considerazioni sparse

Idiot’s Foot

Immaginate la scena: stazione di Bologna, le due pomeridiane di un ordinario lunedì di giugno. La folla assetata di trasporto su rotaia brulica sui marciapiedi, sulle scale, nei sottopassi, nelle sale d’aspetto, nelle edicole, nei bar. Uomini, donne e fanciulli s’affannano trascinandosi dietro ogni genere di bagaglio, dallo zaino Invicta al baule di cartone, dal trolley rosa fragola alla ventiquattrore LV, dai borsoni Esercito Italiano al costume da samba nel porta-abiti di plastica…

Ed ecco che la Clarina fende questo ribollire d’umanità frettolosa. Lo fende con falcate tanto lunghe quanto gliene consente la sua non torreggiante statura. Da una spalla le penzola il computer portatile, dall’altra la borsetta, e in mano stringe il bagaglio overnight. Le falde del suo spolverino a quadretti le sventolano attorno – come le vele di una tartana nel Libeccio.

CORO GRECO: Corri, Clarina, corri! Galoppa al piazzale ovest e prendi il tuo treno – e se lo prenderai sarà, come suol dirsi, per un pelo.

La Clarina galoppa, occhieggiando i numeri sui tabelloni luminosi. Forse… forse…

LA CLARINA: (ansimando persino nel pensiero) Tienimi una man sul capo, o nume protettor de’ ferrati cavalli, che forse ce la faccio…

La Clarina raccoglie le forze per un ultimo sprint e…

CORO GRECO: Bada, o Clarina, che il Destino Beffardo è in agguato!

LA CLARINA: (guardando per aria) Eh?

Il gradino è lì. Piccoletto, unassuming – un gradinetto. Innocente, lo direste. Ma la Clarina non lo vede, ci poggia male il piede, danza qualche passo di minuetto nel tentativo di mantenere l’equilibrio e non far cadere il computer…

CORO GRECO: Toi! Toi! Otototoi!

La caviglia della Clarina si piega ad angolo retto in una direzione non prevista dalla natura umana.

LA CLARINA: Feu! Feu! Feu!* (al Coro, con risentimento) “Bada Clarina…”? Vi veniva il mal di viscere a dirmi “gradino”?

CORO GRECO: Che ci vuoi fare? Il Coro Greco confonde quelli che vuole perdere… o forse quelli sono gli dei?

LA CLARINA: (saltellando su un piede solo, tra la crudele indifferenza della folla) Non scriverò mai nulla che abbia un Coro del cavolo…

CORO GRECO: Bada al cavallo ferrato, o Clarina – la vendetta dopo.

LA CLARINA: Cavallo…? oh, toi!

La Clarina zoppica penosamente verso il I Binario Piazzale Ovest, e nel contempo cerca di estrarre dal bagaglio overnight il biglietto da obliterare nell’apposito macchinario color tuorlo.

CORO GRECO: E adesso…

LA CLARINA: (marcia trucemente verso l’obliteratrice – badando a dove cammina- e borbotta tra i denti) Toi! Non mi turlupinate più, espositori prezzolati – e inaffidabili! Toi, toi!

DESTINO BEFFARDO (con l’assurdamente gaia intonazione degli altoparlanti Trenitalia) Il Treno Regionale Veloce n° tanti-e-tanti con destinazione Brennero partirà dal Binario 1 Piazzale Ovest con dieci minuti di ritardo! (Sottotesto: non è carino, bambini?)

LA CLARINA (debolmente) Toi…

CORO GRECO: Te l’avevamo detto che c’era il Destino Beffardo in agguato…

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Fade to: Ospedale Carlo Poma – Pronto Soccorso Ortopedico.

CERUSICO DELLE OSSA: (esaminando le lastre) Trauma distorsivo submalleolare.

LA CLARINA: (spalanca gli occhi e porta la mano alla gola) No!

CDO: (oracolare) Fasciatura elastico-compressiva. Arto a scarico. Analgesici al bisogno. Stampelle.

LA CLARINA: No!!

CDO: (implacabile) Una settimana.

LA CLARINA: No!!! Lo spettacolo… la rievocazione… i referendum… Toi!

CORO GRECO: (con rumore di scrollata di spalle collettiva) Be’, mettila così: almeno non hai perso il treno.

SIPARIO

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C’è gente che lamenta il ginocchio della lavandaia, chi soffre del gomito del tennista…

Io ho il piede dell’idiota.

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* E anche a few things not fit for printing.

 

gente che scrive · grillopensante

Saviano, Conrad E Padre Pio – A Rant

“…Da domani in edicola, La Linea D’Ombra, di Joseph Conrad…” afferro vagamente. To’, mi dico. E poi… “Introduzione di Roberto Saviano.”

Che cosa? Saviano che introduce Conrad? Devo aver capito male – e non ci penso più. Perché intendiamoci: Saviano è un coraggioso e ammirevole giornalista, ma da qui ad essere un prefatore letterario, ce ne corre.

Poi invece scopro che con Repubblica esce (e cito) “una nuova collana composta da romanzi brevi o raccolte di racconti, testi di assoluta eccellenza scelti fra quelli più rappresentativi della stagione culturale seguita in Occidente al grande realismo ottocentesco.” Lodevole. E non basta, perché “ogni titolo sarà introdotto da un autore di oggi, che ha scelto di spiegare perché leggere quel particolare classico.”

