scribblemania

Febbre Creativa

Questo sarà un post solo limitatamente lucido.

Il fatto è che l’anno scorso il vaccino anti-influenzale mi ha scatenato una reazione violenta: una settimana di febbre, dolori e gioie varie…

No, naturalmente il fatto è un altro. Il fatto è che quest’anno ho deciso di non vaccinarmi – l’influenza non poteva essere peggio della reazione al vaccino, giusto? Ed ero felicemente giunta in febbraio sana. Se si eccettua un mese di bronchite in novembre, ma quella è un’altra faccenda. Poi ho avuto la cattiva idea di felicitarmi con me stessa in proposito, and of course I jynxed it. Ieri mattina mi sono alzata con l’impressione di non stare del tutto bene, poi mi è venuta la febbre, e poi… credetemi: non volete i particolari.

Nondimeno devo, devo, devo scrivere. Teatro. Atteso. Ansiosamente atteso. Il genere di attesa che genera telefonate, sguardi significativi, richieste specifiche, velati solleciti via mail… Quindi scrivo lo stesso, l’ho fatto ieri e lo farò anche oggi.

Ciò che mi rode, tuttavia, è la circostanza che ora v’illustro. Ieri pomeriggio (37,7 C°), riapro il file e rileggo quel che ho scritto quando i miei centigradi interni erano nella norma. E inorridisco, e mi domando come ho potuto scrivere ciò, e casso di slancio due pagine – senza prima averle copiate da un’altra parte. E poi riscrivo, e alla fin fine non sono del tutto insoddisfatta del mio lavoro. Nel frattempo, con l’approssimarsi della notte, il termometro segna trentotto e due, and counting.

Considerando che in genere cesso di connettere alla prima linea di febbre, che non avevo chiuso occhio in tutta la notte, che continuavo a interrompermi, che ho la testa piena di biglie di vetro – e continuano a ruotare*: starò combinando qualcosa di sensato, o a influenza smaltita vorrò fare harakiri con una penna stilografica? L’aver cancellato sdegnosamente due pagine che, da lucida, mi erano parse buone mi agita più che un pochino…

Stanotte non è andata affatto meglio. Anzi: ogni volta che mi appisolavo sognavo Virgilio, Creusa, Turno e compagnia cantante. Chissà, forse avrei fatto bene a prendere qualche appunto. E immagino che adesso mi rimetterò al lavoro. O forse no. Facciamo un patto: se rileggendo quel che ho scritto ieri vengo assalita da nuove furie distruttive, metto da parte tutto e aspetto che mi passi la febbre. E magari cerco di recuperare quel che ho cancellato ieri. Se invece mi piace ancora, vado avanti e, quando questa cosa virgiliana andrà in scena, potrò dire al pubblico della prima** che scriverla è stato un lavoro febbrile. Che pun meraviglioso, vero?

E sono certa che c’è una fallacia logica grossa come l’Oregon, nel patto che ho appena stretto con me stessa, ma al momento mi sfugge. Quindi forse, per essere prudenti, quale che sia il responso, le pagine cancellate le ripesco, eh?

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* Avete mai provato a soffregare tra loro due biglie di vetro? Fatelo e sappiatemi dire.

** Compagnia che, alla prima, chiama l’autore sul palco a “dire due parole”.

guardando la storia

Quel Che Non Si Sa

La vita di Shakespeare è uno di quegli argomenti su cui la relativa scarsità di documenti ha scatenato da un lato una frenesia di ricerca, e dall’altro un’ancor più sfrenata tendenza alla speculazione.

william-shakespeare.jpgA partire dalla tendenza a dubitare che Shakespeare fosse davvero Shakespeare, non c’è aspetto della sua scarsamente arredata biografia che non sia stato oggetto delle teorie più selvagge: di che origine era veramente? Che educazione ha ricevuto in realtà? Dove diamine era negli Anni Perduti? Con chi ha collaborato? In quali ruoli recitava? Ha veramente scritto lui le opere che gli sono attribuite? Com’è possibile che nel suo testamento non si nomini nemmeno un libro? E via dissezionando, scartabellando, interpretando e controiterpretando, romanzando…

Uno dei punti oscuri che tanto solleticano gli affetti da scespirite è il suo rapporto con Marlowe. Coetanei e colleghi com’erano, in un luogo, un’epoca e un ambiente in cui tutti vivevano nelle tasche di tutti gli altri, non c’è una singola prova documentale del fatto che si conoscessero. Possibile?

