angurie

Dell’Arte Della Conversazione

Sessione di nordic walking preserale con F. e L.

(Argine del Mincio, tardo meriggio estivo – tutto è azzurro, verde e d’oro.)

F. “Ti faccio notare, L., che la Clarina non trascina i bastoncini.”

L. (serenamente cool) “E io invece li trascino. Ma d’altra parte, la Clarina non spinge abbastanza indietro le braccia. Come ti dico spesso, F., ciascuno ha il proprio Cyrano de Bergerac.

La Clarina (drizza le orecchie) “Ciascuno ha il suo…?”

L. “Ciascuno ha il suo Cyrano. Il suo piccolo difetto, la sua debolezza, la sua imperferzione.”

La Clarina “Bello, bello, bello, bello. Mi piace. Posso usarlo?”

L. (serenamente cool) “Ragazza, la cultura non appartiene a nessuno in particolare. La cultura è di chi la usa.”

F. “Ok, qui comincia a esserci un po’ troppa roba. Io vado avanti. Avvertitemi quando avete finito…” (finge di camminare via)

La Clarina “Sì, ma siccome certi usi originali della cultura intitolano i loro creatori alla proprietà intellettuale, prima di usare chiedo…”

L. (ci pensa un attimo) “Giusto. Ma puoi usare.”

La Clarina (rimuginando un post) “Humble thanks.”

F. “Ehi! Posso tornare?”


(Mezzo miglio più avanti)


F. “La mia versione preferita del Cyrano è quella con Depardieu.”

L. “A me Depardieu non piace mica tanto.”

La Clarina “Nemmeno a me, ma nel Cyrano è un’altra cosa. Ruolo di una vita e tutto quanto.”

F. “No, piano: i ruoli di una vita di Depardieu secondo me sono tre. Cyrano, Olmo in Novecento e la pubblicità della pasta, quando dice Mais oui, tango cuooore italiaaano.”

La Clarina: Sìììì! Vero! Vero! Vero!

L. (un po’ meno serenamente cool di prima) “Donne! Ci ragioni una serata e non ti ninnano neanche. Dici Mais Oui, tango cuooore italiaaaaano e ci cascano…

La Clarina “Dovresti provare a ragionarci una serata con l’accento francese.”

F. “E magari aggiungerci un piatto di spaghetti.”


(Un altro mezzo miglio più avanti)

 

F. “Clarina, stai tenendo la spalla sinistra più bassa dell’altra.”

La Clarina “Lo so… lo faccio sempre, alas…”

L. “Io tiro su il braccio sinistro più del braccio destro.”

La Clarina “Si direbbe che, oltre a un Cyrano, tutti abbiamo anche un Riccardo III?”

F. “Sapete, sarà meglio che voi due limitiate l’esposizione reciproca.”

(Cue: musica epica mentre i nostri tre eroi camminano nordicamente verso il tramonto…)

 

 

nordic walking, cyrano de bergerac, riccardo terzo

Digitalia · Spigolando nella rete · teatro

A Proposito Di Aninha – Una Piccola Storia, Una Considerazione E Un Corso O Due

Avevo promesso di raccontarvi le traversie del debutto di Aninha, vero?

Ebbene, approfittiamo della giornata di vacanza per farlo. Vi avverto, quella che state per leggere è una storia sanguinosa e truce. Se siete molto sensibili state alla larga.

Prima di tutto, Dramatis Personae:

L’Uomo delle Luci, henceforward known as UL: colui che alla vigilia, con un sorriso a molti megawatt, mi disse “ci abbiamo tutto – è tutto a posto. Ci ho anche delle barre a leds che sono la fine del mondo. Vai tranquilla.”

Flip: aiuto regista, donna saggia, scudo umano.

La Clarina: autrice, regista e  attrice avventizia di Aninha – e, in conseguenza di tutto ciò, a tutti gli effetti pratici una potenziale omicida in crinoline.

I Due Implumi: a mezza via tra i Connestabili di Molto Rumor Per Nulla e i Sicari di Macbeth

Aninha, Garibaldi, Manuel Duarte, gli Histriones: gli eroi della serata

La Folla, capeggiata dall’Assessore alla Cultura: un pubblico pieno di clemenza

E adesso, buio in sala, musica, sipario!

La data è il 23 di luglio, il luogo è Governolo, nel bel mezzo della Tregiorni Risorgimentale che da un anno andiamo laboriosamente organizzando, che gode del favore del meteo e che contempla un sacco di lavoro. Fra un paio d’ore va in scena Aninha, e io sto sperimentando le gioie del darsi attorno in costume ottocentesco. Immaginatemi mentre sgonnello su e giù per Governolo di Sopra popolato di figuranti in costume – gli ultimi momenti lieti prima che ben altre catastrofi che le crinoline piombino su di me.