Ah be’, mi dico. Un’introduzione non è una prefazione, dopo tutto. E’ il genere di cosa “questo libro mi è piaciuto tanto perché ta-ran ta-ran ta-ran; leggetelo anche voi perché ta-ran ta-ran ta-ran…” La faccenda comincia a somigliare un po’ più a una questione di marketing che di letteratura: come possiamo rendere attraente un autore generalmente trascuratello? Ma affiancandogli un nome che tira, perbacco! E quale nome tira più di quello di Saviano? Nulla di male in tutto ciò – anzi. Un po’ di curiosità però la confesso. e, quando ho l’occasione di mettere le ugne sul libro in questione, ne approfitto.

E’ la ristampa per gentile concessione di un’edizione Einaudi, tradotta da Flavia Marenco, con prefazione dell’autore e nota introduttiva di Pavese. So far so good. Prima di tutto, però, c’è un’ulteriore introduzione – Saviano, appunto. Vediamo un po’ che cos’ha da dire Saviano su La Linea D’Ombra.

Apparentemente, Saviano ha da dire per prima cosa che “spesso un libro ti sceglie, non lo scegli tu.” E prosegue con altre graziose romanticherie del genere. Bel colpo. Questo è il genere di apertura di sicuro effetto per cui tutti gli altri introduttori ingaggiati da Repubblica tireranno accidenti al primo della lista: avendolo già detto lui, non possono più dirlo loro, mannaggia!

Una volta esauriti i paragrafi generici sulle storie d’amore lettore/libro, però, si passa a parlare del libro in questione, e… hm. Sentite.

“[Sentivo c]he quella non è la vita, ma calme plat, grand miroir de mon désespoir (calma piatta, grande specchio della mia disperazione) è un verso preso da La Musique di Charles Baudelaire, i cui verso descrivono la fratellanza tra la musica e il mare, che può esser in tempesta e gonfiare le vele come la musica gonfia il petto. Ma può anche esser una musica lieve quasi silenziosa, come la bonaccia: calma piatta. E’ una metafora perfetta questo verso per Conrad: la bonaccia è per il marinaio una disperazione, proprio come la calma piatta per il giovane.” (p. 5)

Sic. Sintassi e punteggiatura, sic. Non un corsivo, sic. Costruzione, sic. Non so voi, ma a me sembra, più di ogni altra cosa, una frettolosa trascrizione da parlato. Andiamo avanti.

“Quel marinaio in secca che sente che quella non è la vita che vuole.” (p. 6)

A Saviano piace proprio scrivere per frammenti – il che non è necessariamente un difetto, a patto che i frammenti funzionino. Ma tre “che” di fila? E c’è altro.

“Se ne rende conto solo uno degli ospiti della ‘Casa del Marinaio’, un uomo che ha già percorso ciò che il giovane ha davanti. Il capitano Giles lo ascolta, ma avendo capito l’inconfessabile aspirazione del suo interlocutore, a un certo punto gli dà una dritta decisiva.” (p. 7)

Siamo franchi: se uno di noi avesse scritto queste 46 parole in un tema di letteratura al Liceo, se ne sarebbe sentite cantare quattro. Per i pronomi selvaggi (lo ascolta? Chi, please?), per mancanza di logica (a che serve e che cosa significa quel ma?), per le scelte lessicali (inconfessabile? E che c’è di inconfessabile – ovvero turpe, tanto grave da non potersi confessare senza vergogna – nell’aspirazione a diventare capitano? Non sarà per caso inconfessata?), e infine per la generale ineleganza della costruzione. E se siete disposti a considerarli peccati veniali, c’è di peggio.

“Di colpo quelli che considerava idioti perché non affrontavano la vita con la passione e la velocità d’idee che riconoscevi a te stesso, ora ti sembrano più capaci di te.” (p. 7)

E concediamo pure che gli errori di stumpa possano non essere colpa di Saviano – ma “Di colpo/ora”? E la “velocità d’idee”? E, se devo dirla tutta, a me quel considerava non sembra tanto un eds, quanto il relitto di un periodo più lungo, sistemato inconsultamente e poi non ricontrollato.

Come, del resto, questo passaggio, a proposito del confronto con Cuore Di Tenebra*: “Non riesco a pensare i due libri separati, forse nemmeno di amare uno più dell’altro, ma scegliere La linea d’ombra è stato facile.” (p. 8)

E poi potrei citare brutture miste assortite come “Non è solo semplicemente stanchezza” (p. 9),  o “Quando Conrad scrisse questo romanzo era un uomo maturo, di 60 anni, aveva sorpassato quella linea già da parecchio tempo” (p. 9) – calchi del parlato così evidenti e così sciatti che sconsolano.