Ovviamente, un simile buco nero è un’irresistibile tentazione per una fauna che spazia dallo spulciatore di archivi addottorato in paleografia e diplomatica dell’era Tudor al supposto sensitivo, dal romanziere allo sceneggiatore hollywoodiano – e come potrebbe essere altrimenti? Quello che non si sa non è qualcosa che non si sa e basta: è un’irresistibile caccia al tesoro.Marlowe.jpg

I risultati… come dire? I risultati variano. Research-wise, si indaga puntigliosamente la verosimiglianza di qualche collaborazione nei primi anni (ricordiamoci che Marlowe era già il prodigio del teatro londinese quando Shakespeare era appena arrivato dalla campagna) si analizzano a non finire quei pochi versi di Misura Per Misura che sembrano proprio alludere a Marlowe e alla sua morte, e se non si sta attenti si finisce col sostenere che Marlowe non era morto affatto, solo fuggito sul Continente a scrivere le opere che poi Shakespeare pubblicava a suo nome… Tra i due estremi resta una quantità di più o meno plausibili ipotesi basate sul fatto che è difficile che non si conoscessero. Se poi si apprezzassero a vicenda, o chi appressasse chi, diventa di nuovo materia per i romanzieri. A giudicare da Misura Per Misura, parrebbe che Shakespeare ammirasse Marlowe – o almeno il suo lavoro – ma è molto possibile che Marlowe, Master of Arts, guardasse dall’alto in basso l’uomo di Stratford, e lo considerasse un campagnolo illetterato.

Tra l’altro, sarebbe difficile immaginare due personaggi più diversi: da un lato Kit Marlowe, fiammeggiante, sregolato, insolente, apertamente ateo, violento… dall’altro Will Shakespeare, metodico, quieto, timorato di Dio e buon amministratore delle sue finanze e della sua carriera.

Il che, tra l’altro, ci riconduce al punto di partenza: è proprio vero che di Shakespeare sappiamo relativamente poco? Tutto considerato, non proprio. Forse non sappiamo tantissimo del massimo scrittore della sua epoca, ma questa è una percezione più tarda: in vita, e specialmente prima dei trentacinque o quarant’anni, Shakespeare era solo uno dei tanti playwrights – merce comune e neanche troppo raccomandabile. In compenso, sappiamo più o meno quello che ci si può aspettare di sapere di un Elisabettiano di costumi morigerati, frequentazioni non troppo scandalose e ragionevole prosperità, che non è mai stato in prigione, ha avuto poco a che fare con i tribunali e non ha mai dato al Consiglio Privato ragione di occuparsi di lui.

Di Marlowe sappiamo molto di più, è vero, ma lo sappiamo perché Kit aveva un’incoercibile tendenza a mettersi nei guai, duellava per strada, irritava il senato accademico, finiva in prigione, frequentava gente pericolosa, lavorava come spia, proclamava ai quattro venti qualsiasi idea blasfema o sediziosa gli passasse per la mente, falsificava denaro, scriveva tragedie controverse e attaccava briga nelle Gonzaga11.jpgtaverne. Non è un caso se Shakespeare è morto nel suo letto, anziano e ricco – mentre Marlowe ha preso la fatale coltellata prima di compiere trent’anni.

E in vista di tutto ciò, sarà un piacere cominciare oggi un corso chiamato Shakespeare e il suo tempo presso la Libera Università del Gonzaghese. Un piccolo corso concepito come una storia: Di due poeti, pari in dignità, nella bella Londra dove ha luogo la nostra storia, monta la rivalità antica – e molto inchiostro e sangue finto inondano le scene dei teatri…*

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* Con molte scuse a William Shakespeare: la tentazione era proprio troppa.

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Eh?

