pennivendolerie

La Leggenda Del Buon Rifiuto

Vi diranno che c’è rifiuto e rifiuto. Vi diranno che dapprima le case editrici vi rifiutano e basta, poi cominciano a rifiutarvi con riserva… e questo è il segno che state per farcela.

Non dico che non sia così in assoluto, ma lasciate che vi racconti a little cautionary tale.

Qualche anno fa, nel mio candore, mando a un Piccolo Editore un romanzo di 250.000 parole. Ne avete già sentito parlare: è il primo volume-mostro della mia trilogia sulle Guerre di Vandea.

Non del tutto incomprensibilmente, la risposta è nograzie, però è un nograzie qualificato. Il PE mi convoca (addirittura!) per parlarne. E’ impressionato, dice. Il romanzo è notevole, dice. Solo improponibilmente lungo per una casa piccola come la loro. Perché non riprovo con qualcosa di più corto?

Io torno a casa gasatissima: ho appena ricevuto un Buon Rifiuto, quella bestia mitica che, stando alle leggende dell’ambiente, significa che si è catturato l’interesse dell’editore. Quella bestia che, se opportunamente coltivata, può condurre all’accettazione, alla firma del contratto, alla pubblicazione… you get the idea.

Così, un paio di anni più tardi, spedisco al Piccolo Editore qualcosa di più corto.

“Bello, davvero bello. Originale, ben scritto, ci si vede dietro molta ricerca e molta conoscenza del periodo. Però quest’ambientazione così poco conosciuta…” Perché non riprovo con un po’ di storia locale per sfondo?

Ancora un annetto ed eccomi alla porta del PE con la storia locale.

“Ah, interessantissimo, che stile originale, e che taglio fuori dal comune! Peccato che il mercato non sia più quello di tre o quattro anni fa. Sa, il mercato del romanzo è asfaltato dalle grandi case editrici, e noi sopravviviamo con la saggistica di nicchia. Però, con uno stile come il suo… non ha mai pensato di scrivere qualcosa di divulgativo?”

E bisogna dire che io sia proprio cretina, perché invece di sorridere, ringraziare e augurare privatamente una vita in tempi interessanti, ho anche scritto loro qualcosa di divulgativo – ricordate gli Sbregaverze? Ecco, a partire da quelli. Risultato? Indovinate…

“Che cosa carina, brillante e divertente. Ma sa bene anche lei che un testo del genere non ha mercato.”

Ammetto che un grado di recidività come il mio probabilmente merità questo ed altro*, ma beware: il giorno in cui riceverete un Buon Rifiuto gioitene pure, ma non scartate del tutto la possibilità che l’editore (specie se è un Piccolo Editore) stia menando il can per l’aia.

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* Vengo a sapere che costui “parla bene di me” con altra gente. Ah, è brava questa ragazza. Scrive cose molto originali…

 

pennivendolerie

L’Itala Giuditta Al Salone Del Libro di Torino

In occasione del Salone del Libro di Torino, SBF Narcissus – con cui ho pubblicato la versione Epub de L’Itala Giuditta – ha scelto un certo numero di ambassadors, autori di cui mostrare dati, titoli e miracoli sugli schermi nello stand. Una sorta di semi-presentazione virtuale, a titolo d’informazione e dimostrazione “per chi volesse avvicinarsi al servizio”, dice Marco Croella, capo della publishing services division.     

Tra questi nunzii della nuova editoria indie, o Lettori, ci sono anch’io. Purtroppo quest’anno una combinazione di impegni lavorativi ed elettorali mi tiene lontana da Torino e dal Salone, altrimenti sarei là a presentarla di persona, la Giudi. Però ci sono in ispirito e in immagine: semmai passaste dalle parti dello stand PAD2-J126… Oddìo, in realtà non so nemmeno bene che cosa suggerirvi di fare, perché ci saranno solo una foto, una copertina e dei link che conoscete già.

Però mettiamola così: se per caso siete al Lingotto in questi giorni, che passiate o meno dalle parti dello stand PAD2-J126, abbiatevi una certa quantità della mia invidia, visto che quest’anno la mia tradizionale capatina a Torino è saltata. E considerate le ironie della vita: da ragazzina volevo fare (in ordine sparso) la guardia forestale, la commediografa, la diplomatica e la scrittrice – e adesso mi ritrovo ambassador editoriale con una novella steampunk, sono molto grata di non essere una guardia forestale* e per quel che riguarda il teatro… diciamo che ci sono significative novità all’orizzonte. Stay tuned.

