considerazioni sparse · guardando la storia

Preghierina Dell’Italia Unita

Noi siamo, vecchio Dio delle Nazioni,
una piccola patria adolescente,
sciatta nipote d’ottima famiglia,
ribelle eterna contro tutto e niente.

Abbiamo solo centocinquant’anni,
non siamo una corona millenaria
né figli di una gran rivoluzione:
è tutto nuovo, un po’ campato in aria.

Altri, più ricchi in secoli e civismo,
ci guardano col ciglio sollevato.
Facciano pur – ma, Dio delle Nazioni,
dacci un poco di senso dello stato.

E insieme a quello, un poco di misura
nell’entusiasmo come nel dolore:
la gente non applauda ai funerali,
e per quel che riguarda il tricolore…

Insegnaci, o Dio delle Nazioni,
che non si è patriottici per moda,
con la bandiera al vento oggi ch’è festa,
e poi domani si ritorna in coda.

E’ facile parlar d’Italia-Italia
nel bagno di retorica allegria.
Delle Nazioni o Dio, facci capaci
di farlo quand’è arduo – e così sia.

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Domani non sarebbe giorno di post, ma ripassate di qui, se vi va: ci sarà una piccola sorpresa per celebrare il Centocinquantesimo…

 

romanzo storico

Promessi Sposi – Capitolo XXXVI

Questo è un capitolo in cui si predica molto: predica (lungamente) il Padre Felice, predica (a più riprese) il Padre Cristoforo e, nel suo piccolo, predica anche Lucia. D’altra parte, è un capitolo risolutivo, se non conclusivo, e sarebbe ben strano che Don Lisander non tornasse su quei temi di provvidenza, misericordia divina, umiltà, perdono, carità e fede che tanto gli stanno a cuore. Per fortuna ci sono redeeming qualities.

Capitolo risolutivo, dicevo. Sottolineato dall’addensarsi delle nubi e dallo scoppiare del temporale, abbiamo qui quello che in termini aristotelici si chiamerebbe il climax del romanzo: il culmine della storia, la risoluzione dell’ultimo ostacolo che separa i protagonisti e il lieto fine. Parlo del voto di Lucia, naturalmente. Una volta sciolto il voto, i due capitoli che restano saranno tutta azione discendente verso la conclusione con tanto di morale, ma le cose fondamentali succedono qui e ora.

Succedono come in un finale d’opera, con tanto di tuoni e fulmini – l’abbiamo detto – e con Renzo che, per entrare nel quartiere delle donne, si lega alla caviglia un campanello da monatto, a mo’ di vaga giustificazione della sua presenza in quel luogo… ma in realtà, il campanello serve ad altro. Serve perché Renzo debba toglierselo in gran fretta dopo essere stato scambiato per un monatto davvero, e perché debba quindi infilarsi tra due casupole, perché debba appoggiarsi a una parete sconnessa e… quale soave voce credete che senta al di là della parete, se non quella di Lucia?

E non storcete il naso all’ennesima miracolosa coincidenza, per favore, perché qui comincia la parte migliore, più viva e più vera del capitolo. Non per l’impossibilmente angelica Lucia, capace solo di difendere il suo voto e d’invocare la Madonna, quanto per Renzo. Qui Renzo fa sfoggio di un’eloquenza ingenua e candidamente astuta, toccando tutti i tasti che sa: la tenerezza, il rimprovero, la supplica, il ricatto morale… come altro definire il modo in cui si appella alle disgrazie che ha patito per Lucia, alla loro vecchia promessa, alla grazia da impetrare insieme per Don Rodrigo morente, al pensiero di Agnese che tanto desidera vederli maritati, alla sua stessa rovina? Renzo promette a Lucia di far spropositi se lei non lo vuole più, e la sfida a dirgli in faccia che non gli vuole più bene in un alternarsi di blandizie e di brontolamenti che è un delizioso, vivido ed efficacissimo capolavoro di caratterizzazione. Par di vederlo, il nostro giovine, con tutto quello che gli passa in viso: trasporto, delusione, rabbia, speranza, lampi d’astuzia…

Nonostante tutto ciò, Lucia non cede, e bisogna chiamare il Padre Cristoforo. Perché Lucia è tanto buona, spiega Renzo, “ma è un po’ fissa nelle sue idee” e in un momento di paura “si è scaldata la testa e si è promessa alla Madonna…” Adoro Renzo, e voi?