Attorno alle sette si vedono gli Histriones, poi Aninha, e poi (ma molto poi – e appena giunto dalla Puglia) Garibaldi. Camerini di fortuna sopra la mostra e tutto quanto e poi, una volta cambiati e provvisti di bandiere catarinensi, prenderemmo possesso del palco per una piccola prova di movimento, se non ce ne scacciassero subito i danzatori ottocenteschi.

Ora, biasimo eterno sia alla sottoscritta per non essersi ribellata quando qualcuno ha avuto la brillante idea to sandwich Aninha between the halves of the Gran Ballo Risorgimentale. In teoria era previsto che avessimo tre quarti d’ora di tempo prima dello spettacolo, ma come non aspettarsi che i danzatori sforassero alla grande? I’m a fool.

Però l’UL è un idiota più grosso di me, perché quando finalmente i danseurs sgombrano il campo e noi, forti di una proverella nel prato davanti a un pubblico di anatre e galline, ci dichiariamo pronti, lui  comincia a perdere la testa.

“Non abbiamo mai provato,” ulula, con gli occhi di fuori.

Vero, ma non è un grosso problema – o così credo nel mio colpevole candore. Disegno luci all’osso e la mia assistente Flip (suona grand, vero?) pronta a dettarglielo passo per passo… che ci vuol mai?

“Abbiamo fatto di peggio, credimi. Adesso rilassati, e fai tutto quello – e solo quello che ti dice Flip.”

Ma avevo fatto i conti senza l’oste, si capisce. Alla prima istruzione, l’UL sbianca.

“Ma io non posso accendere solo i tagli di sinistra! Non mi hai detto che volevi accenderli separatamente!” E alla seconda istruzione, “Ma le barre a leds si accendono tutte insieme o niente! Non mi hai detto che…”

E mentre ringhio che l’unico motivo concepibile per cui uno può volere batterie distinte delle stesse luci in posti diversi è per poterle usare separatamente, sento alle mie spalle “Profe, profe!”

Mi volto e mi ritrovo due degli Implumi di Uno Dei Mille.

“Ci pensiamo noi alle immagini, profe. Ci dà la chiavetta? Ci pensiamo noi alla musica. Ci dà il CD?”

Personalmente ho qualche misgiving, ma gli Implumi sfoggiano sorrisi che interferiscono con la navigazione aerea. Scambio uno sguardo terrorizzato con Flip, e cedo il bottino.

“Mi raccomando, ragazzi, seguite bene le istruzioni…”

E ancora una volta, little I know che il peggio deve ancora venire.

L’Assessora arriva con l’aria contrita di chi ha messo i danzatori ottocenteschi sul collo di qualcun altro e vuole farsi perdonare.

“Adesso parlo un po’ e tiro di lungo, così riuscite a fare tutto,” mormora, e sale sul palco e si lancia in una disquisizione lunga e ripetitiva mentre noi veniamo frettolosamente  microfonati e gli Implumi avviano il proiettore… e a questo punto la catastrofe comincia ad abbattersi su di noi sul serio.

Sappiate dunque che al decerebrato dell’UL non è saltato in mente di controllare che il proiettore e il computer fossero in buoni rapporti. Sento un gemito di Flip, mi volto e trovo gli Implumi frenetici. “Non funziona, profe! Non lo vede! Non ci sono le immagini…”

Toi.

Le mie immagini. Studiate, scelte con minuziosa cura, modificate, adattate, ritoccate, portate a un soddisfacente livello di quasi perfezione in molte ore di lavoro, destinate ad essere proiettate sulle vele… Le mie immagini non ci saranno.

“Non è configurato…” pigola l’UL. “Scusa, non è colpa mia, è che non è configurato…”

Devo avere un’espressione seriamente omicida quando lo guardo, perché si fa piccolo piccolo.

“Punta sulle vele qualcosa di bianco e fisso e non toccarlo più finché non te lo dico,” sibilo, e poi raggiungo gli altri sotto il palco, perché l’assessora ha esaurito abbondantemente quel che si poteva dire, ed è ora di cominciare.

“C’è qualcosa che non va?” domanda Aninha, e io le dico che è tutto a posto con un sorriso da un orecchio all’altro, e intanto il cuore mi cade ancora un po’ più in basso, perché la cosa bianca e fissa che l’UL punta sulle vele è una delle maledette barre a leds – una di quelle che sono la fine del mondo, una di quelle che possono solo accendersi tutte insieme.

Toi…

Poi iniziamo. Musica di tango, lento e languoroso. Due degli Histriones entrano in scena e ballano nella luce di taglio. Io ne volevo metà e color tramonto: ne abbiamo troppa e color pomodoro, ma la scena è abbastanza bella perché il pubblico trattenga il fiato. Tienmi la man sul capo, o divinità dei debutti, che forse ce la facciamo ancora. Silenzio, buio, luce – piazzato – cominciamo.