E intanto lasciate che vi mostri il widget “bancarella” di Narcissus, di cui ho appena scoperto l’esistenza, e che mi piace tanto:

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* Mica per altro, ma se aveste visto la scena invereconda di strilli e fughe che ho fatto poco fa per un r. (bestia con otto zampe) grosso più o meno come la falange del mio pollice… Credetemi: non sono la persona giusta da mettere a sorvegliar foreste.

Somnium Hannibalis · teatro

Somnium Hannibalis a Revere

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Da Hostilia, il numero unico di Hic Sunt Histriones, edizione 2011: Note di Regia per Somnium Hannibalis.
Volevamo che lo spettacolo avesse il colore e il movimento delle fiamme.
Fin dall’inizio, discutendo il testo alla ricerca di una suggestione visiva a cui ancorarci, è emersa l’idea del fuoco, che pervade la storia di Annibale: la fiamma dell’altare del giuramento, i roghi dopo le battaglie, l’immagine del grande generale che “brucia tutto sul suo cammino”, il giavellotto infuocato scagliato verso le mura di Roma…
Il fuoco simboleggia la natura di Annibale, le sue passioni, la sua ambizione, i suoi sogni visionari, la sua guerra, la sua forza distruttiva.
Abbiamo trasposto questa qualità fiammeggiante in tutti gli aspetti dello spettacolo, a partire dai colori dei costumi: oro, ocra, ruggine, bruno. Solo Annibale veste di bianco: l’incandescenza della fiamma alla sua massima potenza. Lo stesso schema di colori torna nelle scene, scarne e semplicissime, segnate da accenti rossi nelle armi e nel mantello che simboleggia la condivisione del potere – e del sogno – tra Amilcare e il piccolo Annibale nella scena del giuramento.
Le luci sottolineano ulteriormente questa atmosfera, alternando colori di fiamme e di tramonti al biancore della luce estiva – anche se lo spettacolo si svolge prevalentemente (e significativamente) di notte. Sullo sfondo, le immagini di Simone Ceoloni creano una fitta rete di rimandi tra reale e simbolico: le colonne calcinate di un tempio in rovina, profili di città, accampamenti, corridoi oscuri, drappi al vento e ancora tante fiamme per disegnare insieme un’antichità stilizzata e un paesaggio interiore.
Ogni volta che è possibile, nelle rappresentazioni all’aperto ci concediamo il lusso di un fuoco vero, in un grande braciere che i personaggi alimentano a turno: un simbolo in più del senso di divorante volontà individuale che pervade Somnium Hannibalis.
Hostilia è disponibile gratuitamente presso biblioteche, negozi ed esercizi pubblici nella Provincia di Mantova.
libri, libri e libri

Dieci Anni Con Amazon

Dieci anni fa, come oggi, ho ordinato il mio primo libro su Amazon. Ero internettizzata da poco, la rete era ancora hic sunt leones, e stavo scoprendo con entusiasmo crescente la posta elettronica – ma comprare libri a distanza sembrava una cosa davvero marziana. Poi il mio amico A. – che essendo un ingegnere era più tecnologico di me – ne cantava talmente le lodi…

Non so se vi rendiate ben conto. All’epoca, dopo alcuni felici anni trascorsi tra Pavia, Cardiff e Londra, ero appena tornata a vivere in un posto dove la libreria più vicina è a venti chilometri di distanza, e quando ci sei arrivata non è che si facciano proprio sempre in quattro per procurarti quel che cerchi, specie se è in Inglese. Io pensavo con feroce rimpianto al Delfino di Piazza della Vittoria e ai vari bookshops della mia vita recente, e all’improvviso, secondo A. c’era un accettabile next best thing

Oh, la prima visita su Amazon.com, questi scaffali virtuali colmi di ogni bendidio, con le immagini delle copertine e le recensioni… mi sentivo tanto Ali Baba! E ricordo benissimo di avere impiegato quasi due ore a scegliere il mio primo acquisto: The Juvenilia of Jane Austen and Charlotte Bronte, edizione Penguin, £ 10,76 più, presumo, spese di spedizione. E ricordo l’arrivo del pacchetto una settimana esatta più tardi, e la felicissima lettura*, e l’appagante sensazione di avere di nuovo a portata di mano un posto dove procurarmi i libri che volevo, non quelli che trovavo.

