Il Sidro?

Paesaggio lontano, montagna inaccessibile, musica simil-epica…

Film?

Frotte di gente armata di arco – in improbabili tenute dark nella piana polverosa. Altra musica simil-epica.

Film fantasy? Produzione europea?

Zoom lontano-lontano, su territori verdeggianti e castello turrito – no, wait: castello turrito con giardino murato. E dentro le mura ferrate… un meleto. Un meleto?

What is this? Cornelia Funke?

Nella piana polverosa, all’ombra delle bandiere al vento, gli arcieri fittamente schierati alzano gli archi e… la nuvola di frecce parte in direzione Lontano-Lontano. 

Er… chi ha scritto ciò?

Torniamo al frutteto giusto in tempo per l’arrivo della nuvola di frecce, che non coglie nessuno (d’altronde difensori non se ne vedono), ma in compenso fa piazza pulita delle mele. La musica è sempre più epica.

Ah, d’accordo. Pubblicità. Ma di che? Concorrenza della Melinda? Riprendiamoci l’Alto Adige? Movimento Armato per la Diffusione delle Pere?

“Strongbow Gold,” declama la voce narrante. Sì, lo so: non sta narrando un bottone, ma il tono drammatico e il timbro ghiaioso m’impediscono di liquidarla come semplice voce fuori campo.Dopodiché, fade to un bar dove ragazzi e ragazze dall’aria modaiola ma sana bevono pinte di qualcosa di dorato che, ci viene detto, è sidro. Va bene, grazie.

Confesso di essere rimasta un nonnulla perplessa di fronte a questa pubblicità: sembrava così improbabile – finché non ho considerato il target. Che cosa è il sidro in Italia? Qualcosa che si beve nelle taverne nei romanzi fantasy e nei giochi di ruolo. Per i giovani cui il messaggio è destinato, il sidro ha semmai connotazioni fantasy – e quindi rafforziamole e giochiamoci su. Non capita spessissimo di vedere un genere letterario/cinematografico usato a fini commerciali per qualcosa di non immediatamente correlato. E’ ammesso rallegrarsene, divertircisi o scandalizzarsi a piacere. E se dubitate della mia lettura, provate a dare un’occhiata al sito della Strongbow, dove si dice che il brand è ispirato a un personaggio storico, Richard de Clare, meglio conosciuto, per l’appunto, come Strongbow: “…un potente e, spesso spietato,* signore della guerra normanno del 12° secolo.” […] “Richard certamente aveva messo la sua abilità al servizio del bene…”Ecco, qui è consentito levare gli occhi al cielo con un sospiro sconsolato.

Insomma, a parte il fatto che in realtà le cose erano un tantino più complicate**, Legale Malvagio, anyone?

 

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* L’uso fantasioso delle virgole non è una mia idea. Come suol dirsi: sic.

** In realtà Richard era un barone litigioso, intrigante e acquisitivo, forse più sottile della media – il tipo che si schiera con chi gli promette la mano di una principessa, ma lo fa solo con il permesso del re – e in definitiva non gli andò poi così bene come dicono quellki del sidro. Leggete qui per farvi un’idea.

Oggi Tecnica · tecnologia

Quattro Anni E Le Idee Chiare

Non è che il passaggio all’Innominatino stia andando proprio liscissimo… E’ successo un po’ di tutto, ma per farla breve diciamo che sono stata naufraga (as in senza rete e senza posta) fino a stamattina, quando è arrivato San G a riconnettermi al mondo.

Essendosi tempo di vacanze estive, San G. è arrivato con la sua adorabile famiglia al seguito e, mentre lui lavorava, io ho parlato con sua moglie, Santa A., e giocato a make-believe con il loro E., quattro anni e un’immaginazione illimitata.

Abbiamo giocato a lungo alla spedizione spaziale. La plafoniera del soffitto era la luna, e la scatola della tastiera un’astronave. Il gioco consisteva nell’allestire l’astronave per la partenza con foglietti ripiegati e nastrini colorati, chiuderla per bene e prendere il volo. E. arrivava fin dove poteva, poi subentravo io per portare l’astronave in orbita e poi… Oh-oh! Houston, abbiamo un problema. Il carburante non bastava: drammatico ammaraggio d’emergenza, recupero in mare – e via daccapo. Abbiamo ripetuto molte volte: ogni volta sembrava che andassimo più vicino alla luna, ma poi… oh-oh! diceva E.

A un certo punto ho deciso che ci voleva un successo: siamo arrivati sulla luna dopo molti tentativi, abbiamo festeggiato un pochino, ma E. ha perso subito interesse alla cosa allo spazio. Invece ha voluto che sua madre gli facesse delle barchette di carta con delle vecchie locandine, ha equipaggiato la sua flotta con i cavalieri di carta e abbiamo cominciato un’altra avventura piena di scontri, naufragi, abbordaggi e affondamenti.

E non ho più tentato di farla andare bene, perché E. aveva ragione, e che diamine! Dovrei saperlo: qual’è l’interesse di una storia, se tutto va bene? Il lieto fine va bene, appunto, per finire – ma prima di quello devono esserci innumerevoli tentativi e rovesci, devono esserci fallimenti e disastri, devono esserci conflitto e dramma… sennò che gioco è? Sennò che storia è?

Dovrei giocare più spesso a make believe – tutti gli scrittori dovrebbero, per toccare con mano la necessità quintessenziale del conflitto, dei guai e dei rovesci. Perché – il quattrenne E. me l’ha dimostrato nel più trasparente dei modi – una volta giunti felicemente sulla luna non c’è più nulla da fare, se non chiudere il libro e passare a un altro gioco.

tecnologia

Il Congedo Dell’Iniquo Steno

O Lettori,

voi non mi conoscete se non per sentito dire. Sono l’Iniquo Steno, il computer della Clarina.

Lo sono ancora per poche ore, perché oggi, dopo sette anni di onorato servizio, vado in pensione. Questo pomeriggio attendiamo San G., il mio patrono, perché mi svuoti la memoria, mi stacchi e mi sostituisca con la macchina nuova, un arnese grosso la metà di me e varie volte più potente, che non ha ancora un nome.

Sia ben chiaro: io funziono ancora, ma non ce la faccio più. La Clarina mi ha portato con sé da una vita precedente, dove il mio problema più grosso era gestire un programma di contabilità in DOS. Il programma era scrittapposta, cosa di cui andavamo tutti orgogliosi, e funzionava benone – almeno fino all’introduzione dell’Euro, quando rimase sconvolto dal dover pensare in centesimi. Allora cominciarono i guai, le incomprensioni, i capricci, i dispetti, gli epici crash. Non era colpa del mio predecessore, e men che meno del sottoscritto, che ereditò il programma già fulminato – ma tant’è. Gli scrittori sono quel che tutti sappiamo e, dopo l’ennesimo crash, la Clarina pensò bene di darmi il nome di un malvagio d’opera.

