Spigolando nella rete

Dieci Romanzi Che Non Avrei Creduto Di Vedere Trasformati In Videogioco

Il commento di Renzo a questo post mi ha fatto venir voglia di indagare un pochino, e le indagini hanno dato risultati inattesi.

Cominciamo col dire che mi aspettavo i gazillioni di giochi per il computer ispirati a Tolkien, Terry Brooks e imitatori vari, e non sono sorpresissima delle lunghe serie di hidden object games ispirati ad Agatha Christie e ad Arthur Conan Doyle. Tutto sommato, anche Enid Blyton e Nancy Drew (serie, non autrice, perché non esiste un unico autore di Nancy Drew) non sono nulla di inatteso. Stevenson? Ci sta tutto: Lo Strano Caso e L’Isola Del Tesoro… com’era possibile che gli sviluppatori non si lasciassero tentare? E anche personaggi come Dracula, Alice, Frankenstein, Tarzan, James Bond e Conan il Barbaro sono scelte naturali, come pure tutto ciò che ha a che fare con Cthulhu e il Mago di Oz*. Parimenti immagino che Richard Scarry, Peter Pan, Mamma Oca, gli animali di Esopo e i Fratelli Grimm, questi beniamini dei piccoli, dovessero diventare giochi. Sono un po’ più sorpresa, semmai, da titoli come Ivanhoe, Viaggio al Centro della Terra, Il Giro del Mondo in Ottanta Giorni (e non una volta sola) e Caccia a Ottobre Rosso.

Poi ci sono le cose davvero bizzarre, quelle che non mi sarei mai aspettata di vedere adattate (anche più di una volta) in forma di videogioco. E se confesso di avere sobbalzato un nonnulla davanti al Grande Gatsby segnalato da Renzo, ecco qui altre sorprese:

1) Fahrenheit 451 – in cui si vestono i panni di Montag (ovviamente), tanto vecchio da essere uscito in floppy disk.

2) L’Odissea – no, forse di questo non sono stupita davvero. Voglio dire, è una delle più fantastiche avventure di tutti i tempi, per cui… forse questi non era il migliore degli adattamenti possibili, se è recensito come “il peggior gioco del mondo – un insulto a Omero e all’intelligenza del giocatore”…

3) Salome – non perché Oscar Wilde non meriti attenzione, ma dalla descrizione del gioco, intitolato Fatale, non riesco assolutamente a capire come funzioni, né che cosa si possa fare di preciso. Non so perché ma l’idea di salvare il Battista in un finale alternativo mi sembrerebbe… shall we say bizzarra?

4) Harlequin – allora, chiariamo: Harlequin non è un romanzo, è l’equivalente anglosassone delle nostre collane Harmony. E chi l’avrebbe mai detto? Esiste un titolo, Hidden Object Of Desire, in forma di uno di quei giochi in cui bisogna trovare gli oggetti in mezzo alla confusione. Il romanzo è allegato in PDF, dice la pubblicità. Suono genre-snob, se dico che non ho parole?

5) I Miserabili – per una volta, sembra basato sul romanzo e non sul musical. Molto filosofico e complesso, mi par di capire – ma d’altronde, essendo basato su tanto tomo…

6) Il Mondo di Sofia – voglio dire, Il Mondo di Sofia! Personalmente, trovavo Gaarder irritante in libro, per cui mi sembra difficile immaginare qualcuno che voglia anche giocarci al computer… ma d’altra parte, si sa, la Clarina ha strane antipatie.

7) Amleto – e non una volta sola. Anche se, a dire il vero, Castle Elsinore sembra più che altro una di quelle avventure in cui si esplorano cunicoli e sale con le bifore, a caccia di tesori. Hamlet sembra più interessante, un’avventura testuale in cui, nei panni di Amleto, si interagisce con gli abitanti di Elsinore e un certo numero di ospiti provenienti da altri titoli scespiriani. Hamlet per iPhone sembra una faccenda più spassosa, con un astronauta/viaggiatore temporale che atterra accidentalmente sopra Amleto, uccidendolo, e decide (credo) di togliere Ofelia da quell’ambiente malsano che è Elsinore.