Enfin, con l’intervento del Padre Cristoforo e ancora un po’ di prediche miste assortite, la questione è sciolta, i nostri due promessi sono ricongiunti per un congedo frettoloso e pudico, di raccomandazioni scambiate e messaggi affidati, e poi Renzo parte, incurante della burrasca, ansioso di condividere con Agnese le buone notizie.

E mentre parte, ecco finalmente che il temporale scoppia, in parallelo con la rottura della tensione narrativa: ecco la pioggia che scende a lavare via il contagio e a marcare – di fatto – la fine delle tribolazioni dei nostri.

Sì, lo so: ci sono ancora due capitoli, ma se fossimo all’opera il sipario si chiuderebbe qui.

blog life

Il Morbo Infuria, Il Tempo Manca…

Sentite, mi dispiace: non ci sto più dietro. Mi arrendo. Mi piace postare tutti i giorni, mi piace davvero, ma non posso più.

Questo per me è un periodo più che intenso. Ho un sacco di carne al fuoco, ho preso più lavoro e più incarichi di quanto fosse ragionevole, ho delle scadenze che mi aspettano, sto scrivendo diverse cose contemporaneamente… e per di più continuo ad ammalarmi. Da qualche parte bisogna cedere, e temo che dovrà essere SEdS. Adesso mi rendo conto che un anno e mezzo fa, quando ho deciso di postare quotidianamente, non è stata una scelta ben meditata. Mi avevano detto che sarebbe stato molto impegnativo – ho creduto di potermela cavare e invece avevo fatto male i miei calcoli.

Questo non significa che SEdS chiuderà i battenti, au contraire. Solo che, a partire dalla settimana prossima, anziché tutti i giorni posterò tre volte la settimana: lunedì, mercoledì e venerdì, salvo incidenti.

Spero che continuerete a leggermi, perché non cambierà nient’altro: argomenti, stile, scarsa serietà… tutto resterà come prima. Continueremo a parlare di libri, di scrittura, di lingue, di storia – solo non più tutte le mattine, almeno per un po’.

 

cinema · musica

Piccioni & Lacrime

Ci sono tre cose che mi fanno lacrimare senza fallo.

Una è il V Atto del Cyrano de Bergerac, l’altra è il finale de La Cripta dei Cappuccini di Roth, e la terza, più incomprensibilmente, è questa ninna-nanna che Julie Andrews canta in Mary Poppins. Non so che farci, si vede che tocca qualche centro nervoso, ma fin da bambina, appena Julie-Mary comincia a tubare colla vecchietta, coi piccioni e colla cattedrale, I open the waterworks. 

Ci credete se vi dico che per postare qui ho aperto il filmato su YouTube, ne ho ascoltati forse venti secondi per accertarmi che fosse quel che volevo e ho già i lucciconi? Sì, secondo me ci credete, e vi divertite anche…

E voi? Non avete niente che vi faccia venire gli occhi lustri in maniera del tutto irragionevole?

Buona domenica, va’…

grillopensante

Troppo Zelo E Altri Tronchi Sui Binari

Non vorrei mai azzardare paragoni tra Virgilio e Anthony Hope – lèse majesté!! – e poi, se non fosse morto prima di poter rifinire l’Eneide a suo piacimento, forse Virgilio avrebbe modificato qualcosa, ma resta il fatto che Enea/Turno ha tutta l’aria di un caso massiccio di deragliamento delle intenzioni autoriali. A livello di Rassendyl/Rupert nel Prigioniero di Zenda, anzi peggio.

