guardando la storia · romanzo storico

Promessi Sposi – Capitolo XXXI

Questo è uno di quei capitoli che si considerano noiosi. Ricordo – ormai quasi due anni fa – quando progettavamo questa rilettura dei PS per la UTE, e discutevamo l’opportunità di una lettura più o meno integrale. “Ci sarà qualcosa che potremo sfrondare,” diceva qualcuno, “per esempio quei soporiferi capitoli della peste…” Alla fin fine, lettura integrale è stata, e il primo dei soporiferi capitoli della peste è arrivato. 

La mia prima reazione nel ritrovarlo tra i “miei” capitoli non è stata proprio una triplice capriola di entusiasmo – indipendentemente dalla peste. Voglio dire: per motivi tristemente ovvi, la peste è un irrinunciabile accessorio di tanti romanzi storici e può diventare, a seconda del gusto e delle intenzioni del romanziere, una lettura di estrema sgradevolezza – il che non è il caso nei Promessi Sposi. Quel che smorzava il mio trasporto era, semmai, quest’altro esantema endemico del romanzo storico ottocentesco: la Digressione.

Il romanziere storico si sente, più di altri, in dovere di educare i suoi lettori, non fosse altro che per la necessità di far loro capire che cosa diamine sta succedendo, e allora, ogni tanto, abbandona vicenda e personaggi per un capitolo o due, e si concentra sulla storia. Ricordo ancora con un misto di raccapriccio e d’impazienza le tangenti per le quali parte Victor Hugo – nei Miserabili, per dire. E l’argot parigino, e gli ordini monastici, e le fognature… chi l’ha letto tutto, ma proprio tutto senza saltare nemmeno una pagina, alzi la mano.

Manzoni l’abbiamo già visto uscir di carreggiata – per esempio per cantare le lodi del Cardinal Federigo Borromeo, e diciamocelo: il precedente non ci colma di gioia.

Poi, in realtà, va meglio del previsto – anche molto meglio, a seconda di quanto vi piace sentire nell’ordine una disquisizione teorica e una dimostrazione pratica sulla storiografia di stampo illuminista.

Manzoni comincia con l’obbligatorio cappello, riassumibile come “e ora, brevi cenni sulla peste”, poi passa a lamentare lo stato delle fonti seicentesche: scarse, contraddittorie, confuse, inattendibili… tra memorie, cronache e documenti pubblici, non c’è nulla di esauriente o di certo. L’unica è impolverarsi le dita e spulciare, minuziosi e pazienti, tra le vecchie carte, confrontando le varie versioni, collazionando e correggendo l’una con l’altra, e talvolta stimando il giusto mezzo, e cercando una logica tra quelle informazioni accatastate senza criterio e senza cognizione di causa ed effetto.

Visto l’Illuminista che entra in scena? Riconosce alle fonti originali una “forza viva, propria e, per così dire, incomunicabile”, ma deplora la mancanza di metodo e di rigore con cui sono state composte all’epoca e ingoiate intere nelle opere successive. Dopodiché si mette all’opera e comincia a tracciare la vicenda del propagarsi della peste a Milano e nel Milanese. Ed è una storia ben meschina, di ritardi, di cecità, di pregiudizi, di colpevoli lentezze da ogni parte, mentre il male va “covando e serpendo” nella città. Vero è che all’epoca c’era ben poco in fatto di cure, e la peste era uno dei tanti insondabili terrori di cui era fatta la vita di ciascuno, ma il giudizio severissimo di Manzoni è giustificato: la sola cosa che si sarebbe potuta fare – arginare tempestivamente il contagio – non si fece per una combinazione d’inerzia e di criminale rifiuto dell’evidenza, da parte tanto delle autorità (quasi tutte) quanto della popolazione.

Poi, siamo sempre nelle mani di un narratore con i fiocchi, e quindi assistiamo con inorridito interesse al progresso della peste, quasi di casa in casa, mentre si nega l’evidenza e la si nasconde dietro un susseguirsi di riluttanti ammissioni: nessuna peste, le febbri maligne, le febbri pestilenziali, una specie di peste, la peste sì – ma portata dagli untori.

E il capitolo si chiude con una considerazione sul danno che possono fare le parole e il loro uso – con una concessione alla quasi ineluttabile facilità con cui questo genere di danni si produce, perché è tanto più facile parlare che pensare, e quindi “noi uomini in generale siamo un po’ da compatire.”

scrittura

Corso Di Scrittura Narrativa A Nogara (VR)

CORSO DI SCRITTURA NARRATIVA.JPGSono davvero felice di annunciare il mio nuovo corso di scrittura, organizzato dall’associazione LOGiCA presso la biblioteca di Palazzo Maggi a Nogara (VR).