Tuttavia me la cavavo. Poi venimmo via e da un giorno all’altro scoprii di essere il computer di una scrittrice, editor e traduttrice occasionale, con una tendenza incoercibile a trascorrere giornate intere su Internet, scaricarne treni merci di roba, tenere aperti programmi e finestre come se piovesse e pretendere da me l’equivalente tecnologico dell’ubiquità. Ma io ho solo 512 MB, che diamine! La Clarina non se n’è mai data per inteso, continuando a coprirmi d’improperi ogni volta che cedevo durante una delle sue sessioni di daring multitasking, e guardandosi bene dall’imparare a fare il backup come una persona sana di mente.

“Piantala di volere che faccia diciotto cose contemporaneamente,” diceva gente più saggia, al che la Clarina rispondeva di non voler smettere di fare multitasking perché il computer non glielo permette, e di avere invece bisogno di un computer che le permetta di fare tutto il multitasking che vuole. Così si procedeva saltellon saltelloni tra travasi di bile, deliquii periodici e infarti occasionali, e ogni tanto si convocava San G. al mio capezzale. Poi la settimana scorsa, in occasione dell’ultima visita, San G. è stato chiaro: c’è un limite a quello che la Clarina può pretendere da me. E così, di comune accordo, siamo giunti alla decisione di separarci. Lei ha comprato l’Innominatino (to’! sta a vedere che ho coniato un nome…) e io, visto che sono ancora tosto e funzionante, me ne vado a fare il computer di seconda mano in una scuola elementare. Sono certo che subire quotidianamente le inesperte attenzioni di un centinaio di piccoli informatici crescono sarà una vacanza in confronto alla vita che conduco qui.

Chi l’avrebbe mai detto? la Clarina è dispiaciuta – e un po’ lo sono anch’io. In fondo ci volevamo bene, ma che posso dire? Sono certo che lontani l’uno dall’altra vivremo entrambi vite più tranquille e felici.

E dunque, dopo avervi avvertiti, o Lettori, che nei prossimi giorni potrebbe prodursi qualche piccolo inconveniente su Senza Errori di Stumpa, mi congedo da voi con un inchino come se ne facevano nel Seicento, con tanto di scappellata e le piume che toccano terra. Perché sarò pure una macchina binaria, ma sono la macchina binaria di un’autrice di romanzi storici.

Sono e resto il vostro umile servitore,

L’Iniquo Steno

considerazioni sparse · grillopensante

Maturità Van Cercando

Una piccola hit parade dei temi di maturità in ordine di gradimento da parte degli studenti – dal basso verso l’alto:

– Il tema storico non piace a nessuno: Hobsbawm, il Novecento, gli Anni Settanta… sì, lo so: tutti si aspettavano qualche annesso e connesso del Risorgimento, per cui nessuno si è preoccupato di preparare molto altro, men che meno i Settanta. Tranne, a quel che pare, un tirato e semi-eroico 1,4%

– Saggio breve tecnico-scientifico. Fermi, con l’accento su “le energie che cambiano il mondo” e a nod alla fuga dei cervelli. Interessante e con più di un possibile aggancio all’attualità – anche la più furibonda, volendo, ma no: anche qui poca trippa per gatti. Nemmeno quattro gatti interi: 3,5%.

– Saggio breve storico-politico. Avendo fatto la maturità all’epoca della IV crociata, devo confessare di appartenere alle schiere generazionali che non hanno ancora capito fino in fondo la fine distinzione tra saggio breve e tema. Quindi non so dire se il 4,4% che ha scritto di destra, sinistra e militanza politica si sia lasciato attrarre dall’argomento in sé (che storicissimo non mi pare, se non forse in potenza e con buona volontà), dalla parola magica “riflessioni” (che sulla base di un riflesso automatico invalso sembrava lì per consentire excursions nel “personale”, nel “vissuto” e nel “vissuto personale”), o perché il SB è più facile del T.  

– Analisi del testo. Lucca di Ungaretti, che ha riscosso un 6,9%. E anche qui devo chiedermelo: quale sarà la differenza tra l’analisi del testo e il…

– Saggio breve artistico-letterario? Persino io vedo che, mentre l’analisi propone una singola poesia su cui concentrare le proprie capacità analitiche, il SB fornisce più brani di autori diversi (Verga, D’Annunzio e Svevo) e un argomento alla cui luce strologarci sopra, nello specifico “Amore, odio, passione” – ma sarebbe un trauma insuperabile per le giovani menti dover scegliere tra due temi di letteratura, uno più diretto e uno più articolato? Tra l’altro, credo che, se fossi stata una maturanda, sarei scoppiata in singhiozzi di fronte alla quasi lialesca genericità e alla banalità dell’idea, ma si vede che il 14,7% dei diciannovenni d’oggidì non condivide le mie compunzioni.

E adesso una pausa ad effetto (a roll of drums, please!), perché fin qui abbiamo parlato di numeri piccolissimi, piccolini e piccoletti, ma adesso entriamo nel vivo, con le due tracce che hanno ispirato le fette più consistenti di maturandi.

– Tema di ordine generale: Andy Warhol, quindici minuti di celebrità, reality show e social media. Ovvero: non disturbatevi a parlare di quello che avere studiato a scuola, o fanciulli, ed esercitate pure le vostre capacità di analisi e riflessione sul più trito tra gli argomenti che è possibile definire d’attualità – quello che più si presta a produrre sconsolanti ovvietà, secondo solo alla pace nel mondo. Presenti all’appello 26,4%.

E infine…

– Saggio breve socio-economico, con un altro argomento che sospetto non rientri precisamente nei programmi scolastici: siamo quello che mangiamo? E mi piacerebbe immaginare qualche studente che aggira gli estensori ministeriali interpretando the mind-numbing question in senso metaforico, filosofico, letterario… Ma non illuderti, Clarina! Gli estensori ministeriali non sono mica nati ieri e sanno bene come scongiurare voli pindarici, zavorrando le menti implumi e affamate di maturità con un’accurata selezione di articoli sui danni della vita sedentaria, sulla dieta mediterranea e su quanto nuocia alla linea mangiare davanti al computer. E se credevate che i ragazzi fossero lenti nel cogliere gli hints, consolatevi: il 42,7% di loro ha capito benissimo che per maturare non serve perdere la vista su storici, politologi, poeti e fisici. Viver Sani e Belli s’ che è un testo formativo!