8) Col Ferro e col Fuoco – e qui andiamo sull’inaspettato davvero. In realtà non è niente di più o di meno di un gioco strategico, ma lo chiedo a gente più addentro di me: quanti giochi strategici sono basati sul romanzone nazionale polacco e ambientati nel Seicento?

9) La Divina Commedia – e anche questo non una volta sola. A quanto pare, ogni tanto, qualcuno trae un videogioco dal nostro poema nazionale, con titoli come La Foresta Oscura, le Tribolazioni di Santa Lucia e cose simili. E se pensate che questo dovrebbe essere in cima alla lista, invece no. Per quanto mi riguarda, la palma spetta a… 

10) Salammbo – perché la Divina Commedia è universalmente conosciuta (almeno di nome) e contempla un viaggio nell’oltretomba e abbondanza di diavoli. Invece trovo che per andare a pescare il più sconosciuto dei romanzi di Flaubert e farne un videogioco ci voglia una notevole dose di spudorato coraggio. Per metterci come colonna sonora il Requiem di Mozart, però, forse ce ne vuole ancora di più!

Valgono gli stessi commenti che si facevano per Jane Austen. Qualcuno andrà a leggersi il libro dopo avere giocato al gioco? Non ne ero sicura a proposito di Orgoglio e Pregiudizio, con questi dieci titoli sono abbastanza certa di no – salvo rarissime eccezioni. Semmai ci sarà gente che ha letto il libro e poi gioca.

Però, dite la verità: siete sorpresi?

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* Uno dei non tantissimi giochi che ho provato di persona è Emerald City Confidential, che mescola distopia oziana e atmosfera hard boiled notturna… mica male, devo dire – per improbabile che suoni.

musica

Note E Neuroni

Questo è meraviglioso: al Festival Mondiale della Scienza 2009, Bobby McFerrin fa una cosa spettacolare al pubblico, e sostiene di riuscire a farlo ovunque, con qualsiasi pubblico, perché il nostro cervello è programmato per riconoscere gli intervalli musicali. Confesso di essermi sempre chiesta se la percezione dei toni fosse innata o derivata – voglio dire, in Asia, per esempio, la musica è organizzata diversamente…

Questa sembrerebbe una risposta – e non quella che mi aspettavo.

 Buona domenica!

scrittura

What If…

Non ricordo se vi ho già parlato di IdeasForWriters, il sito di Dave Haslett. Uno dei motivi per cui mi piace, sono i What Ifs che arrivano periodicamente per posta elettronica se ci si iscrive alla newsletter. Internet è piena di posti in cui si trovano writing prompts: provate a inserire le due parolette in un motore di ricerca, e vi ritroverete inondati.

Quelli di Dave si distinguono dalla media, perché non si limitano a suggerire qualche fumosa idea di partenza, ma forniscono un conflitto vero e proprio, completo di aspetto singolare – e al tempo stesso lasciano tutte le porte aperte. Ve ne traduco alcuni, e vedrete che cosa intendo.

Che succederebbe se…

1. …non riuscissi a farti licenziare, per quanto ci provassi?
2. …fossi disposto a tutto pur di vendere?
3. …fossi compiaciuto di avere perso?
4. …il funerale fosse stato cancellato?
5. …non riuscissi a distinguere un suono dall’altro?

Voglio dire: un licenziamento è un conflitto, ma voler essere licenziati e non riuscirci a nessun costo è un conflitto fuori dalla norma. E perché ci si vorrebbe far licenziare? E, ancora più interessante, perché non ci si dovrebbe riuscire? Avere perso implica una situazione di conflitto, ma esserne compiaciuti cambia un bel po’ le cose… si è perso apposta (dopo essersi impegnati per perdere) o si è scoperto che, dopo tutto, è meglio così?