Bd-Aeneas.jpgPeggio, perché nell’Eneide Virgilio racconta il mito della nascita di Roma, ed è logico che Enea incarni programmaticamente tutte le virtù più romane (pietas in prima fila). Per di più, il nostro eroe eredita anche le personali convinzioni filosofiche del suo autore, praticando il sereno distacco e il rifiuto delle passioni violente predicati da Epicuro. Virgilio si è impegnato molto nel rendere Enea un paradigma di obbedienza agli dei, un campione di tutte le più nobili virtù e un esecutore delle magnifiche sorti e progressive di Roma…

Si è impegnato tanto che il risultato è proprio questo: un paradigma. Nella sua gelida e virtuosa perfezione, Enea manca di un tratto fondamentale per un personaggio: la personalità. Che cosa vuole personalmente? Che cosa è diposto a fare per averlo? Che cosa fa davvero? Che cosa impara prima della fine? Come cambia? Tutte domande senza risposta, perché Enea non possiede esigenze drammatiche – è trascinato dal volere del fato e basta.Turno.jpg

Per contro, l’antagonista Turno, il giovane re dei Rutuli cui Enea toglie la fidanzata Lavinia – per poi ucciderlo in duello (con la collaborazione di mezzo Olimpo) alla fine del Libro XII, è una figura a tutto tondo. Turno è pieno di difetti: impulsivo, sfrenato, arrogante – ma Virgilio esce di strada continuamente per mostrarci che non ha tutti i torti neanche lui, che è tanto giovane, innamorato di Lavinia, pieno di risentimento, e tutt’altro che indegno a sua volta. Turno ci viene presentato come un giovanotto di nobili istinti, coraggiosissimo e abile, amato dai suoi sudditi, fiero, onorevole, eloquente quando serve, leale. E’ anche violento e occasionalmente crudele, ma poi la sua sicurezza si frantuma alla fine, davanti all’evidenza che Enea, con tutto l’aiuto divino di cui può disporre, non può essere sconfitto in nessun modo. Nondimeno, Turno non si sottrae al suo destino e affronta il duello fatale con la malinconica certezza di non uscirne vivo.

A_5th_Century_Portrait_of_Virgil.jpgInsomma, si ha l’impressione che Virgilio si sia lasciato prendere la mano. Lo zelo programmatico nei confronti della perfezione di Enea forse lo ha tradito, e l’eroe eponimo, fatale e filosofico, gli è riuscito un tantino bidimensionale. L’antagonista – che incarna il disordine e la dissennata ribellione contro il destino (di Roma in particolare) – gli è riuscito meglio, più sfaccettato, più complesso, più… non c’è niente da fare: più simpatico. Chi ha letto l’Eneide senza dispiacersi per Turno alzi la mano.

Il che ci conduce a una conclusione: è pericoloso fare di un personaggio una figura simbolica di una causa o di un credo che ci stanno a cuore. Presi dall’ansia dimostrativa, non osiamo aggiungere ombre per timore di appannare la nostra tesi, ma un personaggio senza ombre, senza dubbi e senza difetti diventa uno zelota. E’ difficile affezionarsi agli zeloti – anche agli zeloti rassegnati, come nel caso di Enea. E la storia ne soffre.

Apparentemente, il sereno distacco non è facile da praticare in poesia. Nemmeno quando ci si chiama Virgilio.

Poesia

Nei Versi Sciolti Si Può Inciampare

Sapendomi incuriosita dalla tecnica poetica legata all’Inglese, M.J. mi segnala un sito – il cui link verrà forse in seguito. Non ora, e forse in futuro, per un motivo specifico.

Quando l’ho visitato seguendo la segnalazione di M.J., ho trovato con delizia una serie di spiegazioni molto chiare di tipi di metro e generi relativi. Scopro che, accanto a forme meno inattese, esistono cose con nomi come Teacup Dictionary e Kyrielle. Incantevole! Sì, forse qua e là semplificano un tantino, ma come introduzione mi sembra perfetta…

…Finché non inciampo nella pagina del Blank Verse, o verso sciolto. Versi non rimati, spiega PD, spesso (ma non sempre) pentametri iambici. Il primo a introdurre il Blank Verse è stato Shakespeare.

Come, prego? Shakespeare?

Ed è qui che tiro il freno a mano, perché è una bugia grossa come una casa. Se c’è stato un iniziatore del BV è stato Marlowe, e nemmeno lui l’ha inventato  del tutto. Già prima di lui qualche autore aveva usato davvero una successione di pentametri iambici tutti uguali. Marlowe creò il BV inglese inserendoci movimento e varietà attraverso una serie di accorgimenti tecnici che spezzavano la regolarità dei versi, non solo modificandone il ritmo, ma rendendolo adattabile alla situazione drammatica.