E mi rendo conto che tanti sono rimasti spiazzati dal non trovarsi nemmeno uno stracciolino di traccia vagamente connessa con il Risorgimento. E mi rendo conto che gli estensori ministeriali si sudano la paga eludendo annualmente il toto-tema. E mi rendo conto anche che il toto-tema è uno di quegli sprechi di risorse intellettive che sarebbero degne di miglior causa – o forse no, visto che ogni anno i cyberaruspici si ostinano a ignorare allegramente che gli argomenti si suppongono novecenteschi. Purtuttavia (e credetemi, mi sento vecchia nel porre questa domanda), è possibile che la totalità degli estensori e il settanta per cento scarso dei discenti non abbiano trovato altra alternativa al Centocinquantesimo che Facebook o la dieta mediterranea?

libri, libri e libri · memories

Libri Perduti, Libri Ritrovati

betty smith, un albero cresce a brooklyn, libri, lettureNon vi è mai capitato di leggere da qualche parte una pagina di un libro, innamorarvene, volerlo leggere tutto e poi – per un motivo o per l’altro – non riuscirci?

Ne avete trovato una pagina su un’antologia, oppure avete ricevuto un prestito volante, oppure lo avete sfogliato su una bancarella e poi lasciato lì, o ne avete sentito leggere uno scrap alla radio. E dopo… magari avete annotato il titolo e perso il foglietto, oppure ve ne siete semplicemente dimenticati, benché foste certi di non farlo. Può anche darsi che non abbiate mai saputo chi fosse l’autore. Succede.

Però vi resta una curiosità, una nostalgia, un desiderio di leggere o rileggere, di sapere che mai succede a quel personaggio che vi aveva intrigato. Ogni tanto vi torna in mente, qualche volta vi capita persino di chiedere notizie a quell’amico che legge di tutto: “hai presente un libro in cui succede questo, questo e questo? Non so di chi sia. C’è un protagonista così e così, è ambientato nel tal posto, nell’epoca tale…”  O magari provate a consultare qualche libraio, non mancate mai di scrutare le bancarelle di libri usati e ripescate in soffitta le vecchie antologie. Oppure, una delle volte in cui vi torna in mente e capita che siate al computer, vi affidate a Google.

E in un modo o nell’altro, se persistete a sufficienza, finirete col trovarlo. Il libro salterà fuori su una bancarella o su internet, ritroverete il pezzetto di carta con il vostro appunto o l’antologia rilevante…

Ed eccovi lì, con il vostro Libro Ritrovato, e anni di ricordi deformati e aspettative irragionevoli fanno crepitare l’aria tra voi e il bottino. Ed esitate un po’, perché sapete che la lettura non sarà come la ricordate e come ve la aspettate. Dopo tutto può darsi che il libro non vi piaccia nemmeno, o che non sia quello che credevate. Magari il brano che ricordate riguardava un aspetto marginale o un personaggio secondario – per cui state per leggere tutt’altro. betty smith, un albero cresce a brooklyn, libri, letture

Il discorso non è completamente privo di riferimenti a fatti o persone reali: ho appena caricato sul mio Kindle un ritrovamento: A Tree Grows In Brooklyn, di Betty Smith, di cui ricordavo un brano letto su un’antologia venticinque anni fa. S’intitolava Francie e i libri. Me lo ricordo con una certa precisione – la biblioteca dove Francie prendeva in prestito le sue letture, i nasturzi così belli che guardarli le faceva male, il piccolo vaso panciuto per la colla, il nascondiglio per leggere, la coppa di vetro blu incrinata per le caramelle alla menta bianche e rosa, l’assenza del bambino dei vicini che giocava sempre “al funerale” seppellendo insetti nelle scatole da fiammiferi… Francie aveva deciso di leggere tutti i libri della biblioteca, e ne prendeva a prestito uno ogni giorno – due al sabato. E da quando aveva scoperto Amore mio se fossi re, una biografia romanzata di François Villon, lo riprendeva ogni sabato per rileggerlo. Aveva persino cominciato a copiarlo a matita su un quadernetto da 2 cents, ma non era lo stesso. All’epoca avevo persino trovato un nascondiglio per leggere, e le caramelle di menta bianche e rosa da tenere in una coppa di vetro. E so di avere assorbito un modo di dire da quella pagina…

Ecco, adesso ce l’ho, il libro. Il libro che mi ha influenzata senza che lo abbia letto per davvero. Adesso ce l’ho – originale, formato ebook – e sono pronta a leggerlo. Sto per conoscere Francie Nolan per davvero, dopo che, per un quarto di secolo, l’ho ricordata per Villon e le caramelle alla menta. Vi farò sapere.

E già che ci siamo: qualcuno ha idea di che cosa possa essere un lavoro teatrale tradotto dall’Inglese, in cui una giovane donna, dopo la sua morte, ottiene di poter tornare per una giornata con i suoi cari, nonostante le altre anime glielo sconsiglino caldamente? E quando è tornata, scegliendo un giorno di compleanno, è terribile, perché i suoi famigliari lo vivono come era accaduto a suo tempo, senza dare ascolto alla protagonista che li prega di rallentare, di godersi ogni momento, di non dare per scontato la serenità e l’affetto… Avete idea?

E voi? Non avete qualche Libro Perduto? Il lontano ricordo, o l’impressione, o il pezzetto di un libro che non riuscite a identificare?

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Oh, e semmai fosse venuta la curiosità anche a voi…

 

 

Poesia · Utter Serendipity

Lucciole, Poeti e Qualche Rana – ovvero Qualcosa Per Il Solstizio

lucciole, eclissi, solstizio d'estate, ippolito nievo, attilio bertolucci, gerolamo fontanella, kobayashi issa, robert frost, corrado govoniQualche sera fa, mentre tornavamo da una riunione del comitato promotore per le manifestazioni del 150° (non avete idea!) con S. ci siamo fermati in aperta campagna per vedere quel che si poteva dell’eclissi. La luna stava ricomparendo – una fetta sempre più larga, in quella maniera che hanno le eclissi – ma temo di non avere badato alle sue mattane quanto avrei dovuto, perché a un certo punto Enter a Firefly. E poi un’altra… lucciole! Erano secoli che non vedevo le lucciole, almeno non più di una per volta, ed erano sempre state lucciole di terra, rese anemiche dalle luci del giardino. Ma lucciole vere che volavano sui campi di notte… ah! E proprio allora, come se la notte avesse avuto la precisa intenzione di farmi felice, nel fosso vicino una rana piuttosto baritonale ha cominciato a gracidare. Anche le rane non si sentono più, non certo in paese, per cui sono andata in estasi quando qualcuno di batracesco ha gracidato un paio di volte e poi si è tuffato. Ho sentito distintamente il “pluf” nell’acqua*. E poi c’erano i grilli, e un enorme pioppo cipressino, e persino quel tanto di brezza che serviva per far stormire le fronde del pioppo senza coprire grilli e rane… Se non fosse stato per le zanzare sarebbe stato assolutamente perfetto, ma anche così era di una perfezione rara – e mi sono ripromessa di postarci su.