E via dicendo. Non sono solo vaghi suggerimenti: sono storie in nuce – proprio quello che i prompts dovrebbero fare.
 

Spigolando nella rete

Jane Austen Nell’Era Della Playstation

Non è che non avessi mai visto giochi per il computer ispirati a romanzi, ma di questo Matches And Matrimony che B. mi segnala, devo proprio mettervi a parte.

PPgame1.pngCi credete? Un gioco di simulazione che combina tre romanzi di Jane Austen in una caccia al marito perfetto… Mi par di capire che si vestano i panni virtuali di Lizzie Bennet di Orgoglio e Pregiudizio, senza per questo trovare le proprie scelte ristrette a Mr. Darcy. Il promo su Amazon spiega che ci si potrebbe anche interessare a Mr. Bingley (il che fa capire perché, sulla scheda-personaggio di Jane Bennet ci sia una specie di termometro dell’amicizia…) e in una schermata si nominano il Colonnello Brandon di Ragione e Sentimento e il Capitano Wentworth di Persuasione

Dopodiché mi par di capire che si svolgano varie attività per migliorare le proprie statistiche (con valori come forza di volontà, spirito, gentilezza, talento e via dicendo) e si interagisca con gli altri personaggi, perseguendo la domanda di matrimonio da parte del corteggiatore preferito. PPgame2.png

La parte seria di me scuote la testa, ma in realtà già m’immagino legioni di Janeites che giocano furiosamente – le une intente ad accaparrarsi Mr. Darcy, altre (che non lo hanno mai sopportato) ansiose di fornire Lizzie di un marito diverso, altre ancora in deliquio all’idea di soffiare il buon Bingley all’angelica Jane – in una versione contemporanea e molto meta dell’esperimento di Mrs. Oliphant.

PPgame3.pngMi piacerebbe dire che qualche ragazzina, dopo avere giocato, andrà a leggersi i libri, ma non sono sicura di crederci fino in fondo – anche se devo dire che nel mondo anglosassone O&P e R&S sono di una popolarità biblica (anche grazie a fortunati adattementi cinematografici e televisivi) e pure molto letti. Per di più, non passa numero di HNR senza che si recensisca almeno un seguito, rielaborazione o pastiche austeniano. Si direbbe che, al di là della Tinozza, le lettrici siano frustrate dalla scarsa produttività della Zia Jane, e insaziabilmente affamate di opere derivate. Probabilmente non è un caso che Matches And Matrimony sia disponibile solo negli Stati Uniti.

Che devo dire? L’idea di una Janeite seduta al computer in abito di mussola a vita alta, occupata a maritarsi a colpi di mouse, mi diverte enormemente…

 

grilloleggente · scrittura · teorie

La Regola Del Curry

Leggevo un articolo su Writer’s Digest, tempo fa – tanto tempo fa che non ricordo più l’autore… Si parlava di dialogo, e si suggeriva di usare con misura le “meraviglie”. Per meraviglie intendendosi quella risposta perfetta e brillantissima, o quell’espressione favolosa, o quella battuta al vetriolo che caratterizzano tanto bene un personaggio. “Non più di una volta o due in un libro,” diceva l’innominato articolista, e ricordo di avere storto la bocca. Una volta o due? In tutto un libro? Che esagerazione!

Poi mi succede di leggere un volume (non il primo, per motivi vari) di una serie di gialli storici inglesi. Tutto è perfetto: ricostruzione storica da leccarsi i baffi, personaggi che balzano fuori dalla pagina, dialoghi brillanti, e se l’intreccio giallo scivola un po’ in secondo piano, fa lo stesso, tanto è buono il resto. Parlo dei misteri di Sir Robert Carey, di P.F. Chisholm, non tradotti in Italiano, ahimé, ma che valgono bene qualche sforzo per leggerli in originale – anzi, ho tanto idea che tradotti perderebbero parte del loro fascino… Perché il fascino in questione poggia largamente sulle incomprensioni culturali tra il granitico, lugubre, cinico e al tempo stesso ingenuo Sergente Dodd, strappato di mala voglia alla sua guarnigione sul turbolento confine con la Scozia, e i Londinesi di ogni estrazione sociale, dal Ciambellano della Regina ai monelli Cockney.