Se poi cercate una giustificazione nell’idea che la forma sia sacrificata a chissà quale profondità di contenuto, temo di dovervi disilludere: non ci scostiamo mai dalla lettura più generica e dalla maniera più blanda. E non è che la maniera più blanda sia aiutata da costruzioni arruffate ai limiti dell’incomprensibile, tipo “E’ una maturità che emerge nel personaggio del capitano Giles, così mal sopportato all’inizio dal nostro protagonista, che lo considera noioso, pedante – esattamente come si immagina che i giovani considerino gli adulti – ma dotato di una saggezza che il giovane riconosce progressivamente.” (p. 9)

Per finire poi con questa convoluta e, va da sé, frammentata perla di saggezza e profondità: “E comprendi che quella linea d’ombra la superi e ti supera, ti è davanti e non l’hai mai superata. Nell’incessante cammino della tua esistenza.” (p. 9)

Ora mi sembra di sentire cori furibondi di proteste: il mestiere di Saviano non è essere elegante, lui dice quel che deve dire, l’importante è l’efficacia, l’importante è il contenuto…

Davvero? Parliamone.

Saviano vive della sua scrittura. Non m’importa cosa scrive e perché lo scrive: scrive professionalmente e, per chi scrive professionalmente, la forma è sostanza. Il suo mestiere è esprimere e comunicare concetti, e la lingua, la grammatica, la sintassi e la retorica sono i suoi strumenti. Pensereste tutto il bene possibile di un cuoco che serve in tavola ingredienti accostati senza criterio, cotti e presentati come capita? Non credo – e poco importa quanto gli ingredienti stessi siano di per sé nutrienti. Un cuoco che non sa distinguere il lievito dal bicarbonato e non ha idea (o riguardo) dei tempi di cottura, non è un bravo cuoco. Uno scrittore che non ha idea (o riguardo) della sintassi non è un bravo scrittore. E non stiamo parlando di deliberate distorsioni stilistiche, ma di trascuratezze gravi.

Ora, ho detto che molte di queste trascuratezze sembrano venire pari pari dal parlato, o essere frutto di scarsa revisione. Se credete che una di queste due sia un’attenuante, parliamo anche di questo. Uno: se c’è qualcosa che uno scrittore deve sapere, è che lingua parlata e lingua scritta non sono la stessa cosa. Riprodurre il parlato per iscritto non è questione di trascrivere sulla carta quel si dice, parola per parola. Occorre sfilettare, adattare, sistemare, sfrondare e recuperare l’impressione della lingua parlata senza il beneficio dell’intonazione e della fuggevolezza. E’ quasi, mutatis mutandis, come tradurre in un’altra lingua. E’ – indovinate un po’ – a matter of hard work. Due: rileggere, rivedere, ricontrollare, levigare e aggiustare non sono corollari opzionali. Sono parte integrante e fondamentale del lavoro dello scrittore. E’ una questione di rispetto di sé e del lettore mandare Là Fuori il meglio che si può fare – sempre. Di nuovo: a matter of hard work. E in tutta franchezza, di duro lavoro in questa introduzione se ne vede poco. Se c’è stato, lasciate che dubiti delle capacità tecniche di Saviano**. Se non c’è stato, temo di dover dubitare del suo rispetto per il suo mestiere e per i suoi lettori: possibile che non avesse mezz’oretta per controllare che non ci fossero magagne, prima di mandare il pezzo a Repubblica?***

Con tutto ciò, per onestà, a questo punto devo scendere un attimo dalla mia scatola di sapone per riferire che A. – persona che non considero stupida – dopo avere letto l’introduzione ha espresso con qualche emozione l’intento di rileggere il romanzo. “Ma non ti accorgi di quanto è mal scritta?” m’infurio io. E A. scrolla le spalle: “Non m’importa. A me interessa come dice le cose lui, e mi ha fatto venire voglia di rileggerlo.” 

Il che significa che l’introduzione di Saviano, almeno nel caso di A., ha svolto la sua funzione. Cosa che i marketers di Repubblica si aspettavano in pieno, o non avrebbero aperto la collana proprio con questo libro così introdotto. Non credo che sia un caso se qui c’è in anteprima solo la prefazione dell’autore. Quello che la gente deve comprare (e comprerà) sono le quattro pagine di Saviano – Conrad è un accessorio.

Sono malvagia? Sarà, ma sentite qui: il Corriere, per non restare indietro, avvia una collana chiamata Inediti d’Autore, “Una serie di racconti inediti dei più grandi autori italiani contemporanei” (Gazzetta Store), “una straordinaria collezione di romanzi brevi di grandi autori italiani, mai prima pubblicati” (PostCardCult), nonché “opere inedite dei più grandi narratori contemporanei italiani” (pagina FB Qualunquismo di Fabio Volo). L’elenco degli autori comprende, tra gli altri, grandi narratori come Federico Moccia, Silvio Muccino e Mauro Corona, e indovinate un po’ chi è il capofila? Ma il nostro immancabile Saviano, naturalmente.

A parte tutto il resto, avete presente quelle collezioni in centoventi uscite settimanali – soldatini di piombo, santini, modelli di navi da costruire, cd musicali, you name it? Avete presente come la prima uscita non sia mai il primo pezzo in ordine cronologico o logico – ma il più attraente, quello che un sacco di gente comprerà? Appunto: Saviano come Padre Pio, la Ferrari e il legionario romano. Non scriverà molto bene, ma di sicuro può vantarsi di essere diventato un’icona.