Lo faccio oggi, perché la vigilia del solstizio d’estate mi sembra in qualche maniera appropriata a un po’ di sdilinquimento sull’atmosfera delle notti estive. Sdilinquimento in versi.

A partire da Alla Lucciola (con brusco risveglio) del barocco Girolamo Fontanella: lucciole, eclissi, solstizio d'estate, ippolito nievo, attilio bertolucci, gerolamo fontanella, kobayashi issa, robert frost, corrado govoni

Mira incauto fanciul lucciola errante

Di notte balenar tremola e bella,

Che di qua, che di là, lieve e rotante,

Somiglia in mezzo al bosco aurea fiammella.

Va tra le cupe ed intricate piante,

Stende la man pargoletta** e bella,

E credendo involar rubino o stella

Va de la preda sua ricco e festante.

Ma poi che ‘l nostro orror l’alba disgombra,

Quel che pria gli parea gemma fatale,

Di viltà, di stupor gli occhi l’ingombra.

Così bella parea cosa mortale!

Ma vista poi che si dilegua l’ombra,

altro al fine non è ch’un verme frale.

Poi Le Lucciole, di Ippolito Nievo – che riesce sempre a infilarci un che di patriottico:

Lucciolette che ronzate

Pei crepuscoli ideali,

Care stelle forviate

Da vostr’orbite immortali,

Forse ancor del ciel natio

Affaticavi il desio?

Io vi sciolgo l’ali al volo,

Lucciolette cattivelle;

Ite pur lambendo il suolo

Colle timide fiammelle,

Giacché i cieli a voi contese

Legge improvvida e scortese.

Ai romiti casolarilucciole, eclissi, solstizio d'estate, ippolito nievo, attilio bertolucci, gerolamo fontanella, kobayashi issa, robert frost, corrado govoni

Nel silenzio dei villaggi

Pei giardini solitari

Seminate i vostri raggi,

Fra le tenebre dei chiostri

Seminate i raggi vostri.

Pei tumulti delle feste

Melanconiche volate,

Sol palesi all modeste

Ciglia e all’alme addolorate,

Onde vengan esse poi

Meditando dietro a voi.

A chi stanco si risente

Della stolida allegria

Rischiarate santamente

L’annebbiata fantasia,

Perché al cor gli venga e al viso

D’altro oprar più maschio riso.

Lucciolette, anco un momento,

Ed il pugno che vi accoglie

Vi darà libere al vento.

Vinto han già le vostre doglie

Il ritroso animo mio.

Lucciolette addio, addio!…

Poi Il Giardino del futurista Corrado Govoni

Presto tutto il giardino formicolerà di lucciole

piccoli lampi di magnesio per fare la fotografia

ai volti ipnotici e medianici dei fiori.

E’ notte: fa fresco: cadono le prime gocce di stelle:

si rientra.

E Attilio Bertolucci: lucciole, eclissi, solstizio d'estate, ippolito nievo, attilio bertolucci, gerolamo fontanella, kobayashi issa, robert frost, corrado govoni

 

Come lucciola allor ch’estate volge

All’ardor di luglio, stanca posa

Sull’erba che la vide errare quando

Più temperate sere il cielo invia,

Dov’è caduta luce tramortita

E fioca, e così sola nella notte,

Così l’anima giace poi che il curvo

Giro degli anni a suo fine declina.

Una stellata notte allor consoli

Nostra tremante quiete, quale questa

Che s’apre dolce e silente

Su te, lucciola morente.

Dopodiché abbandoniamo l’ordine cronologico e l’Italia, e passiamo all’estero in ordine sparso con un haiku di Kobayashi Issa***:

 

Inciampa

guardando le lucciole:

eccone una!

E finiamo con Fireflies In The Garden, di Robert Frost

Here come real stars to fill the upper skies,
And here on earth come emulating flies,
That though they never equal stars in size,
(And they were never really stars at heart)
Achieve at times a very star-like start.
Only, of course, they can’t sustain the part.

Ecco qui. Complessivamente non è che i poeti associno immagini gioiosissime alle lucciole, vero? C’è quasi sempre qualcosa di smarrito, d’ingannevole e caduco associato a queste fiammelline vaganti e vive… Che posso farci? Per una volta dovrò essere in disaccordo con la maggior parte dei poeti, e quindi credete: è un auspicio felice che faccio nell’augurare a tutti voi e a me stessa un’estate piena di lucciole.

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* E sì: “pluf”. Il tuffo di una piccola rana nell’acqua di un fosso non è assolutamente un “plop”. E’ un “pluf”.

** Sì, visto? Non ho proprio idea…

*** Traduzione di NeveSottile

 

 

anacronismi · cinema · teorie

Il Barone Rosso Meets La Bambinaia Francese

barone rosso, manfred von richtofen, scrittura cinematografica, anacronismiIl Barone Rosso è uno di quei personaggi su cui potrebbero esserci più romanzi e più film di quanti ce ne siano. O forse no.

Junker prussiano, asso per antonomasia della I Guerra Mondiale, un genio nel suo campo, morto giovanissimo in battaglia… sembrerebbe perfetto, no? Solo che poi leggi i suoi diari. Persino attraverso il lavoro del protoeditor che gli fu affiancato, la personalità che emerge è singolare: un rimuginatore introverso, con una passione e un’etica delle battaglie aeree, un rigore quasi monacale nel comando, delle intuizioni tattiche fulminanti e un misto di spavalderia, riservatezza e spleen che è molto attraente ma niente affatto cinematografico.

Quindi non è del tutto sorprendente che gli sceneggiatori non sappiano bene che cosa fare di lui – e i risultati dei rari tentativi tendono ad essere deprimenti.

barone rosso, manfred von richtofen, sceneggiatura, filmDi Richtofen, film muto del 1929 non so proprio nulla, ma mi documenterò. Intanto però posso dirvi che nel grigio Von Richtofen And Brown, del 1971, il Barone è ritratto con una gelida cautela che sconsola. Difficile anche solo interessarsi al suo personaggio. Ma d’altra parte il suo (supposto e probabilmente anche sbugiardato) abbattitore, il canadese Roy Brown, è abrasivamente antipatico. L’intenzione di contrastare il cavaliere del cielo con il rustico ragazzo coloniale che dice pane al pane è assai poco sottile e l’inespressività degli attori, in particolare l’allucinato spilungone John Phillip Law, non giova affatto. Alla fin fine ci si ritrova con un certo numero di duelli aerei (bellini ma anacronistici nella scelta degli apparecchi) e due protagonisti con tanto fascino e tanto spessore combinati quanti ne starebbero sulla punta di un coltello. 