E’ una delizia assoluta seguire Dodd mentre si aggira perplesso e sospettoso per questa enorme, caotica e incomprensibile Londra, borbottando tra sé con l’accento quasi-scozzese del Berwickshire… A un certo punto, incontrando il giovane Shakespeare, Dodd commenta tra sé che è disposto “tae throw him a lot farther than he could trust him.”

Questo è uno di quei coloriti, meravigliosamente espressivi e un po’ nonsense modi idiomatici inglesi, e significa che Dodd non si fida di Shakespeare neanche un po’.

Il modo idiomatico originale (I can throw him farther than I can trust him*, oppure I’d trust him as far as I can throw him, oppure anche I wouldn’t trust him farther than I can throw him – vedete l’accesa discussione in proposito su questo forum), fa perno sulla difficoltà di scaraventare molto lontano un altro adulto, e su un altro modo idiomatico: “how far do you trust him?”, traducibile come “quanto di fidi di lui?”

Ecco, a questa domanda, a proposito di Shakespeare, Dodd risponderebbe “Not as far as I can throw him,” e – benché in tutta probabilità si tratti di un anacronismo – l’effetto è irresistibile. O almento, lo è stato la prima volta che me lo sono trovato davanti, perché era così inatteso e al tempo stesso così perfetto per il personaggio, e così adatto alla situazione… La seconda volta, pensato di nuovo da Dodd a proposito di altra gente, è suonato già meno naturale, perché è un modo idiomatico talmente inconsueto che la ripetizione si fa notare – e di conseguenza, quando noto la scrittura, sono trascinata fuori dalla storia.

Una terza volta non c’è – perché P.F. Chisholm conosce il suo mestiere e non si lascia trascinare dall’entusiasmo, ma sono certa che, se ci fosse stata, sarebbe stata irritante.

E dunque, chi l’avrebbe mai creduto, si direbbe che l’articolista di WD avesse ragione: anche per le particolarità del dialogo, vale la Regola del Curry. Più è piccante, meno se ne deve usare – o finirà per coprire tutti gli altri sapori.

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* Probabilmente sto esagerando, ma mi chiedo se non ci sia anche un gioco di parole tra trust e thrust, che, tra le altre cose, è un sinonimo di throw… Ad ogni modo, non riesco a individuare fonti attendibili sull’origine dell’espressione. Qualcuno sostiene che non possa avere più di cent’anni – ma sta talmente bene in bocca a Dodd che sono disposta a considerare il suo uso uno di quei rari casi di anacronismo perdonabile.

Poesia

Il Lato Tenero Di Edgar Allan Poe

Edgar_Allan_Poe_portrait.jpgDite la verità, vi sareste aspettati che l’autore de Il Gatto Nero, de La Caduta Di Casa Usher, de Il Pozzo e il Pendolo e de La Mascherata della Morte Rossa, solo per citare qualche titolo, avesse anche un lato sentimentale? Per me è stata una discreta sorpresa scoprire che, tra una storia macabra e una poesia cupa, Edgar Allan Poe scriveva anche poesie d’amore.

Nulla di allegerrimo, dato il soggetto: le sue eroine in versi muoiono con la stessa frequenza di quelle in prosa, ma con un po’ d’impegno si scovano nella sua opera anche versi meno morbosi in cui, per esempio, si dichiara troppo innamorato per scrivere*:

I Miei Incantesimi Sono Infranti

I miei incantesimi sono infranti.
La penna mi cade, impotente, dalla mano tremante.
Se il mio libro è il tuo caro nome, per quanto mi preghi,
non posso più scrivere. Non posso pensare, né parlare,
ahimè non posso sentire più nulla,
poiché non è nemmeno un’emozione,
questo immobile arrestarsi sulla dorata
soglia del cancello spalancato dei sogni,
fissando in estasi lo splendido scorcio,
e fremendo nel vedere, a destra
e a sinistra, e per tutto il viale,
fra purpurei vapori, lontano
dove termina il panorama nient’altro che Te.