Da febbraio ad aprile, dieci incontri alla scoperta dei meccanismi, degli elementi, delle tecniche – una specie di giro dietro le quinte della scrittura di una storia, con uno spirito decisamente hands-on.

Non ci limiteremo a vedere come funziona: proveremo a costruire trame, a caratterizzare personaggi, a creare atmosfere,  a giocare col linguaggio, a raccontare attraverso il dialogo, il punto di vista e l’azione… esploreremo e sperimenteremo la pratica del mestiere – quella che serve per dare forma all’ispirazione.

Non vedo l’ora!

Le iscrizioni sono aperte fino al 31 gennaio, e i dettagli e i contatti si trovano qui.

pennivendolerie

Poste&Telegrafi E Il Mestiere Di Recensore

1915-PostHorn.jpgRant ahead, vi avverto.

Lo sapete tutti, scrivere recensioni per HNR è un lavoro che mi riempie di soddisfazione, mi dà modo di studiare il mio craft e di avere la mia firma su una rivista importante nel mio settore… 

Non è la mia fonte principale di reddito, e questo è un bene, perché quello di recensore per la Historical Novel Review è un lavoro che finirò col perdere – e sarà merito di Poste Italiane.

Le copie dei libri da recensire mi vengono spedite dalla redazione inglese, e dovrebbero impiegare – a voler essere larghi di manica – dai 10 ai 14 giorni lavorativi per giungere nella mia cassetta della posta. Poi invece succede che impieghino due mesetti, arrivando quando la scadenza è ormai vicinissima. E magari capita anche che l’ufficio postale si rifiuti di consegnarmi il plico di sabato, perché il postino ha lasciato l’avviso in tarda mattinata, e il libro non giace qui al Villaggio, ma nel Capoluogo Municipale dove, pur scapicollandomi, arrivo solo un minuto prima delle 12 e 20, quando la direttrice, avendo l’orologio avanti, ha già chiuso tutto da cinque minuti. E mi tratta anche male, perché la supplico di non farmi aspettare fino a lunedì.

Chiaramente, non sono fatti suoi se perdo il lavoro…

E prima o poi lo perderò, perché finora mi sono arrabattata leggendo tomi di 600 pagine in due notti e un giorno, e consegnando le recensioni all’ultimissimo secondo utile (compresa l’ora di differenza col fuso accanto!!), ma verrà il giorno in cui Poste Italiane tratterrà un libro nei suoi meandri per un giorno di troppo e io non sarò pronta in tempo, oppure, cedendo al panico, scriverò al mio editor-in-chief chiedendogli una seconda copia con urgenza…

E lui scoprirà così che assumere un’Italiana non è una buona idea, perché la cosa ti costringe a scegliere tra spendere di più per il corrispettivo britannico del Pacco Celere* e rischiare ogni volta che il pezzo non arrivi in tempo per la chiusura del numero. E diciamocelo, le mie recensioni sono tutt’altro che male, ma oserei dire che HNR può prosperare anche senza di me – e assumere al mio posto qualcuno che abiti sull’Isoletta, dove Royal Mail funziona, e la gente è sicura di ricevere la sua posta anche se è solo posta ordinaria.

E quando avrò perso il lavoro, non potrò nemmeno denunciare Poste Italiane, perché la risposta degli ineffabili postali ai miei alti lai è sempre qualcosa come “colpa sua, che si fa spedire le cose per posta ordinaria!” Ovvero: noi offriamo un servizio standard, ma è solo per scherzo. Della roba spedita per posta ordinaria non ce ne frega poi molto. Se lei e il suo mittente volete che facciamo qualche sforzo bisogna che paghiate di più – altrimenti noi lo interpretiamo come un chiaro segno che non importa troppo nemmeno a voi…  

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* Che poi, anche quelli, ve li raccomando: il 17 dicembre ho spedito, con formula Paccocelere3giorni, un pacco natalizio al mio figlioccino e alla sua mamma. A Cuneo, badate bene, non in qualche sperduto angolo desertico del Queensland. Il pacco è arrivato il 29, completamente schiacciato. Adesso mi dicono che non posso sporgere reclamo – semmai lo può fare il destinatario. Non ci credo molto, e sporgerò ugualmente, ma tanto per dire…  Oh, e il 29 stesso mi sono arrivati due plichi: riviste dall’America e lettere e fotografie dalla Danimarca, entrambi aperti e danneggiati.