Dopo questo, il Barone compare come figura di contorno in un certo numero di film e telefilm – ora inavvicinabile leggenda vivente, ora mezzo matto sanguinario – e poi più nulla fino al 2008. barone rosso, manfred von richtofen, sceneggiatura, scrittura cinematografica

Nel 2008 esce Der Rote Baron, maxiproduzione tedesca girata in Inglese, in un tentativo di raggiungere un mercato più vasto. Tentativo fallito grandiosamente, visto che dopo essere stato un fiasco in Germania, il film ha avuto pochissimo successo altrove. Non so se in Italia sia mai arrivato nei cinema, ma le recensioni che si leggevano su IMDb erano tali da non far rimpiangere particolarmente il fatto. Ciò non toglie che, vedendolo passare in televisione qualche sera fa, gli abbia dato un’occhiata. Ebbene, c’è un motivo se ha fatto fiasco – e questo motivo è, signore e signori, la Cattiva Scrittura. Cominciamo col dire che, visivamente, il film non è del tutto male. Immagino che il sostanzioso budget sia andato tutto in effetti speciali, perché gli esterni girati nei teatri di posa sono un tantino evidenti, e le scene di massa sono… er, masse piccole. Gli effetti speciali, dal canto loro, sono persino un po’ troppo, con i bi/triplani di tela e legno che fanno acrobazie da F16 e combattono in formazione iperserrata… Dopodiché, onore al merito là dove spetta: costumi e ambientazioni sono molto curati e anche accurati, gli aerei finti a terra sono una bellezza (nonostante siano, ancora una volta, gli aerei sbagliati in più di un caso), e la fotografia fa qualche sforzo per creare un’atmosfera di crescente desolazione e claustrofobia – but more on that later. Gli attori… Il casting è un misto di scelte ragionevolmente felici, approssimazione e nomi stranieri finalizzati alla cassetta ma, a dire il vero, gli attori sono difficili da giudicare, costretti come sono in una sceneggiatura che soffre di molti mali in vari stadi di gravità.

Sgombriamo il campo dalle magagne ovvie: il passo della narrazione è di fatto un saltellon-saltelloni di scene episodiche, mal legate tra loro e in una sequenza che immagino incomprensibile per chi non arrivi con qualche conoscenza della vita del Barone e dello Jasta 11. La caratterizzazione dei personaggi è minima e grossolana – vedansi i quasi macchiettistici Kaiser e Hindenburg, per non parlare del Brown di Joseph Fiennes, che sembra uscito da Cambridge. La storia d’amore fittizia è convenzionale fino alle lacrime, e parrebbe stock Hollywood fare cucinato in salsa tedesca, se non fosse in realtà parte di una colpevole strategia di fondo. Idem per le spaventose libertà storiche – e con questo veniamo alla malattia più grave di questa sceneggiatura: la Sindrome della Bambinaia Francese.

Ne avevamo già parlato, ricordate? La SdBF è la forma più grave e più colpevole di anacronismo: prestare sensibilità del nostro tempo a personaggi di un’altra epoca, ritraendo automaticamente come malvagi i loro contemporanei non anacronistici. Nella sua ansia di mostrare che il Barone era “un ragazzo come noi”, e nel suo zelo missionario antibellico, l’autore/regista Nikolai Muellershoen rende il suo film fasullo, preachy e intellettualmente disonesto.

Ecco che il Barone diventa un improbabile proto-pacifista allegro e compagnone, che ordina ai suoi di abbattere gli aerei nemici rigorosamente senza uccidere il pilota, che va matto per le acrobazie aeree, che fa amicizia con Brown, che matura quando la sua dolce infermiera gli ammannisce un fervorino sulle atrocità della guerra e sulle ingiustizie sociali, che suggerisce a Hindenburg di arrendersi e occasionalmente rimbecca il Kaiser. Ora, non solo nulla di tutto questo è vero, ma tutto ciò travisa completamente la personalità e la mentalità del Barone nell’intento di far passare un messaggio pacifista e un’immagine più “simpatica” dei Tedeschi in guerra. Nel film il Barone e la sua infermiera ragionano come gente del XXI Secolo, e qualsiasi altro punto di vista è trattato come stupido, retrivo e guerrafondaio. Come dicevasi, Sindrome della Bambinaia Francese a uno stadio grave.

E la cosa si traduce in cattiva scrittura perché tutto è sacrificato alla predicazione e alla storia d’amore – ma proprio tutto: accuratezza storica, ritmo, caratterizzazione, tutta una serie di avvenimenti fondamentali della vita del Barone e, incredibilmente per un film su un asso dell’aviazione, persino i duelli aerei, di cui vengono mostrati solo generici spizzichi e bocconi qua e là, senza troppo capo né gran coda.

Ricordo di avere pensato, a suo tempo, che forse una produzione tedesca avrebbe saputo rendere meglio il personaggio. Sbagliavo e non tenevo conto dell’ansia di riabilitazione della Germania. Muellerschoen avrebbe potuto fidarsi dello spettatore, mostrandogli la parabola tragica di un giovanotto che entra in guerra pieno di entusiasmo e spirito patriottico, e continua ad ingoiare lealmente i suoi dubbi mentre il mondo che vuole difendere gli crolla attorno. Invece ha deciso di sbattercelo in testa ripetutamente, il suo messaggio, e al diavolo la storia.

Peccato.

Riuscirà qualcuno, prima o poi, a scrivere il Barone per quello che era – come un uomo del suo tempo, con le sue complessità e non quelle di qualcun altro?  

angurie · bizzarrie letterarie · Lingue

Alcuni Casi Risibili Ovvero Nomi Incomprensibili Ma Interessanti

“Questo è un mondo di sigle…” mormora ogni tanto la cugina Fanny, e non lo dice certo in tono di somma letizia.

La cugina Fanny ha raggiunto quel genere di età in cui vagheggiare un mondo più semplice diventa uno sport praticato quotidianamente, e non le piace molto alzarsi presto per andare al CUP a prenotare la TAC, poi passare dall’URP del Comune in cerca di lumi sulla sua TARSU e la sua ICI. Nè la diverte apprendere dal telegiornale gli ultimi scambi di bordate tra SEL, PDL, PD, IdV e FLI, seguiti da un maxisequestro di mozzarelle tarocche effettuato dai NAS… Per non parlare poi delle scelte televisive post coenam: che cosa guardare stasera? CSI? NCIS? RIS? 