Negli ultimi dieci anni sono stata un’acquirente fedele di Amazon nelle sue varie branches internazionali: Amazon.com, Amazon UK, occasionalmente Amazon France e, dallo scorso anno, Amazon Italia. In realtà le Poste Italiane hanno fatto del loro meglio per rovinare questo felice idillio, ma devo dire che ho sempre trovato un ottimo servizio, e tutte le volte in cui i libri sono andati effettivamente persi (perché è capitato, and not just once), tanto Amazon propriamente detta quanto i vari dealers sono sempre stati prontissimi a rispedire senza la minima difficoltà. Posso forse registrare la volta in cui, ad acquisto pagato, un dealer mi ha informata che dei due volumi di The Elizabethan Stage di E.K. Chambers che avevo ordinato, ne aveva uno soltanto. Fortunatamente era quello di cui avevo più bisogno, e siccome non si trovavano altre copie, mi sono fatta rifondere il volume mancante e sono andata avanti. Oppure potrei raccontare l’occasionale squabble con il venditore che non vuole tre stelline di feedback, perché tre stelline contano come un voto negativo, e allora non è giusto, e posso per favore rimuovere il feedback…

Ma fa nulla: nel complesso Amazon mi ha resa e ancora mi rende molto felice. Ah, il senso di vacanza di quando arriva un pacco di libri! Tra l’altro, molto opportunamente, proprio ieri ne è arrivato uno. A dire il vero è in ritardo, ma arriva così a proposito che glielo si può perdonare.

E a titolo di festeggiamento del decennale, avendo io scoperto (meglio tardi che mai!) che Somnium Hannibalis è in vendita su Amazon, credo  che infilerò qui questo:

Grazioso, vero? E so di essere del tutto spudorata, ma se qualcuno di voi avesse voglia di passare di là e lasciare una recensione, sarei molto grata.

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* Periodo di marmellata di rose, tra l’altro, e ancora adesso associo il profumo in questione a(gl)i Juvenilia.

Spigolando nella rete

Come Scrivere Un’Opera

Il Savonlinna Opera Festival è probabilmente il più famoso festival lirico finlandese. Mettono in scena un mix di opere di repertorio e produzioni contemporanee sullo sfondo di un imponente castello medievale in mezzo a un lago. Non ci sono mai stata, ma mi piacerebbe.

Così come mi piacerebbe prendere parte, una volta in vita mia, alla realizzazione di un’opera. E chissà che adesso non ci riesca.

Perché adesso SOF ha in forno un progetto favoloso: OperaByYou è finalizzato a produrre la prima opera lirica collaborativa creata da una community online. Nel corso dei mesi hanno scelto ed elaborato un libretto intitolato Free Will, una storia in cui Dio e Lucifero si contendono l’umanità a colpi di manipolazione e libero arbitrio. La sinossi originale è dell’italiano Graziano Gallo, ma tutti possono partecipare alla scrittura del libretto, all’ideazione del finale, alla composizione della musica e alla progettazione delle scene tramite questo sito.

E siccome non solo ho una debolezza nei confronti dell’opera lirica, ma ho sempre desiderato scrivere un libretto… Sì, non sghignazzate: storie simboliche, parole musicate in un contesto che combina tante diverse forme di arte, sforzi diversissimi tra loro che si intrecciano e mescolano per formare un insieme unico. Non sono sicurissima di essere una buona giocatrice di squadra, ma questo è qualcosa che vorrei tanto fare.

E così, per cominciare, mi sono iscritta al progetto qui, ho scaricato il materiale, ho inviato un progetto per il finale qui e adesso ho intenzione di provare a partecipare alla scrittura. Free Will andrà in scena a Savonlinna nel Dodici: un’opera vera, un cast di ottanta persone e la magnifica possibilità di prendere parte alla creazione! E’ il genere  di cose per cui adoro Internet.

Oh, e giusto per non avere l’aria di prenderci troppo sul serio, c’è anche questo giochino che permette di creare una miniopera con i personaggi di Free Will. Er… tanto per dire, questo è il primo atto di The Artist’s Fate, su libretto della Clarina. Non so se saprò trattenermi: può darsi che altri atti seguano.