Ma naturalmente respiravo troppo presto. Entro in scena – ho solo quattro battute, ma non vi dico il terrore – convinta di non ricordarmi una parola. Invecemi ricordo. Peccato che nessuno senta: l’UL ha trascurato anche di controllare le batterie degli archetti, e guarda un po’! il mio è scarico. Ululo quanto posso, e mi ritrovo rauca e ghiaiosa come non mai in vita mia – e completamente senza rete, perché una cosa progettata al microfono cambia del tutto se la devi urlare – ma tanto, chi mi sente? Se gli sguardi potessero fulminare, l’UL che si spalma sul palco per spingere verso di me un panoramico, sarebbe già un toast. C’è di buono che la mia parte non è rilevantissima. Dico le mie quattro battute e mi precipito alla consolle per assistere gli implumi con la musica.

aninha, teatro, massachussets institute of technology“Accendo le barre a leds?” chiede l’UL.

Gli dico di no, di fare solo quello che dice Flip. E in realtà, visto che il delinquente ci ha disfatto in un colpo solo metà del disegno luci, rifacciamo tutto sul momento.

“Adesso accendo le barre a leds?”

Gli dico di no, e poi mi distraggo a notare che a) il microfono di Garibaldi salta che è una bellezza; b)Manuel Duarte ha appena chiamato Garibaldi “Generale Bonaparte”. Con Flip ci guardiamo incredule e, quando torno a volgere lo sguardo sul palco, le maledette barre a leds sono accese.

“Spegnile subito! Chi ti ha detto di accenderle?”

“Ma sono belle…” mormora tetragono l’UL.

A me viene da piangere.

Tra un danno e l’altro, proseguiamo. Aninha, che era agitata e rigida, comincia a aninha, teatro, massachussets institute of technologyrilassarsi. Gli Histriones sono una folla stilizzata e perfetta; Garibaldi è proprio bravo; gli Implumi fanno quel che possono ma mancano di sottigliezza; le luci sono un disastro; dell’audio non parliamo nemmeno.

Come piace al cielo, arriviamo verso la fine.

“Al mio segnale, cala lentamente a buio,” dico all’UL.

“Tutto buio?”

“Sì, ma gradualmente. Al mio segnale.”

“Adesso?”

“No, al mio segnale.”

“Ma quando?”

“Dopo che lei ha finito. Al mio se…”

Aninha finisce l’ultima sillaba – l’UL spegne di botto tutte le luci sul palco.

“No! No! No no no no nononono!!!!”

“Ma mi hai detto… che cosa faccio? Riaccendo?”

E qui, con il buon senso che la contraddistingue, Flip mi spinge verso il palco a raccogliere gli applausi. To’, gli applausi… ero così occupata a fulminare l’UL che non me n’ero nemmeno accorta. E invece sono tanti. E complimenti, e chiamate, e si vede che in qualche modo, in mezzo alla caporetto tecnica, gli attori sono riusciti a far passare il testo – e non è nemmeno piovuto.

“Profe, profe,” suggeriscono in coro gl’Implumi. “Però lei l’UL adesso lo ammazza, vero?” E, beata gioventù, non hanno idea di quanto sia tentata di mettere loro in mano un cavalletto a testa e mandarli a mettere in pratica.

E questa era la piccola storia. La considerazione è che sono un nonnulla sconcertata dal successo di Aninha. Si capisce che scrivendola ho fatto del mio meglio, tacitando le riserve nate dalla scarsa affinità con il personaggio e dall’uscire un nonnulla dal mio seminato abituale. E proprio non mi aspettavo che un sacco di gente mi dicesse che, tra tutti i miei lavori, Aninha è quello che preferisce. Personaggio che non mi è simpaticissimissimo, genere inusuale… capite perché sono perplessa,  vero?

Infine il corso. Visto che da qualche tempo, in particolare con gli Histriones, sembro avere ereditato funzioni semi-ufficiali connesse con le luci in generale, il disegno luci e la doma della gente alla consolle, ho deciso che è giunto il momento per un po’ di teoria. Così, dopo avere cercato un po’ in giro, mi sono imbattuta nel programma OpenCourseWare del MIT. Er… sì: nel senso di Massachussets Institute of Technology, ma aspettate a sghignazzare. Il MIT mette gratuitamente a disposizione online trascrizioni, materiali, esercitazioni, programmi e reading lists di una quantità di corsi su ogni genere di materie. Qui, per esempio, ci sono i corsi di scrittura, e qui quelli di musica e teatro. Mi sono guardata un po’ in giro, e onestamente non tutti si prestano troppo bene ad essere studiati a distanza, senza la parte pratica e senza l’interazione con docenti e classe, ma altri sono una meraviglia. Per ora ho scaricato il materiale di Playwriting I e Lighting Design for the Theatre, e vi farò sapere – ma in qualche modo tendo a pensare che un corso del MIT valga comunque la pena.