Naturalmente la povera Fanny è destinata alla sconfitta, perché di sigle e acronimi ce ne sono a ogni pie’ sospinto, e destinate ad aumentare in quantità e in diffusione. Siamo franchi: chi si dispererebbe a citare per esteso l’Organizzazione per il Trattato dell’Atlantico del Nord, quando può sbrigarsi con un rapidissimo NATO? I mean, io studiavo per lavorarci, e tutte le volte che devo sciogliere la versione non-anglosassone dell’acronimo, devo pensarci un istante. Forse non ho cominciato con l’esempio più trasparente di tutti, ma se l’acronimo fosse una bestia erbivora, le organizzazioni internazionali e le forze armate sarebbero due dei suoi pascoli prediletti. A livello internazionale, poi, la dieta sarebbe varia, perché ciascuno tende a chiamare a modo suo le organizzazioni di cui fa parte. NATO e OTAN, ONU e UNO, EU e UE… Poi un uso tende a prevalere sull’altro per ragioni di eufonia, di orgoglio nazionale, di diplomazia… Mi si è raccontato di riunioni di coordinamento negli Anni Ottanta in cui, ogni volta che qualcuno diceva “NATO”, l’ufficiale francese di turno sibilava acidamente “OTAN”.

Alle Nazioni Unite (ONU, UNO, UN), la creazione di sigle occupi più tempo di quanto sia sano. Ogni volta che si crea una commissione speciale, un organo nuovo o una missione* (e accade spessissimo), la si battezza con un nome chilometrico, subito volto in acronimo per comodità generale. Nel 1956, durante una delle varie conferenze tenute durante la Crisi di Suez, ci si trovò a dover battezzare la nuovissima associazione di utenti del Canale. La prima proposta fu Co-operative Association of Suez Canal Users, ovvero CASU. Gli Olandesi obiettarono: si voleva davvero cominciare con un’organizzazione che si chiamava quasi “casus belli”? Non sembra un’obiezione brillantissima, ma fu accolta, insieme alla proposta alternativa CASCU, almeno fino a quando i Portoghesi non fecero notare che nella loro lingua significava “testicolo”. I Francesi aggiunsero il loro centesimino: quando lo pronunciavano loro, diventava infelicemente simile a “casse-cul” o “casse-cou”, both unfortunate. Gli Inglesi proposero allora ASCU, che però in Spagnolo e Portoghese significa “disgustoso”… “Provammo varie combinazioni,” scrive Selwyn Lloyd , “e tutte avevano qualche significato rivoltante – di solito in Turco.” Alla fine decisero che SCUA, pur brutto, non aveva significati riprovevoli nella lingua di nessuno stato rappresentato alla conferenza – sugli altri preferirono non indagare.

Dopodiché si raggiungevano livelli di assurdità. Il COMECON (ricordate? Ai tempi della CEE?) aveva un nome e una sigla per ogni stato membro: KNER in Albanese, СИВ in Bulgaro, RGW in Tedesco, KGST in Ungherese, RWPG in Polacco, CAER in Romeno, СЭВ in Russo, RVHP in Slovacco, CAME in Spagnolo, PEB in Ucraino e HĐTTKT in Vietnamita. Mi sarebbe piaciuto vedere la carta intestata dei vertici.

Poi ci sono usi meno seriosi: ricordate la SABENA? Era la Société Anonyme Belge d’Exploitation de la Navigation Aérienne. Chiaramente aveva bisogno di una sigla: solo per pronunciarla al cancello si rischiava di perdere l’aereo… ma la sensazione doveva essere quella di correre anche altri rischi. Ora la SABENA non esiste più, inghiottita dalla KLM, se ben ricordo, ma negli anni l’acronimo aveva acquistato un altro significato: Such A Bad Experience Never Again. Avendoci volato, comprendo e approvo. Un po’ come l’APAM, Azienda Municipale Trasporti Mantova, che da studenti traducevamo in A Piedi Andresti Meglio.

Quando si passa dalla unfortunate implication (non sobbalzate mai quando il TG annuncia un pronunciamento della CIA sul prezzo delle carote?) e dal nonsense imprevisto (scopro che AFA sta per Attività Fisica Adatta) all’uso deliberato, la nostra bestia erbivora cambia nome e diventa acrostico.

La differenza sta nel fatto che l’acrostico produce deliberatamente una parola di senso compiuto, come IΧΘΥΣ o il risorgimentale Viva V.E.R.D.I. A quanto pare, l’idea è vecchia almeno come la Bibbia, a giudicare dalle Lamentazioni di Geremia e vari salmi, ma se ne trovano esempi sparsi qua e là – come i capilettera della singolare Hypnerotomachia Poliphilii di Francesco Colonna e l’Inno Olandese**. Ebbene sì: oltre ad essere una prova classica nella caccia al tesoro, l’acrostico ha una limitata produzione letteraria. Un italiano a nome Mazzitelli può vantarsi di avere composto il più lungo poema acrostico del mondo. Esempi più celebri – e, sospetto, più abbordabili – si trovano in Poe e in Lewis Carrol, come il celebre ultimo capitolo in versi di Alice Through The Looking Glass, che contiene il nome della piccola dedicataria, l’Alice originale:

A boat, beneath a sunny sky
Lingering onward dreamily
In an evening of July –

Children three that nestle near,
Eager eye and willing ear,
Pleased a simple tale to hear –

Long has paled that sunny sky:
Echoes fade and memories die:
Autumn frosts have slain July.

Still she haunts me, phantomwise,
Alice moving under skies
Never seen by waking eyes.

Children yet, the tale to hear,
Eager eye and willing ear,
Lovingly shall nestle near.

In a Wonderland they lie,
Dreaming as the days go by,
Dreaming as the summers die:

Ever drifting down the stream –
Lingering in the golden gleam –
Life, what is it but a dream?

Restano poi dubbi affascinanti e irrisolvibili: i test INVALSI si chiamano così per acronimo o per acrostico? E nel secondo caso, lo dobbiamo a un funzionario ministeriale iperzelante e speranzoso o a un colpo di senso dell’umorismo?

Sul serio, per caso, per gioco, per comodità, per letteratura, sigle e acronimi sono erbivori alquanto onnipresenti. Finisco segnalandovi questo glossario online di sigle&acronimi e confessando una certa tendenza a servirmene*** – confessione innecessaria, visto che probabilmente l’avete notato. Il guaio è quando non riesco più a sciogliere i miei stessi acronimi.   