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* Perché, sapete: “Si dice che il lettori di Conrad, si dividono…” Sic: i lettori di Conrad virgola si dividono. Sicchissimo.

* Riconosco che c’è un’altra possibilità: può darsi che il testo originale fosse ragionevole, e poi qualcuno lo abbia tagliato con poco criterio in fase di allestimento del libro. In realtà, a parte un paio di casi, non mi sembra questo il problema – ma se fosse così, al posto di Saviano, denuncerei Repubblica.

*** Oh, e naturalmente, non è che tutto questo dica un gran bene del rispetto di Repubblica verso i lettori, either.

grilloleggente

L’Ultimo Dei MoiCarey

Ho già parlato, qui e altrove, dei gialli di P.F. Chisholm con Sir Robert Carey per protagonista, e l’ho fatto con un certo entusiasmo: la migliore serie di gialli storici in cui mi sia imbattuta negli ultimi anni.

Per vari motivi, ho iniziato dal quarto volume, poi mi sono procurata i primi tre e li ho letti in rapida successione. Adesso ho il quinto volume – ce l’ho da quasi due mesi e non l’ho ancora letto. E aspetterò ancora, credo.

Aspetterò perché non credo che Chisholm (che poi è Patricia Finney) stia scrivendo un sesto volume, e questo potrebbe significare che, una volta letto questo, bisognerà attendere chissà quanto per leggere ulteriori avventure di Sir Robert, del Sergente Dodd e di quei due inaffidabili poeti, Kit Marlowe e Will Shakespeare. Capiamoci, non si tratta della lettura di una vita, ma è un giallo ben scritto e ben documentato, divertente, brillante, popolato di favolosi personaggi – è una barretta di cioccolata mentale.  

E quindi, come l’ultimo cioccolatino della scatola, lo tengo da parte per qualche sera piovosa in cui avrò bisogno di raggomitolarmi in una poltrona comoda e dimenticarmi di qualcosa per qualche ora. Non parlo di momenti davvero duri o di decisioni epocali – per questo genere di cose si ricorre ai Libri Della Vita. Ma ci sono quelle giornate in cui non è successo nulla di tragico, ma tutto è andato storto, abbiamo fatto qualche stupido errore lavorativo, ci hanno multati in sosta vietata, abbiamo litigato, il computer si è piantato, ci è caduto il cellulare e probabilmente abbiamo un raffreddore in arrivo. E allora serve un po’ di conforto, del genere che si trova in un cappuccino con la schiuma o in un libro tenuto da parte. Possibilmente un libro che non ci precipiti nella più cupa depressione: qualcosa di carino, appagante e distensivo, che assorba senza richiedere strenui sforzi intellettivi.

E voi, in fatto di libri come genere di conforto? Quali sono i vostri comfort books?

Oggi Tecnica

La Regola Del Sottomarino Nucleare

Il Capitano Randolph batté un paio di colpetti con l’indice sull’ultimo tratto segnato sulla carta, e annuì all’ufficiale di rotta e al Primo Ufficiale Phillips. Con un po’ di fortuna, un’ora avrebbe portato il Seahawk alla sua destinazione, anche se al momento tra il sottomarino e la destinazione era dispiegata metà della flotta nemica…

“Va bene, Signor Jensen,” disse il capitano. “Mantenga questa profondità fino a nuovo ordine.”

Jensen salutò. Randolph lo guardò allontanarsi, poi si sollevò dalla carta, scrollando discretamente le spalle indolenzite da un turno di venti ore consecutive. Non tentò nemmeno di nascondere il gesto a Phillips – dopo quattro anni fianco a fianco sul Seahawk, aveva rinunciato a nascondergli alcunché. Invece gli sorrise, senza che il cipiglio preoccupato dell’altro si spianasse di un soffio. A Phillips non piaceva quel genere di missioni.

“Levati quella faccia da funerale, veccho mio,” ordinò il Capitano. “Come ben sai, Phillips, il nostro supersottomarino è rivestito in una speciale lega, che lo rende invisibile ai sonar di profondità del nemico…”

ALT! Sirene, luci lampeggianti, tutto quanto.

Ho la sensazione che il Seahawk abbia appena fatto collisione con un Problema Narrativo Maggiore, della varietà conosciuta come Dialogo Espositivo. 

Mi spiego: se Randolph e Phillips servono insieme da quattro anni sul Seahawk, e Phillips deve essere messo al corrente dei prodigi tecnici del suo scafo, forse allora Phillips non è adatto a fare il comandante in seconda di un sottomarino nucleare. D’altro canto, se invece Phillips sa benissimo vita, morte e miracoli del Seahawk e Randolph sente l’esigenza di dargli spiegazioni del genere, o Randolph sta diventando senile, o abbiamo qualche serio problema di fiducia nella catena di comando… in either case, non la vedo bene per il Seahawk.

Parlando seriamente: per quanto sia cosa buona e giusta servirsi del dialogo per passare informazioni al lettore, c’è una verosimiglianza da mantenere. Personaggi che si ripetono l’un l’altro cose che, per il bene loro e di tutti quanti, dovrebbero sapere anche nel sonno, non sono verosimili. Personaggi che si descrivono a vicenda ciò che entrambi stanno vedendo mandano in frantumi la sospensione dell’incredulità. Personaggi che a ogni pie’ sospinto si chiamano l’un l’altro per nome e con i rispettivi gradi di parentela non sono un’alternativa efficace ai dialogue tags. E oltretutto scatenano istinti libricidi nel lettore.