Avete presente la pubblicità ricattatorio-anniversariale della RAI, in cui Ofelia suggerisce da dietro le le quinte a un perplesso Amleto, un sacerdote celebra il matrimonio di una basita giovane coppia, un allenatore arringa la sua stranita squadra di pallacanestro prima della partita, una spaesata giornalista intervista un vincitore di tappa, e via così, e nessuno capisce nessuno perché tutti parlano versioni strette di qualche dialetto italiano?

Dopodiché la Voce Fuori Campo rivendica gioiosamente i meriti della Tivvù nell’avere insegnato l’Italiano agli Italiani e, in un momento dalle non so quanto volute implicazioni bibliche, parte l’Inno di Mameli, sventola il Tricolore, e la babele si dissolve, per l’entusiasmo generale. Ofelia, o chi per lei, in un serio sfoggio di tripudio, con gli occhi fuori dalla testa e un sorriso a sessantaquattro denti, leva le mani al cielo ed esclama “Che meraviglia!”, o qualcosa di equivalente. “Fratelli d’Italia.” conclude suadente la VFC, salvo poi riprendere  con “Oh, e quindi ce lo meritiamo proprio il canone, non vi pare? – o parole a quest’effetto. 

 L’idea è più carina di altre, tratta senza eccessi di retorica un angolo particolare del Centocinquantesimo e, in fairness, i meriti in questione la RAI li può anche vantare davvero – anche se ormai si tratta di meriti antichi: vorrei tanto che i telegiornalisti smettessero di dire cose come “vicino Milano” o “riappacificare” in luogo di “rappacificare”… 

Resta il fatto che ieri gente dell’altro capo della provincia – gente mantovana come me, solo 60 chilometri più a ovest – mi ha apostrofata più o meno così: “Conta n’argota!”

Soggiacendo a un improvviso impeto d’identificazione con tutti i basiti dello spot RAI, ho sollevato le sopracciglia e ho esclamato “eh?” E così ho scoperto che questi alieni dicono “conta n’argota” per significare “racconta qualcosa”, ma se invece volessero dirmi di non raccontare nulla modificherebbero l’ingiunzione in “conta n’algota”.  Gente più esperta di me nell’idioma delle mie parti – e quindi più attendibile – mi conferma nell’impressione di assoluta ostrogotaggine.

E quindi sì: per una volta, la RAI può fare la ruota a ragione e considerarsi soggetto meritevole. Sarebbe bello che, forte di questo, proseguisse sulla buona strada, invece di massacrare i congiuntivi, coltivare ogni genere di malvezzo linguistico e impoverire il vocabolario. Non sarebbe già molto, come impegno per i prossimi centocinquant’anni?

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Tra parentesi, mi diverte abbastanza il modo in cui l’utente YouTube che ha messo in rete la serie di spot intitola il video “W i nostri dialetti”…

libri, libri e libri

Robinson Crusoe Day

crusoe.jpgOggi negli Stati Uniti è Robinson Crusoe Day. Oggi nelle scuole e nelle biblioteche si leggono e drammatizzano brani del libro, i corsi per manager propongono giochi di ruolo ispirati alla capacità di sopravvivenza, gli intervistatori radiofonici chiedono ai loro ospiti qual’è la persona, l’oggetto, il libro, il disco che vorrebbero portarsi su un’isola deserta, i blog di qualunque natura postano post ispirati al celebre naufrago – a sua volta ispirato a un naufrago vero, Alexander Selkirk, che su un’isola trascorse quattro anni (invece dei ventotto del romanzo), prima di essere salvato.

Selkirk, in realtà, non fece naufragio: venne abbandonato nell’arcipelago di Juan Fernandez dal suo capitano (uno di quei corsari inglesi con patente reale) perché era un piantagrane che predicava ammutinamento. In quella che era alla maggior parte degli effetti pratici una condanna a morte, il capitano lo lasciò a terra con un moschetto, un po’ di polvere da sparo, attrezzi da falegname, un coltello e una Bibbia. Per quattro anni Selkirk sopravvisse perché, oltre ad essere un piantagrane, era ingegnoso, determinato e pieno di risorse. Poi, il I febbraio del 1709, venne recuperato da una nave inglese.Alexander_Selkirk_Title_Page.jpg

Con un’avventura simile da raccontare, divenne celebre. La sua storia diventò una serie di articoli celebri, un libro di memorie e poi un romanzo, quando Defoe se ne impadronì facendone un apologo dell’umana capacità di sopravvivere e creare – sulla base dell’ingegno e della volontà, più che della forza fisica.