Oppure elaborate dichiarazioni come questa, che comincia con l’aria di esser tutt’altro, poi filosofeggia a lungo e, deliziosamente, ha il suo sugo tutto nella coda:

Elizabeth

Elizabeth – a me par giusto sommamente
(logica e comun senso così ordinando)
che nel tuo libro per primo si scriva il tuo nome,
checchè ne pensino Zenone ed altri saggi;
ed io ho poi altri motivi per così fare,
oltre al mio innato gusto per la contraddizione:
ciascun poeta – se poeta – nel suo tener dietro
alle vaganti Muse, per i recessi del Vero e del Finto,
ha ben poco studiato la sua parte,
letto quasi nulla, scritto ancora meno – è, in breve,
uno sciocco senz’anima, senza sensi e senza l’arte,
se mostra di ignorare una norma così importante,
perfino adoperata nei compiti scolastici –
che si chiama – il nome greco non ricordo
(ma quale sia, il senso suo non muta):
Sempre scriver prima quel che nel cuore hai più in alto.

E infine si scopre che il maestro del gotico americano era capace di scrivere poesie di San Valentino a chiave, come questa, per l’appunto, dedicata a Frances Sargent Osgood, una tra i suoi amori:

Una Valentina

È scritta questa rima per colei i cui occhiLeighton-Courtship.jpg
lucenti ed espressivi come i gemelli di Leda,
troveranno il suo stesso dolce nome annidato
sulla pagina, celato ad ogni lettore.
Osservate i versi attentamente! Vi è in essi
un tesoro divino – un talismano – un amuleto –
che si deve portare sul cuore. Osservate poi
il metro – le parole – le sillabe!
Nulla si tralasci, o sarà vana la fatica!
E non v’è, nondimeno, nessun nodo gordiano
che senza una spada non potreste disciogliere,
se solo n’afferraste il soggetto.
Tracciate sul foglio, scrutate da occhi
in cui l’anima balena, s’ascondono, perdute,
tre parole eloquenti, spesso dette e spesso udite
da un poeta a un poeta – e d’un poeta è anche il nome.
Le sue lettere, benchè ingannino, ovviamente,
come il Cavalier Pinto – Mendez Ferdinando –
sono, invece, sinonimo del Vero. – Ora basta!
Pur facendo del vostro meglio, non sciogliereste l’indovinello.

Inutile disperarsi: la soluzione si vede soltanto nell’originale, dove la prima lettera del primo verso, la seconda del secondo verso, la terza del terzo e così via formano il nome della signora. Mi domando se Frances abbia risolto l’indovinello al primo colpo. Dev’essere carino ricevere una poesia à clé scritta apposta, ma non vi viene in mente Emma, quando Emma e Harriet interpretano male la poesia di Mr. Elton e ne seguono disastri, lacrime e furia per tutti quanti?

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* Il che mi riporta in mente un racconto di Kipling chiamato La Più Bella Storia Del Mondo, in cui un impiegatino della City londinese con ambizioni letterarie manca totalmente di mestiere, ma ha dalla sua delle vividissime visioni delle sue vite passate – almeno finché non s’innamora, cosa che cancella non solo le visioni, ma anche il desiderio di scrivere…

Oggi Tecnica

Elevator Pitch

Ricordate The Sentence? Il vostro romanzo in quaranta parole, esercizio di focalizzazione – perché fa sempre comodo avere ben chiaro che genere di storia stiamo raccontando – nonché strumento di promozione, buono per l’editor incontrato al ristorante, per il lettore ancora solo vagamente curioso e per l’intervistatore alla fiera del libro…

In un articolo su The Red Room, Nina Amir propone un’interessante variazione sul tema, incentrata sul concetto di Elevator Pitch. Il termine è mutuato dal marketing, e descrive un’introduzione del proprio prodotto/servizio/ditta/libro tanto breve da poter essere fatta nel corso di uno spostamento in ascensore, e tanto efficace da spingere l’interlocutore a formulare la magica richiesta: “Mi dica di più..”