 

Spigolando nella rete

Aurora Boreale

Fin da bambina ho sempre sognato di vedere l’Aurora Boreale – le Luci del Nord, gli Allegri Danzatori o, secondo una leggenda finnica, le scintille sollevate dalle unghie di una volpe in caccia sui fianchi rocciosi di una collina*.

Non sono ancora stata abbastanza a nord. Solo una volta, in Scozia, ma le nuvole non hanno collaborato…

Prima o poi andrò nel posto giusto. Per il momento mi accontenterò di questo:

Non è la musica che avrei scelto io, e finisce un po’ abruptly, ma abbiate pazienza. Buona domenica!

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* Una collina rocciosa, si capisce. Evidentemente in Finlandia hanno le colline rocciose. D’altra parte, se non ci fosse roccia, come farebbe la volpe a produrre scintille con le unghie?

scribblemania

Narrativa Lampo

Le linee guida di Glimmer Train impongono un limite massimo di 12000 parole per storia. Non c’è limite minimo – anche se raramente una storia al di sotto delle 500 parole suona completa.

Altrove le storie al di sotto delle 500 parole sono ricercate specificamente e fatte oggetto di appositi concorsi, sotto il nome di flashfiction. Il che non significa che a GT abbiano torto, anzi: la difficoltà sta, appunto, nel raccontare in maniera compiuta una storia in 500, 400, 200 o 100 parole*.

E’ difficile. Tanto difficile che la maggior parte di ciò che va sotto il nome di flashfiction non è costituita da storie, ma da bozzetti descrittivi, squarci di prosa poetica, fettine e altre cose sperimentali. Non storie. Le storie sono rare, col risultato che il genere è complessivamente noioso da leggere. Non so se esista davvero gente che legge per diletto l’altrui flashfiction, e non la sto consigliando come lettura.

Sto consigliando di scriverne, cavallo di tutt’altro colore: dover infilare tutti gli elementi di una storia – trama, personaggi, conflitto, atmosfera, descrizione – in poche centinaia di parole è un lavoro di cesello, perché obbliga a considerare il peso e la necessità non solo di ogni frase e concetto, ma di ogni singola parola. Che cosa è davvero essenziale? Che cosa può essere sottinteso? Come indurre il lettore a immaginare tutto quello che non c’è spazio per dire?

Favoloso esercizio che costringe a guardare da vicino la propria scrittura, ad analizzarla al microscopio – o meglio: con una lorgnette da gioielliere. Si possono fare sconcertanti scoperte sul proprio rapporto con gli aggettivi, per esempio. O sulla natura delle proprie costruzioni sintattiche, o sul proprio metodo di caratterizzazione. O sui propri inizi… oh, gli inizi!

Naturalmente, scrivere bozzetti descrittivi non vale. Bisogna sforzarsi di farne una storia, una storia, una storia. In 500 parole prima, poi in quattrocento e via amputando – magari di 50 in 50. Quand’è che smette di essere una storia? Qual’è il limite dell’irrinunciabilità? Che cosa segna il confine tra la potatura e la lobotomia?

Attenzione: il gioco genera assuefazione e dipendenza.

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* Una volta ho partecipato a una cosa chiamata 60 Words Epics. Era un tantino estremo…

grilloleggente · romanzo storico

Promessi Sposi, Capitolo XXX

Landsknekt.pngQuesto è un capitolo pieno di Lanzichenecchi, senza che se ne veda mai uno.

No, non è del tutto vero, c’è un fuggevole episodiuzzo che funziona da centro, ma se a questo punto di un romanzo che parla della Guerra di Successione del Ducato di Mantova ci aspettavamo qualche grandiosa e truce scena di scaramucce, saccheggi e violenza varia assortita, ebbene ce l’aspettavamo a torto.

Manzoni essendo Manzoni, le terribili soldatesche luterane non le vediamo affatto: ne anticipiamo l’arrivo, ne sentiamo il passaggio, ne osserviamo l’effetto – tutto attraverso gli occhi, le orecchie e le paure dei nostri personaggi, che non sono gente da campi di battaglia.