Intanto, ho la sensazione di avere cominciato a fare qualcosa per neutralizzare situazioni come la bagarre con l’UL. Anche se, a ben pensarci, che cosa faccio? La prossima volta che un UL non capisce il mio sofisticato e mittiano disegno luci, gli dico “E guarda che io ho studiato Lighting Design sui corsi del Massachussets Institute of Technology?

Er…sì. Anche di questo vi farò sapere.

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(Foto di Giorgio Andreasi – presto appariranno, numerose e in tutta la loro gloria, qui e/o sul mio sito.)

 

scrittura · teatro · teorie

Romanzieri A Teatro

Secondo Jeffrey Sweet, i romanzieri a teatro costituiscono una popolazione maldestra e grigiolina – sia come autori che come personaggi.

Non posso dire che la cosa mi abbia colmata di gioia, perché da un lato sono davvero entusiasta delle altre teorie di Sweet, e dall’altro gli argomenti che adduce in proposito sono quanto meno sensati, e in tutta probabilità validi.

Per quanto riguarda la transizione dal romanzo alla scena, Sweet osserva che il romanziere medio, abituato ad avere la parola come unità di base del suo lavoro, fatica ad abituarsi all’idea di dover lavorare su un atomo diverso: l’attore. Un testo teatrale, dice, non è alta letteratura e/o brillante uso della lingua: è un programma di occasioni studiate per consentire all’attore di creare comportamenti atti a catturare l’attenzione e la simpatia del pubblico. Ma il romanziere (o, se è per questo il poeta) medio, abituato ad affidare tutto il suo significato alla parola, fatica a imparare il diverso meccanismo secondo cui il suo significato farà bene ad emergere attraverso il comportamento dell’attore piuttosto che a monologhi in prosa fiorita.

E a dire il vero, il problema sembra affliggere anche lo scrittore più che medio.

Sapevate che Henry James fra il 1894 e il 1895 tentò di dedicarsi al teatro? Non era ancora il romanziere che tutti ammiriamo, ma possedeva già una rispettabile fama di saggista quando scrisse le sue quattro commedie & un dramma. Non di meno, le quattro commedie, che scrisse “leggere” per incontrare quello che credeva fosse il gusto del pubblico londinese, non trovarono un’anima disposta a metterle in scena. Le pubblicò a sue spese in due volumi, ciascuno corredato di una prefazione che, diciamocelo, è di gran lunga migliore delle commedie stesse. Il dramma, Guy Domville, trovò un incauto produttore, debuttò, fu sonoramente fischiato, sopravvisse per cinque settimane e cadde nell’oblio. Dopodiché James decise solennemente di dedicarsi solo alla narrativa – e tutti ne siamo molto felici. Perché il fatto è che, pur teoricamente consapevole delle necessità e convenzioni del teatro, James non sapeva applicarle, mettendo in scena incidenti inadatti o cercando invano di vivacizzarli facendo entrare e uscire i suoi personaggi da un’infinità di porte.

E che dire poi di Foscolo? Foscolo era il poeta che sappiamo, ma quando tentava la via delle scene diventava disastrosamente prolisso e rigido. A differenza di James, Foscolo didn’t give a button per le necessità di attori e impresari, e si ostinava a considerare soltanto la struttura della tragedia classica e il proprio gusto. Risultato, non so se abbiate mai provato a leggere qualcosa come l’Ajace (quello dei Salamini!) o la Ricciarda: gente che entra in scena e si abbandona a quarti d’ora di paludato soliloquio, rimugina, impreca, maledice, si strugge e non fa mai nulla. Ogni tanto qualcuno riferisce qualcosa che è successo, altri esclamano e si torcono le mani e poi giù altri soliloqui… Statico, statico, tre volte statico – e altrettanto unsuccessful. Capite perché gli impresari nominassero l’Ugo nazionale facendo gli scongiuri?

E per una volta non è questione di essere ossessionati dalla fabula: per sua natura, il teatro non dà accesso al paesaggio interiore dei personaggi e al sottotesto se non attraverso il modo in cui i personaggi dicono ciò che dicono. Ora, il playwright può fare due cose distinte in proposito: può lasciare che Cappuccetto Rosso venga in scena e racconti diffusamente al cielo stellato che non ne può più di vivere sotto la campana di vetro delle paranoie di sua madre, oppure può mostrarcela mentre ascolta appena le raccomandazioni della mamma, e quasi le strappa le ciambelle di mano per metterle nel cesto, ansiosa com’è di una giornata di libertà nel bosco… Tolta l’opera lirica e tolto il musical — che funzionano un po’ diversamente — indovinate quale metodo funziona meglio in scena?