In questi casi, un buona idea tende ad essere il Nuovo Arrivato. Un estraneo gettato da qualsiasi capriccio dell’autore – ops, volevo dire “del destino” – nell’ambiente in cui la storia si svolge, offre un punto di vista ideale o, quanto meno, avrà legittimamente bisogno di un sacco di spiegazioni. Tornando a bordo del nostro sottomarino, non ci sarebbe nulla di male se il Capitano Randolph cantasse le lodi dello scafo invisibile a un nuovo ufficiale, a un osservatore civile o a un naufrago raccolto da una zattera alla deriva*.

Un ulteriore caveat, però: leggere pagine su pagine in cui un personaggio descrive qualcosa e il Nuovo Arrivato si guarda attorno e dice battute epocali come “Davvero?” e “E come vi regolate per la profondità?” è noioso proprio come leggere pagine su pagine di meticolosi dettagli. Meglio che i nostri conversatori facciano qualcosa, mentre conversano – magari gli ultimi, frenetici preparativi per una battaglia navale**?

La Regola Del Sottomarino Nucleare, come tutte le regole, ha le sue eccezioni – o meglio, ha un’applicazione inversa che sembra un’eccezione ma non lo è. In un mondo narrativo in cui la gente tende a parlare quando ha buoni motivi per farlo, un’informazione ridondante assume significato. Il lettore può essere indotto a chiedersi perché mai Randolph racconti a Phillips il trito particolare della lega speciale… Forse Phillips è assalito da morbo di Alzheimer precoce e Randolph cerca di proteggerlo? O forse è il primo indizio del fatto che Randolph ha qualche biglia nella testa e finirà presto a simulare le ciliegie sotto spirito con la sabbia? O sta’ a vedere che Randolph sospetta che Phillips non sia Phillips affatto (alieno camaleontico, sosia nemico, fantasma vendicativo***…) e lo mette alla prova seminando improbabilità nella conversazione? In un mondo senza “Come ben sai, Phillips…”, l’occasionale e deliberata rottura della regola può servire a generare tensione narrativa.

Quindi, riepilogando: ci sono ambientazioni, specialmente nella letteratura di genere, che richiedono un sacco di informazioni perché il lettore si faccia un’idea di quel che sta succedendo. Sommergere il lettore di pagine descrittive è deleterio. Inserire informazioni nel dialogo è potenzialmente un’idea migliore – basta che chi fornisce e chi riceve le informazioni abbiano validi e legittimi motivi per fornirne e riceverne. Se poi il dialogo avviene nel corso di una scena in cui succede qualcosa d’altro, tanto di guadagnato.

Il Comandante Phillips è un fantasma molto utile da avere accanto mentre si scrive dialogo – per chiedersi ad ogni passo: se avessi bisogno di farmi dire questo, sarebbe il caso che comandassi un sottomarino nucleare?

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* A patto di non rivelargli segreti militari a colazione, si capisce, altrimenti il lettore svilupperebbe di nuovo dubbi sulla salute mentale di Randolph, solo di altra natura.

** Ciò che, naturalmente, comporta un’elevata selettività nella scelta delle informazioni. Nessuno tiene conferenze in momenti critici e, per contro, si può assumere con ragionevole certezza che le informazioni offerte in momenti critici siano abbastanza vitali.

*** Ridete pure: nessuno ricorda Voyage On The Bottom Of The Sea, una serie di fantascienza degli Anni Ottanta, con un supersupersottomarino e una certa tendenza all’improbabilità? Ricordo una puntata in cui il comandante cercava di ammutinarsi e gettare a mare l’ammiraglio – ma solo perché era posseduto, per l’appunto, da un fantasma vendicativo. Il comandante, intendo. O forse era l’ammiraglio… O era il primo ufficiale? Oh, well.

considerazioni sparse · libri, libri e libri

Le Liste Di Torino

Salone del libro di torino, centocinquantesimo, centocinquanta grandi libri, unità d'italiaUn po’ in ritardo scopro che, in onore del Centocinquantesimo, al Salone del Libro di Torino hanno stilato tre liste: i centocinquanta libri, uno per ciascun anno italiano, che “ci hanno resi un po’ più italiani”, i quindici personaggi “il cui pensiero… è diventato matrice dell’identità di noi italiani d’oggi” e quindici “Superlibri… I totem. I must, i testi fondativi su cui l’Italia si è formata e si è lacerata, si è unita e si è divisa.”

Cominciamo subito col dire che in fatto di Personaggi sono abbastanza d’accordo. Immagino che ci sarebbero stati altri candidati possibili, ma non si può negare che tutti e quindici gli eletti abbiano lasciato segni profondi nella cultura italiana intesa nel senso più lato.