Il discorso è interessante perché Amir non si limita a prescrivere la preparazione di una Sentence, ma spiega anche come usarla all’atto pratico, supponendo di ritrovarsi in ascensore o al buffet con il responsabile delle acquisizioni della casa editrice dei nostri sogni.

Punto primo: se credevamo che comprimere un romanzo in quaranta parole fosse un’ordalia, adesso la cosa si complica ulteriormente: 25 o 26 parole, dice Amir, e davvero non vogliamo superare il limite. Questo perché nell’ipotetico mezzo minuto non vogliamo parlare  solo noi. L’editor deve avere il tempo di fare qualche domanda, anzi: in un mondo perfetto dovremmo indurlo a fare qualche domanda, con il nostro perfetto, attraentissimo, intrigante pitch di 25 parole. Ecco che allora ogni singola parola, ogni congiunzione e ogni articolo devono essere valutati con cura, ogni aggettivo deve raccogliere più connotazioni possibili, ogni verbo deve essere tanto efficace quanto può esserlo. Diventa necessario scegliere tra nomi, cognomi e attributi, o addirittura tra premesse, tratto singolare e antagonista. Qual è l’aspetto più unico della storia? Che cosa solleticherà di più la curiosità dell’interlocutore?

Una bambina disobbediente gioca una partita d’astuzia con un lupo parlante, e la posta in gioco è la sopravvivenza. (19)

Punto secondo: un tratto fondamentale dell’elevator pitch è quello di mettere in risalto il beneficio per il consumatore. Ora, questo può essere ovvio per la pasta d’acciughe, il sapone liquido e per un libro su come imparare a suonare il violino da soli. Per un romanzo sembra quasi impossibile, vero? Qual è mai il beneficio di leggere un romanzo, a parte il piacere di leggerlo? Amir suggerisce di concentrarsi sul tema di fondo: che cosa impara il protagonista? Verosimilmente è quello che imparerà anche il lettore.

In una letale partita d’astuzia con un lupo parlante, una bambina impara che la mamma ha sempre ragione: mai parlare agli sconosciuti. (22)

Punto terzo: una volta pronto il pitch, bisogna anche impararlo a memoria, esercitarsi a dirlo in modo fluido, sicuro e non meccanico. All’editor  che potrebbe comprare il nostro libro (e, se lo fa, dovrà vendere anche la nostra immagine insieme al parallelepipedo di carta) vogliamo dare l’impressione di sapere quello che diciamo, di essere brillanti, sani di mente e competenti su quello che abbiamo scritto.

Punto quarto: bene, immaginiamo che il pitch abbia funzionato. L’editor annuisce e ci invita a dirgli qualcosa di più… vogliamo farci cogliere impreparati? Giammai, poffarbacco! E’ qui che Amir suggerisce di prepararsi almeno tre punti su cui sviluppare il discorso, tre aspetti rilevanti del libro e/o di noi (se abbiamo ambientato il libro in Cina dopo avere trascorso dieci anni a Pechino, questo è un buon momento per dirlo), tre buoni motivi per cui l’editor dovrebbe sentirsi ancor più interessato al nostro romanzo e a porre altre domande.