Per contro, dice Sweet, c’è altra gente molto adatta alla drammaturgia, perché possiede già la giusta forma mentis: i giornalisti, perché sono abituati a selezionare i dettagli rilevanti di una storia e riportarli con più immediatezza che dettagliate distinzioni psicologiche; e gli attori, perché hanno acquisito la loro formazione creando il comportamente che serve a mostrare il significato del testo — e verificandone di prima mano l’efficacia. E in effetti Dumas Père era forse più giornalista che romanziere quando scrisse i suoi vividi, pittoreschi e immensamente applauditi drammi storici. Si potrebbe dire che siano i suoi romanzi ad avere una notevole dose di teatralità.

On the other hand, Dickens, con un percorso molto simile, e con una indefessa passione per il teatro, con i suoi drammi ottenne un successo piuttosto limitato.

A titolo di parziale consolazione, Sweet conclude che in realtà non c’è nessuna legge di natura per cui un romanziere non possa diventare un buon autore teatrale — a patto che si renda conto di dover imparare a camminare di nuovo, secondo tutt’altri principi. Dove invece resta drastico è sul fatto che, sappiatelo o Fellow Writers, gli scrittori sono pessimi protagonisti a teatro.

Anche qui, la  spiegazione è sensata: che cosa caratterizza uno scrittore? Il fatto di scrivere — ciò che avviene in solitarie e statiche sessioni notturne — e il fatto di osservare (e vampirizzare) l’umana natura — ciò che avviene per lo più nella testa dello scrittore stesso. Entrambi sono affascinanti processi, molto interessanti a leggersi in dettaglio all’interno di un romanzo, ma pressoché impossibili da rendere scenicamente. Provate a pensare a Stingo nell’adattamento teatrale di Sophie’s Choice, o alle varie incarnazioni di Christopher Isherwood nelle diverse versioni teatrali e cinematografiche di Cabaret, e troverete personaggi statici e persino un po’ passivi, gente che osserva invece di muovere dinamicamente il plot.

E qui, onestamente, c’è poco da fare, perché nessuna quantità d’impegno riuscirà a rendere i conflitti intrinseci della scrittura scenicamente utili — se non forse in veste allegorica, il che mi sembra una strada tanto datata quanto rischiosa da intraprendere.

La morale ad uso del romanziere che aspira a scrivere per le scene, stando a Jeffrey Sweet, è duplice: costui/costei farà bene a disporsi a imparare daccapo e, già che c’è, a scegliersi un protagonista che non sia uno scrittore e basta.

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Se siete interessati alla meccanica dei testi teatrali – e ancora di più se ne scrivete, potreste far di peggio che leggere il libro di Sweet. C’è solo in Inglese, ma credetemi: vale assolutamente lo sforzo:

 

E se invece foste curiosi di sapere perché il teatro di James non ha funzionato… be’:

 

grillopensante · Londra · Poesia

Recessional

Questo non è proprio un post. E’ una segnalazione legata a una serie di riflessioni scambiate con M.B. a proposito di quel che succede in Inghilterra in questi giorni.

Kipling scrisse questa poesia nel 1897 e la intitolò Recessional – la parola che, nella liturgia anglicana, indica il canto che accompagna l’uscita solenne del celebrante al termine del rito. Uno strano, triste, profetico dono per il Giubileo di una regina al colmo della sua gloria…

Recessional

God of our fathers, known of old—
Lord of our far-flung battle line—
Beneath whose awful hand we hold
Dominion over palm and pine—
Lord God of Hosts, be with us yet,
Lest we forget—lest we forget!

The tumult and the shouting dies—
The Captains and the Kings depart—
Still stands Thine ancient sacrifice,
An humble and a contrite heart.
Lord God of Hosts, be with us yet,
Lest we forget—lest we forget!

Far-called our navies melt away—
On dune and headland sinks the fire—
Lo, all our pomp of yesterday
Is one with Nineveh and Tyre!
Judge of the Nations, spare us yet,
Lest we forget—lest we forget!

If, drunk with sight of power, we loose
Wild tongues that have not Thee in awe—
Such boastings as the Gentiles use,
Or lesser breeds without the Law—
Lord God of Hosts, be with us yet,
Lest we forget—lest we forget!

For heathen heart that puts her trust
In reeking tube and iron shard—
All valiant dust that builds on dust,
And guarding calls not Thee to guard.
For frantic boast and foolish word,
Thy Mercy on Thy People, Lord!
Amen.

cinema · grillopensante

Noi Credevamo

Noi credevamo, A., M., e io, di passare una serata interessante al cinema. Noi credevamo di avere a che fare con una lettura non oleografica della storia risorgimentale, presentata attraverso gli occhi di personaggi fittizi di cui condividere il punto di vista. Noi credevamo anche di capire quel che veniva fatto e detto sullo schermo.