Qualche riservetta in più potrei avere in merito ai Superlibri – ma nulla di enorme: la motivazione chiarisce debitamente che la lista non comprende “necessariamente capolavori di bello scrivere.” Piuttosto, gli estensori hanno cercato di individuare “i libri che, al loro apparire, hanno rappresentato un punto fermo, una svolta, un cambio di passo. Libri che hanno trasformato la rappresentazione del nostro Paese agli occhi di sé e del mondo.” Non sono del tutto sicura che il Pasticciaccio brutto o Il Nome della Rosa siano stati proprio così miliari, ho la sensazione che l’inclusione di Pinocchio si basi su considerazioni retrospettive e credo che sia ancora troppo presto per investire definitivamente Gomorra del ruolo di svolta epocale, ma nel complesso capisco i criteri e vedo qualche coerenza nella loro applicazione.

Dove invece ho delle remore è con la lista dei Centocinquanta Grandi Libri. Vi dirò, ci ero arrivata seguendo la segnalazione di questo articolo, in cui ci si stracciano le vesti per l’esclusione di Manzoni e (presumo) dei Promessi Sposi dal novero dei libri “che ci hanno resi un po’ più italiani”. In realtà, come d’altronde nota la blogger stessa, c’è un ottimo motivo per l’esclusione, visto che la lista conta solo libri pubblicati dal 1861 in qua e, fino a prova contraria, l’ultima edizione dei PS è la Quarantana. Per cui Manzoni non c’entra, e so far so good. Più di traverso mi va il fatto di non riuscire a individuare un criterio che spieghi l’insieme delle scelte. Valore letterario? Allora, perdonatemi se storco il naso davanti a Tamaro, D’Orta, Terzani e Faletti – quanto meno, ma potrei continuare ancora un po’. Splash editoriale? Vendite? Popolarità? E come la mettiamo allora con l’assai specialistico Ascoli, o con De Roberto, i cui Vicerè faticarono tanto a trovar fortuna? Estrema italianità per autore o per contenuto? Qualcuno mi spiegherà allora la presenza del pontefice polacco o di Magris proprio con Danubio. Immedesimazione da parte dei lettori? Non me ne voglia l’ombra del Professor Ascoli se lo tiro in ballo una seconda volta, ma ho difficoltà a immaginare schiere di Italiani che s’immedesimano nel Proemio all'”Archivio Glottologico Italiano” – o nei Saggi Critici di Debenedetti, se è per questo. Carattere defining dell’Italianità in senso lato? E allora che ci fanno Baricco e Giordano, per citarne due?

“O tonta,” mi si dirà. “Ma la lista è chiaramente, ovviamente, lapalissianamente basata su una combinazione di tutti i criteri che hai citato!”

Fort bien, ma allora spiegatemi meglio il peso relativo dei criteri e la loro applicazione, spiegatemi che cosa ha portato un criterio a prevalere sugli altri in ciascun caso, spiegatemi l’ottica ultima della faccenda. Spiegatemelo perché, lo confesso arrossendo, da sola non ci arrivo del tutto.

Voi che ne dite?

 

guardando la storia · teatro

Uno Dei Mille – Nel Bene E Nel Male

spedizione dei mille,giuseppe nuvolari,garibaldi,centocinquantesimo,unità d'italiaDa un paio di mesi lavoro con tre terze medie sulle memorie di un garibaldino locale, e l’esperienza è stata interessante sotto più di un aspetto.

Intanto, Giuseppe Nuvolari era un personaggio decisamente singolare. Membro di una famiglia che fece il salto da contadini a proprietari terrieri nel giro di una generazione, rude, spiccio, senza peli sulla lingua, permaloso, coraggiosissimo, onesto e sgrammaticato, il Giuspin cominciò con una condanna a morte in contumacia nel 1852 – troppo prossimo all’ambiente dei Martiri di Belfiore. Era un mazziniano e passò alcuni anni da esule, infaticabile portaordini e raccoglitore di fondi. Quando incontrò Garibaldi fu una folgorazione. Nel Cinquantanove era nelle guide a cavallo dei Cacciatori delle Alpi, nel Sessanta era con i Mille, nel Sessantadue si guadagnò i galloni di capitano sul campo, nel Sessantasei era aiutante di campo di Garibaldi in persona.

A Italia unificata, Garibaldi gli affidò per mesi interi la gestione di Caprera, e il Giuspin, da buon contadino mantovano, inorridì dei metodi allegri usati sull’isola, e mise tutti e tutto in riga. Al ritorno di Garibaldi, che un gran senso degli affari non doveva averlo, Caprera era così ordinata e redditizia che sembrava un altro posto. Temendo di vedersi scalzare dal posto di amministratore, il genero di Garibaldi non trovò di meglio che calunniare pubblicamente il nostro brav’uomo: sui giornali comparvero articoli che accusavano Nuvolari di trascuratezza nella migliore delle ipotesi e di malversazione nella peggiore, imputando alle malefatte di questo Mantovano malfido addirittura una malattia di Garibaldi… Nuvolari, infuriato e amareggiato, chiese al suo Generale di discolparlo pubblicamente, ma Garibaldi si limitò a ribadirgli tutta la sua stima in privato. Non poteva, fece capire, svergonare la famiglia davanti a tutta l’Italia. Comprensibilmente, i rapporti tra i due si raffreddarono, e Nuvolari seguitò la sua vita tra le sue campagne, Genova e Roma – sempre scorbutico, sempre solitario, sempre tranchant.