Per prima cosa, sentiamo arrivare le schiere in marcia, precedute da una nomea di ferocia distruttiva davanti alla quale chi può fugge. Come Don Abbondio, che discute i suoi terrori per strada, mentre va a rifugiarsi dall’Innominato in compagnia di Agnese e Perpetua. Le sue sono apprensioni vaghe e terrificanti, alimentate anziché fugate dai preparativi marziali dell’Innominato. Perché “i soldati”, si sa, son gente che non ha paura di nulla e di nessuno, che combatte, distrugge e uccide per il gusto di farlo (e per il bottino), che si getta con avido abbandono su ogni accenno d’opposizione. “Non sapete che i soldati è il loro mestiere di prender le fortezze? Non cercan altro; per loro, dare un assalto è come andare a nozze…” E potremmo quasi sorridere dei rabbiosi timori del povero curato, se non fosse per il fuggi fuggi generale e per la guarnigioncella bene armata che l’Innominato si prepara attorno, in quel castello organizzato come una caserma…

E poi, durante i ventitre o ventiquattro giorni passati al castellaccio, giungono le voci, tramite i fuggitivi dell’ultimo minuto, che arrivano terrorizzati e malconci: sotto il tetto dell’Innominato, in relativa sicurezza, si raccontano le gesta infami dei Lanzi, si fa la cronaca del loro passaggio, si comparano fanti e cavalli, si tiene il conto dei reggimenti che vengono e che vanno, si reagisce ai falsi allarmi. Solo una volta, in uno di quei blitz con la sua gente armata, l’Innominato trova davvero dei soldati – ma sono solo saccheggiatori sbandati e alla fin fine ne vediamo solo le schiene in fuga. E però non lasciamoci ingannare dalla meschinità dell’episodio: i Lanzichenecchi son ben altra cosa, un terremoto distante di cui dal castellaccio si sente solo il rombo, come nella cadenza del celebre elenco delle compagnie al ponte di Lecco, serrato e cupo come il rullo di tamburi di una carica: “Passano i cavalli di Wallenstein, passano i fanti di Merode, passano i cavalli di Anhalt, passano i fanti di Brandeburgo, e poi i cavalli di Montecuccoli, e poi quelli di Ferrari; passa Altringer, passa furstenberg, passa Colloredo; passano i Corati, passa Torquato Conti, passano altri e altri; quando piacque al cielo, passò anche Galasso, che fu l’ultimo. Lo squadron volante de’ Veneziani finì d’allontanarsi anche lui; e tutto il paese a destra e a sinistra si trovò libero anch’esso.”

Ma naturalmente non è finita. Sarà passata la tempesta, la gallina tornerà pure sulla via, ma gli augelli han poco da far festa. Quando i nostri tornano a casa, vediamo attraverso i loro occhi la devastazione sudicia e feroce che i Lanzi si son lasciati dietro. Le vigne distrutte, le case spogliate, i saccheggi, gli incendi… E dietro a tutto ciò è in arrivo di peggio: il capitolo si chiude sibillino e minaccioso, preannunciando quella che noi sappiamo essere la peste*. Cue ominous music.

Insomma, il passaggio dei Lanzichenecchi è un altro piccolo capolavoro: narrato obliquamente in un capitolo fatto di battibecchi (tra Don Abbondio e Perpetua) e rimuginamenti (di Don Abbondio), riesce più inquietante nel suo succedersi di hearsay, paure e conseguenze immediate e future, di quanto potrebbe mai essere una fila di descrizioni crude e puntuali. Se è vero che la paura è mancanza di conoscenza, il XXX Capitolo trasforma la ben concreta piaga del passaggio di un esercito seicentesco nel capofila dei terrori indistinti – e per questo peggiori.

Come facesse Leone Gessi (curatore della mia vecchissima edizione dei PS) a definire questo capitolo “divertente” is anybody’s guess.

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* Delizioso lapsus annotato più di vent’anni orsono: “La peste filava nelle strisce dell’esercito imperiale”.

grilloleggente

Libri Che Non Si Vogliono Finire

Ecco, Christoferus, or Tom Kyd’s Revenge, di Robin Chapman, è un libro di cui avrò nostalgia.

Sì, sì, sì: è ancora un altro romanzo su Marlowe, ma ha una premessa inconsueta, un protagonista/narratore con una favolosa e individualissima voce, un punto di vista diverso dal solito e un finale così così.