Invece ci siamo ritrovati davanti a un arnese girato, recitato, fotografato e montato così così – a voler essere clementi – punteggiato di musiche verdiane piazzate un po’ a caso, con un passo narrativo che alternava frantic choppiness (la prima parte) e quel genere di fissità che un tempo si definiva, con una certa impazienza, teatrale (la sezione del carcere). Della qualità della scrittura a livello tattico non ho avuto una grande impressione, ma preferirei sospendere il giudizio, perché capivo ben poco – il film essendo recitato per lo più* in un dialetto campano troppo stretto per me**. Quindi, se l’intento di Martone era quello di creare attorno al Risorgimento un senso di gelida lontananza, lieve isterismo e completa estraneità, sono impressionata dalla perfezione e completezza con cui ha centrato l’obiettivo. Oso confessare che al (primo?) intervallo, A., M. e io ci siamo guardati e, con simultanea e inespressa decisione esecutiva, abbiamo preso la fuga?

E però il punto non è nemmeno questo. Il punto è che noi credevamo, tra varie altre cose, di essere (ed essere considerati) tre adulti con un briciolo di conoscenza della storia e menti ragionevolmente sviluppate e funzionali. Siamo stati assaliti da qualche dubbio in proposito quando, prima del film, una soave e meticolosissima signora ha preso il microfono e, col tono di chi racconta la fiaba della buonanotte in una prima elementare, ha esordito dicendo: “E ora una breve introduzione per inquadrare il film nel suo contesto storico e nella sua struttura narrativa.”

L’impressione si è rafforzata quando il “contesto storico” si è rivelato limitarsi a “la storia si svolge durante il Risorgimento – il Ri-sor-gi-men-to – ovvero nella prima metà dell’Ottocento”. Poi, per il quarto d’ora succesivo, la soave e meticolosissima signora ci ha narrato il film scena per scena, con didattica, onnicomprensiva puntigliosità e una certa quantità di pathos, spiegandoci le parole difficili e talvolta sillabandocele…

“Ma perché tutto ciò?” chiede non senza perplessità A.

“Nel caso fossimo una platea di cretini, suppongo,” sussurro io. E forse non sussurro tanto sottovoce quanto dovrei, perché non solo M., ma tutta la fila dietro erompe in cachinni.

E con questo siamo giunti dove volevo arrivare. I happen to know che la soave e meticolosissima signora è un’insegnante in pensione – con ambizioni di scrittrice. Se questo è il suo atteggiamento nei confronti del lettore, sta fresca. Trattare i lettori come una prima elementare non è mai una buona idea, per il non incomprensibile motivo che a nessuno piace sentirsi considerato stupido. Per quanto la trasmissione di conoscenze sia ovvia parte del gioco, bisogna essere in età prescolare per apprezzare che Mary Poppins elargisca la conoscenza in questione in comode pillole rivestite di zucchero – e corredate di rime che sottolineano il ruolo dello zucchero. Il lettore anche solo vagamente adulto (o convinto di esserlo) si irriterà, spazientirà e sentirà trattato con condiscendenza. A posteriori, forse, data l’incomprensibilità dei dialoghi di Noi Credevamo, il riassunto scena per scena poteva anche essere utile, ma il tono della soave e meticolosissima signora era così irritante che confesso di avere a mala pena ascoltato quel che diceva: ero troppo occupata a chiedermi se ci stesse insultando tutti con intenzione deliberata o per malguidato eccesso di zelo.

Either way, non ero ben disposta nei confronti della sua presentazione, né del film che presentava. Perché dovrei esserlo nei confronti del suo libro – o dei suoi lavori teatrali?

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* E qualcuno poi mi spiegherà perché gli accenti meridionali dovessero essere accurati, mentre i settentrionali Mazzini e Cristina di Belgioioso parlavano un Italiano standard con, if anything, una lieve coloritura centro-sud.

** Direi che era come guardare un film in una lingua straniera, se non fosse che le sequenze in Francese erano quelle che capivo meglio.

blog life · Digitalia · scrittura

Senza Errori Di Stumpa Compie Tre Anni

blog, scrittura creativa, downloadCome da titolo: Senza Errori di Stumpa compie tre anni. Occupa 61MB di spazio – il che, pensandoci bene, mi fa un po’ impressione… per quanto tempo ancora potrò restare su Virgilio? Confesso che non ne ho la più pallida idea… – e questo che state leggendo è il seicentosettantesimo post.

Nel corso di questo anno, per cause di forza maggiore, sono passata dal postare tutti i giorni al farlo tre volte la settimana – plus the occasional stray post, now and then. Devo confessare che la pace del mio spirito ne ha tratto beneficio. Nonostante questo allascamento del passo, SEdS continua a crescere – e per questo we both drop a curtsey a voi, o Lettori.

E adesso, esaurito il discorso bilanci, passiamo a festeggiare. 

Fette di torta virtuale, virtuale brindisi con calici di Picolit friulano e cotillons per tutti.

Lo Scrittore di Buon Senso non è un manuale di scrittura – non mi azzarderei mai! O almeno non per qualche altra decade – ma raccoglie una ventina di articoli pubblicati nel corso dei primi tre anni di vita di SEdS sotto la voce “Oggi Tecnica”.