 

lostintranslation

Fra Cinquanta Metri Sbandare A Destra

Kultur darf niemals auf der Strecke bleiben, dice la pubblicità sul retro dell’autocisterna austriaca. Scritta bianca sullo sfondo di non so quale abbazia della Stiria. Non sono riuscita ad afferrare il nome del luogo, né quale fosse l’ente promotore della campagna – forse l’attivissimo Ente del Turismo della Stiria, forse qualcosa di più centrale – prima che l’autocisterna svoltasse in una direzione che non era la mia. E d’altra parte guidare e leggere contemporaneamente non è cosa sana.

Però ho afferrato la traduzione italiana che campeggiava sotto lo slogan: “Fuori Strada C’è Cultura.”

Er…

A voler essere gentili è una traduzione molto, molto, molto libera: auf der Strecke bleiben, letteralmente “restare fuori strada”, è un’espressione idiomatica per dire “fallire, non andare in porto”. Quindi lo slogan significa “La cultura non fallisce mai”, ma se proprio volessimo conservare le connotazioni autostradali in omaggio alla collocazione del cartello, potremmo tradurlo con “la cultura non esce mai di strada”.

Non so a voi, ma a me la traduzione italiana non sembra nemmeno vagamente imparentata.

Vogliamo inclinarla a 45°, tingerla di violetto e intenderla come una liberissima interpretazione, volta a informare il distratto viaggiatore italiano che in Austria ci sono siti culturali ed eminentemente visitabili ad ogni passo lungo le strade di passaggio? Proviamo pure, ma forse sarebbe stato meglio sforzarsi con una traduzione un po’ meno nonsense. Perché a me “Fuori Strada C’è Cultura” trasmette A) la nozione che la cultura in Austria vada cercata col lumicino e la mappa lontano dai sentieri battuti; B) un surreale invito a sbandare fuori dalla corsia (fuori strada, appunto…), in cerca di cultura tra i campi di luppolo e i curatissimi prati popolati di mucche. E i carri-attrezzi bianchi e gialli, presumibilmente.

Come dire? Può essere che la campagna pubblicitaria, nel tentativo di rendere partecipi gli Italiani, sia andata un nonnulla fuori strada?

grillopensante · Utter Serendipity

Chi Ha Detto Che Deve Essere Facile?

Era una notte buia e tempestosa, tornavo dalle prove di Somnium Hannibalis ed ero di umor tetro, perché la regista latitava causa bronchite e le prove erano andate… vogliamo dire così-così? Diciamolo pure, ma è la più spudorata sottovalutazione di un disastro impellente che si possa immaginare. All’improvviso, la mia posizione di aiuto-regista si era fatta assai meno teorica, ed ero terrorizzata. Altrettanto all’improvviso, la compagnia mostrava una limitata propensione a darmi retta, e naturalmente mancavano pochi giorni al debutto, eravamo tutto fuorché pronti, mancavano dei costumi, mancava una persona e l’uomo delle luci non si era fatto vedere per la terza sera di fila…

Così mi preparai una tazza di tè (deteinato) al bergamotto, mi piazzai davanti al computer e cominciai a controllare un po’ di posta, senza badarci nemmeno troppo. Era stata proprio una pessima giornata, a teatro le cose erano andate come erano andate e, per di più, non avevo scritto un bottone, e il progetto in corso si mostrava riottoso alle mie intenzioni.

Mentre sorseggiavo il tè sentendomi doomed & gloomy, l’occhio mi cadde sulla mail di un’amica americana che cantava le lodi del blog di McNair Wilson, uno di quei personaggi difficili da catalogare, scrittore, autore teatrale, regista, attore, imagineer per la Disney e chi più ne ha più ne metta. “E poi gli piace il tè al bergamotto,” commentava H. “Devi assolutamente vedere il suo blog!”

E che avevo mai da perdere? Diedi un’occhiata al suo blog, Tea With McNair* – e per prima cosa vidi che aveva promesso di non postare più e invece postava ancora. Cominciamo bene. E poi, mentre saltellavo di qua e di là, m’imbattei in questa affermazione: It’s supposed to be hard. It’s art. Ovvero: “Deve essere difficile: è arte.”

Folgorazione.