Poi è vero che Shakespeare ha portato la tecnica a incredibili vertici di raffinatezza, ma lo ha fatto partendo dal lavoro di Marlowe.

La falsa attribuzione mi ha lasciata perplessa, e mi ci avrebbe lasciata anche se Kit Marlowe non fosse la mia ossessione in carica. Devo dedurne che i redattori di PD non sappiano la storia della letteratura? E allora perché dovrei fidarmi della loro guida alla poesia? Devo dedurne altrimenti che la sappiano benissimo, ma abbiano ipersemplificato perché il lettore medio conosce Shakespeare e non ha mai sentito nominare Marlowe? E perché vorrei fidarmi della guida alla poesia di chi non crede che un aspirante poeta possa fare un piccolo sforzo di pensiero e di memoria? In fondo basterebbe molto poco: “Il BV fu introdotto per la prima volta da Marlowe e poi perfezionato da Shakespeare.” Troppo difficile?

Adesso sono costretta a decidere se trovare questa gente antipatica o se diffidare anche delle loro tazze di tè e delle loro kyrielles…

pennivendolerie

Grazie Per Averci Mandato Il Suo Racconto…

Nel mondo editoriale anglosassone non ti ringraziano mai con tanto calore come quando ti rifiutano una storia. E ti augurano ogni bene per la tua carriera di scrittore, e chiudono con qualche citazione che dovrebbe ispirarti a mantenere viva la fede nel tuo talento. Keep writing.

E sì: questo tono lievemente cinico si deve al fatto che dopo tutto A Soul For Cunning non è piaciuto agli Irlandesi – non abbastanza da includerlo nella loro shortlist. Qualche settimana fa avevo ricevuto notizie analoghe da Glimmer Train, e quindi adesso mi sento più qualificata del solito per scrivere un post sulla reazione a questo genere di accadimenti.

1) Fase Blasée: Oh, d’accordo. Sapevamo che era difficile, giusto? Insomma, GT pubblica gente come Annie Proulx, era un tentativo e non è riuscito – andrà meglio la prossima volta, giusto? In fondo, quante volte è stato rifiutato Il Gattopardo? E’ tutto a posto. E’ tutto normale. Adesso lo spedisco altrove, e prima o poi…

2) Fase Werther: Oh, ma chi voglio prendere in giro? A cosa serve mandarlo altrove? Perché diciamocelo: c’è anche la concreta possibilità che il racconto non sia un granché, dopo tutto. E poi non sono nemmeno madrelingua. E poi ho mai dato un’occhiata a un’antologia? Sono ben altre le cose che vincono i premi e finiscono sulle riviste… Hanno ragione loro, non era proprio niente di speciale.

3) Fase Achille (sconfinante in un nonnulla di Complesso della Vittima): Oh, che poi, te li raccomando, i premi e le riviste! Se non scrivi di droga, donne maltrattate o squallori misti assortiti, non ti guardano neanche. E che devo dire? Io ho avuto un’infanzia felice, non ho mai fumato nemmeno uno spinello e non ho un marito che mi picchia… significa che non posso scrivere racconti? Possibile che i lettori vogliano leggere solo di quello? Io sarò fuori mercato, ma è il mercato che è morboso. E gli editor delle riviste sono morbosi. E i giurati sono morbosi. Ecco! Morbosi, ingiusti, cattivi, pessimi, grrrrrrr!

4) Fase Doom&Gloom: Oh, che cosa infantile prendersela con la giuria… Il fatto è che non so più scrivere. Anzi, non ho mai saputo scrivere, e non so come abbia mai potuto credere il contrario. Quanta carta e quanto inchiostro sprecati – per non parlar del tempo! Dov’è, dov’è, dov’è la più vicina scogliera? Oppure – failing that – dov’è il più vicino caminetto, per alimentarlo con i miei patetici sforzi? O mie velleità letterarie, ardete in un funerale vikingo!