E’ una serie di rimuginamenti, considerazioni, analisi ed esercizi – poco di completamente originale, tutto messo alla prova sul campo. Scaricate il PDF qui: LoScrittorediBuonSenso.pdf e buona lettura!blog, scrittura creativa, download

E se vi sarà piaciuto, commentate qui sotto, e poi passatelo ad amici, parenti, colleghi e sconosciuti, aspiranti scrittori o lettori appassionati. Se non vi sarà piaciuto, se non siete d’accordo, se disapprovate, venite a discuterne qui.

Non c’è nulla come la discussione per far germogliare le idee. E crescere i blog.

 

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Senza categoria

In Memoriam – Giorgio Zamboni

Giorgio Zamboni era uno straordinario medico, un filosofo, un cultore raffinato di opera, musica e letteratura.

Era rinascimentale nella varietà, vastità e profondità delle sue conoscenze e dei suoi interessi. Era guidato da un’insaziabile curiosità intellettuale e da una determinazione irriducibile.

 

Amava le storie dovunque le trovasse – all’opera, a teatro, nei film e nei romanzi – e le prediligeva dense, vivide e un po’ sentimentali.

Era un uomo che onorava la sua professione e perseguiva le sue passioni con irrefrenabile intensità.

Ed era il mio mentore. Un amico paterno che mi incoraggiava, credeva nel mio talento, mi spronava ad maiora senza sosta, mi pungolava ad esplorare nuovi territori creativi, e badava a che non mi prendessi troppo sul serio. Tra molte cose, è merito suo se, dopo anni, sono tornata a scrivere teatro.

Ieri mattina il Professore ha ceduto alla malattia che da mesi divorava la sua vitalità, morso dopo morso.

Adesso non c’è più, e voglio ricordarlo con affetto profondo, con rimpianto e gratitudine infiniti – con il mezzo che secondo lui sapevo usare meglio: le parole.

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Forma & Sostanza

Dopo essersi sorbito un certo numero di lai furibondi sulle lacune son et lumière del debutto di Aninha (una volta o l’altra vi racconterò), P. mi scrive così:

Senza troppi preamboli, ti dirò che non capisco il perché delle tue apprensioni per il mancato funzionamento degli effetti speciali. Capisco che, dopo aver lavorato alacremente agli effetti luce, al sonoro, e a tutti i dettagli che di sicuro rendono perfetta la rappresentazione, tu possa contemplare l’omicidio di vari tecnici. Però, gli applausi finali dovrebbero semmai darti ulteriore conferma che le tue opere hanno già molta sostanza, al punto che la forma, pur non inessenziale, può anche passare in secondo piano, purchè non si tratti di far recitare degli energumeni dotati solo dell’uso del dialetto etilico. Se le luci e il sonoro funzionassero alla perfezione, ma i tuoi lavori avessero poco da dire, il pubblico avrebbe probabilmente l’impressione di assistere ai fuochi della sagra, non credi?

Ebbene, sì e no.

Ormai è assodato che mi faccio venire attacchi di convulsioni con relativa e innecessaria facilità – ed è risaputo che della mancanza o imperfezione dei particolari del disegno luci in trentasei pagine il pubblico non si accorgerà mai. Quindi P. è ben lungi dall’avere tutti i torti.

On the other hand, però, non amo molto la teoria secondo cui la sostanza è tutto quel che conta, o almeno quel che conta di più, per la semplice ragione che in fatto di teatro, come di scrittura e di arte in genere, la forma è sostanza. Che cos’è l’arte se non espressione formale della sostanza? Metaesempio: tutti – o quanto meno molti – hanno la vaga impressione che la sostanza (nella vita reale) importi più della forma*. Però c’è voluto Shakespeare per dire che una rosa con un’altro nome profumerebbe allo stesso modo. E nel dirlo si contraddice, perché a rendere pressoché immortale la sua idea di forma/sostanza è proprio la forma. Ma in realtà, al di là degli aerei nonnulla che faceva sussurrare al suo adolescente innamorato, lo zio Will sapeva benissimo che, se si chiamasse acido tetrafenilcloridrico, la rosa conserverebbe forse lo stesso profumo, ma non troverebbe molta gente disposta ad annusarla per accertarsene…

In un romanzo, un racconto, un articolo o una poesia, ciò significa che stile e contenuto devono fondersi per stampare un’unica impronta nella mente del lettore. “Dice belle cose ma è scritto male”, oppure “E’ scritto divinamente ma non è che dica granché” sono due insegne di scrittura parimenti così così.

In teatro, alla buona scrittura devono aggiungersi la buona recitazione, la buona regia, le buone luci, le buone scene, i buoni costumi, le buone musiche e il Something-something creato dal felice combinarsi di tutti questi elementi. Se ne manca anche solo uno, il risultato resterà sempre così così. Non intendo imperfetto – l’imperfezione è un’altro mantello dell’arte – ma proprio leggermente mediocre. Lacking in quality. Dilettantesco. Un tantino naufragato sugli scogli che stanno tra intenzione e realizzazione dell’intenzione stessa.