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* La mia tesi di laurea, che parlava di interventi militari ONU in Medio Oriente, era piena di acronimi, tanti che l’avevo corredata di un’appendice in cui li scioglievo tutti. Tutti tranne uno. Sono abbastanza vecchia per essermi laureata in anni in cui Internet non era a portata di mano, e per di più ero bloccata a casa da una frattura al bacino: dopo frenetiche ricerche, decisi che uno potevo lasciarlo indietro. In fondo era citato una volta sola, in una nota a fondo capitolo, in mezzo a uno sterminato elenco di missioni… Il giorno della laurea andai a discutere la tesi con le stampelle. Mi arrampicai fino all’aula deputata e mi venne incontro il secondo correlatore che non avevo visto di persona da settimane. “Senta,” mi disse in tutta serietà. “C’è una cosa gravissima – una lacuna. Non so se possiamo discutere…” Vidi la relatrice impallidire, e sono certa che impallidii anch’io. “C’è un acronimo che non ha sciolto,” spiegò il Ch.mo Prof. C.V. Va da sé che discussi e mi laureai, ma non si poteva dire che non l’avesse letta con attenzione.

** Ci crediate o no, le lettere iniziali delle quindici strofe formano il nome WILLEM VAN NASSOV – che era poi Guglielmo d’Orange, conosciuto come Guglielmo il Taciturno.

*** Degli acronimi, non del glossario. Brutta costruzione. Cattiva, Clarina. Cattiva.

 

blog life · considerazioni sparse · pessima gente

Crisi D’Identità

Ci sono giorni in cui mi chiedo chi comandi: io o Senza Errori di Stumpa…

La settimana scorsa, lo sapete, ero per treni. A un certo punto la ragazza seduta di fronte a me (universitaria?) estrae dalla borsa un libro… ed è Linea D’Ombra, di Conrad, con introduzione di Saviano.

A mio parziale credito posso dire che ho esitato abbastanza a lungo. Lo faccio? Non lo faccio? Ma era una battaglia persa. Un paio di stazioni più tardi, quando la lettrice alza gli occhi dal libro, esibisco il mio miglior sorriso e…

“Posso chiederle una cosa?”

“Ma certo,” dice lei.

“Sono una blogger*, mi occupo di libri in varie maniere. Ho notato quello che sta leggendo, e ho fatto di recente un post proprio su questa edizione de La Linea D’Ombra. Le posso chiedere che impressione ha avuto dell’introduzione di Saviano?”

E qui vengo giustamente punita: la signorina è interessata alla faccenda, ma…

“Mi spiace, non l’ho ancora letta. Prefazioni e introduzioni le leggo sempre dopo, perché non voglio farmi dei preconcetti prima di leggere.”

Risposta assai sensata – e in realtà tendo a fare così anch’io. Ma non è finita qui, perché il destino decide di offrire alla mia pessima natura un’altra tentazione irresistibile.

“Le dirò,” continua la lettrice, “io Conrad non lo conosco molto. Una volta ho provato con Cuore di Tenebra, e l’ho trovato un po’ pesante. Ho pensato di riprovarci con questo. Pensa che sia più abbordabile?”

E mi piacerebbe mormorare compuntamente che – come dice Maria Von Trapp – lo spettro è pronto ma la bistecca è debole… sennonché al momento anche lo spettro non chiedeva di meglio.

“Senz’altro,” dico. “Ma sa una cosa? Se La Linea dovesse piacerle, più che a Cuore di Tenebra, dopo, passi a Lord Jim. La Linea è autobiografico, e LJ è un’elaborazione romanzesca molto sofisticata di elementi autobiografici… il confronto è interessante.”

La signorina ha ringraziato e poi mi ha chiesto informazioni sull’ereader che avevo in mano, e ho cominciato a cantare le lodi del mio Kindle, completando così la giornata.

Che devo dire? E’ chiaro che che il mio spirito missionario, pur limitato a pochi e specifici argomenti, non è così inconsistente come mi piace credere. E’ chiaro che c’è ancora posto per gli sbirciatori – almeno sui treni. Ed è un po’ meno chiaro, ma appena possibile, che dopo tutto gli ereader un po’ di conversazione la stimolino – anche se più tecnica che letteraria. Ma la cosa più chiara di tuttè è che in qualche punto, mentre non stavo attenta, Senza Errori di Stumpa ha preso il controllo. al punto di farmi rompere le scatole agli estranei in treno. 

Signorina Lettrice, se passa di qui e legge: mi perdoni. Non sono affatto certa che non capiterà mai più.

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* Giuro che questo prima non l’avevo mai, mai, mai, mai fatto. Mai.

 

Spigolando nella rete · tecnologia

C’è Un Giorno Per La Biro

Quando si parla di ricorrenze bizzarre…

Oggi, sull’altro lato della Tinozza, è Ballpoint Pen Day. Sissignori: il Giorno Della Biro.

Di primo acchito, viene da chiedersi perché l’America ritenga di dover festeggiare la penna a sfera con niente di meno che una giornata nazionale – ma in realtà, non vi è mai capitato, leggendo un tomo alto una spanna di una sorella Bronte, di Dickens, o di qualunque altro autore da inchiostro e calamaio, di rabbrividire all’idea delle penne da temperare, del grattare dei pennini, delle macchie e di tutto il resto? A me sì. Chi non ha sentito terrificanti storie famigliari di castighi scolastici inferti per avere fatto macchie sul quaderno? O di inchiostro rovesciato sul banco (inclinato) con effetto devastante? O di calamai riempiti di carta assorbente per dispetto o rappresaglia? Per non parlare degli scrittoi portatili, ingombranti, precari e potenzialmente disastrosi, con i loro calamai malchiusi…

E anche le stilografiche, ve le raccomando. Se il pennino non è eccellente, s’intasano, perdono, grattano e in generale mostrano tutto il temperamento di un regista d’opera. E anche quando il pennino è quello che dovrebbe essere, c’è sempre la necessità di riempire la penna – o cambiare la cartuccia – con una frequenza proporzionale alla quantità di scrittura praticata. Ammetto che la cartuccia semplifica le cose, ma quando si è distratti e si dimentica di potarsi la debita scorta, che si fa? In molti casi, si passa alla prima biro a portata di mano.