La storia esplora vecchi temi legati al folklore centroeuropeo, sezioni della narrazione sono nel punto di vista del lupo/antagonista per mostrare la protagonista attraverso occhi ostili, e ho ambientato il tutto in un Settecento tedesco ricostruito con un misto di rigore storico e concessioni al fiabesco…

A questo punto dovremmo essere avviati felicemente e, se l’editor decide che il libro non fa per lui, almeno sapremo di non avere rovinato tutto con le nostre mani. Possono esserci infiniti motivi per cui la casa editrice dei nostri sogni non vuole pubblicare il nostro romanzo, ma se – quando l’occasione si presenta – riusciamo ad essere efficaci, brillanti e concisi, non saremo noi ad aggiungerne uno in più.

cinema

Uìllobi

Uillobi.jpgDoveva essere il Novantasette o il Novantotto, perché ero a casa per poco, in vacanza dal mio anno Erasmus e, pur avendo già visto Ragione e Sentimento in originale a Cardiff, ero andata a vederlo di nuovo con la mia amica C., patita della Zia Jane al pari di me.

E dietro di noi sedeva una coppia in età, di cui posso dire con certezza che la moglie aveva letto il libro e il marito era sordo. Per tutto il tempo, infatti, la signora chiosò ogni singola scena a beneficio del consorte, in dialetto e a considerevole volume. A ogni informazione elargita, il marito rispondeva con un grugnito d’assenso.

“Vedat? Vedat? Cal lì, varda, cal lì l’è Uìllobi!”

“Grunt!”

Non vi dico la gioia – anche se la faccenda aveva un suo fascino, in fondo. Alle volte, in queste circostanze e se ho i disturbatori proprio dietro, mi giro e chiedo se non da loro fastidio il film mentre fanno conversazione, ma tendo a trattenermi quando la conversazione è attinente al film, perché è affascinante sentire il genere di interpretazioni e semplificazioni che lo spettatore zelante offre al prossimo.

Qualche volta si tratta di chiarimenti – più o meno necessari – qualche volta di anticipazioni destinate, immagino, a provare la conoscenza della storia da parte del chiosatore, e qualche volta di una specie di anticipazione apotropaica di passaggi che inquietano? Sospetto che quel che è già spiegato e preannunciato faccia meno paura non solo al destinatario della chiosa, ma anche al chiosatore.

Ne’ questo zelo missionario è ristretto alla terza età. Chiunque abbia visto anche uno solo tra i molteplici Harry Potter conoscerà la sensazione di essere circondati da orde di fanciulli che lo rivedono per la sesta volta e sentono di dover spiegare, sviscerare, preannunciare ogni battuta e ogni fotogramma a beneficio del pubblico in sala. A voce altissima.

Harry Potter-wise, una delle manifestazioni più sorprendenti del fenomeno è stato ritrovarmi seduta accanto a un gruppetto di quindicenni (tutti maschi) che commentavano tra loro in tutta  serietà e, una volta di più, in Mantovano.

Questo film può essere ascoltato dai non italianizzati. Una voce fuori campo commenterà le immagini prive di dialogo (e a dire il vero anche le altre) nell’idioma locale.

In tutt’altra circostanza e altro gruppo di età, ricordo una sera in cui, in un gruppetto molto internazionale e ragionevolmente adulto, si guardava un thriller in televisione. Due membri del gruppo, diciamo Francia e India, lo avevano già visto, e seguitavano a dire cose come “Oh questa parte mi fa sempre sobbalzare” o “Non è triste quello che capita a questo personaggio?”, senza badare allo scarso divertimento del resto del mondo*.

Evidentemente, l’istinto di raccontare è forte, se si sente l’impulso di raccontare anche ciò che sta già venendo raccontato.

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* E per contro, quando Australia annunciò che credeva di avere individuato l’assassino, India e Francia rimbeccarono a una voce di non sopportare “quelli che vogliono sapere che cosa succede dopo.”

libri, libri e libri

Di Libri E Libroni

SchuitenBook.jpgCome ve la cavate con quei libroni da molte, molte centinaia di pagine? Qual’è il libro più lungo che abbiate mai letto? E com’è andata? Intanto, in cerca d’ispirazione, leggete qui:

Da Historical Novel Review. N° 54 – Novembre 2010. Susan Higginbotham sull’invasione degli ultratomi.