– Qui di solito intervengono quantità massicce di cioccolato. Oppure biscotti al cioccolato intinti nel cappuccino fasullo. –

5) Fase Tutto Daccapo: Oh, eppure l’idea non era male… E se lo rivedessi un’altra volta? E se provassi a modificare l’inizio? E se aggiungessi un altro personaggio o due? E se cambiassi il protagonista? E se trasportassi tutto in epoca moderna? E se aggiornassi molto il linguaggio? E se modificassi il tema? E se stravolgessi il finale? E se tagliassi tutta la prima metà? E se infilassi un flashback prima della risoluzione? E se eliminassi i riferimenti filosofici? E se lo riscrivessi daccapo? Tutto daccapo?

– Qui di solito segue notte parzialmente insonne: troppe idee che frullano per le cervici, troppe riaccensioni di luce per annotare quella che sembra sempre la folgorazione risolutiva, troppo cioccolato a tarda ora… –

6) Fase Scarlett: Com’è che, dopo averci dormito sopra, non mi pare più così tragicamente brutto? Forse potrei dargli un’altra occhiatina. Forse potrei supplicare qualcuno a HNR di leggerlo e darmi un parere. Forse potrei sottoporlo al mio critique group (anche se sono mesi che non mi faccio viva con loro). Forse potrei cercarmi un altro concorso o due e mandarlo… In fondo, quante volte è stato rifiutato Il Gattopardo? E’ tutto a posto. E’ tutto normale. Fa parte della vita dello scrittore, la vita dello scrittore è costellata di rifiuti. Basta paturnie. Mai più paturnie. Cattive paturnie. E in fondo, domani è un altro giorno. (*cue Tara Theme*)

Quindi adesso ho spedito A Soul For Cunning altrove, e suppongo che da qualche parte verrà rifiutato e mi farò venire di nuovo tutte le fasi canoniche, e prima o poi, qualcuno lo accetterà, e allora potrò sorridere delle mie paturnie – fino al rifiuto successivo.

romanzo storico

Promessi Sposi – Capitolo XXXV

Capitolo pieno di contrasti, questo Trentacinquesimo, di ombre scurissime e di luci violente, alternate con una tecnica che, se l’usasse un contemporaneo, chiameremmo rollercoaster: su e giù per le montagne russe.

Lazz1.jpgSi comincia con un’apocalittica descrizione del lazzeretto come si presenta al primo sguardo di Renzo, una folla di malati e di cadaveri confusi, sopra cui i vivi brulicano e ondeggiano – due verbi che non sollecitano nessuna associazione mentale particolarmente simpatica. Renzo si aggira in mezzo alla confusione, alla sofferenza e allo squallore che non concedono tregua, senza mai trovar Lucia. Persino il clima, con quella che i teorici Di Là Dall’Acqua chiamano sentimental fallacy, si adegua alle necessità narrative oscurandosi e promettendo tempesta.

Poi, del tutto inatteso, primo chiarore: il luogo dove le balie allattano i bambini rimasti orfani con l’aiuto delle capre addestrate all’uopo. E come s’impegna Manzoni a mostrarci questo quadretto, con le amaltee della peste guidate da una specie di goffa tenerezza tutta loro. La scena non è del tutto serena – troppi orfanelli e troppo balie che hanno il latte solo per aver perso un bambino – ma è abbastanza gaia perché Renzo, in mezzo a tanta cupezza, faccia fatica a staccarsene. Lazz2.jpg

Poi il fulmine! Chi ti ritrova il nostro giovine, se non il Padre Cristoforo? Lo intravvede, stenta a credere ai suoi occhi, lo cerca, lo trova… e la consolazione, ci dice Don Lisander, non è intera nemmeno per un attimo, perché visto da vicino, il Padre Cristoforo porta già addosso i segni della malattia.

Ricongiungimento, tuttavia, e scambio di notizie davanti a una scodella di zuppa. Renzo, lo sappiamo, è venuto in cerca di Lucia. Il PC gli concede il permesso di cercarla anche nel quartiere delle donne – raccomandandogli di comportarsi bene con un’insistenza che a me è sempre parsa un po’ fuori luogo… voglio dire: stiamo parlando di Renzo, sarà anche un po’ scriteriato (e lo ha appena ammesso), ma ce lo vedete, voi, ad approfittare del fatto di ritrovarsi nel quartiere delle donne? Mah… Non divaghiamo, tuttavia, perché è in arrivo un’altra discesa.