Nel 1888, quando uscirono le memorie dell’ormai defunto Garibaldi, ci fu chi chiese a Nuvolari di annotarle. Nuvolari disse no, poi ni e poi (“se tacessi farei credere di non avere visto niente, o di non ricordarmi niente…”) scrisse. Oh, se scrisse. Le sue Note non furono mai pubblicate sul serio – e forse è un bene, perché così ne sono sopravvissute due versioni: il manoscritto originale e la versione edulcorata e corretta da un vecchio amico di Nuvolari. Il confronto tra le due è una meraviglia: da un lato l’impetuosa, sgrammaticata e vivida eloquenza del vecchio Garibaldino, dall’altra il compito e più istruito Maggiore a riposo che cerca di prestare al suo amico una vernice di cultura e di refinement.  

Personalmente adoro il diverso modo in cui i due uomini descrivono il faticoso passaggio di un torrente in Aspromonte e la pittoresca scena delle Camicie Rosse che guadano con l’acqua al ginocchio nella luce dorata del primo mattino.

“Avere avuto là un pittore, faceva affari!” commenta il rustico Nuvolari – mentre Ezechielli rapsodizza sugli effetti di luce, sulle macchie di colore, sulle pose plastiche dei soldati. A leggere le due versioni pare di vederli discutere: Nuvolari che scrolla le spalle e sporge ostinatamente il labbro inferiore, mentre il buon Maggiore Ezechielli cerca di convincerlo che scrivendo di guadagni non fa buona figura…

Per questo sono rimasta deliziata quando i miei quattordicenni, nello scrivere il piccolo testo teatrale che abbiamo tratto dalle Note, hanno scelto proprio questo brano, nelle sue due versioni, per far discutere i personaggi di ideale e senso pratico, di dedizione e indipendenza di giudizio, di arte e sincerità. Alla fine di tutto, il nostro Nuvolari rivendica orgogliosamente di essere e rimanere “uno che dice quel che pensa e fa quel che dice, un buon Italiano – uno dei Mille.”

Sono soddisfatta del risultato. Adesso, se tutto va bene, se piace alla Legge di Murphy, ai numi della pioggia, degli amplificatori e dei coloranti per tessuti, Uno Dei Mille va in scena domenica sera a Governolo, per un pubblico di genitori, nonni, zii e parenti vari, ai quali cercheremo di restituire Giuseppe Nuvolari così come è apparso ai ragazzi: brusco, matter-of-fact e innamorato della causa italiana – così poco romantico e così umano.

 

 

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Il Problema Con i Soprani

Mi si segnala che il link della Giudi rompe le scatole con una tendenza a sporgersi dalla colonna di sinistra, invadendo il post e rendendone brigosa la lettura…

Perdonatela: la Divina Pasta è un soprano, una (ex) regina del palcoscenico, abituata ad avere sempre il centro della scena – e perdonate anche me, che non avevo previsto il problema.

Quando le ho fatto notare con garbo che, col suo fascino prepotente, intralciava un pochino la lettura dei miei piccoli sforzi trisettimanali, la Signora Giuditta ha raccolto imperiosamente il suo strascico di scena (quattro metri di velluto spesso un dito!), mi ha gettato un’occhiata sdegnosissima e si è ritirata sul suo personale Aventino lacustre di Blevio in a tremendous huff.

Ritornerà, immagino, quando le avrò organizzato un posto d’onore nel nuovo bookshop, che prima o poi – prometto! – aprirà i battenti qui accanto…

Per ora mi limito a sperare che la lettura sia tornata agevole, e a mettere qui un linkino semplice semplice per chi fosse improrogabilmente assetato delle avventure della Giudi in formato Epub.

Digitalia · gente che scrive

Emilio Salgari, Che Avrebbe Voluto Esser Tutto E Lo Volle Invano

salgari, romanzi d'avventura, ebook, sandokan, il corsaro neroOggi fanno cent’anni e un mese che Emilio Salgari uscì di  casa con un rasoio in mano e se ne andò a suicidarsi nei boschi, lasciandosi dietro un diluvio di romanzi d’avventura, una moglie pazza, un sacco di debiti e quattro figli chiamati Omar, Nadir, Romero e Fatima – tutti destinati a morte precoce.

A me Salgari ricorda tanto Charlie, l’impiegatino protagonista de La Più Bella Storia Mai Raccontata, di Kipling: un approssimativo autodidatta con velleità letterarie, molto entusiasmo e una formazione del tutto insufficiente, benedetto però da un’immaginazione narrativa straripante. Charlie si salva perché, quando si innamora di una graziosa e placida dattilografa della City, il suo dono (che Kipling descrive come una memoria di vite passate) si dissolve come neve al sole. Salgari invece si ritroverà condannato dalla sua facilità narrativa e dal suo candore di fronte a editori senza scrupoli, costretto a produrre tre romanzi l’anno per evitare la rovina finanziaria… emilio salgari, centenario della morte, il corsaro nero, la tigre della malesia, ebook gratuiti, progetto manuzio

E così ecco corsari su corsari di ogni colore, e le figlie, i figli e i nipoti dei corsari in saghe, faide e vendette; ed ecco le tigri della Malesia, gli avventurieri portoghesi, le principesse della jungla, gli Inglesi malvagi, gli assassini thug; e poi il Far West, le Filippine, le Bermude, Damasco, il Sudan, Asia, Africa, cieli ed oceani, e ogni genere di luogo esotico, costruito con tocchi di colore locale saccheggiati da libri e atlanti – come gli scenari dipinti di una recita filodrammatica.