E in effetti, la penna a sfera nacque proprio nell’intento di superare gli inconvenienti congeniti della stilografica. Ci si provava fin dalla fine dell’Ottocento, a dire il vero, e il primo a brevettare l’idea era stato un conciatore di pelli che aveva progettato un arnese per segnare il cuoio con l’inchiostro grasso. Non entrò mai in produzione, così come tutti i successivi (e numerosi) tentativi di applicare il principio alla scrittura su carta.

penna a sfera,biro,bicA raggiungere una parvenza di funzionalità furono i fratelli Biro, il brillante, talentuoso e incostante Laszlo e il suo più posato fratello Georg. Laszlo, che aveva studiato medicina, arte e ipnotismo senza molto costrutto, nel 1935 dirigeva un piccolo giornale – e aveva la sensazione di passare più tempo a riempire la sua stilografica che a fare qualunque altra cosa. Perché non poteva esistere una penna che non avesse bisogno di essere riempita, che non macchiasse, che non strappasse la carta sottile dei giornali? Laszlo strologò, trafficò, sperimentò e se ne venne fuori con una cannuccia dotata di sferetta per distribuire sulla carta l’inchiostro – ma non quello liquido delle stilo, e nemmeno quello grasso delle rotative. E qui entrò in gioco il chimico Georg, deputato a ideare un inchiostro della giusta densità. I due fratelli avevano fatto passi avanti quando, durante una vacanza, incontrarono il presidente dell’Argentina e gli parlarono della loro nuova e miracolosa penna.

Augustìn Justo s’innamorò dell’idea, e invitò i due Biro in Argentina per aprire una fabbrica. Intanto la guerra incombeva: i nostri giovanotti raccolsero armi e bagagli, brevettarono la penna e migrarono a ovest. 

Forse non avevano considerato per bene: la prima produzione dei boligrafos Birome fu un disastro. La penna non scriveva affatto se non era tenuta in posizione scomodamente perpendicolare al suolo, era inutilizzabile sui piani di scrittura inclinati e tendeva a perdere (al caldo) o a intasarsi (al freddo). Ancora non c’eravamo. I Biro apportarono un fondamentale miglioramento – la sfera rugosa e porosa che permetteva di distribuire l’inchiostro per capillarità e non per gravità – ma la fiducia del mercato nella penna miracolosa era scemata. Gli unici a mostrare entusiasmo erano i piloti inglesi e americani, che scoprirono in Argentina la nuova meraviglia che scriveva anche in quota. Avete mai provato a portare una stilo carica in aereo? E allora capirete la gioia dei flyboys – quanto meno degli ufficiali di rotta.

Questa romantica associazione salvò i Biro dal tracollo, ma cominciavano ad averne abbastanza: finirono col vendere i loro diritti alla Faber. La Faber non ebbe molta fortuna, ma gli Stati Uniti si rivelarono più interessati dell’Argentina alla “penna dei piloti”. Progettisti e produttori saltarono fuori da tutte le parti, e un giorno, nell’ottobre del 1945, i grandi magazzini Gimbels di New York misero in vendita la “fantastica… miracolosa penna stilografica  che scrive per anni senza bisogno di essere riempita – garantita!” La folla si assiepò alle porte in attesa dell’apertura, e Gimbels esaurì in poche ore la sua scorta di 10000 penne – al tutt’altro che popolare prezzo di 12 dollari e cinquanta al pezzo.

In realtà, i problemi non erano ancora del tutto risolti. Oltre ad essere costosa, la penna a sfera non funzionava eccessivamente bene – e di certo non durava per anni. Le perdite d’inchiostro restavano il problema principale. Si scatenò una furiosa guerra commerciale a colpi di miglioramenti tecnici e pubblicità (uno spot aveva per protagonista Esther Williams che scriveva sott’acqua!*), ma di fatto la penna a sfera continuava ad essere un’eccentricità dal funzionamento erratico, e i prezzi precipitarono fino a 19 centesimi al pezzo.

E poi entrarono in scena due uomini di buon senso, audacia e idee.

Il primo fu Patrick Frawley, che si concentrò sullo sviluppo di un inchiostro antimacchia e una punta retraibile, creando la penna Papermate. Per lanciare un prodotto a cui tanti predecessori mediocri sembravano avere scavato la fossa, Frawley ideò una campagna davvero surreale – battezzata Project Normandy: i suoi giovani e spudorati rappresentanti irrompevano armati di Papermate negli uffici dei grandi magazzini, dei grossisti e delle catene di cartolerie, e procedevano a scarabocchiare le camicie dei funzionari. Poi si offrivano di pagare una camicia nuova (di qualità superiore) se gli scarabocchi non fossero scomparsi con il lavaggio. Ora, non so quanti rappresentanti rimediarono una denuncia o un occhio nero, ma l’inchiostro veniva via alla perfezione e, come immagino possa succedere solo in America, la campagna ebbe un successo strepitoso presso grossisti convinti, dettaglianti al seguito e divertitissimo pubblico.

L’altra persona sveglia fu il barone italo-francese Marcel Bich, che si rese conto di una cosa: per conquistare il mercato era necessario produrre a basso prezzo una penna di buona qualità da vendere per poco. Per prima cosa, Bich cercò i fratelli Biro e offrì loro dei diritti sul brevetto e poi, con la loro assistenza a distanza, studiò per due anni ogni modello di penna a sfera in commercio, catalogandone scientificamente magagne e pregi. Alla fine, emerse da tutto questo lavoro con l’Idea: una penna che scriveva bene e, invece che di metallo, era fatta di plastica stampata. Era nata la Bic, la penna trasparente col cappuccio che tutti abbiamo usato almeno una volta nella vita. Un oggettino di plastica usa e getta, che esiste solo nella sua funzione e, appena non scrive più, si butta via per sostituirlo con un altro identico.

Era il 1952, e da allora la penna a sfera è diventata uno strumento irrinunciabile, meravigliosamente pratico e tanto quotidiano che quasi non ci facciamo più caso. Se, in un mondo di tablets e programmi di scrittura, la biro abbia un futuro fuori dai musei è materia di speculazione**. Intanto può vantare un passato pittoresco, un giorno celebrativo, un movimento artistico un tantino eccentrico e quel genere di quieta onnipresenza** che segna il successo di un’invenzione.

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* Non so quanto sia vera, ma circola questa storia: qualche decennio più tardi, durante la corsa allo spazio, Americani e Russi incontrarono lo stesso problema – quello di uno strumento che scrivesse in assenza di gravità. Gli Americani investirono qualche milione di dollari nello sviluppo della biro spaziale, e i Russi dotarono gli astronauti di matite proviste di laccetto per impedire che galleggiassero via…

** E pareva che già qualche anno fa non promettesse molto bene, a giudicare da questo articolo di Repubblica…

*** Dagli astucci scolastici ai tavoli del G8, in apparenza: leggete questo comunicato stampa della BIC.