Bada però, dice il PC, che non è affatto detto che Lucia sia ancor viva. Verissimo, per carità, date le circostanze, ma a Renzo non fa un gran bene sentirselo dire. Alla sola idea che Lucia possa essere morta, tutti i suoi propositi di vendetta si risvegliano. Se non trova Lucia, promette il nostro giovine, troverà quell’altro, e se la farà lui, la giustizia!

Segue ramanzina severissima del Padre Cristoforo: non sa Renzo che in questa maniera si va all’inferno? Che si tolga pure di torno, perché lui non ha tempo per gente che non sa perdonare e cova vendetta. Sciagurato! Et Multa Caetera Similia, con l’effetto di sgomentare e commuovere Renzo. Ma c’è il tranello, perché non appena Renzo si è impegnato a perdonare Don Rodrigo…

Lazz3.jpg… Chi ti produce il PC, se non Don Rodrigo stesso, moribondo e insensibile? Pronto lì perché Renzo, commosso, sopraffatto e ultimamente redento, possa pregare al suo capezzale prima di andarsene in cerca di Lucia, per il bene o per il male, senza più  covar propositi di vendetta.

Noi, naturalmente, sappiamo che la troverà – e se adesso pensate che sia tutto just a little too pat, con tutti i personaggi convenientemente riuniti al lazzeretto per il gran finale, ebbene lo penso anch’io, ma che fa? E’ un finalone efficace e suggestivo, come s’usa all’opera e come un tempo s’usava a teatro.

Ormai, lo sentiamo nell’aria torva e temporalesca, non manca più molto: il destino è sul punto di compiersi. Tratteniamo il respiro e aspettiamo il Capitolo XXXVI.

scrittura

“Show, Don’t Tell” Ai Tempi Dei Ciliegi

Non dirmi che la luna splende; mostrami la luce che brilla sulle schegge di vetro.”

E questo, contrariamente alle apparenze, non era qualche guru americano del Creative Writing, ma (rullo di tamburi)… Anton Checov. Quel Checov: Giardino dei Ciliegi, Zio Vanja e tutto quanto.

Checov scriveva drammi, e quindi sapeva benissimo che a teatro lo spettatore non ha altro accesso ai personaggi se non le battute e i gesti degli attori: solo quello che si vede, solo quello che è mostrato. La sua intuizione è che questo si applichi anche alla scrittura non teatrale, che là dove “la luna splende” è blandamente generico, le schegge di vetro che brillano nella luce siano un’immagine vivida, che il lettore non dimenticherà. O che “Piotr Ilic era furibondo” sia molto meno efficace di “Piotr Ilic afferrò il fascio di spartiti e lo sbatté sul pianoforte chiuso.”

Dal che si evincono già due principi:

a) Specifico è meglio;

b) E’ inutile dilungarsi in lunghi passaggi descrittivi quando si può ottenere un effetto migliore con pochi dettagli ben scelti.

C’è chi sostiene che la voce narrante più efficace sia la Terza Persona Oggettiva che, come una telecamera, non sa che cosa passa per la testa dei personaggi e può solo mostrare le loro reazioni (verbali e non verbali) a dati stimoli.

Se la TPO sia davvero la forma di narrazione più efficace è materia di dibattito, ma di sicuro ha due pregi.

In primo luogo, è realistica. La signora seduta di fronte a noi sul tram, con gli occhi lucidi e il fazzoletto in mano, potrebbe essere triste, arrabbiata oppure allergica ai pollini: non lo sapremo fino a che non ce lo dirà oppure fino a quando non farà qualcosa, come starnutire, oppure dare un sospirone tremulo, oppure strappare il bottone della borsa mentre tenta di chiuderla. Diciamocelo: congetture a parte, la nostra percezione del prossimo è in Terza Persona Oggettiva.

In secondo luogo, benché sia alla lunga piuttosto noiosa da scrivere, è un ottimo strumento quando si vuole essere certi di mostrare e non dire. Se togliessi pensieri, monologo interiore e interventi del narratore in genere, si capirebbe ancora che Piotr Ilic è furibondo, senza bisogno di dirlo in as many words? Se la risposta è no, allora sarà il caso di sbattere qualche altro spartito e, magari, fracassare un calamaio.

Così poi ho anche le schegge di vetro, metti mai che sorga la luna…