Come dicevasi più sopra, ciò si applica anche a tutte le forme di scrittura – seppure in modo meno spinoso, perché il romanziere, il poeta e l’articolista hanno molto più controllo sulla loro forma di quanta il playwright possa mai sperare di averne sulla forma del risultato finito, che deve combinare le sue intenzioni e competenze con le intenzioni e competenze di un sacco di altra gente.

Il principio però rimane lo stesso: in qualsiasi disciplina, la più solida e profonda delle sostanze non è una scusante per le lacune della forma. E a dire il vero, cercare questo genere di scusanti cessa di sembrare una buona idea non appena si considera che curare la forma è il modo più efficace per affinare l’espressione della sostanza.

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* Francamente non sono molto d’accordo nemmeno per quanto riguarda la vita reale, ma questo è un altro post.

Somnium Hannibalis · teatro

Somnium Hannibalis A Ostiglia

SH torna in scena in grande stile: gli Histriones si sono provvisti di fuoco vero, e l’effetto delle fiamme – un enorme braciere che i personaggi alimentano a turno, più un certo numero di torce e lumi – è più emozionante di quanto si possa immaginare. 

E’ perfetto, perché in SH l’imagery più ricorrente ha a che fare con fuoco, fiamme, roghi, pire e cose che ardono, ed è un regalo che ci facciamo ogni volta che si recita all’aperto. Fiamma rituale, pira funeraria, falò celebrativo, simbolo, luce, distruzione, impeto… – il nostro braciere in scena significa molte cose. Ah, respirare l’odore del fuoco mentre Annibale parla del mare di roghi nella piana sotto Canne…

Intanto ieri sera abbiamo provato la bellissima sequenza iniziale in cui, sullo sfondo di una musica che posso definire solo haunting, tutti gli spettri di Annibale si presentano all’appello, si confondono, prendono le armi e tornano a perdersi in una luce di crepuscolo senza però andarsene del tutto – ombre indistinte e sempre presenti, la lunga processione di tutti coloro che Annibale ha perduto nell’inseguire la sua chimera. Gabriella Chiodarelli è un genio di regista, e questa scena mi dà i brividi ogni volta che la rivedo. Anche in pieno giorno. Anche in jeans e maglietta. 

Questa ripresa promette davvero bene.

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Furore Tremendo · teorie

Un Po’ Di Pò

Un po’ si scrive con l’apostrofo, grazie.

Si scrive con l’apostrofo perché è il risultato di un’apocope: la lingua parlata, creatura senza riguardi e senza scrupoli, si è liberata di una sillaba che stava tra i piedi. In principio era “un poco”, poi la lingua parlata ha spinto e l’ultima sillaba è caduta.

Come molta gente senza scrupoli e senza riguardi, la lingua parlata non bada a cancellare del tutto le tracce dei suoi misfatti: appeso al po’ è rimasto quell’apostrofo che significa “qui stava una sillaba. Requiescat In Pace.”

Per cui, scrivere un pò con l’accento è sbagliato, è bruttino e non significa nulla.

E perché, o Clarina te ne stai qui, di primo mattino, a pontificare d’apostrofi e d’accenti? Perché ho constatato che, quando digito la combinazione P e O, il T9 del mio telefono Nokia scrive . Con l’accento. E solo chiedendo alternative ottengo il po’ corretto, con il suo bravo apostrofo.

Ora, la mia domanda è: perché diavolo quello che è in definitiva un processorino di scrittura deve suggerire sgrammaticature? Non è grave, si dirà. Vero, ma che cosa costa suggerire automaticamente la forma corretta? Il accentato ormai dilaga, si dirà. Finirà ben presto col diventare un uso invalso… Vero anche questo, in tutta probabilità – ma perbacco, è proprio necessario che il T9 gli dia una spinta? Che lo sdogani? Che lo legittimi? Che lo sposi?

Ora, sono più che certa che sapete benissimo come si scrive un po’, però magari, nel genere di fretta che si tende ad avere quando si scrivono messaggi, non ve ne accorgete neppure, o lasciate correre. Tanto è solo un sms. Tanto il senso è chiaro lo stesso. Tanto, che differenza fa? 

Ebbene no, O Lettori. Ribellatevi. E’ una ribellione piccina piccina, il genere di cose che nessuno noterà – e che quindi farete soltanto per voi stessi – ma fatelo lo stesso: chiedete l’alternativa e mandate attorno le vostre apocopi come Devoto-Oli comanda.

Ecco. Adesso che ho lanciato la mia piccola crociata grammaticale, posso affrontare la giornata con animo migliore. Nulla come un buon rant di prima mattina…