E’ vero, è vero, è vero – e non parlo solo, e non tanto, di SH: chi ha detto che deve essere facile? Non deve affatto essere facile. Se fosse facile, se venisse fuori quasi da sé, se non richiedesse sforzo, e pensiero, e fatica, e rigore, non sarebbe arte. Se non rendesse necessario pretendere tanto da sé e dagli altri, se non comportasse una ricerca continua, se non svegliasse nel cuore della notte per annotare un’altra idea, se ci si potesse accontentare, se non fosse il lavoro e la quest di tutta una vita, allora non sarebbe arte. Se trovasse sempre tutti d’accordo, se non andasse difeso con le unghie e con i denti, se non implicasse miracoli di manipolazione, bellicosità e diplomazia, allora non sarebbe arte.

Non importa che cosa sia: scrivere, suonare, comporre, dipingere, mettere in scena, scolpire – non fa differenza, ma non è, non può essere, non deve essere una passeggiata per praterelli fioriti: è una truculenta, appassionante, faticosa, infinita, splendida battaglia. Non deve affatto essere facile: è arte.

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* Di cui per il momento Steno mi costringe a passarvi il link in questa maniera incivile: http://www.teawithmcnair.typepad.com/tea_with_mcnair/#tp

 

gente che scrive · teatro

Di Spie, Verbi e Paranoia

Gli scrittori, sapete, son gente pittoresca.

Qualche mese fa contatto un autore americano, chiedendogli come posso procurarmi una copia del suo play biografico su Christopher Marlowe, che risulta pubblicato ma fuori commercio. Siccome non ottengo risposta alcuna, mi rivolgo allora alla Shakespeare Society of America, che a suo tempo aveva pubblicato il testo: è possibile contattare l’autore, oppure acquistare una copia in qualche modo? Non è la prima volta che lo faccio: in genere l’autore si dimostra piacevolmente stupito che qualcuno sull’altro lato della Tinozza sia interessato al suo lavoro, e come ne ho sentito parlare, e posso trovarne una copia così-e-così, e mi va, quando l’avrò letto, di dirgli che cosa me ne pare?

Questo signore qui, invece, mi cerca su Facebook, chiedendo se sono “la persona che ha conttattato la SSA per il suo Marlowe“, e se può sapere perché sono interessata.

Gli spiego di avere tentato un contatto diretto per prima cosa, e gli racconto del mio interesse per il personaggio e della mia intenzione di scrivere in proposito a mia volta…

E questo signore,  che sarà meglio lasciare innominato, mi spiega che no, non mi metterà in condizione di leggere il suo testo, perché poi non potrei fare a meno di esserne influenzata, e non vorrebbe che mi esponessi ad accuse di plagio. In fondo, si tratta di fatti storici, e c’è un limitato numero di interpretazioni che ne possono scaturire – e la sua è sua.

Replico allora che, avendo letto e studiato parecchio su Marlowe negli ultimi anni, ho fiducia nella mia capacità di produrre un’interpretazione personale e originale dei fatti in questione, thank you very much. Dininguardi, non parliamo più di leggere il suo play, ma resta il fatto che su Marlowe esistono infiniti romanzi e plays: vuole suggerire che siano tutti plagi del suo lavoro?

Questo Slightly Paranoid American Playwright dice che non sa nulla degli altri, ma il suo è basato su anni di ricerca originale e una profonda conoscenza del funzionamento dell’intelligence, avendo lui stesso lavorato per molti anni nei servizi segreti militari americani: come già detto, non potrei evitare di esserne influenzata. Se proprio voglio lavorare su Marlowe, perché non scrivo un romanzo, invece? Potrei perseguire gli aspetti personali e psicologici del personaggio, ai quali lui non è davvero interessato: non essendo un sociopatico sadico e morboso, non riesce a calarsi nella psiche di un uomo del genere – e nemmeno ci tiene. A man has to know his limitation.

Incerta se offendermi o divertirmi, ingollo i miei dubbi sul fatto che i servizi di spionaggio elisabettiani funzionassero granché come quelli contemporanei, ignoro l’implicazione che io debba essere una sociopatica sadica e morbosa e lo ringrazio molto del permesso di scrivere un romanzo. in realtà, con o senza il suo permesso, preferirei proseguire con il mio progetto, ma può stare tranquillo, perché sono molto più interessata alla psiche di Marlowe, alla sua poesia e a un possibile taglio metaletterario – senza nessuna enfasi sull’intelligence, di cui peraltro so soltanto quello che ho letto. A woman must know her limitations.