Brevità… è bella, la brevità, bella nella sua semplicità, nella sua brevità. Eppure tanti sembrano a disagio con la brevità. Appartenete alla categoria? Ammettere il problema è il primo passo verso la soluzione, e allora passate in rassegna questi 12 sintomi per capire se il romanzo storico che state leggendo (o scrivendo) non sia magari appena un pochino troppo lungo…

1. In fase di pubblicazione il libro ha richiesto non solo un editor deputato all’acquisizione, un editor generale e un editor di revisione, ma anche un editor di continuità.

2. Non solo nessuno dei personaggi del primo capitolo è ancora vivo alla fine, ma nessuno – inclusi voi e i personaggi superstiti – si ricorda più chi diamine fossero.

3. Cominciate a individuare un’inequivocabile correlazione tra le vostre sessioni di lettura e le sedute dal fisioterapista.

4. Le compagnie aeree si ostinano a considerare il libro come un collo di bagaglio a mano.

5. In libreria il lettore dice al commesso: “Non so il titolo né l’autore, e non mi ricordo bene di che cosa parli, ma è un libro molto, molto grosso.” E il commesso capisce al volo di che libro si parla.

6. I lettori lamentano non tanto la mancanza di un un albero genealogico o di una lista dei personaggi, ma di un indice analitico.

7. Sul vostro forum letterario preferito, il vostro status, alla voce “sto leggendo” indica lo stesso libro per più di sei mesi – e non perché vi siate dimenticati di aggiornarlo.

8. In conversazione, cominciate a suddividere la vostra vita in “Prima che iniziassi a leggere X” e “Dopo avere iniziato a leggere X”.

9. Membri della famiglia con il pallino del fai-da-te si offrono di aggiungere un buon, solido arco rampante allo scaffale dove riponete questo specifico romanzo.

10. Una volta finito il romanzo sentite la necessità di trovarvi qualche hobby per riempire l’improvvisa abbondanza di ore vuote.

11. Il vostro circolo di lettura, una volta finito questo romanzo, decide di passare a Guerra e Pace, tanto per cambiare ritmo con qualcosa di breve.

12. Avete aggiunto “Finire Questo Romanzo” alla vostra lista di Dieci Cose Da Fare Prima Di Morire.

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Susan Higginbotham ha deciso che presto leggerà quella saga multigenerazionale da mille pagine che da cinque anni prende polvere sul suo scaffale. Uno di questi giorni lo farà. O forse l’anno prossimo. O forse quando andrà in pensione.

 

cinema

Beacons!

Be’, dopo il post di venerdì ve l’aspettavate, dite la verità. Da Elizabeth – The Golden Age. Solo che, siccome YouTube non collabora, dovete andarlo a vedere qui.

Vedrete che Filippo II è il mostro fanatico e sanguinario delle più truci pagine della Leyenda Negra, ma al cinema è più facile avere un antagonista mooooolto cattivo – e d’altra parte, probabilmente questo è il Filippo dell’immaginario elisabettiano, per non dire inglese, per non dire universale. Notate il gesuita inglese che fa rapporto al re di Spagna – presumibilmente Padre Ballard, figura storica. E soprattutto notate la sequenza dei beacons, da 6.35 in poi.

A dire il vero, il fervorino messo in bocca alla regina è divertente, perché la libertà di pensiero e di coscienza nell’Inghilterra elisabettiana era un concetto molto relativo – guardate che cosa è successo a Marlowe! Ma è più che altro un caso di anacronismo obliquo, perché dubito molto che, all’epoca, la questione sarebbe stata davvero posta in questi termini. Il punto era Inglesi e Spagnoli, Protestanti e Papisti.

Se v’interessa una bizzarra esplorazione speculativa della faccenda, vi suggerirei di dare un’occhiata al romanzo ucronistico Per il Trono d’Inghilterra, di Harry Turtledove, in cui l’Armada ha ottenuto il suo scopo, e l’Inghilterra è un dominio spagnolo…

Buona domenica!