Ed è anche un caso di libro iniziato con scarsa fiducia e poi divorato a velocità ineguale, oscillando tra l’Avido Galoppo, il Passo Trattenuto (“Non voglio finire troppo presto!”) e il Piccolo Trotto in ammirazione del paesaggio.

Per farla breve, non ho mai considerato Thomas Kyd il più interessante tra i drammaturghi elisabettiani: l’idea diffusa è quella dell’Autore Di Un Solo Titolo (The Spanish Tragedy, molto truculenta), una brava e lamentosa persona ai margini del suo ambiente per mancanza di un titolo accademico e di una personalità fiammeggiante, implicato suo malgrado nei guai di Marlowe, indotto ad incriminare il suo più celebre e brillante collega a forza di tortura… non precisamente un eroe da romanzo, vero?

E invece Robin Chapman cambia le carte in tavola, facendo di Tom Kyd un uomo fascinoso e brillante, un autore di successo, amico, amante e sodale artistico di Marlowe, traditore involontario sotto i terribili ferri di Topcliffe, e intento a vendicare sé stesso e il defunto Kit. Gli scrittori sono una genia di perfidi manipolatori: la storia di Christoferus non è sempre  del tutto credibile – alla luce delle fonti – ma è così ben raccontata che si chiude volentieri un occhio e ci si lascia trascinare. Fino al finale, un po’ blando, un po’ irrisolto e con qualche libertà storica di troppo. Il finale non è il più piacevole dei risvegli, ma a maggior ragione ci si dispiace di avere finito il libro, dopo trecento e tante pagine trascorse in una magnifica Inghilterra elisabettiana, intensa, dorata e pericolosa, popolata di gente affascinante e infida, retta su una combinazione di menzogne, paura e splendore… E con la desolante certezza che nessuna rilettura potrà mai più essere come la prima volta.

Ecco, Chapman ha fatto un buon lavoro.

Tutti abbiamo, almeno una volta, iniziato un libro senza aspettarcene granché e poi siamo stati travolti e catturati.

Tutti abbiamo assaggiato un’atmosfera così densa e vivida che finire il libro è stato come lasciare un posto reale – e poi sentirne la mancanza, tanto da faticare un po’ ad abituarsi alla lettura successiva.

Tutti ci siamo innamorati della voce di un narratore.

Tutti siamo stati sorpresi, scettici, incantati nostro malgrado da una nuova luce gettata su un argomento che credevamo di conoscere. Qualche volta siamo stati convinti, qualche volta no, ma non importa – basta che ci siamo ricordati che c’è sempre un altro possibile punto di vista.

Tutti abbiamo perdonato qualche difetto grosso come la provincia di Modena perché il libro ci piaceva troppo per fare storie – e così abbiamo riaggiustato la nostra incredulità e l’abbiamo sospesa un po’ più in alto.

Tutti abbiamo ansiosamente valutato lo spessore di ciò che ci restava da leggere, e trovato scuse per prolungare la lettura, rallentando sempre di più il ritmo, mano a mano che le pagine ancora ignote diminuivano di numero.

Robin Chapman mi ha messa in tutte queste situazioni contemporaneamente: sono grata, seccata, incantata, divertita. E anche un pochino gelosa.

cinema

Scaramouche

Parlavamo di Scaramouche, ricordate? Ecco qui il più famoso tra i 7 (sette!) duelli della versione cinematografica del 1952. Il protagonista André Moreau/Scaramouche è interpretato da Stewart Granger, specializzato in film in costume e duelli all’arma bianca. Il suo avversario, il malvagio marchese Noel de Maynes, è invece Mel Ferrer, che forse non era uno spadaccino provetto ma, possedendo una formazione da ballerino classico, si muoveva con molta eleganza. Tanto che Granger ne fu infastidito, puntò i piedi e, a quanto pare, insisté per ridimensionare il ruolo di Ferrer nel film. Addirittura, il duello si sarebbe dovuto concludere con un’agnizione e la morte del marchese (più o meno come nel romanzo, anche se con una notevole differenza), ma dietro pressioni di Granger la scena fu tagliata e Noel de Maynes lasciato vivere…

Tutto si conclude con André che dichiara di non poter uccidere il marchese – ciò che si rivelerà essere una sorta di richiamo del sangue, visto che [alt! non leggete oltre se non volete rivelazioni!!] Noel è in realtà suo fratello. Dove si vede che a volte, un vilain non può nemmeno morire in pace, per non fare troppa ombra al protagonista. 