Figura letteraria e tema sono tanto consoni alla mentalità anglosassone da avere un loro giorno. Da noi forse no, ma chi non ha letto questa storia, magari in una versione abbreviata e illustrata, presa a prestito dalla biblioteca della scuola? E chi, nell’infanzia, non ha giocato almeno una volta a Robinson Crusuè – come diceva il mio maestro delle elementari – simulando il trionfo dell’uomo su questa ancestrale paura, il ritrovarsi soli e privi di risorse?

Un colpo di nostalgia? O una curiosità? Qui c’è una pagina da cui è possibile scaricare i files zippati di diversi classici della letteratura. Scendendo in basso – sulla destra – trovate anche Robinson Crusoe (i titoli sono in ordine alfabetico).

Per chi volesse fare esercizio d’Inglese, invece, qui c’è il testo originale presso il Gutenberg Project.

tradizioni

Meteoromantica

Oggi sarebbe l’ultimo Giorno della Merla, ed è debitamente bigio, ma i giorni scorsi sono stati tutto un alternarsi di sole, nuvole e pioggia, per cui, se fossi una merla, non ho idea di che cosa avrei fatto: nel camino o fuori dal camino? Morale: chi vuol trarre auspici in questa maniera tradizionale, per quest’anno sta fresco.

Scopro che questa maniera di dedurre il tempo che farà, la consistenza dei raccolti e altre circostanze future da una combinazione di esperienza passata, saggezza popolare, memoria selettiva, casualità assoluta e wishful thinking, ha un nome – e anche altisonante: meteoromantica, nientemeno.

Dalle mie parti usa dire, per esempio, che per la santa Candelora (2 febbraio) si è fuori dall’inverno (in Mantovano fa anche rima, ma non mi azzardo nemmeno a tentare una trascrizione), e però, piuttosto che venga il sole per Santa Maria, è meglio incontrare il lupo lungo la via. Mi viene da pensare che quest’ultima, così come il pronostico della Merla e l’idea che un Natale soleggiato comporti una Pasqua fredda, nascano dalla memorabilità delle circostanze fuori dall’ordinario: è più facile ricordare una giornata di sole fuori stagione e una primavera fredda e tardiva, piuttosto che il procedere ordinato e regolare delle stagioni.

Il discorso è diverso con quelle rime proverbiali che si limitano a indicare caratteristiche tipicamente stagionali. Affermazioni come “marzo dei venti, aprile dei tempi”, confermato da “aprile aprilino, ogni giorno il suo goccino”, oppure “la prima pioggia d’agosto rinfresca il bosco”, e “Santa Caterina (25 novembre) o neve o brina” suonano abbastanza lapalissiane, con buona pace della saggezza popolare.

Con l’estate di San Martino (11 novembre) e “se piove per Santa Bibiana (2 dicembre), piove quaranta giorni e una settimana” torniamo in reami abbastanza esoterici – a meno di voler indicare con la seconda che un dicembre piovoso è un dicembre piovoso.

Mi ha sempre affascinata molto di più la strofetta in Mantovano che, tradotta, indica l’allungarsi delle giornate in questa progressione: “Santa Lucia una punta d’ago, Natale un piede di gallo, per l’Epifania un’oretta e per Sant’Antonio un’ora tonda,” e dico che mi affascina perché, essendo S.Lucia il 13 dicembre, anticipa il solstizio di una settimana abbondante. Suppongo che sia un relitto di altri calendari, e che la sua pervicace sopravvivenza (almeno nelle nostre campagne, e almeno fino alla generazione dei miei genitori) sia significativa del profondo radicamento della meteoromantica.

Immagino che si possa chiamare con lo stesso nome anche la vecchia abitudine di pronosticare i raccolti dai colori dell’arcobaleno. Il giallo significherebbe grano, il verde fieno e il rosso vino, e la larghezza di ciascuna fascia prometterebbe abbondanza o scarsità.