Salgari non vide mai nessuno dei suoi posti lontani: studiò da ufficiale mercantile e non prese mai il brevetto di capitano – che pure millantò per tutta la vita. Da ragazzo fece per tre mesi il piccolo cabotaggio lungo le coste adriatiche, e questa fu tutta la sua acqua salata. Il resto è fantasia spudorata e lussureggianti vaghezze. Ricordo – anche se non so più in quale dei romanzi – che nella biblioteca del protagonista c’erano numerosi “scaffali di metallo dorato di foggia antichissima”… Scaffali di metallo? Di metallo dorato? Di foggia antichissima? Ma d’altra parte, quando si butta fuori un romanzo ogni tre mesi non c’è tempo per la documentazione meticolosa, e che poteva mai saperne il povero Salgari, capitano di nulla e schiavo degli editori?

emilio salgari, centenario della morte, il corsaro nero, la tigre della malesia, ebook gratuiti, progetto manuzioUna storia semitragica il cui prodotto ha allietato l’infanzia di generazioni. Non la mia, devo dire. Da bambina ricevetti (e ancora possiedo) una scatolata di Salgari, edizioni Anni Quaranta con copertine rigide decorate a pelle di leopardo – regalo di un cugino acquisito di mia madre, cui piaceva la mia avidità di piccola lettrice. Provai, davvero. Ricordo i corsari multicolori e il perfido Wan Guld, e Kammamuri, e Ada, e Tremal Najk… Non ebbi mai il coraggio di dire al cugino che li avevo detestati, insieme all’insopportabile e spiritato Sandokan televisivo. Ma io tenevo per gli Inglesi (Rajah Brooke per primo) e non faccio testo: quanti bambini hanno giocato ai corsari tra le lenzuola stese o cacciato le tigri in giardino? Facciamo che tu eri Yanez e assaltavamo la fortezza…

Questo forse è il tipo di tributo che sarebbe piaciuto più di tutti a Emilio Salgari, l’uomo che battezzava col suo stesso nome il suo bel corsaro nobile e tormentato – e che, figlio e padre di suicidi, finì suicida a sua volta perché gli avevano tolto tutta la gioia che cercava nel meraviglioso gioco delle storie.

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E adesso, letture. Ho scoperto a mie spese che rileggere da adulti i libri che abbiamo amato da ragazzi tende ad essere un errore: in linea generale, meglio lasciarli dove sono, in fondo alle nebbie dorate dell’entusiastico ricordo e della nostalgia. Tuttavia, se non avete letto Salgari da implumi, se non vi è piaciuto nemmeno allora, se non siete sentimentali alla mia stessa maniera, o se volete celebrare leggendo il centenario salgariano, qui trovate i numerosi titoli digitalizzati in vari formati dal Progetto Manuzio/ LiberLiber. C’è di tutto un po’, compresi racconti e romanzi meno conosciuti.

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Amazon Affiliate

Chiariamo una cosa.

Da qualche tempo avete cominciato a veder comparire qua e là per SEdS dei link con immagine che conducono a una pagina di Amazon.it o Amazon.uk su cui è possibile acquistare l’uno o l’altro libro. Si tratta di affiliate links: se qualcuno giunge alla pagina in questione e compra il libro, io ricevo una commissione. Ebbene sì: mi sono affiliata.

Perché l’ho fatto? Non tanto inseguendo il miraggio di folli guadagni – tra l’altro le commissioni non sono quel che si dice faraoniche, e sono destinate a diminuire – quanto perché abbastanza spesso mi capita di ricevere mail del tipo: dove trovo il tale e il tale altro libro? E mentre per i libri in Italiano, quando si parla di edizioni fuori catalogo, posso sperare di indicare qualche biblioteca, per quelli in Inglese la faccenda è più complicata, e Amazon è spesso una buona soluzione. Mi è capitato molte volte, girellando per blog altrui, di scoprire un libro che volevo assolutamente leggere, e di apprezzare il link del posto in cui potevo procurarmelo subito. Perché non offrire lo stesso genere di possibilità?

Vi dirò di più: siccome myBlog ha appena reso possibile la creazione di pagine aggiuntive, non è affatto improbabile che Senza Errori di Stumpa sviluppi un suo piccolo bookshop, dove sarà possibile trovare link diretti per l’acquisto dei miei libri e di un ristretto numero di altri titoli – quelli da cui sono particolarmente ossessionata. Anche quelli saranno affiliate links.

Ciò detto, è ovvio che continuerò a recensire, raccontare e dissezionare del tutto indipendentemente da quello che Amazon vende o non vende, e non tutto quello di cui parlerò sarà disponibile su Amazon.

Intanto sperimentiamo. Quando avrò rodato un po’, semmai riparleremo di come funziona.