SPAP sembra essere allora colto dal dubbio di avere reagito un nonnulla inconsultamente. Devo perdonare un filo di deformazione professionale, ma il fatto è che il suo play è ora in predicato di diventare un film che verrà distribuito anche in Italia, e quindi non è un po’ strano che io me ne salti fuori proprio adesso con una richiesta del genere?

Ormai convinta di avere a che fare con uno squadrellato, auguro a SPAP ogni bene per il suo film e considero chiusa la corrispondenza.

Un paio di settimane fa, invece, SPAP si fa vivo per comunicarmi che il suo play è appena stato ripubblicato in versione Kindle. Visto che in precedenza non si era comportato troppo bene, tiene a farmelo sapere. Gli farebbe piacere conoscere la mia opinione – e naturalmente, se ho delle domande, sarà ben felice di rispondere.

Bemused and amused, leggo debitamente. E più leggo, più resto perplessa. Intanto, l’edizione Kindle è disseminata di errori di stumpa. Poi la faccenda è scritta in un Inglese pseudo-elisabettiano, improbabilmente rigido e con un uso dei verbi e delle forme di cortesia che lascia adito a molti dubbi. Tra parentesi, a cosa pensava la Shakespeare Society of America, mentre pubblicava un testo che confonde seconde e terze persone come se piovesse? Poi la caratterizzazione dei personaggi è tanto bidimensionale quanto può esserlo – ma già: SPAP non è interessato alla psiche, ricordate? Be’, mi dico, vediamo almeno i frutti della ricerca originale e dell’approfondita conoscenza delle operazioni d’intelligence… E leggo e leggo, ma l’unica cosa che mi pare scostarsi un po’ dal coro è la possibilità che Marlowe fosse più o meno il supervisore della sua cellula, e non un agente di basso rango. Ne deduco che SPAP abbia trovato qualche pezza per sostenerlo… Sia ben chiaro: a teatro potrebbe sostenerlo anche senza un’ombra di pezza, ma dove diamine è la ricerca originale?

Così gli scrivo cautamente, dicendomi incuriosita da questo specifico aspetto del play.

“Oh, quella è una tesi non documentata, basata sulla mia profonda conoscenza delle operazioni d’intelligence,” mi risponde SPAP, “E’ la logica di queste cose. Però la confessione di Kyd è autentica, sa? E ho recentemente scoperto che c’era un altro agente incaricato di sorvegliare Marlowe, un certo Baines. E questo è molto, molto interessante, se ci pensa bene: una confessione sotto tortura non sarebbe mai stata sufficiente per far arrestare Marlowe, e agli avvocati della Corona servivano prove per corroborarla.”

E qui ormai è chiaro che non  ci siamo. Spiego che la confessione di Kyd e le note di Baines sono documenti ben noti da molti anni. D’altro canto, all’epoca la tortura era considerata un mezzo d’interrogazione del tutto legittimo, e quindi trovo la sua interpretazione… singolare.

Ed ecco che SPAP comincia a sudare. All’improvviso sono diventata My dear Ms. Prezzavento: è chiaro che ho idee molto intelligenti e un’approfondita conoscenza del periodo (lo sentite il violino sullo sfondo?), ed è un piacere discutere con me. Però mi ricordo, vero, che stiamo parlando di teatro e solo di teatro? E poi lui la sua ricerca l’ha fatta in altri tempi, prima che Internet rendesse tutto facile com’è successo per la mia generazione…

E con questo siamo arrivati a ieri sera. Credete che dovrei infierire? Dovrei fargli notare che tutti i documenti in questione sono citati estesamente o riportati per intero in qualsiasi biografia degna del nome? Dovrei suggerirgli con tatto di controllare con qualche cura i suoi doth, dost, maketh e thou?

Sì, lo so, sarebbe malvagio da parte mia… magari sono vagamente sociopatica, un pochino sadica e dotata di un tocco di morbosità. E se lo sarebbe anche meritato alla grande – però è un anziano signore, e non sono sicura che non sia già destinato a una sesquipedale delusione per quel che riguarda il film… Oh be’, stiamo a vedere. Intanto, però, permettetemi: Italia 1 – USA 0.

 

memories · tecnologia

Elogio Del Temperamatite Rosso

Il mio Temperamatite Rosso mi sta abbandonando.