Non so quanto i contadini ci credano ancora, ma di certo ripetono anno dopo anno le loro strofette, e le maestre incoraggiano i bambini a farsele raccontare e spiegare al modo delle tradizioni che vanno scomparendo. In realtà, a scomparire è forse il contesto rurale in cui sono nate, ma resta l’insopprimibile bisogno dell’umanità di cercare segni, modelli ricorrenti e qualche forma d’interpretabile sicurezza in tutto quello che la circonda.

Spigolando nella rete

E Poi Ci Sono Le Sciabole

Bisogna dire che l’articolo di Duncan Noble mi abbia fatto qualche effetto. Non contenta di Scaramouche, ecco qui la ricostruzione di un duello alla sciabola “alla polacca”. Tutt’altro mondo, come vedrete – e sono abbastanza sicura che Noble non avrebbe poi troppo da ridire. Una certa spettacolarizzazione c’è, si capisce, ma il tutto ha un’aria generale piuttosto filologica. Aiuta il fatto che Sieniawski (il signore baffuto – gli altri due sono i suoi figli) sia uno storico della scherma oltre che il maestro d’armi e consulente storico dell’Esercito Polacco. Ha anche curato tutto l’aspetto armi bianche per la produzione del film tratto da Col Ferro E Col Fuoco, di Sienckiewicz, qualcosa che in Polonia si prende religiosamente sul serio.

E’ un po’ una curiosità, perché tendiamo (o almeno io tendo) ad associare la sciabola alle cariche di cavalleria, ma parrebbe non essere sempre stato così.

Tutto considerato, e anche tenendo conto della quantità di glaze hollywoodiano che ricopre il duello di Scaramouche, non stupisce troppo l’uso di figure retoriche legate alla sciabola e al fioretto per indicare diversi stili di comunicazione verbale, vero? E non solo verbali, se si pensa che, in altri tempi, dare del sabreur a qualcuno significava, nella migliore delle ipotesi, rimproverargli un eccesso d’irruenza.

Be’, buona domenica.

libri, libri e libri

Le Fragole Della Signora Elton

jane-austen.jpgAh, Jane Austen, scrittrice meravigliosa e, quando vuole, fine umorista! E sperimentatrice, anche. Volete vedere uno stream-of-conversation? Volete un pezzettino di caratterizzazione superlativa? Volete una sorridente, piccola indagine sulla natura umana? Ebbene, allora, seguiamo i personaggi di Emma, e in particolare la detestabile Signora Elton, invitati nel magnifico giardino del Signor Knightley per una giornata di piccola agricoltura: la raccolta delle fragole, appunto. Per chi non avesse letto Emma, la Signora Elton è la moglie del Vicario, una detestabile, garrula e pretenziosa creatura, con un’alta opinione di sé e maniere atroci, molto condiscendente nei confronti di tutti – e in particolare dell’eroina eponima, la nubile Emma.

E adesso, fragole (traduzione mia):240px-Illustration_Fragaria_vesca0.jpg

La Signora Elton, in tutto il suo apparato di felicità, con il suo cappello a tesa larga e il suo cestino, era  prontissima a guidare tutti nel raccogliere, nell’accettare e nel discutere – e a nessuno era consentito di parlare o pensare ad altro che alle fragole – e alle fragole soltanto. “Il frutto migliore d’Inghilterra – e piacciono a tutti – e fanno così bene! Ma che magnifiche aiuole, e della migliore qualità – e che delizia raccogliersele da soli – e il solo modo di godersele davvero – e la mattina è il momento migliore – e non ci si stancherebbe mai – e tutte le qualità sono buone – ma le fragoline di bosco sono infinitamente superiori – e non c’è paragone – e le altre si possono a mala pena mangiare – e le fragoline di bosco sono così difficili da trovare – e quelle del Cile sono preferibili – ma quelle selvatiche sono le più saporite – e il prezzo delle fragole a Londra – e che abbondanza attorno a Bristol – e a Maple Grove – e la coltivazione – e quando rifare le aiuole – e non ci sono due giardinieri che dicano la stessa cosa – e non c’è una regola assoluta – e non c’è modo di far cambiare idea a un giardiniere – e che frutto delizioso – ma da mangiare in piccole quantità – e non buone come le ciliegie – e mirtilli più dissetanti – e l’unico fastidio è doversi chinare per raccoglierle – e che sole cocente – e che stanchezza mortale – e non si resiste – e bisogna andarsi a sedere all’ombra.