Una curiosità: della scena tagliata rimangono tracce nella sceneggiatura originale e in questa fotografia sopravvissuta in mezzo al materiale pubblicitario:

scaramouche-death1x.jpg

E buona domenica!

romanzo storico

L’Ammiraglio Fantasma – Terzo Episodio

1015ddb27d.jpgRiepilogo delle puntate precedenti: nel corso della sua eterna revisione, la Clarina inciampa nell’enigmatica figura di Balta Oghlu Suleyman Bey, ammiraglio rinnegato e degradato. Dall’ombra e dall’oblio dei secoli, Suleyman Bey chiede a gran voce un riscatto postumo, e la Clarina decide di offrirgliene uno nella sola forma che sa: scriverlo in un romanzo, e provvederlo di un punto di vista. Ma le nuove ricerche, destinate ad approfofondire la fin qui trascurata figura, s’interrompono bruscamente di fronte alla laconicità delle fonti occidentali, al riottoso silenzio delle schiere diplomatiche e accademiche turche. E’ dunque finita? La Clarina è sul punto di abbandonare la cerca quando, all improvviso, ecco che un tenue raggio di luce balena all’orizzonte…

Terzo Episodio: ebbene sì, il Museo della Marina di Istanbul ha risposto. Per la prima volta, un’istituzione turca mi ha presa sul serio. Non so chi sia la cortese, competente e disponibilissima persona che debbo ringraziare – e che si firma soltanto a titolo del Museo – ma ha tutta la mia gratitudine. La risposta è molto soddisfacente, alla fin fine: non trovo nulla perché non c’è praticamente nulla. Le fonti principali sono quelle occidentali, mentre da parte turca, tanto i cronisti contemporanei quanto gli storici successivi non si sono disturbati troppo nel tramandare le gesta di un convertito salito in alto e poi precipitato con ignominia… Parte perché tal dei tempi era il costume, parte per prudenza o disinteresse.

Insomma, restano un po’ di particolari da dissotterrare, resta The Crusade Of Varna da reperire, resta forse da spedire gente a Costantinopoli… sorry: a Istanbul, sulle tracce fornitemi dall’anonimo e mai abbastanza lodato funzionario del Museo della Marina, e poi considererò di avere un’esauriente conoscenza dei limiti entro cui posso romanzare.

Adesso andiamo meglio, e ci avviamo verso un finale tanto lieto quanto può esserlo quello di una storia di fantasmi… o forse no, perché proprio mentre scrivo questo, nuovi sentieri sembrano aprirsi, sentieri dannatamente allettanti. A voler vedere, è un gioco che non finisce mai, ma intanto comincio proprio a credere che finirò questo libro.

 

Digitalia

Quarant’Anni Di EBook

MC.pngEra il 1971 quando Michael S. Hart, per una di quelle combinazioni di intuizione visionaria e circostanze, diede vita al Progetto Gutenberg, creando questa nuova bizzarra cosa, l’eBook, e aprendo la strada all’editoria digitale.

Quarant’anni dopo, il GP conta decine di migliaia di titoli, il mercato è pieno di arnesi che consentono di portarsi in gire una biblioteca intera nella borsetta, e l’editoria tradizionale comincia a interrogarsi sul suo futuro. Nel frattempo, un vivissimo dibattito divampa attorno a questi libri metafisici, la loro filosofia, la loro economia, il loro diritto e il loro futuro… E’ il tipo di effervescenza che si accompagna alle rivoluzioni culturali, tecnologiche e sociali. Hart non ha sbagliato nel battezzare il suo progetto in memoria dell’inventore della stampa: di sicuro siamo davanti a una svolta nel modo di trasmettere la conoscenza. Come si evolverà la situazione? E’ tutto da vedere, ma teorie e prospettive sembrano interessanti.

Da qualche mese, anche l’Italia comincia a entrare in questa nuova era a passi un po’ meno timidi, a pubblicare e leggere in modo nuovo e a porsi domande su domande: che cosa è davvero un ebook? quale parte di un libro non fisico appartiene a chi? in che modo la lettura digitale è un surrogato della lettura su carta? si aprono davvero nuove strade per l’editoria e per i singoli autori?

E’ qualcosa di cui SEdS si occuperà con qualche assiduità nei prossimi mesi.

Intanto oggi sarò all’Auditorium Svoboda dell’Accademia di Belle Arti di Macerata, per parlare diffusamente di libri elettronici, annessi e connessi. Dettagli sul sito dell’Accademia.