Il mio Remperamatite Rosso è un arnese ereditario, arrivato dall’Austria almeno venticinque anni fa. Non è uno di quei parallepipedi di plastica o metallo con un buco e una lama, grandi come la falangetta del mio pollice. Il mio Temperamatite Rosso è grosso come un brick di panna da cucina, con una manovella, una piastra scorrevole anteriore che si estrae per regolare la temperatura, due orecchie metalliche per aprire e chiudere la molla che tiene ferma la matita, e un cassettino trasparente per i trucioli.

Il mio Temperamatite Rosso, Made in Germany, ha un nome che sembra quello di un’astronave: Dahle 122. Francamente, vista l’invereconda macchinosità del meccanismo, lo trovo appropriato.

Il mio Temperamatite Rosso, quando ero piccola, non avevo il permesso di usarlo – e non avete idea di come lo concupissi. Fa delle punte spettacolari, da farci harakiri, e lascia il legno della matita setoso e liscio. Una specie di santo graal della temperatura di matite. Però si considerava (o meglio: mio zio, proprietario originario del TR considerava) che non possedessi la manualità necessaria a calibrare grado di estrazione della piastra, inserimento della matita e quantità esatta di forza da applicare alla manovella. Mio zio era un ingegnere, enough said. E tuttavia, questa supposta Conoscenza In Astratto, questa sorta di Orecchio Professionale necessari per usare il Temperamatite Rosso lo rendevano ai miei occhi una specie di Stradivari dei temperamatite.

Crescendo non ho avuto il permesso di usare il Temperamatite Rosso: ho cominciato a usarlo di nascosto, ma sempre con una specie di reverente e colpevole delizia. Oh, come tagliava bene! Oh, che punte perfette! Oh, l’appagante sensazione di imparare per tentativi ed errori l’uso ideale della manovella! Oh, i deliziosi piccoli trucioli arricciati! A un certo punto ho ricevuto in regalo un temperamatite automatico giallo. Questo non ha maiuscole, noterete: era cilindrico, somigliava a un piccolo frullatore, pesava come un demonio, consumava pile con l’allegra incoscienza della corte di Maria Antonietta, faceva tanto rumore da far sobbalzare i gatti e rompeva più punte di quante ne appuntisse. Niente finesse, niente a che vedere – neppure da lontano.

Il mio Temperamatite Rosso divenne mio una dozzina d’anni fa, in un periodo non propriamente ideale – quando temperare le matite appena arrivata in ufficio nel gelo mattutino delle sette meno un quarto, era un rituale consolante come e più della seconda tazza di tè. Per segnare l’acquisizione attaccai al fianco del TR un’etichetta che riportava una citazione di Charlotte Bronte scritta rigorosamente a matita. E’ il punto di Shirley in cui Robert prepara le matite per Caroline:

“I suppose you like a fine one?”

“Such as you usually make for Hortense and me, not your own broad points.”

Ripensandoci ad anni di distanza, dev’essere lo scambio di dialogo più stupido di tutto il libro: se Robert prepara le matite usually, che bisogno ha Caroline di spiegargli come le vuole? Dialogo espositivo: orrore, orror! Ma allora ero ansiosa di brontizzare il mio Temperamatite Rosso. Me lo faceva sentire più mio.

Poi, quando lasciai l’ufficio, il TR migrò insieme a me, continuando a prestare servizio punta dopo punta, matita dopo matita, anno dopo anno.

Adesso il mio Temperamatite Rosso dà segni di stanchezza, e non mi ci so rassegnare. Probabilmente le lame sarebbero da affilare, ma dubito che sia possibile. E così, dopo un quarto di secolo, dovrò rassegnarmi all’idea di cercarmi un altro temperamatite. Forse potrei procurarmente un altro uguale, anche se non sarebbe facile: cercando un’immagine per illustrare questo post, scopro che si tratta di un temperamatite professionale, che il modello 122, entrato in produzione nel 1967, ormai è fuori commercio e gli esemplari rossi e neri si vendono su eBay come pezzi da collezione…

Quindi dopo tutto il mio Temperamatite Rosso è un esemplare da collezione di temperamatite professionale, e forse mio zio non aveva tutti i torti, a suo tempo… ma il punto è: se anche riuscissi a procurarmene un altro, non sarebbe più il mio TR, quello che ho concupito lungamente, usato di nascosto, brontizzato, portato a casa con me.

E in fondo è giusto, perché è l’irripetibilità a rendere unici e significativi persino i temperamatite. Ma adesso che Dahle 122 va in pensione, chi mi tempererà le matite così aguzze, e liscie, e perfette?