emmabrockwc2.jpgIn poche righe Zia Jane cattura l’universale esperienza della raccolta delle fragole, con l’entusiasmo che declina mano a mano che il sole comincia a scottare e le ginocchia a protestare – e il carattere della Signora Elton, con la sua conversazione che procede fatua, sentenziosa e inarrestabile: non vi sembra di sentirla mentre conciona a voce troppo alta di fragole, fragole e nient’altro che fragole, impermeabile ai piccoli sospiri e al levare di occhi al cielo degli altri giardinieri dilettanti?

Ah, Jane Austen!

anglomaniac · Lingue · lostintranslation

Del Metabolismo Delle Lingue

James Nicol definisce l’Inglese come “una lingua che si apposta nei vicoli bui, assalta le altre lingue e le scippa delle loro parole spicciole.”

E a sentire Lucio d’Arcangelo, in questo articolo apparso su Il Giornale del 4 gennaio, il bottino attraverso i secoli è stato consistente: l’Inglese ha fagocitato e assorbito a tutte le latitudini, con incessante e curiosa golosità – e una predisposizione strutturale a creare nuove parole col minimo dei mezzi e del disturbo. Sostantivo interessante? How nice! Gli premettiamo un to, ed ecco un verbo nuovo di zecca. Un concetto e due parole? Ma perché? Fondiamo le due in una, ed ecco un sostantivo tutto nuovo e luccicante che fa per una frase intera!

Una delle mie teorie predilette*, non da oggi, è che l’Inglese sia – dal punto di vista storico e sociale, se non strettamente linguistico – il vero erede del Latino: una lingua estremamente funzionale che si è estesa sulla forza di un impero e, in ogni parte di esso, si è adattata e mescolata, sviluppando – accanto alla sua versione “alta” – da un lato una sorta di lingua franca del commercio, dei contatti e delle comunicazioni, e dall’altro una infinita serie di pidgins, versioni imbastardite e multicolori, ciascuna quasi una lingua a sé. Proprio al modo in cui ogni provincia dell’Impero Romano aveva il suo genere di Latino…

Lucio Arcangelo cita con preoccupazione numeri da capogiro: se l’Inglese elisabettiano contava 150000 parole (e Shakespeare ne usava più o meno 20000), il Global English odierno tocca il milione. Fenomeno esplosivo e indice di decadenza?

Quello che secondo me Arcangelo trascura di considerare è che l’Inglese elisabettiano era già una lingua in avida, inesausta espansione, occupata ad ingozzarsi di parole straniere come capric(c)io (dall’Italiano o dallo Spagnolo: ninnolo costoso e inutile), rabato (dallo Spagnolo: gorgiera), smuggler (dall’Olandese: contrabbandiere), detail (dal Francese: dettaglio) e via così. E per di più, la pratica era in atto da secoli e secoli, con il Latino, con l’Italiano, con il Francese…

Le lingue sono strutture vive e, come tali, in continua evoluzione. Non si cristallizzano del tutto se non quando cessano di essere parlate – e quella non è una bella cosa. Finché vivono, seguono incontrollabilmente la loro strada, e quella dell’Inglese è la strada di una lingua molto, molto acquisitiva. Dite quello che volete: non riesco a considerare la ricchezza lessicale un difetto.

Chiudo segnalandovi WordSpy, il sito in cui Paul McFedries guida gli amanti delle parole alla scoperta delle parole nuove, registrando e illustrando affascinanti neologismi come cheap(p)uccino o flunami… curiosi, eh?

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* Una teoria prediletta, in Inglese diventa una pet theory: una teoria che si cura, predilige, alleva e vezzeggia come una bestiola da compagnia. Dite la verità: non è una lingua meravigliosa?